Festa dell’uva, l’evento rusticano che fu nobilitato dall’idea di Karl Wolf

La Festa dell’uva a Merano nacque come festa contadina per onorare la fine della vendemmia, che aveva tenuto occupati i contadini nei vigneti per lunghi mesi. A partire dal 1886 questo evento rusticano assunse una nuova valenza sotto la spinta di due importanti personaggi che a Merano si interessavano al turismo e al loro intrattenimento. Parliamo di Karl Wolf e Josef Friedrich Lentner. Karl Wolf (Merano 1848 – Merano 1912) scrittore, drammaturgo, dirigente teatrale, albergatore; e Joseph Friedrich Lentner (Monaco di Baviera 1814 – Merano 1852) scrittore bavarese, pittore, illustratore e etnografo.

Nel 1874 Karl Wolf era rientrato a Merano a causa della malattia della madre, dopo anni trascorsi in viaggio tra Asia, Europa e Nord Africa, vissuti come accompagnatore di viaggiatori, ma anche come artista circense e operaio edile, come commerciante ambulante e come contrabbandiere.

Rientro e attività meranesi.

Dapprima assunse la direzione del teatro dell’associazione degli artigiani di Merano, dove attuò numerose riforme e innovazioni, come ad esempio l’ammissione delle donne nella compagnia teatrale, una migliore formazione e programmi più vari. In seguito gli fu anche affidato il compito di realizzare “quadri viventi” presso il Kurhaus. Successivamente assunse l’incarico di organizzatore di eventi ricreativi per l’amministrazione termale e iniziò a organizzare sfilate, gite turistiche, feste sulla passeggiata e serate danzanti. Tra le altre cose, ribattezzò e riorganizzò il “Ball auf der Alm” trasformandolo in un ballo tirolese. Nel 1884 fu nominato alla Cancelleria termale. Tra il 1884 e il 1886 acquistò Villa Adelheid, che ribattezzò “Pension Wolf”. Gli fu infine affidata gran parte della promozione turistica della città. Nel 1886, in occasione del 50° anniversario di Merano come città termale, in ottobre organizzò, tra le altre cose, una grandiosa sfilata di carri allegorici e bande musicali.

Quella che fu la prima

Festa dell’uva di Merano.

La folla fu gigantesca e giunta in città da ogni dove. Era in sostanza così iniziata una tradizione, appunto quella della Festa dell’uva, che dura da quel lontano 1886 e quest’anno si svolgerà dunque la sua 140esima edizione.

Si tratta di un evento che è conosciuto in particolare per un evento che ne rappresenta per tutti il simbolo principale, ma che non ne è l’unico: il corteo della domenica è infatti sicuramente il momento clou della Festa dell’uva. Insieme alle bande musicali, ai gruppi di danza popolare e agli Schützen, sfilano per le strade della città di cura anche i carri allegorici decorati.

I carri come celebrità.

Alcuni di essi sono ormai celebri: non mancano il carro “Corona di mele”, che partecipò alla sfilata per la prima volta nel 1949 e trasporta una gigantesca corona di mele dell’Alto Adige. Ecco poi il carro del “Grappolo d’uva” di 300 chili d’uva, quello della “Gioventù contadina di Lagundo” e il carro con lo stemma della città di Merano.

Partendo da Porta Venosta, il corteo attraversa via delle Corse per raggiungere corso Libertà, piazza della Rena, la Passeggiata Lungo Passirio, il Teatro Puccini e infine piazza Terme. È uno spettacolo ammirare i costumi tradizionali dell’Alto Adige ricamati a mano, i biondi cavalli avelignesi e i volti orgogliosi dei partecipanti.

Sulla terrazza del Kurhaus, in piazza Terme, al parcheggio Kallmünz e in via Cassa di Risparmio si esibiscono le bande musicali giovanili dell’Alto Adige. Presso le bancarelle del MM, il Mercato Meranese, in due giorni si vendono prodotti naturali altoatesini. Grazie alla Giardineria comunale di Merano, splendide figure vegetali e aiuole fiorite, preparate per l’occasione, ornano i vari luoghi della città.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Amalia Fleischer, il percorso di una avvocatessa a Merano

Amalia Fleischer fu la prima avvocatessa ad esercitare la professione in Alto Adige. Nata a vienna il 7 agosto 1885, proveniva da una famiglia ebrea borghese. Suo padre Berthold era avvocato e lavorava nel settore bancario; sua madre Anna Michelup era originaria di Fiume.

Quando Amalia era ancora una bambina, a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, per motivi professionali suo padre si trasferì con la famiglia a Merano, entrando a far parte della comunità ebraica cittadina. Amalia mosse quindi nella nostra città i primi passi di quella che sarebbe diventata una solida istruzione universitaria. Nel 1917, come spesso accadeva in quegli anni e nonostante le emancipazioni che gli ebrei avevano ottenuto nell’impero asburgico nel 1871, equiparandoli ad ogni altro cittadino, Amalia si convertì al cattolicesimo.

Gli studi universitari.

Si iscrisse a Filosofia all’Università di Innsbruck, ma la sua vera passione era lo studio del diritto, dal quale però le donne erano escluse fino al 1919. Nel 1921 sempre ad Innsbruck, Amalia si iscrisse dunque alla Facoltà tanto sognata, quella di Giurisprudenza. Qualche tempo dopo però decise di trasferirsi  all’Università “La Sapienza” di Roma, dove nel 1923 conseguì la laurea discutendo una tesi di diritto canonico. Durante il suo soggiorno a Roma lavorò all’Archivio segreto Vaticano come archivista e acquisì la cittadinanza italiana.

L’iscrizione all’Ordine.

Nel 1925 presentò all’Ordine degli Avvocati di Bolzano una domanda di ammissione come tirocinante legale presso uno studio legale del capoluogo altoatesino. Solo dopo che l’Ordine nazionale di Roma ebbe comunicato a Bolzano che, già nel 1919, era stata ammessa a Roma la prima avvocatessa, Teresa Labiola, e che dunque anche le leggi non prevedevano restrizioni nei confronti delle candidate donne, la domanda fu accolta.

Dopo aver iniziato il tirocinio, nell’agosto del 1925 si trasferì inizialmente in uno studio legale a Merano, la città in cui vivevano ancora i suoi genitori, per poi lavorare nel 1926 in uno studio legale a Roma, prima di tornare a Merano all’inizio del 1927.

La prima procuratrice.

Nel 1928 fu la prima donna in Alto Adige a ottenere l’abilitazione alla professione di procuratrice. Nel febbraio dell’anno successivo, poi, aderì all’Ordine professionale fascista dei procuratori e degli avvocati.

Dopo aver lavorato per sei anni in studi legali a Merano e Bolzano, nel 1935 ottenne l’iscrizione all’Albo degli avvocati di Bolzano. Nel frattempo era entrata a far parte anche del Partito Nazionale Fascista. Passando per Littoria e Gaeta, nel Lazio, nel 1938 giunse in Emilia-Romagna, a Faenza. Dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali italiane nell’autunno del 1938, si registrò regolarmente come cittadina ebrea residente a Faenza. Allo stesso modo, nel 1939 presentò domanda di cancellazione dalla lista dell’Ordine degli Avvocati.

Le lezioni nel convento.

Nella sua città d’adozione, Faenza, grazie a un’amica trovò lavoro nella scuola del convento di Santa Chiara. Lì, grazie alla sua conoscenza del tedesco, del francese e dell’inglese, impartiva segretamente lezioni private e veniva protetta dalla sua amica, che era la preside della scuola del convento, nonostante le nuove disposizioni ne vietassero l’insegnamento da parte di docenti di origine ebraica.

Arresto e deportazione.

Dopo l’8 settembre 1943, dopo la deportazione degli ebrei meranesi avvenuta il 16 settembre 1943, Amalia fu arrestata il 4 dicembre e trasferita dapprima nel carcere di Ravenna e successivamente a San Vittore, a Milano. Il 30 gennaio 1944 fu deportata dal binario 21 della stazione Centrale di Milano insieme ad altri 704 ebrei e condotta ad Auschwitz-Birkenau, dove giunse sette giorni dopo, il 6 febbraio 1944. Da quel momento in poi si perdono le tracce della cinquantottenne Amalia Fleischer. È noto che dei 704 deportati da Milano, durante la selezione ad Auschwitz-Birkenau, 447 furono mandati direttamente nelle camere a gas.

Il Museo delle Donne di Merano ha dedicato ad Amalia Fleischer (per le ricerche sulla quale, ringrazio Alessandra Spada) una vetrina che resterà visibile fino alla fine di ottobre.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Tre vite, tre artiste, in viaggio fra la realtà locale e il mondo

Spesso la vita delle artiste riflette i tempi in cui vissero e come, in ogni epoca, le donne viaggiarono e intrapresero spostamenti e traslochi riuscendo a ricominciare le proprie vite in altri luoghi, in altri contesti, anche lontani fra loro non solo geograficamente ma linguisticamente e culturalmente. Ne sono esempio May Hofer, Tullia Socin e Hilde Goldschmidt.

La vita dell’artista May Hofer è un viaggio attraverso la storia dell’Europa, poiché trascorse i suoi anni giovanili in Galizia, che faceva parte della monarchia austro-ungarica. Vienna fu la città in cui diede vita alla propria formazione artistica frequentando la scuola di arti applicate. Qui incontrò anche suo marito, l’artista Anton Hofer. Qui assorbì gli stimoli artistici delle Wiener Werkstätten. Queste erano famose in tutta Europa per i loro abiti artistici. Nel 1920 la coppia si trasferì a Bolzano. La vasta produzione di May Hofer comprendeva lavori in smalto, arazzi, disegni e progetti di moda. I disegni e gli acquerelli per costumi e abiti appartengono al suo primo periodo creativo. Qui si fondono le sue origini slave con le influenze dello stile Art Déco.  I suoi modelli d’abito erano quindi fantasiosi, eccentrici e all’avanguardia: danzatrici con pantaloni orientaleggianti dai colori vivaci, e il sapore d’oriente si completa con un ventaglio in mano. 

Tullia Socin era nata a Bolzano nel 1907 dove morì nel 1995. Proveniva da una famiglia borghese di Bolzano e dal 1928 al 1932 frequentò l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel 1932 si trasferì a Parigi, dove realizzò anche il suo quadro della donna che legge, opera che fu premiata alla VI Biennale d’Arte di Bolzano e alla III Mostra Sindacale d’Arte Triveneta a Padova. L’opera appartiene al primo periodo creativo dell’artista, in cui paesaggi e persone erano il fulcro della sua attenzione e quindi della sua iconografia. Completamente immersa in sé stessa, con la fronte appoggiata alla mano, la donna ci appare concentrata ma capace anche di infondere al fruitore serenità e pace. Tullia Socin era sposata con l’artista Enrico Carmassi, ha vissuto per un periodo a Torino e dal 1975 è tornata a Bolzano. Le sue opere tardive in stile cubista hanno tratti informali.

Hilde Goldschmidt fu artista cosmopolita. Nata a Lipsia in una famiglia ebrea della classe media ma dai legami artistici e letterari molto forti, che annoverava tra gli amici Rainer Maria Rilke e Thomas Mann, oltre alla pittrice Marianne von Werefkin e al suo compagno Alexei Jawlensky. Tra il 1914 e il 1917, la giovane studiò design di libri all’Accademia di Lipsia e realizzò xilografie e litografie in stile espressionista. Nel 1918, quando l’Accademia di Belle Arti di Dresda iniziò ad ammettere per la prima volta anche le studentesse, lei vi si iscrisse subito studiando pittura. Fra i suoi maestri ebbe Oskar Kokoschka. Conseguito il diploma la sua vita fu ricca di spostamenti suggestivi come Parigi e il sud della Francia e New York La sua prima mostra personale si tenne alla Galleria Caspari di Monaco di Baviera nel 1932. Di fronte però alle crescenti discriminazioni e persecuzioni razziali l’artista si trasferì in Tirolo con la madre. Ma anche da qui, nel 1938, furono costrette alla fuga e si trasferirono a Londra. I ritratti che Hilde Goldschmidt realizzò di sé stessa dopo l’ascesa al potere del nazionalsocialismo sono molto diversi da quelli precedenti. Il suo «Autoritratto in dirndl» non manca di ironia e sottintesi. Arrivata a Londra, Goldschmidt e sua madre avviarono una piccola attività, il Golly Studio, dove producevano e vendevano guanti. Una breve vacanza nel Lake District le portò a trasferirsi a nord e stabilirsi nella tenuta di Langdale, vicino ad Ambleside. Lì si trovarono in una comunità artistica che includeva diversi altri rifugiati, in particolare l’artista Kurt Schwitters, che divenne un amico intimo e una ricca fonte di influenza per il suo lavoro. Nel 1949, Goldschmidt tenne una mostra personale a Manchester e più tardi quello stesso anno, dopo la morte della madre, tornò in Tirolo. Qui tentò di gestire una pensione per turisti ma alla fine, nel 1954, convinta dal suo antico insegnante Oskar Kokoschka decise di concentrarsi a tempo pieno sull’arte. I suoi dipinti divennero più audaci e strutturati. 

Infine, segnaliamo che alcune delle opere di queste tre artiste sono visibili a Merano a Palais Mamming, nella mostra “Luce di donna” attualmente in corso.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Heinz von Perckhammer, ovvero il fotografo della luce di donna

Heinz von Perckhammer è stato definito “il fotografo della luce di donna”. Nato a Merano nel 1895, era figlio di Hildebrand von Perckhammer, un fotografo professionista che fin dal 1878 aveva aperto il proprio studio fotografico a Merano. Dunque, è parte della storia locale.

Hildebrand fu il fotografo che ritrasse eleganti turiste giunte a Merano per la stagione delle cure,  ma fu anche il testimone del mutamento dei tempi, della moda. Il figlio Heinz proseguì e ampliò notevolmente le sperimentazioni del padre sia sul piano tecnico che su quello dell’osservazione, della testimonianza. Egli infatti visse la prima e la seconda guerra mondiale, la ricostruzione della Merano post-bellica, il turismo degli anni Cinquanta. Hildebrand von Perkhammer morì prematuramente nel 1911 e la moglie Johanna Fiala chiuse lo studio fotografico.

Il figlio Heinz stava imparando il mestiere del fotografo, ma ambiva a frequentare l’Accademia d’Arte di Monaco di Baviera. La carenza di mezzi però lo indusse ad arruolarsi nel 1913 come marinario nella imperial-regia marina austroungarica. Assegnato al piccolo incrociatore SMS Kaiserin Elisabeth, fu inviato in Estremo Oriente, arrivando in Cina proprio nell’escalation delle tensioni. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 lo spinse al combattimento. L’incrociatore prese parte all’assedio di Tsingtao, iniziato il 25 agosto 1914 ad opera di un forte contingente giapponese. Esaurite le munizioni, la nave fu autoaffondata in rada il 2 novembre, mentre i membri dell’equipaggio furono detenuti in Giappone come prigionieri di guerra fino al rimpatrio nel 1920. Heinz, riuscì a sfuggire alla prigionia giapponese, rimase a Tientsin (Tianjin) con i compagni, continuando il servizio con un distaccamento navale austriaco, da dove probabilmente poté riprendere le sue iniziali attività fotografiche. Fu catturato e internato in Cina dall’agosto 1917 fino a tutto il 1919.

Queste esperienze hanno profondamente plasmato la visione del mondo e la sua fascinazione per l’Asia, contribuendo a esercitare il suo occhio documentaristico orientato all’esotismo e al realismo, influenzando il suo successivo focus sull’immaginario etnografico e artistico. 

Una volta liberato, Heinz von Perkhammer rimase in Cina ancora per diversi anni. Qui scattò un gran numero di fotografie: molte ritraevano la quotidianità nelle strade di Pechino, i rituali culturali e l’inizio della modernizzazione nella Cina, altre ritraevano le donne cinesi dando vita a una serie di nudi artistici. Scattò circa 1.500 fotografie, di queste ne selezionò 200 per il libro intitolato “Peking”, poi pubblicò “The Culture of the Nude in China”, nel 1928. Le sue fotografie d’archivio sono state esposte in mostre sia in Europa che in Cina, recente quella del 2024–2025 al Museo e Galleria d’Arte dell’Università di Hong Kong, che ha enfatizzato la sua documentazione su Pechino come vera e propria risorsa storica.

Dopo la Cina, si dedicò al fotogiornalismo a Berlino, collaborando al settimanale illustrato “Die Woche”. Il suo lavoro includeva foto di moda e nudi artistici. Importanti furono le fotografie di attrici come Etta Klingenberg. Nel 1942 il suo studio di Berlino fu bombardato e distrutto. Così nel 1944 tornò a Merano dove aprì il suo studio fotografico qui iniziò a creare cartoline illustrate di Merano contribuendo non poco alla promozione turistica. Morì un mese prima di suo settantesimo compleanno il 3 febbraio 1965. Le sue fotografie sono in mostra a Palais Mamming in “Luce di donna 1900 -2026”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le armi africane di Rudolf Carl, barone von Slatin, donate alla città

Fra i numerosi oggetti di grande interesse per la storia di Merano, il Palais Mamming ospita una saletta tutta dedicata alle armi africane, lance, spade e una sella, appartenute a Rudolf Carl barone von Slatin e da lui donate alla città. Ma chi era questo personaggio? E quando giunse a Merano? Rudolf Carl Freiherr von Slatin, noto come Slatin Pascha, (Ober St. Veit presso Vienna 1857 – Vienna 1932), era un ufficiale austriaco ed egiziano, maggiore generale britannico, esploratore, governatore egiziano della grande provincia del Darfur nel Sudan turco-egiziano e ispettore generale nel Sudan anglo-egiziano.

Rudolf Carl Freiherr von Slatin come nacque come quarto figlio del commerciante Michael Slatin, che dall’ebraismo si era convertito al cattolicesimo, e della sua seconda moglie Maria Anna Feuerstein.  Alla morte del padre, nel 1873, Rudolf stava frequentando l’Accademia di Commercio di Vienna. Venuto a sapere che in quel periodo un libraio tedesco residente al Cairo cercava un assistente, il giovane decise repentinamente di interrompere gli studi e partire per l’Egitto. Con il suo principale ebbe modo di viaggiare e con il console tedesco Friedrich Rosset a Khartoum. Tra il 1874 il 1876 viaggiò attraverso il Sudan, dove conobbe Eduard Schnitzer, il futuro Emin Pascià.

Nel 1877 ricevette la chiamata alle armi dell’esercito imperiale austro-ungarico, dove prestò servizio come tenente nel reggimento di fanteria 19 intitolato al Principe ereditario Rodolfo. Su raccomandazione di Schnitzer, nel 1879 Slatin fu chiamato in Sudan da Gordon Pascià come ufficiale egiziano. Il Sudan era stato conquistato nel 1821 dai viceré ottomani d’Egitto. Slatin divenne ispettore finanziario e nel 1879 fu promosso governatore (mudir) della provincia di Dara nel Darfur. Nell’aprile 1881 Slatin fu nominato governatore (mudir umum) dell’intera grande provincia del Darfur dal Khedive Tawfiq e ricevette il titolo di Bey. Il fatto che Slatin, un “infedele”, governasse la popolazione musulmana suscitò indignazione e guerriglia. Il 23 dicembre 1883 anche Slatin cadde prigioniero del Mahdi Muhammad. Dopo undici anni di prigionia, riuscì a fuggire a fuggire con l’aiuto dell’Intelligence inglese. Il viaggio di 1000 chilometri attraverso il deserto durò tre settimane raggiungendo nel marzo del 1895 Assuan. Rientrato in Europa, scrisse una autobiografia della sua vita avventurosa in inglese e in tedesco che fu pubblicata nel 1896.  Nel 1899 Slatin fu elevato al titolo di cavaliere austriaco dall’imperatore Francesco Giuseppe I e nel 1906 allo status di baronale austriaco. 

Nel luglio 1914 incontrò a Vienna Alice, baronessa von Ramberg, di sedici anni più giovane di lui e la sposò. Due anni dopo nacque la loro figlioletta Anne. Purtroppo però, nel giugno 1921, Alice morì lasciandolo solo con la bambina.  Due anni dopo la morte della moglie, padre e figlia si trasferirono a Merano, a Villa Mathilde a Maia Alta. Qui vissero anni sereni ma un’operazione oncologica si concluse con la morte di Slatin. Slatin fu sepolto il 6 ottobre 1932 nel cimitero di Ober Sangt Veit con un funerale di stato.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un artista meranese in Sudamerica: Leo Putz

Fra i numerosi meranesi che meritano di essere ricordati c’è sicuramente il grande artista Leo Putz. Nato a Merano nel 1869, Leo Putz si trasferì a Monaco di Baviera all’età di 16 anni contro la volontà del padre per seguire le sue prime lezioni di disegno sotto la guida del fratellastro, il Professor Robert Poetzelberger. Frequentò l’Accademia di Monaco per poi trasferirsi all’Académie Julian di Parigi.

La Secessione di Monaco, fondata nel 1892, influenzò notevolmente Leo Putz, che ogni anno partecipava alle loro mostre. Nel 1899 entrò a far parte del gruppo di artisti chiamati “Scholle”. Essi cercavano un nuovo metodo pittorico che si opponeva allo stile accademico predominante ed allo storicismo dell’epoca. 

Il tema principale delle opere artistiche era l’essere umano, soprattutto la figura femminile. Un esempio significativo al riguardo è dato dai cosiddetti “dipinti di Hartmannsberg”, che negli studi di nudo di ragazze al bagno catturano la magia e la luce della pittura en plein-air. 

Fra le opere godibili in città ricordiamo il grande dipinto inserito nel circuito permanente a Palais Mamming intitolato Puppen, sono in possesso di Palais Mamming anche Ritratto di signora, e Ritratto di Frieda Putz. Nel Ritratto di signora la protagonista è comodamente seduta in poltrona ma l’ambiente è appena accennato ma il volto e le mani catturano la nostra attenzione. Il Ritratto di Frieda racconta invece una storia d’amicizia e di amore.  Nel 1901, ad un ballo in maschera, Putz conobbe Frieda Blell, una giovane artista delle arti applicate. La branca dell’arte consentita alle donne che desideravano affacciarsi all’arte. Ne nacque una amicizia sincera, cameratesca e una fruttuosa collaborazione artistica. Dodici anni dopo, nel 1913 si sposarono a da questa unione nacque il figlio Helmut. Nel ritratto del 1923, Frieda indossa un abitino corto e leggero con un cappello a grande tesa. Completamente immersa in una natura lussureggiante.   

Nel 1923 Putz si trasferì con la famiglia a Gauting in Baviera e due anni dopo diventò membro onorario dell’Accademia bavarese di Belle Arti. Alla ricerca di nuova ispirazione, nel 1929 Putz abbandonò la Baviera per un lungo periodo da trascorrere in Sudamerica.  Fu a San Paolo del Brasile a Buenos Aires ed a Bahia nella foresta vergine. Fu quindi nominato Professore all’Escola Nacionala de Bellas Artes di Rio. 

Gli anni trascorsi in Sudamerica gli diedero i nuovi impulsi sperati e la sua pittura si trasformò nei temi e nella forma espressiva.  La sua gamma di colori si arricchì di tonalità forti e di colori vivaci. Il pittore ritornò a Gauting con la sua famiglia nel 1933.

Le sue opere furono esposte in una grande mostra organizzata dall’Associazione degli artisti di Monaco. Tuttavia, nel 1937 gli fu proibito di lavorare e nel 1938 il Partito Nazionalsocialista Tedesco (NSDAP) sciolse la “Secessione” e tutti i gruppi di artisti di Monaco. Così per sfuggire ai nazisti, nel 1936 Leo Putz si vide costretto a rientrare a Merano, la sua città natale. Morì il 21 luglio 1940 a Merano ma venne sepolto nel cimitero di Gauting. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un treno diretto da Merano a San Pietroburgo

Il trend positivo dell’afflusso turistico nelle zone di cura e villeggiatura dell’Antico Tirolo come Gries, Arco, Levico, subì una notevole accelerazione quando, nel 1867, fu inaugurata la ferrovia del Brennero.

L’inaugurazione, il 24 agosto1867, della ferrovia del Brennero fu il felice esito di annose trattative per convincere il governo viennese dell’importanza di estendere anche al Tirolo la linea ferroviaria. Nell’ottica di Vienna, infatti, non era prioritario servire con la ferrovia questa regione fra le montagne, all’estremità occidentale dell’Impero. Fu grazie all’intervento del feldmaresciallo conte Radetzky e al soccorso di capitale privato che si giunse alla realizzazione di questa tratta ferroviaria che presentava indubbie difficoltà tecniche. 

Per Merano fu invece determinante l’apertura, nel 1881, della tratta Bolzano-Merano: essa non solo accorciava vistosamente i tempi ma soprattutto poneva la città in comunicazione diretta con le più importanti capitali europee e con il vasto impero russo. In riva al Passirio presero così ad aumentare ulteriormente le presenze dei turisti di cura e, fin dalla stagione 1884/85, i clienti russi guadagnarono il terzo posto per numero di presenze con 1023 ospiti rispetto ai 2600 austriaci e 3413 tedeschi. Solamente cinquantaquattro ore di treno, elegante e confortevole ma soprattutto diretto, dividevano San Pietroburgo da Merano. Un’invitante opportunità per la nobiltà zarista che amava trascorrere i miti inverni meranesi. 

Il treno partiva dalla stazione Varšavskij di San Pietroburgo tre volte la settimana alle 6,45 del mattino e, passando da Varsavia, Vienna, Innsbruck e Bolzano raggiungeva Merano alle 22.45 del giorno dopo. I viaggiatori russi, salendo sul treno, trovavano ad aspettarli una copia gratuita del Meraner Zeitung ed una guida di Merano con informazioni dettagliate sugli alberghi dove poter alloggiare e sulla vita culturale della città.

La prima stazione di Merano fu attivata nel  1881 come capolinea della tratta proveniente da Bolzano. 

Essa era ubicata nell’attuale piazza Mazzini all’incrocio con l’attuale via degli Alpini. Comprendeva tre binari per il servizio viaggiatori e un’area di più cinquecento metri di lunghezza, posta oltre il fabbricato, adibita a scalo merci e deposito locomotive.  L’approvazione alla costruzione della Merano-Malles fu concessa il 7 luglio 1903 alla società Vinschgaubahn, costituita dai comuni interessati e dalla Imperial-Regia società per la Ferrovia Bolzano-Merano, come ferrovia a carattere locale che ricalcava parzialmente un progetto di più ampio respiro del 1891 che aveva l’intento di allacciare le ferrovie dell’Arlberg e del Brennero con una linea attraverso il Passo di Resia e Landeck.  

I lavori iniziarono all’inizio del 1904 sotto la direzione dell’ingegner Constantin Ritter von Chabert, fu completata in poco più di due anni e la linea venne inaugurata il 1º luglio 1906 alla presenza delle autorità tirolesi e dell’Arciduca Eugenio. Nel 1906, con l’apertura della linea Merano – Malles, si rese necessario lo spostamento della stazione nell’attuale sito. Il suo spostamento e la nuova posizione furono scelti anche per agevolare l’espansione della città e la costruzione di hotel di lusso. La stazione fu eretta in stile Jugendstil viennese su modello dell’architetto von Chabert. La piazza antistante venne disegnata dall’urbanista germanico Theodor Fischer. 

Dalla stessa data l’esercizio dell’intera linea da Bolzano a Malles fu affidato dalle società concessionarie alle Imperial-Regie Ferrovie Statali austriache. Il capolinea di Malles fu realizzato in modalità provvisoria, in attesa del previsto prolungamento verso Landeck, con un fabbricato viaggiatori di dimensioni contenute costruito con mattoni più leggeri che ne rendevano disagevole l’abitazione nei mesi invernali. Il prolungamento verso Landeck attraverso il Passo di Resia fu ripreso in considerazione con un nuovo progetto nel 1907, rivisitato e ulteriormente dettagliato nel 1909, ma l’attivazione nel 1912 della ferrovia Garmisch-Innsbruck ne fece nuovamente rimandare la realizzazione. La costruzione della linea Landeck-Malles fu poi autorizzata nel 1918 per ragioni militari, ma i lavori avviati il 1º aprile da Landeck procedettero celermente per alcuni chilometri e vennero sospesi il 31 ottobre 1918 per la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’agricoltura biologica ante litteram 

Il Novecento può considerarsi il secolo della ricerca e della sperimentazione agricola. Donne come Lady Eve Balfour o Olivia Rossetti Agresti avevano cambiato il concetto stesso di agricoltura e di prodotto della terra, con azioni pionieristiche di grande importanza che restarono nella storia.

“Un suolo sano è il fondamento di tutta l’agricoltura”. Concentrandosi sulla vita del suolo, le pratiche biologiche creano agroecosistemi equilibrati a beneficio sia degli agricoltori che dell’ambiente, così la pensava Lady Eve Balfour, un’agricoltrice visionaria, educatrice e sostenitrice dell’agricoltura biologica che ha trasformato gli atteggiamenti nei confronti dell’agricoltura sostenibile. Acquistato Haughley Green Farm, una fattoria abbandonata di 93 acri nel Suffolk, in Inghilterra, nel 1939, e vi condusse i primi confronti scientifici a lungo termine tra agricoltura biologica e chimica. La sua ricerca rivoluzionaria dimostrò che i metodi biologici possono eguagliare le rese convenzionali, migliorando al contempo la fertilità del suolo e il valore nutrizionale degli alimenti. Balfour documentò le sue scoperte nel suo influente libro “The Living Soil”, pubblicato nel 1943. La sua ricerca ha dimostrato i benefici ambientali ed economici delle pratiche biologiche ed è diventata una delle principali sostenitrici dell’agricoltura sostenibile. Il libro scatenò un vero e proprio movimento presentando l’agricoltura biologica non solo come una filosofia astratta, ma come un sistema agricolo praticabile e produttivo fondato sulla scienza. Fondò The Soil Association, con la quale guidò l’adozione delle pratiche biologiche. Grazie alla sua instancabile difesa, fu considerata la madre del movimento biologico. Mary de Rachewiltz fu fra gli iscritti alla British Soil Association e ne applicò a Brunnenburg i principi. Lady Balfour stessa visitò e soggiornò a Brunnenburg. 

Mary de Rachewiltz aveva infatti deciso – fin dalla metà degli anni Quaranta – che fra le mura di Brunnenburg avrebbe portato avanti le istanze apprese ai corsi sul metodo colturale di Giulio del Pelo Pardi presso la Federazione Nazionale dei dottori in scienze agrarie, l’agricoltura biologica di Lady Balfour, gli studi di Ronald Duncan e l’esperienza con gli aceri da zucchero fatta da Helen e Scott Nearing. Helen era cresciuta in una famiglia teosofista e fu vegetariana per tutta la vita.

Nel 1934, la coppia lasciò New York per Winhall, in Vermont, dove acquistarono un grande tratto di foresta per 2200 dollari e una fattoria di medie dimensioni per 2500 dollari. Desideravano vivere una vita più “significativa”, migliorare la loro salute e distanziarsi dalla società moderna.Nel loro podere condussero un’esistenza in gran parte ascetica e autosufficiente, coltivando gran parte del loro cibo e costruendo nove edifici in pietra in due decenni. Si guadagnavano da vivere producendo sciroppo e zucchero d’acero dagli alberi del loro terreno e attraverso occasionali conferenze a pagamento di Scott Nearing. 

Mary si interessò agli scritti di Olivia Rossetti Agresti, co-fondatrice della Fao, su come combattere la fame nel mondo aggiornandosi sulle sperimentazioni Fao ed entrò a far parte della Soil Association di Lady Eve Balfour,. Mary piantò a Brunnenburg aceri da zucchero e si adoperò affinché questi alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana, venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia. In un tempo in cui il mais dolce veniva utilizzato esclusivamente come mangime per gli animali, Mary portava in tavola le pannocchie utilizzandole come un cibo altamente nutriente e dal sapore delizioso.
La vita agricola Mary l’aveva vissuta fin da piccola a Gsis al maso Sama dove era cresciuta, nella sua adolescenza all’esperienza pusterese si era unita quella sul Mugello nella residenza estiva del collegio La Quite di Firenze che Mary frequentò. 
Furono i metodi improntati alla sostenibilità e all’autosufficienza, come l’allora nascente agricoltura biologica, organica e rigenerativa esposte nelle riviste inglesi come “The Farmer”, tedesche come “Organischer Landbau” e italiane come “L’Agricoltura” a colpire gli interessi di Mary informata anche sulle ricerche che in campo alimentare compiva la Fao. Gli aceri da zucchero ne furono un esempio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Franz Tappeiner, fra medicina e antropologia

Franz Tappeiner (Lasa, 7 gennaio 1816 – Merano, 20 agosto 1902) è un nome assai conosciuto a tutti i meranesi che ogni giorno godono il fascino della passeggiate che portano il suo nome, che furono un suo dono alla città, rendendola davvero unica. Ma forse solo pochi si sono soffermati a comprendere chi questo benefattore fosse, come visse, di cosa si interessò e per quali altri aspetti divenne famoso. 


Franz Tappeiner era infatti un medico, un botanico e un antropologo. Era nato a Lasa in una famiglia di contadini che gli permisero però di studiare. Egli scelse medicina e frequentò l’ateneo di Padova e poi quello di Vienna. Dopo gli studi si affrettò a rientrare in patria e nel 1843 inizio a esercitare la professione a Lasa. La sua bravura si riseppe presto in tutto il territorio e furono numerosi i pazienti che raggiunsero il paesino venostano per farsi visitare da lui. Così tre anni dopo aprì il suo studio medico anche a Merano. L’alto numero di pazienti affetti da tubercolosi lo indussero ad iniziare una serie di studi e sperimentazioni sulla tubercolosi, la malattia di cui soffrivano la maggior parte dei pazienti provenienti da altre zone d’Europa e che a partire dal 1836 avevano preso a frequentare la località di Merano che aveva appena intrapreso il suo cammino per diventare una città di cura a livello internazionale. Fin dal 1877 fu in grado di dimostrare che la malattia era contagiosa e che sarebbe stato necessario dividere le persone sane da quelle malate ed evitare il più possibile il propagarsi ulteriore della malattia. Merano stessa dovette iniziare a strutturarsi in questo senso dividendo gli hotel dai sanatori per tubercolotico, separando le zone per l’ascolto dei concerti, separando passeggiate, parchi e giardini. Sperimentò anche tutta una serie di cure che potessero lenire le sofferenze di questo tipo di pazienti. Ma il campo di interesse non si limitava alla medicina, o alla botanica per la quale egli riuscì a selezionare e classificare ben 6.000 piante, l’antropologia e l’etnografici lo aveva catturato. Era soprattutto la frenologia ad affascinarlo. La frenologia, ossia lo studio della mente era una tipica scienza ottocentesca oggi messa in discussione dalla comunità scientifica. Ideata e promossa dal medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828), si reputava che le  funzioni psichiche sarebbero dipese da alcune regioni del cervello, tanto che valutando le particolarità morfologiche del cranio di una persona, come linee, depressioni e bozze, si potesse giungere a determinare qualità o problematiche psichiche dell’individuo studiato. La frenologia conobbe un grosso sviluppo, tanto che nacquero varie società frenologiche sparse per l’Europa e negli Stati Uniti. In Italia il più noto fautore di questa teoria fu Luigi Ferrarese. Utilizzando la frenologia, cercò di dimostrare l’unità etnica del Tirolo al di là delle differenze linguistiche. A tal fine creò una raccolta di crani umani che oggi è conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna. Convinto sostenitore di Merano come città di cura, nel 1893 pagò di tasca propria la costruzione del primo tratto della passeggiata che in seguito avrebbe portato il suo nome: la passeggiata Tappeiner. Ai 22.000 fiorini donati allora alla città di Merano ne aggiunse tre anni dopo altri 5000, a condizione che venissero utilizzati per completare la passeggiata. Morì il 20 agosto 1902 nella sua residenza di castel Reichenbach a Maia Alta. Oltre alla passeggiata, a Merano sono stati intitolati a Tappeiner l’ospedale cittadino, un ponte pedonale sul torrente Passirio e una scuola elementare. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nel cimitero il monumento a Theodor Christomannos 

Theodor Christomannos è una di quelle figure che hanno caratterizzato la storia di Merano, dello sviluppo turistico in città e nel territorio. Un personaggio che va conosciuto e ricordato e non solo per ciò che di lui scrisse Arthur Schnitzer: “in ogni paese del Tirolo ha lasciato almeno un figlio”.


La vita di Christomannos e le avventure che di lui si narravano furono infatti rielaborate dallo scrittore viennese che ne trasse ispirazione per il personaggio del signor Aigner nella sua opera teatrale Terra Sconosciuta (Das weite Land). La fama di sciupafemmine se l’era guadagnata già a vent’anni quando ebbe un breve relazione con l’ereditiera Vincentia de Mérode, da cui ebbe anche una figlia, che diventerà la famosa ballerina Cleo de Merode. Quando poi, nel 1909 decise di sposarsi con la nobildonna Franziska Lutz, egli aveva già avuto già avuto cinque figli da cinque donne diverse. Greco di origine era nato a Vienna nel 1854 da una ricca famiglia greco-macedone di religione greco-ortodossa. A diciotto anni aveva accompagnato la madre alle cure a Gries ma decise di fermarsi a Bolzano e frequentare il ginnasio dei Francescani. Finiti gli studi iniziò la facoltà di Medicina ma ferito gravemente alla mano destra durante un duello, dovette cambiare il suo orientamento universitario ed iscriversi a giurisprudenza. Una volta laureato di trasferì a Merano e iniziò a lavorare come giudice e avvocato. Ereditato l’ingente patrimonio familiare Theodor decise di abbandonare l’avvocatura per dedicarsi completamente alla sua grande passione: sviluppare il turismo d’alta quota. Alpinista appassionato fu anche presidente dell’Alpenverein meranese e insieme all’architetto viennese Otto Schmid progettò il primo albergo di montagna a Solda che fu inaugurato nel 1893. I suoi progetti non sempre trovarono il favore dei cittadini anche a causa del suo credo religioso poiché di certo il suo impegno avrebbe fatto giungere in regione schiere di turisti assai ricchi e di altri usi e costumi. Nonostante le polemiche egli riuscì a fondare il “Verein für Alpenhotels in Tirol” l’Associazione per gli alberghi alpini nel Tirolo che si sarebbe occupata sia della costruzione che della manutenzione delle starde di montagne e della costruzione di alberghi in quota. Fu Christomannos a costruire l’albergo di Trafoi e quello del lago di Carezza. E al passo del Falzarego. Oltre agli alberghi, fece aprire anche il rifugio “Cima Fiammante” sulla Giogaia del Tessa e il rifugio Coronelle. Morì il 30 gennaio 1911, a soli 56 anni di età, per le conseguenze di un’influenza aggravata da una pleurite. Grande fu il cordoglio e solenni furono i funerali. È sepolto nel cimitero di Merano. Christomannos è inoltre onorato da un monumento in bronzo raffigurante un’aquila alta 2,50 metri, situato vicino al rifugio Roda di Vaèl, sul Catinaccio; eretto nel 1912, l’anno dopo la sua morte, venne ricostruito nel 1959 dopo la parziale distruzione. Porta il suo nome anche la Torre Christomannos, una vetta di 2800 metri nel gruppo del Latemar.

Autrice: Rosanna Pruccoli