Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

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Quando il gioco fa bene (anche alla testa)

“Sei sempre davanti allo schermo. I videogiochi fanno male!” È un rimprovero che si sente spesso, sospeso tra il ricordo dei pomeriggi passati in cortile e la fatica di capire che cosa ci sia di così affascinante in un joystick o in uno smartphone. Per provare a orientarci tra paure e possibilità, si può partire dalla storia di Lorenzo Tondo. È cresciuto a Bolzano e, arrivato alla fine delle superiori, ha deciso di andare a studiare progettazione di videogiochi nei Paesi Bassi. Lì ha scoperto un mondo in cui il gioco non è solo intrattenimento, ma diventa anche strumento educativo, di formazione, perfino di prevenzione.

Una prima distinzione aiuta subito: il videogioco in sé non è né buono né cattivo. È uno strumento. Come un coltello da cucina: può servire a preparare il pranzo per la famiglia o può fare danni, se usato male o senza attenzione. Così il gioco digitale può diventare isolamento in camera per ore, ma può essere anche un modo per restare in contatto con gli altri, per misurarsi con sfide alla propria portata, per dare forma a emozioni difficili da dire a parole.

Qui entra in scena il gioco in generale, non solo quello digitale e per parlarne incontriamo un esperto, Piergiorgio Mandarano, docente di pediatria all’università di Bergamo. Mandarano sottolinea che il gioco è uno dei primi modi con cui una bambina o un bambino impara a staccarsi un po’ dalla madre senza sentirsi in pericolo. Il peluche, la bambola, la macchinina: sono piccoli “ponti” tra il mondo sicuro delle braccia dei genitori e tutto il resto. Nel gioco si può sperimentare, sbagliare, ricominciare. È una palestra in miniatura della vita reale.

Questa esperienza non riguarda solo i bambini. Capita a molte persone di mettersi a giocare a carte, a seguire un lavoro a maglia, a curare l’orto e accorgersi che il tempo è volato. La mente è concentrata, il resto del mondo si fa un po’ più lontano. Gli psicologi chiamano questa condizione “flusso”.

Per tanti ragazzi e ragazze, oggi, quel “flusso” passa dai videogiochi. Un gioco ben progettato chiede attenzione, fa fare tentativi, invita a riprovare. Non sempre questo è un male: sentire di “farcela”, passare un livello dopo vari tentativi, può rinforzare la fiducia in sé. Il problema nasce quando il gioco diventa l’unico posto in cui una persona si sente così.

Sei un tarassaco o un’orchidea? Nei suoi libri il professor Mandarano usa un’immagine semplice per spiegare quanto l’ambiente sia importante. Ci sono bambine e bambini che assomigliano ai fiori di tarassaco: crescono un po’ ovunque, si adattano, se un gioco li annoia o li mette a disagio smettono e passano ad altro. Altri invece somigliano alle orchidee: bellissime, ma molto sensibili a ciò che li circonda. In un clima confuso, aggressivo o troppo solitario, rischiano di soffrire molto di più degli altri; in un ambiente buono fioriscono in modo sorprendente.

Trasportato nel mondo del gioco, questo significa che per alcuni un videogioco poco sano è solo una parentesi; per altri può diventare una vera fuga dal resto. Ma vale anche il contrario: in un contesto positivo (un gioco cooperativo, per esempio) proprio i ragazzi più sensibili possono trovare un luogo sicuro in cui allenare le relazioni, la gestione delle emozioni, la capacità di affrontare piccoli fallimenti.

Non è un’idea astratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in alcuni programmi dedicati agli adolescenti, ha inserito attività basate sul gioco (in particolare il gioco di ruolo) per rafforzare le competenze emotive e sociali e per prevenire ansia e depressione. Giocare, quindi, è una parte della cura.

Resta una domanda concreta: come capire se il gioco sta facendo bene o male?

Un segnale rassicurantevien da lfatto che chi gioca mantiene altri pezzi importanti della propria giornata: va a scuola, vede amici, partecipa alle attività in famiglia, riesce a spegnere senza scatti di rabbia quando è ora di fare altro. In questo caso il gioco è una parte della vita, non il suo intero centro.

Diventano invece campanelli d’allarme le situazioni in cui la persona è quasi sempre chiusa in camera, salta i pasti, smette di interessarsi a cose che prima amava, si agita molto quando qualcuno chiede di interrompere il gioco. In questi casi può essere utile parlarne.

E il ruolo degli adulti? Il bolzanino di aodizione Lorenzo Tondo insiste su due parole: presenza e curiosità. Non serve diventare esperti di tecnologia, ma è prezioso fare domande, farsi spiegare che cosa si sta giocando, provare ogni tanto a guardare una partita o a partecipare addirittura. Altrettanto importante è fissare limiti chiari su tempi e modalità, come si fa con la televisione, il telefono o i dolci.

Il professor Mandarano dal canto suo ricorda che si impara più dagli errori che dai compiti perfetti. Il gioco, anche digitale, può essere una palestra in cui si perde, ci si arrabbia, ci si rialza e si riprova.  L’importante è che intorno ci siano adulti che osservano, incoraggiano e, ogni tanto, ricordano che è ora di spegnere.

Prendere sul serio il gioco, in fondo, è un modo concreto per prendere sul serio la salute mentale: quella dei più giovani e anche un po’ la nostra.

Autore: Marco Valente

L’inverno dell’accoglienza: il freddo e la gestione dei ricoveri

Simone Bracalente, responsabile Area Minori e Famiglie presso l’Associazione Volontarius, illustra il ruolo dell’InfoPoint nella distribuzione dei posti letto nei ricoveri notturni invernali messi a disposizione dalla Provincia per le persone senza dimora e riflette su come la situazione si è evoluta negli ultimi anni.

Che ruolo ha la Volontarius nel gestire l’accesso ai dormitori invernali?

Il nostro ufficio InfoPoint, in via Raiffeisen 5, gestisce e coordina tutti i ricoveri notturni invernali, insieme agli enti gestori. Ha inoltre il compito di raccogliere le registrazioni per gli inserimenti in lista d’attesa e inviarle a tutte le strutture aperte sul territorio. È anche un ufficio aperto alle donazioni di coperte da parte della cittadinanza. 

Come si presenta la situazione quest’anno? 

Alcuni comuni hanno adottato criteri diversi da quelli indicati dalla Provincia per l’accesso ai dormitori invernali. Dopo venticinque anni in cui a tutti era garantito un posto letto, ora è richiesto un documento valido per soggiornare in Italia; questo cambiamento è stato probabilmente dettato dal fenomeno che abbiamo osservato nell’ultimo biennio: l’arrivo di persone sul territorio appositamente per l’accoglienza notturna invernale. Al momento solo Brunico ha ancora disponibilità e la Provincia sta valutando come facilitare gli spostamenti verso i vari ricoveri. Solo monitorando le presenze si capirà se le persone resteranno o si sposteranno altrove quando i posti finiranno.

Qual è una delle principali problematiche che state riscontrando? 

Il nostro territorio offre tante opportunità di lavoro, ma molto spesso inseriamo nei ricoveri notturni invernali persone che hanno regolare contratto di lavoro e che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della casa. Gli alloggi per lavoratori e lavoratrici sono pieni e quindi spesso si occupano posti letto in dormitori aperti per le persone senza dimora sprovviste di un lavoro. Probabilmente c’è da fare una riflessione più ampia: la problematica rientra nella questione del mercato abitativo. È una situazione difficile e se pensiamo a questa fascia più fragile è chiaro che le difficoltà aumentano.

Chi sono oggi le persone che richiedono un posto letto? 

L’Alto Adige è un territorio di transito per persone che arrivano dal Nord Europa. Ci sono persone che arrivano o tornano perché sanno già il tedesco e quindi non devono ripartire da zero. A questo si aggiunge la migrazione interna: persone che d’estate lavorano al sud, dove trovano occupazione e alloggio, e che, con la riapertura della stagione invernale o della raccolta delle mele, tornano in Alto Adige.

Il vostro ruolo è cambiato?

Mentre prima si poteva dare accesso a chiunque, ora è più complesso. Bisogna esaminare i documenti in possesso delle persone e decidere chi può o meno accedere a un ricovero notturno. L’InfoPoint è un osservatorio importante che, facendo parte della rete, presenzia ai tavoli tecnici che a loro volta informano la politica; pertanto ha la possibilità di condividere dati preziosi per innescare processi di cambiamento e indurre le Istituzioni a fare scelte più lungimiranti.

Autrice: Anna Michelazzi

Tutto il rione ha partecipato alla “castagnata di comunità”

Domenica 9 novembre La Rotonda, servizio della Cooperativa Sociale OfficineVispa, ha organizzato una grande castagnata di comunità, pensata per riportare vita, incontro e partecipazione in una piazza che negli ultimi tempi appariva sempre più vuota. 

La Rotonda, in via Alessandria 47B, nasce nel 2006 come servizio socio-culturale dedicato al quartiere, con l’obiettivo di coinvolgere gli abitanti in modo propositivo attraverso attività settimanali portate avanti insieme ai volontari. Per questa occasione, ciò che normalmente si svolge all’interno è stato spostato all’aperto, trasformando la piazza in uno spazio animato, caldo e accogliente. 

Alla realizzazione dell’evento hanno contribuito OfficineVispa e La Rotonda, in collaborazione con l’Associazione Vispa Teresa, Il Girotondo, Il Sorriso–Das Lächeln, Musicablu, Incontriamoci, COOLtour, con il supporto di Ipes e del Comune di Bolzano. Le attività proposte sono state molte e varie: giochi e animazione, un piccolo mercatino, balli di gruppo, tavoli di burraco e un coinvolgente drum circle aperto a tutti. 

Molto apprezzata anche la musica dal vivo dei ragazzi di Musicablu, che hanno cantato e suonato dando energia a tutto il pomeriggio. Non sono mancati gli spazi dedicati alla convivialità: caffè con banchetto informativo, castagne, popcorn e zucchero filato hanno attirato famiglie e curiosi. I più piccoli hanno potuto partecipare a laboratori creativi e all’apprezzatissima pittura sul viso. 

L’affluenza è stata sorprendente e ha superato ogni aspettativa degli organizzatori. Il feedback ricevuto è stato estremamente positivo: molte persone si sono dette contente e quasi stupite della vivacità della piazza. Alcuni residenti hanno commentato: “Finalmente fanno qualcosa anche per noi”, confermando l’importanza di offrire occasioni semplici ma capaci di far sentire tutti parte della stessa realtà. Proprio questo spirito ha reso la giornata ancora più significativa. Molti partecipanti hanno raccontato di aver riscoperto il piacere di incontrarsi senza fretta, condividendo un sorriso, una chiacchiera o un cartoccio di castagne fumanti.

La castagnata ha mostrato come, con poche risorse ma con molta cura, sia possibile rianimare uno spazio pubblico e renderlo un luogo vivo, sicuro e accogliente. È emerso chiaramente il desiderio collettivo di continuare a costruire momenti che rafforzino i legami e alimentino il senso di appartenenza. L’auspicio condiviso è che iniziative di questo tipo possano ripetersi, mantenendo accesa l’energia positiva generata durante questa giornata speciale.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

La salute mentale? E’ un diritto!

In un lunedì mattina di ottobre duecento ragazzi e ragazze si sono ritrovati nel Teatro di Gries. è un numero che fa notizia, soprattutto in un momento in cui la scuola altoatesina fatica a garantire partecipazioni extracurricolari. Ma quel giorno, in quel luogo, c’era un’urgenza più forte: parlare di salute mentale. Con loro. Non solo di loro.

Il convegno, promosso da UNICEF Alto Adige e ASSB, si è presentato fin dal titolo come una presa di posizione: “La salute mentale è un diritto. Giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. E già il sottotitolo valeva una dichiarazione politica. Perché sì, di salute mentale si parla (sempre più spesso, per fortuna) ma quanti davvero ascoltano i giovani, con attenzione autentica, senza soluzioni preconfezionate?

“Il 40% dei ragazzi ha un disturbo psichico. Ma solo il 6% è trattato” – ha esordito Hubert Messner, assessore provinciale alla salute. Numeri che fanno tremare. E che trovano eco nella voce della dott.ssa Francesca Schir, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Alto Adige, che ha ricordato: “La salute mentale è un diritto… ma rischia di diventare un privilegio. Non possiamo permettercelo”. C’è chi si ritira dalla scuola, chi vive l’ansia come un compagno di banco invisibile, chi sente di dover “valere qualcosa”. E poi, c’è la solitudine. Una solitudine acuita da un mondo che corre, che promette tutto ma non dà radici. “Da una parte abbiamo tutte le possibilità del mondo – ha continuato Schir – dall’altra non ci siamo mai sentiti così soli”.

“CHIEDIMI COME STO”

Schir ha raccontato di una ragazza che un giorno le ha detto: “Qualche volta mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come sto. E che mi ascoltasse. Senza già avere la risposta pronta.” È qui che si gioca la sfida educativa. Non sulle diagnosi, ma sulle relazioni. Sul diritto a esistere in un mondo che ti riconosca.

Un diritto che riguarda anche le famiglie, come ha sottolineato Liliana Di Fede, direttrice di ASSB: “La salute mentale è “normale”. Fa parte della storia di vita di molti di noi. Le famiglie si sentono in colpa, ma non dovrebbero. Mi sentirei in colpa per essermi rotto una gamba?” Tra gli interventi, anche quello vivace e interattivo di Lorenzo Tondo, che ha rovesciato una delle domande più gettonate tra gli adulti: “I videogiochi fanno male?” La risposta? Dipende. Dipende dal contesto, dalla finalità, dal modo in cui vengono usati.

“Immaginate un ragazzo di 16 anni, depresso. Per lui il gioco di ruolo può diventare uno strumento terapeutico, uno spazio protetto dove esplorarsi. E ci sono studi in psichiatria che lo confermano”. E se il linguaggio cambia, è bene ascoltarlo. Come hanno fatto Samy, Manuel e Andrea, tre giovani videomaker che hanno presentato un cortometraggio di grande impatto. “Ci siamo divertiti a realizzarlo” – hanno detto. Ma quel divertimento ha creato un velo di emozione oltre che gli applausi più sonori della mattinata.

Subito dopo: un podcast, un fumetto, dei cartelloni sul bullismo. Tutto frutto del lavoro delle classi dell’IIS Claudia de’ Medici. Spazi creativi, certo, ma soprattutto spazi di protagonismo. A conclusione della mattinata, la parola è passata alla rete dei servizi territoriali. Il dott. Michael Rainer, responsabile dello sportello Young+Direct, ha detto chiaro: “Il problema non è solo che pochi chiedono aiuto. Il problema è: dove sono tutti gli altri?”. Ci vuole coraggio a chiedere. Ma anche responsabilità, da parte degli adulti, nel creare un clima in cui chiedere non sia un atto di debolezza, ma di consapevolezza. Lo hanno ribadito anche le voci dello Jugenddienst Merano, del Forum Prevenzione, dello Streetwork Bolzano, dello sportello di consulenza psicologica scolastica, e infine della Garante per l’infanzia e l’adolescenza che hanno partecipato alla tavola rotonda conclusiva. Parlare di salute mentale non è una moda, né un lusso. È una questione di diritti fondamentali. E non solo per i “giovani fragili”, ma per chiunque viva in questo tempo confuso, dove futuro e incertezza sembrano sinonimi. In fondo, come diceva Winnicott, “esistiamo sempre in relazione con qualcuno”. La salute mentale non è una faccenda individuale: è il riflesso delle nostre relazioni, del tessuto sociale che costruiamo. Nessun convegno può risolvere tutto. Ma può ricordarci che la salute mentale non è solo un diritto da rivendicare, ma anche un dovere verso noi stessi, come dicevano i ragazzi in sala.  Un dovere che comincia con un gesto semplice: chiedere all’altro, senza fretta né giudizio, “come stai?” E restare lì, in ascolto.

Autore: Marco Valente

Abitare: giovani e famiglie sono fuori mercato

Affitti che salgono, stipendi che… restano fermi. In Alto Adige la casa per alcuni è diventato un tormento: studenti costretti a cambiare di continuo stanza, giovani coppie con un tempo indeterminato che “non basta più”, nuovi arrivati che pagano di più per stare peggio. La domanda che risuona potrebbe essere: vogliamo città belle per pochi o quartieri vivibili per tutti?

Non è solo una questione di mercato. L’Onu parla di diritto a “un alloggio adeguato” come parte del diritto a una vita dignitosa. In poche parole, avere “una casa” non è un premio per i migliori, non è appannaggio di chi sta in Serie A, ma un diritto sacrosanto.

Eppure la percezione è che, senza eredità o qualche altro tipo di spintarella, il biglietto d’ingresso stia diventando proibitivo per i più.

I numeri, quando sono chiari, parlano. In Alto Adige, secondo Astat ed Eurac, più di una persona su tre dice che le spese abitative mettono in crisi il bilancio familiare: è il contesto quotidiano in cui si muovono studenti, giovani coppie, lavoratori stagionali e nuovi residenti. Secondo il portale Idealista, in Alto Adige servono 9,3 annualità di stipendio per acquistare casa; già nel vicino Trentino gli anni si abbassano a 6,5. È anche il motivo per cui tanti progetti di vita (figli, formazione) si decidono guardando prima la rata o il canone e solo dopo il resto. Nel 2024 si sono stati meno permessi di costruire e un crollo delle opere ultimate. Tradotto: arrivano meno case sul mercato, e quelle poche tengono i prezzi rigidi. E alti. Intanto, però, il turismo vola: 37,1 milioni di presenze nell’ultimo anno e un’intensità di 18,8 ospiti ogni 100 abitanti. Bene per l’economia, certo; ma gli appartamenti diventano terreno conteso.

Cosa fa la politica?

Edilizia sociale Ipes, convenzionata per il ceto medio, canoni calmierati per chi affitta lungo, qualche freno agli affitti turistici dove la pressione è più forte. Il punto, oggi, è far funzionare (e in fretta) ciò che già c’è. Anche perché l’idea che bastino incentivi o mutui agevolati a sistemare tutto è, da sola, illusoria. L’economista Mirco Tonin lo ha detto con chiarezza su salto.bz (4 novembre): se non cresce l’offerta, i sussidi tendono a spingere i prezzi e a favorire i proprietari; servono più case e un vero piano per l’affitto, non solo accordi con le banche. 

Per chi riesce ad accendere un mutuo, gran parte della vita ruota attorno alla rata: lavoro il più stabile possibile, meno libertà di scegliere o cambiare, progetti familiari appesi. Ma quanto è sano un sistema in cui la casa decide tutto il resto?

C’è un pezzo dell’abitare che spesso non si vede: quello che unisce casa, salute e vicinato. Il progetto Genea Plus aveva puntato su questo. Oggi Reinhard Mahlknecht (Croce Bianca) ricorda due idee ancora importanti: i posti letto di cure intermedie (letti temporanei per chi non ha più bisogno di ospedale ma non è ancora pronto a stare da solo a casa) e uno studio medico dentro il quartiere. “Sono obiettivi che ora l’Azienda sanitaria realizza anche con il PNRR; nel nostro cronoprogramma sarebbero già dovuti essere attivi e oggi sarebbero urgentemente necessari”.

Intanto l’esperienza di Genea ha spostato l’attenzione lì dove viviamo: a casa. “Stiamo cambiando l’assistenza agli anziani che restano al domicilio: servizi che vengono a casa, orari flessibili, un telesoccorso più semplice e sicuro, accompagnamenti e visite di volontari”. Un esempio concreto è Vivacare, partito da poco.

In poche parole: se l’abitare è anche prendersi cura, servono luoghi di supporto vicino a casa e aiuti flessibili che arrivano a domicilio.

Vivere assieme con il cohousing

E l’abitare collaborativo? Teresa Pedretti, direttrice di Irecoop, riavvolge il nastro: “Nel 2017 qui si sperimentava un cohousing con giovani che, in cambio di un affitto molto basso, restituivano tempo al quartiere. Da allora le pratiche si sono moltiplicate in Europa, ma ogni territorio deve trovare la sua ricetta”. La cosa comune a tutte? “Politiche che ci credono davvero, che trattano la casa come una componente centrale della vita delle persone”. Gli ostacoli, nelle nostre province, non sono solo normativi: “Manca spesso il coraggio pubblico di studiare, provare e soprattutto monitorare le sperimentazioni. L’abitare è complesso: sociale, culturale, economico. Serve capire cosa migliorare, non limitarsi ad avviare e poi dimenticare”. E dal lato dei cittadini non aiuta la confusione delle parole: “Si parla di co-abitazione senza un linguaggio condiviso sulle forme e sugli obiettivi”.

Si può fare in città, a Bolzano o Merano? “Più che possibile, doveroso – dice Pedretti –.  Non solo per i prezzi, ma perché troppi giovani se ne vanno. I fattori che trattengono sono sempre due: lavoro e casa. Il lavoro c’è; la casa rischia di diventare un’emergenza anche per i redditi medi”. Il ruolo della Provincia, in questo quadro, non è decorativo: avviare, supportare e monitorare “player” differenti (anziani, giovani, misti) senza confinare la coabitazione alla sola risposta all’emergenza.

E qui arriva il punto forse più concreto: “Quando le persone si candidano a coabitare sono individui soli; la prima necessità è costruire una comunità. Non credo alla sostenibilità nel tempo di progetti basati su valori astratti: coabitare è faticoso. Regge se c’è un obiettivo comune: crescere i figli con più servizi, dividere costi che da soli non si reggono, ottenere servizi specifici. La formazione serve se aiuta a definire scopi condivisi, non se resta teoria.”

Che cosa si potrebbe fare

Sul fronte “offerta”, dunque, l’orizzonte è duplice e molto pragmatico. Da un lato sbloccare alloggi a canone lungo con regole semplici perché senza case il resto è retorica. Dall’altro, attivare piccoli esperimenti di co-abitazione in immobili esistenti, dove i gruppi sono accompagnati davvero: se funziona, bene; se non funziona, si adatta. In mezzo, c’è l’ordinaria manutenzione: la rigenerazione urbana, per esempio. Dove anche gli spazi hanno bisogno di una conversione, di cura, per permettere al quartiere di appropriarsene. Forse la domanda giusta è ancora la più semplice: l’abitare è un privilegio o un diritto che vogliamo rendere veramente reale? Se scegliamo la seconda risposta, c’è da sperimentare, anche a costo di sbagliare, e guardare la città dagli occhi di chi sta ai margini.

Autore: Marco Valente

I mezzi pubblici del Casanova: un disagio quotidiano 

“Bolzano è piccola.” “Basta andare in via Resia.” “Prendi la macchina.” Sono risposte che molti abitanti del quartiere Casanova si sentono dare quando spiegano le difficoltà che incontrano per spostarsi con i mezzi pubblici. Ma cosa succede se la macchina non si ha? O se si è anziani, una persona con disabilità, una ragazza che rientra tardi la sera o semplicemente qualcuno che vorrebbe muoversi in modo più sostenibile? 

Il quartiere Casanova conta secondo i dati del 2008 circa 3.500 residenti, senza includere la parte “vecchia” di Don Bosco, che utilizza le stesse fermate del trasporto pubblico. Si tratta di una massa di residenti, sicuramente  oggi più alto, che non trova ancora un’adeguata risposta sul piano dei collegamenti pubblici. 

Attualmente il quartiere è servito da tre linee della Sasa: la Linea 3, attiva tutto il giorno, ma con tempi di percorrenza per raggiungere il centro molto variabili (tra 15 e 45 minuti a seconda del traffico e del meteo), la Linea 6, limitata alla mattina e la Linea notturna N35, che dopo mezzanotte non raggiunge più il centro, ma si ferma in via Firenze, riducendo la connessione tra periferia e città. Il Casanova dispone anche di una fermata ferroviaria, ma i treni si fermano solo una volta all’ora (con un raddoppio alle 6 e alle 7 e una soppressione a metà mattina e tra le 20.18 e le 22.18 in direzione Bolzano, mentre in direzione Merano la frequenza rimane di una volta all’ora). Negli altri orari, metà dei convogli della tratta Merano–Bolzano passano, ma non si fermano. 

Le richieste dei residenti di poter usufruire del totale dei convogli non hanno ancora ricevuto una risposta positiva, nonostante le varie possibilità come l’introduzione di una fermata su chiamata come fatto per Settequerce. Anche il tentativo del 2012 di potenziare la rete urbana con la Linea 16, che collegava il Casanova al centro passando per Druso e Gries in soli 15 minuti, è durato poco. La linea è stata infatti soppressa nel 2015. Una perdita che ha riportato il quartiere a una condizione di parziale isolamento, costringendo molti a cambi di linea o lunghi tragitti a piedi per raggiungere varie zone cittadine. 

Le conseguenze di questa situazione sono evidenti: il centro diventa lontano; chi deve raggiungere la stazione centrale, ad esempio, deve partire con un’ora di anticipo per non rischiare di perdere la coincidenza. Gli studenti e i lavoratori pendolari diretti a Trento hanno in media solo quattro minuti di coincidenza — troppo pochi, visto che il treno da Merano arriva in media con cinque minuti di ritardo alla fermata in quartiere. 

A peggiorare la situazione, da alcune settimane gli ascensori della fermata ferroviaria sopraelevata sono fuori uso, rendendo impossibile l’accesso a chi ha difficoltà motorie, passeggini o borsoni pesanti. A questo si aggiunge il fatto che la linea 3 non arriva direttamente in stazione, ma si ferma in via Alto Adige; l’alternativa sarebbe la linea 10A in via Resia, ma in entrambi i casi, per chi ha problemi di mobilità, questo significa dover percorrere a piedi un ulteriore tratto. Il quadro notturno non è migliore: la linea N35, con la sua frequenza di 15 minuti, spesso arriva in anticipo rispetto all’orario previsto e riparte senza attendere, lasciando le persone in attesa del mezzo successivo. Un problema che non riguarda solo la puntualità, ma anche la sicurezza di chi viaggia di notte. Considerando la densità abitativa e la varietà sociale del Casanova, l’attuale offerta di trasporto pubblico appare insufficiente. Ogni singolo disservizio, preso da solo, potrebbe sembrare minore, ma nell’insieme, disegna l’immagine di quartiere vivo, popoloso e vario, le cui persone ancora non vedono ascoltate le proprie necessità quotidiane per poter vivere la città di Bolzano in maniera più tranquilla e sicura.

Autrice: Anna Michelazzi

Nidi artificiali per uccelli e ‘pipistrelli’

Da oltre quindici anni, anche nello scorso autunno 2025, si è provveduto alla pulizia e al controllo annuali dei circa 1.350 nidi artificiali per uccelli e per chirotteri (‘pipistrelli’), installati nei parchi, nei giardini, lungo alcune passeggiate e nel cimitero di Oltrisarco.

In totale, sono trentatré le aree naturali pubbliche, interessate dalla presenza di dette strutture artificiali e fanno parte di tutte le circoscrizioni cittadine. L’ultima installazione di nidi per uccelli e ‘pipistrelli’, avvenuta nel mese di ottobre 2025, riguarda il rione di Oltrisarco, con il parco delle scuole Tambosi e il parco Mignone, oltre alla passeggiata, lungo la sponda destra del torrente Talvera. 

Nel parco Petrarca, con la sua ampia estensione, è avvenuta l’installazione del maggior numero di nidi artificiali per uccelli insettivori e di rifugi artificiali per ‘pipistrelli’. Qui, le occupazioni delle strutture da parte degli uccelli, hanno superato il 96%. In questo parco, la prima azione di simile protezione era stata avviata dallo storico direttore della giardineria comunale, Gildo Spagnolli, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. L’attuale dirigente, Ulli Buratti, ha voluto continuare l’iniziativa, coadiuvata dalla signora Katia Zanoner. Incaricato di tutte le installazioni e dei controlli annuali con la rilevazione dei relativi dati è sempre stato l’esperto naturalista Sergio Abram, da una quarantina d’anni anche consulente della ditta germanica Schwegler, che ha prodotto oltre venti milioni di dette strutture, esportandole in tutti i continenti. 

Le specie ornitiche occupanti i nidi artificiali per la nidificazione primaverile-estiva e per il pernottamento autunnale-invernale, sono tredici, tra cui cinciallegra, cinciarella, cincia mora, cincia bigia, codirosso, rampichino, torcicollo, pigliamosche, passera d’Italia, passera mattugia, picchio muratore, picchio rosso maggiore e picchio verde. Per i chirotteri, finora, è stata accertata la presenza di specie appartenenti al genere Pipistrellus, tra cui Pipistrellus kuhlii-pipistrello albolimbato, e al genere Nyctalus con Nyctalus leisleri-nottola di Leisler. Per quanto riguarda l’occupazione dei rifugi, da parte di chirotteri, il maggior numero visitato è stato rilevato nel cimitero di Oltrisarco con ventotto unità. Al momento del controllo, è stata rilevata la presenza di quaranta Pipistrellus kuhlii e di sette Nystalus leisleri, circa il triplo, rispetto allo scorso anno. La nottola di Leisler, in particolare, compie lunghe migrazioni, tra i siti riproduttivi, spesso locati nei Paesi baltici, in Polonia e in Russia, e i territori di svernamento, nelle regioni meridionali europee. Alcune specie di chirotteri utilizzano i rifugi artificiali, in tutte le stagioni dell’anno: in primavera-estate, per partorire e per allevare la prole; a fine estate-autunno, per accoppiarsi; in autunno-inverno, per svernare, in una sorta di letargia. Le strutture, occupate nelle diverse stagioni, non sempre sono le stesse; inoltre, femmine e maschi, soprattutto nel periodo in cui è allevata la prole, possono soggiornarvi in gruppi separati o, per i maschi, anche singolarmente. Nella parte media-alta della passeggiata del Guncina, tra i mammiferi, oltre ai chirotteri, i nidi artificiali per uccelli sono stati utilizzati anche dal ghiro-Myoxus glis, per il soggiorno e la riproduzione. Nei nostri territori, oltre la metà di ottobre, è difficile rilevare la presenza del ghiro, all’interno di dette strutture artificiali. Un’eccezione si è avuta nell’autunno del 2024, in cui i ghiri hanno occupato i nidi artificiali fino all’inizio del mese di novembre. Con l’aumentare del freddo, il ghiro si ritira a svernare, in profondità, all’interno di muri a secco o nel terreno, dov’è maggiormente protetto dalle rigide temperature invernali. 

Autore: Sergio Abram, naturalista

Science Live. Get Curious! 

Inserzione pubblicitaria – Venerdì 14 novembre 2025, dalle 17 alle 21, il campus di Bolzano centro di unibz ospita Science Live. Get Curious!, l’evento sulla scienza gratuito e aperto a tutti. 

Il mondo che abitiamo è pieno di fenomeni invisibili che aspettano solo di essere osservati più da vicino. L’energia che accende le nostre case, il cibo che portiamo in tavola, i materiali che indossiamo, le scelte economiche che orientano la vita quotidiana, le tecnologie che usiamo senza pensarci: a Science Live queste cose si toccano con mano. La scienza smette di parlare difficile e diventa gioco, esperienza, relazione. Famiglie, bambine e bambini, studentesse e studenti, persone curiose di ogni età possono muoversi liberamente da uno stand all’altro e costruire il proprio itinerario all’insegna di una sera piena di scoperte.

Tema della manifestazione sono i Giardini della conoscenza, sette spazi tematici popolati da fiori speciali che sbocciano dove crescono le domande. Nel Giardino dell’Evoluzione si esplora come la scienza cambi le cose: i visitatori potranno confrontarsi con esperienze che mostrano come innovazione e ricerca trasformino allevamento, alimentazione e catene di approvvigionamento, sperimentare giochi interattivi per capire l’impatto delle scelte quotidiane su ambiente ed economia, e contribuire a costruire un “Atlante dei paesaggi futuri”. Il Giardino dell’Ingegno è il luogo dove creatività e invenzione si incontrano: da robot e sensori che risolvono problemi concreti, fino a giochi interattivi su startup, industrie del futuro e strumenti del fablab, i visitatori possono scoprire come l’inventiva nasca per affrontare sfide reali. Nel Giardino dell’Origine si scende invece alle radici: ecosistemi, fiumi, suolo e cicli naturali diventano oggetti di esplorazione, mentre strumenti interattivi svelano i segreti del corpo umano e, in particolare, della voce, per un viaggio sensoriale tra natura e scienza. Il Giardino della Fantasia accende i “se” del futuro: realtà virtuale, teatro Kamishibai, scrittura su macchine da scrivere e una caccia al tesoro nella biblioteca di unibz offrono esperienze immersive per stimolare immaginazione e creatività. Nel Giardino della Scoperta la curiosità è poi la vera protagonista: si scoprono cibi tradizionali e innovativi, si sperimentano strumenti che trasformano dati in percezioni sensoriali. Il Giardino della Luce svela l’energia che illumina idee e fenomeni: esperienze su fotosintesi, energie rinnovabili e installazioni artistiche da Paesi remoti permettono di osservare la bellezza nascosta della scienza. Infine, il Giardino dei Legami intreccia persone, reti, società, mostrando connessioni nascoste come quelle tra arte e intelligenza artificiale, città di montagna e cambiamento climatico e persino dinamiche dei social network.

Science Live è una serata di incontri in cui chi fa ricerca racconta non solo i risultati, ma anche il percorso che porta a scoprirli. “Fare ricerca è fondamentale, ma raccontarla è ciò che le dà senso. Solo condividendo la conoscenza possiamo renderla davvero utile alla comunità”, sottolinea il rettore prof.  Alex Weissensteiner, “con Science Live vogliamo trasformare la conoscenza in un bene condiviso, rendendo visibile quanto la scienza possa incidere concretamente sulla vita quotidiana”.

Quest’anno Science Live si svolge in collaborazione con “Le Mille e una Scienza”, il festival che dal 14 al 16 novembre porterà a Bolzano incontri, laboratori e talk dedicati alla cultura scientifica. La scienza, infatti, non è un episodio isolato, ma una buona abitudine da coltivare: una domanda chiama l’altra, e via così, di scoperta in scoperta.

Tra piano terra, primo piano dell’edificio centrale, biblioteca e BITZ unibz fablab, i visitatori potranno costruire la propria serata, seguendo inclinazioni e curiosità.  Alla manifestazione ci saranno ricercatori e ricercatrici e professori e professoresse pronti a rispondere a tutte le domande e a spiegare la loro ricerca in modo semplice e divertente. C’è chi mostra come leggere un campione di terreno per capire se un suolo è in salute, chi invita a costruire un atlante dei paesaggi futuri, chi mostra le città di montagna del futuro, chi propone giochi economici per comprendere decisioni e comportamenti di consumo, chi analizza lo stato di salute con semplici test sul posto e chi racconta le storie di famosi scienziati.

Il bello di Science Live è anche il ritmo gentile: ci si può fermare cinque minuti a uno stand e un’ora a quello dopo, tornare sui propri passi, oppure farsi guidare dai più piccoli. Non servono prenotazioni, e ogni domanda, anche quella più semplice, può aprire nuove porte. Chi preferisce ascoltare può seguire brevi spiegazioni; chi ama fare potrà misurare, costruire, provare. Nessuno resta a mani vuote: c’è chi porta a casa una storia, chi un’idea, chi un esperimento da rifare con la classe o con gli amici.

Non mancheranno sorprese e regali: dalla caccia al tesoro in biblioteca, alla stampa di una borsa a tema nel BITZ unibz fablab. E per chi visiterà tutti i giardini, ci sarà un ricordo speciale!

Venite a scoprire tutti i Giardini della Conoscenza di Science Live 2025. Vi aspettiamo!

(inserzione pubblicitaria)

Don Gioele, il ritorno a casa (ma da straniero)

Il telefono di don Gioele Salvaterra squilla almeno tre volte mentre parliamo. Segno che, anche se da poco arrivato, la sua agenda è già piena. Ma oggi non siamo più nella sua canonica di Merano. Siamo a Bolzano, accanto al Duomo, nella sua nuova casa, dove ci sediamo a chiacchierare “come ai vecchi tempi”. Ci conosciamo da quando era giovane diacono, e ci diamo del tu.

Don Gioele Salvaterra è tornato a casa, almeno sulla carta. Bolzanino di nascita, figlio di maestri (nel senso più pieno del termine), oggi è parroco “in solidum” della parrocchia del Duomo di Bolzano, parroco anche di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana di Rencio. Ma il ritorno non è stato una semplice rimpatriata: “In realtà non mi sono mai sentito un bolzanino doc – confessa con quel suo modo un po’ schivo, un po’ ironico – Non conoscevo la città nemmeno prima. Adesso è tutto nuovo. È come se fossi arrivato in un’altra terra”.

Quali sono le prime cose che hai notato?

Sono cambiate tante cose. Mi accorgo che tutto è diverso… anche perché lo guardo con occhi nuovi. Diciamo che prendo un po’ da ogni luogo dove sono stato: sono un po’ bolzanino, un po’ meranese, un po’ “bersabeo”, si può dire così.

Figlio di maestri: quanto ha inciso questo sul tuo modo di essere prete?

Tanto. Mio padre era maestro e anche “padre” nel senso pieno del termine, e quando Gesù dice “non chiamate nessuno maestro o padre sulla Terra”, io mi sono trovato in crisi… Non sapevo come rivolgermi a lui! Ma, battute a parte, credo di aver ereditato due cose: una particolare attenzione ai giovani, ai bambini, ai ragazzi, e l’idea che nessun contenuto sia troppo difficile. Bisogna solo saperlo dire bene, senza infantilizzare, ma nemmeno complicare.

Ora sei parroco “in solidum” del Duomo di Bolzano. Cosa significa esattamente?

È un’espressione giuridica che indica la presenza di due (o più) parroci per una stessa parrocchia. Da noi succede quando si tratta di comunità bilingui: in pratica ogni gruppo linguistico ha il proprio riferimento, ma si lavora insieme.

E non solo Duomo…

Esatto, oltre a Santa Maria Assunta (Duomo), sono anche parroco della parrocchia di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana a Rencio.

Dopo quattordici anni a Merano e cinque a Beersheva, in Terra Santa, cosa ti porti dietro?

Il senso della periferia. Sia Beersheva che Merano, anche se in modo diverso, sono luoghi che si percepiscono ai margini. E da lì lo sguardo cambia. Porti al centro quelli che sono ai bordi. Credo sia una delle eredità più forti di quelle esperienze.

E alcune esperienze concrete che vorresti portare qui?

La pastorale cittadina, l’esperienza dell’emporio solidale Tenda di Abramo, il team ecumenico… A Merano abbiamo costruito molto, anche grazie a un forte lavoro di squadra. Qui sarà diverso, è un contesto che sto ancora conoscendo, ma quegli ingredienti, relazioni, ascolto, apertura, sono importanti ovunque. Bisognerà capire come adattarli.

Come si costruisce una pastorale che tenga insieme italiano, tedesco e le tante lingue delle nuove cittadinanze?

Si parte dall’ascolto. Serve un orecchio (e un cuore) attento. Bisogna saper vedere le realtà più piccole, quelle che non fanno rumore. E trovare ciò che unisce, senza nascondere ciò che divide, ma avendo rispetto per entrambe le cose. Non è facile, ma è lì che si cresce insieme.

A due mesi dal tuo insediamento, che sfide vedi in questo territorio?

Le sfide non mancano: la diminuzione delle persone attive, la fatica nella pastorale giovanile, il dialogo ecumenico e interreligioso… ma anche un enorme potenziale, se si ha il coraggio di ripensare alcune cose.

Parliamo di ecumenismo: oggi dove vedi i passi più concreti?

A livello locale, senza troppi convegni. Nella cura condivisa dei poveri, nella custodia del creato, nella preghiera comune. La vera sfida è avere uno stile comune di pastorale, partendo da queste priorità.

(L’ecumenismo è il movimento volto a promuovere l’unità tra i cristiani appartenenti a Chiese e comunità ecclesiali diverse, attraverso il dialogo, la preghiera e la collaborazione concreta, ndr).

Fonderesti un team ecumenico diocesano?

Sì, sarebbe bello. L’esperienza fatta a Merano è stata molto significativa. Credo possa funzionare anche a livello provinciale, se ci si mette in ascolto e si lavora insieme su ciò che davvero conta.

I giovani cercano spiritualità ma faticano con le istituzioni. Tu come leggi questa distanza?

Il punto non è “riempire le chiese” di giovani, ma avere un rapporto autentico con loro. Ascoltarli davvero, senza volerli subito “incasellare”. Se si sentono accolti, ascoltati, rispettati, è già un passo enorme.

Il ruolo dei laici nella Chiesa: c’è una corresponsabilità vera o è solo di facciata?

Che sia corresponsabilità vera me lo auguro con tutto il cuore. Ma serve attenzione a non cadere nella clericalizzazione dei laici, come ha detto anche Papa Francesco. I laici hanno un ruolo centrale e fondamentale: devono essere valorizzati per ciò che sono, non trasformati in “brutte copie” dei preti.

Nel 2025 ha ancora senso parlare di “vocazioni”?

Sì, se capiamo che vocazione non vuol dire solo prete o suora. È ogni vita vissuta come risposta al bene, al servizio, alla volontà di Dio dentro la realtà. È fare bene ciò che ci è dato da fare. È porsi al servizio dell’umanità.

In questo momento, qual è il passo evangelico che ti “risuona” di più?

Quello della lavanda dei piedi. Dio che si fa ultimo. È lì che ci si incontra. E che si capisce cosa significa davvero servire. Poi che ci si riesca, è un altro discorso… ma il senso sta tutto lì.

Autore: Marco Valente