Don Bosco: ecco il cambio di presidenza

Come per quanto avvenuto a Gries San-Quirino, anche a Don Bosco si è recentemente assistito a un cambio di Presidenza del Consiglio di Quartiere. Il 4 maggio, infatti, l’ormai ex Presidente Alex Castellano ha passato il testimone alla collega Francesca Fiori. Da allora, i consiglieri si sono riuniti due volte. La neo-presidente Fiori fa luce sulle principali tematiche legate al rione: dal ghiaccio sintetico della Pista Zero, fino alla programmazione di eventi serali in vista dell’estate. Non mancheranno iniziative rivolte a tutte le generazioni.

Presidente Fiori, è passata qualche settimana e siete già al lavoro…

Assolutamente sì! Le cose da fare sono molte… non si pensi che le Circoscrizioni servano solo a organizzare le feste in Piazza e il cinema all’aperto d’estate. Il nostro compito è quello di avvicinare i servizi pubblici agli abitanti, diminuendo la distanza tra le Istituzioni, la politica e i cittadini.

Temi all’ordine del giorno?

La tematica più calda riguarda l’utilizzo della Pista Zero, una colonna portante della nostra zona. Visto il caro-bollette dell’ultimo periodo, si era deciso di sostituire il ghiaccio naturale con delle piastre di materiale sintetico di alto livello. Nonostante ci siano anche squadre di hockey importanti a livello internazionale che si allenano sul ghiaccio sintetico, a Bolzano non ha riscosso il successo che speravamo. Le entrate stagionali si sono abbassate, ma d’altra parte questo cambio rappresenta una novità, ora ragioniamo insieme al Comune se proseguire nella stessa direzione o apportare dei cambiamenti.

A Don Bosco abitano molte famiglie, avete già programmato qualche evento per l’estate adatto a tutte le fasce d’età?

Tra luglio e agosto ci saranno ben quattro serate di cinema all’aperto: due a Parco Europa e due in Piazza Don Bosco. Un film sarà rivolto ai bambini, due agli adulti e uno sarà in lingua tedesca sottotitolato in italiano. Inoltre, anche quest’anno prenderà vita “Semirurali Social Park”, un evento che coinvolge venti associazioni. È un qualcosa di importante per la vita di chi vive qui e il parco si presta molto bene a questo genere di iniziative culturali e rivolte anche ai giovani.

A proposito di giovani: la sera andranno tutti in Centro o è previsto qualcosa di attrattivo nel quartiere?

Prima dell’inizio della scuola, quindi a fine agosto, organizzeremo una serata di “silent disco” al Casanova, quindi chiunque potrà ballare come fosse in discoteca, ma con la musica nelle cuffie, così da non disturbare il vicinato. 

Per ultimo, qualcosa è riservato agli anziani?

Lavoriamo molto insieme agli altri quartieri per proporre serate informative, spesso sulle nuove tecnologie. Ma non solo: un team del Teatro Stabile ha incontrato gli ospiti delle Rsa per farsi raccontare le loro storie intrecciate con il quartiere. Da questo progetto è nato il “Bolzano Sud Quiz Show”, che verrà presentato nei centri di ritrovo, nelle piazzette e tutti i cittadini potranno prenderne parte, così da scoprire la storia di ciò che li circonda.

Autore: Andrea dalla Serra

Il diabete non impedisce una vita piena di esperienze

Dopo alcuni anni di pausa forzata, domenica 11 giugno è tornata l’annuale festa campestre dell’associazione Diabetes Union Alto Adige Südtirol (che ha sede a Bolzano in Via Montecassino), arricchita dal torneo di calcio “Mettiamoci in gioco”. Con l’occasione, abbiamo intervistato il presidente di Diabetes Union, Gianluca Salvadori. Nato a Bolzano nel 1984, Salvadori lavora come Head of Quality Assurance in un’azienda di alimentazione clinica e collabora come docente con un liceo di Bolzano. È appassionato di viaggi (“soprattutto negli Stati Uniti”), di letteratura (“in particolare dei libri di Irvine Welsh e Stephen King”), di tatuaggi, è molto legato alla famiglia e innamorato dei propri cani. Gli abbiamo fatto alcune domande a proposito del diabete e del suo percorso nell’associazione.

Quando hai scoperto di essere diabetico? Com’è stato il tuo esordio?

Ho scoperto di essere diabetico il 29 gennaio 1993 grazie all’attenzione dei miei genitori, che riconobbero subito i sintomi della patologia (tanta sete, tanta pipì, grande stanchezza). Del mio esordio ricordo ogni singolo istante: cosa ho fatto quel pomeriggio, a che ora sono stato ricoverato, persino il mio valore glicemico. Ricordo le domande che feci alla compianta dottoressa Franca Drei, la leggendaria “zia Franca”, e ricordo la festa nel reparto di Pediatria per il mio nono compleanno. Rispetto agli anni ‘90 le terapie sono cambiate, sono nate tecnologie che poi si sono evolute, ma le sensazioni restano le stesse. La consapevolezza si acquisisce con l’età: ma i bambini sono molto più forti e coraggiosi di noi adulti, superano tutti gli ostacoli. Forza e supporto da parte dei genitori sin dai primi momenti sono la ricetta vincente. Vietato abbattersi.

Come sei arrivato all’associazione?

Nel 1993 l’associazione, con a capo la dottoressa Franca Drei, si chiamava AGD (Associazione Giovani Diabetici, ndr), ed era una necessità: senza AGD la vita quotidiana sarebbe stata ancora più complicata. Una volta cresciuto me ne sono allontanato, per poi tornare come volontario nel 2015, con l’intento di restituire agli altri un po’ del supporto che era stato dato a me e alla mia famiglia. Ora sono al terzo mandato da Presidente. Nel frattempo, AGD si è unita ad ADAA (Associazione Diabetici Alto Adige), diventando Diabetes Union che, tra le realtà italiane, è l’unica a occuparsi di tutte le anime del diabete (cioè sia di diabete di tipo 1, che diabete di tipo 2, che di diabete di tipo gestazionale). Collaboriamo con l’Azienda sanitaria, la Provincia, la scuola. Grazie allo spirito dei volontari, negli anni abbiamo fatto grandi passi avanti. Aiutare gli altri non implica necessariamente ricevere qualcosa in cambio: è questo il punto cardine dell’associazionismo.

Cosa ha significato, per te, il ritorno della Festa campestre di Diabetes Union?

Tornare alla normalità. Una felicissima normalità. Socialità, sport, aria aperta, divertimento, emozioni, prevenzione e informazione: questo è stata la festa di Diabetes Union. Il messaggio è stato e deve essere che vivere con il diabete non significa rinunciare a una vita piena e soddisfacente. Con le giuste accortezze, l’attenzione alla terapia, un po’ di movimento e un’alimentazione sana e bilanciata (quella che in realtà dovrebbero seguire tutti) è possibile condurre una vita serena, ricca di belle esperienze.

Obiettivi per il futuro?

Come membro di Diabetes Union, l’obiettivo è contribuire a far sì che in tutti i comprensori il percorso delle persone con diabete sia uniforme; collaborare alla creazione di un team diabetologico itinerante, un progetto sul tavolo da qualche anno e che purtroppo è stato rallentato dalla pandemia; e aumentare la visibilità e la capillarità dell’associazione, affinché sia ancora più vicina alle persone con diabete, ai loro familiari e ai nuovi esordi. Come Gianluca, invece, vorrei visitare l’Alaska e le Hawaii in un solo viaggio, un viaggio che ho programmato insieme alla mia compagna per il 2024. Il mio grande sogno, però, è aprire un ristorante in California. Ma c’è tempo: dopotutto sono ancora giovanissimo, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour

Manuel Randi e la chitarra, storia di un amore

Il bolzanino Manuel Randi è uno dei chitarristi più talentuosi nati a queste latitudini. Il suo estro lo rende un musicista a 360 gradi, a suo agio nei tantissimi generi che esplora sia quando si esibisce con lo Herbert Pixner Project che quando suona da solo o in trio. La tecnica al fulmicotone con cui affronta le parti più concitate e il tocco inconfondibile con cui cesella quelle più intimistiche sono due facce di una versatilità assoluta che lo rende in grado di passare senza soluzione di continuità dal Gypsy Jazz alle atmosfere più mediterranee del flamenco, dal blues all’hard rock neoclassico. Gli abbiamo chiesto di aprire il cassetto dei ricordi e di raccontarci come si è avvicinato alla chitarra, strumento di cui è considerato un virtuoso.

Manuel Randi, quando ha deciso di imbracciare la sei corde? 

Già a sei anni ero affascinato dal mondo della musica. Passavo le ore a sfogliare libri che ritraevano strumenti e orchestre. Mio padre era molto appassionato e ascoltava di tutto: da Bach al flamenco fino ai Pink Floyd. Questa varietà di stili ha sicuramente lasciato un’impronta importante sulla mia formazione musicale. Iniziai a suonare la tastiera a orecchio, una classica pianola bontempi. Poi è venuto il momento in cui avrei voluto suonare il sax ma, essendo piccolo, mi consigliarono il clarinetto, lo strumento che studiai per diversi anni, anche al conservatorio. Intanto, dai sette anni, avevo cominciato a strimpellare qualche accordo sulla chitarra e andai avanti così fino a quando venni folgorato da una musica che mi elettrizzava e che era in sintonia con la voglia di ribellione che si ha nella prima adolescenza. Avevo cominciato ad ascoltare hard rock ed heavy metal: Scorpions e Iron Maiden, band in cui la chitarra elettrica la faceva da padrona e capii cosa volevo veramente suonare: pezzi che, ovviamente, col clarinetto non era possibile eseguire. La chitarra mi ha offerto nuove possibilità espressive.

Qual è stata la sua prima chitarra?  

La prima chitarra che ho avuto è stata una classica, prestatami da mio zio Antonio. Poi ho dovuto ridargliela e allora, visto che non avevo mezzi economici, per comprarne una nuova e i miei mi avevano già comprato un clarinetto, io e il mio amico Valerio De Paola – oggi musicista, produttore e arrangiatore – abbiamo letteralmente raccattato due chitarre acustiche Eko dalla strada, vicino a un cassonetto. Le abbiamo ripulite e sistemate affinché potessero essere suonabili e con quelle abbiamo cominciato. Io avevo personalizzato la mia, appiccicando sulla cassa un adesivo con il dito medio, che le dava un aspetto molto punk. Abbiamo imparato su strumenti di qualità discutibile ed è stato forse un bene. Teniamo presente che, all’epoca, nella seconda metà degli anni ’80, strumenti come le Fender Stratocaster USA erano oggetti esotici, inarrivabili.

Poi è arrivata una chitarra elettrica vera e propria? 

Sì, verso gli 11 anni. Me la comprò mio padre da un suo cugino. Era una Squier giapponese dell’81 che ho poi ho rivenduto. Non l’avessi mai fatto. I giapponesi all’epoca riuscivano a riprodurre i modelli che avevano fatto la storia della casa americana. Era un’ottima chitarra, color crema, del tutto simile a quella usata da Hendrix nel concerto a Woodstock e oggi ne ho una americana uguale, replica della Strato del ’54. All’epoca ero attratto dal metal e quindi avvertivo il bisogno di una chitarra diversa, più aggressiva. Quindi ho avuto una Washburn e subito dopo una Charvel, altra classica marca di strumenti di quegli anni, color rosa, su cui mi sono fatto le ossa e che ho rivenduto in seguito. Era l’epoca dei chitarristi super veloci come Yngwie Malmsteen, Steve Vai o Eddie Van Halen e mi lasciavo ispirare e influenzare dal loro suono. 

Si è pentito di essersi disfatto di alcune chitarre?  

Certo. Mi sono separato da molti strumenti e, ora, me ne pento. Ad esempio una Les Paul del 1971 o anche amplificatori Marshall che adesso costerebbero una fortuna. O, ancora, una Heritage da jazz. Purtroppo allora non avevo i soldi per potermi permettere tante chitarre e ogni volta che volevo cambiare suono, dovevo per forza vendere qualcosa. Adesso avrei voglia di riavere alcuni strumenti del passato ma al tempo non avevo alternative.

Lei è conosciuto per la sua bravura anche con la chitarra flamenco. Quando avvenne il passaggio alle corde di nylon?    

C’è stato il momento in cui fare assoli lunghi e complicati era fuori moda, quasi “sconveniente”. Erano gli anni in cui era esploso il grunge e i Nirvana erano il gruppo più amato (e che adoro anche io, tra l’altro). Andai un po’ in crisi e scoprii un altro tipo di chitarra: la chitarra flamenco. Si trattava di un genere che già mi era familiare e che mi permetteva di lasciare correre le dita, com’ero abituato a fare. Io sono un amante della corda in nylon e la chitarra flamenco mi permette di esprimermi al 100% mentre con l’elettrica penso di non raggiungere la stessa libertà. Amo il flamenco, anche quello ibridato con altri generi musicali: è un genere cui mi sento molto affine. Non ho mai sognato la California, musicalmente.

Quante chitarre ha attualmente o ha avuto nel corso degli anni?  

È difficile quantificare il numero degli strumenti che mi sono passati per le mani. Adesso ho 30 chitarre ma ne uso otto, che porto con me quando suono in tour. Due per sorta: due flamenco, due acustiche che uso per le accordature aperte, due elettriche, e due chitarre per gipsy jazz alla Django Reinhard.

Ci sono marchi storici a cui è particolarmente devoto?

Non direi. Non sono un feticista dello strumento. Ho imparato a ricercare accuratamente il mio strumento, quello che più si avvicina al suono che ho in testa. Quando sono in tour mi sveglio la mattina e vado a provare strumenti nei negozi locali, soprattutto in Germania. Nella mia vita da musicista, agli inizi ho avuto spesso strumenti “sotto tono” per via dei soldi, per cui ho imparato a raffinare le mie capacità di riconoscimento dello strumento. Mi intendo un po’ di liuteria per cui se una chitarra suona bene ma ha bisogno di un intervento, ci lavoro finché non la riporto alla sua condizione migliore. Come detto, non mi interessa la marca, non sono un collezionista.

Ha una chitarra dei sogni? Quella per cui farebbe una follia?   

La chitarra dei miei sogni devo dire che l’ho comprata poco tempo fa, grazie alla gentilezza di un fan che me l’ha ceduta a un prezzo da amico. Si tratta di una chitarra da flamenco, una Conde Hermanos, una chitarra di liuteria molto rara, quella di Paco de Lucia per intenderci, e che uso dal vivo. Recentemente mi sono comprato una nuova chitarra che è la replica della Red Special di Brian May, il chitarrista dei Queen. Sono andato a comprarla in Toscana e la impiego maggiormente in studio, mentre dal vivo uso più la Stratocaster. In studio uso anche molto la Fender Telecaster che è l’elettrica più vicina alla chitarra acustica: essenziale, senza fronzoli. La Strato, invece, è la chitarra che puoi suonare se impari sull’acustica: imbattibile sui suoni puliti, è difficile da domare.

È anche testimonial di un laboratorio di liuteria locale, Thomas Guitars, che ha creato chitarre appositamente per lei. 

Con il liutaio bolzanino Thomas Orgler abbiamo un rapporto di amicizia e fiducia costruito 15 anni fa, quando feci un esame di chitarra classica al Conservatorio usando una loro chitarra. Mi sono innamorato dei loro strumenti e ho un po’ contribuito a un concetto e suono di chitarra acustica che loro volevano realizzare. Oggi, in acustico suono solo i loro strumenti che sono i più belli che si possa comprare. 

Come vede il futuro della chitarra? Si dice che i Maneskin abbiano rilanciato lo strumento tra i più giovani.  

Il futuro della chitarra è legato al futuro della musica. È uno strumento primordiale, quello più diffuso nelle sue diverse vesti storiche e nelle differenti culture in cui è stata reinterpretata: come liuto, oud o altro. Oggigiorno ci sono chitarristi fantastici ma penso che l’attenzione debba sempre essere concentrata sulle canzoni. Sono quelle che rimangono, la chitarra è uno “strumento”, ovvero un oggetto che serve per fare affiorare sentimenti, stati d’animo, atmosfere, idee. Io sono un chitarrista e amo la chitarra perché è il mio strumento, che mi offre possibilità espressive più di altri, ma lo strumento forse, a un certo punto, passa in secondo piano, cedendo il passo alla musica in sé e per sé. 

Dopo le parole, lasciamo spazio alle note. Quando sarà possibile ascoltare Lei e le sue chitarre a Bolzano?   

L’ultimo concerto l’ho fatto in trio il 9 giugno ai prati del Talvera nell’ambito del Festival gipsy. Il prossimo 28 giugno suonerò invece a Merano con il Jemm Music Project di Max Castlunger.  

Autore: Nilo Ruggeri

Nardo Dee: il nuovo album è “Roba Vecchia”

Il rapper bolzanino torna con un nuovo album “Roba Vecchia EP” e ci racconta un po’ di sé. Come hai intrapreso la carriera da rapper a Bolzano?  

È nato tutto un pomeriggio estivo del 2007. Ero di ritorno verso casa dopo una giornata al campetto di basket, ho visto un gruppetto di ragazzi sotto casa mia che facevano freestyle e fino ad allora non avevo mai conosciuto altri coetanei con il mio stesso interesse. Se dovessi dare una precisa collocazione temporale dell’inizio della mia carriera, quel pomeriggio estivo nel quartiere Don Bosco è stato il giorno 1 di Nardo Dee. 

Chi o cosa ti ispira a fare musica e scrivere canzoni?

Una volta in un brano ho scritto: “Il rap è musica per disagiati fatta da poeti mezzi pazzi”. Ovviamente è il mio punto di vista, però penso che saper fare liriche, sfogarsi e creare allo stesso tempo del buon rap, sia un toccasana per la mente. Nel mio percorso artistico ho trovato ispirazione ascoltando dischi di rapper come Bassi Maestro, Zampa e Ghemon.

Questo nuovo album di cosa tratta?  

È un Album in collaborazione con Dj fede, storico produttore e dj di rap italiano, composto da 4 tracce dal suono inconfondibilmente “classico”, con ritornelli e strofe, senza autotune per intenderci. Ogni canzone all’interno dell’Ep ha una sua storia e un suo preciso messaggio. Le atmosfere variano di brano in brano, così come le collaborazioni, che sono molte, ma indispensabili per confezionare un prodotto unico. 

Il titolo “Roba Vecchia EP” da cosa è nato? 

Il titolo è una provocazione, ma allo stesso tempo una meravigliosa etichetta sulla musica che produciamo. Per certi versi viviamo in un momento storico dove anche la musica è “fast-food”. Se un brano non diventa un tormentone, può durare anche solo un giorno. Gli album tendenzialmente non si fanno più, perché una volta usciti hanno una data di scadenza molto corta. “Roba Vecchia Ep” è decisamente contro corrente, essendo un disco che non è stato fatto per entrare in questa logica, ma anzi, la sua realizzazione è stata dettata solo dal piacere di fare musica come piace a noi. 

Di questo album c’è una canzone alla quale sei particolarmente legato? 

Ovviamente tutte, ma se devo sceglierne una in particolare scelgo “capo di sto gioco” perché finalmente posso dire di aver fatto una canzone con il mio rapper preferito di sempre. 

Qual è un posto dove ti piacerebbe esibirti?

Mi piacerebbe esibirmi in piazza Tribunale, dove anni fa si teneva “Playground”, il festival del rap regionale per eccellenza. Vorrei vedere un festival simile, ma nuovo allo stesso tempo; organizzato da giovani con entusiasmo. Un festival dove i locals che si esibiscono parlino solo attraverso la propria musica, il proprio talento e soprattutto che portino avanti i valori della cultura hip-hop.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Sulle tracce del populismo

Gli scout del Merano 1 quest’anno hanno intrapreso un percorso tematico davvero molto particolare e significativo. Al centro della loro attenzione c’è il populismo che hanno incontrato lo scorso settembre quando hanno partecipato per la prima volta alle elezioni politiche. Ne sono scaturite una serie di iniziative concrete con le quali hanno inteso accrescere la loro consapevolezza e confrontarsi con le persone che la pensano in maniera diversa da loro. 

“Hai il coraggio di pensare? Scegli tu o la massa? Tu pensi con la tua testa? Sind das deine Ideen?”

Questi sono gli interrogativi che i ragazzi scout del gruppo “Merano 1” hanno scelto di porre innanzitutto a sé stessi e poi agli adulti, non solo quelli a loro “vicini”. Si tratta di interrogativi che sono scaturiti quando la maggior parte di questi ragazzi (fascia d’età 16-21) si è ritrovata, per la prima volta nello scorso mese di settembre, chiamata alle urne per scegliere i propri rappresentanti al parlamento nazionale. 

Lo spaesamento rispetto al bombardamento di informazioni e la consapevolezza rispetto ai pericoli della propaganda ha fatto il resto. Suggerendo a questi ragazzi – appunto – di capire meglio non solo quello che erano chiamati a fare ma anche il contesto in cui tale scelta avveniva, Rivendicando il loro diritto ad esercitare una matura coscienza critica. Ne abbiamo parlato con uno dei loro animatori, Marco, e anche e soprattutto con i ragazzi stessi, ovvero Fabio, Chiara e Michele. 

LA VOCE DEGLI ANIMATORI

Come è partita la cosa?

In realtà in maniera molto semplice. Un pomeriggio ci siamo incontrati e ci siamo chiesti: “cosa vogliamo fare quest’anno?”, “quali argomenti vogliamo trattare?”.
Sono state un paio di ore molto produttive in cui sono usciti quattro macro temi. Uno di questi era proprio il populismo. La settimana prima c’erano state le elezioni politiche nazionali e questa parola era stata molto utilizzata. I ragazzi lo hanno segnalato unitamente al fatto che la maggior parte di loro non sapeva di cosa si trattasse. Ma si erano sentiti comunque “bombardati”, a livello mediatico. 
Il discorso si è poi specificato un po’ e si è focalizzato sul rapporto tra il populismo e la “massa”.

Il percorso scout, però, si caratterizza sempre per la sua ricerca di… concretezza.

Già. Durante il campo invernale il tema è stato sviscerato ma poi i ragazzi si sono chiesti: adesso cosa facciamo? Hanno quindi deciso di programmare alcune azioni concrete, che tra contenuti e tempistiche li hanno impegnati fino al mese di marzo. Come prima cosa Hanno realizzato degli striscioni con degli interrogativi rivolti alla cittadinanza. Come seconda azione poi i ragazzi si sono recati a Trento per chiedere direttamente alle persone per strada cosa ne pensassero del populismo e della massa influenzata dal cosiddetto “pensiero unico”. 
La terza azione è stata quella di chiedere a personaggi più o meno di rilievo un’opinione su come al giorno d’oggi il populismo influenza le persone. I ragazzi hanno anche collegato il populismo, violento, con quanto è avvenuto negli scorsi decenni nei Balcani. Toccando temi con l’annullamento delle diversità e la violenza esercitata sull’opinione degli altri. Si sono quindi proiettanti con la terza e ultima fase del percorso che  in estate porterà in Bosnia. 

LA VOCE DEI RAGAZZI

Non è una cosa di tutti giorni il fatto che un gruppo scout scelga di confrontarsi con un tema politico come quello del populismo? Come ci siete arrivati?

Come gruppo scout noi trattiamo un tema ogni anno. è nato tutto in ottobre. La maggior parte di noi ha fatto 18 anni e per la prima volta è stata chiamata a votare. Si trattava di una votazione importante e ci siamo trovati un po’ spaesati. Non riuscivamo a capire dove trovare le informazioni e a chi credere, per decidere chi votare e anche se votare. Mentre ci confrontavamo tra di noi è uscito il tema dell’influenza importante che ha la propaganda, in questi casi. Abbiamo deciso allora di inserire questa cosa nel macrotema populismo, focalizzandoci sulle influenze esterne che subiscono le idee che ci facciamo. Anche le influenze inconsapevoli, quelle di cui non ci accorgiamo. Secondo noi si tratta di un problema che non viene discusso molto. Io ho 19 anni e per tutti questi anni nessuno me ne aveva ha mai parlato. 

E allora vi siete organizzati da soli. E’ così?

Beh, noi siamo solo dei ragazzi. Non siamo andati in biblioteca a fare delle ricerche, però ci siamo messi lì e abbiamo cercato un po’ di venirne a capo, esprimendo anche le nostre idee.

Vi siete anche confrontati sia con degli esperti che con delle persone normali come voi.

Sì, a gennaio abbiamo fatto il nostro campo invernale, come ogni anno. Abbiamo giocato, cantato, ma ci siamo anche confrontati su questa cosa. Sono venuti allora fuori alcuni progetti. Siamo andati a Trento, perché volevamo trovare opinioni diverse dalla nostra e anche da quelle delle persone collegate a noi. Abbiamo anche scritto svariate mail a persone che noi ritenevamo importanti, tra cui il presidente della Provincia Arno Kompatscher, il direttore della Caritas Italiana Mauro Pagniello e il prof. Alessandro Barbero. Anche grazie al loro aiuto e alle loro opinioni abbiamo capito meglio i termini della questione. E siamo stati in grado di scrivere una nostra “sintesi”. 

Il testo che avete prodotto è il risultato del confronto tra di voi? Qual è il suo scopo?

Volevamo aiutare le persone che sono nella nostra stessa situazione. è un tema a cui pochi fanno caso e forse molte persone possono apprezzare il risultato del lavoro che noi abbiamo svolto in questi mesi.

Insomma: volevate condividere e… restituire. 

Abbiamo anche realizzato un volantino che abbiamo distribuito ad un evento di autofinanziamento per il viaggio che faremo in estate. Lì c’è anche una lista delle cose che si potrebbero fare per crearsi un’opinione oggettiva e meno influenzata dalla propaganda. Gli striscioni invece li abbiamo appesi con l’intento di provocare un po’ le persone. 

E l’idea del viaggio com’è nata? 

Questo tipo di viaggio si chiama route e noi lo facciamo ogni anno. Abbiamo pensato di andare in Bosnia perché essendoci stata lì la guerra loro sono toccati più di noi dall’argomento del populismo. Lì potremo raccogliere altri punti di vista. E vogliamo vivere sulla nostra pelle gli effetti che hanno queste influenze esterne sulle idee delle persone. Non solo sui singoli ma anche sull’intera società e su uno stato. 

Qual è il programma del viaggio in Bosnia?

Si svolgerà nei primi dieci giorni di agosto. Visiteremo Tuzla, Srebrenica e Sarajevo. In Bosnia potremo vedere gli effetti ancora presenti non solo della guerra ma anche del comunismo che c’era precedentemente in Jugoslavia. 

Autore: Luca Sticcotti

Daniele Rielli, dalla provincia a Roma, senza dimenticare le proprie origini

Daniele Rielli è recentemente tornato a Bolzano per proporre in forma di lettura scenica alcuni passaggi dal suo ultimo romanzo “Il fuoco invisibile” (edito da Rizzoli). Il tema è quello del dramma ecologico e sociale legato all’arrivo in Puglia del temuto betterio Xylella, che ad oggi ha fatto morire 21 milioni di olivi in Puglia. Lo abbiamo incontrato, ripercorrendo i suoi inizi, fino ad arrivare al suo ultimo romanzo.

Daniele Rielli, a 40 anni lei è uno scrittore di successo, ma ha iniziato come blogger.

Ho sempre desiderato fare lo scrittore e il blog fu una possibilità per scrivere delle cose che le persone potevano leggere. Andò bene e da lì a breve fui contattato da alcuni giornali, locali e nazionali, con i quali cominciai a collaborare.
Nel frattempo, io comunque stavo già lavorando da anni al mio primo libro, che poi uscì per Bompiani.

Lei vive a Roma, ma resta molto legato a Bolzano. Nel 2019, per esempio, ha realizzato Hockeytown, un documentario sull’hockey nel capoluogo altoatesino.

Io ho giocato nelle giovanili dell’Hockey Club Bolzano, e per anni ho seguito anche la prima squadra. Dopo un periodo di allontanamento, avevo ripreso a seguire l’hockey, specie con l’ingresso del Hcb nella Ebel Cup, il campionato austriaco. Nella stagione 2017 / 2018 ho cominciato a seguire delle partite del Bolzano e la squadra, nonostante un inizio di campionato difficile, mi sembrava forte. Mi sono detto: secondo me questi vincono il campionato e quindi ho messo in piedi questo documentario. E poi è successo che il campionato lo hanno vinto davvero e quindi sono stato anche fortunato. La storia era talmente forte che ne è venuto fuori un prodotto che è piaciuto e che continua a piacere perché adesso su YouTube continua a essere visto tutti i giorni, e questa è una grande soddisfazione.

Veniamo al presente: ne “Il fuoco invisibile”, il suo quinto libro, ricostruisce le vicende legate all’arrivo in Puglia di Xylella, un batterio che ha causato la più grave epidemia delle piante al mondo…

Io però l’ho raccontata in un libro che non è un saggio scientifico, anche se c’è una parte scientifica e dettagliata, perché comunque quando scrivo di realtà mi piace essere preciso; le ho raccontate attraverso le vite delle persone che sono state travolte da questo evento catastrofico.
È successo che degli scienziati di eccellenza mondiale hanno scoperto la malattia e sono stati poi accusati di averla diffusa. Poi ci sono state tutta una serie di teorie del complotto, che si sono affermate prima nelle piazze, poi sui social network, poi anche presso le istituzioni, e hanno reso molto difficile il contenimento della malattia, per cui si è passati in poco tempo da qualche migliaio di piante malate ai 21 milioni ad oggi. Però l’epidemia non è stata fermata, anche se viene contenuta meglio rispetto ai primi anni. Sono passati dieci anni, ma la situazione è veramente surreale e il libro è un po’ il resoconto di questa grande illusione collettiva che ha fatto in modo che il problema fosse gestito così male.

Grazie al Teatro Stabile si è presentato a Bolzano con una lettura pubblica di estratti da questo suo romanzo…

Si tratta di un primo passo, sarebbe bello poi svilupparne un vero e proprio monologo. Il libro è ricchissimo di materiale storico, biografico, narrativo e scientifico. I livelli sono tanti, ma ho lavorato molto per renderlo così fruibile ed è per questo che ho usato un approccio narrativo. Ora, trasportare tutto questo in un’ulteriore riduzione non è facile, però sarebbe interessante provarci.

Autore: Till Antonio Mola

I fiumi di Bolzano protagonisti del progetto Flux

Fino al 3 giugno, nell’ex Centrale Idroelettrica “Rendlstain”, sarà aperta la mostra dell’artista austriaco Herwig Turk, organizzata dalla galleria Lungomare. 

Bolzano è conosciuta principalmente come una città di montagna, ma spesso ci dimentichiamo che si trova all’incrocio di tre fiumi. Il progetto artistico-culturale chiamato Flux ci porta a conoscere la nostra città attraverso i suoi corsi d’acqua. Per mezzo di workshop, performance, installazioni e ricerche fluviali, il progetto punta a svelare le potenzialità delle aree circostanti i fiumi e a far maturare diverse visioni sul loro utilizzo, grazie alla collaborazione attiva degli abitanti e al dialogo tra arte, scienza e partecipazione cittadina.

IL LUOGO

La mostra si tiene nella ex centrale idroelettrica “Rendlstain”, situata sulle rive del fiume Talvera, vicino al Ponte S. Antonio. Questo luogo è significativo perché qui sorse il primo impianto industriale dell’Alto Adige, la “filanda di cotone imperiale e reale privilegiata Kofler, Herrmann & Co”, che utilizzava l’energia idrica per le macchine di lavorazione dei filati. Dopo la prima guerra mondiale, l’azienda divenne nota come “Cotonificio di Bolzano, Società a garanzia limitata” e rimase attiva anche sotto la dominazione italiana. Tuttavia, negli anni ‘60, la produzione a Bolzano divenne poco redditizia e la fabbrica venne smantellata nel 1979. Fino al 3 giugno, la mostra di Herwig Turk intitolata “Spazio per i fiumi” sarà ospitata nella “Rendlstain”, con la curatela di Angelika Burtscher e Daniele Lupo, ideatori della galleria e piattaforma artistica Lungomare. La scelta di questo luogo per l’installazione è un invito a riscoprire il rapporto perduto con i fiumi cittadini e a rivendicare uno spazio per i corsi d’acqua.

IL PROGETTO

Nella centrale si trova l’installazione appositamente realizzata per questo spazio: il risultato dell’indagine di Herwig Turk sul contesto fluviale di Bolzano negli ultimi due anni, all’interno del progetto Flux – Azioni ed esplorazioni fluviali. Dopo aver lavorato sul Tagliamento in Friuli e sul Danubio a Vienna, Lungomare ha coinvolto l’artista austriaco per sviluppare un progetto sui fiumi di Bolzano, utilizzando il suo approccio transdisciplinare e documentaristico, che coinvolge esperti di biologia, storia, biomedicina ed ecologia dell’acqua. Grazie alla ricerca di questi esperti, ai loro testi e alle loro immagini, l’artista è riuscito a dare vita a una vera e propria co-produzione del lavoro, arricchita da diverse forme di conoscenza. La mostra offre una lettura del paesaggio come un sistema complesso in continua trasformazione, intrecciato da connessioni visibili solo in parte. 

Dal 2022, Herwig Turk ha esplorato i fiumi Talvera, Isarco e Adige a Bolzano, fotografando e filmando il letto dei fiumi, i movimenti dell’acqua, i sedimenti, le aree circostanti, gli ostacoli lungo le sponde, la flora e la fauna dei tre fiumi. Durante questo processo ha costantemente integrato le sue speculazioni con le voci degli esperti. Ciò che prende forma nella mostra è un ecosistema fluviale dinamico, in cui emergono i cicli legati alle falde acquifere sotterranee, all’aria e all’umidità sopra il livello dell’acqua, all’interazione con le aree circostanti, le piante, le sponde sabbiose e ghiaiose e la materia organica che si deposita. L’installazione,  composta da light box artigianali, fotografie, video, stampe di fossili, mappe, voci e suoni, ripercorre attraversamenti, esplorazioni, documentazioni, interviste e registrazioni fatte dall’artista durante la fase di ricerca. Ne emerge un immaginario fatto di memoria e di proiezioni future, un paesaggio “altro”, sospeso e in incessante evoluzione. 

Autore: Nilo Ruggeri

Don Milani: l’importanza della parola 

Mario Lancisi, giornalista, inviato del “Tirreno”, e autore di saggi e libri sulla figura di don Lorenzo Milani, ci racconta – con l’occasione della presentazione del suo nuovo libro “Don Milani. Vita di un profeta disobbediente. A 100 anni dalla nascita” – il pensiero di questo prete-intellettuale. 

Qual è il pensiero di Don Milani? 

Il pensiero di don Milani è molto semplice. Diventa prete nel ’47 e viene mandato in una parrocchia vicino a Prato, a Calenzano. Qui scopre che i fedeli non rispondono, non sanno ascoltare una predica, non sanno il catechismo nè capire il Vangelo, perchè manca loro la parola. Lui capisce che il punto fondamentale è dare la parola ai poveri così che possano avere una capacità critica nei confronti della realtà in cui vivono ed essere quindi cittadini-sovrani. La parola è la grande proposta che Lorenzo Milani fa alla chiesa e alla società del suo tempo. Lui dice che la povertà non si misura nei soldi, ma nella parola: una persona che possiede la parola è una persona ricca, è una persona che riesce in qualche modo a gestire la società.

Quali erano i suoi temi cardini?

L’amore per i poveri, l’amore per chi rimane indietro, per chi soffre. È ritenuto per questo uno degli intellettuali più importanti del secondo Novecento, perchè ha affrontato nelle sue opere principali i grandi temi del secolo. In “Esperienze Pastorali” affronta il tema della riforma religiosa che poi confluisce nel Concilio Vaticano II. Con “L’obbedienza non è più una virtù” il tema della pace del disarmo, del primato della coscienza del dovere e di non obbedire a ordini ingiusti e sbagliati e infine con “Lettera a una Professoressa” il grande tema del classismo nella scuola e l’importanza della cultura nella crescita della persona. 

Perché papa Francesco ha dovuto “riabilitarlo”? 

Perchè essendo un uomo del vangelo era anche un uomo disobbediente alle regole della chiesa che non erano conformi al suddetto. Papa Francesco ha indicato don Milani come colui che ha posto le basi per la chiesa del futuro. 

Secondo lei, cos’avrebbe potuto pensare don Milani della scuola di oggi?

Lui criticava la scuola del suo tempo dicendo che non poteva essere “un ospedale che cura i sani” per questo nella sua scuola a Barbiana l’approccio consisteva nell’aspettare tutti, soprattutto chi faceva più fatica. Era una scuola innovativa, tutto era programma: riparare un motore, costruire degli sci… ma per lui quel modello di scuola moriva con lui. Di conseguenza non posso dire ciò che lui avrebbe pensato oggi, ma posso dire quello che penso io riflettendo sui suoi valori, perciò mi verrebbe da dire, ad esempio, che un ministero non si può chiamare “del merito” poiché è un modo classista di giudicare i ragazzi. Questo è un problema ancora presente, come allora i figli dei montanari facevano più fatica, oggi quelli, ad esempio, degli immigrati sono nella medesima situazione.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Intervista al bolzanino Giorgio Raffaelli, fondatore della casa editrice Zona 42

Nonostante il pregiudizio non sia sparito, negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate: ma c’è ancora molto da fare per rimuovere l’etichetta di “letteratura di serie b” dai romanzi di genere. Riuscirci è l’obiettivo di Giorgio Raffaelli, bolzanino trasferitosi a Modena da qualche decennio e fondatore della casa editrice Zona 42 insieme al socio Marco Scarabelli. Il secondo pregiudizio che Raffaelli vorrebbe scardinare è quello di chi i romanzi di fantascienza li legge, ma giudica il genere secondo parametri troppo rigidi. Come editore, dunque, prova a muoversi da equilibrista tra questi due poli, “cercando titoli capaci di incuriosire chi la fantascienza non la conosce e al contempo soddisfare chi invece la conosce e magari la giudica in modo intransigente”.

Zona 42 propone romanzi selezionati e lavorati con cura, nei quali la fantascienza si fonde spesso al weird, al fantastico e all’horror, di autori sia italiani che stranieri. Alla collana principale si è affiancata di recente la collana “42 nodi”, che accoglie testi a metà tra il romanzo breve e il racconto lungo. Si tratta di storie ibride, poco classificabili, interessanti da proporre a un pubblico che ancora non è abituato a narrazioni oblique, difficili da incasellare. Curata inizialmente da Michele Vaccari, dall’anno scorso “42 nodi” è sotto la direzione di Elena Giorgiana Mirabelli. “Con Elena” racconta Raffaelli, “ho sentito fin dal primo momento una sintonia fuori dal comune. Abbiamo un’idea di letteratura molto simile”.

Abbattere i pregiudizi è responsabilità anche degli editori, e “se questo non è ancora successo è anche perché la fantascienza è stata spesso trattata male proprio da chi la pubblicava, con traduzioni scadenti e lavori dozzinali”. 

Nei primi anni Duemila, la mancanza di un progetto editoriale serio dedicato alla fantascienza ha spinto Raffaelli a leggere perlopiù titoli della scena anglosassone, “e quando scopri libri e autori che nessun altro conosce la prima cosa che vuoi fare è condividerli”. E dunque: Zona 42.

“Ma le belle storie non bastano, di belle storie sono piene le librerie. A far sì che una storia rimanga nella mente di chi la legge è soprattutto il modo in cui viene raccontata, le brecce che apre nel suo modo di vedere il mondo”. “L’archivio dei finali alternativi” di Lindsay Drager, tradotto per Zona 42 da Giorgia Demuro ed esaurito allo stand del Salone Internazionale del Libro di Torino in soli due giorni, ci riesce, e per questo Raffaelli lo consiglia a chi non ha letto nessuno dei titoli della casa editrice. 

Due classici da recuperare, invece, sono “La mano sinistra del buio” di Ursula K. Le Guin e “Dune” di Frank Herbert.

Non so se il pregiudizio verso la letteratura di genere sparirà, ma forse non è la cosa più importante: quello che importa è che editori come Zona 42 continuino a proporre libri di qualità, che altrimenti rischierebbero di rimanere fuori dai radar.

Autore: Alex Piovan COOLtour

“Eureka!” avvicina i tuoi figli alle scienze, divertendoli

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il bando “Eureka!” rappresenta un’opportunità unica per tutti i genitori che vogliono avvicinare i propri figli al mondo della scienza in modo divertente ed entusiasmante. “Eureka!” è dedicato a tutti i bambini che hanno una passione per la scienza e che desiderano scoprire i segreti del mondo che ci circonda attraverso l’esplorazione, l’osservazione e l’apprendimento attivo.

Il tema del bando è l’esplorazione spaziale e la partecipazione è aperta a tutti i residenti dell’Alto Adige, suddivisi in due categorie d’età: 8-12 anni e 13-18 anni. I partecipanti possono candidarsi con un’invenzione, un’opera artistica o un video (max 5 minuti) ispirati all’esplorazione spaziale. Basta un’idea che venga rappresentata: un disegno può bastare, ma è meglio non perdere l’occasione di provare a realizzare un prototipo o un oggetto vero e proprio.

L’importanza della conoscenza delle scienze per le nuove generazioni non può essere sottovalutata. Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e la conoscenza scientifica è indispensabile per comprendere e affrontare le sfide della società contemporanea. Promuovere l’interesse per le scienze fin dall’infanzia può essere un passo importante per preparare i nostri figli al futuro e per creare cittadini consapevoli e competenti.

Il bando “Eureka!” è un’occasione da non perdere per tutti i genitori che vogliono promuovere la passione scientifica dei propri figli e offrire loro un’esperienza educativa innovativa e divertente. Grazie a questo progetto, i bambini potranno imparare, sperimentare e divertirsi con la scienza, in un’esperienza che li aiuterà a sviluppare la loro curiosità, creatività e capacità di problem solving.

Nel 1978, un giovane inventore di nome Taylor Wilson aveva solo 14 anni quando costruì un reattore nucleare nel garage di casa sua. Wilson era appassionato di fisica nucleare e decise di mettere in pratica le sue conoscenze per creare qualcosa di unico.

Il reattore di Wilson utilizzava il torio come carburante, che era meno pericoloso dell’uranio e non poteva essere utilizzato per creare armi nucleari. Wilson presentò il suo reattore alla fiera della scienza locale, dove venne notato da alcuni scienziati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

Questo incontro portò Wilson a incontrare altre persone nel campo dell’energia nucleare, che gli diedero la possibilità di visitare il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, dove lavoravano alcuni dei maggiori esperti di energia nucleare del mondo. Grazie alla sua passione e alla sua creatività, Wilson divenne il più giovane scienziato a lavorare presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos.

L’esperienza di Taylor Wilson dimostra come anche i giovani con una passione per la scienza e la tecnologia possano fare grandi cose, e come il loro lavoro e la loro creatività possano essere riconosciuti e premiati.

Nel 1957, l’Unione Sovietica lanciò il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 1. Questo evento segnò l’inizio della corsa allo spazio tra le superpotenze del mondo, e fece nascere l’interesse per l’esplorazione spaziale in tutto il mondo.

In quel periodo, un giovane inventore americano di soli 18 anni, di nome Robert Patch, decise di creare un modello di razzo spaziale in miniatura, che funzionasse realmente. Dopo aver passato un anno a studiare la progettazione dei razzi, Patch riuscì a creare il suo modello funzionante.

Il razzo di Patch funzionava e poteva essere lanciato in aria, raggiungendo un’altezza di oltre 100 metri. Il giovane inventore inviò una richiesta di brevetto per la sua invenzione, che gli venne concessa nel 1962. 

Nel 2018 una studentessa di 18 anni di nome Rifath Sharook ha sviluppato il satellite più leggero al mondo. Il satellite, chiamato KalamSat, pesava appena 64 grammi e conteneva un computer volto a raccogliere e trasmettere dati sulla pressione e la temperatura dell’aria in orbita. Il satellite è stato lanciato dalla NASA e ha volato per circa 12 minuti prima di atterrare in mare. Sharook è stata la prima studentessa dell’India a essere invitata alla NASA, dove ha presentato il suo lavoro.

Un altro esempio è quello di Danielle George, una scienziata e ingegnere elettronica britannica che ha lavorato su diversi progetti spaziali, tra cui il rover ExoMars e il telescopio spaziale James Webb. Nel 2014, ha tenuto una popolare conferenza TED sulla scienza e l’ingegneria, in cui ha dimostrato come un drone controllato da un telefono cellulare potrebbe essere utilizzato per riparare i satelliti in orbita.

Inoltre, Anuradha TK è stata la prima donna a dirigere il Centro di controllo della missione a Bangalore, in India, per la missione di esplorazione spaziale di Marte nel 2014. Il suo lavoro ha contribuito al successo della missione Mars Orbiter.

Come iscriversi

Se sei interessato a partecipare al bando, visita il sito www.provincia.bz.it/giovani per trovare tutte le informazioni necessarie sulla procedura di candidatura e sui requisiti per partecipare. 

Ricorda che la scadenza per la presentazione delle candidature è il 30 giugno 2023.

Premiazione

La comunicazione dei vincitori e la premiazione avverranno in occasione del festival della scienza di Bolzano “Le mille e una scienza” che si terrà dal 9 al 12 novembre 2023 a Castel Mareccio.

(inserzione pubblicitaria)