Cap_able: fashion-tech e diritto alla privacy

Rachele Didero è una designer, ricercatrice e professoressa presso l’Università di Bolzano dove lavora su interfacce di nuova generazione, wearable technologies e design critico applicato all’IA. È fondatrice di Cap_able, per il quale ha ricevuto il Compasso d’Oro Giovani ADI. Cap_able è un progetto di fashion-tech e ricerca che esplora il rapporto tra corpo, intelligenza artificiale e diritti umani, in particolare il diritto alla privacy.

Da quali esigenze è nato Cap_able?

Oggi i nostri corpi sono costantemente osservati, analizzati e classificati da sistemi di intelligenza artificiale, spesso senza consapevolezza né consenso. Mi sono chiesta se il design potesse intervenire in modo concreto su questa asimmetria di potere, trasformando un oggetto quotidiano, come il tessuto, in un’interfaccia capace di dialogare — e talvolta entrare in conflitto — con i sistemi di sorveglianza automatica.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Sviluppare prodotti e sistemi che rendano tangibili questioni normalmente invisibili, come la sorveglianza algoritmica e la perdita di controllo sui dati biometrici. Il progetto si muove tra ricerca, sperimentazione e produzione, con lo scopo di dimostrare la capacità del design di incidere sulla vita quotidiana. 

Come funziona la tecnologia dietro ai tuoi prodotti?

I prodotti utilizzano pattern tessili progettati per interferire con i modelli di computer vision, in particolare quelli di object detection e riconoscimento delle persone. Attraverso la combinazione di colore, struttura tessile e composizione visiva, il corpo viene interpretato in modo ambiguo dagli algoritmi. Non si tratta di “scomparire”, ma di rallentare e rendere meno automatico lo sguardo dell’IA.

Qual è l’equilibrio tra innovazione e regolamentazione?

L’IA è una tecnologia il cui sviluppo è più rapido della regolamentazione. Il mio lavoro non è contrario alla tecnologia, ma critico rispetto al suo uso non riflessivo. 

Quanto conta l’inclusività in Cap_able?

È un principio centrale. I capi sono gender-neutral, pensati per corpi diversi e progettati come strumenti di espressione. L’idea è che ogni persona possa decidere come e se esporsi allo sguardo tecnologico.

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto?

Uno dei principali è aver trasformato una ricerca accademica in un progetto reale, capace di dialogare con industria, musei, università e pubblico. Cap_able è diventato un caso studio che dimostra come il design possa operare tra etica, tecnologia e produzione, senza rinunciare alla complessità.

La sensibilizzazione è un obiettivo?

Assolutamente sì. Indossare i prodotti Cap_able significa rendere visibile un problema spesso invisibile e stimolare una riflessione sul ruolo dell’IA nella società.

Qual è il prossimo passo?

Portare queste riflessioni oltre la moda continuando a tenere insieme ricerca e impatto sociale. Oggi il design ha una responsabilità fondamentale: non limitarsi a rendere le tecnologie desiderabili, ma contribuire a renderle comprensibili, discutibili e, quando necessario, criticabili.

Autrice: Anna Michelazzi

Rock’n Südtiroll: sessant’anni di manifesti per la musica locale

Nel foyer del Teatro Cristallo di Bolzano si respira aria di musica e memoria visiva: fino al 31 gennaio è visitabile la mostra Rock’n Südtiroll – Grafica da concerto. Sessant’anni di manifesti, curata dal giornalista e critico musicale Paolo “Crazy” Carnevale. Un viaggio nella storia della musica dal vivo in Alto Adige, che è anche diventato un libro, pubblicato da Riff Records, la casa editrice ed etichetta musicale che fa capo a Paolo Izzo.

Come è nato questo progetto?

Rock’n Südtiroll nasce dalla mia passione per la musica, unita a un interesse per la grafica dei dischi e dei manifesti dei concerti. Non mi interessavano i manifesti più commerciali, ma quelli con un contenuto grafico originale, creativo, spesso legati a piccole produzioni o realtà indipendenti. Penso, per esempio, ai manifesti dei grafici di San Francisco tra il 1966 e il 1969, oggi vere opere da collezione. Da qui anche il sottotitolo del libro: Grafica da concerto.

Nel libro ci sono 150 manifesti. Sessant’anni di concerti: cosa li accomuna?

Il filo conduttore è il legame con la nostra provincia: concerti di gruppi locali o eventi in cui sono coinvolti musicisti del territorio. Chi cerca la locandina, ad esempio, del concerto di Frank Zappa a Bolzano, non la troverà. Ma se un gruppo locale ha fatto da spalla a un artista famoso, anche fuori provincia, allora sì. Per fare due esempi: c’è una locandina del concerto beat dei Giganti a Castelfiorentino, con apertura dei bolzanini Dedy Cemm, e quella del concerto di Stanley Clarke in Germania, con i Trinciato Forte della Val d’Isarco come gruppo spalla.

Un archivio visivo e musicale che nasce da una rete di collaborazioni…

Esatto. È un progetto che non sarebbe stato possibile senza figure chiave, in particolare Paolo Izzo, presidente dell’Associazione provinciale musicisti e anima di Riff Records. Con lui c’è un rapporto di fiducia e uno scambio continuo: ci si sostiene a vicenda e le idee prendono forma concretamente.

La mostra e il libro raccolgono materiali molto diversi… 

Sì, ci sono manifesti di festival con più gruppi, ma anche concerti singoli, grandi e piccoli. La raccolta va dagli anni Sessanta al 2023. La cosa più bella è stata l’entusiastica partecipazione di musicisti, appassionati e collezionisti, che hanno tirato fuori i loro manifesti conservati per anni.

Ogni manifesto è descritto con data, nomi dei musicisti, provenienza (spesso da collezioni private), autore della grafica e dimensioni. È un modo per restituire dignità a oggetti che sono vere testimonianze culturali.

C’è già l’idea di una seconda edizione?

Questa è una prima raccolta, un punto di partenza. Spero che chi visita la mostra o legge il libro pensi: “Anch’io ho dei manifesti!” e magari voglia contribuire a una nuova edizione. Progetti come questo vivono grazie alla memoria collettiva.

Dove si può trovare il libro?

Ha un codice ISBN, è reperibile online e sarà disponibile anche in libreria e nei negozi di dischi. E naturalmente, chi passa dal Teatro Cristallo può sfogliare alcune delle pagine esposte in mostra, fino al 31 gennaio.

Autore: Till Antonio Mola

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti

Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

Luciano Bettoni: dal canestro ai bersagli

Luciano Bettoni, per tutti semplicemente “Ciano”, è una figura nota nel panorama sportivo bolzanino. Classe 1962, con i suoi due metri d’altezza ha calcato per anni i parquet della pallacanestro locale, arrivando fino alla Serie C con la storica società del Savoia Bolzano. Ma se il basket ha segnato la sua giovinezza e buona parte dell’età adulta, oggi Bettoni ha trovato una nuova passione sportiva, forse meno nota, ma altrettanto affascinante: il tiro con l’arco.

“La mia esperienza cestistica è durata circa dieci anni,” racconta. “Ho giocato fino al 1993, e poi ho smesso del tutto nel ’95. Ma nel 2006 sono tornato in campo, questa volta come allenatore di alcune squadre del basket Piani.”

Una volta chiusa anche questa parentesi, però, la passione per lo sport non si è spenta. Anzi, si è semplicemente trasformata. “Tutto è nato per caso,” spiega. “Passeggiando in via Torino con mia moglie ci siamo imbattuti in una promozione per un corso di tiro con l’arco. Abbiamo deciso di provarlo insieme. Lei ha smesso dopo poco, ma io ci ho preso gusto. E non ho più smesso.”

Chi pensa al tiro con l’arco solo come a uno sport da Olimpiadi, con atleti impassibili e archi supertecnologici, forse non conosce la ricchezza e varietà di questa disciplina. “Quelli olimpici sono archi dotati di mirini e stabilizzatori, pensati per colpire bersagli a 70 metri con grande precisione,” spiega Bettoni. “Poi c’è l’arco compound, anch’esso sofisticato, con carrucole che facilitano la trazione. Ma io uso l’arco ludo, un arco tradizionale, simile al ricurvo olimpico, ma privo di mirini e stabilizzatori. La mira è più istintiva: si punta con la freccia e la precisione si affina soprattutto con l’allenamento.”

Una pratica che ha qualcosa di meditativo, oltre che sportivo. “Colpire ripetutamente il bersaglio richiede concentrazione, pazienza, autocontrollo. Non è semplice, ma proprio questo lo rende affascinante.”

Nel corso dell’intervista si accenna anche agli archi più semplici, simili a quelli utilizzati in epoche remote, come quello di Ötzi. Bettoni spiega che si tratta dei cosiddetti archi istintivi, realizzati interamente in legno e spesso costruiti a mano. “Sono strumenti essenziali, privi di mirini o supporti tecnologici,” sottolinea, “ma proprio per questo richiedono grande abilità e molta pratica.”

Oggi Luciano fa parte dell’associazione sportiva Arcieri Bolzano, che conta una cinquantina di soci attivi. “In provincia di Bolzano sono attive sette società,” precisa. “Oltre a Bolzano, ci sono club a Merano, Bressanone, Vipiteno, Brunico, Caldaro e Laives. La rete c’è, ma i giovani che si avvicinano a questo sport sono ancora pochi.”

Eppure, la dimensione “di nicchia” del tiro con l’arco è anche il suo punto di forza: un’attività che si può praticare all’aperto, in mezzo alla natura, lontani dal rumore e dalla frenesia. “Molti si avvicinano proprio per questo: per cercare qualcosa che unisce il movimento alla calma, la tecnica all’istinto.”

Per chi volesse avvicinarsi al tiro con l’arco a Bolzano, il primo passo è semplice: basta cercare online “Arcieri Bolzano” per accedere al sito ufficiale dell’associazione, dove si trovano tutti i contatti utili per richiedere informazioni e iscriversi a un corso. Non serve conoscere nessuno né avere esperienza: il tiro con l’arco è davvero uno sport aperto a tutte le età, dai bambini ai più anziani. “Seguiamo persone dai nove ai novant’anni,” spiega Bettoni, che insieme ad altri due istruttori accompagna i nuovi arcieri nei primi passi verso il bersaglio.

Un’attività che richiede concentrazione, pazienza e precisione — ma che, come dimostra la storia di Ciano, può trasformarsi in una vera e propria passione. Anche quando si pensa che la propria carriera sportiva sia ormai alle spalle.

Autore: Till Antonio Mola

Bolzano che guarda al futuro

La vita è fatta di speranze per il futuro e sguardi al passato non solo per le persone nella loro individualità, ma anche per le comunità e i luoghi in cui le nostre vite si svolgono. Bolzano è una città in un territorio pieno di storia e memorie comuni, divise e contese. La sua storia è fatta di continue negoziazioni e trasformazioni e questo la rende un luogo speciale. La nostra città ha un passato non dei più facili da trasmettere. L’incontro delle due dittature — fascista e nazista — ha prodotto un esito particolare ed emotivamente complesso. Questa storia è rimasta negli edifici, nelle strade e nelle piazze.

Le istituzioni bolzanine nel tempo hanno avuto approcci differenti nei confronti di questi elementi del passato. Delle Semirurali è rimasta solo una casetta e del campo di transito di via Resia solo un muro mentre altri monumenti ed edifici sono ancora in piedi. L’azione istituzionale nei confronti di questi luoghi, negli ultimi anni, è stata esemplare: la difficoltà di affrontare un passato così complicato e doloroso non ha portato a una volontà di distruzione di questi luoghi rappresentativi, ma a una risignificazione di essi; sono diventati spazi in cui ripensare criticamente al passato in modo da  guardare al futuro con buon senso e consapevolezza.

Il Monumento alla Vittoria è stato trasformato in un museo gratuito, intitolato “BZ ’18–’45: un monumento, una città, due dittature”, che vuole accompagnare i visitatori lungo un duplice percorso critico che segue la storia della sua costruzione e quella della città tra il 1918 e il 1945, includendo la seconda guerra mondiale, le dittature e le contese e le discussioni che hanno fatto parte della sua evoluzione. Chi visita e vede questo luogo oggi ha la possibilità di farne tesoro come strumento per guardare il mondo.

Allo stesso modo, il bassorilievo di piazza del Tribunale, sulla Casa Littoria (oggi Palazzo degli Uffici Finanziari), edificio simbolo del fascismo, in cui sono rappresentati il Duce a cavallo con il motto fascista a fianco, è stato risemantizzato attraverso l’attivazione della citazione di Hannah Arendt “Nessuno ha il diritto di obbedire”, dal libro La banalità del male. La scritta luminosa attraversa l’intero bassorilievo e illumina la piazza. Anche qui c’è un invito alla riflessione e a pensare criticamente a ciò che significa e ha significato quel pezzo di pietra e al ruolo che ogni individuo può avere in un contesto come quello ricordato.

Anche la Biblioteca dell’Eurac Research è un altro esempio: l’edificio era la palestra della Gioventù Italiana del Littorio, oggi invece rappresenta un luogo di ricerca, evoluzione, apertura mentale e internazionale, in cui l’integrazione di lingue e culture differenti è importantissima ed è alla base dei successi nella ricerca.

Anche il museo delle Semirurali e il percorso del campo di transito di Bolzano fanno parte di questo mondo: il potersi muovere fisicamente all’interno o a fianco di questi luoghi e utilizzare lo spazio per conoscere il passato e le individualità che sono passate di lì è uno strumento fondamentale di apprendimento storico ed empatico.

Bolzano è diventata un paradigma nell’ambito della memoria e della gestione di monumenti e passati contesi e difficili, grazie alla sua capacità di fare tesoro delle proprie difficoltà con un fine responsabile e positivo e con uno sguardo consapevole al futuro.

Autrice: Anna Michelazzi

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Stefano Zangrando e i padri che “si saltano”

Autore e traduttore di lungo corso, originario di Bolzano e oggi residente a Rovereto, Stefano Zangrando ha recentemente pubblicato con l’editore nazionale Arcadia (Cagliari) il romanzo “I padri si saltano”: una storia che intreccia memoria, identità e territori interiori. Lo abbiamo incontrato per parlare di scrittura, traduzione e delle affinità silenziose tra l’Alto Adige e la Sardegna.

// Di Till Antonio Mola

Nel suo nuovo romanzo I padri si saltano (Arkadia Editore), lo scrittore e traduttore Stefano Zangrando propone un racconto che si muove con delicatezza tra piani temporali diversi. Il romanzo esplora in modo stratificato il rapporto tra presente e passato, soffermandosi sui temi dell’identità, dei legami familiari e delle eredità invisibili che si trasmettono di generazione in generazione.

Il racconto si sviluppa tra memorie e indagini personali, in un intreccio che abbraccia oltre un secolo di storia – dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri – e che prende forma durante i mesi sospesi del primo lockdown. Sullo sfondo del romanzo emerge anche la tensione che attraversa la relazione di coppia del protagonista, acuita dalla convivenza forzata. Eppure, nonostante i conflitti e le distanze emotive, resta saldo lo sforzo comune – talvolta silenzioso, ma costante – di offrire alla figlia, in età preadolescenziale, una crescita serena e il più possibile protetta dal clima di incertezza. Zangrando restituisce con grande precisione l’atmosfera surreale di quel periodo, ma la mantiene sempre sullo sfondo, come una cornice discreta che non ruba mai la scena alla narrazione.

Il secondo protagonista è un ex dj berlinese – si scoprirà che anche lui ha legami familiari in provincia di Bolzano – che vive da tempo ritirato su una barca nel porto di Cagliari. Sarà lui a contattare l’insegnante via internet, ricordandogli un fugace incontro a Berlino avvenuto anni prima, quando il professore lavorava come ghostwriter di biografie. Ora, gravemente malato, l’ex dj desidera affidargli il compito di scrivere la propria autobiografia, prima del suo “dissolvimento” (cit.).

L’accordo tra i due si concretizza a distanza: l’insegnante raccoglierà la voce del dj tramite chat e messaggi vocali su WhatsApp. Ma presto la stesura dell’autobiografia si trasforma in un’indagine più profonda. Il professore comincia a interrogarsi sul vero motivo per cui proprio lui sia stato scelto per questo incarico, dando avvio a una vera e propria ricerca a ritroso nel tempo, tra documenti, ricordi e connessioni che si rivelano sempre più sorprendenti.

Il romanzo, che si sviluppa in poco meno di 200 pagine, trova il suo ritmo dopo le prime sezioni introduttive e diventa via via sempre più coinvolgente. L’intreccio familiare è complesso e richiede attenzione, soprattutto nella comprensione dei legami parentali, ma Zangrando è abile nel gestire la trama, ricompensando il lettore con una seconda parte del libro ricca di rivelazioni. Le ultime ottanta pagine scorrono con ritmo serrato, chiudendo sapientemente i cerchi narrativi aperti all’inizio. E il finale – o, meglio, i finali – arrivano inaspettati, lasciando il segno con tutta la tensione emotiva della vita vera.

I padri si saltano è un romanzo che riflette sulle eredità, visibili e invisibili, che ci formano e ci condizionano, ma anche sulle fratture, le assenze e le domande lasciate in sospeso. Un’opera che interroga in profondità i legami familiari, spingendo a confrontarsi con ciò che ci è stato trasmesso, scelto o negato.

L’INTERVISTA

Che ruolo ha la traduzione nel suo percorso di scrittore?

La traduzione, per me, è un atto di servizio. Al servizio dell’opera, certo, ma anche di chi la leggerà in un’altra lingua. Tradurre significa mettere a disposizione la propria sensibilità, il proprio stile, il proprio orecchio. Occorre saper calibrare registri, toni, ritmi. In questo senso, credo che un buon traduttore debba essere anche un po’ scrittore.

Detto questo, tradurre parte da qualcosa che esiste già. Scrivere, invece, è un gesto di invenzione. Non solo immaginazione linguistica – che pure è centrale in ogni buona traduzione – ma anche creazione di un mondo, di personaggi, di motivazioni. È un processo più ampio, che coinvolge anche la dimensione profonda dell’identità.

Il suo ultimo romanzo è pubblicato da un editore sardo. Come nasce questa collaborazione?

È una storia curiosa. Il mio libro precedente, uscito nel 2018, fu pubblicato proprio da Arcadia, il principale editore sardo di narrativa. Da lì è nata una collaborazione che ho deciso di proseguire anche per I padri si saltano.

Anche la storia, del resto, ha un legame con la Sardegna: uno dei protagonisti è un uomo di origini altoatesine che vive nel porto di Cagliari. In questo senso, mi è sembrato coerente restare con un editore radicato in quel territorio. E poi tra Sardegna e Alto Adige esistono affinità profonde: sono entrambe regioni autonome, con lingue e culture forti, fiere, attraversate da forme di bilinguismo. Forse tutto questo non è esplicito nel romanzo, ma è certamente presente in filigrana.

Il titolo colpisce: I padri si saltano… 

È un riferimento a una dinamica generazionale molto diffusa. Crescendo, in particolare nell’adolescenza, ci si definisce spesso per opposizione ai genitori, e ai padri in modo particolare.

Nel mio romanzo, il protagonista cerca di ricostruire le proprie origini. Parla molto dei nonni, degli antenati, ma il padre è un’assenza. Un’assenza pesante: lo ha rinnegato. Quel silenzio diventa un vuoto centrale, attorno al quale si costruisce la narrazione. È un vuoto che, pagina dopo pagina, si carica di significati e porta alla luce un segreto che non posso svelare qui.

Il libro è uscito da poco. Come sta venendo accolto?

Le prime reazioni sono molto incoraggianti. Il quotidiano Il Messaggero, ad esempio, lo ha inserito tra i “gialli italiani” da regalare, accanto a nomi importanti del genere. Anche se I padri si saltano non è solo un giallo: è un thriller letterario, un romanzo che parla anche di musica, di Storia, di identità. È un libro che cerca di tenere insieme tensione narrativa e profondità di sguardo.

Autore: Till Antonio Mola

Gli studenti del Torricelli e “La Corrida”, il loro giornalino

Luca Schöpf frequenta la classe quinta al liceo Evangelista Torricelli ed è uno dei caporedattori del giornalino scolastico La Corrida. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questa esperienza.

Com’è nata La Corrida? 

È nata quattro anni fa dopo dieci anni di assenza del giornalino scolastico. Al primo incontro eravamo una decina insieme a un professore di riferimento. Abbiamo parlato di idee ed eletto il primo caporedattore. Dopo i primi mesi abbiamo iniziato a plasmarlo a nostro piacimento con criteri che ci riunivano: l’obiettivo di creare un gruppo con lo scopo di migliorare e imparare. Abbiamo scelto il nome La Corrida come riferimento al simbolo del Torricelli, il toro, e al fatto che questo giornalino, come la corrida, è una grande sfida. Dopo mesi di lavoro riuscire a stamparlo e distribuirlo è stata una grande emozione. 

L’appoggio scolastico c’è sempre stato?  

Sì, il primo anno la scuola ci finanziava. Dal secondo anno con l’arrivo nel giornalino di altre insegnanti siamo riusciti a entrare in contatto con COOLtour dell’Associazione La Strada-Der Weg e grazie alla collaborazione con loro siamo riusciti ad aumentare i numeri e a elevare il livello del materiale tipografico. L’appoggio scolastico si fa sentire dalle insegnanti D’Angelo, Terzoni, Della Nebbia e Caliari che ci forniscono correzione dei testi e sostegno. 

Quanti siete in redazione e come vi organizzate? 

Negli anni i numeri sono variati molto: da una decina a circa sei. Da quest’anno siamo in una ventina. L’anno scorso l’ex caporedattore ha finito il liceo e quindi da quest’anno abbiamo ricominciato tutto da capo ridistribuendo i ruoli e i temi. Siamo in cinque capi redazione a gestire i partecipanti:  io, Mun, Silvia, Dorotea e Maya. 

Avete una dimensione anche digitale?

Sì, esce poco dopo quella cartacea sul sito della scuola; stiamo inoltre cercando di migliorare la pagina instagram @lacorridadeltorri. Oltretutto abbiamo iniziato a lavorare per realizzare un podcast “La Voce del Toro” in collaborazione con Spazio. Credo che le prime puntate usciranno a gennaio. 

Quali sono i temi principali che trattate?

Abbiamo articoli che spaziano dall’attualità alla scienza ai giochi logici e l’oroscopo; c’è attenzione anche per l’arte e la creatività grazie alla sezione dedicata ai disegni e alla scrittura creativa. 

Come prevedete di portare avanti il progetto anche quando la redazione arriverà alla maturità e quindi lascerà la scuola? 

Non c’è mai stata una maggioranza di una specifica classe quindi c’è un buon ricambio e il testimone viene passato in maniera tranquilla; stiamo già iniziando a istruire i più piccoli così che possano prendere le redini dall’anno prossimo. 

State già progettando il futuro del giornalino?

Ci piacerebbe spingere il giornalino perché sia un progetto visto e compreso di più in modo da diventare un luogo di confronto in cui esprimersi e imparare insieme.

Autrice: Anna Michelazzi