Le armi africane di Rudolf Carl, barone von Slatin, donate alla città

Fra i numerosi oggetti di grande interesse per la storia di Merano, il Palais Mamming ospita una saletta tutta dedicata alle armi africane, lance, spade e una sella, appartenute a Rudolf Carl barone von Slatin e da lui donate alla città. Ma chi era questo personaggio? E quando giunse a Merano? Rudolf Carl Freiherr von Slatin, noto come Slatin Pascha, (Ober St. Veit presso Vienna 1857 – Vienna 1932), era un ufficiale austriaco ed egiziano, maggiore generale britannico, esploratore, governatore egiziano della grande provincia del Darfur nel Sudan turco-egiziano e ispettore generale nel Sudan anglo-egiziano.

Rudolf Carl Freiherr von Slatin come nacque come quarto figlio del commerciante Michael Slatin, che dall’ebraismo si era convertito al cattolicesimo, e della sua seconda moglie Maria Anna Feuerstein.  Alla morte del padre, nel 1873, Rudolf stava frequentando l’Accademia di Commercio di Vienna. Venuto a sapere che in quel periodo un libraio tedesco residente al Cairo cercava un assistente, il giovane decise repentinamente di interrompere gli studi e partire per l’Egitto. Con il suo principale ebbe modo di viaggiare e con il console tedesco Friedrich Rosset a Khartoum. Tra il 1874 il 1876 viaggiò attraverso il Sudan, dove conobbe Eduard Schnitzer, il futuro Emin Pascià.

Nel 1877 ricevette la chiamata alle armi dell’esercito imperiale austro-ungarico, dove prestò servizio come tenente nel reggimento di fanteria 19 intitolato al Principe ereditario Rodolfo. Su raccomandazione di Schnitzer, nel 1879 Slatin fu chiamato in Sudan da Gordon Pascià come ufficiale egiziano. Il Sudan era stato conquistato nel 1821 dai viceré ottomani d’Egitto. Slatin divenne ispettore finanziario e nel 1879 fu promosso governatore (mudir) della provincia di Dara nel Darfur. Nell’aprile 1881 Slatin fu nominato governatore (mudir umum) dell’intera grande provincia del Darfur dal Khedive Tawfiq e ricevette il titolo di Bey. Il fatto che Slatin, un “infedele”, governasse la popolazione musulmana suscitò indignazione e guerriglia. Il 23 dicembre 1883 anche Slatin cadde prigioniero del Mahdi Muhammad. Dopo undici anni di prigionia, riuscì a fuggire a fuggire con l’aiuto dell’Intelligence inglese. Il viaggio di 1000 chilometri attraverso il deserto durò tre settimane raggiungendo nel marzo del 1895 Assuan. Rientrato in Europa, scrisse una autobiografia della sua vita avventurosa in inglese e in tedesco che fu pubblicata nel 1896.  Nel 1899 Slatin fu elevato al titolo di cavaliere austriaco dall’imperatore Francesco Giuseppe I e nel 1906 allo status di baronale austriaco. 

Nel luglio 1914 incontrò a Vienna Alice, baronessa von Ramberg, di sedici anni più giovane di lui e la sposò. Due anni dopo nacque la loro figlioletta Anne. Purtroppo però, nel giugno 1921, Alice morì lasciandolo solo con la bambina.  Due anni dopo la morte della moglie, padre e figlia si trasferirono a Merano, a Villa Mathilde a Maia Alta. Qui vissero anni sereni ma un’operazione oncologica si concluse con la morte di Slatin. Slatin fu sepolto il 6 ottobre 1932 nel cimitero di Ober Sangt Veit con un funerale di stato.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un artista meranese in Sudamerica: Leo Putz

Fra i numerosi meranesi che meritano di essere ricordati c’è sicuramente il grande artista Leo Putz. Nato a Merano nel 1869, Leo Putz si trasferì a Monaco di Baviera all’età di 16 anni contro la volontà del padre per seguire le sue prime lezioni di disegno sotto la guida del fratellastro, il Professor Robert Poetzelberger. Frequentò l’Accademia di Monaco per poi trasferirsi all’Académie Julian di Parigi.

La Secessione di Monaco, fondata nel 1892, influenzò notevolmente Leo Putz, che ogni anno partecipava alle loro mostre. Nel 1899 entrò a far parte del gruppo di artisti chiamati “Scholle”. Essi cercavano un nuovo metodo pittorico che si opponeva allo stile accademico predominante ed allo storicismo dell’epoca. 

Il tema principale delle opere artistiche era l’essere umano, soprattutto la figura femminile. Un esempio significativo al riguardo è dato dai cosiddetti “dipinti di Hartmannsberg”, che negli studi di nudo di ragazze al bagno catturano la magia e la luce della pittura en plein-air. 

Fra le opere godibili in città ricordiamo il grande dipinto inserito nel circuito permanente a Palais Mamming intitolato Puppen, sono in possesso di Palais Mamming anche Ritratto di signora, e Ritratto di Frieda Putz. Nel Ritratto di signora la protagonista è comodamente seduta in poltrona ma l’ambiente è appena accennato ma il volto e le mani catturano la nostra attenzione. Il Ritratto di Frieda racconta invece una storia d’amicizia e di amore.  Nel 1901, ad un ballo in maschera, Putz conobbe Frieda Blell, una giovane artista delle arti applicate. La branca dell’arte consentita alle donne che desideravano affacciarsi all’arte. Ne nacque una amicizia sincera, cameratesca e una fruttuosa collaborazione artistica. Dodici anni dopo, nel 1913 si sposarono a da questa unione nacque il figlio Helmut. Nel ritratto del 1923, Frieda indossa un abitino corto e leggero con un cappello a grande tesa. Completamente immersa in una natura lussureggiante.   

Nel 1923 Putz si trasferì con la famiglia a Gauting in Baviera e due anni dopo diventò membro onorario dell’Accademia bavarese di Belle Arti. Alla ricerca di nuova ispirazione, nel 1929 Putz abbandonò la Baviera per un lungo periodo da trascorrere in Sudamerica.  Fu a San Paolo del Brasile a Buenos Aires ed a Bahia nella foresta vergine. Fu quindi nominato Professore all’Escola Nacionala de Bellas Artes di Rio. 

Gli anni trascorsi in Sudamerica gli diedero i nuovi impulsi sperati e la sua pittura si trasformò nei temi e nella forma espressiva.  La sua gamma di colori si arricchì di tonalità forti e di colori vivaci. Il pittore ritornò a Gauting con la sua famiglia nel 1933.

Le sue opere furono esposte in una grande mostra organizzata dall’Associazione degli artisti di Monaco. Tuttavia, nel 1937 gli fu proibito di lavorare e nel 1938 il Partito Nazionalsocialista Tedesco (NSDAP) sciolse la “Secessione” e tutti i gruppi di artisti di Monaco. Così per sfuggire ai nazisti, nel 1936 Leo Putz si vide costretto a rientrare a Merano, la sua città natale. Morì il 21 luglio 1940 a Merano ma venne sepolto nel cimitero di Gauting. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un treno diretto da Merano a San Pietroburgo

Il trend positivo dell’afflusso turistico nelle zone di cura e villeggiatura dell’Antico Tirolo come Gries, Arco, Levico, subì una notevole accelerazione quando, nel 1867, fu inaugurata la ferrovia del Brennero.

L’inaugurazione, il 24 agosto1867, della ferrovia del Brennero fu il felice esito di annose trattative per convincere il governo viennese dell’importanza di estendere anche al Tirolo la linea ferroviaria. Nell’ottica di Vienna, infatti, non era prioritario servire con la ferrovia questa regione fra le montagne, all’estremità occidentale dell’Impero. Fu grazie all’intervento del feldmaresciallo conte Radetzky e al soccorso di capitale privato che si giunse alla realizzazione di questa tratta ferroviaria che presentava indubbie difficoltà tecniche. 

Per Merano fu invece determinante l’apertura, nel 1881, della tratta Bolzano-Merano: essa non solo accorciava vistosamente i tempi ma soprattutto poneva la città in comunicazione diretta con le più importanti capitali europee e con il vasto impero russo. In riva al Passirio presero così ad aumentare ulteriormente le presenze dei turisti di cura e, fin dalla stagione 1884/85, i clienti russi guadagnarono il terzo posto per numero di presenze con 1023 ospiti rispetto ai 2600 austriaci e 3413 tedeschi. Solamente cinquantaquattro ore di treno, elegante e confortevole ma soprattutto diretto, dividevano San Pietroburgo da Merano. Un’invitante opportunità per la nobiltà zarista che amava trascorrere i miti inverni meranesi. 

Il treno partiva dalla stazione Varšavskij di San Pietroburgo tre volte la settimana alle 6,45 del mattino e, passando da Varsavia, Vienna, Innsbruck e Bolzano raggiungeva Merano alle 22.45 del giorno dopo. I viaggiatori russi, salendo sul treno, trovavano ad aspettarli una copia gratuita del Meraner Zeitung ed una guida di Merano con informazioni dettagliate sugli alberghi dove poter alloggiare e sulla vita culturale della città.

La prima stazione di Merano fu attivata nel  1881 come capolinea della tratta proveniente da Bolzano. 

Essa era ubicata nell’attuale piazza Mazzini all’incrocio con l’attuale via degli Alpini. Comprendeva tre binari per il servizio viaggiatori e un’area di più cinquecento metri di lunghezza, posta oltre il fabbricato, adibita a scalo merci e deposito locomotive.  L’approvazione alla costruzione della Merano-Malles fu concessa il 7 luglio 1903 alla società Vinschgaubahn, costituita dai comuni interessati e dalla Imperial-Regia società per la Ferrovia Bolzano-Merano, come ferrovia a carattere locale che ricalcava parzialmente un progetto di più ampio respiro del 1891 che aveva l’intento di allacciare le ferrovie dell’Arlberg e del Brennero con una linea attraverso il Passo di Resia e Landeck.  

I lavori iniziarono all’inizio del 1904 sotto la direzione dell’ingegner Constantin Ritter von Chabert, fu completata in poco più di due anni e la linea venne inaugurata il 1º luglio 1906 alla presenza delle autorità tirolesi e dell’Arciduca Eugenio. Nel 1906, con l’apertura della linea Merano – Malles, si rese necessario lo spostamento della stazione nell’attuale sito. Il suo spostamento e la nuova posizione furono scelti anche per agevolare l’espansione della città e la costruzione di hotel di lusso. La stazione fu eretta in stile Jugendstil viennese su modello dell’architetto von Chabert. La piazza antistante venne disegnata dall’urbanista germanico Theodor Fischer. 

Dalla stessa data l’esercizio dell’intera linea da Bolzano a Malles fu affidato dalle società concessionarie alle Imperial-Regie Ferrovie Statali austriache. Il capolinea di Malles fu realizzato in modalità provvisoria, in attesa del previsto prolungamento verso Landeck, con un fabbricato viaggiatori di dimensioni contenute costruito con mattoni più leggeri che ne rendevano disagevole l’abitazione nei mesi invernali. Il prolungamento verso Landeck attraverso il Passo di Resia fu ripreso in considerazione con un nuovo progetto nel 1907, rivisitato e ulteriormente dettagliato nel 1909, ma l’attivazione nel 1912 della ferrovia Garmisch-Innsbruck ne fece nuovamente rimandare la realizzazione. La costruzione della linea Landeck-Malles fu poi autorizzata nel 1918 per ragioni militari, ma i lavori avviati il 1º aprile da Landeck procedettero celermente per alcuni chilometri e vennero sospesi il 31 ottobre 1918 per la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’agricoltura biologica ante litteram 

Il Novecento può considerarsi il secolo della ricerca e della sperimentazione agricola. Donne come Lady Eve Balfour o Olivia Rossetti Agresti avevano cambiato il concetto stesso di agricoltura e di prodotto della terra, con azioni pionieristiche di grande importanza che restarono nella storia.

“Un suolo sano è il fondamento di tutta l’agricoltura”. Concentrandosi sulla vita del suolo, le pratiche biologiche creano agroecosistemi equilibrati a beneficio sia degli agricoltori che dell’ambiente, così la pensava Lady Eve Balfour, un’agricoltrice visionaria, educatrice e sostenitrice dell’agricoltura biologica che ha trasformato gli atteggiamenti nei confronti dell’agricoltura sostenibile. Acquistato Haughley Green Farm, una fattoria abbandonata di 93 acri nel Suffolk, in Inghilterra, nel 1939, e vi condusse i primi confronti scientifici a lungo termine tra agricoltura biologica e chimica. La sua ricerca rivoluzionaria dimostrò che i metodi biologici possono eguagliare le rese convenzionali, migliorando al contempo la fertilità del suolo e il valore nutrizionale degli alimenti. Balfour documentò le sue scoperte nel suo influente libro “The Living Soil”, pubblicato nel 1943. La sua ricerca ha dimostrato i benefici ambientali ed economici delle pratiche biologiche ed è diventata una delle principali sostenitrici dell’agricoltura sostenibile. Il libro scatenò un vero e proprio movimento presentando l’agricoltura biologica non solo come una filosofia astratta, ma come un sistema agricolo praticabile e produttivo fondato sulla scienza. Fondò The Soil Association, con la quale guidò l’adozione delle pratiche biologiche. Grazie alla sua instancabile difesa, fu considerata la madre del movimento biologico. Mary de Rachewiltz fu fra gli iscritti alla British Soil Association e ne applicò a Brunnenburg i principi. Lady Balfour stessa visitò e soggiornò a Brunnenburg. 

Mary de Rachewiltz aveva infatti deciso – fin dalla metà degli anni Quaranta – che fra le mura di Brunnenburg avrebbe portato avanti le istanze apprese ai corsi sul metodo colturale di Giulio del Pelo Pardi presso la Federazione Nazionale dei dottori in scienze agrarie, l’agricoltura biologica di Lady Balfour, gli studi di Ronald Duncan e l’esperienza con gli aceri da zucchero fatta da Helen e Scott Nearing. Helen era cresciuta in una famiglia teosofista e fu vegetariana per tutta la vita.

Nel 1934, la coppia lasciò New York per Winhall, in Vermont, dove acquistarono un grande tratto di foresta per 2200 dollari e una fattoria di medie dimensioni per 2500 dollari. Desideravano vivere una vita più “significativa”, migliorare la loro salute e distanziarsi dalla società moderna.Nel loro podere condussero un’esistenza in gran parte ascetica e autosufficiente, coltivando gran parte del loro cibo e costruendo nove edifici in pietra in due decenni. Si guadagnavano da vivere producendo sciroppo e zucchero d’acero dagli alberi del loro terreno e attraverso occasionali conferenze a pagamento di Scott Nearing. 

Mary si interessò agli scritti di Olivia Rossetti Agresti, co-fondatrice della Fao, su come combattere la fame nel mondo aggiornandosi sulle sperimentazioni Fao ed entrò a far parte della Soil Association di Lady Eve Balfour,. Mary piantò a Brunnenburg aceri da zucchero e si adoperò affinché questi alberi di grande bellezza e di utilità per l’alimentazione umana, venissero piantati in via sperimentale in Alto Adige e in altre parti d’Italia. In un tempo in cui il mais dolce veniva utilizzato esclusivamente come mangime per gli animali, Mary portava in tavola le pannocchie utilizzandole come un cibo altamente nutriente e dal sapore delizioso.
La vita agricola Mary l’aveva vissuta fin da piccola a Gsis al maso Sama dove era cresciuta, nella sua adolescenza all’esperienza pusterese si era unita quella sul Mugello nella residenza estiva del collegio La Quite di Firenze che Mary frequentò. 
Furono i metodi improntati alla sostenibilità e all’autosufficienza, come l’allora nascente agricoltura biologica, organica e rigenerativa esposte nelle riviste inglesi come “The Farmer”, tedesche come “Organischer Landbau” e italiane come “L’Agricoltura” a colpire gli interessi di Mary informata anche sulle ricerche che in campo alimentare compiva la Fao. Gli aceri da zucchero ne furono un esempio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Franz Tappeiner, fra medicina e antropologia

Franz Tappeiner (Lasa, 7 gennaio 1816 – Merano, 20 agosto 1902) è un nome assai conosciuto a tutti i meranesi che ogni giorno godono il fascino della passeggiate che portano il suo nome, che furono un suo dono alla città, rendendola davvero unica. Ma forse solo pochi si sono soffermati a comprendere chi questo benefattore fosse, come visse, di cosa si interessò e per quali altri aspetti divenne famoso. 


Franz Tappeiner era infatti un medico, un botanico e un antropologo. Era nato a Lasa in una famiglia di contadini che gli permisero però di studiare. Egli scelse medicina e frequentò l’ateneo di Padova e poi quello di Vienna. Dopo gli studi si affrettò a rientrare in patria e nel 1843 inizio a esercitare la professione a Lasa. La sua bravura si riseppe presto in tutto il territorio e furono numerosi i pazienti che raggiunsero il paesino venostano per farsi visitare da lui. Così tre anni dopo aprì il suo studio medico anche a Merano. L’alto numero di pazienti affetti da tubercolosi lo indussero ad iniziare una serie di studi e sperimentazioni sulla tubercolosi, la malattia di cui soffrivano la maggior parte dei pazienti provenienti da altre zone d’Europa e che a partire dal 1836 avevano preso a frequentare la località di Merano che aveva appena intrapreso il suo cammino per diventare una città di cura a livello internazionale. Fin dal 1877 fu in grado di dimostrare che la malattia era contagiosa e che sarebbe stato necessario dividere le persone sane da quelle malate ed evitare il più possibile il propagarsi ulteriore della malattia. Merano stessa dovette iniziare a strutturarsi in questo senso dividendo gli hotel dai sanatori per tubercolotico, separando le zone per l’ascolto dei concerti, separando passeggiate, parchi e giardini. Sperimentò anche tutta una serie di cure che potessero lenire le sofferenze di questo tipo di pazienti. Ma il campo di interesse non si limitava alla medicina, o alla botanica per la quale egli riuscì a selezionare e classificare ben 6.000 piante, l’antropologia e l’etnografici lo aveva catturato. Era soprattutto la frenologia ad affascinarlo. La frenologia, ossia lo studio della mente era una tipica scienza ottocentesca oggi messa in discussione dalla comunità scientifica. Ideata e promossa dal medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828), si reputava che le  funzioni psichiche sarebbero dipese da alcune regioni del cervello, tanto che valutando le particolarità morfologiche del cranio di una persona, come linee, depressioni e bozze, si potesse giungere a determinare qualità o problematiche psichiche dell’individuo studiato. La frenologia conobbe un grosso sviluppo, tanto che nacquero varie società frenologiche sparse per l’Europa e negli Stati Uniti. In Italia il più noto fautore di questa teoria fu Luigi Ferrarese. Utilizzando la frenologia, cercò di dimostrare l’unità etnica del Tirolo al di là delle differenze linguistiche. A tal fine creò una raccolta di crani umani che oggi è conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna. Convinto sostenitore di Merano come città di cura, nel 1893 pagò di tasca propria la costruzione del primo tratto della passeggiata che in seguito avrebbe portato il suo nome: la passeggiata Tappeiner. Ai 22.000 fiorini donati allora alla città di Merano ne aggiunse tre anni dopo altri 5000, a condizione che venissero utilizzati per completare la passeggiata. Morì il 20 agosto 1902 nella sua residenza di castel Reichenbach a Maia Alta. Oltre alla passeggiata, a Merano sono stati intitolati a Tappeiner l’ospedale cittadino, un ponte pedonale sul torrente Passirio e una scuola elementare. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nel cimitero il monumento a Theodor Christomannos 

Theodor Christomannos è una di quelle figure che hanno caratterizzato la storia di Merano, dello sviluppo turistico in città e nel territorio. Un personaggio che va conosciuto e ricordato e non solo per ciò che di lui scrisse Arthur Schnitzer: “in ogni paese del Tirolo ha lasciato almeno un figlio”.


La vita di Christomannos e le avventure che di lui si narravano furono infatti rielaborate dallo scrittore viennese che ne trasse ispirazione per il personaggio del signor Aigner nella sua opera teatrale Terra Sconosciuta (Das weite Land). La fama di sciupafemmine se l’era guadagnata già a vent’anni quando ebbe un breve relazione con l’ereditiera Vincentia de Mérode, da cui ebbe anche una figlia, che diventerà la famosa ballerina Cleo de Merode. Quando poi, nel 1909 decise di sposarsi con la nobildonna Franziska Lutz, egli aveva già avuto già avuto cinque figli da cinque donne diverse. Greco di origine era nato a Vienna nel 1854 da una ricca famiglia greco-macedone di religione greco-ortodossa. A diciotto anni aveva accompagnato la madre alle cure a Gries ma decise di fermarsi a Bolzano e frequentare il ginnasio dei Francescani. Finiti gli studi iniziò la facoltà di Medicina ma ferito gravemente alla mano destra durante un duello, dovette cambiare il suo orientamento universitario ed iscriversi a giurisprudenza. Una volta laureato di trasferì a Merano e iniziò a lavorare come giudice e avvocato. Ereditato l’ingente patrimonio familiare Theodor decise di abbandonare l’avvocatura per dedicarsi completamente alla sua grande passione: sviluppare il turismo d’alta quota. Alpinista appassionato fu anche presidente dell’Alpenverein meranese e insieme all’architetto viennese Otto Schmid progettò il primo albergo di montagna a Solda che fu inaugurato nel 1893. I suoi progetti non sempre trovarono il favore dei cittadini anche a causa del suo credo religioso poiché di certo il suo impegno avrebbe fatto giungere in regione schiere di turisti assai ricchi e di altri usi e costumi. Nonostante le polemiche egli riuscì a fondare il “Verein für Alpenhotels in Tirol” l’Associazione per gli alberghi alpini nel Tirolo che si sarebbe occupata sia della costruzione che della manutenzione delle starde di montagne e della costruzione di alberghi in quota. Fu Christomannos a costruire l’albergo di Trafoi e quello del lago di Carezza. E al passo del Falzarego. Oltre agli alberghi, fece aprire anche il rifugio “Cima Fiammante” sulla Giogaia del Tessa e il rifugio Coronelle. Morì il 30 gennaio 1911, a soli 56 anni di età, per le conseguenze di un’influenza aggravata da una pleurite. Grande fu il cordoglio e solenni furono i funerali. È sepolto nel cimitero di Merano. Christomannos è inoltre onorato da un monumento in bronzo raffigurante un’aquila alta 2,50 metri, situato vicino al rifugio Roda di Vaèl, sul Catinaccio; eretto nel 1912, l’anno dopo la sua morte, venne ricostruito nel 1959 dopo la parziale distruzione. Porta il suo nome anche la Torre Christomannos, una vetta di 2800 metri nel gruppo del Latemar.

Autrice: Rosanna Pruccoli