Ci lasciamo dietro le spalle un anno difficile

Nel 2020 la pandemia ha fortemente condizionato le nostre vite. Con l’aiuto del giornalista Maurizio Ferrandi ripercorriamo un anno complicato che ha provocato ansia e dolore, mettendo in discussione alcuni aspetti del nostro vivere comune che fino a ieri ci erano sembrati scontati.

Anche in quest’anno molto particolare abbiamo pensato di mantenere il nostro tradizionale appuntamento volto a ripercorrere la cronaca degli ultimi 12 mesi assieme a un collega giornalista. Per l’occasione abbiamo ospite l’ex caporedattore della redazione italiana e ladina di Rai Alto Adige Maurizio Ferrandi, un volto noto anche della ricerca storica altoatesina. Con lui abbiamo cercato di sintetizzare i momenti salienti di un anno 2020 per forza di cose fagocitato dall’emergenza legata alla pandemia del Coronavirus. Nell’anno appena trascorso e salutato in sordina non c’è stato infatti nemmeno un aspetto del vivere comune a risultare in qualche modo immune rispetto alle restrizioni alle quali non ci siano ancora abituati e che speriamo di poter finalmente superare nel corso del 2021.

L’INTERVISTA

Partiamo dalla politica locale: come ha affrontato la pandemia?
Anche qui come in tutto il mondo la politica è stata presa assolutamente in contropiede. A livello locale il tratto caratterizzante è stato cercare a tutti i costi di gestire la vicenda in maniera autonoma rispetto al livello nazionale. Il tentativo in alcuni casi è riuscito, in altri ha mostrato delle incertezze e dei momenti di arretramento. Basti pensare a ottobre quando qui si voleva tenere tutto aperto ma poi nel giro di pochi giorni si è stati costretti a chiudere a causa della forza dei dati. In ogni caso la politica locale in termini di lotta alla pandemia non ha fatto né meglio né peggio che altrove. Ma in parallelo manca ancora un tentativo serio di riorganizzare un settore sanitario che qui come altrove ha dimostrato di essere assolutamente carente e bisognoso di una profonda riforma.

E la sanità altoatesina come ha reagito?
Che la sanità altoatesina non attraversasse una stagione felice lo si sapeva già prima del Covid. Recentemente sono state anche rese note delle statistiche che sui livelli essenziali di assistenza ci collocano addirittura agli ultimi posti a livello nazionale. La politica perseguita negli ultimi anni si può ancora adattare a una situazione come quella che stiamo vivendo e soprattutto a quello che dovremo avere in futuro. È evidente a tutti la contraddizione che esiste oggi tra la politica dei sette ospedali da difendere a tutti i costi e una medicina del territorio che invece appare carente, così come l’assistenza domiciliare. Ora siamo presi dall’emergenza, ma sarebbe davvero l’occasione buona per una revisione del “modello sanitario”, visto che probabilmente arriveranno dei fondi suppletivi. Non limitandoci alla questione della lingua dei medici, che pure è un problema serio.
Stiamo vivendo in tutto il mondo un’emergenza che speriamo prima o poi si normalizzi, ma è chiaro per tutti che questa non sarà l’ultima.

La pandemia ha avuto un impatto tale da mettere in crisi diversi settori dell’economia altoatesina, seminando anche inquietudine a livello sociale. Per non parlare delle attività culturali e associative, praticamente azzerate.
Tutto sommato la provincia di Bolzano finora ha reagito abbastanza bene all’emergenza. A essere colpito in particolare è stato il settore del turismo. Ma anche il commercio e il terziario hanno avuto importanti conseguenze. A medio e lungo termine ci saranno degli strascichi abbastanza pesanti, ma l’errore più grosso ora sarebbe quello di pensare che fra un anno tutto tornerà come prima. Credo che occorrerà capire che ci sono anche dei modelli di sviluppo rispetto all’espansione a tutti i costi che è stata perseguita in passato, soprattutto nel turismo. Abbiamo infatti avuto un boom spaventoso negli ultimi anni, con una serie di conseguenze. L’Alto Adige ha delle grandi possibilità anche in questa prospettiva, lo ha dimostrato la scorsa estate in cui l’offerta turistica altoatesina rimodulata è risultata molto competitiva. Possiamo essere fiduciosi, ma – lo ripeto – pensare che tutto possa tornare come prima sarebbe un errore.

Cercando di allargare il discorso, uscendo dal tema Covid, dobbiamo anche ricordare che il 2020 ha portato al rinnovo delle amministrazioni comunali in Alto Adige. Quali sono state le principali novità?
A Bolzano possiamo dire che ci si attendeva lo sfondamento del centrodestra, ma che questo non c’è stato. Il centrodestra ha ottenuto un buon numero di voti, la Lega ha fatto man bassa come era prevedibile e c’è stata la crescita di Fratelli d’Italia, ma questo non è bastato per far vincere Zanin, un personaggio che era stato scelto proprio per allargare il perimetro del consenso verso il centro moderato. Caramaschi partiva evidentemente avvantaggiato dal fatto di aver governato con un discreto consenso negli anni precedenti, facendo diverse cose e dando un’impressione di capacità ed efficienza. Va ricordato però che Caramaschi in realtà partiva svantaggiato a causa dell’esito del referendum sul tram. Al centrodestra è mancata la capacità di andare oltre, recuperando un elettorato che non fosse quello tradizionale della destra. Poi c’è stata la scelta della SVP che ha preferito puntare su Caramaschi, anche sulla base della presenza nel centrodestra di una forza come Fratelli d’Italia che la Stella Alpina a torto o a ragione continua ad identificare c come l’erede della politica antiautonomista dell’MSI e di AN.

L’esito delle elezioni a Laives invece in pratica contraddicono quanto è avvenuto a Bolzano, con la conferma a grande maggioranza del sindaco Bianchi e dell’alleanza tra centrodestra e SVP.
A Laives non c’è molta materia del contendere. Il centrosinistra si è fortemente indebolito e non è riuscito a presentarsi agli elettori con un progetto forte, mentre il centrodestra guidato da Bianchi, persona pragmatica e affidabile, è riuscito a conquistarsi le simpatie della Stella Alpina. Contraddizioni etniche a Laives non ce ne sono e quindi alla fin fine la cosa funziona. La stessa cosa poteva avvenire anche a Bolzano…

A Merano invece il discorso è totalmente diverso.
Sì, quasi opposto. Penso che a Merano ci sia un “non detto”. Nei prossimi decenni Merano avrà un grosso problema da risolvere: cosa fare dell’enorme area dismessa delle caserme e – forse – anche di quella attigua dell’ippodromo. L’idea di gestire urbanisticamente quell’area può attirare molti interessi, legittimi. Ma in questo senso avere o non avere gli ecologisti al governo, può chiaramente fare la differenza, molto più che le questioni etniche. Alla questione del sindaco italiano o tedesco ci si può senz’altro appassionare, ma il vero snodo è quello urbanistico che però finora non è emerso nel dibattito. Una cosa è certa: dalla tornata elettorale la SVP ne è uscita come tramortita. Per la seconda volta hanno perso e questa volta non sono nemmeno riusciti ad andare al ballottaggio, la ferita è ancora aperta. La Stella Alpina non è riuscita ad archiviare l’era Rösch; non poteva ufficialmente appoggiare il candidato italiano contro quello di lingua tedesca, però in realtà abbiamo visto come le sue simpatie andavano proprio al candidato Dal Medico. E questo perché probabilmente c’è un comune sentire sul un’idea di città. Se a Bolzano i Verdi sono tutto sommato potabili per la SVP, a Merano questo invece non succede. Le motivazioni economiche prevalgono, basti vedere anche Bolzano dove pure la Volkspartei ci tiene molto a tenere sotto controllo lo sviluppo urbanistico della città. Anche se in realtà le grandi scelte nel capoluogo sono già state fatte, a ben vedere. Con la città incapsulata e ferma, al di là del mega progetto dell’areale sul quale pare siano tutti d’accordo.

Abbiamo chiuso l’anno senza il mercatino di Natale. Una fine d’anno quasi surreale…
La città di Bolzano vive di commercio, da sempre. Non dobbiamo dimenticarci che l’edificio più bello della città si chiama proprio Palazzo Mercantile. Per anni si sono osteggiati i centri commerciali, alla fine la città si è arresa, ma ora a mettere in crisi i negozi è il commercio online, cresciuto in maniera vertiginosa durante la pandemia. A Bolzano non si sono mai vista così tante vetrine buie, ma non va dimenticato che i prezzi degli affitti dei locali sono sempre rimasti altissimi, anche in questo periodo. E va osservato che in città ci sono negozi chiusi da decenni, perché i proprietari preferiscono non affittare, piuttosto che guadagnare di meno.

Lo fanno perché se lo possono permettere.
Indubbiamente. Ma facciamo i conti con una forte contraddizione: si parla di espansione nell’areale quando di fatto la città si sta svuotando dal suo interno. Sembra che Caramaschi ora voglia intervenire per cercare di calmierare gli affitti. Mi sembra giusto: i proprietari degli immobili ora dovrebbero essere indotti ad abbassare i loro canoni, sulla base di una specifica politica fiscale. Altrimenti non ci sarà fine allo svuotamento di negozi e uffici. Il problema è soprattutto legato al comportamento di alcuni grandi proprietari, che detengono mezza città ma preferiscono non affittare. Non so cosa aspettino: con la realizzazione di Benko e areale quel poco di richiesta che c’è verrà in pratica assorbita tutta lì. E allora? Anche la Provincia ha la sua responsabilità, avendo deciso di concentrare tutti i suoi uffici nel centro storico. La città sarebbe senz’altro molto più vivibile se gli uffici pubblici fossero distribuiti in periferia. Eviteremmo tra l’altro due terzi del problema del pendolarismo.

MAURIZIO FERRANDI

Bolzanino di nascita, Maurizio Ferrandi ha coniugato, sin dai tempi degli studi universitari, la passione per il giornalismo con quella per la storia altoatesina del ‘900. Si è laureato con una tesi sugli accordi Hitler-Mussolini del 1939 e le Opzioni di cittadinanza. Mentre lavorava presso le redazioni del quotidiano “l’Adige”, di “TVA Televisione delle Alpi” e del quotidiano “Alto Adige”, ha scritto un libro sulla storia della Fiera di Bolzano e la biografia di Ettore Tolomei (L’uomo che inventò l’Alto Adige, Publilux, Trento 1986). Per venticinque anni ha lavorato presso la RAI di Bolzano, realizzando tra l’altro diversi programmi a carattere storico sul la chiusura del “Pacchetto” e sull’“Accordo Degasperi Gruber”. Ha lasciato nel 2013 l‘incarico di caporedattore responsabile delle redazioni italiana e ladina, per dedicarsi completamente alla ricerca storica.
Da allora ha pubblicato due volumi dedicati alle cronache parlamentari della questione altoatesina e ha curato un’antologia di scritti sull’Alto Adige terra di frontiera. Tutti questi libri sono stati pubblicati dalla casaa editrice Alpha Beta, compresa la riedizione aggiornata della biografia di Tolomei, uscita nello scorso autunno.

La marcia degli Schützen si inciampa sul rap

Sorprendendo molti nei giorni scorsi il comandante degli Schützen sudtirolesi Jürgen Wirth Anderlan ha pubblicato su youtube un videoclip in stile rap che ha suscitato moltissime reazioni. Nel giro di poco il Kommandant è stato costretto alle dimissioni e il video è stato ritirato. Ma noi giornalisti QuiMedia abbiamo pensato di prendere posizione in merito, con un commento a sei mani che vi proponiamo.

Con la realizzazione del brano Mamma Tirol il comandante Anderlan con ogni probabilità si era posto l’obiettivo di richiamare i valori, attualizzando nel presente il catalogo dei disvalori e dei nemici. Ma la lista con ogni probabilità è risultata troppo estesa e articolata, spingendo troppo il piede sul pedale della provocazione. Particolarmente azzardato è apparso in particolare il richiamo alle radici cristiane, attraverso una professione religiosa per lo meno “svuotata”, visto il contesto di “chiusura” quasi totale. Ma a mio avviso la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la musica. L’idea di accostare gli Schützen a una musica “altra” rispetto alle marce delle Musikkapellen deve aver innescato un cortocircuito insanabile. Insomma: anche in musica esistono dei limiti che non vanno superati nella declinazione della tradizione in un contesto di modernità, altrimenti si inceppa il meccanismo. 

Autore: Luca Sticcotti

Ma lo sanno dov’è nato l’hiphop?

…ma c’è almeno un altro “chissà”. Se per quanto riguarda lo stile “Mamma Tirol” è senz’altro un pezzo rap (benché qualitativamente scadente e senz’altro poco al passo coi tempi), ci si potrebbe chiedere quanto rimanga, in un brano come questo, della storia del genere musicale di riferimento. Mentre si ascolta un testo separatista come quello di “Mamma Tirol”, infatti, fa quantomeno sorridere (ma amaramente) pensare a come, quando e dove ha avuto origine il movimento hiphop, a cui il rap appartiene. E allora chissà se gli autori – così legati alla “tradizione” – sapevano che il rap, oggi in cima alle classifiche, è nato nel 1973 nel Bronx, facendo propria l’eredità della black music e dei canti dei neri nelle piantagioni e offrendo un’alternativa alla violenza e un megafono alla parte più povera e invisibile della società; raccontando una situazione di disagio per rivendicare il diritto al suo contrario, così come l’importanza dell’unità e della vicinanza sociale; e dando origine a quello che venne definito “edutainment”, l’intrattenimento educativo. Verrebbe da rispondere di no.

Autore: Alex Piovan

Papi, che cosa sono gli Schützen?

“Papi, che cosa sono gli Schützen?”, mi chiede il mio bambino mentre in famiglia stiamo parlando del rap dei cappelli piumati. Gli snocciolo storia e folklore di questa associazione, stupendolo. Poi passo alla parte “politica”, e il motivo per cui mamma e io non apprezziamo quel video. “Ma se loro vogliono solo il Tirol, dove vanno al mare?”, è la sua prima reazione. Beata innocenza, beata quell’intelligenza che nasce dalla spontaneità di una mente pura. Perché i bambini non mentono, a se stessi né agli altri; i bambini non odiano, i bambini non vedono colori e differenze, i bambini apprezzano le diversità, se qualcuno riesce a spiegargliele. I bambini non hanno paura, gli adulti hanno paura. Ed è paura quella che trapela dal testo dello Schützen-rap: paura del diverso, che sia esso un Walsch, un sudtirolese traditore della Heimat, un nero, un musulmano o un omosessuale. Paura di perdere le proprie radici, che ancora non si riesce a capire quali siano. Perché anche solo leggendo il testo di questo pezzo è difficile trovare una coerenza o almeno una logica fra le parole che lo popolano. 
Ce l’hanno con tutti: si dichiarano democratici e cristiani, ma il loro amore per il prossimo sembra sbattere contro una barriera quando incrociano gay o ambientalisti: “non conoscono Ander, ma Greta, e davanti a casa mia Dieter ama Peter”, cantano. “Non siamo razzisti né populisti di sinistra, e odiamo tutti i neofascisti”, continuano. Poi le donne, oggetti decorativi che è meglio lasciare a casa a fare i mestieri, nel migliore dei casi, e addirittura gli studenti, “die  Studierten”, “die Gscheiden”, quelli non hanno mai lavorato in vita loro e poi si ergono a profeti, un po’ come “i professoroni” di salviniana memoria, insomma. 
Democratici e cristiani. Chissà cosa ne penserebbe Gesù, a riguardo; chissà cosa ne penserebbe don Sturzo nel sentire queste due parole affiancate pronunciate… da loro! 
“Mamma Tirol è un progetto nato da una grande ispirazione, creatività e tre bottiglie di Lagrein Riserva, che porterà i nostri fan a ballare sui tavoli”, scrivono gli Schützen sul loro sito istituzionale, e poi citano una canzone della band “Oi!” Böhse Onkelz:  “Dove genio e follia si combinano / Le parole non puzzano di bugie”.  
Chissà, forse la parte geniale del tutto sarà che da qualche parte balleranno davvero sui tavoli quando qualcuno intonerà questo rap. E chissà se questi si sentiranno dei geni mentre lo faranno…

Autore: Luca Masiello

Essere benvenute, nonostante tutto

Una giovane studentessa dell’Università di Bolzano ha incentrato la sua tesi di laurea sulla vita delle donne senza fissa dimora che gravitano presso la Casa Conte Forni di Bolzano. Raccogliendo uno spaccato di grande umanità, al di là degli stereotipi.

Prima il freddo e poi la neve. E la pandemia. Nei giorni scorsi a Bolzano è tornato di stretta atualità il tema delle decine e decine di persone (quasi 200, secondo le stime) che vengono sbrigativamente indicate “senza fissa dimora”. In realtà si tratta di un universo variegato, come è facile immaginare, che comprende homeless tradizionali di origine locale o meno, richiedenti asilo, profughi e persone che si trovano in una situazione di disagio per svariati motivi. 
In questi giorni il capoluogo è tornato a interrogarsi – purtroppo con il consueto rimpallo di responsabilità tra Comune, Provincia e rappresentanti dello stato (Commissiariato del Governo e forze dell’ordine) – sul tipo di soluzioni da adottare per dare un riparo e un minimo di conforto a queste persone. 

Tra di loro le più fragili, è inutile dirlo, sono le donne, presenti in un numero importante e spesso con bimbi a carico. È dunque a loro – e in un modo singolare – che abbiamo pensato di dedicare l’articolo principale nel nostro numero di Avvento e Natale, con il quale salutiamo i lettori dando poi loro appuntamento all’inizio del 2021. Nei mesi scorsi infatti ci è capitato di incontrare una giovane studentessa della Libera Università di Bolzano che proprio alle donne senza fissa dimora di Bolzano ha scelto di dedicare la sua tesi di laurea.

IL LAVORO DI TESI
Giada Avi ha 23 anni ed è di Pergine Valsugana, in provincia di Trento. Si è appena laureata presso la facolta di Design e Arti dell’Università di Bolzano discutendo una tesi basata sulla realizzazione di un libro d’arte, dedicato in particolare alle donne senza fissa dimora che hanno come punto di riferimento la Casa Conte Forni di Bolzano, un centro di accoglienza che ha sede in via Renon, a due passi dalla stazione ferroviaria. Per 4 mesi – da luglio a ottobre, giusto nella “pausa” tra la prima e la seconda ondata della pandemia – Giada ha frequentato la struttura, stringendo relazioni e raccogliendo materiali, soprattuto singole frasi e immagini dal forte contenuto evocativo. Ci è sembrato molto interessante valorizzare la stretta connessione che si è creata, nell’esperienza di questa giovanissima, tra arte e sociale, due mondi che siamo abituati a pensare distanti, quasi agli antipodi. È altrettanto significativo – come ci dice la stessa studentessa nell’intervista che abbiamo realizzato – l’obiettivo che questo lavoro si è proposto cercando di “allontanare il più possibile queste donne dalle etichette che spesso vengono loro affibbiate, generalizzando, criminalizzando e vittimizzando”. Il libro d’arte realizzato da Giada Avi, al momento stampato in poche copie, forse in futuro verrà anche pubblicato. Auspichiamo davvero che questo possa accadere, magari anche grazie a un editore altoatesino, perché si tratta di uno sforzo davvero significativo di pacificazione. Sarebbe davvero un bel segnale.

L’INTERVISTA


Com’è nata l’idea di realizzare questa tesi di laurea così particolare?
Sia artisticamente che personalmente sono sempre stata attratta dal sociale. Mi interessa, penso che la società ne abbia bisogno. Vediamo tanto odio in giro, per le strade e sui social, mi piace l’idea di usare l’arte per cambiare il mondo. Pretendo troppo?

Come hai proceduto?
Avendo a che fare con persone “emotivamente fragili”, sono andata step by step. Avendo quattro mesi per fare la tesi, ho iniziato con molta calma, andando tre volte a settimana a Casa Forni. Per i primi due mesi non ho neanche portato la macchina fotografica, volevo prendere confidenza, lasciare che si fidassero di me in maniera naturale, senza pressioni o spinte. Non è così facile farsi fotografare da una completa sconosciuta, e allo stesso tempo non era facile per me fotografare sconosciute, senza “sfruttare” in qualche modo la loro condizione.

Dal punto di vista umano com’è stato incontrare queste persone?
Molto più facile di quello che pensassi. Come ho scritto tante volte nel mio libro, sono molto più simili a me di quanto pensassi. Sì, le nostre realtà sono incredibilmente distanti, ma allo stesso tempo molto molto simili. Per la mia personalità e il modo che ho di vedere e capire il mondo, è stato molto semplice conoscerle, instaurare un rapporto, volergli bene e farmi voler loro bene.

Quando pensiamo alle donne senza fissa dimora facciamo fatica a sfuggire da una serie di stereotipi. Quali sono i principali?
Il mio progetto si basa proprio su questo: allontanare più possibile queste donne dalle etichette che la società affibbia loro, generalizzando, criminalizzando, vittimizzando. Quante volte abbiamo sentito che sono pigre, che non hanno voglia di fare niente? Che se la sono cercate? Facciamo fatica a capirle perché non abbiamo tempo e voglia di farlo. Inoltre, i media hanno un grande ruolo nella nostra percezione dell’”altro”. Ogni giorno siamo letteralmente bombardati da immagini che ovviamente influenzano la nostra visione del mondo. Al contempo possiamo accusare queste immagini stereotipate di continuare ad alimentare stereotipi negativi. è un po’ come un cane che si mangia la coda.

Le storie delle donne che hai incontrato nel tuo lavoro spesso sono condensate in brevi frasi e fotografie di grande forza espressiva. è stata una scelta tua fin dall’inizio o una cosa che è scaturita man mano?
In realtà no. Soprattutto perché ho avuto a che fare con delle persone, lavorando con loro e su di loro, inizialmente volevo essere il più aperta possibile. Il mio progetto si sarebbe sviluppato in base a loro: alle loro esigenze, a quanto loro si sarebbero aperte con me, alle suggestioni che avrei avuto relazionandomi con loro. Mi ero data carta bianca. Avendo poi fotografie e testo, che considero essere egualmente importanti, ho capito che un libro sarebbe stato il medium migliore.

Marginalità e disagio, ma comunque cittadinanza. In questa fase così delicata ancora una volta siamo invitati a “restare a casa”. Per le donne che hai incontrato si tratta di un’indicazione che appare quanto mai paradossale…
Il Covid ha sicuramente dato una sfumatura diversa al progetto. Ha creato ancora più disparità tra “noi” e “loro”, se possiamo davvero parlare di due categorie distinte. Basti immaginare ai pompieri che giravano per le strade con le sirene “state a casa”, sfrecciando a pochi metri da persone che si chiedevano “e noi dove andiamo?”.

Aver conosciuto questo mondo che tipo di porte aprirà sul tuo futuro? Dopo la triennale quali sono i tuoi progetti?
Voglio lavorare nel mondo della comunicazione visiva e mi piacerebbe rimanere su temi sociali più che commerciali. Forse sono troppo ambiziosa, ma mi piacerebbe che il mio lavoro cambiasse anche solo di poco la visione che abbiamo sul mondo.

Mario Capecchi: il ragazzo di strada della “Bassa” che vinse il Nobel

È Egna il set del nuovo film di Roberto Faenza, “Resilient”, biopic sulla storia di Mario Renato Capecchi, vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Medicina, la cui incredibile storia ha inizio proprio in Bassa Atesina. Da bambino, infatti, dopo la deportazione della madre, Mario Capecchi si era ritrovato a vivere la strada in diverse città del Nord Italia. Una storia che va, come lui stesso disse, “dagli stracci alla ricerca”.

Chi era Mario Capecchi?
Capecchi nacque a Verona nel 1937 e la sua vita fu complicata fin dai primi anni: perse infatti il padre, Luciano Capecchi, chiamato alle armi in Libia durante il periodo del colonialismo fascista in quanto pilota dell’Aeronautica militare, e fu allontanato dalla madre, Lucy Ramberg, che dopo la morte del marito si era trasferita in Alto Adige (a Costalovara, sull’altipiano del Renon) ed era una poetessa e attivista del gruppo Bohemiens, arrestata dalle SS come prigioniera politica nel 1941 e in seguito deportata nel campo di prigionia nazista di Dachau. Prima dell’arresto, ha raccontato Capecchi in un’intervista rilasciata alla giornalista Carina Dennis, la madre aveva venduto tutti i propri averi per assicurare al figlio le cure di una famiglia di contadini sudtirolesi; ma i soldi inspiegabilmente finirono e pochi mesi dopo, a soli quattro anni, il piccolo si ritrovò a vagabondare senza una casa in Bassa Atesina. Questa intervista è uscita nel 2004 su “Nature”, ed è intitolata “From rags to research” (“Dagli stracci alla ricerca”): “Il mio messaggio è che chiunque, in qualunque circostanza, può farcela”, spiega Capecchi, raccontando anche di come si ritrovò a dover mendicare e rubare assieme ad altri piccoli gruppi di bambini. Fu allora che nella sua storia accadde qualcosa di incredibile: alla fine della guerra la madre venne liberata e, dopo un anno, riuscì a ritrovarlo. Nel 1946 si imbarcarono e attraversarono l’Oceano alla volta degli Stati Uniti. Ad aspettarli, lo zio di Capecchi, Edward Ramberg, professore di fisica. 
Trovata la pace, Capecchi crebbe e a nove anni iniziò le scuole elementari, senza sapere l’inglese, né leggere, scrivere o fare di conto. Nonostante i suoi insegnanti sostenessero che non sarebbe mai potuto andare al college, intraprese un percorso di studi universitari, prima al MIT di Boston e poi a Harvard. Nel 1967 conseguì il Dottorato di Ricerca all’Università di Harvard, studiando sotto la supervisione di James D. Watson, il biologo che – con Francis Crick, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin – scoprì la struttura della molecola di DNA. L’Enciclopedia Britannica riporta che Capecchi iniziò a lavorare alla ricerca sul ‘gene targeting’, che nel 2007 l’avrebbe portato a vincere il Nobel, nel 1980. 

L’incontro con la sorella
Ma la storia di Capecchi, e il suo legame con l’Alto Adige, non finisce qui. Due anni dopo la nascita di Capecchi, la madre aveva dato alla luce la figlia, nata da una seconda relazione: Marlene Boneli, la sorellastra di Mario. E quando, nel 2007, Capecchi vinse il premio Nobel, la sorella (che a lungo aveva lavorato come casellante nel nord Tirolo) lo riconobbe in televisione e sui giornali. Fu il preciso lavoro di Isabelle Hansen, giornalista del Dolomiten, quotidiano locale in lingua tedesca, che permise a Marlene e Mario di incontrarsi di nuovo. Marlene sapeva di avere un fratellastro, e sapeva che la madre era stata deportata, ma era convinta fossero morti. Entrambi – Capecchi e la sorella – avevano cercato informazioni sulle proprie origini e sulle sorti dell’altro, ma senza fortuna. Dopo molti anni, finalmente, si sono potuti rincontrare, proprio qui, in Alto Adige.

Il regista e il film 
Roberto Faenza aveva già lavorato in Trentino-Alto Adige. È del 2014 il suo “Anita B.”, con Eline Powell e Robert Sheehan, girato per lo più tra Fortezza, Egna, Bolzano e Merano. Il regista ha all’attivo oltre venti pellicole. Meritano senz’altro di essere ricordate, oltre a “Sostiene Pereira”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi e con Marcello Mastroianni, anche “Jona che visse nella balena”, “Prendimi l’anima” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Nel cast del nuovo film, tra gli altri, anche Francesco Montanari e Tonino Tosto.

LA VITA E IL FILM, IN BREVE
Mario Capecchi nacque a Verona nel 1937. Suo padre fu un pilota e sua madre una poetessa e un’attivista del movimento Bohemiens. Quando Capecchi era piccolo, la madre, Lucy Ramberg, venne deportata a Dachau. Trovatosi solo e in povertà, nonostante fosse ancora bambino Capecchi fu costretto a vagabondare e trovare modi per sopravvivere tra le strade di Bolzano e della Bassa Atesina, proseguendo fino all’Emilia-Romagna. Dopo la fine della guerra la madre lo ritrovò e insieme raggiunsero l’America, dove Capecchi poté studiare, conseguendo un dottorato di ricerca sotto la supervisione di James Watson. Nel 2007, vinse il Premio Nobel per la Medicina e, dopo molti anni, rincontrò la sorellastra, Marlene Bonelli, in Alto Adige.
A Egna, il regista Roberto Faenza sta girando il suo nuovo film, “Resilient”, basato sulla biografia di Mario Capecchi. Roberto Faenza ha già lavorato in Alto Adige. “Anita B.”, un suo film del 2014, venne girato prevalentemente tra Bolzano, Fortezza, Egna e Merano. L’uscita del film è prevista per il 2021.

Autore: Alex Piovan