Quando l’orto crea l’inclusività

I giovani protagonisti della propria comunità attraverso l’agricoltura: è lo scopo del progetto “Cultivate your culture” proposto da un membro del Gruppo Giovani Flowers Jugendgruppe Odv di Bronzolo-Vadena, che a novembre vedrà la sua fase conclusiva, almeno per il momento.

L’associazione Flowers – oggi “Gruppo Giovani Odv Flowers Jugendgruppe Eo”, nasce nell’ormai lontano gennaio del 1986 con lo scopo di offrire ai ragazzi delle comunità di Bronzolo e Vadena la possibilità di svolgere attività ludiche, culturali e educative per favorire lo sviluppo integrale della persona e renderla parte attiva della comunità.
Dal “Centro aperto” per trascorrere insieme il tempo ai lavori di gruppo, gite, feste e campeggi, sono tantissime e variegate le proposte che l’associazione ha promosso per i giovani fino ai 30 anni di età nel corso di tutti questi anni di attività. Fondamentale, all’interno del gruppo, è promuovere l’impegno dei giovani nell’essere parte attiva dei progetti che nascono e vengono sviluppati. E su questa scia, proprio dall’idea di uno dei giovani frequentatori dell’associazione, è nato il progetto “Cultivate your culture”, ufficialmente iniziato il 20 maggio di quest’anno e che si avvia, nel mese di novembre, ad una – prima – parte conclusiva.

Un luogo d’incontro per tutta la comunità
Si tratta di un progetto di agricoltura sociale che ha come obiettivo primario l’inclusione di tutti attraverso la creazione e la gestione di un orto inclusivo che divenga luogo di incontro e punto di ritrovo. Questo non solo per i giovani e non solo per le comunità di Bronzolo e Vadena, ma veramente per tutti, giovani e anziani, residenti e non, per poter tramandare i valori dell’associazionismo tra generazioni, persone e trasversalmente alle due culture italiana e tedesca (e non solo).
Nel concreto, il progetto ha visto due macrofasi: per prima cosa, chiunque desiderasse partecipare si è dato appuntamento ogni sabato mattina presso il maso Gerwies di Christoph Pizzini che, con le sue conoscenze e quelle del suo team, ha permesso al gruppo di apprendere le tecniche dell’agricoltura e le fondamentali nozioni teoriche per dare il via ai lavori.
Nella seconda fase si sono dovute naturalmente trasportare nel concreto le nozioni apprese dando vita all’orto sinergico situato in uno spazio tra i comuni di Bronzolo e Vadena, presso la rotonda dove si trovano le panchine del progetto Sente-Mente. La concretizzazione dell’orto si è potuta raggiungere anche grazie al supporto del Comune di Bronzolo.

“Negli ultimi cinque mesi
i partecipanti hanno seguito diversi corsi di agricoltura teorica
e pratica tenuti da esperti”

Dallo studio della terra alla cucina sana
Nel corso dei mesi di lavoro, non ci si è limitati a zappare e seminare: i partecipanti hanno seguito un corso di agricoltura sinergica (un metodo di coltivazione che promuove l’auto-fertilità del suolo) con la docente Anna Fanto. Nel mese di luglio, esperti della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip“ di Roma hanno quindi fornito un ulteriore corso base teorico che ha poi consentito di passare alla fase pratica a tutto tondo, realizzando ciò che ora è visibile a tutti. Durante i tanti giorni di lavoro, l’orto ha dimostrato di poter rappresentare davvero ciò che i giovani del gruppo si erano prefissati. Tantissimi sono stati gli interventi di persone di ogni genere e età, dai bambini alla signora anziana che ha deliziato tutti – e fornito energie per proseguire i lavori – con le sue polpettine alle ortiche. Molti sono gli aneddoti come questo che i partecipanti potrebbero raccontare, a dimostrazione che l’obiettivo è stato raggiunto. E mentre i terreni ingrigiscono, i protagonisti dell’orto non restano con le mani in mano: a metà novembre, a conclusione ufficiale – per il momento – del progetto, si terrà un workshop culinario con l’uso, dove possibile, dei prodotti dell’orto stesso. Obiettivi del workshop: sperimentare la creatività in cucina, trasformare i doni della terra, unire prodotti, sapori e culture, scoprire nuovi gusti e sapori sostenendo una cucina sana. Si tratta di obiettivi ambiziosi, che potranno essere raggiunnti con l’aiuto della chef Laura Tinti. Il workshop chiuderà il progetto per questo 2023, ma si può star certi che l’orto inclusivo del Gruppo Giovani Odv Flowers Jugendgruppe Eo riserverà sorprese anche per il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Bici e mezzi pubblici contro il traffico

Quello del traffico è uno dei problemi di più complessa risoluzione nella società moderna. Si trattadi un tema che tocca molto da vicino anche la comunità di Laives, la cui amministrazione sta lavorando a stretto contatto con la Provincia per porvi rimedio. E la soluzione potrebbe trovarsi nella sostenibilità.

Laives guarda al futuro nel rivalutare il traffico, incentivando la mobilità tramite mezzi pubblici e bici nel migliorare i collegamenti con il capoluogo e pure l’offerta turistica. Questi, in estrema sintesi, i punti contenuti nel Piano di Mobilità Sostenibile 2023 elaborato dalla Provincia, approvato, sostenuto ed illustrato dall’amministrazione ed esteso anche ai vicini comuni di Bronzolo e Vadena, che ancora non hanno espresso un loro parere.
“Per noi era importante presentare il documento e rafforzare i contenuti per ridefinire il concetto di mobilità – afferma Giovanni Seppi, vicesindaco di Laives – Entro il 16 ottobre, cittadini, associazioni ed enti privati potevano avanzare osservazioni e prospettive”.

Vicesindaco, avete già proposto o state pensando di proporre una serata pubblica per illustrare il tutto ai cittadini?
Ne stiamo organizzando una per gli inizi di novembre, soprattutto per presentare il progetto della nuova fermata ferroviaria di San Giacomo, i cui lavori sono iniziati da poco. È uno dei progetti previsti nel piano di mobilità sostenibile 2035.

Quali sono gli obiettivi definiti per questo vertice sulla mobilità?
Ho iniziato parlando della ferrovia perché è il settore in cui sono previste più risorse. C’è poi il progetto della circonvallazione per Bolzano, il cui obiettivo è portare il trasporto delle merci in galleria diminuendo il traffico lungo l’autostrada. Poi vorremmo far arrivare il “Metrobus” in paese. Ma l’opera su cui abbiamo prestato maggiore attenzione in quest’ultimo periodo è il collegamento alla rete delle ciclopedonali sovracomunali, per il quale c’è la possibilità di attingere a fondi nazionali ed europei.

Quali sono le novità rispetto alla convenzione attualmente in essere fra Laives, Bronzolo e Vadena?
Prima della creazione delle due varianti in galleria, la città di Laives era letteralmente succube del traffico. Adesso il tema del traffico è rimasto, ma si parla di traffico auto-generato. Il progetto di portare il treno a San Giacomo e il Metrobus è iniziato anni fa. L’obiettivo che ci poniamo è molto ambizioso, ma nutro molta fiducia nelle nuove generazioni, penso che sapranno sfruttare maggiormente i mezzi pubblici e la bici.

Quanto si dovrà attendere e quanto verrà a costare la messa in pratica del tutto?
Si dovrà attendere fino al 2035, ma la fermata dei treni sarà terminata nel giro di un paio d’anni. Per la rete ciclabile proseguono gli investimenti, e fra dieci anni calcoliamo di avere una rete capillare per il territorio. Si progetta concretamente, però rimane l’incognita dei finanziamenti, europei e nazionali, per cui servono trattative politiche importanti. Per quanto riguarda il Metrobus si devono aspettare le opere su Bolzano: si parla di un’attesa di una decina di anni.

C’è anche il tema turismo…
Ridurre il traffico potrebbe essere anche un ottimo viatico per incentivare il turismo. A Laives da diversi anni il turista riceve la “Bolzano Card”, che permette di usufruire gratuitamente del trasporto pubblico; è molto apprezzata.

Autore: Daniele Bebber

Le curtes longobarde in Bassa Atesina

Uno dei periodi storici meno documentati e misteriosi della nostra regione è sicuramente quello longobardo. Sembra quasi che quell’esperienza pur così rilevante sia stata volutamente trascurata o cancellata dalla nostra memoria. Non fosse stato per lo storico Paolo Diacono, egli stesso di origine longobarda e vissuto nell’VIII secolo – giusto in tempo per assistere al crollo del regno longobardo nel 774 -, ben poco sarebbe rimasto di quel popolo che ha rappresentò una presenza fondamentale nella nostra terra.

I Longobardi entrarono in Italia nel 568 dall’attuale Ungheria ma erano chiaramente di origine scandinava. Si trattava di un popolo seminomade, costantemente alla ricerca di territori adatti alle loro esigenze. Perciò erano anche un popolo di guerrieri, spesso in conflitto con chi occupava i territorio più ambiti ossia quelli destinati all’attività agricolo-pastorale. Ovviamente erano entrati in contatto con il potente impero romano ma avevano vissuto quasi sempre ai suoi margini. Il loro regno terminò quando l’ultimo re longobardo fu sottomesso da Carlo Magno, potentissimo re dei Franchi.
Per quanto riguarda la Bassa Atesina, la loro capitale era Trento, sede di un potente ducato. Da questa città controllavano tutto il territorio trentino e la Bassa Atesina fino alle porte di Bolzano. Periodicamente occuparono anche il Burgraviato e altre zone come la Venosta. Non bisogna immaginare i Longobardi come un popolo incivile e privo di organizzazione sociale. Essi introdussero una sorta di ente locale circoscrizionale denominato curtis. Curtis era denominato anche il centro amministrativo stesso, composto da una torre o casa fortificata, abitazioni, magazzini per le derrate alimentari e alloggi per artigiani e guardie. Le curtes erano sottoposte alla sorveglianza del re e dei suoi gastaldi, che avevano il compito di amministrare il territorio e curare i rapporti con gli arimanni (uomini liberi in armi) e le guide militari. Successivamente queste curtes vennero arricchite anche dalle chiese che divennero di fatto le prime chiese parrocchiali dell’epoca successiva. A questo fatto, secondo lo storico Otto Stolz, dobbiamo la corrispondenza territoriale tra comuni e parrocchie, denominati rispettivamente “in plebis” e curtis. I territori amministrati dalle curtis erano molto vasti, anche se in epoche successive (per quanto ci riguarda di occupazione baiuvara) quasi ogni maso venne chiamato “Hof” o “corte”.
È noto che in quel primo periodo postromano la Bassa Atesina era di fatto una zona militarizzata e scarsamente abitata. È perciò assai probabile che le curtes della Bassa Atesina fossero molto estese. La corte di S. Pietro presso Ora comprendeva anche i comuni di Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno. Successivamente anche la parrocchia di S. Pietro occupò più o meno lo stesso territorio. Il centro amministrativo di questa estesa corte si trovava a Villa presso Egna. Un’ulteriore curtis si trovava tra Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna, corrispondente alla parrocchia di S. Floriano. Si presume che il centro di questa curtis fosse Salorno, citata proprio da Paolo Diacono come sede di una battaglia tra Longobardi e Franchi nel 577. Non è escluso che un ruolo importante in questo senso abbia svolto anche la località di Cortina all’Adige, il cui nome è di chiara derivazione longobarda. I comuni di Cortaccia e Termeno con tutte le frazioni formavano un’altra curtis con sede a Cortaccia. Anche Termeno in seguito sarebbe diventato un importante centro longobardo e gastaldi qui governarono il paese secondo leggi longobarde ancora per molti secoli. Per quanto riguarda Caldaro, che nei secoli successivi assunse un grande rilievo a livello comunale e soprattutto parrocchiale, inglobando anche buona parte del territorio della Bassa Atesina, in origine faceva parte dell’arimannia longobarda di Romeno in Val di Non. Importante anche l’arimannia di Appiano, che si estendeva fino in Val d’Ultimo. In quanto alle figure più significative dell’ordinamento giuridico-amministrativo longobardo, accanto al gastaldo, rappresentante del re, conosciamo altre figure quali il dux militare e il Schuldhaizo, una sorta di sindaco, mentre il successivo conte, che sostituì i dignitari longobardi, è una figura introdotta dai Franchi.

Autore: Reinhard Christanell

Foto principale: foto: David Kruk

“lasecondaluna”: uno sguardo sull’arte

Quella dell’associazione “lasecondaluna” di Laives è una storia giovane in ogni senso: nata nel 2019 dalle ceneri di un omonimo premio gestito dal Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”, l’obiettivo principale, di ieri e di oggi, è soprattutto quello di avvicinare la cittadinanza alle arti visive. Anche incitando e supportando i giovani artisti trentini ed altoatesini.

Fu Denis Isaia, attualmente curatore al Mart a fondare questo premio che raccoglieva tutte quelle personalità che non trovavano casa nelle tradizionali categorie artistiche. L’archivio di opere che si è venuto a creare ha portato il Comitato a trasformarsi in associazione, conservando il nome “lasecondaluna” come omaggio all’originalità, al pensiero alternativo e alla creatività. “Il nostro presidente Giorgio Cattelan ha accompagnato la creazione e la crescita dell’associazione”, spiega Amanda Filippi, direttrice generale del sodalizio.

Direttrice Filippi, quali sono le prime proposte messe in campo per “farsi conoscere”?

Le nostre attività si svolgono soprattutto in Bassa Atesina, in un’ottica di decentramento dell’offerta culturale rispetto alle maggiori città della regione, Bolzano e Trento. Per questo organizziamo ogni anno una stagione di mostre che si inserisce in una cornice più ampia, un tema biennale di cui ogni esposizione offre una diversa chiave interpretativa. Altra mission che ci siamo posti fin dall’inizio è valorizzare gli artisti residenti in Trentino e Alto Adige, con particolare attenzione alle nuove generazioni, cercando d’essere un valido supporto nello sviluppo del loro lavoro anche in ottica professionalizzante.

I tempi sono cambiati e, sbirciando nel sito, l’offerta sembra essersi fatta più ampia. 

Abbiamo avviato dei corsi d’arte a Laives e da poco è stato messo in atto il progetto “Arte & Benessere | Umanizzazione degli spazi: la sala d’aspetto del reparto psichiatrico di Bolzano”. In collaborazione con “Chiron”, abbiamo aperto una call per realizzare un’opera d’arte visiva nel corridoio del reparto di psichiatria dell’Ospedale di Bolzano. Un altro importante progetto che stiamo portando avanti con il Cedocs di Bolzano è “Quo vadis? Festival delle culture e delle lingue”, ogni anno dedicato a cultura, storia e arte di un diverso paese del mondo.

Quante persone fanno parte del sodalizio?

Attualmente 66 soci. Il direttivo è composto da sette persone. Ci sono poi molti collaboratori che, grazie alle loro competenze specifiche, lavorano insieme a noi sui vari progetti.

Quali sono le proposte e le mostre significative messe in campo quest’anno? 

La nostra stagione espositiva è iniziata a marzo nella Sala Espositiva di Laives, con “Otherwordly Women” dell’artista Daria Akimenko, a cura di Margherita Cestari. Ci siamo poi spostati a Vadena con la collettiva fotografica “Architecture of Fragments”. A giugno siamo tornati a Laives con “Corpo Sospeso / Suspended Body” di Valentina Cavion, a cura di Nicolò Faccenda. Il 6 ottobre abbiamo poi inaugurato una personale di Italo Bressan. Con l’autunno sono ripartiti i corsi d’arte con un workshop per bambini e uno di ricamo creativo.

L’aspettativa per il futuro? 

Sicuramente continueremo a ideare e realizzare progetti artistici e di sviluppo territoriale, proseguendo a stimolare il dialogo attorno alle arti visive. Nei prossimi anni ci concentreremo inoltre nel ricercare una collocazione definitiva che permetta di svilupparci ulteriormente e di incrementare il contatto con il pubblico attraverso nuovi servizi e uno spazio aperto e frequentabile. Un altro obiettivo è far rivivere il ricco archivio del Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”. Vorremmo recuperare tutto il materiale e renderlo fruibile: si tratta di un patrimonio davvero particolare, con testimonianze artistiche al di fuori delle categorie canoniche.

Autore: Daniele Bebber

Una festa dedicata all’amore per i nonni

Giochi e merende di una volta, la benedizione di don Walter, e soprattutto tanti nonni con i loro nipotini: è stata un successo la Festa dei Nonni dell’Oratorio Santiago, una giornata che è stata capace di portare gioia nei cuori di grandi e piccini.

I nonni come degli alberi: alberi che custodiscono storia e saggezza e seminano amore per i propri nipoti, che porteranno a loro volta avanti la storia. 

Questo il tema della Festa dei Nonni organizzata dall’Oratorio Santiago di San Giacomo in occasione appunto della Festa dei nonni, che in Italia si celebra il 2 ottobre. 

E proprio lunedì 2 ottobre scorso quindi, nonni in compagnia dei propri nipotini hanno potuto trascorrere un pomeriggio spensierato e, soprattutto, dedicato a loro. La giornata infatti è stata organizzata proprio in ricordo dei loro tempi, con una sana merenda “di una volta” a base di pane burro e zucchero, oppure pane e olio o, ancora con marmellata o conserva di pomodoro. 

All’insegna dei vecchi tempi anche le canzoni e i giochi, dove la tradizionale tombolata si è svolta rigorosamente coi fagioli!

Il momento più toccante è stato però quando i nipotini hanno consegnato ai nonni dei bigliettini decorati a mano, realizzati da loro nel corso del laboratorio creativo del venerdì precedente.  

Ogni bigliettino conteneva dei semi, che i nonni potranno quindi piantare nell’orto o in un vaso, simbolo della vita che continua e che loro trasmettono ai nipoti. L’atmosfera di tutta la giornata è stata all’insegna dell’allegria creata dai bambini, dei ricordi e dei racconti dei loro nonni, naturalmente commossi dalle attenzioni loro riservate.

La festa è stata preceduta dal saluto e dalla benedizione del decano di Laives e parroco della chiesa di San Giacomo, don Walter Visintainer.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Johannes Zwerger, il vescovo di Guggal

Uno dei personaggi più straordinari nati nel comune di Altrei / Anterivo (e precisamente nella sperduta frazione di Guggal) è indubbiamente Johannes Baptist Zwerger. Per inciso, il cognome Zwerger è uno dei più diffusi e antichi della piccola comunità ai confini della Val di Fiemme. Pare sia originario della Baviera, e precisamente della località di St. Margarethen am Walchensee, da dove i primi Zwerger sono partiti per diversi paesi europei.

In Alto Adige il cognome compare ufficialmente per la prima volta nel 1348, quando un tale “Zwaerger” acquista un cavallo dal signor Engelmar di Villandro. Nel 1611 un Martin Zwerger, bavarese, viene registrato come cittadino di Bolzano. Nei documenti in lingua latina, all’epoca assai comuni, il cognome veniva spesso trasformato in “parvus” (il piccolo, il nano – traduzione letterale di Zwerg), tanto che un Ancillus Parvus compare nel 1468 proprio tra i contadini di Anterivo. Ovviamente nel paese esiste un antichissimo Zwergerhof, maso Zwerger, che in origine portava il nome di Sligartshof. 

Nel 1949 ad Anterivo si trovavano ben 16 famiglie di cognome Zwerger. 

Ma torniamo al nostro Johannes B. Zwerger. Costui nacque proprio ad Anterivo il 23 giugno1824 da una famiglia di contadini. Da ragazzo, riconosciute le sue spiccate doti intellettuali, i genitori lo mandarono al ginnasio dei Padri Francescani di Bolzano. Dopo la maturità si trasferì prima ad Innsbruck per studiare filosofia, successivamente a Bressanone e Trento per studiare teologia. Il 14 dicembre 1851 fu ordinato sacerdote e inizialmente prestò servizio nella parrocchia di Caldaro. Dopo soli due anni, grazie alle sue notevoli qualità, fu ammesso all’istituto di Sant’Agostino di Vienna dove ottenne la laurea in teologia. Intraprese quindi la carriera di docente a Trento ma dopo un paio di anni fu richiamato a Vienna. Nel 1865 gli fu affidata la parte tedesca della diocesi di Trento, un compito prestigioso e delicato che svolse con grande devozione.  Inaspettatamente, nel 1867 l’arcivescovo di Salisburgo lo nominò arcivescovo di Seckau in Austria. Intraprese subito una strenua battaglia contro le leggi liberali e anticlericali di quegli anni. Al centro della sua attenzione si trovavano in particolar modo “il matrimonio cristiano” e la scuola cristiana, per lui due dogmi intoccabili. Per ben 27 volte intraprese pellegrinaggi a Roma in compagnia di altri fedeli della diocesi.

Zwerger morì a Graz il 14 agosto 1893. Nella sua lunga carriera arcivescovile pubblicò numerose lettere pastorali e molti altri scritti tradotti in varie lingue. Più volte si parlò anche di una sua beatificazione. Nel corso del suo mandato, pur essendo considerato un una persona inflessibile e poco disposta ai compromessi, visitò per ben tre volte ogni singolo paese della sua diocesi e fece costruire o rinnovare  numerose chiese. 

Dunque, l’umile e taciturno bambino, che già in tenera età aveva svolto scrupolosamente la sua attività di pastore di mucche sui pascoli di Anterivo, venne ben presto considerato il figlio più illustre della comunità di Anterivo. In occasione del centenario della sua morte, nel 1993, varie iniziative hanno ricordato la sua vita e la sua opera di arcivescovo di Seckau. 

Curiosamente, anche un altro Zwerger di Anterivo raggiunse una notevole fama.  Era un nipote dell’arcivescovo, il professor Alois Zwerger, noto scultore. Nacque nel 1872 in umili condizioni ma lo zio ne riconobbe presto il talento e lo mandò a perfezionare l’arte presso vari maestri del tempo, tra cui il noto Demetz di Ortisei. Successivamente divenne professore di scultura a Hallein.

Ad Anterivo al noto vescovo sono dedicate la scuola elementare e una piazza, al nipote la via “Prof. Alois Zwerger”. Nella città di Graz al vescovo di Anterivo è dedicata la piazza antistante la chiesa del Sacro Cuore di Gesù.

Autore: Reinhard Christanell

Un libro in aiuto dei familiari dei malati

Una professionista che si occupa di demenza da oltre 30 anni; un volumetto semplice, per imparare a convivere il più serenamente possibile con un familiare affetto da demenza senile e un folto pubblico, per la presentazione alla biblioteca Dante Alighieri di Ora.

Almeno una sessantina le persone che nel tardo pomeriggio di lunedì 2 ottobre scorso hanno affollato la sala della biblioteca Dante Alighieri di Ora. Numeri non facili da segnare per la presentazione di un libro, soprattutto nelle piccole biblioteche di provincia, ma il motivo era chiaro: a venir presentato è stato il libro: “Ma lei dove dorme? 24 ore accanto all’anziano affetto da demenza”. A redigere il libro, e a discuterne i contenuti, la dottotressa Cinzia Siviero, fisioterapista e operatrice di cura, che si occupa di demenza dal lontano 1990.

Dottoressa, da cosa è nata l’idea di questo libro? 

L’idea c’era già da tempo, ma l’occasione è venuta grazie a una notevole mole di materiale audio-video accumulato durante gli incontri in videoconferenza che ho tenuto durante il periodo del covid per l’Associazione milanese “Al Confine” , i cosiddetti Alzheimer cafè, che in quel periodo appunto, non potevano più essere tenuti in presenza. 

Quali sono i contenuti di questo piccolo libro? 

Ho cercato di divulgare e di rendere accessibile a tutti, anche attraverso un linguaggio semplice e diretto, il metodo Validation, di cui sono insegnante certificata dal 2005, per aiutare i familiari di persone affette da demenza a convinvere con la patologia il più serenamente possibile nell’arco delle 24 ore.

In cosa consiste questo metodo? 

Per spiegarlo con parole semplici, si tratta di un processo di comunicazione globale, quindi sia di tipo verbale che non verbale, per riuscire ad aprire un canale relazionale con la persona affetta da demenza. Perchè si parla sempre della solitudine dei familiari – che è senz’altro presente e importante – ma è la persona stessa affetta da demenza a essere sola, poichè, appunto, non è più in grado di comuncare con il mondo attorno a sè.

All’incontro erano presenti i volontari dell’Alzheimer Cafè di Laives, operatori di settore ma, come prevedibile, molti familiari. Dottoressa, qual è la difficoltà più grande di cui più spesso le chiedono conto? 

La stanchezza. Chi convive e assiste queste persone raggiunge livelli di stanchezza così elevati da non riuscire più ad avere la pazienza necessaria e questo li preoccupa, ovviamente. Perciò il mio consiglio è sempre quello di chiedere aiuto, per poter trovare tempo per se stessi e scaricare lo stress.

Nel libro si parla in particolare della gestione del rapporto col malato quando egli si trova ancora a casa. Ma cosa accade nel momento in cui ci si rende conto di doversi appoggiare a una struttura? 

Questo è un passaggio cruciale, dove il familiare si sente molto in colpa. Proprio per questo, l’ultima parte del libro, dedicata al passaggio in struttura, è stata redatta dalla dottoressa Rita d’Alfonso, un’esperta in questo campo.

Un contributo importante quindi, quello portato dalla dottoressa Siviero, non solo alle persone presenti nella serata del 2 ottobre, ma per tutti coloro che si trovano quotidianamente a combattere con una patologia in cui, per dirlo con le parole della dottoressa, a dominare sono appunto la stanchezza, la solitudine e il senso di impotenza. Preziosa in questo senso, la mano tesa in aiuto degli Alzheimer Caffè proposti regolarmente il giovedì mattina dal Centro Don Bosco di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Cambiare totalmente vita a 57 anni

Oggi vi raccontiamo la storia di Franco Barcatta. Fino ad un anno fa era ispettore dei Vigili di Bolzano, ma ha lasciato il posto sicuro per vivere il suo sogno come FrancoB Dj, divenendo ospite fisso di un locale/terrazza di lusso a Caorle.

“Si tratta di una passione riesplosa dopo tanti anni. Sin da piccolo volevo fare il DJ: a metà anni 80 a Radio Rosengarten ho cominciato ad esercitarmi al mixer con i primi vinili. E da lì la passione mi ha portato a diventare il DJ resident del Jumbo Discopub a Mazzon di Egna. La passione per il DJing è rimasta, ma ho dovuto giocoforza reprimerla in quanto con il passare del tempo non era più conciliabile con il tipo di lavoro che facevo. Fino a quando l’anno scorso mia moglie ha avuto l’intuizione di risvegliare questa mia passione: vedeva che la sera passavo molte ore al computer a documentarmi sulla musica, e quindi un giorno è andata a comprarmi una console per DJ. Quindi in un certo senso devo tanto a lei, che è stata brava a sostenermi e a creare le condizioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione. Ci ho messo pochissimo a ritrovare la tecnica, era come se non avessi mai smesso di mixare, e questa ritrovata passione mi ha portato a una svolta di vita. Dopo 23 anni di lavoro nella polizia municipale, dove ero arrivato anche al grado di luogotenente, il massimo grado dell’ispettore, ho deciso di rassegnare le dimissioni. C’è da dire che negli ultimi anni era cambiato molto il lavoro, oltre che la città stessa, tanto che ho cominciato a provare stanchezza. Sono sicuro che, anche senza questa mia ritrovata passione, qualcosa sarebbe cambiato in ogni caso a livello professionale.”

Quello che colpisce è la luce negli occhi di Franco quando parla del suo nuovo lavoro come FrancoB Dj. Proviamo a provocarlo: aveva 57 anni quando ha deciso di tornare a fare il DJ. Ma chi è che, oggigiorno, dà fiducia ad un 57enne?

E invece ho scoperto che dove vado a suonare, l’età non solo non conta, ma qualche capello grigio aiuta. Io stesso pensavo il contrario: ero rimasto a trent’anni fa quando quando il DJ era giovane e ho scoperto invece che qui in Trentino Alto Adige, ma soprattutto nel Veneto, dove io suono tantissimo, 50 anni è la media dei DJ che vengono chiamati per le serate. È stato questo un aspetto mi ha tranquillizzato molto, e anzi ha contribuito a darmi una ulteriore spinta.

Come è stato accolto dal pubblico?

Mi ha aiutato l’esperienza che ho accumulato negli anni facendo radio; quindi non solo nel mixare la musica, ma anche nel conoscere i brani, nell’aver interiorizzato quali fossero i riempipista, quali i successi nel corso degli anni, e poi negli anni a venire ho sempre cercato di rimanere aggiornato, nonostante il poco tempo a mia disposizione. Ho seguito l’evoluzione musicale dagli anni  ‘70 in poi, e questa esperienza mi permette anche di saper poi modulare la musica a seconda delle circostanze.

Come si sente a fare il DJ?

Io sono completamente rinato! Avevo bisogno di staccare completamente la spina e salvaguardare  la mia salute. E la musica mi ha salvato!

Autore: Till Antonio Mola

L’orto sociale è diventato realtà

Il sogno del Gruppo Natura, centro diurno per persone con disabilità medio – lieve del Comprensorio Oltradige Bassa Atesina, era di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto. Un sogno che si è realizzato, concretizzandosi grazie ad una collaborazione con Casa Emmaus: per tutta l’estate gli ospiti delle due strutture hanno collaborato per coltivare la terra e raccogliere i frutti.  

Era la metà dello scorso febbraio, quando nella redazione del “QuiBassaAtesina” era giunto un annuncio da parte di Filippo Manara,  educatore responsabile del Gruppo Natura: “Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”. La richiesta era stata pubblicizzata fra le colonne di questo giornale, e poco dopo è giunta la lieta notizia: il progetto è andato in porto.

Filippo Manara, come è andata questa prima stagione estiva del progetto?

È andata ben oltre le mie più rosee aspettative: abbiamo ottenuto un ottimo risultato, che ben ci fa sperare nel futuro. I nostri ospiti erano entusiasti sin dal primo giorno, e nel giro di pochissimo tempo sono diventati quasi totalmente autonomi. Negli ultimi tempi li accompagno fino all’orto e poi non devo fare più nulla: si attivano e lavorano da soli. 
Stanno imparando molto da questa esperienza e ne hanno tratto benefici; un nostro ospite, in particolare, viene dalla scuola agraria di Laimburg ed è un grande appassionato di fiori: abbiamo approfittato di questa sua passione per riservargli uno spazio per la sua coltivazione, che ha gestito in totale autonomia ed ha fatto sbocciare dei fiori bellissimi. L’interazione con casa Emmaus, poi, è un valore aggiunto, perché ci hanno aiutato, hanno interagito con i nostri ragazzi ed hanno potuto investire in maniera costruttiva il loro tempo. 

Come siete riusciti a creare questo progetto con Casa Emmaus?

Subito dopo aver lanciato il nostro appello su “QuiBassaAtesina” ci siamo incontarti, abbiamo iniziato a gettare le basi per una possibile iniziativa condivisa, ed abbiamo tutti compreso che si trattava di un’ottima idea. Di fronte al loro edificio c’è un grande giardino esterno, e qui un angolo lasciato a prato che si poteva adibire a orto. 
A maggio abbiamo iniziato a coltivarlo partendo da zero, tutti assieme, noi del Gruppo Natura e un gruppo di ospiti di Casa Emmaus. 

Maggio è un po’ tardi per iniziare a preparare un orto…

Già, infatti inizialmente abbiamo provato a seminare le piante, ma ci siamo accorti che non ne usciva nulla. Così siamo passati al trapianto, e i frutti del nostro lavoro si sono visti subito: abbiamo piantato lattuga, zucchine cetrioli, fagioli, fagiolini e diversi tipi di pomodori. È stato un esperimento, una prova per vedere come comportarci in futuro; è anche per questo che non abbiamo voluto utilizzare tutto il terreno che ci hanno messo a disposizione, siamo rimasti “in piccolo”, per ora, ma già il prossimo anno sarà diverso.

E ora che cosa ne fate degli ortaggi che state raccogliendo?

Vengono utilizzati in cucina da noi e dagli ospiti di Casa Emmaus. Una volta a settimana i nostri utenti cucinano autonomamente. Prima ci servivamo di un catering, ora abbiamo le nostre verdure: mettersi ai fornelli è un’attività autonomizzante, cucinare gli ortaggi prodotti da loro è una marcia in più, anche soltanto perché sono prodotti a chilometro zero, quindi sani.

E ora cosa fate?

Adesso stiamo portando avanti un altro esperimento: preparare l’orto per l’inverno. Abbiamo iniziato iniziato a piantare le verdure che maturano tardi, come porri, cappucci, sedano rapa, e aspettiamo di vedere se funziona. Questa prima stagione è stata di prova, abbiamo imparato moltissimo, ma – e soprattutto – abbiamo capito ci piace. Anche l’”orto invernale” sarà una bella sorpresa: sia che non ne esca niente sia che riusciremo ad avere un raccolto tardivo non importa, sarà comunque un successo.

Autore: Luca Masiello

Connettere Alto Adige e l’Europa: intervista a Giulia Chiarel

Oggi dialoghiamo con una bolzanina che da anni vive nel cuore dell’Europa. Il suo compito è proprio quello di connettere la provincia di Bolzano, con le sue diverse realtà, con le potenzialità rappresentate dai fondi europei. 

Quando qualcuno racconta di essersi trasferito in una città per il suo clima, è probabile che Bruxelles non sia la prima a venire in mente. “Invece è proprio così che Bruxelles mi ha fregata” racconta ridendo Giulia Chiarel. “Ho studiato Giurisprudenza a Trento e cercavo un impiego che mi permettesse di andare all’estero, perciò ho partecipato a una Summer school organizzata da quello che, anche se ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio posto di lavoro: l’Ufficio di Bruxelles della Provincia di Bolzano, all’interno della Rappresentanza comune della Regione europea Tirolo-Alto Adige-Trentino. Come dicevo, Bruxelles mi ha fregata perché a luglio è bellissima: è piena di vita, ci sono moltissime attività e luce fino a tardi, e ho subito pensato di volermi trasferire lì. Poi ha nevicato da novembre fino a marzo”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di fondi europei diretti: in altre parole, cerco di mappare le possibilità che ci sono per le realtà dell’Alto Adige in diversi campi, dalla ricerca all’agricoltura, dalla cultura alla salute. Ci occupiamo di tanti progetti diversi, il più famoso è senza dubbio il progetto Erasmus. Quello che facciamo, comunque, è monitorare i fondi, mettere in connessione le realtà altoatesine e quelle europee e affiancarle durante il percorso, collaborando anche con gli uffici di Trento e Innsbruck. Oltre a questo, svolgiamo altre mansioni. Io, per esempio, mi occupo di co-coordinare, a nome dell’Ufficio, un gruppo di lavoro su design e creatività all’interno della rete ERRIN (European Regions Research and Innovation Network), del quale l’Alto Adige è co-leader. Lo stesso vale per il gruppo di lavoro sul New European Bauhaus.

Cosa ami del tuo lavoro?

Che non ho una giornata tipo: dover seguire progetti diversi ti dà l’opportunità di incontrare e conoscere tante persone. Avere a che fare con università, centri di ricerca, realtà territoriali ed esponenti delle istituzioni come il Parlamento europeo è molto stimolante. Non ci si annoia mai.

Come racconteresti Bruxelles a chi non la conosce?

La cosa più importante è che, benché sia una grande città, Bruxelles mantiene una dimensione umana: offre tantissimo, anche in termini di attività culturali, e puoi raggiungere ogni posto con facilità. E poi è un luogo fortemente multiculturale: una delle città al mondo con la maggior presenza di cittadinanze diverse. Inoltre, i belgi hanno la tendenza a supportare l’associazionismo, le organizzazioni dal basso, e questo è fondamentale per costruire una comunità. Un’altra cosa di cui non si può non parlare quando si parla del Belgio sono le lingue. Quelle ufficiali sono il francese, il fiammingo e il tedesco, ma la cosa bizzarra è che a scuola si impara una lingua sola. Mia figlia fa la scuola francese e non studia il tedesco – a noi altoatesini, all’inizio, fa uno strano effetto. Cosa non mi piace? Beh, anche se all’inizio è quello che mi aveva convinta, il clima. Ma in quanto italiana è quasi una risposta da statuto, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour