Terme di Levico, dove l’acqua cura

Inserzione pubblicitaria – Specializzazione in dolori articolari e reumatici, cura della fibromialgia, cura del sonno.

PATOLOGIE ARTROREUMATICHE
Dolori alle articolazioni e alle ossa:
• artrosi generalizzata
• artrosi localizzata, primaria
• artrosi non specificata, sede non precisata
• fibromialgia e reumatismi extra articolari
diffusi, non specificati

TERAPIE
Immersione in acque termali e/o applicazione di fanghi sulle articolazioni colpite:
• ciclo di 12 fanghi
terapeutici o
• ciclo di 12 bagni
terapeutici o
• ciclo di 12 fanghi

  • 12 bagni
    terapeutici

FIBROMIALGIA
Un percorso dedicato a pazienti affetti da sindrome fibromialgica, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 6 trattamenti massofibro
• 3 sedute di psicoterapia collettiva
-possibile abbinamento con consulenza nutrizionale
• possibile integrazione con fango termale

CURA DELL’ANSIA E DEL SONNO
Per una migliore qualità della vita, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico la conferma del ruolo complementare dell’Acqua Forte nel trattamento dell’ansia e dei disturbi del sonno.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 3 sedute di dry floating experi ence con percorso guidato di meditazione
• 3 massaggi in acqua
• possibile abbinamento con 3 trattamenti di crioterapia sistemica.
I percorsi sono personalizzabili.

ACCESSO IN CONVENZIONE
Per accedere alle terapie delle Terme di Levico in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale è necessario:
• prenotare la visita medica di ammissione al numero 0461-706077 oppure scrivendo a info@termedilevico.it ;
• presentarsi alla visita medica presso le Terme con l’impegnativa rilasciata dal medico di base o specialista, l’eventuale documentazione clinica, un documento di identità e la tessera sanitaria.

L’INTERVISTA

Artrosi, fibromialgia, ansia e sonno non riposante si curano alle Terme di Levico. Vi proponiamo un’intervista al direttore sanitario Patrizia Manica.
La dottoressa Patrizia Manica è direttore sanitario delle Terme di Levico dal 2012. È specialista in idrologia medica, autrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche in medicina termale.

Dottoressa, quali sono le comuni e più diffuse patologie artroreumatiche?
Nel linguaggio comune questa patologia la chiamiamo artrosi, localizzata oppure generalizzata. è caratterizzata da infiammazione agli arti, ai muscoli ed alle ossa, e provoca dolore e progressiva difficoltà di movimento, anche la deformazione degli arti.

I trattamenti praticati alle Terme di Levico curano le artrosi?
Sono particolarmente indicate perché hanno azione anti-infiammtoria, analgesica e miorilassante con riduzione del dolore. Importante è la visita medica di ammissione in quanto individua lo stadio della patologia prescrivendo i trattamenti più adeguati.

Quali sono le terapie adatte per la cura delle patologie artroreumatiche?
Fanghi e bagni, meglio se in abbinata, ma è il medico al momento della visita inziale a decidere quali dei due è adeguato o se è bene siano abbinati. Un suggerimento pratico: meglio è se l’impegnativa prevede il trattamento in abbinata fango con bagno per poter scegliere quello più adatto.

Dottoressa, cos’è la fibromialgia?
è una patologia che appartiene alle reumatiche, caratterizzata da dolore diffuso e sintomi di stanchezza profonda, da sonno non riposante, colon irritabile, digestione difficile, sensazione di memoria labile, ecc.

Perché le Terme di Levico sono particolarmente adatte per la cura della fibromialgia?
Perché le terapie che vi si praticano sono ben tollerate. Infatti, riducono l’intensità del dolore e sono di supporto al controllo del sonno.

Qual è la terapia specifica per la cura della fibromialgia?
Soprattutto la balneoterapia, validata scientificamente da ricerche mirate, effettuate presso le nostre terme.

Alle Terme di Levico si pratica anche la cura dell’ansia e del sonno. Con quale terapia?
La balneoterapia è un toccasana in proposito, particolarmente consigliata per chi soffre di tali disturbi. Tanto più che le patologie derivate da ansia e sonno non riposante sono assai diffuse e sono aumentate nel periodo post-pandemico.

TERME DI LEVICO
Viale Vittorio Emanuele, 10
38056 – Levico Terme (TN)
Ufficio informazioni e prenotazioni
Dal lunedì al venerdì
ore 8 – 12.30 e 14 – 17.30
Il sabato ore 8 – 12.30
Tel. 0461 706077
info@termedilevico.it
www.termedilevico.it

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BattBull, un’app contro il bullismo

“Se sto bene a scuola, ho voglia di imparare. Se sto male, anche quella voglia lì svanisce” : parte da qui il ragionamento di Marco Fontana, dirigente scolastico dell’Istituto Battisti di Bolzano. Il benessere scolastico non è un lusso accessorio, ma la base di ogni apprendimento. E nel mezzo di questa consapevolezza nasce BattBull, un’app ideata e realizzata da un gruppo di studenti per segnalare episodi di bullismo.

L’Istituto Battisti, racconta il dirigente, è una piccola Bolzano: studenti di ogni provenienza e storia che si incrociano ogni giorno tra le aule e i corridoi dell’edificio scolastico. Con tutte le potenzialità, ma anche le tensioni, che un microcosmo del genere porta naturalmente con sé. “Non parliamo solo di bullismo conclamato”, spiega, “ma anche di quelle piccole prevaricazioni che spesso passano sotto traccia: scherzi maldigeriti, paure, tensioni. Tutti segnali di un disagio che va preso sul serio. Sempre e comunque.” E se stare bene a scuola viene prima di imparare, allora serve agire. Non a parole, ma con strumenti concreti. Da questa intuizione è nata la app BattBull, una efficace combinazione tra “Battisti”, “battersi” e “bullismo.

Più visibilità, non meno problemi

È qui che entra in scena BattBull, l’app contro il bullismo. “BattBull non ha cancellato il disagio. Chiaramente. Ma ci ha permesso di vederlo meglio e di lavorarci insieme. Soprattutto, ci ha convinti a mettere gli studenti al centro”, sottolinea il dirigente “perché è da loro e con loro che bisogna agire.”

È uno dei tratti più interessanti del progetto: non è stato semplicemente calato dall’alto. È nato dai ragazzi, per i ragazzi, con il sostegno e l’entusiasmo contagioso della professoressa Tina Iuzzolino, ideatrice, e del professor Leonardo Martino, che ha fatto da coach programmatore… talvolta fino a notte fonda.

Una piccola software house in classe

“Io sono stato il referente tecnico”, racconta il professor Martino. “Ho insegnato loro a programmare il front-end, il back-end… mentre per la grafica erano già molto autonomi.

La parte più bella? Vederli lavorare come in una vera software house. Discutere, confrontarsi, trovare compromessi.”

Dietro le righe di codice, infatti, si sono sviluppate anche quelle competenze trasversali, le famose soft skills, che a scuola come nella vita sono essenziali. Il lavoro di squadra, la gestione dei conflitti, la resilienza. E pure un po’ di ironia:

“Sì, perché quando alle tre di notte mi arrivava una mail con ‘prof, ci aiuta con questo bottone?’, io rispondevo con un video tutorial, magari con gli Iron Maiden in sottofondo.”

Dall’idea alla realtà (nazionale)

Simone Sartore lo dice senza troppi giri di parole: “Non pensavo sarebbe andata così. Pensavo a una cosa utile per la scuola, magari un po’ popolare qui a Bolzano. Ma poi… il ministro Valditara, il premio nazionale, lo stand a Firenze… mai me lo sarei immaginato.”

In effetti l’app non è solo rimasta confinata dentro le mura scolastiche, ma si è aperta anche ad altre realtà. Altre scuole italiane sono già in contatto con il gruppo di lavoro di BattBull, pronte ad adottare o replicare l’esperienza.

E nel futuro? Chissà. Il progetto continua a evolversi. Magari ci saranno nuove lingue, nuove funzionalità, una nuova generazione di studenti pronti a prenderne il testimone.

Uno strumento semplice ma potente

“BattBull serve a segnalare atti di bullismo. Anche in forma anonima. Ma è stata usata anche per altre segnalazioni, come comportamenti illeciti. È facile da usare, gratuita, accessibile a tutti”, racconta Raffaele Di Sarno.

Ma oltre la tecnologia, c’è qualcosa di più. 

“Questa app dà voce a chi ha paura di parlare. A chi si sente solo. È uno strumento che aiuta davvero. E noi lo abbiamo creato partendo quasi da zero” afferma con orgoglio Sharon Limoncella.

Ed è forse questo l’aspetto più potente: che una classe di ragazzi, armata di entusiasmo e nottate insonni, abbia trasformato un’idea in qualcosa che può davvero fare la differenza.

Scriveva Don Milani in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica.”

Ecco, BattBull è tutto questo. È un piccolo atto politico, nel senso più nobile del termine. È un’educazione alla responsabilità condivisa. Perché “se sto bene a scuola, ho voglia di imparare”.

Autore: Marco Valente

L’eccidio del 3 maggio: una ferita rimossa

L’8 maggio 2025 il Circolo cittadino di Bolzano era gremito per la presentazione di Italiani Kaputt. La strage degli operai. Storia di un eccidio a guerra finita, nuovo libro del giornalista e scrittore bolzanino Luca Fregona.

L’opera, costruita su fonti e testimonianze reali, ricostruisce una pagina tragica rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica: l’eccidio del 3 maggio 1945, quando a Bolzano, a guerra praticamente finita, vennero uccisi 36 civili, molti dei quali operai.
Fregona ha scelto un taglio narrativo, dando voce a quattro degli operai che sono stati messi al muro, ispirati a figure reali, per raccontare quell’ora e mezza di violenza e caos. Durante l’intervista concessa a QuiBolzano, l’autore ha ricostruito il contesto:
“Si tratta di una giornata tremenda per Bolzano, perché in teoria, a guerra finita, si è scatenata una battaglia in diverse zone della città, tra soldati tedeschi in ritirata e forze partigiane locali. Ma la cosa tragica è stato un rastrellamento di rappresaglia in zona industriale: i tedeschi hanno preso 18 operai a caso, li hanno portati davanti al muro dello stabilimento Lancia e li hanno abbattuti con due raffiche di mitragliatrice. Dieci sono morti lì. Gli altri si sono salvati, benché gravemente feriti, solo perché protetti dai corpi delle vittime e per l’intervento di un ufficiale che ha fermato il colpo di grazia. In tutta Bolzano, quel giorno, sono state uccise 36 persone, quasi tutte operai.”
La città, per molti anni, non è riuscita ad affrontare questa vicenda. “Dobbiamo calarci nella Bolzano di allora – aggiunge Fregona – dove si sommavano i torti subiti dalla popolazione sudtirolese sotto il fascismo e quelli patiti dagli italiani dopo l’8 settembre, con rastrellamenti, collaborazionismo, occupazione tedesca. Ognuno aveva qualcosa da imputare all’altro.”
Alla fine, emerge un messaggio forte per chi oggi vuole guardare al futuro con consapevolezza: “Le nuove generazioni dovrebbero sapere su cosa si fondano l’Europa, la Repubblica e la nostra democrazia. Dovrebbero rileggersi la Costituzione nata dalla Resistenza: è un testo aperto, ma anche molto realista. E parla anche al nostro presente.”

Autore: Till Antonio Mola

IL COMMENTO

Leggendo le prime pagine del libro scritto da Luca Fregona mi sono commosso. Il pregio di raccontare quella giornata partendo dalle memorie vive di coloro che ne furono le vittime sta nella possibilità di trasmettere la dignità e l’umanità con cui quei ricordi sono stati vissuti e tramandati.
Decine sono state le famiglie che hanno avuto il loro futuro segnato, da quella giornata di ordinario orrore di guerra. A trasparire è l’assurdità di quanto è avvenuto, con numerose vite interrotte, spesso nel fiore degli anni, senza alcuna “colpa” apparente, se non quella di essere lì, per caso, in quel drammatico giorno di passaggio tra la guerra e la pace. A tutti coloro che avranno letto questo libro – davvero indispensabile, per ricostruire una pagina di storia dell’Alto Adige per troppo tempo rimasta sotto traccia – ricordo anche che tre anni orsono dall’Archivio storico di Bolzano è stato pubblicato un saggio bilingue che ricostruisce la vicenda. Ora sarebbe davvero auspicabile che anche il libro di Luca Fregona venisse tradotto in lingua tedesca, per consentire anche ai bolzanini che non padroneggiano la lingua italiana, di venire a conoscenza dei racconti tramandati delle famiglie bolzanine protagoniste della tragedia.

Autore: Luca Sticcotti

Valentina: “Oltrisarco? è casa mia!”

Valentina Leonardi ha 23 anni e frequenta il secondo anno del corso magistrale in Storia dell’arte e Studi museali all’università di Trento. Si è trasferita nel quartiere di Oltrisarco all’età di tre anni e da quel momento è rimasta casa sua.

Com’è stato crescere a Oltrisarco? 

Per me crescere a Oltrisarco è stato molto bello. È un quartiere che ha tutto, i parchi sono una delle cose che apprezzo di più; grazie alla scuola e ai vari progetti che offre ho conosciuto tanti coetanei che tutt’ora sono miei amici. Ho imparato a conoscere il quartiere come le mie tasche e ho sempre trovato interessante vedere come si sia modificato nel tempo, perché ai miei occhi per quanto sia sempre lo stesso luogo al contempo appare ogni volta come un luogo diverso, è come se crescessimo insieme.

È un quartiere che offre attività per i giovani? 

Offre molte attività per i giovani dal mio punto di vista; inizialmente erano principalmente offerte dalla Chiesa, ma col tempo sono nati sempre nuovi progetti e spazi dedicati agli incontri e alle attività per i giovani di ogni età. 

Lo stereotipo che vede Oltrisarco come “ghetto” della città è fondato? 

Oltrisarco è sempre stato visto come un “ghetto” e posso capire da dove derivi questo stereotipo. Ci sono delle zone di Oltrisarco più tranquille e zone che ancora oggi non sono sicure. Non è di certo un ghetto, ma si sente comunque ancora il bisogno di più sicurezza. Col tempo il quartiere è cambiato tanto e spero che vada man mano migliorando sempre di più come si sta cercando di fare. 

Se tu potessi scegliere ti trasferiresti in un altro quartiere?

No, Oltrisarco ha tutto quello che serve, è vicino al centro ed è ben collegato. In più lo conosco quasi perfettamente, è la mia casa.

Cosa manca e cosa invece funziona?

Oltrisarco ha molti spazi disponibili per qualsiasi tipo di attività e spesso ospita vari progetti che rendono la zona più viva. Quello che manca però dal mio punto di vista è forse un senso di comunità che rispetto a qualche anno fa si sente meno, perché spesso queste iniziative non vengono sponsorizzate abbastanza e di conseguenza non se ne viene a conoscenza; c’è poca comunicazione e questo secondo me penalizza la possibilità di creare rete e comunità nel vicinato.

Cosa secondo te si potrebbe fare per migliorare la vita nel quartiere? 

Aggiungerei degli spazi per uscire la sera, dove trovarsi con gli amici per chiacchierare, abbiamo solo un ristorante e una gelateria che sono spesso punti di ritrovo, ma oltre a quello non c’è molto altro: siamo sempre costretti a spostarci in centro anche se ci piacerebbe poter fruire del nostro quartiere anche in questi termini. 

Autrice: Anna Michelazzi

Optimist: i velisti di domani si fanno le ossa a Caldaro

Ogni anno, il 2 giugno, il lago di Caldaro si riempie di quasi un centinaio di piccole vele bianche. Sono i bambini e i ragazzi dell’Optimist, la piccola barca monoposto con cui cresce ogni piccolo velista. A guardarla bene sembra un po’ una vasca da bagno, e non pare assomigliare molto agli scafi che in osserviamo in mare dalle spiagge o in televisione. Ha una sola vela, una prua quasi quadrata, e si ribalta facilmente. Eppure, per saperla portare, bisogna conoscere tutti i principi fondamentali della navigazione: leggere il vento e regolare la vela, trovare la propria rotta tra angoli e geometrie, meccanica e fisica. Prendersi cura della propria barca, lavarsi i propri vestiti.

La vela è uno sport un po’ diverso: la natura è sempre più forte e per avere successo bisogna saperla comprendere. Ci vuole pazienza, coraggio e determinazione. La testa vince sempre sulla forza bruta, il genere non conta. Così, queste piccole derive sparse in tutto il mondo, insegnano a bambini e ragazzi tra 7 e 14 anni a vivere gli elementi dell’acqua e dell’aria. Per imparare ad andare in barca non serve nient’altro: basti pensare che Marco Gradoni, il campione del mondo, è passato direttamente dalla piccola vela dell’Optimist al timone della barca più iconica di tutti gli sport del mare: Luna Rossa, il gioiello volante di Prada, che compete per la Coppa America. 

Tornando a noi, ai venti di montagna dell’Alto Adige, potrebbe sembrare difficile praticare un simile sport a due passi dalle Dolomiti. Per gli appassionati però c’è un piccolo rifugio, uno specchio d’acqua tra le vigne del Lagrein che è una fortuna immensa.

 L’Associazione Vela del Lago di Caldaro (Svks) organizza nei mesi di giugno e di luglio corsi settimanali per principianti ed esperti. Alla scuola vela possono partecipare ragazze e ragazzi tra i 7 e i 14 anni, che devono saper nuotare. Per i ragazzi dell’Optimist è attiva anche una squadra agonistica e una pre-agonistica, che si allenano sul lago e si muovono anche in trasferta per disputare allenamenti e regate sul Lago di Garda e in tutto il Nord Italia. Per i più grandi il passaggio naturale è alla squadra ILCA (Laser): il monoposto di classe olimpica. Il clima familiare del circolo è anche una palestra linguistica: un contesto perfettamente bilingue pieno di occasioni per imparare. I ragazzi più grandi della squadra agonistica si preparano da mangiare nella cucina comune, attendono il vento facendo piccoli lavori fai da te come piccole riparazioni alle barche e alle manovre, cucendo ad esempio vecchie vele o inventando nuovi trucchi per guadagnare un po’ di velocità in più sull’acqua. In un tempo dominato dalle nuove tecnologie e dove la soglia di attenzione dei ragazzi è sempre più bassa, il circolo velico e più in generale lo sport della vela sono una voce fuori dal coro: per portare a casa il risultato serve tempo, pazienza e tanto ascolto. Per chi resta c’è forse una lezione ancora più grande: in navigazione coesistono la passione e la poesia del rapporto con la natura, con la scienza, la tecnica e l’ingegno del reale. La scuola e il mondo li chiamerà presto a prendere una scelta tra due reami (quello scientifico  o quello  umanistico?) che nella vela e nel mare sono inscindibili. 

Autore: Niccolò Dametto

“Il Social più antico del mondo”: la nuova stagione del Teatro Stabile 

Silvio Orlando, Giuliana De Sio, Toni Servillo, Gabriele Lavia, Valentina Picello, Alessandro Haber, Neri Marcorè, Vinicio Marchioni ed Emma Dante tra i protagonisti della Stagione 2025/2026. Rinnovo abbonamenti fino al 31 maggio. Nuovi abbonamenti dal 3 giugno.

“Il social più antico del mondo” è il titolo delle Stagioni 2025/2026 del Teatro Stabile di Bolzano: uno slogan che evoca la valenza sociale del teatro, un rito collettivo che non ha perso la sua forza vitale nel corso dei secoli e che nel caso di Bolzano e del suo Teatro Stabile continua a rafforzarsi. 

La Stagione 2025/2026 al Comunale di Bolzano si compone di 12 appuntamenti con l’eccellenza del teatro. Al pubblico bolzanino lo Stabile offre l’occasione di assistere a un cartellone dal respiro internazionale che avrà per protagonisti Silvio Orlando, Giuliana De Sio, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Gabriele Lavia, Alessandro Haber, Valentina Picello, Neri Marcorè, Vinicio Marchioni ed Emma Dante. 

Le produzioni 

Fuoriclasse della scena e grandissimo appassionato di musica classica, Toni Servillo sarà protagonista di “Oedipus Rex”, melologo che unisce le musiche di Igor’ Stravinskij al libretto che Jean Cocteau ha tratto da Sofocle. Lo spettacolo, che verrà presentato in esclusiva al Comunale di Bolzano, nasce dalla coproduzione tra Stabile e Orchestra Haydn di Bolzano e Trento (9-12 ottobre).

Neri Marcorè e il regista e drammaturgo Giorgio Gallione hanno molto frequentato i materiali gaberiani. Il nuovo spettacolo “Gaber – Mi fa male il mondo” – a Bolzano dal 9 al 12 aprile – è un’esplorazione nell’universo creativo, etico e letterario di due grandi autori del teatro e della canzone come Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Dal 20 al 23 novembre Filippo Dini, regista e interprete amatissimo dal pubblico e dalla critica, affronta “Il Gabbiano”, di Anton Čechov. Ad affiancarlo in scena troviamo Giuliana De Sio. Dal 9 al 12 aprile Silvio Orlando interpreta il suo primo Pirandello, vestendo i panni di Ciampa, cuore pulsante di “Il berretto a sonagli. Tutt’ora attuale è “Sabato domenica e lunedì”, la commedia di Eduardo De Filippo che rivivrà in scena dal 15 al 18 gennaio grazie alla regia di Luca De Fusco e all’interpretazione di Teresa Saponangelo.

Gli spettacoli in ospitalità

Gli spettacoli che completano il cartellone rappresentano gli esempi più luminosi di allestimenti teatrali che si confrontano con testi immortali e drammaturgie contemporanee. Dal 4 al 7 dicembre Gabriele Lavia, gigante della scena, dirige e interpreta “Re Lear”, uno dei capolavori della drammaturgia shakespeariana. In scena, in questo allestimento monumentale, Lavia è affiancato da 14 attori e attrici. Un’altra importante rilettura di Shakespeare sarà presentata dall’8 all’11 gennaio. È quella di Antonio Latella, maestro del teatro contemporaneo, che dirige “Riccardo III”. Nel ruolo di Riccardo III troviamo Vinicio Marchioni, in dialogo con un cast calibratissimo di 11 attori/attrici. Con “Volevo essere Marlon Brando” Alessandro Haber torna a Bolzano dall’11 al 14 dicembre per interpretare uno spettacolo in cui ripercorre la sua carriera lunga decenni e una vita fuori dagli schemi. La regia è di Giancarlo Nicoletti.

C’è un filo rosso che parte da Anton Čechov e passa da Tennessee Williams nell’analizzare la società tramite le dinamiche familiari. Con questa prospettiva Leonardo Lidi dirige “La gatta sul tetto che scotta”, affidandosi all’interpretazione di Valentina Picello e di altri/e otto interpreti. Lo spettacolo andrà in scena dal 22 al 25 gennaio. Dal 26 al 29 marzo Emma Dante, artista siciliana conosciuta in tutto il mondo per il suo stile passionale e coinvolgente, presenterà Re Chicchinella, terzo spettacolo tratto dalla meravigliosa raccolta di novelle in lingua napoletana che Giambattista Basile creò nel 1634. 

Anche quest’anno, grazie alla consolidata collaborazione con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, la Stagione si impreziosisce di due appuntamenti con la danza contemporanea internazionale. Dal 27 al 30 novembre Marcos Morau dirige la compagnia di danza AterBalletto sulle musiche di Ennio Morricone nello spettacolo “Notte Morricone”. “The Wall_Dance Tribute” è il titolo della nuova coreografia di Michela Merola, diretta da Manuel Renga sulle musiche del celebre concept album dei Pink Floyd The Wall, presentata dal 5 all’8 marzo. 

L’evento speciale

Stefano Massini si confronta con un’epopea americana in “Donald. Vita leggendaria di Donald Trump”. Lo spettacolo verrà presentato come evento speciale sabato 15 novembre alle 19.00 e domenica 16 alle 16.00 nella Sala Grande del Comunale di Bolzano. Agli abbonati è riservato un prezzo speciale (10euro ).

GLI ABBONAMENTI

I prezzi degli abbonamenti rimangono invariati rispetto alle passate stagioni. 

I turni degli abbonamenti sono quattro. Turno A: giovedì h. 20.30; TURNO B venerdì h. 19.00; TURNO C sabato h. 19.00; TURNO D domenica h. 16. 

RINNOVO ABBONAMENTI

Fino a sabato 31 maggio è possibile confermare l’abbonamento (turno e posto) della passata stagione. 

NUOVI ABBONAMENTI 

Da martedì 3 giugno al primo spettacolo in stagione (“Oedipus Rex” in scena dal 9 al 12 ottobre ottobre) sarà possibile acquistare i nuovi abbonamenti. La biglietteria del Teatro Comunale di Bolzano è aperta: da martedì a venerdì dalle 14.30 alle 19 e sabato dalle 15.30 alle 19. Infoticket 0471 053800 E-Mail info@ticket.bz.it  
www.teatro-bolzano.it 

Info: Teatro Stabile di Bolzano 0471 301566. Whatsapp  366 6311044   App TSB  www.teatro-bolzano.it

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Invecchiare in casa? Oggi si può!

Da qualche settimana le famiglie altoatesine possono contare su un nuovo servizio volto a sostenere gli anziani attraverso visite domiciliari svolte da infermieri qualificati che monitorano la loro salute. Si tratta di un’iniziativa della nuova azienda bolzanina Sanevo, proposta con il supporto di Croce Bianca. Vediamo insieme come funziona.

Sono tantissime le famiglie altoatesine che si trovano presto o tardi davanti ad un dilemma: qual è la migliore soluzione per prendersi cura dei loro anziani? è meglio privilegiare il percorso che porta al trasferimento in una casa di riposo oppure trovare un modo per garantire al congiunto una maggiore assistenza sanitaria presso il suo domicilio?

Tutti gli studi e le ricerche oramai da anni propendono  per la seconda soluzione, se praticabile. A livello internazionale è stato addirittura coniato un concetto specifico in lingua inglese: “aging in place”, ovvero invecchiare sul posto.  

Il problema che nasce però è come fare a garantire a domicilio questa necessaria assistenza. Per rispondere a questa specifica domanda qualche anno orsono a Bolzano è nata una startup, ovvero un’azienda innovativa, sulla spinta di quattro giovani imprenditori. Da Raffaele Fusaro, uno di loro, ci facciamo spiegare com’è nata l’azienda e come funzionano i suoi servizi. 

L’INTERVISTA

Sanevo quand’è nata?

Siamo partiti nel 2022. Insieme a me i soci fondatori sono Federico Bortolotti, Davide Ioris e Mark Gutzmer. La nostra idea era quella di portare innovazione in questo settore e siamo partiti consegnando gratuitamente a domicilio prodotti sanitari per l’igiene personale e l’incontinenza. Così abbiamo avuto modo di avvicinarci al mondo degli anziani e delle esigenze loro e delle loro famiglie.

Ben presto abbiamo trovato un investitore nella figura di un medico, un ex primario, che ci ha dato un po’ di capitale per partire. Subito ci siamo mossi per riuscire a fornire più servizi possibili a domicilio. In seguito abbiamo iniziato a confrontarci con Croce Bianca per avviare quello che oggi è diventato il progetto Vivacare.  

Croce  Bianca ha creduto nell’interlocuzione con noi, vedendo  che c’erano delle potenzialità. In futuro il settore della terza età sarà orientato sempre di più verso l’assistenza domiciliare, per ovviare al sovraccarico delle strutture sanitarie. 

Cosa offre al momento il servizio Vivacare organizzato insieme a Croce Bianca?

Si tratta di un pacchetto di servizi con incluse visite infermieristiche domiciliari effettuate una volta alla settimana da infermieri qualificati che si spostano a bordo di biciclette elettriche. 

Gli interventi infermieristici e la gestione del servizio sono supportati da una piattaforma digitale all’avanguardia che permette la digitalizzazione delle visite e degli esami, come ad esempio prelievi del sangue, misurazione di pressione, glicemia e saturazione. 

Il costo mensile del pacchetto è di 399 euro e la spesa può essere sostenuto attraverso l’assegno di cura e detratto  nella dichiarazione dei redditi. 

Per il futuro la nostra idea è quella di ampliare sempre più i servizi. In prospettiva c’è infatti l’intenzione di portare a domicilio anche fisioterapie, visite di medici specialistici, e molto altro. 

Quali sono in sintesi i benefici del pacchetto di servizi che offrite? 

Il pacchetto ‘Vivacare’ consente alle persone assistite di continuare a vivere serenamente a casa propria, anche se non sono più in grado di gestire tutto da sole a causa di difficoltà fisiche o psicologiche. Il servizio offerto consente di monitorare costantemente lo stato di salute dell’anziano, con una gestione preventiva e reattiva che assicuri continuità delle cure e interventi tempestivi. 

Ad ogni assistito viene assegnata un’infermiera di riferimento, reperibile anche telefonicamente in caso di necessità. Sarà sempre la stessa professionista a seguirlo lungo l’intero percorso di cura, garantendo continuità e un rapporto di fiducia.

Vengono inoltre sviluppati programmi di assistenza personalizzati, pensati per rispondere in modo mirato alle esigenze specifiche di ciascun paziente.Inoltre, i familiari potranno contattarci in qualsiasi momento e ricevere aggiornamenti puntuali sulla situazione del proprio caro.

Tutti i protocolli delle visite possono essere inviati digitalmente al medico di base, assicurando così una comunicazione costante ed efficace tra i diversi professionisti coinvolti nella cura.

Per i familiari, il pacchetto Vivacare rappresenta una preziosa risorsa: solleva dalle incombenze quotidiane, permettendo di concentrarsi su ciò che davvero conta nel rapporto con i propri cari, momenti di qualità e ricordi da custodire. Sapere che i propri familiari sono seguiti con competenza e attenzione diventa una fonte di serenità e rassicurazione.

Qual è il ruolo di Croce Bianca nel servizio che offrite? 

Grazie all’esperienza maturata negli anni nel territorio offrendo i propri servizi, Croce Bianca ci ha aiutati a capire come muoverci e  comprendere le reali esigenze dei pazienti. I nostri servizi e quelli di Croce Bianca si integrano perché ci rivolgiamo ai medesimi assistiti. 

Com’è nata l’idea di Sanevo? 

L’idea ci è nata sulla scia di esperienze personali in famiglia, nello specifico abbiamo vissuto le difficoltà che i nostri genitori hanno dovuto affrontare per gestire i nostri nonni. 

Ci siamo resi conto della mancanza di servizi assistenziali e per l’anziano sul territorio e siamo partiti nello sviluppo di un modello assistenziale innovativo.

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Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo saluto a Papa Francesco

Nei giorni scorsi è deceduto papa Bergoglio, dopo 12 anni di pontificato, e a Roma si sono svolti i suoi funerali.
A Paolo Valente, meranese e vicedirettore di Caritas Italiana, abbiamo chiesto come sono stati vissuti questi delicati giorni di passaggio per la chiesa cattolica.

Nella vita della chiesa cattolica la scomparsa del vescovo di Roma e l’elezione del suo successore rappresentano sempre una chiave di volta, non solo per il miliardo e 400 milioni di fedeli ma per tutto il mondo, in generale. Papa Francesco come sappiamo ha fortemente caratterizzato il suo pontificato attraverso una grande attenzione ai poveri, gli ultimi e i dimenticati, che sono il focus operativo della Caritas Internationalis, una confederazione cattolica che raggruppa 162 membri affiliati, distribuiti in diversi paesi del mondo. Vicedirettore di Caritas Italiana, da qualche tempo, è Paolo Valente, meranese, che abbiamo interpellato per farci raccontare questi giorni.
Nell’intervista mi rivolgo a Paolo Valente dandogli del tu, come si usa tra colleghi giornalisti.


L’INTERVISTA
Paolo, ci racconti i momenti in cui hai saputo della morte di papa Francesco e come la cosa è stata vissuta in Caritas?
Era chiaro che Francesco non stesse bene. Ma tutti eravamo convinti che fosse sulla via della ripresa. L’ho saputo mentre, il Lunedì dell’Angelo, stavo viaggiando in treno da Merano a Roma. È stato un colpo, sul piano emotivo. Poi, dal momento che la comunicazione di Caritas Italiana fa capo a me, ho subito coordinato le azioni previste in queste situazioni. Non è un caso che subito molti colleghi giornalisti hanno cercato proprio la Caritas per un primo commento: la testimonianza della carità è stata una dimensione centrale in tutta la vita di papa Francesco. Caritas Italiana vive questo evento con dolore e speranza. Come ha detto il nostro direttore: “Il seme che ha piantato in questi anni continuerà a germogliare”.

Bergoglio ha avuto occasione di dire che la Caritas è “la carezza della Chiesa al suo popolo”…
Lo ha detto poco dopo la sua elezione nel 2013: “La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, la carezza della Chiesa madre ai suoi figli; la sua tenerezza e la sua vicinanza”. La Caritas infatti non è in primo luogo un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo pastorale. Cioè ha il compito di ricordare ai cristiani e alla comunità cristiana che senza l’amore per il prossimo, soprattutto per gli ultimi, la Chiesa non è Chiesa. E che ognuno è chiamato a fare la sua parte. La Caritas è espressione (concreta, non solo a parole) di una comunità consapevole del fatto che solo l’amore salva.

“A San Pietro i ‘primi’ lo hanno congedato, a Santa Maria Maggiore gli ‘ultimi’ lo hanno accolto”


Il tuo ruolo di vicedirettore di Caritas italiana senz’altro ti ha dato la possibilità di incontrare personalmente papa Francesco. Qual è il tuo ricordo personale di questa persona speciale?
Se nel 2014 ho accolto la proposta di assumere la responsabilità di direttore della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone è perché papa Francesco ha avuto da subito, per la Chiesa universale, parole chiare che mi convincevano. Parole e gesti, come quel suo primo viaggio a Lampedusa. In questi anni l’ho incontrato tre volte, con i colleghi, e ogni volta ci sono stati interventi da parte sua che hanno poi segnato il cammino successivo. Ad esempio a Caritas Italiana ha consegnato le “tre vie”. La via degli ultimi, quella del Vangelo, quella della creatività. Le sue parole sono anche all’origine di progetti profetici, come quello dei corridoi umanitari, che vede impegnate in Italia molte comunità diocesane.

Secondo te quali sono stati i maggiori pregi del pontificato di papa Francesco?
Potrei cavarmela citandolo: “Chi sono io per giudicare…”. Vorrei però dire che Francesco è un vescovo e un papa che non ha usato il Vangelo come pretesto per altre cose, ma ha lavorato a ricondurre tutti noi alla sostanza del Vangelo stesso. Vangelo significa “buona notizia” e questa buona notizia è che Dio è amore. In questo c’è una bella continuità tra Benedetto e Francesco. Stili e carismi diversi, ma stesso contenuto. Francesco, di suo, ha sicuramente avuto la forza dei segni.

La morte del papa è un evento che ogni volta rivoluziona la vita della chiesa e dei suoi organismi. Voi come Caritas Italiana come siete state coinvolti nella preparazione e gestione dei funerali di Bergoglio?
Fin dall’elezione Francesco ha voluto sottolineare il suo ruolo di vescovo di Roma. Per questo è stata coinvolta la Caritas diocesana di Roma, in particolare per il momento finale, la tumulazione della salma nella basilica di S. Maria Maggiore. Lì una quarantina di persone in situazione di povertà, alcuni ospiti proprio della Caritas, hanno accolto la bara con una rosa bianca. A San Pietro i “primi” lo hanno congedato, a S. Maria Maggiore gli “ultimi” lo hanno accolto.

A tuo avviso qual è stata la peculiarità di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori?
Credo che lo abbiano caratterizzato almeno due aspetti legati alla sua biografia. Il fatto di essere un gesuita e la provenienza dall’America Latina. La Chiesa latino-americana ha vissuto tempi di grande vivacità, oggi forse un po’ meno. E i gesuiti da sempre hanno avuto la capacità di tradurre il Vangelo nel linguaggio e nelle culture delle persone a cui veniva annunciato. Un terzo aspetto: come discendente di migranti, ha avuto, per chi è costretto a lasciare la propria terra, un’attenzione e una tenerezza del tutto particolari. Credo che, rispetto ad altri, lo ricorderemo molto per i suoi gesti e per le sue parole-chiave. Un po’ come Gesù, del resto.

Dopo i funerali di Francesco ora si apre un periodo cruciale che nel giro di pochi giorni porterà all’elezione del nuovo vescovo di Roma. In merito quali sono gli auspici tuoi personali e della Caritas Italiana?
Sono stato al funerale, sabato scorso. C’era presente il mondo, e non mi riferisco a quegli alcuni “grandi” i quali avranno avuto di che riflettere ascoltando l’omelia dell’anziano ma vigoroso cardinale Re. Voglio dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di istanze, non solo religiose, capaci di guardare il mondo a 360 gradi, capaci di lungimiranza e di visioni che riescano a risollevarci da una crisi che non è solo climatica, sociale, economica, ma soprattutto etica, umana, di senso. Serve luce nel buio.

A tuo avviso quali sono le principali sfide per la chiesa cattolica che guarda al futuro?
Credo che la sfida principale sia quella di organizzare diocesi e parrocchie in modo tale che le comunità possano essere vive, protagoniste, giovani, coraggiose. Capaci di leggere insieme il Vangelo e di tradurlo nella vita personale, familiare, del quartiere. Una Chiesa, direbbe Francesco, che non ceda alla logica della paura che chiude, che sia invece orientata a iniziare processi, anziché a occupare spazi. Che non sia autoreferenziale ma orientata al bene comune. Pronta a mettere a frutto i doni preziosi di cui dispone – ad esempio le donne (non nel senso delle “quote rosa” ma della pari dignità integrale), i giovani, quelli che bussano e tanti altri – perché il mondo riconosce e accoglie il vero Bene – come a Emmaus – solo nell’atto dello spezzare il pane (cioè: si diventa credibili non nell’esibizione, ma nella condivisione dei doni).

Autore: Luca Sticcotti

Unità, differenza e umiltà: la comunità buddhista di Merano

Merano multiculturale, Merano multireligiosa. Non è una novità, ma forse non tutti sanno che, tra le tante anime spirituali della città sul Passirio, c’è anche una comunità buddhista. Il centro Mandala Deua Ling è nato a Merano quasi trent’anni fa, frutto della ricerca spirituale di Massimo Burchiellaro ed Ester Meloni. Da venticinque anni ha sede stabile in Vicolo Steinach 9, dove continua a offrire un punto di riferimento per chi è interessato al buddhismo tibetano.

La guida spirituale del centro è Lama Paljin Tulku Rinpoce (nome laico: Arnaldo Graglia), che propone regolarmente insegnamenti. Oltre a questi, il centro organizza seminari e incontri settimanali di meditazione, aperti a tutte le persone curiose o in cammino. Ne abbiamo parlato con Ester Meloni, attuale presidente del centro di Merano.

Ester, qual è stato il suo primo incontro con il buddhismo? Cosa l’ha portata a seguirne il cammino fino ad aderire alla comunità di Merano?
Come la maggior parte di voi, provengo da una famiglia cattolica e fino all’età di 16 anni ho sempre frequentato la chiesa con regolarità, ma con il tempo e crescendo, non riuscivo più a trovare delle risposte soddisfacenti per la mia mente. Verso i vent’anni, visitando il Nepal e l’India, mi sono avvicinata alla filosofia buddhista e dopo aver letto e studiato ho scelto di praticare questo sentiero spirituale come terreno di pratica. Ho notato che il buddhismo responsabilizza l’individuo e attraverso la sua consapevolezza gli permette di raggiungere uno stato mentale equilibrato. Sono responsabile di me, compio le mie azioni, incontro le conseguenze. Nel 1997, assieme a Massimo Burchiellaro, abbiamo conosciuto a Milano il maestro Lama Paljin Tulku Rinpoce, che tuttora è la nostra guida spirituale e nel 2000 abbiamo inaugurato il primo centro buddhista a Merano.

Come si riunisce oggi la vostra comunità? Cosa succede concretamente in un incontro al centro Mandala Deua Ling?
Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, praticanti e non, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi, infatti, il nostro centro collabora da anni con le iniziative del Giardino delle Religioni di Bolzano.

Quante persone fanno parte, oggi, della comunità o vi ruotano intorno?
Il nostro gruppo si compone di circa 15 persone e se ne aggiungono diverse altre interessate alla filosofia e pratica buddhista durante i seminari e gli incontri di meditazione.

La pace è un tema centrale nel pensiero buddhista. Come viene vissuto e coltivato, nella pratica quotidiana, all’interno della vostra comunità?
Una delle tante pratiche fondamentali del buddhismo è la riflessione sulla preziosa nascita umana e il comportamento etico. Cercare in tutti i modi di non ferire con parole, azioni e pensieri gli altri è una nostra pratica quotidiana. Se questo pensiero entra nelle nostre vite e nei nostri cuori sicuramente genererà un cambiamento in noi e negli altri.

Viviamo in un tempo accelerato, dove tutto corre. Che valore ha la lentezza nella sua esperienza?
Tutti noi siamo presi da mille cose: lavoro, famiglia, imprevisti, problemi e ci destabilizzano e di conseguenza, soffriamo. Questa è la nostra vita e sembra che non ci sia più alcun posto per la lentezza, che viene mostrata come una caratteristica negativa da evitare. Eppure senza lentezza non possiamo coltivare una dote che tra tante antiche culture associano da sempre alle persone in pace con se stesse: la pazienza. Uno degli effetti della pazienza è farci riconoscere i nostri valori e le nostre qualità interiori e trovare in noi la fiducia e la forza per realizzarli. La pazienza è un percorso di apprendimento che permette di affrontare le difficoltà in modo calmo ed equilibrato e pone le basi per una vita felice.

“Ogni martedì ci riuniamo per la meditazione, che è aperta a tutti, e mensilmente organizziamo incontri e seminari con maestri qualificati. Per noi sono anche molto importanti gli incontri interreligiosi”

Oggi si parla spesso di giovani in cerca di senso. Secondo lei c’è ancora spazio per un cammino interiore tra le nuove generazioni? Qual è la relazione con la spiritualità? C’è?
Molti giovani sembrano evitare le religioni. Molti hanno fame di appagamento spirituale, ma l’approccio alla spiritualità è forse difficoltoso. Spetta a noi adulti, trovare il modo migliore per comunicare con i giovani “ricercatori” che intendono avvicinarsi agli insegnamenti, soprattutto in relazione ad aspetti peculiari dell’età evolutiva come: la difficoltà di gestire le emozioni, lo stress, la loro motivazione ad affermare nel mondo la non violenza e il rispetto per l’ambiente.


Quanto è importante, per voi, il dialogo interreligioso e la collaborazione con altre realtà spirituali del territorio, come accadrà ad esempio nei prossimi “Passi di Pace” il 15 maggio?
L’importanza del dialogo interreligioso per noi dei centri di Milano, Merano e Biella è fondamentale e si basa su tre parole: unità, differenza e umiltà. Unita, perché siamo parte di un grande tutto e nonostante gli insegnamenti siano molteplici, la spiritualità umana è una ed è un cammino che condividiamo con i nostri fratelli e sorelle. La seconda parola è differenza. Ogni tradizione ci offre una visione unica che illumina le altre e solo attraverso il dialogo possiamo apprezzare e possedere una simile ricchezza. Infine la terza è umiltà, che è la prima di tutte le virtù, perché significa ammettere di fronte alla luce dello spirito la nostra infinitesima misura. Richiede perciò un coraggio spirituale e un’apertura fuori del comune, perché occorre affermare che nessuna religione ha il monopolio della verità.

C’è un insegnamento che l’accompagna e che vorrebbe condividere?
Vorrei condividere con voi un messaggio del nostro Maestro, Lama Paljin Tulku Rinpoce, che ci ha trasmesso come parola d’ordine per il 2025. “Mai come ora è necessario sviluppare la compassione impegnandoci ad amare e aiutare il prossimo, facendo prevalere il discernimento e coltivando i comportamenti salutari. Possa il mio cuore essere tempio di pace”.

I Passi di Pace

I Passi di Pace sono un incontro interreligioso promosso a Merano. L’iniziativa nasce con l’intento di favorire il dialogo tra fedi diverse e promuovere una cultura della pace, del rispetto e della convivenza. Si tratta di una camminata attraverso la città, durante la quale i partecipanti si fermano nei principali luoghi di culto per condividere momenti di meditazione, preghiera, letture e testimonianze. L’iniziativa è aperta a tutte e tutti. La prossima edizione sarà mercoledì 15 maggio alle ore 19 nella Chiesa di Santo Spirito a Merano.

Autore: Marco Valente