È uscito Lovergirl di Elya Rose

Laura Stimpfl in arte Elya Rose ha pubblicato, il 28 marzo, il suo EP Lovergirl. Prodotto da Lorenzo Campaner è un disco che nasce dall’incontro del mondo acustico, folk e cantautorale di Laura con quello elettronico, indie e rap di Lorenzo.

Nell’album le basi che spaziano da un pianoforte melanconico a drum machine o synth si congiungono con il flauto traverso e il cajon live sono l’atmosfera in cui gli introspettivi testi di Laura si dispiegano creando un’intesa con gli ascoltatori che seguendo lo storytelling della cantautrice non possono che rimanere catturati dall’ambivalenza tra l’ascolto di una storia e l’immedesimazione in emozioni universali. Elya Rose culla gli ascoltatori attraverso la sua catarsi riflessiva capace di trasportare chi ascolta negli angoli melanconici della propria vita. La nostalgia e il romanticismo dopotutto sono parte di tutti noi e questo EP ascoltato in cuffia e in solitudine ha il potere di far emergere queste sensazioni e speranze (anche deluse) in una maniera a tratti dolorosa, ma necessaria e liberatoria. Arrivati alla fine dell’ascolto non si può che accettarsi un po’ di più nelle proprie sfaccettature e schiacciare di nuovo play. 

Com’è stato lavorare a questo EP?

Mi piace pensare che questo album sia nato un po’ “a singhiozzo”, nel senso che Lorenzo e io ci abbiamo lavorato nei weekend in cui riuscivo a salire a Bolzano da Trieste, dove frequento l’università. Appena uscita da una lunga relazione e con un’intera città da esplorare sono finita in una serie di incontri tragicomici che ho documentato scrivendo. Ora faccio fatica a riconoscermi, ma è questo il bello del cantautorato: cristallizzare un istante per sempre.

La tua scrittura è cambiata? 

Molto. Scrivendo l’EP le canzoni sono uscite di getto in un momento in cui l’alternativa era mettersi a urlare dalla frustrazione. In seguito, ho cominciato a lavorare a canzoni diverse, che esplorano il mio essere più che le mie azioni. Ora le approccio come poesie, non come uno sfogo nel mio diario segreto. È bello vedere la propria evoluzione e rendersi conto che quando si raggiunge una “soddisfazione di base” non c’è più bisogno di sfogare le emozioni in superficie e ci si può immergere in sé stessi per cercarsi davvero. 

C’è un fil rouge in questo lavoro?

Quattro tracce affrontano da un lato la difficoltà di lasciarsi alle spalle una lunga relazione e la propria città, e dall’altro i guai in cui si può finire nel momento in cui la libertà sale un po’ alla testa. Il testo di The curse, invece, l’ho scritto quando avevo sedici anni, ma è ancora una perfetta rappresentazione del mio innato romanticismo. L’ho rilavorato e penso che averlo in questo EP sia necessario, perché, alla fine, restiamo sempre quello che siamo. 

Bolzano e Trieste sono presenti? 

Bolzano è una città complicata, soprattutto per noi giovani. È un magnete che mi tira verso di lei, ma che appena mi lascio andare mi intrappola. Quando sono a Bolzano mi manca Trieste, quando sono a Trieste mi manca Bolzano. È un dilemma che sto affrontando sempre di più nella mia musica. Lovergirl ha tracce di questo oscillare fra l’amore per le proprie radici e la voglia di esplorare nuovi orizzonti. È un tira e molla che mi seguirà sempre.

Quale brano ti rappresenta di più? 

Lovergirl. Affronta la sensazione di non essere mai apprezzata che mi viene nei momenti di nostalgia, la mia emozione preferita. Pur sapendo che sono piena di persone che amo e che mi amano, credo sia un momento di catarsi necessario. In più faccio riferimento all’albero della canzone Y tu que has hecho? dei Buena Vista Social Club. Quando ero piccola mi immedesimavo nella bambina della storia dell’albero e della bambina, oggi mi piace provare a capire il punto di vista dell’albero che regala fiori senza ricevere nulla in cambio.

Autrice: Anna Michelazzi

A proposito di concerti…

Da veterano dell’andar per concerti, ho letto con interesse la recente intervista di Anna Michelazzi a Siria Stenico pubblicata sul nostro giornale riguardo alle difficoltà cui va incontro chi ha la passione della musica dal vivo. Proprio durante la lettura dell’articolo in questione mi sono passate davanti agli occhi un serie di argomentazioni, nonché ricordi, considerazioni riguardo alla musica dal vivo, ai suoi luoghi e ai suoi costi. Premetto che sono un matusa della materia, ma nell’ultimo decennio ho avuto anche modo di assistere a concerti di artisti provenienti dal mondo dei talent show e quindi la mia esperienza di musica dal vivo non è limitata ai generi prediletti dalla mia generazione.

Condivido molto, se non tutto quello che l’intervistata racconta ad Anna Michelazzi.

E comprendo il suo desiderio di quei cosiddetti bagni di folla che sono i concerti negli stadi, i grandi raduni, quegli appuntamenti irrinunciabili in cui a volte – non di regola – la spettacolarità e il fatto che ci siano migliaia di persone ad emozionarsi, commuoversi, cantare a squarciagola con l’artista del cuore, prendono il sopravvento sul fattore musica, che, per quanto mi riguarda è ciò che vado cercando quando mi reco ad un concerto.

Nel corso di oltre quarant’anni di musica dal vivo vista e ascoltata, ho maturato la convinzione che, da parte di chi i concerti (quelli da migliaia di spettatori) li organizza, ci sia poco rispetto per coloro che ai concerti si recano. Ho ascoltato, si fa per dire, esibizioni al limite della decenza, con i musicisti costretti a suonare in un palasport di cemento dall’acustica inaccettabile, anche in tempi recenti: insomma, un insulto anche per chi la musica la suona e non solo per chi ne fruisce.

Sul discorso costi poi, nemmeno parlarne, i biglietti degli eventi sono davvero proibitivi, un paragone col secolo passato è insostenibile, ma molta colpa è delle agenzia di ticketing (veri e propri squali senza ritegno). Ed è un peccato, perché a detta di molti artisti stranieri, il calore e l’accoglienza del pubblico italiano sono qualcosa di unico, il problema è l’organizzazione  spesso non all’altezza di quella dei paesi del nord Europa.

Nonostante nel mio piccolo abbia anch’io fatto chilometri per andare a vedere dal vivo i miei beniamini, cosa che, meno frequentemente, continuo a fare, oggi come oggi prediligo assistere a concerti meno affollati, in situazioni più confortevoli che non sul prato di uno stadio. Non è solo una questione di età, se si ama la musica di qualità e si ha voglia di ascoltarla in condizioni ottimali, le occasioni non mancano. Certo, se la priorità è il bagno di folla le cose cambiano.

Limitatamente alla realtà locale, Bolzano pur essendo città UNESCO della musica ha sempre brillato e continua a farlo per l’assenza di spazi deputati alla musica giovane e non colta. Pensiamo alla terribile acustica del vecchio Palaghiaccio di via Roma, al Palasport, al Palaonda e pensiamo a strutture volute dall’ente pubblico, come il KuBo. Tutte situazioni nemiche della buona acustica. Per non dire della promozione della produzione locale, un tempo deputata alle associazioni foraggiate dalla pubblica amministrazione ed oggi fagocitata dalla medesima o affidata alla buona volontà di pochissime realtà autonome.

Anche a rischio di flop clamorosi.

Ecco, credo che il nocciolo della questione sia questo: c’è troppa attenzione per il concerto in quanto evento mediatico che raduna folle oceaniche (penso a Vasco a Trento, ai concerti all’autodromo di Imola) e ce n’è troppa poca per quella musica più “piccola”, ma ugualmente bella che a Bolzano si può ascoltare nei teatri o in luoghi come Laurin, Sudwerk, Pippo.Stage, Carambolage, Zoona.

Non dico che ci sia da andare a vedere un concerto al giorno (talvolta purtroppo succede che in un giorno ce ne siano due o tre in contemporanea), ma un paio alla settimana ci stanno. E se la spinta per andare ad un concerto è l’amore per la Musica, con la Emme grande, vi assicuro che in giro ce n’è, ci sono artisti italiani e stranieri, minori solo per considerazione, che propongono cose spettacolari per pochi intimi, c’è il jazz, ci sono i cantautori, le band, l’elettronica. E c’è un universo di musicisti locali che sono bravissimi e meriterebbero più attenzione, in particolare da parte dei loro coetanei, nel caso dei più giovani. La musica c’è, magari va cercata, ma credo sia meglio pagare 10 o 20 euro per un buon concerto di dimensioni ridotte, dove poi magari è possibile anche scambiare due chiacchiere coi musicisti, che pagare fino a qualche centinaio di euro per il mega evento a San Siro dove per vedere i musicisti serve il mega schermo di turno, pregando di non avere l’impalcatura del mixer davanti.

Comunque sia, buona musica a tutti e long live rock’n’roll.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Gli itinerari musicali di Pignata in Traces

Luca Pignata – fisarmonicista meranese ma da anni residente in Belgio – ha appena pubblicato un nuovo interessante album. Il lavoro si chiama Traces ed è uscito per il  momento solo in versione digitale. Lo potete trovare ed ascoltare a partire dalla pagina bandcamp del musicista, dove è anche possibile acquistare l’album in alta qualità audio con in allegato un libretto che presenta per bene i termini dell’operazione. 

Si tratta infatti di un lavoro di spessore, in grado di abbracciare due continenti sulla scia di un filo conduttore non nuovo, ma che presenta moltissimi motivi di interesse. 

Il tema è quello delle connessioni che la musica  colta, nello specifico declinata nel repertorio peculiare della fisarmonica, ha mantenuto e mantiene con le tradizioni popolari. 

Le tracce dell’album disegnano quindi una sorta di itinerario multiforme, non solo geografico ma anche stilistico e soprattutto delle atmosfere. 

Si va dai classici della musica brasiliana – collocati giusto a metà strada appunto tra tradizione e scrittura – a Domenico Scarlatti. Ma nell’album trovano spazio anche un brano contemporaneo del compositore sloveno Lojze Lebic e due classici del repertorio argentino come Alfonsina y el mar e El dia que me quieiras di Carlo Gardel. 

Fin dai primi secondi dell’album si nota la grande dedizione con cui Pignata si occupa dei suoi progetti, realizzando spesso in completa autonomia gli arrangiamenti per il suo strumento.

Bellissimi sono i brani di Scarlatti e raffinata è la scelta di Pignata di combinare l’esecuzione “classica” con gli echi della musica popolare spagnola che, appunto, appaiono nell’invenzione melodica del grande compositore italiano trapiantato nella penisola iberica. 

Molto azzeccate appaiono anche le scelte interpretative nei brani brasiliani di Ernesto Nazareth e di Egberto Gismonti, dove emergono anche momenti di grande virtuosismo nella proposta del numero voci nel contrappunto. 

Forse il momento più bello più bello di tutto l’album risulta forse l’esecuzione del brano Agua e Vinho  di Egberto Gismonti, attraverso il quale l’incontro tra la musica colta e quella brasiliana si arricchisce di un ulteriore “rimbalzo” stilistico e geografico. 

Ricordando infatti che la cultura di Argentina e Brasile ha tra gli elementi costitutivi del proprio dna proprio la tradizione melodica italiana, in grado di influenzare non solo la musica ma addirittura le lingue parlate nei due grandi paesi.

Quello di Pignata è davvero un ottimo lavoro. L’auspicio è che  il musicista possa proseguire in questa direzione anche nel prossimo futuro.

Autore: Luca Sticcotti

Incantation per chitarra e sax

Il chitarrista bolzanino Roberto Zadra, classe 1998, ha recentemente pubblicato per l’etichetta germanica ARS Produktion un compact disc intitolato “Incantation” e assolutamente degno di nota, in duo con il sassofonista Zihao Wang. Si tratta di un lavoro estremamente raffinato, sia dal punto di vista dei brani eseguiti – tutti scritti da autori contemporanei “aperti” a suggestioni di altri generi musicali – che sul versante della performance. I due strumentisti si distinguono per la purezza e la pulizia del suono, nonché per l’interplay. Senz’altro le scelte musicali sono anche conseguenza del fatto che Roberto Zadra si muove musicalmente sulla scia di studi sia di chitarra classica che composizione, iniziati presso il Conservatorio di Bolzano, ma poi proseguiti al Mozarteum di Salisburgo e alla Hoschschule für Musik di Monaco di Baviera. Si tratta come dicevamo di un album di grande interesse, e ciò è dimostrato anche dal fatto che il lavoro è stato sostenuto dall’Ufficio Cultura (tedesca) della Provincia, evidentemente sensibile a mettere in evidenza i talenti altoatesini nel campo della musica, non solo emergenti ma già decisamente consolidati. L’album è ascoltatile anche sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Autore: Luca Sticcotti

Passato, quasi-presente e futuro nel nuovo romanzo di Marco Niro

Ad appena un anno dall’uscita del precedente romanzo, lo scrittore trentino Marco Niro (già noto per essere una metà del team narrativo Tersite Rossi), torna con un nuovo lavoro: bello, avvincente e inquietante quanto il libro che lo aveva preceduto.

Niro, regala ai suoi lettori un altro motivo di riflessione su come gli esseri umani stanno riducendo il mondo in cui abitano. Un mondo unico e bellissimo, tanto bello che non saranno certo i vari Elon Musk di turno e i loro complici politici a convincerci a lasciarlo in favore di un mondo immaginario, irreale, comunque troppo lontano per pensare di arrivarci facilmente.
Un mondo che ne “L’uomo che resta” (Les Flaneurs Edizioni 2025, 319 pag.) appare di sfuggita, perché in realtà le tre storie, tutte connesse tra loro, che compongono il romanzo si svolgono nel mondo che abitiamo, probabilmente a poco più di un centinaio di chilometri dalla nostra città (ma questa è una nostra illazione), un mondo che, sembra volerci ammonire Niro, stiamo trattando parecchio male.
Il mondo così come lo viviamo e conosciamo, non durerà in eterno, e questa non è una novità, ma nel libro di Marco Niro sembra destinato ad avere una scadenza davvero ravvicinata. L’autore ambienta una parte della storia all’indomani dell’era glaciale, una seconda parte, quella più preoccupante è da collocarsi ad appena una trentina d’anni più in là di quella in cui viviamo, e una terza in un futuro un po’ più lontano ma non troppo.
Se il lieto fine non è mai stato una caratteristica dei libri di Niro (sia in solitaria che come parte di Tersite Rossi), forse in questa nuova pubblicazione il finale sembra non essere così pessimista, ma probabilmente dipende da quali siano i personaggi con cui il lettore tende ad identificarsi.
Oltre alla felicità della scrittura, va segnalata la consueta meticolosità dell’autore nel documentarsi su tutti gli argomenti trattati, riuscendo a risultare sempre plausibile – ma mai pedante – anche in una storia di fantasia.
L’autore sarà a Bolzano il prossimo 8 maggio alle 18, per presentare il romanzo presso la biblioteca Ortles, in piazza Anne Frank.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Immigrazione: nuovi volti e vecchi luoghi

Martedì 10 settembre alle ore 17.30 presso la Biblioteca Claudia Augusta di Via Cappuccini a Bolzano avrà luogo la presentazione aperta al pubblico (ingresso libero e gratuito) del nuovo volume edito da alphabeta, dedicato all’universo dell’immigrazione in provincia di Bolzano. La presentazione del libro vedrà la partecipazione del curatore Adel Jabbar in dialogo con Giorgio Mezzalira (storico).

Da circa tre decadi l’Alto Adige/Südtirol è divenuto meta, non solo area di transito, di movimenti migratori e luogo di residenza per persone provenienti da numerosi Paesi del mondo. Enti locali, associazioni, istituti di ricerca e soggetti privati si sono attivati in diversi ambiti non solo per dare risposte ai bisogni primari di una particolare fascia di popolazione in continuo aumento, ma per individuare percorsi finalizzati all’inserimento dei nuovi cittadini nel tessuto sociale e nella vita quotidiana. Sono maturate così interessanti riflessioni volte a mettere a fuoco da un lato le dinamiche migratorie in quanto tali, dall’altro le trasformazioni determinate dal loro impatto sugli equilibri di una comunità autoctona che ha di per sé marcati connotati storici e culturali. Questo volume a più voci offre uno sguardo interdisciplinare e multiprospettico, e illustra un ampio ventaglio di approcci e interventi che hanno caratterizzato la gestione dell’immigrazione sul territorio provinciale, indagando la situazione attuale ed evidenziando le problematiche che rimangono fatalmente aperte: dal quadro normativo alle politiche d’inclusione o di malcelata discriminazione, dai processi partecipativi ai problemi sanitari e abitativi, dal mondo del lavoro e della scuola a luoghi e iniziative interculturali, fino alle sfide poste dalla seconda o terza generazione di cittadini con background migratorio. Tra modelli innovativi di integrazione e puri “effetti tampone” prodotti dalle perduranti logiche dell’emergenza – che tuttora guidano l’Europa, i governi nazionali e, a caduta, le amministrazioni locali – il “sistema Alto Adige”, fondato di per sé sulla convivenza etnica, mostra alcune aree di eccellenza, ma anche difficoltà e ritardi che riflettono l’assenza di una vera strategia davanti a un fenomeno globale del nostro tempo.

Con contributi di: Ana Agolli, Gianni Bertoncello, Licia Casagrande, Giusy Diquattro, Salvatore Falcomatà, Luigi Gallo, Marina Gousia, Barbara Gramegna, Mari Jensen-Carlén, Roberta Medda-Windischer, Johanna Mitterhofer, Rita Moreschini, Tanja Nienstedt, Matthias Oberbacher, Sophia Schönthaler, Hilary Solly, Verena Wisthaler, Giorgia Zogu.

Nardo Dee: il nuovo album è “Roba Vecchia”

Il rapper bolzanino torna con un nuovo album “Roba Vecchia EP” e ci racconta un po’ di sé. Come hai intrapreso la carriera da rapper a Bolzano?  

È nato tutto un pomeriggio estivo del 2007. Ero di ritorno verso casa dopo una giornata al campetto di basket, ho visto un gruppetto di ragazzi sotto casa mia che facevano freestyle e fino ad allora non avevo mai conosciuto altri coetanei con il mio stesso interesse. Se dovessi dare una precisa collocazione temporale dell’inizio della mia carriera, quel pomeriggio estivo nel quartiere Don Bosco è stato il giorno 1 di Nardo Dee. 

Chi o cosa ti ispira a fare musica e scrivere canzoni?

Una volta in un brano ho scritto: “Il rap è musica per disagiati fatta da poeti mezzi pazzi”. Ovviamente è il mio punto di vista, però penso che saper fare liriche, sfogarsi e creare allo stesso tempo del buon rap, sia un toccasana per la mente. Nel mio percorso artistico ho trovato ispirazione ascoltando dischi di rapper come Bassi Maestro, Zampa e Ghemon.

Questo nuovo album di cosa tratta?  

È un Album in collaborazione con Dj fede, storico produttore e dj di rap italiano, composto da 4 tracce dal suono inconfondibilmente “classico”, con ritornelli e strofe, senza autotune per intenderci. Ogni canzone all’interno dell’Ep ha una sua storia e un suo preciso messaggio. Le atmosfere variano di brano in brano, così come le collaborazioni, che sono molte, ma indispensabili per confezionare un prodotto unico. 

Il titolo “Roba Vecchia EP” da cosa è nato? 

Il titolo è una provocazione, ma allo stesso tempo una meravigliosa etichetta sulla musica che produciamo. Per certi versi viviamo in un momento storico dove anche la musica è “fast-food”. Se un brano non diventa un tormentone, può durare anche solo un giorno. Gli album tendenzialmente non si fanno più, perché una volta usciti hanno una data di scadenza molto corta. “Roba Vecchia Ep” è decisamente contro corrente, essendo un disco che non è stato fatto per entrare in questa logica, ma anzi, la sua realizzazione è stata dettata solo dal piacere di fare musica come piace a noi. 

Di questo album c’è una canzone alla quale sei particolarmente legato? 

Ovviamente tutte, ma se devo sceglierne una in particolare scelgo “capo di sto gioco” perché finalmente posso dire di aver fatto una canzone con il mio rapper preferito di sempre. 

Qual è un posto dove ti piacerebbe esibirti?

Mi piacerebbe esibirmi in piazza Tribunale, dove anni fa si teneva “Playground”, il festival del rap regionale per eccellenza. Vorrei vedere un festival simile, ma nuovo allo stesso tempo; organizzato da giovani con entusiasmo. Un festival dove i locals che si esibiscono parlino solo attraverso la propria musica, il proprio talento e soprattutto che portino avanti i valori della cultura hip-hop.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Ricordate Aldo Porcaro, pittore parigino?

Poco più di venti anni fa moriva Aldo Porcaro. Artista, anima inquieta, folle e irregolare: Porcaro attraversò la composta Bolzano, talvolta disturbando. Insieme a chi l’ha conosciuto, lo ricordiamo in alcuni frammenti di vita.

“Vi saluta e vi attende nello studio più bello Aldo Porcaro, fu Nunzio, pittore parigino” così recita il necrologio di Aldo Porcaro sull’Alto Adige del 31 ottobre 1991. Aldo Porcaro: molti bolzanini lo ricorderanno, forse. O perlomeno ricorderanno il suo nome, scritto in calce alle sue frasi provocatorie, che lasciava sui muri della città: corso Libertà e Piazza Vittoria, ma anche il centro, via Argentieri e via Leonardo da Vinci. Aldo Porcaro è stato un artista, un’anima inquieta, un folle e un irregolare, che tra gli anni ’70 e ’90 attraversò, talvolta disturbando, Bolzano.
Ne abbiamo parlato con Lukas Zanotti, anch’egli artista. “Ci siamo conosciuti in maniera strana: io marinavo la scuola andare in Tessmann a leggere libri di arte (sic!). La biblioteca apriva alle nove e allora mi fermavo sul Talvera. Quel giorno ero seduto su una panchina e stavo guardando un catalogo di Paul Klee. Lui mi ha visto, prima è passato, poi si è girato, è venuto a sedersi e abbiamo comunicato a parlare di arte”.

Che tipo era?
Era alto, un bell’uomo, il tipico meridionale, con profondi occhi neri. Dimostrava meno anni”

E poi?
Era stato a Parigi e si sentiva francese. Ci incontravamo spesso sulle passeggiate, poi mi invitava al bar a colazione-dai, offro io, insisteva- ma alla fine però toccava sempre a me pagare”- racconta Zanotti con una punta d’affetto nel sorriso.

Che faceva Aldo allora?
Era verso la fine degli anni ’80. Non so se avesse una casa, da quello che so viveva sotto il ponte, o si faceva ospitare magari da qualche donna. Aveva sempre con sé un taccuino/cartellina, si metteva a disegnare, dipingere, faceva acquerelli, acrilici. Diceva che gli sarebbe piaciuto avere un posto, ma non tanto, perché era convinto che sarebbe ripartito presto per Parigi. Ci chiamava “bolzanesi”, amava storpiare il nome. Ci considerava tutti borghesi venduti, mentre lui si sentiva francese.

E gli accessi d’ira?
Andava tutto bene finché non si parlava di politica: li finiva su un binario tutto suo e si scaldava. Si sentiva una vittima, che tutti ce l’avevano con lui, anche nella realtà altoatesina, che allora era molto chiusa e da cui si sentiva un escluso. Faceva discorsi farneticanti e cominciava a urlare.. allora era il momento di pagare e andarsene.

Com’era la sua arte?
Gli piacevano la grafica e le litografie. Partiva dal figurativo e poi lo scomponeva in frammenti, per arrivare all’astratto, forse ispirato dalle vetrate gotiche delle chiese francesi. I suoi lavori più maturi sembrano mosaici.

E a proposito della sua arte, Arnold Tribus, direttore della Neue Südtiroler Tageszeitung ed esperto d’arte, ci ha raccontato “Aldo Porcaro era una di quelle personalità artistiche con una testa tutta sua, credeva di potercela fare senza una galleria, e in effetti per un certo periodo andò bene. Negli anni ’70 era attivo sulla scena artistica, insieme ad altri colleghi come Florio Vecellio. Le opere nate al suo ritorno dalla Somalia ebbero successo, e non c’era collezionista a Bolzano che non avesse un Porcaro in casa. Poi qualcosa si ruppe e i suoi lavori non funzionavano più come prima”. E le scritte sui muri? “Per lui erano arte”- precisa Tribus” le considerava un’evoluzione del suo lavoro. Con le scritte e le provocazioni voleva scuotere quella società bolzanina che gli aveva voltato le spalle” così Tribus. Artista, imbrattatore di muri, voce sguaiata e nota stonata tra le vie ordinate di una città composta e ingessata: Aldo Porcaro è stato questo e molto di più. La sua presenza poetica e disturbante saprebbe scapigliare bene molti bolzanini di oggi.

ALDO PORCARO

La biografia di Aldo Porcaro somiglia a quella di tanti artisti “maledetti”: dopo la scuola commerciale a Bolzano lavora per una banca italiana a Mogadiscio, dove conosce la sua prima moglie Asli. La pittura e il disegno sono la sua vita e, tornato dall’Africa a Bolzano, negli anni ‘70 riesce a vendere bene i suoi dipinti “africani” dai colori accesi. Porcaro ha una vita sentimentale vivace, è un personaggio charmant. All’inizio degli anni ‘80 trascorre un anno a Parigi, ma, costretto a tornare per motivi economici, non troverà mai una sua dimensione. Instabile mentalmente, negli ultimi anni di vita vive vagabondando; muore all’ospedale di Bolzano per una malattia cardiaca il 30 ottobre 1991.
La sua storia è stata raccolta da Dietrich Reinstadler nel volumetto “Aldo Porcaro fu Nunzio Pittore Parigino”, Matzneller Editions.

Autrice: Caterina Longo

Seehauser, racconti per immagini

Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.

Da quasi mezzo secolo, Othmar Seehauser ci racconta l’Alto Adige con le sue fotografie. La mostra “Kein schöner Land/Immagini”al Kunstforum di Egna presenta una selezione degli scatti del noto fotografo altoatesino, tra la bellezza sfacciata e le tante contraddizioni della nostra provincia.
L’impresa non era semplice: selezionare poche decine di fotografie tra oltre un milione – tante sono quelle che compongono lo sconfinato archivio fotografico di Othmar Seehauser. Nato nel 1955 a Nova Levante, Seehauser può considerarsi tra i più importanti testimoni visivi della nostra provincia. Dagli anni ’80 ha lavorato per i media locali e come autore di libri illustrati, restituendo in immagini spettacolari la natura, le persone, i fatti e i monumenti del Sudtirolo. Seehauser ha l’occhio, l’energia e la “fame” di storie del fotoreporter fuoriclasse. Non a caso ha iniziato la sua carriera realizzando servizi dall’America latina per la stampa nazionale e internazionale, come “Der Spiegel” Tra i reportage per la prestigiosa rivista tedesca ricordiamo in particolare quello sugli effetti del disboscamento in Amazzonia.

L’arrivo dei rifugiati albanesi a Monguelfo

Anche l’immagine scelta per l’invito della mostra a Egna è un paesaggio avvolto da nebbie invernali, un’atmosfera i cui non sfigurerebbe il Bates Hotel del film Psycho, ma che in realtà ritrae uno scorcio di Renon verso Santa Maria Assunta, luogo storico della villeggiatura della ricca borghesia altoatesina. Coperti dalle nebbie, anche i posti noti appaino sotto una luce diversa, insolita. Un po’ quello che provano a fare le immagini di Seehauser: svelare quei tratti inaspettati della nostra provincia, mostrarne la bellezza, ma anche i contrasti e le contraddizioni che fanno riflettere, pensare, a volte anche sorridere. è un Alto Adige “smascherato”, quello della mostra, “Il colore abbellisce, distrae: per questo ho scelto il bianco e nero per la maggior parte delle fotografie esposte”, ci racconta Seehauser. Il percorso non segue uno svolgimento cronologico; le immagini sono raccolte in gruppi di tre, quattro, in base ai temi e ai momenti che raccontano. Sono abbinamenti che non gridano, ma suggeriscono: sta a noi fermarci ad ascoltare, a guardare.
Ecco allora che la fotografia dei boschi devastati dalla tempesta Vaia è accostata alla possente bellezza del paesaggio d’alta quota del gruppo Tessa; il venditore ambulante tra le vie di Bolzano all’arrivo dei rifugiati albanesi a Monguelfo, nel 1991. Ma c’è anche l’Alto Adige tradizionale e un po’ borioso, di uomini nei tipici Lederhosen in un momento di festoso cameratismo e quello delle architetture ipermoderne del museo Corones di Zaha Hadid e di Museion. C’è la vendita all’asta dei buoi a san Lorenzo e il trasporto del fieno su filo, sotto il Catinaccio – “che ormai non esiste più” racconta Seehauser, “perché quei campi non sono più coltivati”. Quando gli chiediamo quali sono i cambiamenti che negli anni ha visto scorrere sotto i suoi occhi, Seehauser invita a puntare il nostro sguardo sul turismo e la smania di nuove e più grandi costruzioni, che hanno sconvolto paesi e paesaggio. “Anche nelle valli che si dicono più tradizionali, come la Val Sarentino e la Val Passiria, si fatica a trovare un maso storico – si è preferito abbatterli per ricostruire edifici nuovi” constata Seehauser. Interessante contraddizione, in una terra che spesso ama identificare la tradizione con la cultura. E che vale anche per i monumenti naturali: “mi capita che solo quando vedono l’immagine del pino maestoso stampata nei miei libri le persone si rendono conto di quanto sia bello e prezioso – eppure lo hanno sotto gli occhi ogni giorno, nel prato di casa”.
In questo senso, non è un caso se il titolo scelto per la mostra, “Kein schöner Land” si riferisce ad un antico canto popolare tedesco che evoca armonia, natura e pace, a dispetto della prima impressione.
La mostra è visitabile da martedì a sabato, ore 10-12 e 16-18, Kunstforum Unterland, Portici 26, Egna. Ingresso libero, green pass obbligatorio. Fino al 18 dicembre.

Autrice: Caterina Longo

Un weird western per conoscere i pellerossa

Il termine tecnico per descriverlo è “weird western”, che in italiano di potrebbe tradurre con “Fantawestern”, un filone letterario che mescola western e fantasy, horror o fantascienza. Un genere che lo scrittore bolzanino Andrea Zanotti ha utilizzato per il suo ultimo libro, “Inno cannibale” (edizioni Dark Zone): quasi trecento pagine fresche di tipografia che sembrano destinate a diventare un cult fra gli appassionati del genere. Zanotti non è nuovo a questo tipo di scrittura: ha sfruttato le atmosfere western con “Voodoo”, e il fantasy – horror sembra quasi un filo conduttore che unisce le sue tante opere (“Dracophobia” in primis, giusto per fare un esempio).
Ma con “Inno cannibale” Andrea Zanotti compie un passo in più, e nel narrare una storia avvincente regala ai suoi lettori uno spaccato degli Stati Uniti in un periodo storico poco conosciuto, o comunque poco studiato da questa parte dell’Oceano: quello dopo la guerra di Secessione. L’autore snocciola nomi di personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo, da Toro Seduto al generale Custer, dal presidente Johnson a Geronimo, li fa interagire e ambienta dunque la trama del libro in una precisa dimensione spazio temporale, descrivendo in sottofondo i fatti storici realmente accaduti.
E la trama è pane per i denti degli appassionati del genere.
Black Mamba, donna-medicina a capo della tribù dei Senza-lingua, ha convocato il cerchio degli Elders, gli anziani capi di tutte le genti pellerossa. Nuovi alleati sono disposti ad aiutare le tribù contro i visi pallidi, è sufficiente unirle per innalzare l’inno cannibale, anche se l’intero ordine del creato verrà sconvolto dal rito, dato che Black Mamba vuole risveglierà Yužáža, “Colui che sgozza gli Dei”. Ma le grandi manovre dei selvaggi non passano inosservate al colonnello Souther, gerente della Clinica psichiatrica federale nr. 51. Sta a lui risolvere il problema dei “musi rossi”. Ma chi spedire in Sierra Nevada, nel covo della sciamana? La scelta cade su Marc Trementina De La Cruz, il suo compare Jo Occhiomoscio e il resto della loro improbabile banda di antieroi. Solo serpi di quella risma potranno resistere a ciò che li attende in quelle lande infestate: Wendigo, Skinwalker, Si-Te-Caha e tutte le leggende da incubo dei nativi, riportate in vita dalle malie di Black Mamba.

Autore: Luca Masiello