Sam Harvey, in porta con i Foxes

Sam Harvey, classe 1998, milita come portiere nei Foxes bolzanini. Arrivato a Bolzano dopo aver giocato in Canada, Stati Uniti e Finlandia racconta la sua vita da giocatore professionista, da papà e del suo rapporto con i tifosi e la città di Bolzano.

Qual è l’aspetto più difficile del ruolo di portiere?
Probabilmente l’aspetto mentale del gioco. Si può lavorare moltissimo sulla tecnica, sull’aspetto fisico, ma provare a controllare il proprio cervello è davvero difficile. Ad esempio quando ti segnano un goal è una sfida: tutto gira intorno a come ti riprendi e a come affronti ciò che viene. Con l’esperienza si impara a gestire tutto questo, si impara che ci sono giorni buoni e giorni brutti. La cosa positiva è che si può allenare anche la parte mentale, io ho un mental coach e persone che mi aiutano in questo. Ovviamente bisogna essere degli ottimi atleti, allenarsi, sapersi muovere sul ghiaccio ed essere in grado di comprendere il gioco. Queste sono tutte sfide in cui penso di star facendo bene.

Come fai a mantenere la concentrazione durante le partite?
Cerco sempre di pensare al prossimo tiro in arrivo, sia che sia un goal ricevuto che una bella parata; ciò che è nel passato rimane lì e cerco di concentrarmi sul presente. È molto importante ed è ciò che faccio per la maggior parte del tempo. Brutti goal e belle parate accadranno: lo scopo del gioco è segnare, quindi qualcuno senz’altro mi segnerà, ma ho imparato a concentrarmi e a guardare sempre avanti. I portieri di successo sono proprio bravi a fare questo.


Alla fine di ogni tempo di gioco ti fermi sulla pista. Che cosa fai?
Per me è quasi come un reset mentale. Visualizzo me stesso parare e muovermi nella mia zona. Mi visualizzo nella mia porta e in quella in cui giocherò nel tempo successivo. Visualizzo e mi preparo mentalmente per ciò che segue. Ho iniziato a farlo quest’anno e mi sta aiutando molto.

Com’è il rapporto con i tifosi?
I tifosi qui sono molto diversi da quelli che ho incontrato in Nord America. Lì non ci sono questa prossimità e un tifo così appassionato. Già solo il fatto che dopo una vittoria ci fermiamo a festeggiare con i tifosi fa sentire la vicinanza e la passione delle persone che vengono alle partite. I tifosi di qui sono conosciuti per essere dei grandi fan che amano vedere la squadra vincere. Mi piace moltissimo. Cantano e fanno il tifo con grande passione e questo ci dà emozione ed energia durante la partita, aggiungendo un aspetto al gioco che manca in Canada e negli Stati Uniti. In Finlandia i tifosi sono appassionati, ma in termini di emozione e passione Bolzano è il miglior posto dove io abbia giocato. Qui il tifo è quasi personale, lo si prende a cuore.

Cosa ti fa sentire a casa nei vari luoghi in cui ti ritrovi a giocare?
L’aspetto più importante probabilmente riguarda i giocatori con cui praticamente inizi a vivere: se hai amici nella squadra o giocatori che giocano da tempo insieme, come qui nel Bolzano, tutto è più facile. Ci si sente più a casa. È bello avere il proprio appartamento e conoscere le persone che vivono vicino a te, ma il rapporto con i compagni di squadra gioca il ruolo più importante: i ragazzi diventano la tua famiglia.

Come gestisci i rapporti a distanza?
Il telefono è il mio migliore amico. Non è sempre facile sapere che tu sei qui e la tua famiglia è a casa. Cerco di essere presente il più possibile senza essere fisicamente con loro, questa è una delle parti più difficili del giocare in Europa. Allo stesso tempo però mi sento fortunato ad avere la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, qui con me. È fantastico. Dopo le quattro o cinque ore che passo alla pista torno a casa e ho molto tempo da dedicare a loro. È bellissimo poter passare il tempo con la mia bambina e vederla crescere. Prima di diventare papà ero concentrato il 100% del tempo sull’hockey, avere questa pausa per concentrarmi su di lei e divertirmi con lei mi sta facendo davvero bene. È un’esperienza bellissima e non mi sarei aspettato che mi avrebbe cambiato la vita così tanto, sono davvero fortunato. Lei sta benissimo e mi fa sorridere ogni giorno, è tutto magnifico.

È difficile bilanciare la vita personale e quella lavorativa?
Io amo l’hockey quindi ne parlo sempre e a casa; la mia famiglia sa che ne parlerò e che, ad esempio, dopo una partita persa avrò bisogno dei miei spazi. È una sfida, ma sto migliorando. So che quando torno a casa sono con la mia famiglia e che mi dedicherò a loro, anche se a volte è ancora difficile separare le due cose. Potremmo dire che è un “lavori in corso”.

Com’è stato abituarsi a Bolzano e alle sue lingue?
Il mio tedesco è terribile! Riesco a capire qualcosa di italiano perchè il francese è la mia prima lingua, ma fortunatamente qui quasi tutti parlano inglese. È stato abbastanza facile. Le persone sono gentili, amano la squadra, sono gentili con i giocatori; la qualità della vita è altissima. Questo è probabilmente uno dei migliori luoghi al mondo dove vivere, abbiamo tutto, le montagne, il clima perfetto. Non è stata una sfida abituarmi, è stata un’esperienza fantastica fin dal primo giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Alessia, la dj che ha vinto il Festival 2025

Intervista a Alessia Cotrus del Liceo Carducci, vincitrice della categoria dj alla 55ª edizione del Festival Studentesco.

Com’è nata la tua passione per il DJing? Cosa ti ha spinta a partecipare al contest del Festival?
La passione è nata per caso. Un partecipante al contest si è ritirato e le rappresentanti del mio liceo hanno pensato a me. All’inizio ero indecisa: non avevo mai fatto nulla del genere e l’idea di esibirmi da sola davanti a tremila persone mi spaventava. Ma mi sono detta: “È un festival, divertiamoci”. In tre settimane ho imparato a usare la consolle, grazie a un partecipante delle scorse edizioni, ho scelto la playlist e provato ogni giorno. Durante la preparazione è nata la vera passione: più imparavo, più mi divertivo. Quando una cosa ti prende, ti ci dedichi tutta.

Hai vinto un contest dove la maggior parte dei partecipanti sono ragazzi: come ti sei sentita a rappresentare le ragazze in un ambiente ancora così maschile?
Quando hanno annunciato il mio nome è stato uno shock. Pensavo a un errore: c’erano DJ più esperti. Mi ero iscritta per non lasciare scoperta la categoria. Dopo la vittoria ne ho capito l’importanza. Ho pianto sul palco, dall’emozione. Poi ai commenti: “Hai vinto solo perché sei una ragazza” rispondo: “Fallo tu in due settimane”. Non conta il genere, ma l’impegno e la passione.

C’è stato un momento, durante la preparazione o l’esibizione, in cui hai pensato: “Ce la posso fare”?
Sì, il giorno prima del contest. Durante le ultime prove, tutto andava liscio.
Non puntavo alla vittoria, volevo solo rappresentare bene la mia scuola.
È stato un percorso impegnativo ma gratificante, con il supporto di amiche, genitori e professori. Quando chi ti sta attorno ti incoraggia, ti senti più forte. Dopo il contest ho pensato che questa passione potesse crescere davvero.

Hai un tuo stile particolare quando mixi? Quali artisti o generi ti ispirano di più?
Uno stile definito ancora non ce l’ho, ma ho chiaro l’obiettivo: far divertire. Per il contest ho scelto brani ballabili e cantabili: reggaeton, dembow, trap e hit come Titanium o Freed from Desire. Se ti diverti tu, si diverte anche il pubblico. Per ora, il mio stile è semplice ma curato, con tanta energia. Spero col tempo di renderlo più personale.

Cosa pensi che manchi – o potrebbe migliorare – nella scena musicale giovanile a Bolzano?
Secondo me a Bolzano mancano varietà e apertura musicale. Spesso si segue solo la moda.
Servono spazi per sperimentare: open mic, laboratori, luoghi dove condividere musica. Dobbiamo smettere di giudicare i gusti degli altri, valorizzare la diversità musicale e avere più occasioni per far emergere i talenti. Io ho scoperto una passione perché qualcuno ha creduto in me.

Dopo questa vittoria, hai già in mente altri progetti musicali? Dove ti piacerebbe portare questa passione?
Ho ricevuto proposte per esibirmi e vorrei continuare. Amo stare sul palco, divertirmi e far divertire. Vediamo dove mi porterà.

Autrice: Salma, COOLtour

Foto: Giulia Torresani

Alla scoperta del mondo dei funghi con l’Associazione Bresadola

Luciano Fracalossi è il presidente del gruppo di Bolzano dell’Associazione Micologica Bresadola, una realtà che da decenni si dedica alla conoscenza, allo studio e alla tutela dei funghi. In vista della stagione estiva, che segna anche l’inizio delle prime escursioni nei boschi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci l’attività dell’associazione e il ruolo prezioso che i micologi svolgono a favore di appassionati e cittadini.

“Le nostre attività sono diverse e seguono il ciclo naturale di crescita dei funghi, che inizia d’estate e raggiunge il suo apice in autunno. In realtà, siamo attivi tutto l’anno: da fine gennaio a metà maggio organizziamo ogni anno un corso per principianti e, in primavera, partecipiamo alla Fiera del Tempo Libero di Bolzano, che si è da poco conclusa. Durante la stagione estiva e autunnale, invece, allestiamo una decina di mostre micologiche, ospitate nelle principali città della provincia e nei centri visita dei parchi naturali.”


Come descrivereste la vostra attività principale? Siete principalmente appassionati camminatori, che approfittano delle uscite per cercare funghi, oppure vi dedicate più allo studio e alla classificazione?
Nel nostro gruppo c’è un po’ di tutto, perché non tutti vivono la micologia allo stesso modo. Per cercare funghi, in realtà, bisogna camminare lentamente, senza percorrere troppi chilometri: molte specie sono minuscole, misurano pochi millimetri, e se si va di fretta si rischia di non vederle.
Ognuno poi trova il proprio ambito di interesse e sceglie come contribuire al gruppo. C’è anche chi non è particolarmente appassionato di funghi, ma svolge comunque un ruolo prezioso all’interno dell’associazione.
E naturalmente servono anche gli esperti: la micologia è una scienza complessa, e per acquisire una buona competenza servono anni di studio.

Sentendo parlare del “Gruppo Bresadola”, si potrebbe pensare che si tratti di una varietà di fungo. In realtà il nome rimanda a una persona molto importante per la micologia. Chi era, esattamente, l’abate Bresadola?
Giacomo Bresadola era un sacerdote trentino, originario della Val di Sole, vissuto tra Ottocento e Novecento. È morto nel 1929, in un’epoca in cui non esistevano internet né le comodità di oggi, eppure era considerato il più grande micologo al mondo. Senza trascurare i suoi doveri religiosi e senza grandi spostamenti, riusciva a ricevere campioni da ogni parte del globo per classificarli. Ha studiato funghi anche provenienti da altri continenti: un vero gigante della micologia della sua epoca.

Quindi il primo gruppo dell’associazione è nato a Trento?
Esatto. L’associazione è nata proprio a Trento, dove c’era un mercato molto vivace in cui si esponevano diverse specie commestibili. Da lì è partita la creazione della Federazione nazionale e negli anni sono nati tanti altri gruppi locali. Oggi in Italia ce ne sono circa un centinaio: tutti rispettano lo stesso statuto, ma ogni gruppo organizza autonomamente le proprie attività.

Può dare un consiglio a chi, con l’arrivo della bella stagione, volesse dedicarsi alla ricerca dei funghi?
Prima di tutto bisogna ricordare che la raccolta dei funghi è regolata da una legge provinciale, quindi è importante informarsi e rispettare le norme. Poi, consiglio di non fidarsi solo dei libri o delle app: l’ideale è portare i funghi raccolti da un esperto, che possa insegnare a riconoscere i caratteri principali delle specie. Ancora meglio sarebbe iscriversi a un gruppo micologico come il nostro: si impara molto più velocemente e in sicurezza.

Come si può entrare in contatto con voi?
Abbiamo il sito internet www.amb-bolzano.it dove sono disponibili nomi, numeri di telefono ed email. Rispondiamo sempre rapidamente a chi ci scrive per informazioni o richieste.

Autore: Till Antonio Mola

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Le tranvie di Bolzano: una storia da riscoprire

Nella Bolzano di inizio ‘900, l’amministrazione cittadina si orientò verso una serie di interventi volti a riorganizzare e sviluppare i servizi urbani. Tra questi, l’introduzione di una rete tranviaria elettrica fu una delle innovazioni più significative. La nuova infrastruttura rispondeva alle esigenze di una città in rapida espansione, collegando con efficienza i diversi fulcri del fondovalle.

Il tram, ma anche le funivie e le cremagliere, divennero anche un simbolo di modernità, segnando l’ingresso di Bolzano in una nuova fase della sua storia urbana, in sintonia con i modelli mitteleuropei più avanzati del tempo. Per ricostruire questa pagina, spesso dimenticata, della storia cittadina, abbiamo incontrato Georg Tengler, studioso appassionato e autore, nel 1984, di un volume dedicato alle tranvie di Bolzano, con uno sguardo particolare anche all’evoluzione urbanistica della città.


Georg Tengler, come è nata l’idea del tram a Bolzano?
La Bolzano di fine ‘800 e inizio ‘900 era una meta turistica molto apprezzata a livello europeo. I visitatori arrivavano da tutta Europa: dalla Russia, dalla Boemia, dalla Germania, dalla Svizzera e, naturalmente, dall’Austria. In particolare, la località di Gries era considerata una destinazione di primo piano per chi cercava relax e soggiorni curativi. Nacque dunque l’esigenza di offrire non solo ai visitatori, ma anche ai cittadini, mezzi di trasporto moderni e confortevoli. Fu così che si sviluppò l’idea di realizzare una linea tranviaria che collegasse la stazione ferroviaria con la zona alberghiera di Gries. Il progetto partì nel 1909 con una prima tratta che attraversava alcune delle vie principali della città: da piazza Walther a via della Mostra, poi via Goethe, il ponte Talvera, piazza Gries e infine via Fago. Un ulteriore sviluppo arrivò nel 1913, con una nuova linea che collegava la stazione ferroviaria con la cosiddetta “zona Vurza”, situata tra San Giacomo e Pineta di Laives. Ricordo che da bambino c’era ancora la piccola casetta che fungeva da stazione del tram in quella zona. Solo nel 1931 si completò l’allungamento del tracciato fino a raggiungere finalmente Laives.


All’epoca, Bolzano aveva dimensioni molto più contenute rispetto a oggi, si sviluppava attorno ai Portici, ma comprendeva anche le zone limitrofe come piazza Walther, via Bottai e si spingeva fino al torrente Talvera. Nel fondovalle Dodiciville e Gries, prima di essere assorbite da Bolzano (nel 1911 e nel 1926), erano comuni autonomi. Trovo interessante che il Comune di Bolzano abbia fatto pressioni per far passare il tracciato verso Sud dal suo territorio, considerato che la stazione ferroviaria si trovava formalmente nel territorio di Dodiciville.
È proprio così! In origine era previsto un tracciato che passasse per l’odierna via Garibaldi. Su pressione del Comune di Bolzano, non si è scelto il tracciato più veloce, più diretto per andare a Laives, ma si è voluto far passare la linea dal centro, per Piazza Walther, facendola transitare accanto al Duomo per poi scendere in via Cappuccini e raggiungere Ponte Loreto.
Il tram a Bolzano ha avuto vita breve…
L’arrivo del traffico automobilistico e, nel 1948, la nascita della società Sasa segnarono l’inizio di una nuova fase per la mobilità cittadina.
Gli autobus della Sasa potevano raggiungere con più flessibilità i nuovi quartieri e le zone in espansione che il tram non riusciva a servire.
Questo portò, nel giro di pochi anni, al progressivo smantellamento della rete tranviaria.

Autore: Till Antonio Mola

Francesca Ferragina: libri, donne e podcast

Pedagogista per l’infanzia, Francesca Ferragina dedica però ai destini e alle storie delle donne le sue energie, la sua passione, il tempo libero. Possiamo seguirla nei suoi podcast e leggere i suoi libri, ci condurrà in un vasto e quanto mai suggestivo universo femminile. 

Come è nato il suo amore per i personaggi femminili della storia?
Sono sempre stata una grande appassionata di storia, fin da bambina. Crescendo, però, mi sono accorta di un “piccolo” particolare: i libri di storia sono pieni di uomini, ma le donne? Ecco, voler rispondere a questa domanda ha scatenato la mia curiosità, le mie ricerche e la mia dedizione.

Quali erano stati i suoi studi? Tornando indietro cambierebbe facoltà dedicandosi piuttosto alla storia?
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (volevo essere il corrispondente femminile di Indiana Jones). Confrontandomi con la mia famiglia però ho scelto un percorso più “sicuro” e così, compiendo un giro parecchio largo, alla fine mi sono laureata in Scienze per la Formazione dell’Infanzia. Aver rinunciato al mio sogno è ancora uno dei miei più grandi rimpianti, ma non è detto che sia davvero un capitolo chiuso…

Qual è il suo lavoro primario?
Sono pedagogista, mediatrice familiare e referente per i progetti di prevenzione alla violenza su minori presso il centro “Il Germoglio” dell’associazione “La Strada – Der Weg”.

Quali sono le soddisfazioni di questo suo impegno?
Sapere di offrire strumenti e punti di riflessione che possono permettere di evitare violenza e/o abusi, o anche solo velocizzare una richiesta di aiuto da parte di minori, mi fa sentire “utile”: aiutare a riconoscere la violenza vuol dire educare all’empatia.

Come nasce questo suo particolare interesse per il mondo anglosassone?
Non saprei individuare un particolare momento o aneddoto che ha fatto scattare questo interesse. Ho sempre volto lo sguardo al di fuori dei miei confini e ad oggi UK e Francia sono luoghi e culture che mi scatenano tantissime emozioni.

Lei ha un podcast; di cosa si tratta?
“Storie di Donne nella Storia”, come dice eloquentemente il titolo, parla della storia delle donne. In ogni episodio provo ad esprimere la voce femminile fino ad ora silenziata, mettendo in luce aspetti storici trasversali o paralleli a quelli appresi comunemente. L’intento del mio podcast, così come quello dei miei eventi dal vivo, è quello di raccontare la versione dei fatti senza trascurare tutti i protagonisti. Ogni episodio ha un personaggio femminile che, consapevole o no, ha segnato una tappa fondamentale per il riconoscimento dei diritti e del valore delle donne.

Pochi giorni fa è uscito il suo secondo libro, Io Enrico. è collegato al primo?
Sì, “Io. Enrico” è il seguito di “Io. Anna”, entrambi editi da “GanderBooks”.

Questi due libri diventeranno presto una trilogia?
Proprio così, entrambi fanno parte di una trilogia che si concluderà con il prossimo romanzo al quale sto attualmente lavorando.

Come nasce uno dei suoi libri?
Diciamo che approfitto dei miei personaggi per far compiere loro avventure che vorrei tanto vivere io.

Lei è una donna sicuramente molto impegnata, quando o come riesce a mettersi a scrivere?
Citando la mitica Virginia Woolf mi sono creata una stanza tutta per me! E non solo fisicamente (ho ricavato un ufficio in soffitta), ma anche mentalmente. Appena ho un attimo libero mi rintano nella mia stanza, chiudo la botola e scrivo. È il mio modo per evadere e trovare me stessa.
Una grande passione come la sua quanto può aiutare nei momenti difficili?
Tantissimo. Nel mio caso, durante il mio percorso di malattia (ho avuto un tumore al seno), ha deviato il carico di pensieri negativi e paure. Scrivere e disegnare sono stati “partner” della terapia farmacologica a cui ero sottoposta: mi liberavano la mente. L’idea poi di pubblicare il mio primo libro, realizzando quindi un sogno, mi dava la forza di guardare avanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Incontri in biblioteca per celebrare i 50 anni del nuovo diritto di famiglia

Nel 2025 ricorrono i 50 anni del Nuovo diritto di famiglia in quanto il 19 maggio 1975 veniva promulgata dopo nove anni di acceso dibattito, la legge 151, che riformava il diritto di famiglia in Italia.
La Biblioteca Civica di Bolzano ha organizzato, in collaborazione con il consultorio AIED, un ciclo di conferenze, cercando di ricostruire il percorso storico e il clima di grande fermento sociale che portò alla promulgazione della legge, con uno sguardo anche al presente e ai nuovi modelli di famiglia che sempre più popolano la nostra società.

Il primo incontro avrà luogo il 22 aprile in Biblioteca Civica alle ore 18. Raffaella Sarti, docente di Storia Moderna e Storia dei generi presso l’Università di Urbino, socia fondatrice e Presidente dal 2020 al 2024 della Società Italiana delle Storiche, racconterà al pubblico la storia del diritto di famiglia in Italia, dall’unificazione del Regno d’Italia, passando attraverso il Ventennio e l’approvazione della carta costituzionale, fino all’approvazione della legge del 1975.
Si tratta di una storia che implica diversi aspetti -dalla storia di genere, con il modificarsi dell’immagine dei generi, dei loro rapporti e ruoli – alla storia del lavoro, soprattutto domestico e di cura.
È una storia di diritti. Ed è sicuramente una storia in fieri, ma conoscerne i punti salienti è importante per orientarsi nel presente e costruire il futuro.
A seguire, il 24 maggio alle 10 il consultorio AIED ha organizzato, presso le panchine “Gocce–Tropfen” al Parco Petrarca – Talvera, la presentazione del libro Clandestine (Bompiani, 2024) con l’autrice Marta Stella, giornalista professionista e consulente editoriale, che narra la formidabile epopea dei movimenti femministi in Italia.

L’ultimo incontro sarà il 28 maggio in Biblioteca Civica alle 18. Chiara Bertone – che insegna Sociologia della famiglia e Studi di genere all’Università del Piemonte Orientale ed è tra le pioniere degli studi critici sull’eterosessualità e sulle famiglie LGBT in Italia – dialogherà con l’avvocata Lorna Ciacci, esperta di diritto di famiglia e collaboratrice del consultorio AIED di Bolzano. Le relatrici metteranno in evidenza come la società italiana arrivò al nuovo diritto di famiglia e quali profonde trasformazioni sociali e culturali legate al concetto di famiglia ed ai ruoli di genere, abbiano avuto luogo dal dopoguerra ad oggi, con uno sguardo critico sulla realtà e rivolto alle prospettive future.

HCB dal 1933 a oggi, una lunga storia

Luca Tommasini, responsabile stampa e comunicazione per l’Hockey Club Bolzano e la nazionale italiana di hockey su ghiaccio, racconta la storia, gli highlights e i traguardi dei Foxes.

Com’è stato fondato il club? Esiste una connessione con il regime fascista?
L’Hockey Club Bolzano non è nato in relazione al regime, anzi. Nel 1933 è sorto come un club formato da un semplice gruppo di giocatori sia di madrelingua italiana che tedesca che si ritrovava per giocare in zona Campiglio. A causa della guerra il Bolzano dovette interrompere le attività che ripresero all’interno della Polisportiva Alto Adige, ma solo per un breve periodo di tre anni, fino al 1948, quando la squadra riprese il nome di Hockey Club Bolzano. 

Il club ha avuto tanti successi sul territorio italiano, mentre ora gioca in una lega mitteleuropea. Perchè questo cambiamento?
La storia dell’hockey italiano è molto travagliata: tra gli anni Sessanta e Ottanta e soprattutto negli anni Novanta il campionato italiano era un torneo di spicco nel panorama europeo. Con gli anni 2010 il livello è calato visibilmente. Bolzano è sempre stata una delle squadre di punta, ma nel 2013 ci siamo ritrovati di fronte a una scelta: il fuoco si era un po’ spento in città, pochissimi spettatori erano presenti alle partite e abbiamo iniziato ad arrancare. L’amministratore delegato ha deciso allora di chiedere l’iscrizione alla lega mitteleuropea per riportare a Bolzano un hockey di livello con la speranza di richiamare anche i tifosi. I buoni risultati del primo anno hanno aiutato a risvegliare la passione di chi era già tifoso. E adesso stiamo lavorando molto per creare una tradizione solida anche tra i più giovani. Un altro cambiamento importante è stato lo spostamento del palaghiaccio, da via Roma a una nuova area fuori città con la costruzione del Palaonda nel 1993, una scelta che allontanò l’hockey dai quartieri popolari. Per questo motivo, stiamo collaborando con la Provincia e il Comune per migliorare i trasporti in occasione delle partite, con l’obiettivo di ricollegare la squadra con la città e far tornare più gente allo stadio.

Quali sono le personalità più significative nella storia della squadra?
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta abbiamo iniziato ad avere giocatori veramente forti che hanno lasciato il segno, da meteore come Kent Nilson, giocatore NHL, a giocatori che hanno iniziato a far parte fissa della squadra come i due russi Maslennikov e Vostrikov — il Volga Express. Nel 1994 Jaromir Jagr – che è uno dei giocatori più leggendari di sempre nella storia – è passato dall’HCB. Poi ci sono stati Gino Pasqualotto, simbolo di Bolzano, Martin Pavlu, uno dei migliori giocatori italiani di sempre, Robert Oberrauch e tanti altri.

E il rapporto con la città?
Bolzano è sempre stata una città legata a questo sport. Sin da quando si è diffuso in Nord Italia negli anni venti del Novecento, infatti moltissimi giovani sceglievano l’hockey più che il calcio come prima esperienza sportiva e questo è sempre stato un fattore fondamentale anche per la promozione di questo sport nel Nord Italia. Bolzano ha una storia particolare avendo diversi gruppi linguistici: l’hockey è sempre stato lo sport che ha abbattuto le barriere, probabilmente l’unico qui. Soprattutto negli anni in cui i gruppi non convivevano come ora, è sempre stato lo sport che ha riunito tutti. I tifosi, che condividevano la stessa passione e dopo la partita uscivano insieme, e i giocatori, di madrelingua italiana e tedesca.

Autrice: Anna Michelazzi

Da Bolzano all’Irlanda: un anno di studio all’estero per crescere

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Dublino per il tuo anno all’estero? È stata una scelta casuale o avevi già un interesse per l’Irlanda?
In realtà, l’Irlanda non è stata la mia prima scelta per l’anno all’estero. Fin dall’inizio, il mio obiettivo principale era il Canada, un paese che, per diversi motivi, mi ha sempre affascinato. Il suo sistema scolastico è molto simile a quello americano, ma con standard generalmente più elevati. Questo lo rendeva interessante per me, sia per migliorare il mio inglese, sia per ricevere un’istruzione di qualità. Tuttavia, dopo essermi informato meglio, mi sono reso conto che il costo di un intero anno in Canada era decisamente troppo alto.
Anche considerando la possibilità di ottenere una borsa di studio, l’investimento complessivo sarebbe stato comunque molto impegnativo. Per questo motivo, ho dovuto valutare alternative più accessibili, anche dal punto di vista amministrativo.
A quel punto l’Irlanda è diventata la mia seconda opzione e mi sono reso conto che aveva alcuni elementi di interesse. Innanzitutto, è un Paese anglofono; in secondo luogo, il fatto che faccia parte dell’Unione Europea semplifica notevolmente tutti gli aspetti burocratici. Un altro aspetto che ha influenzato la mia scelta è stato il tipo di programma offerto dalle agenzie di scambio: l’Irlanda è molto flessibile e consente di tornare in Italia per le festività e anche i genitori possono venire a trovarti. Sapere di poter rivedere la mia famiglia durante l’anno mi dava maggior sicurezza.

Com’è stato il tuo primo impatto con la scuola e il sistema scolastico irlandese? Ci sono grandi differenze rispetto all’Italia?
Sì, il sistema scolastico irlandese è molto diverso da quello italiano. Prima di tutto, in Irlanda sono gli studenti a scegliere le proprie materie di studio (come accade in università) e nel caso di studenti d fuori la scelta si basa solitamente sulle materie del proprio indirizzo scolastico. Frequentando il Liceo Scientifico Torricelli, infatti, ho potuto selezionare biologia, fisica, chimica e geografia (che in realtà per come è affrontato è più simile alla nostra Scienze della Terra). Un’altra grande differenza è il rapporto tra studenti e insegnanti: in Irlanda non esiste il formalismo italiano del “professor” e del “lei”, tutti si chiamano per nome.
Inoltre, il loro percorso scolastico è strutturato diversamente: non hanno la scuola media, ma fanno sei anni di elementari e sei anni di superiori. C’è anche il cosiddetto Transition Year, un anno “di transizione” tra il Junior Certificate e il Senior Certificate, in cui gli studenti non devono sostenere esami e si dedicano a esperienze pratiche e attività extrascolastiche. È facoltativo, e infatti alcuni scelgono di saltarlo e terminare la scuola prima.

Vivere lontano da casa per così tanto tempo è una sfida. Qual è stata la cosa più difficile da affrontare e cosa, invece, ti ha sorpreso in positivo?
Sì, è sicuramente una sfida, anche se io mi sono adattato abbastanza in fretta, preso dall’entusiasmo per la novità. Però so che per molte persone il distacco può essere difficile da superare. Per me è stata più complicata la socializzazione. Prima di partire pensavo che, essendo “l’italiano nuovo della scuola”, tutti sarebbero stati curiosi di conoscermi. In realtà non è stato così. Gli studenti hanno già i loro gruppi consolidati e non è facile inserirsi. Inoltre, ho notato che qui in Irlanda i ragazzi escono meno rispetto all’Italia: molti preferiscono stare a casa e comunicare online.
Per quanto riguarda gli aspetti positivi, invece, sono rimasto sorpreso da quanto rapidamente sia migliorata la mia comprensione della lingua. Dopo poche settimane riuscivo già a capire quasi tutto, cosa che mi ha dato molta sicurezza. Un altro aspetto che ho apprezzato molto sono i paesaggi. Le scogliere, le spiagge immense e il mare al tramonto sono uno spettacolo unico, diverso da quello a cui ero abituato.

Cosa ti è mancato di più di Bolzano? Cosa di meno?
La cosa che mi manca di più sono sicuramente gli amici e la famiglia. Anche se l’esperienza all’estero è entusiasmante, ci sono momenti in cui ci si sente soli, ed è normale che questo porti a pensare a casa con nostalgia. Mi manca anche il modo in cui in Italia si vive la socialità. Da noi è normale uscire per un caffè, incontrarsi al bar, studiare insieme in un locale. In Irlanda, invece, questa abitudine non esiste molto. Il cibo italiano è inimitabile, e devo dire che è una delle cose di cui sento più la mancanza. Qui il cibo è molto diverso, e anche quando si trova qualcosa di italiano, il sapore non è mai lo stesso. Per questo molti studenti italiani all’estero si fanno spedire prodotti tipici da casa. Quello che invece non mi manca per niente è il tedesco! A Bolzano è una lingua indispensabile, ma io non l’ho mai amata particolarmente. Passare un anno senza doverla studiare è stata una sorta di liberazione. So che il prossimo anno dovrò riprendere in mano il tedesco, ma per ora mi sto godendo questa pausa.

Cosa hai imparato fino ad ora da questa esperienza? Senti di essere cambiato rispetto a quando sei partito?
Sì, mi sento molto cambiato e maturato. La cosa più importante che ho imparato è come adattarmi. Vivere in un altro paese significa dover trovare il proprio posto in un ambiente completamente nuovo, affrontare nuove abitudini, una lingua e una cultura diverse. All’inizio può sembrare difficile, ma poi ci si adatta in modo naturale. Ho anche sviluppato maggiore indipendenza e capacità di gestione del tempo. Qui ho dovuto organizzare la mia routine da solo, imparare a muovermi tra scuola e casa (che distano un’ora e mezza l’una dall’altra), gestire gli spostamenti e risolvere piccoli problemi quotidiani senza poter contare sempre sull’aiuto altrui. Un altro aspetto che mi ha fatto crescere è stato il rapporto con la famiglia ospitante. Inizialmente vivevo con una famiglia, ma dopo un mese ho capito che la situazione non era adatta a me e ho deciso di cambiare. Credo che un’esperienza come questa debba essere vissuta nel miglior modo possibile, e se ciò significa cambiare famiglia ospitante, è importante avere il coraggio di farlo. Infine, ho acquisito molta più sicurezza in me stesso. Prima di partire ero una persona piuttosto timida e ansiosa, mentre adesso mi sento più aperto, socievole e pronto ad affrontare nuove sfide senza paura.

Autrice: Salma, COOLtour

Da Berlino a Bolzano, il viaggio di Rikus tra scelte e nuovi inizi

Com’è stato il tuo primo impatto con Bolzano e la sua comunità? Ti sei sentito subito accolto?
Quando mi sono trasferito a Bolzano, ero ancora uno studente della Libera Università di Bolzano e avevo pochi contatti con le persone del posto. All’epoca frequentavo soprattutto circoli di lingua tedesca. Non posso dire di essermi sentito particolarmente benvenuto, ma nemmeno sgradito: Bolzano è una città come tante altre. Se non ti impegni a integrarti, difficilmente cambierà qualcosa. Solo quando ho iniziato a fare volontariato a La Strada – Der Weg ho avuto modo di conoscere meglio la comunità e, da quel momento, mi sono sentito davvero accolto.

Come vivi la dimensione bilingue di Bolzano? È stato difficile ambientarti dal punto di vista linguistico?
All’inizio ho trovato difficile comunicare in questa città e, ancora oggi, incontro qualche difficoltà. Sebbene il tedesco sia molto diffuso a Bolzano, non tutti lo parlano, e l’inglese non rappresenta una vera alternativa, poiché non è così comune. Tuttavia, la gente di Bolzano è generalmente aperta e amichevole, e spesso cerca di comunicare nonostante la barriera linguistica.

Quali differenze culturali hai notato tra Bolzano e Berlino? C’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente?
Bolzano è senza dubbio una città piccola, e me ne sono reso conto presto. Dopo mezzanotte, non c’è quasi nulla di aperto: nessun chiosco, pochi club, spesso affollati e non sempre operativi, e i bar che chiudono al massimo all’una di notte. In quei momenti, la città sembra quasi deserta. Non posso dire che mi abbia sorpreso del tutto, ma a volte questa mancanza di vita notturna ha un suo peso. Una cosa che invece mi ha colpito positivamente è che qui i supermercati sono aperti anche la domenica, un dettaglio tutt’altro che scontato. Un altro aspetto che apprezzo molto è la forte cultura dell’escursionismo e della natura, qualcosa che Berlino certamente non offre. Non ero abituato alla passione locale per lo sport, il ciclismo e lo sci, e trovo affascinante questa parte dello stile di vita bolzanino. Certo, a volte mi mancano i buoni spettacoli teatrali e i concerti, ma in compenso la qualità del caffè qui è eccezionale e i prezzi sono più accessibili. Dire che il caffè è radicato nella cultura locale sarebbe un eufemismo!

Com’è per te stare lontano da casa? Ti manca qualcosa in particolare della Germania?
È difficile dire che mi manchi qualcosa di specifico di casa. Piuttosto, è l’insieme di piccole cose che, sommandosi, creano quel senso di nostalgia: alcune bevande, certi cibi o ristoranti a cui ero affezionato. Tuttavia, se devo essere sincero, non è poi così male. Basta tenere gli occhi aperti: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e questo rende l’esperienza ancora più emozionante.

Come sta andando l’esperienza del servizio civile? Ti ha aiutato a sentirti più parte della comunità qui?
Il servizio funziona benissimo! Mi ha mostrato un lato completamente diverso di Bolzano e dei suoi abitanti. Prima di allora ero attivo principalmente nei circoli studenteschi internazionali e la mia cerchia di conoscenze era limitata a quello. Ora, grazie al servizio civile, ho imparato a conoscere ad apprezzare la gente del posto, la vera popolazione di questa città. Il senso di comunità, un social network con tanti eventi sociali di cui prima non avevo nemmeno preso nota. Da quel momento in poi ho vissuto Bolzano in un modo completamente diverso e ho imparato ad apprezzarla e ad amarla.

Hai già un’idea di cosa farai dopo il servizio civile? Ti piacerebbe restare a Bolzano o tornare in Germania??
Dopo aver completato il mio servizio civile qui, tornerò in Germania e lì inizierò a studiare psicologia. Questo volontariato è stato per me una prova importante per verificare se potevo e sarei stato in grado di lavorare regolarmente con le persone e se potevo immaginare di lavorare nel settore sociale. Il servizio civile ha eliminato molte delle mie paure e ritengo che mi abbia anche preparato molto bene per il mio futuro. Ne sono molto grato.

Autrice: Salma, COOLtour