Il Presidente del Comitato Parrocchiale Assistenziale – Senior Club Don Bosco, Walter Hoerwarter ci spiega l’importanza del ritorno alla vita sociale per la terza età.
Oggi l’effetto della pandemia viene studiato non solamente sotto il profilo sanitario, ma anche sotto quello sociale e psicologico. Verosimilmente, con il ritorno alla vita “normale”, emergeranno nuove e più profonde conseguenze di questo anno di restrizioni. Particolarmente sensibile a questa situazione risulta essere la popolazione di terza età, soprattutto perché, contrariamente all’immaginario comune che vede i nonni a casa tutto il giorno, gli over 60 hanno una fitta rete sociale fatta di gite, sport, feste e partite a carte… Attività che in questo periodo sono state completamente annullate. Storicamente a Don Bosco c’è un luogo dedicato ad attività ricreative culturali per i più “saggi”: il Centro Senior, che fu costituito nel 1982 insieme al centro giovanile. Tra i soci fondatori, l’attuale presidente dell’Associazione, il Sig. Walter Hoerwarter. Siamo andate a intervistarlo il 21 aprile, nella mattinata dedicata ai rinnovi delle tessere. Al nostro arrivo due simpatici e garbati volontari ci hanno fatto accomodare nell’area ristoro del centro, solitamente frequentatissima ma ora deserta. Walter ci ha raggiunto immediatamente e senza indugio ha sottolineato l’importanza dei volontari per l’associazione. Infatti, non avendo dipendenti (fatta eccezione per gli istruttori di ginnastica) sono gli stessi iscritti che si rendono disponibili ad aiutare nella gestione di attività: “Cerchiamo sempre di reclutare nuovi volontari, di modo da dividere la mole di lavoro – ha raccontato Walter – se ogni iscritto desse un’ora del proprio tempo potremo fare faville”. Ad ogni modo, nonostante il limitato numero di volontari, il centro propone un’immensa offerta di attività culturali e ricreative, tra cui: corsi di ginnastica dolce, yoga, osteogym, acquagym, nuoto, tornei di tombola e di burraco… Senza dimenticare le gite, i soggiorni marini e termali. Inoltre, grazie a collaborazioni con altre associazioni quali Diabetes Union e Unione Italiana Libero Teatro (UILT), il Senior Club ospita conferenze e spettacoli. Il ventaglio di proposte è davvero notevole e non sorprende che il numero di iscritti si aggirasse (prima del Covid) intorno ai 400. Con il diffondersi del Covid, che rappresenta un rischio molto alto per questa fascia di età, le attività del centro sono state sospese e di conseguenza anche le possibilità di socializzazione. Secondo il Sig. Walter, la priorità a questo punto non è fare ripartire tutte le iniziative, quanto piuttosto ricostruire l’aspetto sociale dando a tutte e tutti l’opportunità di ritrovarsi. Occorre comprendere e affrontare gli effetti dell’isolamento: “Ora è importante far riacquistare normalità e sensibilità alle persone, provando a eliminare le scorie che questa situazione ha lasciato. C’è bisogno di incontrarsi per socializzare… e senza dubbio per giocare a carte”.
Con la ripresa delle attività economiche anche le organizzazioni sportive hanno ottenuto il via libera per ricominciare gli allenamenti e, in alcuni casi, per dar vita alle competizioni agonistiche. Tra tutti gli sport, sono quelli che vengono svolti all’aria aperta che si trovano ad avere meno ostacoli legati alle normative anti-contagio, pur avendo comunque numerose restrizioni. “Un contributo fondamentale a tutto il mondo dello sport è dato dalla possibilità, concessa dalla Provincia Autonoma di Bolzano attraverso l’utilizzo dei tamponi rapidi, di testare gli atleti prima di ogni allenamento; così facendo – spiega Paolo Appoloni, neo Presidente del Comitato Alto Adige-Südtirol della Federazione Ciclistica Italiana – si possono svolgere le attività sportive con maggiore sicurezza.”
Paolo Appoloni
I campionati provinciali Una scintilla di speranza nel ciclismo altoatesino è arrivata anche dallo svolgimento della prima gara dell’anno di ‘mountain bike’ svolta a Nalles il 10 e 11 aprile -– sarà seguita dai campionati provinciali che si terranno il 15 maggio a Laces. “Al contrario dei giovanissimi che dovranno aspettare fino a giugno, i ragazzi e le ragazze delle categorie più avanzate hanno già ora la possibilità di svolgere le gare. Per organizzare queste ultime in modo dettagliato abbiamo, infatti, creato una struttura che si occupasse esclusivamente del rispetto delle norme anti-covid. L’esito positivo della prima gara ha dato molta fiducia all’interno del Comitato, soprattutto in vista delle prossime manifestazioni ciclistiche. Riprendere con le attività ora è stato importante, perché più tempo si sta fermi, più è complicato ricominciare”, ha raccontato Appoloni.
Una nuova scuola di ciclismo a Laives Come per la ‘mountain bike’, anche per il ciclismo ‘su strada’ è prevista la gara che stabilirà i campioni provinciali delle diverse categorie giovanili. “Il percorso sarà svolto interamente all’interno del Comune di Laives, un luogo, questo, dove desideriamo costruire un ‘ciclodromo’, ovvero un’area protetta, rivolta soprattutto ai più piccoli, per praticare ciclismo in piena sicurezza. Inoltre – continua il neo Presidente della F.C.I. – vorremmo creare la prima scuola di ciclismo su strada dell’Alto Adige, fino ad ora ne sono presenti solo cinque che riguardano esclusivamente la ‘mountain bike’ e la ‘BMX’.”
La bicicletta: un mezzo green e sicuro “In quest’ultimo anno abbiamo riscoperto le potenzialità della bicicletta: un mezzo che permette di spostarsi in modo ecologico e, dal punto di vista sanitario, sicuro, in quanto il suo utilizzo non crea alcun tipo di assembramento; per questo possono essere molte le persone che si sono avvicinate in questa situazione al mondo delle due ruote. In Alto Adige si pratica molto sport e di diverso tipo, grazie alle lunghe piste ciclabili che attraversano la città e collegano tutta la Provincia. Il ciclismo è uno degli sport prevalenti e viene praticato per scopi ludici, sportivi e di trasporto”, ha concluso Appoloni.
Il fotografo e documentarista di Salorno Andrea Pizzini racconta i sei mesi trascorsi in rianimazione a Bolzano, passati a incontrare pazienti e sanitari, con lo scopo di raccontare le loro storie di sostegno e ritorno alla vita.
Raccontare la pandemia, con scrupolo giornalistico ma allo stesso tempo identificando e valorizzando i motivi di speranza che in questi 13 mesi sono germogliati numerosi, anche dalle storie più tristi e dolorose. Questo è il compito – difficilissimo – che molti di noi giornalisti si sono posti durante l’emergenza Coronavirus, un’esperienza davvero inedita e fuori dagli schemi. Uno dei pochi a essere riusciti in questo intento, a nostro avviso, è il documentarista e fotografo di Salorno Andrea Pizzini che – tornato la scorsa estate dal Belgio dove aveva vissuto per dieci anni – ha scelto di “trasferirsi” nel reparto di terapia intensiva covid dell’Ospedale di Bolzano. Lo scopo? Raccontare dall’interno il dramma – reale, al di là delle peggiori fake news – dei malati ma anche e soprattutto la gioia dei ritorno alla vita dei guariti. E anche il fondamentale lavoro dei sanitari in prima linea.
Il volto di un’infermiera in terapia intensiva a Bolzano
L’INTERVISTA
Com’è nato il progetto Wellenbrecher? Nella scorsa estate sono tornato dal Belgio, dove ho vissuto 10 anni, e sono arrivato a Merano, dove ho un’amica infermiera che lavora in terapia intensiva. Lei mi ha raccontato delle varie fake news che giravano e dopo un po’, in ottobre, ho pensato di visitare il reparto per fare delle foto e raccontare il suo lavoro. Ho pensato che in questo modo la gente poteva vedere un po’ sui social quello che succede veramente. Non sapevo se mi avrebbero dato il permesso per entrare.
Beh, accedere in qualità di fotografo in una terapia intensiva non è la cosa più semplice del mondo… Ho fatto richiesta all’Azienda Sanitaria, pensando che magari non avrei neanche ricevuto una risposta. Ma invece è capitato che proprio qualche giorno prima della mia mail è circolata una falsa notizia davvero importante e virale. Allora i responsabili sanitari mi hanno detto che volevano provare per vedere cosa sarebbe successo. Fino a quel momento nessuno era entrato in rianimazione per raccontare le storie che stavano succedendo. Prima sono entrato a Merano ma presto mi sono spostato a Bolzano, dove la situazione era molto più grave. Sono arrivato lì e ora sono ancora lì, in pratica.
Questo titolo – Wellenbrecher – da cosa deriva? Sono entrato in novembre quando c’era appunto una grande ondata. Vedevo i medici e gli infermieri e il grande lavoro che stavano svolgendo cercando di contrastare l’onda, facendo turni pazzeschi. Il lockdown valeva per tutti, ma all’esterno l’ondata non si vedeva. La vedevano e la affrontavano solo loro, in pratica, stando in prima linea.
E Wellenbrecher sta per frangiflutti, lo stesso compito che svolgono i grandi massi che si trovano appena al largo, al mare, per impedire alle mareggiate di raggiungere il porto e la spiaggia. Proprio così.
Com’è stato il tuo incontro con gli operatori sanitari che lavorano in terapia intensiva? Loro all’inizio erano perplessi, anche perché io stavo loro molto vicino, come si vede anche dai video che ho fatto. All’inizio sono semplicemente rimasto con loro, chiacchierando, per conoscerli ma anche e soprattutto per farmi conoscere. Nei primi due mesi non ho postato nulla sui social, ho cominciato a farlo solo pian piano, coinvolgendo le persone più adatte e con cui avevo stabilito un rapporto di fiducia. Quando ho cominciato a trascorrere lì le notti con loro, hanno capito cosa stavo davvero facendo.
Nei miei documentari il messaggio di speranza è davvero fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite.
Com’è stato l’incontro con i malati? Questa naturalmente è stata la parte più difficile. All’inizio ho solo osservato senza fotografare e senza raccontare. Ho capito che l’unico momento veramente buono per confrontarmi con i pazienti sono gli ultimi giorni in terapia intensiva, prima delle dimissioni dall’ospedale. Lì cominciano a parlare e posso provare ad avvicinarli, spiegando loro cosa sto facendo. Chiedo se posso raccontare la loro storia e, se è possibile, li intervisto. Poi aspetto che escano e mando loro il video, chiedendo se posso pubblicarlo.
Un doppio consenso dunque. Mentre lo si realizza e poi anche a posteriori. Sì. Chiedo anche di fare vedere il video ai parenti, per avere una conferma davvero definitiva. Alcuni di loro, infatti, al momento hanno voglia di raccontarsi, ma magari poi dopo tre giorni ci ripensano. Ci vuole sicurezza, perché si tratta di cose molto delicate.
Quindi vengono veicolati due messaggi, in sostanza. In primo luogo che è tutto vero. E poi che anche di questo si può guarire. Nei miei documentari il messaggio di speranza è fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite. E si vede che chi ne esce vivo, lo può fare grazie alle misure adottate e alle macchine che alimentano i polmoni con l’ossigeno.
In Alto Adige c’è ancora una certa fetta di cittadinanza che osserva con scetticismo la pandemia. Molti sono contrari alle vaccinazioni in generale e c’è anche un settore, per fortuna molto limitato, che inveisce contro tutto e contro tutti, negando persino l’esistenza del video. Che idea ti sei fatto in merito, portando avanti il tuo progetto? Io penso che gli estremisti non li convinci in nessun modo. In ospedale ho visto uno che non credeva nel covid che è stato intubato. Lo hanno salvato e dopo che è uscito ha detto che il covid non esiste e che era influenza. Il senso del mio lavoro è parlare con le persone normali, che si pongono delle domande e che normalmente non vedono quello che succede in terapia intensiva. Se possono vedere quello che succede lì, magari capiscono meglio qual è questa realtà.
Insomma: l’obiettivo è dare degli strumenti in più per consentire alle persone di farsi un’idea oggettiva. Dai social sono arrivati anche degli attacchi d’odio, sulla scia dei post di Wellenbrecher? Ho ricevuto tonnellate di questo tipo di messaggi, ma io sono tranquillissimo. Da anni ho un sito di fotografia con milioni di lettori ogni mese e lì ho anche ricevuto minacce di morte. Sono abituato, ormai. Mi fa zero effetto. La loro è una malattia. Quando leggo un commento pieno d’odio mi dispiace per la persona che lo inserisce, perché vuol dire che sta male.
Quali sono stati i due o tre momenti più emozionanti vissuti in questo periodo? Il momento più forte è stato quando uno del mio paese ricoverato in terapia intensiva mi ha riconosciuto. Sono stato l’ultimo a parlargli prima che se ne andasse. Un mese dopo un altro del mio paese voleva dirmi qualcosa ma non ci riusciva, e alla fine ho capito che voleva dire “aria aria”. Gli mancava l’aria. I momenti più belli sono quando i pazienti stanno meglio, all’improvviso, e cominciano a raccontare le loro storie, sono felici, insieme ai loro parenti. è veramente molto bello.
È la travolgente forza della vita. Sì, li vedi quasi morire per settimane e poi invece si svegliano, come un fiore di primavera. E tu dici: è pazzesco!
Il progetto va avanti ancora? Sì, ora sto facendo una serie di interviste perché il momento è ideale vista la pressione minore sul reparto. Ma spero che presto potrò venire via, perché questa cosa sarà finita.
Lo speriamo anche noi.
ANDREA PIZZINI
Nato il 4 ottobre 1977 a Mezzolombardo, Andrea Pizzini è cresciuto a Salorno e si è diplomato alla Scuola di Documentario, Televisione e New Media ZELIG di Bolzano. Dal 2002 al 2011 ha viaggiato il mondo realizzando documentari in zone di guerra, slums e favelas. Nel 2011 ha creato un sito di fotografia che oggi ha 4 milioni di lettori al mese. Dal 2012 fotografa con una camera gigante chiamata “Cube” creata insieme a Christan Martinelli.
Come ha affrontato l’emergenza Coronavirus la politica altoatesina? L’autonomia ha fornito un’opportunità in più che è stata debitamente sfruttata? A queste domande risponde il politologo Günther Pallaver, che abbiamo intervistato a margine della pubblicazione dell’Annuario di Politica dell’Alto Adige.
Ogni anno la Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa il punto in merito allo stato dell’arte della cosa pubblica e della democrazia altoatesina. Il risultato tangibile di questo appuntamento periodico è un bel volume, edito da Raetia, che raccoglie una serie di contributi affidati a esperti nei vari settori delle scienze politiche. Quest’anno il libro, appena uscito in libreria, concentra la maggior parte della sua attenzione sulle “Conseguenze della pandemia Covid-19 in Alto Adige e in Trentino a confronto”. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con il prof. Günther Pallaver che vive a Bronzolo ed è – oltre che giornalista professionista – professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck. Attualmente Pallaver è membro dello staff dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac a Bolzano.
Günther Pallaver
L’INTERVISTA
Quali sono le principali debolezze e i deficit che la nostra autonomia ha manifestato durante l’emergenza? In primo luogo possiamo dire che le debolezze del nostro sistema sanitario, presenti da tempo, in questa situazione di pandemia si sono manifestate con forza. In secondo luogo occorre osservare che la politica è stata messa sotto torchio dai vari gruppi di interesse, e questo ha provocato una linea non sempre coerente nella battaglia contro il virus.
L’atteggiamento ondivago della politica è sinonimo di debolezza? Sì e lo si è visto molto bene con il cosiddetto Sonderweg, il percorso speciale intrapreso dalla Provincia. Nella primavera dello scorso anno le nostre istituzioni locali, con delle decisioni autonome, hanno inteso controbattere alla molla del centralismo. Ma i problemi non si sono presentati nella via speciale di per sé, ma piuttosto nelle deviazioni e nelle scorciatoie adottate man mano. Faccio alcuni esempi. Nel febbraio dello scorso anno ospitavamo i campionati mondiali di biathlon che non si sono potuti fermare, “the show must go on”. Ma il giorno dopo abbiamo avuto i primi casi. Poi abbiamo atteso, prima di fermare gli impianti sciistici, perché non si voleva chiudere in anticipo la stagione. Quindi ci siamo sorpresi e arrabbiati quando il Robert Koch Institut ci ha inserito nella zona pandemica. Per non parlare del comitato di esperti che era stato istituito, con alcuni membri che a mala pena sapevano di farne parte. Insomma: tutta una serie di cose non ha funzionato. Il Sonderweg di per sé avrebbe potuto essere una cosa sensata, però la sua gestione è stata deludente. Ed è un peccato perché nella fase iniziale la via speciale era stata sostenuta con poche eccezioni da tutto il Consiglio Provinciale e anche dalla società civile. Poi, man mano, la fiducia è venuta meno e a tutt’oggi il Sonderweg è stato in pratica accantonato.
In ambito sanitario, quali sono stati i problemi più significativi che si sono manifestati? Mancava un piano pandemico e anche il coordinamento tra centro e periferia ha mostrato una serie di debolezze. Poi ci sono stati diversi problemi logistici, come ad esempio la questione delle mascherine.
Durante la pandemia l’Euregio ha avuto un qualche peso? Si deve dire che nostri pazienti covid sono stati accolti sia nel Tirolo che nel Voralberg. In questo senso un supporto c’è stato. Nel nostro annuario un contributo in particolare mette in evidenza come in Europa le realtà transfrontaliere presenti nelle regioni confinanti hanno cercato di fatto di contrastare la chiusura delle frontiere. In particolare si è insistito molto sull’informazione e sulla comunicazione tra le regioni di confine, riguardanti la salute e la lotta alla pandemia. Ma va anche detto che il nostro Euregio è riuscito a fare ben poco in questo senso, purtroppo. Ad esempio la collaborazione tra ospedali avrebbe potuto estendersi anche a Trento, ma questo non è avvenuto.
Non solo ombre ma anche luci: durante la pandemia si è manifestato un grande senso di responsabilità da parte della popolazione altoatesina
Che effetti ha avuto la pandemia sulla fiducia dei cittadini altoatesini nei confronti della politica? Questa fiducia, come sappiamo, negli ultimi anni è progressivamente diminuita. Nel nostro volume abbiamo un saggio che spiega come siano stati in sostanza tre i fattori politici fondamentali per affrontare l’emergenza: un apparato amministrativo competente, la fiducia dei cittadini nel governo e una leadership forte ed efficiente. All’inizio della pandemia la fiducia era alta, ma poi si può dedurre è andata via via diminuendo, a tutti i livelli. E la fiducia naturalmente si ripercuote sul comportamento delle singole persone. Una cosa che si è vista è che nelle aree urbane l’atteggiamento nei confronti delle regole è stato più coerente rispetto alla periferia. Lo abbiamo visto perché è proprio in periferia che si sono verificati i focolai, che invece in città non c’erano.
In realtà i cittadini si sono trovati spesso disorientati, alle prese con direttive nazionali, provinciali e comunali alle quali non si sapeva dare un ordine di priorità e che magari erano in contrasto tra loro. Non solo. è anche capitato che venissero annunciati provvedimenti che il giorno dopo venivano subito modificati. La popolazione è risultata confusa dalla non coerenza nella comunicazione.
Ci sono anche luci, oltre alle ombre? Sicuramente. Possiamo partire dal basso: si è manifestato un grande senso di solidarietà tra la popolazione. Questa cosa non va dimenticata e non per nulla noi abbiamo indicato come personalità politica dell’anno il “volontario” o la “volontaria”. Tantissimi davvero si sono rimboccati le maniche e hanno dato una mano. In secondo luogo, in questa pandemia noi vediamo una grande opportunità. Per il lavoro innanzitutto e per l’adattamento delle imprese, attivando la spinta che è necessaria per rimanere competitivi, anche con meno personale. La pandemia fornisce un impulso trasformativo in grado di rendere possibili cambiamenti altrimenti difficilmente attuabili in una situazione normale. Tutte le innovazioni digitali di questo periodo, ad esempio, rimarranno anche in futuro. Infine dobbiamo anche dire che la campagna vaccinale in Alto Adige sta funzionando molto bene. E questo è un aspetto davvero molto importante.
POLITIKA 2021
L’edizione 2021 di “Politika” è all’insegna della pandemia. L’autonomia dell’Alto Adige, soprattutto la sua amministrazione, ha rivelato una serie di debolezze e deficit in questo periodo carico di tensioni a vari livelli. La gestione della crisi basata sulla divisione dei compiti, soprattutto tra lo Stato e la provincia, si fa riferimento al cosiddetto “Sonderweg”, la via speciale altoatesina, è stata molto al di sotto delle aspettative. I trattati sull’Alto Adige e il Trentino propongono interessanti prospettive comparative. Gianfranco Pasquino, uno dei più importanti politologi italiani, analizza come i diversi sistemi politici abbiano reagito al Covid-19. Le elezioni comunali di settembre 2020 sono il secondo punto focale dell’edizione.
Il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, da questo mese fino a ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni a Bolzano, a cura dell’artista Tellas in Via Brennero 8.
La street art è un linguaggio artistico abbastanza recente e forse anche per questo non ancora così noto, soprattutto nel panorama altoatesino. È proprio partendo da tale presupposto che Anna Carol e Matteo Picelli, conosciuto come Egeon, fondano, nel 2018, il progetto OUTbox. OUTbox nasce dalla difficoltà nella realizzazione di opere su facciata all’interno del territorio provinciale. Proprio da tale impedimento i due fondatori decidono di porre come obiettivo primario dell’organizzazione la produzione, realizzazione e curatela di opere d’arte pubblica nel contesto sudtirolese. Come spiega Anna, OUTbox “è la cartella delle mail che stanno per essere inviate, ovvero dei saperi e messaggi che sono pronti per essere condivisi; allo stesso tempo la parola in sé descrive un qualcosa che sta all’esterno, out, di una scatola, box… per cui se siamo abituati a vedere opere d’arte in un museo o in una galleria, dove la cittadinanza si deve recare per poterne fruire, con OUTbox l’obiettivo è invece andare noi con le nostre opere e i loro messaggi fra le persone”. L’attività di OUTbox parte con l’ormai conosciuto murale “Ricorda la bellezza” realizzato da Egeon e situato in Via Roen a Bolzano.
L’aspetto chiave del loro operato, così come dell’arte urbana, è coinvolgere attivamente la comunità, facendola sentire partecipe e avvicinandola al linguaggio artistico della street art, di cui può essere a sua volta promotrice. Con tali propositi nasce il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, che da questo mese fino ad ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico grazie alla partecipazione dei rispettivi comuni e dal sostegno dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano. La tematica dell’evento è Breathe, ossia respirare, concetto che si collega all’attuale pandemia e che verrà proposto sotto profili diversi a seconda dell’artista. Ogni creazione verrà accompagnata da attività di coinvolgimento della comunità, così che l’opera stessa possa essere poi portatrice dei contenuti culturali che animano i luoghi di realizzazione. A tal fine, OUTbox prevede di porre sotto ogni lavoro una cassetta dove tutti possano lasciare la propria opinione rispetto all’opera, in modo da abbattere le barriere tra cittadini e mondo dell’arte. “Perché – afferma Anna – arte è qualcosa di estremamente naturale, e spesso semplice necessità di comunicazione e condivisione”. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni dall’artista Tellas in Via Brennero 8 a Bolzano.
I giovani volontari del Comitato Bolzano della Croce Rossa Italiana, che oltre all’omonimo capoluogo comprende i comuni di Laives, Merano, Bressanone e la Val Gardena, raccontano le esperienze, le fatiche e le emozioni vissute in un periodo senza precedenti.
Le attività oltre il soccorso “Nell’immaginario collettivo noi volontari della Croce Rossa ci occupiamo esclusivamente delle emergenze e del soccorso in ambulanza; in realtà sono diverse le attività che svolgiamo e, fin dall’inizio della pandemia, siamo venuti in contro a numerose esigenze. Ad esempio, ci siamo attivati fin da subito per consegnare medicinali e beni di prima necessità ad anziani e soggetti in quarantena. Per quanto riguarda i tamponi, in quest’ultimo periodo siamo andati nelle scuole a spiegare agli studenti come svolgere la procedura ‘fai-da-te’ dei test rapidi. Infine – spiega Matteo Macchia, responsabile della categoria giovani – cerchiamo di sensibilizzare e informare la popolazione sull’importanza dei vaccini anti-covid. La Croce Rossa offre molte opportunità per aiutare il prossimo che non si limitano al turno in ambulanza e al soccorso d’emergenza”.
Conciliare volontariato e scuola Tra i 272 ragazzi e ragazze che fanno parte dell’organizzazione locale, c’è anche Sofia Treccarichi, che racconta: “Essere volontaria significa sicuramente mettersi a servizio degli altri. Questo permette di affacciarsi in prima persona al mondo sanitario; un settore, questo, che affascina molti di noi, alcuni infatti scelgono di intraprendere un vero e proprio percorso di studi e di formazione avendo poi uno sbocco lavorativo nell’ambito sanitario. Alcuni dei servizi che offriamo richiedono poco tempo a chi si mette a disposizione, organizzandosi si riesce a fare molto e conciliare senza problemi l’attività di volontariato e, nel mio caso, la scuola. Ultimamente sono stata a svolgere la misurazione della febbre in stazione e alle acciaierie, ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’aumento della richiesta di distribuzione dei viveri a cui ho preso parte. Ci vuole coraggio a richiedere aiuto per necessità così basilari e dignitose come il cibo, e spesso molti aspettano troppo tempo, quando invece non dovrebbero farsi problemi a chiedere aiuto” ha concluso Sofia.
“Ora siamo più numerosi” “Il timore più grande – racconta Matthias Autengruber, giovane volontario C.R.I. – è quello di diventare veicolo di contagio per i propri familiari quando, durante un servizio, ci si trova a contatto con persone potenzialmente contagiose. In questo periodo abbiamo tutti sacrificato qualcosa, i giovani in particolare, e per questo è sbagliato additarli. Non si può mai generalizzare quando si parla di chi non rispetta le norme; a infrangere le regole possono essere i giovani come gli adulti. Durante la pandemia, come C.R.I. avevamo bisogno di più aiuti e molti giovani si sono fatti avanti, ora siamo più numerosi di prima. Quando mi è capitato di consegnare la spesa agli anziani, molti ci chiamavano piangendo, ma poi, arrivati sul pianerottolo, ci lasciavano con il sorriso sentendosi meno soli, questa è una ricompensa immensa”.
Negli ultimi giorni hanno destato curiosità lungo le passeggiate dell’Isarco, tra ponte Roma e Ponte Palermo, le prime panchine pitturate con i colori dell’arcobaleno e i nomi degli organi del corpo umano. Nel frattempo sappiamo trattarsi di un nuovo progetto di parco bioenergetico, promosso dal comune di Bolzano, come evidenziato dalla segnaletica apposta.
Già nell’antichità era convinzione comune che la natura avesse un effetto positivo sulla salute fisica e mentale dell’uomo. Recenti studi scientifici hanno dimostrato come questa convinzione sia del tutto fondata. L’uomo e le piante, infatti, emettono campi elettromagnetici, e quelli emessi dagli alberi, in certe condizioni, possono influire sullo stato energetico dell’organismo umano. “Per questo progetto ci siamo avvalsi della collaborazione del bioricercatore Marco Nieri, della provincia di Bologna: utilizzando un’innovativa tecnica che permette di rilevare i campi bio-elettromagnetici che caratterizzano la vita nella biosfera, nell’uomo e nelle piante, è stato effettuato un rilevamento della passeggiata tra Ponte Roma e Via Bassano, includendo anche la parte verso il fiume, tra la pista ciclabile e l’Isarco”, ci spiega la geom. Katia Zanoner della Giardineria comunale.
Ma cosa’è uno “spazio bioenergetico”? “Ogni pianta, come ogni essere vivente, emette una o più frequenze elettromagnetiche, che sono le stesse emesse dai nostri organi e apparati. Il nostro pianeta a sua volta si trova all’interno di una rete di linee elettromagnetiche distanti 26-30 metri l’una dall’altra. Se una di queste linee energetiche della biosfera attraversa un tronco d’albero, il potere benefico della pianta si amplia e va a creare una sorta di bolla, la cui estremità arriva fino a 10-12 metri oltre, nella quale il tronco non è che la prima estremità. Questa bolla è l’area bioenergetica. La sosta e il relax all’interno di quegli spazi risultano quindi estremamente utili per il nostro benessere. Quanto più a lungo vi si sosta – si consigliano 10-15 minuti – tanto maggiore ne è il beneficio ottenuto dall’organismo, in particolare dagli organi e nelle funzioni indicate. All’interno di questi spazi bioenergetici abbiamo posizionato sia le panchine colorate che grandi sassi del fiume, e anche un tronco di uno dei platani recentemente abbattuti in Piazza Stazione”.
Però potremmo obiettare che sono benefici che ci sarebbero a prescindere… “Certo, tutte le aree verdi sono salutari. Ma è ovvio che non sappiamo esattamente quanto finché che non andiamo a misurare, cosa che si può fare con una speciale antenna. Sono studi che vengono fatti da anni. In Inghilterra e negli Stati Uniti ci sono diversi giardini bioenergetici. Siamo il primo parco pubblico in Italia e abbiamo scelto questa passeggiata in quanto è frequentatissima tutta la settimana, mattina e pomeriggio, da anziani e mamme con bambini… Durante la mappatura abbiamo individuato degli incroci di linee energetiche e vi abbiamo piantato degli alberelli (nella zona sotto alla ciclabile, ndr). Nel giro di poco tempo abbiamo notato che c’è stato chi, a modo suo, ha valorizzato questi posti, decorando i sassi per le sedute e ornando l’alberello di prunus nume, considerato albero portafortuna dagli orientali, per farlo diventare l’albero della felicità. Mi piace pensare che c’è chi, anche se inconsciamente, percepisce l’energia positiva del luogo”.
BOLZANO ARCI Bolzano lancia una nuova campagna di comunicazione sui social, ”Il Posto”. Protagonisti sono i giovani “Costruttori di futuro” che mettono in campo competenze e riflessioni, alla ricerca della bellezza nel territorio regionale. Andrea Rizza Goldstein, nel team di ideazione e sviluppo dei progetti di politiche giovanili, cittadinanza globale e innovazione socioculturale, racconta il progetto.
Come è nato il progetto? Questa iniziativa fa parte di una più ampia progettualità, quella del bando provinciale a sostegno degli enti del terzo settore, a cui hanno preso parte il comitato provinciale Arci e i circoli che si occupano di attività di interesse generale sul territorio. In questo caso sono stati coinvolti i giovani che hanno già affrontato percorsi di formazione ed educazione alla cittadinanza come Promemoria Auschwitz, Campi della Legalità e Ultima Fermata Srebrenica. Lo scopo era quello di verificare se queste progettualità funzionano, perché al termine di questi percorsi l’obiettivo è quello di formare cittadini attivi e sensibili alle diverse tematiche in grado di vivere e muoversi nel presente. Attraverso una serie di attività, tra cui la formazione strutturata di operatori e volontari, diversi laboratori sulle competenze, sull’identità associativa e dei brainstorming strutturati, abbiamo voluto implementare le competenze e vedere se ci fossero le condizioni che questi giovani diventassero produttori di iniziative concrete di cittadinanza globale sul territorio. Una di queste è proprio “Il posto”.
In cosa consiste? Uno dei prodotti del progetto è la campagna di comunicazione sui social network. Il risultato finale è una serie di brevi videointerviste che vedono inquadrate quarantacinque persone di diversa provenienza, a cui viene posta un’unica domanda: “Il tuo posto del cuore?”.
Qual è l’idea sottostante? La campagna nasce a seguito di una lunga riflessione, condotta e matura con e dai ragazzi stessi, su cosa sono i luoghi e la loro estetica, anche perché la realtà in cui si trovano ad operare è quella del territorio regionale. L’iniziativa sui luoghi di valore è stata ragionata a vari livelli e uno di questi, individuato come potenzialmente problematico, è legato al pregiudizio che porta ad attribuire l’etichetta di “portatore di degrado” a chi non conosciamo e, molto spesso, alle persone di diversa provenienza. La sfida è lottare, tramite azioni culturali, per fermare questo pregiudizio, innanzitutto domandandosi chi ha diritto di dire cosa è bello in un territorio. Allargando questa domanda a tutti e prendendo in considerazione la composizione multiculturale della nostra regione e città, si arriva a scoprire che i sentimenti legati all’estetica dei luoghi e alla bellezza sono trasversali. La cosa sorprendente è proprio questa: vedere che spesso ci riconosciamo nei gusti altrui e troviamo il bello dove lo vedono gli altri. Inoltre, far esprimere il gusto del bello legato ad un luogo significa dare alle persone la dignità di sentircisi a casa.
Chi ha collaborato? Grandi protagonisti sono stati i giovani, che oltre ad aver elaborato l’idea, hanno dato corpo al progetto, coinvolgendo una quarantina di persone, a loro volta giovani, che hanno deciso di partecipare a questa iniziativa. Fondamentale è stata poi la partecipazione dei giovani del circolo Kinapix, nato l’anno scorso. I ragazzi che lo animano provengono principalmente dal Conservatorio di Bolzano e dalla scuola Zelig e hanno realizzato e curato l’aspetto tecnico delle videointerviste.
Quali sono gli obiettivi? Decostruire il pregiudizio e mostrare che il bello, compreso quello di un luogo, non ha provenienza o religione. Poi si crea una mappatura dei luoghi belli della nostra regione. Il risultato del progetto, che è disponibile sulle pagine social di Arci Bolzano, si può anche commentare; invitiamo tutti a dirci il loro posto del cuore.
Florian Puff, 61 anni, gestisce un bar nel centro storico di Bolzano. Durante la prima fase della pandemia i media gli dedicarono attenzione in quanto era stato tra i primi esercenti del capoluogo ad adottare misure di protezione che gli consentissero di tenere aperta la sua attività. Ma quello che molti non sanno è che Florian Puff nel privato è uno sportivo appassionato di montagna che pratica l’arrampicata su ghiaccio, lo scialpinismo e il mountainbike “estremo”.
A fine marzo ha destato attenzione un suo video, postato sul profilo Facebook, dal titolo “Dolomiten Bikepacking”. Si tratta di un circuito di 4 giorni (e tre notti) affrontato in mountainbike: 150 chilometri di lunghezza per un totale di 7000 metri di dislivello, da solo nella natura, con tenda e sacco a pelo, utilizzando il più possibile percorsi off-road. La magia del video sta nell’esperienza della solitudine nei luoghi simbolo delle Dolomiti, oggi deserti a causa del lockdown (nello specifico l’Alpe di Siusi e le piste da sci sulle pendici del gruppo del Sella).
Florian Puff, cosa la spinge a cercare rifugio nella natura? Con la mia attività la giornata lavorativa è di 14 ore, ma con il lockdown di colpo mi sono trovato ad avere tantissimo tempo libero. Il periodo più duro è stato sicuramente il primo lockdown, quello in cui ci siamo tutti trovati relegati in casa senza la possibilità di abbandonare il comune di residenza. Se vivi a Bolzano e sei appassionato di scialpinismo, arrampicata su ghiaccio e mountainbike in altura, non è il massimo… Quando con l’inverno ci siamo ritrovati nuovamente in lockdown, la novità era data dalle nuove norme che consentivano a chi girava in bicicletta di uscire dal territorio comunale. è stato così che ho cominciato ad andare a fare scialpinismo con la bici. Ho trovato il modo di fissare gli sci sulla mountainbike e sono partito alla volta di Obereggen. Lì ho messo gli sci, ho fatto la mia escursione e alla fine sono rientrato a Bolzano con la bici. Senza restrizioni sarei partito in auto, avrei fatto la mia escursione con gli sci e la sera sarei tornato a casa soddisfatto. Se invece decidi di partire in bici, ti devi imporre di partire la mattina alle quattro e devi mettere in bilancio almeno due ore per salire. Ho fatto 10-12 escursioni così, con la mountainbike e poi gli sci, ma è un’esperienza massacrante. Quindi ho cominciato a ragionare su delle alternative, finché sono giunto alla conclusione che avrei lasciato gli sci a casa e che sarei partito in mountainbike. Ho studiato percorsi diversi dalla strada asfaltata, ma comunque percorribili nonostante la neve. E ho cominciato a esplorare nuovi sentieri, un’esperienza nuova, non ultimo per via della neve e del ghiaccio presenti…
Non ha mai avuto il timore di scivolare, di “impiantarsi” durante una discesa e di cadere in malo modo? Ho fatto esperienza di tutto (ride, ndr). Comunque impari presto a capire che ci sono situazioni in cui puoi solo smontare dalla bicicletta e spingerla.
Ha una mountainbike particolare? Per queste escursioni ha montato dei rapporti particolarmente leggeri o usa gomme chiodate? Gomme chiodate mai, quelle servono se vai esclusivamente su ghiaccio. La bici l’ho adattata da tempo alle mie esigenze, è già concepita per performance estreme, i rapporti sono leggeri, ma a me interessa anche la velocità. Certo, sento che con l’età comincio anche a perdere la potenza di un tempo. Cerco poi di pianificare le escursioni in modo da essere sulla neve al mattino, fino a mezzogiorno. Il pomeriggio percorro possibilmente tratti con fondo asciutto.
Il mio mountainbike estremo in altura si ispira al backbiking, una disciplina che abbina tenda, sacco a pelo e bicicletta
Immagino che conti anche il fattore peso… I materiali sono importanti, la bici pesa 14 chili e, per quanto riguarda il bagaglio, cerco di economizzare quanto più possibile. Il mio bagaglio è montato sul manubrio, con il portapacchi agganciato alla sella e in più uno zainetto. In tutto 10 chili circa di bagaglio. Utilizzo materiale tecnico, caldo e resistente ma leggero: dall’abbigliamento, a tenda e sacco a pelo. Poi devo portarmi dietro un fornelletto, in queste escursioni è sempre importante assumere liquidi caldi, e l’acqua naturalmente la ricavo sciogliendo la neve. Poi devi pensare che ogni tanto ti tocca scendere dalla bici, altrimenti rischi di stare in sella per 15 ore al giorno. Io poi mi porto dietro una macchina fotografica. Un tempo ero un appassionato fotografo ma ultimamente, specie per questi giri, mi porto dietro solo una fotocamera compatta che stia in tasca. Ne uso una buona, ma non mi piacciono le action cam, perché tendono a distorcere molto. Per il video che si vedono sul mio profilo Facebook ho fatto diverse riprese, ma senza guardare il risultato di ogni singola ripresa. Ogni video deve andar bene perché non posso compromettere la batteria. Una di riserva la porto dietro, ma non c’è possibilità di ricaricarla. Bisogna risparmiare dove si può, quindi si lascia a casa tutto il superfluo.
Come le è venuta l’idea di una quattro giorni in solitaria, solo lei e la natura? Due o forse tre anni fa mi sono imbattuto in una parola nuova: backbiking. Si tratta di un concetto che interpreta la filosofia della tenda e del sacco a pelo, abbinati alla bicicletta. Il termine era associato a una manifestazione che si svolge ogni anno in Toscana, il Tuscany Trail, alla quale ho partecipato.
La notte dormiva in tenda, in posti con una vista meravigliosa. Ha mai avuto paura? La notte senti tantissimi rumori. Un tempo non ci pensavo, però in linea teorica so che c’è la possibilità di incontrare qualche animale, penso all’orso o ai lupi, anche se la possibilità è remota. Statisticamente in Alto Adige vivono più cervi che lupi, eppure non ne incontri quasi mai. Io per ogni evenienza ho sempre a portata di mano uno spray al peperoncino, nella speranza di non doverlo mai usare.
TUSCANY TRAIL (www.tuscanytrail.it) “Un’avventura di 500 km in sella alla tua bicicletta, da Nord a Sud, in ‘autosufficienza’ come veri avventurieri del ventunesimo secolo. Un itinerario caricato sul GPS e via ognuno con il proprio passo, senza tempo limite, perché l’avventura è un diritto che deve essere alla portata di tutti. Ad oggi è l’evento al mondo che detiene il maggior numero di partecipanti presenti: 1230. Un’evasione dalla routine quotidiana, uscirai dalla tua ‘comfort zone’ e ti ritroverai a vivere intere giornate con i ritmi dettati solamente dall’alba e dal tramonto. I più avventurosi tra di voi sicuramente non perderanno l’occasione per dormire sotto il cielo stellato con la tenda o solamente il sacco a pelo.”
BACKBIKING NELLE DOLOMITI
L’ultimo trail di Florian Puff si è svolto dal 23 al 27 marzo, tutto in solitaria. Ecco il dettaglio del percorso svolto, giorno per giorno.
Martedì 23 marzo: Bolzano – Tires – San Cipriano – Lavina Bianca, Schönblick (Aica) – Umes – Laghetto di Fiè – Alpe di Siusi con sosta per la notte a Spitzbühel. Mercoledì 24 marzo: Spitzbühel – Rifugio Molignon (Mahlknechthütte) – Tirler – Selva Gardena – Passo Gardena (sosta per la notte). Giovedì 25 marzo: da Passo Gardena lungo le piste da sci fino a Corvara – San Martino in Badia – Antermoia – Passo delle Erbe – San Pietro (Val di Funes) – Chiusa – Villandro – Alpe di Villandro. Venerdì 26 marzo: Alpe di Villandro – Sella Sasteiger Sattel – Corno del Renon – Pemmern – Soprabolzano – Bolzano.
Sono numerose le attività proposte in questo periodo dai centri giovanili di Bolzano. Questi, tenendo conto dell’attuale emergenza, animano la vita dei quartieri sottolineando l’importanza della socialità e delle iniziative culturali, il tutto è rivolto ai giovani ma assume un ruolo fondamentale anche per l’intera città. Dalla scuola alle relazioni, i centri giovanili sono venuti incontro alle necessità del momento. “Abbiamo attivato il progetto ‘dopo scuola’ rivolto agli scolari più piccoli, avendo l’occasione di riunirci in presenza in concomitanza con la riapertura degli edifici scolastici. Con i ragazzi più grandi organizziamo, in vista dell’estate, le attività da proporre ai più piccoli durante le vacanze” spiega Andrea Penazzi del centro giovanile Pierino Valer di Don Bosco. “Abbiamo inoltre in progetto la realizzazione di un orto da coltivare insieme ai nostri ragazzi. L’obiettivo – continua Penazzi – è di imparare a ‘prenderci cura’ di qualcosa perché crediamo che le relazioni umane e sociali, come le piante del nostro orto, daranno i loro frutti se impariamo a coltivarle prendendocene cura quotidianamente.” Oggigiorno è sempre più ricorrente nell’immaginario collettivo la figura del giovane svogliato e senza più passioni dopo mesi di lockdown. Cosa percepite voi da parte dei giovani? “Hanno una voglia immensa di ritrovarsi, la risposta da parte loro è stata buona anche nel periodo a distanza. Già durante il ‘lockdown duro’ – racconta Penazzi – i ragazzi, in accordo con la Biblioteca Amadori, hanno partecipato alla ‘bicicletta della solidarietà’ distribuendo libri a domicilio. Nonostante ci impegniamo sempre a sostenere chi ha più difficoltà, i legami sociali sono difficili da mantenere con tutti, la presenza è fondamentale.” Un riscontro positivo tra i giovani lo ha trovato anche Maria Lo Russo, del centro giovanile Vintola18: “pensavo di trovarmi un vuoto, invece la partecipazione, sia online che in presenza, è stata assidua e numerosa. Il nostro servizio è per molti giovani un sostegno importante, questo grazie alle diverse opportunità artistiche, ambientali e culturali che vengono offerte. Bisogna però trovare il giusto equilibrio tra attività digitali e in presenza.” “Dopo il viaggio a Scampia fatto a ottobre – racconta Lo Russo – abbiamo deciso di realizzare un video e abbiamo vinto il premio ‘legalità’ al Festival ‘Restart’ di Roma. Qui abbiamo conosciuto la realtà di un altro centro giovanile e, insieme, abbiamo voluto creare dei podcast che raccontassero la lotta contro la mafia, uno di questi è stato realizzato anche grazie a una testimonianza che i ragazzi hanno potuto ascoltare in prima persona (saranno disponibili a breve).” Per i prossimi mesi sono previste diverse iniziative, tra le quali un corso di storytelling per realizzare dei video, e uno di teatro, già proposto a distanza, sempre “con la consapevolezza – conclude Lo Russo – che ai giovani è necessario trasmettere delle competenze trasversali per affrontare il mondo di domani.”
Nella foto principale: Andrea Penazzi e Maria Lo Russo