La differenza tra dato e conoscenza

La gestione della pandemia causata dal Covid-19 ha messo in evidenza due fatti fondamentali. Il primo: che raccogliere dati è necessario per ottenere conoscenza. Il secondo: che i dati di per sé stessi non significano conoscenza, ma anzi, che raccogliere dati poco affidabili apre le porte al caos.
Abbiamo potuto constatare infatti quanto sia importante raccogliere dati capillari sullo sviluppo della pandemia nei diversi distretti sanitari italiani, come ad esempio il numero di tamponi, il numero dei casi positivi, e il numero dei ricoverati in terapia intensiva.
Sulla base di questi dati sono state prese delle decisioni importantissime a livello strategico: quali attività tenere aperte, che forme di distanziamento sociale mettere in pratica, e così via. Allo stesso tempo, abbiamo osservato quanto sia complicato utilizzare questi dati per ricostruire una visione coerente della realtà. Più nello specifico: i numeri, da soli, non significano nulla. Per poterli interpretare e confrontare dobbiamo sapere come e quando sono stati raccolti, con che criteri sono stati processati, come sono stati aggregati e, infine, comparati.
Due esempi per tutti.
Il primo: la difficoltà di decidere se qualcuno è venuto a mancare “a causa del coronavirus”.
Il secondo: la difficoltà di calcolare il numero di tamponi positivi giorno per giorno, quando i dati sono invece raccolti alla sorgente con un margine di tempo più ampio (ad esempio: settimanale).
Tutto questo ci comunica un concetto molto semplice, ma purtroppo ampiamente sottovalutato: che bisogna impiegare i migliori esperti non solo per raccogliere, processare, trasformare e visualizzare i dati, ma in primis per associare ai dati una descrizione chiara di quale sia il loro significato.
Questa attività in informatica si indica col termine “modellazione concettuale”. Si tratta di un’attività che molti in informatica considerano tediosa e talvolta inutilmente complessa: richiede tempo, pazienza e la capacità di mettere assieme le competenze tecniche di un informatico con quelle di chi conosce il contesto dei dati (in questo caso medici, epidemiologi, e chi più ne ha più ne metta).
Ma è un’attività imprescindibile, perché è solo comprendendo il significato dei dati in tutte le loro sfumature che si può ottenere una visione fedele della realtà.
In altre parole: quando si va a cercare l’oro, non importa chi arriva prima, importa chi ha il setaccio migliore.

Autore: Marco Montali

La sfida di tracciare i movimenti

Si sta discutendo molto di come riportare le nostre città alla normalità. Il contesto è particolarmente difficile, visto che di questo Covid-19 sappiamo ancora così poco. Come impiegare al meglio le tecnologie digitali per far fronte alla diffusione del virus? Il dibattito è molto acceso: mai come in questo caso gli aspetti tecnologici hanno forti implicazioni sociali. In questo breve articolo, cercheremo semplicemente di fotografare alcuni temi di dibattito, rimanendo su aspetti puramente tecnologici.
Come menzionato nel report “Exit through the App Store?”, prodotto dall’istituto di ricerca indipendente “Ada Lovelace” in Inghilterra, le tecnologie digitali che si possono dare ai singoli cittadini per fronteggiare il virus si dividono in: “comprendere l’entità del virus” mediante applicazioni per tracciare i sintomi, “prevenire nuove infezioni” mediante applicazioni di tracciatura degli spostamenti e dei contatti, “riportare alla normalità” mediante applicazioni per certificare chi è immune (se di immunità possiamo parlare).
In Italia, il dibattito più acceso ruota attorno al secondo tipo di tecnologia, e in particolare all’app “Immuni” scelta dal Governo per fronteggiare la fase 2 dell’emergenza.
Un primo problema in applicazioni di questo tipo è come identificare chi si sposta senza usare informazioni sensibili che ne rivelerebbero l’identità – tenendo presente che spesso, anche solo sapendo come uno sconosciuto si è spostato, si può indovinare chi è.
Un secondo problema, quindi, è come proteggere questi dati e impedirne il furto da parte di terze parti; ci si scontra qui sul fatto che avere tutti i dati in un server centralizzato è molto rischioso a livello di sicurezza, ma molto utile per poter condurre le analisi necessarie a capire chi è entrato in contatto con chi.
Un terzo problema è definire, incrociando aspetti legali e medicina, quali dati vanno tracciati e per quanto tempo. Sfide complesse, soprattutto considerando che c’è un fattore da non dimenticare: il tempo.

Autore: Marco Montali

Digitalizzazione super e Covid-19

Mai come in questi giorni, a casa in attesa di capire come evolverà la situazione, si sta parlando di “digitalizzazione”. Organizzazioni, imprese, lavoratori, cittadini, studenti… tutti noi ci stiamo trovando, più o meno forzatamente, a confrontarci quotidianamente con le tecnologie digitali, per le attività più disparate: lavorare, studiare, ma anche semplicemente informarci, chiacchierare con amici e parenti, ordinare la spesa a domicilio, e un’infinità di altre cose.
Con un’ironia un po’ amara, in molti hanno sottolineato che il coronavirus sta assumendo il ruolo di “volano” nella trasformazione digitale delle imprese, fino a poco fa talvolta restie ad abbandonare le pratiche di lavoro consolidate negli anni, talvolta indecise su quali tecnologie e metodologie adottare per digitalizzarsi nel miglior modo possibile.

Il risultato attuale è un processo di digitalizzazione massiccio nato in un contesto di emergenza, e quindi certamente non ben pianificato, soprattutto per quanto riguarda i singoli cittadini, le piccole medie imprese, e gli ambiti formativi. Ci troviamo quindi a leggere una notizia sul web per poi ordinare la spesa su whatsapp oppure mandando una e-mail, mentre qualcuno ci contatta in videoconferenza su Zoom o Skype condividendo documenti di lavoro via Dropbox o Google Drive. Un frullato di tecnologie certamente non ben organizzato, ma che dimostra la nostra tenacia e resilienza, e da cui potranno nascere opportunità inaspettate e meravigliose per la città digitale.

Navigando un po’ in rete, si può davvero notare che tutte le aree dell’attività umana stanno cercando di manifestare la loro presenza e continuità anche in questa fase di lontananza fisica. Questo può significare semplicemente scoprire servizi online che già esistono da tempo, come è il caso ad esempio delle biblioteche; su biblioweb.medialibrary.it potete ad esempio vedere come funziona il servizio di prestito online di libri, quotidiani e riviste nella nostra Provincia.
Ma può anche voler dire inventare e creare nuovi modi di erogare i propri servizi, come nella sfera della maternità e del supporto a mamme e famiglie in gravidanza e nel puerperio. Mai come in questo caso la nascita di una famiglia corrisponde a un rinnovamento dei canali di supporto alla famiglia stessa. Canali che non possono essere ovviamente sostituiti in forma digitale, ma che danno l’opportunità di affiancare il digitale al reale creando una sinergia finora davvero poco esplorata… per chi è interessato, non resta che andare su internet e cercare la tantissime proposte online da parte di ostetriche, centri maternità, e anche figure non sanitarie ma centrate sul benessere della mamma, come quella della doula.

Autore: Marco Montali

Esempi di antifragilità digitale

In un celebre libro dall’omonimo titolo, Nassim Nicholas Taleb ha definito il concetto di “antifragilità” come la capacità di un sistema di reagire a fattori di stress e interferenza migliorandosi. Un esempio per tutti è quello del “mitridatismo”, ovvero la capacità del corpo umano di diventare immune a certi veleni mediante somministrazione di dosi crescenti non letali degli stessi. Il termine deriva da “Mitridate il Grande”, uno dei sovrani del Ponto, che iniziò questa pratica.

Mi piace cercare, in questi tempi difficili, segnali che mostrino l’antrifragilità della nostra società in un periodo così difficile di isolamento e lotta contro questo invisibile quanto pericoloso nemico chiamato SARS-CoV-2. E mai come ora la nostra antifragilità passa attraverso i canali digitali.
La prima e più urgente area di applicazione delle tecnologie digitali è ovviamente quella dell’aiuto a personale medico e governativo nella diagnosi e cura del virus, nonché nel contenimento della sua diffusione. Alibaba, leader del commercio economico in Cina, ha messo a disposizione la propria infrastruttura di calcolo per far imparare ad algoritmi di visione artificiale come analizzare le tomografie effettuate su potenziali malati di Covid-19 per verificare l’effettiva presenza della malattia. Questi algoritmi sono ora in grado di determinarne la presenza o l’assenza con una precisione superiore al 95%. Allo stesso tempo, tecnologie simili a quelle utilizzate per aggiornare in tempo reale i dati sul traffico utilizzando la geolocalizzazione dei telefoni cellulari possono essere impiegate per contrastare la diffusione del virus.
è il caso della Lombardia, che in accordo con le compagnie telefoniche è stata in grado di analizzare (in forma anonima e aggregata) gli spostamenti dei cittadini, verificando che ancora pochi giorni fa in troppi si spostavano lontano dalla propria abitazione.
La Corea del Sud è andata molto più in profondità, arrivando a tracciare gli spostamenti dei singoli per calcolare, a ritroso, i contatti e il potenziale rischio di trasmissione del virus osservando gli spostamenti effettuati nei giorni precedenti da persone risultate positive al test. Si sta vagliando se impiegare questa tecnologia di precisione anche in Italia, ponendoci di fronte a questioni non solo tecnologiche mediche, ma anche etiche.

Le tecnologie digitali si stanno rivelando allo stesso tempo la chiave per mantenerci connessi in questo momento di isolamento fisico. Si pensi alle tantissime scuole e università che hanno velocemente riconvertito la propria offerta formativa su internet. In questo oceano digitale in continua trasformazione, voglio citare due esempi.

Il primo è quello dell’UNESCO, che ha messo a disposizione online il patrimonio custodito nella sua Biblioteca Mondiale, con centinaia di volumi, mappe, fotografie e filmati liberamente accessibili su internet su www.wdl.org.
Un sito davvero pieno di chicche, come ad esempio la possibilità di leggere quotidiani di tutto il mondo andando indietro fino al 1800. Oltre all’UNESCO, tantissimi musei di tutto il mondo stanno rendendo disponibili le proprie collezioni online: dal MET di New York fino al Museo Egizio di Torino, dal Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca di Brera.

Il secondo esempio è l’iniziativa di “solidarietà digitale” lanciata dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, con il supporto dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Si tratta di un catalogo in continuo aggiornamento di servizi gratuiti digitali messi a disposizione da imprese e associazioni per tutti i cittadini italiani. Si va da abbonamenti gratuiti a quotidiani e servizi di streaming musicale fino a piattaforme di formazione online e e-learning e servizi per portare avanti la propria attività lavorativa sfruttando internet al meglio.

Con un’ultima raccomandazione per tutti: in momenti difficili cresce anche, purtroppo, la criminalità, e mai come ora su internet girano e-mail e siti contenenti fake news, truffe o tentativi di rubare dati sensibili delle persone (come i dati delle carte di credito). Bisogna quindi fare molta attenzione anche su questo fronte.

Autore: Marco Montali

Comportamenti etici per le auto?

A fine dello scorso anno, ci siamo lasciati con un articolo sulla guida autonoma, tema che ha toccato direttamente la nostra provincia con la sperimentazione di un bus a guida autonoma assistita nella città di Merano. Abbiamo raccontato che, da un punto di vista tecnologico, un bus di questo tipo è più sicuro di un bus a guida umana. Da un lato infatti il bus è munito di una serie di sensori e tecnologia di ultima generazione per evitare collisioni, dall’altro richiede la presenza di un operatore umano a bordo che può intervenire in qualunque momento prendendo il controllo del mezzo. Questo è un buon esempio di interazione uomo-macchina. Nell’interazione uomo macchina, però, emergono altri aspetti molto più sottili e legati alla sfera psicologica, come quello molto attuale della “sicurezza percepita”. A chi di voi è capitato di trovarsi davanti a questo bus? Quale è stata la vostra percezione? Di sicurezza o, piuttosto, di diffidenza per un sistema alieno alla nostra quotidianità? Vari studi hanno evidenziato non solo questo fatto, ma anche che, in generale, le persone tendono ad essere molto più “tolleranti” agli errori umani che agli errori delle macchine. Questo diverso livello di empatia si applica anche agli incidenti che, inevitabilmente, possono verificarsi (e si sono verificati) nel caso della guida autonoma. Il tema è però ancora più ampio, e si ricollega alla necessità dei sistemi automatici di qualunque tipo di mostrare comportamenti “etici” compatibili con le aspettative delle persone. Per cercare di affrontare questo tema spinoso nel contesto della guida autonoma, alcuni ricercatori hanno creato un esperimento che ricorda molto l’evento drammatico di “Io, Robot”. In particolare, hanno realizzato un sito web in cui vengono simulate delle situazioni di incidenti pericolosi in cui l’automobile a guida autonoma si trova a “decidere” chi andare a sacrificare tra le persone coinvolte in base alle caratteristiche di queste persone (sesso, età, occupazione, ecc.). Ad esempio: chi sacrificare tra una persona anziana e un bambino? Tra un disoccupato single e un padre di famiglia? Tra i pedoni e chi è in macchina? Le tante risposte raccolte a questo esperimento da brividi mostrano non solo risposte assolutamente inattese, ma anche grandi differenze nelle risposte in base alla provenienza di chi risponde, provenienza che indirettamente racconta anche fattori culturali e di tradizione. Potete provare il sistema e sbalordirvi guardando le risposte in base al paese di provenienza su moralmachine.mit.edu. A dimostrazione che la ricerca sull’intelligenza artificiale, i robot, e le macchine in genere, è in fondo una ricerca su noi stessi e la nostra natura.

Autore: Marco Montali