Perché si invecchia a ritmi diversi?

Qual è lo “stato dell’arte” della ricerca scientifica sui processi di invecchiamento? In un articolo dal taglio interdisciplinare pubblicato di recente – “How does the environment affect human ageing? An interdisciplinary review“ – Barbara Plagg e Stefan Zerbe hanno riunito ed esaminato le conoscenze esistenti nei campi della medicina e dell’ecologia. “Nella sola Italia, il “gap anagrafico” tra la popolazione più povera e quella più ricca è di circa 10 anni”, affermano i due autori della rassegna che ambisce a proporsi come documento di indirizzo per le politiche sanitarie e ambientali che puntano a ridurre il divario.

Il quadro è lo stesso in Alto Adige e nel resto del mondo: le persone invecchiano a ritmi diversi. Ma quali gruppi stanno invecchiando più velocemente di altri? Quali fattori influenzano l’aspettativa di vita e cosa compromette la nostra salute e un sano processo d’invecchiamento?
La revisione della letteratura scientifica effettuata dal prof. Stefan Zerbe e dalla ricercatrice Barbara Plagg ha cercato di rispondere a queste domande combinando le conoscenze della medicina e dell’ecologia.
“Il processo di invecchiamento non può essere fermato ma è possibile promuovere un invecchiamento sano”, affermano Plagg e Zerbe.
Le principali cause di morte nei paesi industrializzati sono rappresentate ancora dalle malattie croniche: quelle malattie che durano a lungo, sono difficili o impossibili da curare e, al contrario delle malattie infettive, si sviluppano gradualmente in periodo di tempo prolungato. Nel loro lavoro, i due scienziati di unibz hanno identificato i fattori che promuovono l’insorgenza delle cosiddette “malattie associate all’età” (es. demenza, cancro o malattie cardiovascolari). “Invecchiare in modo sano non significa fermare l’invecchiamento o riuscire a mantenere i ritmi di una società sempre più competitiva ma, piuttosto, mantenere la salute mentale e fisica il più a lungo possibile e vivere autonomamente fino alla vecchiaia”, sostengono Plagg e Zerbe, “La velocità con cui invecchiamo è determinata solo in piccola parte dai nostri geni; fattori ambientali come le tossine nell’aria, nell’acqua e nel suolo e fattori sociali ed economici come la formazione, la situazione abitativa, la vita lavorativa e lo stile di vita giocano un ruolo centrale”.
Considerando che in Europa più del 60% della popolazione vive ormai in città, fattori dell’habitat urbano come l’inquinamento dell’aria, le ondate di calore e l’inquinamento acustico sono particolarmente significativi. Il prof. Stefan Zerbe, uno dei promotori del network scientifico TER dell’Alto Adige (Transdisciplinary Environment and Health Research Netwotk) – che conduce ricerche sulle relazioni tra ambiente e salute – vede la pianificazione della sostenibilità urbana e, in particolare, degli spazi verdi, come una leva importante per contrastare l’invecchiamento legato allo stress. “L’individuo può modificare da solo il suo stile di vita prestando attenzione all’alimentazione, praticando attività sportiva e tessendo relazioni sociali ma l’ambiente, spesso caratterizzato dallo spazio urbano, è in gran parte aldilà della sua influenza diretta. La rassegna che abbiamo realizzato dimostra che gli spazi verdi urbani, frutto di un’accurata pianificazione, e la riduzione della polvere e del rumore possono abbassare i livelli di stress. Ciò, a sua volta, può rallentare il processo di invecchiamento”, afferma Zerbe, docente di Ecologia del Paesaggio alla Facoltà di Scienze e Tecnologie e membro del comitato consultivo scientifico della Fondazione tedesca Fritz und Hildegard Berg-Stiftung. “In generale, in medicina stabilire legami causali tra malattie, processi di invecchiamento e fattori ambientali, ed è per questo che la collaborazione interdisciplinare è così importante”, aggiunge Zerbe.
Barbara Plagg, che insegna alla Facoltà di Scienze della Formazione e lavora come ricercatrice all’Istituto di Medicina generale della Claudiana, è sulla stessa linea del collega. La sua attenzione, come ricercatrice, è rivolta allo studio dei processi di invecchiamento e dell’assistenza sanitaria. “La questione dell’equità sanitaria è centrale perché non possiamo considerare il processo di invecchiamento e l’aspettativa di vita di una persona indipendentemente dalle sue condizioni socio-economiche”. Un manager ad alto reddito, per esempio, può permettersi una situazione abitativa migliore rispetto a un operaio, una dieta più sana, un accesso più facile ai servizi sanitari, mentre allo stesso tempo il suo lavoro è meno impegnativo dal punto di vista fisico o di anni di lavoro notturno. “Le statistiche lo dimostrano: la popolazione più ricca vive circa 8-10 anni più di quella più povera. Ciò vale anche per l’Alto Adige”, sottolinea Plagg.
I fattori ambientali come il clima, la qualità dell’acqua e dell’aria sono considerati, ma anche gli ambienti e i fattori artificiali come lo spazio verde urbano, i fattori socio-economici o il reddito. “Il processo di invecchiamento è complesso, molti processi cellulari sono ormai conosciuti ma ciò che li innesca non è ancora stato pienamente compreso”, afferma la ricercatrice, “In termini di prevenzione, tutti conoscono l’importanza di un’alimentazione sana, di un alloggio senza muffa e dell’esercizio fisico, ma a cosa servono queste informazioni se il mio livello di istruzione o di reddito mi costringe a ricorrere a carne macinata a buon mercato e a vivere in un quartiere densamente popolato con poco spazio verde per l’attività fisica?”.
L’articolo di revisione dello stato dell’arte della ricerca scientifica ha l’obiettivo scopo di utilizzare le conoscenze disponibili per avanzare nello sviluppo di misure socio-politiche che vadano nella direzione dello slogan inglese “Make the healthier choice the easier choice”: l’alternativa sana dovrebbe essere anche quella più ovvia e più facile per tutti, indipendentemente dal reddito e dal livello di istruzione. “Lo studio mostra le relazioni tra fattori ambientali, la salute umana e processi di invecchiamento”, conclude Stefan Zerbe, “Renderle il più possibile positive e sane per tutti dovrebbe essere un’importante preoccupazione socio-politica perché, alla fine, un malato a lungo termine costa più delle persone sulla cui salute e benessere si fanno investimenti precauzionali”.

In cammino: tra libertà, accoglienza e natura

Un cappello in testa per proteggersi dal sole, uno zaino in spalla e tanta voglia di camminare e di incontrare nuove persone. L’esperienza fatta da Tiziana Battisti e Sara Mangialardo – la prima, bolzanina, insegnante nelle scuole dell’infanzia; l’altra di Milano, ingegnere, che da ormai 4 anni vive in Alto Adige – nasce da una grande passione per la montagna e un forte desiderio di conoscere nuovi territori, in modo profondo e intenso. Una spinta che le ha portate a percorrere centinaia di chilometri a piedi.

Prima la via Francigena, da Siena a Roma, poi il sentiero di Carlo Magno, da Lovere a Ponte di Legno, e infine la Magna Via Francigena, da Palermo ad Agrigento.
Tiziana e Sara, le due “Panama Walkers” – così soprannominate dagli altri pellegrini lungo il percorso visto il particolare cappello bianco a testa larga che indossano in tutti i loro cammini – hanno deciso di affidarsi esclusivamente alle cartine geografiche e a una bussola per immergersi completamente nell’esperienza che avrebbero vissuto.
Una sfida che, nonostante le numerose zone incontrate non antropizzate e spesso desolate, sono riuscite a portare a termine appassionandosi sempre di più a questo genere di attività.
A loro abbiamo chiesto di raccontarci la loro ultima impresa, in vista di una prossima camminata.

Arrivo in piazza San Pietro: via Francigena da Siena a Roma

Il racconto

“Il cammino che ci ha permesso di attraversare l’entroterra siciliano è nato solo nel vicino 2017 grazie ad un gruppo di volontari chiamato ‘amici delle vie Francigene di Sicilia’. 
Il percorso – iniziano a raccontare le due ‘Panama Walkers’ –  coinvolge in modo particolare la popolazione del posto, sono molti quelli che fanno manutenzione e creano posti di ricezione per i pellegrini. La Sicilia ha una preziosa particolarità: qui è molto diffuso il sentimento di ospitalità da parte della gente, ne abbiamo avuto la prova lungo tutto il percorso; l’accoglienza siciliana è stata travolgente.
Gli incontri lungo la strada sono fugaci, si entra in una casa la sera e si riparte la mattina alle 5; sono incontri brevi ma intensi”.

Tiziana e Sara

La signora Silvana, i pastori e una reflex sempre con noi

“Il primo giorno siamo state ospitate da una signora, Silvana, che ci ha chiesto di aiutarla a raccogliere le verdure dal suo orto, successivamente ci ha offerto quella che sarebbe stata la nostra prima cena del cammino verso Agrigento… impossibile rifiutare! Prima di lasciarla ci ha voluto regalare dei piccoli portafortuna, da lei cuciti all’uncinetto, che abbiamo voluto attaccare sui nostri zaini.”
Un altro giorno – racconta Tiziana – alcuni pastori hanno munto le mucche solo per noi per poi regalarci il loro latte e dei formaggi. Due pastori umili che vedono passare tanti giovani come noi e, con questi, condividono tutto quello che hanno senza accettare nulla in cambio.”
Per documentare il viaggio, essendo entrambe amanti della fotografia, Tiziana e Sara hanno deciso di portare con loro una macchina fotografica con cui hanno potuto scattare le foto a questi splendidi paesaggi.

Incontro con i pastori, lungo la Magna via Francigena

La libertà dopo le restrizioni

“In questo viaggio ci abbiamo sperato fino in fondo e abbiamo trovato la ‘finestra’ giusta nel mese di agosto, fortunatamente non abbiamo subito nessuna restrizione, ed è stato un vero e proprio tuffo nella libertà, la stessa che avevamo dovuto tralasciare i mesi prima. I paesaggi che abbiamo potuto vedere sono completamente inaspettati: vi è un equilibrio tra roccia e prateria; sono paesaggi che ci hanno regalato bellissimi momenti dopo la lunga reclusione in casa.”

Vista sulla Piana degli Albanesi

Sconnesse

Per questo viaggio le due ragazze hanno deciso di non utilizzare né GPS né smartphone, portando comunque quest’ultimi con loro per realizzare dei video e utilizzarli in caso d’emergenza.
“Il fatto di non avere i GPS, ma esclusivamente le cartine e la bussola, ci ha obbligate a potenziare il nostro orientamento e i nostri 5 sensi. Le indicazioni sono comunque presenti grazie ai segnavia lungo tutto il percorso. La scelta di ‘scollegarci’ da internet è dovuta anche al fatto che i momenti come la sera sono un’occasione per parlare e confrontarsi con gli altri pellegrini e gli abitanti del posto” spiegano.

Partenza dalla cattedrale di Palermo

La condivisione sui social e il prossimo viaggio

Il mese successivo al viaggio, a settembre, Tiziana e sara hanno deciso di aprire un profilo Instagram (@lepanamawalkers) dove condividere con tutti i loro viaggi, che per ora ammontano a tre, entrando in contatto con la comunità di camminatori estesa su tutto il territorio nazionale.
“Tornate a casa abbiamo scelto di condividere sia le nostre schede tecniche, con i punti d’interesse e gli aspetti organizzativi, sia le immagini e gli episodi vissuti. Un vero e proprio storytelling postumo al viaggio accessibile a tutti, ricco di foto meno tecniche, ma più emozionali e suggestive.”

Arrivo alla cattedrale di Agrigento

Insomma, il vostro è stato un viaggio che vi ha fatto bene anche all’anima e ha rafforzato la vostra passione. Quale la prossima meta?
“Per quest’estate abbiamo programmato di percorrere l’Alta via delle Dolomiti n.1 – dal Lago di Braies a Belluno – tornando dove tutto è iniziato, la montagna, il luogo dove ci siamo conosciute.”

Autore: Andrea Dalla Serra

In origine ci furono 12 ville (e 8 virtù)

Per secoli nella piana del capoluogo, la città di Bolzano rappresentò solo una minima parte del territorio. Gran parte della conca infatti era raggruppata sotto la giurisdizione di Gries e Dodiciville. Ma cosa significa Dodiciville (Zwölfmalgreien in lingua tedesca) e dove si trovavano in origine queste “ville”?

Notoriamente il nucleo urbano di Bolzano risale al XIII secolo. Si trattava di un borgo prevalentemente mercantile, essendo costituito da una via lunga circa 350 metri sulla quale si affacciavano case strette e lunghe con la facciata sul porticato, profonde cantine, interni cortili aperti e locali magazzino per le merci.
Questa era ed è tutt’ora la via Portici. Così come non ha cambiato il proprio nome anche Piazza del Grano, Kornplatz, dove sorgeva il castello vescovile, chiamata così sin dal 1277, anno in cui il conte Mainardo II di Tirolo conquistò la città e ne abbatté le mura di cinta.
Ma da lì in poi il nucleo storico della città di Bolzano non ebbe modo di crescere molto, se non in prossimità delle vie di accesso alla città appunto (le attuali via Museo, via Bottai), tanto che la conca bolzanina fino agli inizi del XX Secolo contava tre comuni ben distinti: Bolzano, Gries e Dodiciville. Com’è noto questi ultimi due vennero inglobati nel comune di Bolzano rispettivamente solo nel 1911 e nel 1925.
A testimonianza dell’epoca precedente oggi restano i comuni catastali, e dalle mappe si evince che il Comune di Bolzano non rappresentava che una parte dell’attuale zona con il bollino verde per i parcheggi, compresa tra il cuneo dato dalla confluenza Talvera e Isarco da un lato e ricomprendendo tutto il nucleo commerciale storico fino all’odierna via Hofer. Basti pensare che la stazione ferroviaria all’epoca della sua costruzione nell’800 non si trovava sul suolo di Bolzano, ma di Dodiciville, che dei tre era decisamente il comune più esteso.
Oggi quando parliamo di Dodiciville pensiamo soprattutto al quartiere intorno a Piazza Dogana/ Zollstange (1), che di fatto però era solo una delle dodici originarie “Malgreien”.
L’originario comune di Dodiciville era infatti costituito da 12 centri rurali quasi tutti vitivinicoli, le Malgreien appunto, sparsi su uno spazio enorme che delimitava Bolzano da tre lati. Dai vigneti sui pendii di San Pietro (2) a sud di Castel Roncolo e sotto al maso “Peter Ploner“, il comune si estendeva alla base del Monte Tondo con la Malgrei di San Giovanni in Villa (3), che sorgeva intorno alla omonima chiesetta in stile tardo romanico con elementi gotici, fino a Rencio (4) che arrivava fino al Rivellone (il torrente in prossimità dell’odierno bivio per il Renon) e comprendeva anche l’attuale zona dei Piani.
Più a monte rispetto a Rencio facevano parte del comune di Dodiciville le frazioni costruite intorno alle chiesette Santa Maddalena (Prazöll) (5), e Santa Giustina (6), nonché la zona di Leitach (7), che grosso modo si trovava all’imbocco della Val d’Isarco, dove oggi sorge la centrale idroelettrica di Cardano.
Da lì il Comune di Dodiciville si estendeva anche in direzione Sud-Ovest, seguendo l’Isarco fino alla confluenza con l’Adige, comprendendo la Malgrei Isarco (Campiglio) (8) con la la suggestiva chiesetta trecentesca di San Martino, (quella che oggi è letteralmente compressa tra la statale del Brennero e l’autostrada), Campegno ed il Colle (9). Poi seguivano il Virgolo (10), la zona pedemontana di Aslago (11), ed infine Oltrisarco (San Giacomo) (12), che comprendeva anche la campagna in zona Agruzzo.
L’importanza delle zone vitivinicole intorno a Bolzano è documentata ed esaltata anche nella poesia riguardo alle Acht Bozner Seligkeiten, che potremmo tradurre come le otto virtù di Bolzano, i requisiti che il vero bolzanino doveva avere per essere considerato tale, e che erano una sorta di status symbol. Al secondo posto in questa lista spiccava il requisito di possedere, oltre che una casa sotto ai portici, anche una azienda vinicola a Leitach (o comunque in una delle 12 Malgreien o a Gries). L’importanza di Leitach per Bolzano è rappresentata anche dalla apposita porta della chiesa parrocchiale di Bolzano, che verso Est ha appunto il Leitacher Törl, il portoncino di Leitach.
Le altre virtù erano: possedere una casa estiva al Renon, avere una panca assegnata nella chiesa parrocchiale, una loggia a teatro, una tomba di famiglia sotto alle arcate del cimitero. Si doveva anche possedere tantissima biancheria ed ed essere sposati con una bolzanina oppure imparentati con una von Zallinger.
Nonostante la forte estensione territoriale, di cui troviamo conferma nelle mappe catastali, il comune di Dodiciville si sviluppò poco in termini di popolazione. La Malgrei “An der Zollstange”, di cui oggi resta la denominazione popolare “Piazza Dogana” si trovava a ridosso del centro di Bolzano e nel 1911, con la creazione del “Passaggiio Julius Perathoner” (ovvero la costruzione di un arco nella Casa Amonn), i due comuni si fusero e oggi per molti il termine Dodiciville non fa che identificare la zona compresa tra Via Piave e la stazione a valle della funivia del Renon.

Autore: Till Antonio Mola

Antonio e la sua storica latteria

Ad accogliervi in via Parma a Bolzano c‘è il gigante buono che da tredici anni ha preso in mano l’attività gestita dalla sua famiglia con dedizione e passione, già a partire dagli anni ’70.

Tony, come lo chiamano amici e clienti, è una persona decisa e volenterosa, che non si tira indietro quando c’è da rimboccarsi le maniche: “Mantenere un’attività simile è faticoso” spiega con lucida schiettezza “il mercato è cambiato, le persone fanno la spesa presso i grandi supermercati prediligendoli alla latteria o alla macelleria del quartiere, ma lo comprendo appieno, è oggettivamente più comodo”. La pandemia da Covid-19 non ha certo facilitato le cose: “Noi ci troviamo sulla stessa via delle scuole King e Alfieri, circa il 70% del nostro fatturato lo facciamo durante il periodo scolastico… Con la chiusura delle scuole si è tutto ridimensionato, ma non ci siamo persi d’animo!”. Difatti Antonio, con l’aiuto di mamma Gabriella, ha continuato ad offrire un servizio di prima qualità alla sua clientela, con un’attenzione particolare per gli anziani del quartiere: “Per tanti anziani noi siamo un punto di riferimento, un luogo dove poter non solo fare acquisti, ma anche socializzare, scambiarsi ricette e consigli. Molti di loro avevano paura di poter essere contagiati ed uscivano malvolentieri di casa, per questo motivo abbiamo deciso di portar loro la spesa ed eventualmente di procurare anche prodotti che noi di solito non vendiamo, proprio per venire incontro alle loro esigenze.”
Sensibilità e attenzione che Antonio e la sua famiglia mettono da sempre anche nella scelta dei prodotti. “Lavorando è molto con le scuole e soprattutto con i bambini, vogliamo avere la certezza di vendere prodotti di prima qualità e di cui possano godere tutti, a prescindere da eventuali intolleranze.” Ciò viene loro riconosciuto e risulta essere la soddisfazione più grande, la ricompensa per il tanto impegno e l’amore messo nel lavoro di tutti i giorni: “è emozionante vedere crescere i bambini che venivano a prendere le merende da noi, soprattutto quando quei bambini tornano a portare i loro figli!”.

Antonio con l’allenatore dell’Excelsior

All’interno della latteria vi è poi una bacheca ricca di trofei: “Sono le coppe disciplina vinte dall’Excelsior, la mia seconda passione”, spiega Tony. “È una squadra atipica, che quest’anno compie 20 anni. Da circa 10 sono l’allenatore dei portieri e vice-allenatore di Pedro (Stefano Petrera ndr.)”.
L’Excelsior è veramente una squadra speciale, che pone come sue priorità l’inclusione ed il rispetto per tutti, dando l’opportunità di giocare a chiunque ne abbia il desiderio: “è un modo alternativo di concepire il calcio, cerchiamo si di vincere, ma rispettando le qualità ed i tempi di tutti, avversari e arbitri compresi. Diamo a chi è meno bravo o ha delle difficoltà l’opportunità di vivere una ‘normalità’, dentro e fuori dal campo. Perché l’Excelsior è una famiglia, una palestra di vita!”. Insomma: si tratta di un progetto che ha cambiato Antonio stesso e al quale è ben felice di dedicare il poco tempo libero che ha a disposizione. Perché Tony è così, un gigante buono volenteroso di aiutare.

Autore: P.S. COOLtour

Braccialetti contro la violenza di genere

Abbiamo incontrato Giada del Marco, per conoscere meglio l’iniziativa “Es geat di a un – Tocca a te” e dare una voce in più al progetto.

In cosa consiste quest’iniziativa?
L’idea di fare qualcosa per sensibilizzare contro la violenza di genere c’era già da tempo, ma, subito dopo il lockdown, alcuni fatti di cronaca ci hanno spinto ad attivarci. Inizialmente abbiamo realizzato un video in cui le donne che sono state vittime di violenza hanno potuto far sentire la propria voce. Siamo veramente contente dei risultati ottenuti da questo video ed infatti abbiamo deciso di creare un’associazione con l’obiettivo di aiutare e dare un sostegno alle donne vittime di violenza. Inoltre consegniamo questi braccialetti viola come simbolo di vicinanza e come segno di vicinanza al tema di chi lo indossa.

Come mai la scelta del colore viola per i braccialetti?
Abbiamo scelto il viola perché cercavamo un colore che fosse al contempo cupo e forte e che allo stesso tempo attraesse l’attenzione e fosse direttamente collegabile alla nostra causa.

Qual è stata la difficolta più grande che avete affrontato nella realizzazione del progetto?
La difficolta più grande è stata chiaramente fare ogni passo nel rispetto delle vittime e seguire con loro un percorso per garantire un ambiente sano e corretto. La difficoltà è stata appunto creare un gruppo con esperti per trattare al meglio questi temi così delicati.

E la cosa più bella?
Vedere ogni giorno quante donne riusciamo ad aiutare anche semplicemente stando loro vicino e seguendole nel loro percorso è sicuramente la cosa più bella. Riusciamo a consigliarle, a fare un poco loro da amiche ma soprattutto riusciamo a dare un supporto finanziario dove le strutture non riescono, grazie alle donazioni che riceviamo.

Avete eventi in programma?
Abbiamo davvero tanti progetti in mente, il prossimo evento sarà il 14 agosto nel giardino vescovile di Bressanone. Si tratta di un evento di beneficienza con tanti artisti e tante cose da fare, inoltre presenteremo il nuovo video che abbiamo realizzato, dove le donne vittime di violenza parlano e raccontano la loro esperienza in maniera anonima.

Cosa possiamo fare nella vita di tutti i giorni per contrastare questo fenomeno?
Possiamo evitare tutte le più piccole forme di violenza di genere, per esempio non chiedere durante un colloquio ad una donna quando avrà dei figli, se è sposata o tutte queste piccole forme di violenza di genere che sono molto comuni. Alle donne invece mi sento di dire che bisogna acquisire la consapevolezza che nessuno può dire come una donna deve essere e che nessuna donna deve seguire uno standard o un canone imposto. La cosa principale però è e resta il non essere indifferenti davanti ad una possibile situazione di violenza. Anche solo bussare ad una porta e chiedere se è tutto a posto a volte può voler dire salvare una vita.

Autore: Daniel Valentini COOLtour

Nuovi occhi sulla città

Un museo a “cielo aperto” per guardare Bolzano con nuovi occhi. è stata inaugurata lo scorso 18 giugno la nuova edizione di Bolzanism Museum che invita a “cambiare prospettiva” sui quartieri Don Bosco ed Europa Novacella. Protagonisti gli edifici e gli abitanti raccontati da giovani narratori attraverso diversi percorsi in lingua italiana e tedesca fra le vie della città.
Gli scatti COOLtour sono di Valentina Gentili.

Quei volontari che aiutano i genitori

L’arrivo di un neonato è come un improvviso raggio di sole che scalda ogni parete della casa rendendola una reggia; i suoni si attutiscono, i profumi cambiano. Ecco: “cambiamento”, fuori di metafora, è forse un termine – seppur poco romantico – che descrive il periodo immediatamente successivo all’arrivo del nuovo “ospite” a casa. E oltre alla gioia, sono davvero tante le sfide che vengono affrontate dalla famiglia, tanto che molto spesso le esigenze della coppia vengono messe per forza in secondo piano.
“Restare in forza, però, è la cosa migliore sia per se stessi che per il proprio bambino”, spiega Nadine Lutz, responsabile di un progetto appena arrivato a Merano, il “Family support”, un sodalizio formato da volontari che mettono a disposizione le proprie competenze in maniera gratuita per portare un sostegno concreto ai neo genitori.

Dottoressa Nadine Lutz, come nasce “Family support”?
“Family support” è nato a Lana nel 2014 su iniziativa di Sarah Passler in seno all’Elki. Il successo è stato da subito così grande che da lì a poco si sono formati altri gruppi a Silandro, Naturno, Bolzano, Laives, Val Gardena e adesso anche a Merano, dove abbiamo formato un primo gruppo di volontarie.

Nadine Lutz, Responsabile “Family support” Merano

Quanti siete a Merano?
Per ora siamo in otto. Ognuno di loro ha una particolare consapevolezza che il periodo dopo la nascita di un bebè rappresenta un momento particolare per tutti i membri della famiglia, nel quale si deve ribilanciare l’equilibrio famigliare.
Le nostre volontarie sono motivate nel regalare alle famiglie – e in particolare alle mamme – il loro tempo, rafforzando le risorse e dando sollievo, offrendo quel sostegno concreto che serve alla famiglia in questo particolare momento.

Cosa fanno le vostre volontarie? Come operano?
La volontaria visita la famiglia solitamente una volta a settimana, regala ai genitori il proprio tempo, ascolta, e offre uno sostegno pratico nella quotidianità: andare a passeggio con il bambino, giocare con i fratellini o le sorelline, accompagnare la mamma ai diversi appuntamenti, svolgere piccoli lavori di casa e tante altre attività.
In questo senso le volontarie sostengono la coppia come lo fanno i nonni, il vicinato o gli amici. La sensibilità, l’empatia e la riservatezza sono principi fondamentali per questo impegno volontario.

Come è possibile diventare volontari del “Family support”?
Basta contattarci, cliccare sul sito www.family-support.it o telefonare direttamente a me al numero 347 2716271. Saremmo felici di ampliare la nostra squadra e riuscire a portare le nostre competenze nelle case dei neo genitori.

COME FUNZIONA

Il sostegno pratico nella quotidianità prestato da volontari serve a dare ai neo genitori delle piccole pause durante la giornata, con l’obiettivo di sollevarli e rafforzarli per preservarli da un eventuale sovraccarico. Saranno i genitori a decidere che cosa fa bene e in quale modo il volontario può essere d’aiuto; il volontario non è un babysitter o un addetto alle pulizie di professione, ma fornisce un sostegno come farebbe un familiare, un vicino o un amico, e in questa attività di volontariato la sensibilità e la discrezione stanno al primo posto. Una volta contattato il centro “Family support” si fissa un primo colloquio, durante il quale i genitori possono parlare della propria situazione e dei propri bisogni. Verrà dunque stabilita la durata del sostegno, e il collaboratore troverà un volontario adatto alla situazione. A partire da questo momento il volontario inizierà a far visita regolarmente, e alla fine del periodo concordato, l’accompagnamento si conclude o, in caso di necessità, viene prolungato. Per diventare volontari di “Family support” basta contattate le responsabili. Se le rispettive aspettative corrispondono, si verrà invitati ad una prima formazione della durata di circa tre ore, a conclusione della quale si potrà iniziare l’attività. Il volontario parteciperà a 5 incontri all’anno di 2 ore ciascuno, i professionisti lo contatteranno quando una famiglia avrà bisogno del suo sostegno, lo accompagneranno alla prima visita in famiglia e continuerà ad essere per lui un riferimento. Su richiesta – o se necessario – il volontario potrà frequentare ulteriori formazioni o richiedere una supervisione. Nella sua attività sarà coperto da assicurazione contro la responsabilità civile e gli infortuni, e gli sarà naturalmente garantito un eventuale rimborso spese.

La città respira con l’arte

Con Anna Bernard di OutBox facciamo il punto sul progetto Breathe! che ha fatto sbarcare l’arte urbana in Alto Adige. Con lei delineiamo la dimensione “comunitaria”, elemento fondante di questo tipo di espressione che durante la pandemia ha svolto un importante ruolo di “valvola di sfogo”.

Quella dell’arte urbana è un’esperienza ancora giovane, nuova in provincia di Bolzano, ma che sta prendendo sempre più piede, facendo parlare molto di sé soprattutto dopo le prime opere realizzate a Bolzano, Merano e Laives. 
Giusto lo scorso 14 giugno l’artista Egeon ha presentato l’ultimo step del progetto Breathe!, un’opera realizzata a Laives e intitolata “Punto di fuga”. Nello scorso mese di maggio era toccato a “Sera”, realizzato a Merano dalla giovane artista catalana Elisa Capdevila, mentre in aprile era stato il sardo Tellas ad intervenire sulla parete cieca di un edificio in via Brennero a Bolzano. 

L’INTERVISTA

Anna Bernard, com’è nato il progetto Breathe! ?
L’idea ha cominciato a girare a fine 2018. E la scintilla che ha fatto partire il tutto è stato il murale di Egeon in via Roen a Bolzano, che ho curato personalmente come operatrice culturale. In origine è stata una sfida per me: ero tornata da poco dall’estero e volevo portare questo tipo di arte in Alto Adige. Si trattava di un territorio completamente inesplorato, graffitismo a parte.

I graffiti sono in realtà un’altra cosa…
L’origine è comune, ma in realtà l’arte urbana si sta evolvendo davvero in un’altra direzione rispetto ad esperienze come quella di MurArte a Bolzano. 

Insomma: il murale “Ricorda la bellezza” di Egeon in via Roen a Bolzano in sostanza è stata una porta che si apriva su un’esperienza nuova. 
Sì. E il tutto è nato proprio dall’incontro con lui, che da anni voleva realizzare un’opera di grandi dimensioni. Per questi artisti è molto difficile fare “palestra” e lo è in particolare per le donne, perché spesso possono individuare le loro superfici solo in contesti non del tutto legali. Egeon in particolare nel suo studio aveva una parete su cui faceva i suoi esperimenti, ma naturalmente è un’altra cosa avere a disposizione la grande facciata di un palazzo in città. In via Roen è stato molto difficile riuscire a partire, ma poi la cosa ha suscitato un grandissimo interesse a livello comunitario. 

L’arte urbana viene definita “arte pubblica”. Cosa significa? 
In realtà si tratta della sua natura principale. Nasce tra le persone e attraverso una performance in cui anche la comunità diventa attrice, lo abbiamo visto recentemente anche a Merano e Laives. Le persone commentano durante la realizzazione e noi cerchiamo di essere presenti per instaurare un dialogo. Per noi è molto importante sapere cosa ne pensano le persone. Di per sé si tratta di un esperimento sociale, in tutto e per tutto. è molto affascinante: l’opera resta visibile a tutti e anche negli anni, anche se non durerà per sempre. Con gli anni infatti gli agenti atmosferici la deterioreranno, così come succede con ogni facciata dipinta dei palazzi. 

Nelle opere vengono previsti riferimenti alle realtà socio culturali in cui vengono realizzate?
Non è detto, ma può anche essere. In ogni caso l’arte non ha il ruolo di “dare” alla comunità quello che si aspetta. L’arte urbana non ha nulla a che vedere con la pubblicità, ne abbiamo già tantissima, siamo bombardati. L’arte deve andare oltre, altrimenti non sarebbe arte. Non sto parlando di massimi sistemi, anzi. Ma noi vogliamo che il messaggio lanciato dall’artista arrivi in modo chiaro e anche a chi non ha uno specifico background culturale. 

Parliamo della vostra organizzazione. OutBox è un nome profetico. “Fuori dalla scatola” aveva senso già prima, figuriamoci ora, dopo più di un anno di pandemia…
E’ una finestra che si apre, il messaggio è quello dell’arte che vuole arrivare alle persone e non il contrario. Di solito diciamo alle persone di andare alla mostra, a teatro, al cinema. In questo caso invece siamo noi che andiamo da loro. 

La realizzazione delle opere è preceduta da una mappatura sul territorio e poi con i residenti voi impostate un vero e proprio percorso. Come funziona tutto ciò?
Ogni situazione è diversa. A Merano ci siamo rapportati addirittura con un quartiere e con i suoi rappresentanti, ed abbiamo coinvolto anche i giovani del posto. Anche nel caso di Via Brennero a Bolzano abbiamo coinvolto le realtà giovanili interessate alla natura, all’arte urbana o più in generale alle “azioni pubbliche”. Con i giovani abbiamo anche parlato della street art e del suo rapporto tra legalità e illegalità. 

L’opera “Sera”, realizzata da Elisa Capdevila a Merano

In Via Brennero a Bolzano siete intervenuti in una zona del centro storico. è stato più complicato?
Ci abbiamo lavorato per ben due anni e abbiamo dovuto partecipare a diverse riunioni condominiali. Una delle cose più complicate è far capire alle persone che pur venendo realizzata su una parete  privata, poi l’opera ha una funzione pubblica e diventa una sorta di regalo che viene consegnato alla comunità. Un altro aspetto complesso riguarda la questione che l’opera deve ricevere sì il via definitivo da parte del condominio (che in ogni caso non possono imporre un loro soggetto), ma davvero non ha alcun senso pensare che l’opera debba per forza piacere a tutti. 

L’opera “Mimesi”, realizzata da Tellas in Via Brennero a Bolzano

Questi interventi artistici nella realtà urbana non per forza servono per abbellire, ma piuttosto ad intervenire sui cosiddetti “non luoghi” della città.
L’arte urbana non ha lo scopo di rendere bello un luogo, ma piuttosto di incontrarlo, quasi come fosse una tela per un pittore. Il tessuto urbano ha il suo fascino ed è bello di per sé, spesso anche quello più scarno e degradato. Il linguaggio dell’estetica va ben oltre il solo concetto di “abbellire”.
Non c’è nemmeno la necessità di creare una nuova identità per il luogo interessato. Si tratta piuttosto di portare lì l’attenzione. E va anche detto che l’arte urbana non ha il magico potere di sistemare i problemi, riqualificando. L’arte non ha questo ruolo e di questo c’è consapevolezza in Alto Adige, non ci è mai stato chiesto di fare ciò. 

Il progetto Breath!, come abbiamo detto, è nato in un periodo pandemico. Cos’ha voluto dire?
E’ stata una vera e propria valvola di sfogo: questa forma d’arte era una delle poche che potevano essere praticate con una certa facilità. C’era senz’altro l’idea di lasciare anche un segno di quanto è successo per gli anni a venire, però senza essere troppo didascalici. Siamo stufi di vedere mascherine nelle opere ed io personalmente questa cosa la trovo stucchevole. Volevamo creare comunque qualcosa di positivo, d’altronde Breathe! contiene una chiara sollecitazione per tornare a respirare. Come dire: “respira, cammina per le strade e guarda in alto”. In questo senso abbiamo ricevuto fin dall’inizio un grande sostegno da parte dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia. 

Come vengono selezionati gli artisti?
Il lavoro in questo senso è molto simile a quello che viene fatto da una direzione artistica e da una curatela. Conosco molti altri curatori e ho girato, partecipando anche a dei festival che si occupano di queste cose. Ci sono anche gallerie che seguono proprio l’arte urbana e molti libri in merito. E da qui vengono le idee che portano a stabilire i contatti con gli artisti. 

Nel manifesto del progetto si parla di “promozione della ricerca artistica, delle professionalità artistiche e anche del know how di produzione, progettazione e manutenzione delle opere”. 
L’arte urbana economicamente è abbastanza accessibile, ma con Outbox vogliamo anche far capire che dietro c’è un impegno importante. Se si vuole fare un buon lavoro bisogna organizzare le cose per bene e sostenere gli artisti anche nel lavoro di ricerca e preparazione che precede l’opera. Noi siamo il tramite tra la parete, i privati, la comunità, le istituzioni pubbliche e l’arte stessa. Una bellissima scommessa. 

Foto servizio: Tiberio Sorvillo curated by OUTBOX

Autore: Luca Sticcotti

Ecco la storia del carillon del Duomo

Inaugurato nel 2009, il carillon del Duomo è composto da 25 campane e suona quotidianamente in due momenti, alle ore 11 e alle ore 16. Il carillon combina passato e presente essendo teoricamente in grado di riprodurre qualsiasi melodia grazie a un sistema digitale. Referente per il carillon è il primario a riposo di dermatologia dell’ospedale di Bolzano Werner Wallnöfer. 

Soprattutto grazie alla calma del lockdown, molti bolzanini hanno potuto prendere coscienza delle melodie che risuonano dal carillon posto dentro il campanile del Duomo di Bolzano. Ma… qual è la sua storia?
Per saperne di più ci siamo rivolti al parroco del Duomo, il quale ci ha indirizzati al dott. Werner Wallnöfer, laico referente del carillon e della collezione del Tesoro del Duomo di Bolzano (Domschatzkammer).

“I Glockenspiele, carillon, sono più popolari in altri paesi europei e trovano la loro origine nelle Fiandre. Oggi, oltre che nei Paesi Bassi ed in Belgio, se ne trovano in Francia ed in Germania. Dobbiamo il carillon di Bolzano alla passione dell’allora decano Johannes Noisternigg, cui gli Schützen si rivolsero poco prima dei festeggiamenti per l’anniversario dei 200 anni della sollevazione del Tirolo del 1809, in quanto volevano fare qualcosa di particolare.”
Fu quindi coinvolto l’artista Ivo Radakovich di Egna, autentico esperto di carillon, il quale insieme alla rinomata fonderia per campane Grassmayr di Innsbruck riuscì a realizzare un progetto adatto alla torre, nel rispetto dei vincoli dei Beni Culturali. Il carillon, ubicato nella parte alta della torre gotica, quella a base esagonale, è composto da 25 campane di dimensione medio-piccole.”
“Il carillon suona quotidianamente alle 11 e alle 16. La melodia può cambiare in base al periodo – per esempio ci sono melodie particolari che vengono suonate solo durante la Quaresima – ma all’interno dello stesso giorno la melodia non cambia. Abbiamo la possibilità di programmare le melodie, c’è un file digitale che legge le note e le trasferisce sui batacchi (Klöppel) delle campane.” Così ci racconta il signor Werner Wallnöfer.

Lei è anche referente del Tesoro del Duomo di Bolzano. In cosa consiste la collezione?
“Si tratta del Museo del Duomo che mette in mostra i suoi tesori e offre un percorso storico-didattico sulla storia ecclesiastica della città. Tra i reperti esposti abbiamo un altare gotico a portelle, ma anche diversi oggetti liturgici, come coppe, quadri, e documenti importanti, tra cui spicca una lettera di indulgenza del 1240. C’è pure una collezione di paramenti liturgici: a seconda della stagione cambia il colore della casula, ovvero la ‘tunica’, il paramento che il sacerdote celebrante indossa sopra il camice e la stola. Confezionata nei vari colori liturgici è in genere la parte più curata e bella e può essere bianca, dorata, verde, viola, blu, rosa. Viene indossata in base ad un ordine prestabilito e noi ne abbiamo diverse in esposizione. Abbiamo inoltre delle reliquie del Beato Arrigo (1250-1315), patrono di Bolzano, molto venerato fin dagli inizi del secolo scorso, uno dei ‘Santi’ più documentati dell’epoca e citato dal Boccaccio nel Decamerone (II giornata, novella I). 
Si tratta per lo più di oggetti appartenuti o toccati dal beato, ad esempio degli abiti, mentre la reliquia principale, consistente in due  costole di Arrigo, è conservata in una teca di cristallo all’interno del Duomo. La buona notizia è che il Tesoro del Duomo di Bolzano, inaccessibile durante il lockdown, riaprirà al pubblico il 6 luglio”.

Un’ultima domanda, come è finito un laico come lei a dedicare la sua attività  volontaristica per il Duomo? 
“Sono stato primario di dermatologia all’ospedale di Bolzano. Sono in pensione da 10 anni, ma mi dedico al volontariato.”

Deve aver avuto qualcosa come una vocazione…
“Fino alla maturità ho frequentato il Vizentinum a Bressanone (una scuola media ed un liceo classico in lingua tedesca, fondato nel 1872, gestita dalla diocesi di Bolzano-Bressanone). Successivamente, quando ero primario, sono stato 25 anni presidente del consiglio parrocchiale, ma circa 10 anni fa mi sono dimesso in quanto ritengo che sia un incarico che deve essere svolto da chi è più giovane. Per la parrocchia organizzo visite culturali e di chiese.”

Autore: Till Antonio Mola

Elvezio, saggio viaggiatore d’altri tempi

Due occhi chiari illuminati da una luce che appartiene a chi nella vita ha visto molto, anzi moltissimo, incorniciati da sopracciglia bianche e folte che donano al viso un’espressione piena di esperienza. Un sorriso sincero e uno spirito consapevole. Un’accento che rivela fin da subito le sue origini marchigiane. Una coppola nera, una camicia a righe bianche abbottonata elegantemente e una giacca rossa. Il signor Elvezio mi aspettava, puntuale come un orologio svizzero, per l’intervista che avevamo concordato qualche giorno prima.  

Elvezio è nato nelle Marche, nel “paese del Verdicchio” come lo chiama lui, nel 1928, da una famiglia agiata. Nel ’29 però con il crollo della borsa di Wall Street che provocò una recessione economica in tutti i Paesi industrializzati, lui e la sua famiglia vennero trascinati nella miseria più assoluta. “Io e mia sorella abbiamo patito la fame”, ricorda con un velo di amarezza nella voce e un fondo di tristezza negli occhi. “Sono stato fortunato perché un giudice romano, dopo aver parlato con il mio maestro delle elementari, mi pagò gli studi ed ebbi quindi l’opportunità di frequentare l’Università e laurearmi. Per esprimere la mia gratitudine e ricordare questo giudice gentile, tramite un missionario, ho potuto pagare gli studi a cinque ragazze in Indonesia che grazie al mio aiuto hanno avuto la possibilità di iscriversi all’Università”. 

Dopo aver terminato gli studi, Elvezio ha iniziato a insegnare nelle scuole e l’ha fatto per quarant’anni, venti in giro per l’Italia e venti a Bolzano. Nel tempo ha accompagnato moltissimi suoi studenti in giro per l’Europa: Londra, Parigi e Vienna sono alcune delle grandi città europee dove ha portato i suoi alunni. E così il viaggio ha iniziato a far parte di lui e oggi ci racconta con fierezza che nella sua vita ha visitato 105 Paesi. Il Polo Nord è stato il suo primo grande viaggio mentre l’Australia è stato il Paese che più gli è piaciuto, soprattutto per la cordialità della gente. Tra le esperienze più toccanti ricorda invece l’India: “La prima volta che andai in India nel 1970 rimasi talmente sconcertato nel vedere così tanta povertà che una volta tornato in Italia ogni volta che mangiavo mi sembrava di rubare”.  Ma Elvezio in India ci tornò diverse volte e lo fece aiutando i più bisognosi nelle missioni di Maria Teresa di Calcutta. “Noi volontari facevamo assistenza ai moribondi durante il giorno mentre alla sera arrivavano le suore del sorriso che li assistevano durante la notte. Le stesse suore ogni mattina andavano con i camion a cercarli e li portavano lì a morire, pochissimi di loro si salvavano. è stata un’esperienza sconvolgente”.  Non solo in quell’occasione Elvezio mise il suo tempo a disposizioni degli altri. Insieme ai ragazzi delle scuole Battisti costruì a Benares, in India, un lebbrosario mentre in un villaggio del Perù contribuì a realizzare un laboratorio per la lavorazione della lana dell’alpaca, grazie al quale molti locali trovarono un’occupazione stabile.   

Due occhi chiari illuminati da una luce che appartiene a chi nella vita ha visto molto, anzi moltissimo. E una frase, alla fine del nostro incontro, che rafforza tutto ciò che Elvezio mi ha raccontato: “Il viaggio è l’esperienza che più ti può insegnare!”.  

Autore: Giulia Pedron, COOLtour