Un’oasi di fiori lungo le strade della città

Arriverà l’inverno, che coprirà la terra con la neve ed il ghiaccio. Poi tornerà la primavera, e la sorpresa sarà enorme, quell’area splenderà di luce propria da un manto di fiorellini colorati: anche la città di Laives partecipa al progetto “Prati fioriti” che aiuta i comuni dell’Alto Adige a creare e mantenere prati fioriti con semi di piante locali.

Le farfalle, le api selvatiche, i sirfidi e i coleotteri sono responsabili dell’impollinazione di circa due terzi di tutte le specie vegetali del mondo e garantiscono così un terzo della produzione alimentare globale. Tuttavia, questi insetti non possono sopravvivere nelle nostre città e nei nostri paesi fortemente sigillati o sui prati all’inglese. La popolazione di molte specie di insetti è diminuita drasticamente negli ultimi anni e decenni. È quindi fondamentale proteggere gli impollinatori, non solo per gli insetti stessi ma anche per gli esseri umani.

Per garantire che tutti gli altri impollinatori trovino un posto dove vivere nel paesaggio urbanizzato e utilizzato in modo intensivo, in molte comunità altoatesine si stanno piantando prati fioriti di alto valore ecologico, con semi di specie vegetali autoctone che si adattano alle condizioni locali. Nessun altro habitat al mondo ospita così tante specie vegetali in uno spazio così ridotto: oggi i prati fioriti sono minacciati dall’agricoltura intensiva, dall’uso eccessivo di fertilizzanti organici (letame, liquami) e dalla risemina dei prati, oltre che dallo sfalcio troppo frequente e precoce. Per questo motivo, i prati fioriti devono essere preservati o addirittura creati ex novo attraverso misure specifiche. 

Così, proprio nell’ambito del progetto “prati fioriti”, i tecnici del Comune, in collaborazione con la Giardineria comunale, hanno individuato alcuni punti strategici per realizzare il progetto nel capoluogo della Bassa Atesina: lungo la ciclabile fra Pineta e la rotatoria nord, all’interno del nuovo anello ciclabile in zona Galizia e verso il confine con Bronzolo sono zone che verranno trasformate in prati con fiori colorati e di diverse specie proprio per creare un habitat per gli insetti impollinatori e promuovere la biodiversità in città.
Il progetto è supportato da: Dachwerband, Stiftung Südtiroler Sparkasse, Versuchszentrum Laimburg, Vereine Sortenarten Südtirol e Filiera Futura. 

Autore: Luca Masiello

Spogliatoio: un podcast per guardarsi dentro 

Spogliatoio è il nuovo podcast di Valentina Mazzurana e Luca Merlini di CollettivoMOOD in cui i protagonisti si mettono a nudo e raccontano delle proprie esperienze di salute mentale e di come sono riusciti a risolverle. Valentina, musicoterapeuta, offre le sue orecchie non giudicanti mentre Luca cura la parte tecnica creando una serie di storie coinvolgenti e che riguardano tutti e tutte. 

Com’è nato Spogliatoio? 

L’idea era nata un po’ diversa: un’amica che ha vissuto una depressione profonda, un disturbo bipolare e tante altre cose nella sua vita, ha sempre scritto e raccontato di ciò che affrontava in dei diari. Un giorno ha iniziato a leggerne dei passi su Instagram e noi, rimasti colpiti da quello che scriveva, le abbiamo proposto di trasformare i suoi diari in un podcast in cui avremmo potuto ripercorrere la sua vita. Qquando ci siamo incontrati, abbiamo appurato che la quantità di diari era troppo grande per riuscire a creare qualcosa in poco tempo. Riflettendo abbiamo pensato che avrebbe potuto essere interessante aprire questa cosa a tutti. Così abbiamo deciso: abbiamo registrato i primi tre episodi con lei e poi siamo partiti con altri protagonisti. Quest’evoluzione ci è piaciuta molto: ci permette di trattare svariati temi e permettere a sempre più persone di riconoscersi. Il titolo è stato dato proprio cercando un’immagine che rappresenti una persona che si racconta. Lo spogliatoio è infatti il posto in cui una persona apre l’armadio e tu puoi vederci dentro; il luogo dove si mette a nudo e dove spesso capita di chiacchierare e finire per raccontarsi l’intera vita. 

Qual è il tono del podcast?

è come una chiacchierata tra amici al bar, senza giudizio. Siamo liberi di dire tutto quello che vogliamo e cerchiamo di farlo nel non giudizio più totale. È veramente coraggioso da parte di chi viene raccontarsi. Entrare nei dettagli – per quanto a volte siano dolorosi e aprirsi – può essere destabilizzante, però abbiamo visto che funziona e speriamo che possa effettivamente aiutare chi magari sta affrontando problemi simili. I temi sono davvero svariati, ad esempio un episodio parla di chi vive accanto a una persona che sta affrontando delle problematiche ed è un aspetto che spesso e volentieri resta in ombra. 

Quali sono gli aspetti più difficili del raccontare queste esperienze? 

Sicuramente il ripercorrere un dolore che ci ha toccato profondamente e anche la paura del giudizio o delle reazioni di chi ascolterà la puntata. Noi permettiamo di parlare nell’anonimato e cerchiamo di far sentire gli ospiti a proprio agio e non giudicati, in un posto sicuro. Valentina è molto brava in questo e a guidare gli ospiti nel proprio racconto così da creare una storia che sia coinvolgente. 

Qual è il vostro obiettivo?

Destigmatizzare la salute mentale, riuscire a superare certi tabù. Le cose belle si raccontano, ma quelle brutte non come se fossero un errore. Non è così: se tu sei una persona sofferente, dovresti sentirti libero di raccontare la sofferenza. Un’esperienza che ti ha fatto stare male è comunque una cosa da raccontare. Fa tutto parte della vita. Perchè bisogna sentirsi in dovere di nascondersi quando si affronta un periodo buio? Raccontiamolo! Forse questo è anche il modo migliore per poterlo proprio superare, il periodo buio.

Cosa vi ha fatto dire “c’è bisogno di un altro podcast sulla salute mentale”?  

In realtà non ci siamo posti il problema, è stata la passione a trainarci. Noi non ci guadagniamo, amiamo creare e quest’idea ci ha appassionato subito. È bellissimo creare i podcast, avere il microfono davanti e cuffie sulla testa. È una bella sensazione, si è concentrati solo su quello che si sta facendo. 

Cercate altri protagonisti?

Sì! Se c’è qualcuno che ha voglia di raccontarsi noi siamo qui. Non bisogna pensare di non avere nulla da raccontare perchè non è mai così, ognuno di noi ha un’esperienza che ci ha cambiato oppure è lì che fluttua sempre, è un’occasione per mettersi in gioco e imparare a parlare delle nostre debolezze. Questa cosa può far bene a tutti.

Dove vi si può ascoltare e contattare?

Per ascoltarci ci trovate su tutte le piattaforme mentre per contattarci potete scrivere una mail a Valentina: mazzurana.mt@gmail.com, vi aspettiamo in tanti e tante! 

Autrice: Anna Michelazzi

Arci Scacchi Bolzano, una storia di crescita e conquiste

Quarant’anni di passione, tornei e amicizia: il circolo fondato nel 1983 festeggia la seconda squadra in Serie A e l’ingresso di due delegati nella Lega Scacchi Alto Adige.

Quella dell’Arci Scacchi Bolzano è una storia di passione e continuità. Nata all’inizio degli anni Ottanta da un gruppo di ragazzi, l’associazione si è inserita con naturalezza nel panorama scacchistico provinciale, in gran parte di lingua tedesca. Oggi il circolo è bilingue e aperto, e accoglie giocatori di varie provenienze uniti dalla passione per gli scacchi. Abbiamo intervistato Arnaldo Brandolese, presidente dell’associazione, che ci ha raccontato come il gioco degli scacchi possa unire generazioni e culture diverse, e perché la loro partita, a Bolzano, è ancora tutta da giocare.

Presidente Brandolese, che cos’è la Lega Scacchi dell’Alto Adige e quale ruolo ha oggi Arci Scacchi?

La Lega Scacchi della Provincia di Bolzano riunisce i rappresentanti dei circoli attivi sul territorio, oggi circa venticinque. Ogni paese ha la sua realtà, e insieme formano un movimento vivace. L’Arci Scacchi è nata nel 1983 e da allora si confronta con questa realtà, inizialmente in sordina: eravamo un gruppo di ragazzi, mentre gli altri circoli erano già strutturati. Ci è voluto tempo perché il nostro lavoro fosse riconosciuto.

Oggi però il riconoscimento è arrivato.

Sì. Ci siamo fatti conoscere organizzando tornei, anche internazionali, e partecipando ai campionati a squadre. Siamo partiti dalla Serie D e siamo saliti, stagione dopo stagione, fino alla Serie A locale.

Da tempo una nostra squadra milita in questa categoria, ma la novità è che da quest’anno ce n’è una seconda: una formazione giovane, cresciuta nel nostro vivaio, che lo scorso anno ha conquistato la promozione dalla B. Ora le due squadre Arci Scacchi giocano fianco a fianco nella massima serie altoatesina.

E non è l’unica novità del 2025.

Già. Da quest’anno siamo presenti nella Lega Scacchi Alto Adige (LSAA) con due nostri delegati, già attivi nel circolo: un segnale di fiducia nei nostri confronti e di integrazione nel contesto provinciale.

Come si colloca la Lega Scacchi rispetto alla Federazione Italiana?

La Federazione Scacchistica Italiana (FSI), riconosciuta dal CONI, è rappresentata a livello regionale dai circoli affiliati. In Alto Adige però solo due circoli risultano iscritti, perciò la provincia vive una situazione particolare, con un referente unico che coincide con Andreas Steger, presidente anche della LSAA. La Lega Scacchi Alto Adige è quindi un organismo autonomo che rappresenta la maggior parte dei circoli e coordina l’attività provinciale.

Chi volesse partecipare alle attività di Arci Scacchi, come può fare?

Ci troviamo a giocare il lunedì, martedì e mercoledì dalle 17.15 alle 18.45 presso l’ex Circolo Nikoletti, in via Nazario Sauro 6. Durante l’anno organizziamo corsi, tornei e incontri informali, perché gli scacchi non sono solo competizione ma anche amicizia e socialità. Tutte le informazioni sono su www.arciscacchi.it o scrivendo a info@arciscacchi.it. Il circolo è presente anche su Facebook e Instagram come Arci Scacchi Bolzano.

Autore: Till Antonio Mola

Anita, “Il mondo è donna” e Nilde Iotti

“Il mondo è donna” è un progetto che ogni anno sceglie una figura femminile da un diverso continente come protagonista di un murales. Anita Danese, autrice dell’opera di quest’anno, racconta la sua esperienza.

Quest’anno il progetto ha scelto di rappresentare l’Europa attraverso la figura di Nilde Iotti. Cosa ti ha colpita di più di lei e come hai deciso di interpretarla nel tuo murales?

All’inizio ero indecisa tra due figure: Margherita Hack e Nilde Iotti. La scelta è poi ricaduta su Nilde Iotti perché come donna attiva in politica, mi è sembrato importante ridarle visibilità, soprattutto nel contesto politico attuale, in cui la Storia è troppo spesso dimenticata o cancellata. Rappresentarla è stata una vera sfida: è una figura complessa, una donna che ha lottato per i propri ideali ma che ha anche vissuto momenti difficili, sia pubblici che personali. Poterle dedicare un muro, uno spazio visibile e pubblico, è stato per me un grande onore.

Da dove sei partita per progettare il murales e come si è sviluppata l’idea fino al risultato finale?

La prima fase è stata una ricerca approfondita sulla sua vita e attività politica, cercando di capire chi fosse davvero e cosa rappresentasse. Era importante per me partire da una conoscenza reale della persona prima ancora che del personaggio. Poi è iniziata la parte più complessa, quella della sintesi visiva.

Ho sperimentato stili e idee diverse, lasciandomi ispirare anche da altri muralisti. Il confronto con Cristian Luccarini (Oakmood) e con il team di COOLtour è stato fondamentale: mi ha aiutata a capire come trasformare la mia idea in un murales concreto. Era la mia prima esperienza di pittura su parete, e lavorare su una scala così grande, con un’opera destinata a restare pubblicamente visibile, è stato emozionante e anche un po’ spaventoso. Ma proprio per questo è stato un percorso di grande crescita personale e artistica.

Citando COOLtour, in che modo il percorso con questo servizio ti ha aiutata?

Ho iniziato a collaborare con loro nel 2022, un po’ per caso, grazie ad alcune amiche che già partecipavano ai progetti e da allora ho preso parte a diverse iniziative legate all’arte visiva. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Non vengo da un percorso artistico tradizionale — prima dell’Accademia di Belle Arti non avevo mai avuto occasioni concrete per esprimermi — e COOLtour mi ha dato lo spazio per sperimentare. È stato anche un modo per costruire una rete e trovare una mia voce artistica. Lavorare su progetti reali, con un obiettivo condiviso, mi ha fatto capire che avevo davvero qualcosa da dire, e che già possedevo gli strumenti per farlo.

Quale significato volevi trasmettere con l’opera?

Il murales è composto da tante micro scene che insieme raccontano la complessità di Nilde Iotti. Ho realizzato diversi bozzetti prima di trovare un equilibrio tra la sua forza politica e la sua umanità. Una ricerca di equilibrio tra la sua forza personale e il suo ruolo pubblico, tra libertà e responsabilità. Le molte sfaccettature che ognuno di noi porta dentro, i diversi ruoli e le diverse identità che convivono in una stessa persona.

Quale reazione o riflessione speri di suscitare in chi vedrà il murales?

Ciò che volevo davvero, rappresentando Nilde Iotti, era restituirle visibilità e il riconoscimento che merita. Averla esposta allo sguardo di tutti, è già per me un gesto simbolico importante. Volevo che le persone la vedessero, la ricordassero, insieme a simboli riconoscibili per tutti, come i papaveri, che richiamano memoria, fragilità e resistenza. Mi piace pensare che la sua storia resti aperta, che continui attraverso le nostre, e che questo murales possa trasmettere un senso di lotta comune e di impegno ancora vivo.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

“Lavoriamo per la vita” 

Riflettiamo sul valore delle cure palliative attraverso le parole del dott. Massimo Bernardo e l’azione dell’associazione Il Papavero / der Mohn.

“Se non posso morire a casa, allora vorrei farlo qui.”

Lo disse mia madre un giorno, durante una visita al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, mentre aspettava di incontrare il dottor Bernardo. Era in cura, ma non ricoverata. Eppure, le bastò entrare in quel luogo per percepirne l’energia profonda: un clima fatto di ascolto, rispetto e umanità. Parole semplici, nate da un’impressione sincera, che ancora oggi porto con me.

Negli ultimi anni sono stato un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita. Partendo da quel vissuto, sento oggi l’urgenza di raccontare il tema della cura delle persone anziane e, più in generale, del sistema cura, con una narrazione che non sempre coincide con l’immagine che i servizi – e chi li gestisce – propongono di sé.

Questo è il primo passo di un percorso che darà voce a professionisti, volontari, pazienti e familiari, per restituire complessità e profondità al tema delle cure.

Il desiderio di restituire uno sguardo più profondo sulla cura mi ha portato a incontrare due voci autorevoli che da anni si muovono in questo ambito: Mara Zussa, presidente dell’associazione Il Papavero / der Mohn, e il dottor Massimo Bernardo, fondatore e per lungo tempo primario del reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano.

L’incontro si è svolto nella sede dell’associazione, in piazza Firmian: uno spazio che, come il lavoro che vi si svolge, è dedicato all’ascolto, alla presenza, alla relazione.

L‘INTERVISTA

Come nasce l’associazione Il Papavero / der Mohn?

Mara Zussa – Dopo un’esperienza personale, volevo fare qualcosa per il reparto. All’inizio pensavo di donare libri. Ma fu il dottor Bernardo a propormi qualcosa di più: creare un’associazione per far conoscere le cure palliative. Così, nel 2005, è nato Il Papavero.

Qual è oggi il vostro ruolo?

Mara Zussa – Siamo presenti ogni giorno nel reparto di cure palliative con i nostri volontari, che offrono ascolto, compagnia e normalità. Non svolgiamo attività sanitarie. A volte basta poco: un tè, una parola, una presenza silenziosa. È un lavoro relazionale, delicato, che parte dall’ascolto.

Avete anche un servizio domiciliare?

Mara Zussa – No. L’assistenza domiciliare è garantita dall’Azienda Sanitaria attraverso le proprie équipe. Noi operiamo solo all’interno del reparto, dove possiamo organizzare turni stabili. A domicilio servirebbero numeri e risorse che oggi non abbiamo. E poi, è bene ricordarlo: il volontario non è un operatore sanitario, ma una figura di supporto umano, non clinico.

Massimo Bernardo – Va detto però che il domicilio è parte integrante delle cure palliative, non un’alternativa. La legge 38 del 2010 garantisce a ogni persona il diritto a riceverle nel luogo che preferisce, casa compresa. Ma perché questo funzioni, serve tempo, organizzazione, e una rete strutturata. Non si può improvvisare un accompagnamento in 48 ore.

Dottor Bernardo, dopo tanti anni nel reparto lei oggi è in pensione ma resta nell’associazione. Perché?

Mssimo Bernardo – Perché è qui che posso continuare a fare ciò in cui credo. Dopo il pensionamento ho ricevuto proposte da strutture private, ma il mio posto è accanto a chi porta avanti una visione di cura fondata sull’ascolto e sulla relazione. All’interno dell’associazione collaboro sul piano scientifico e formativo, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in anni di reparto, in un contesto dove la centralità della persona resta il primo valore. Le cure palliative non sono la fine. Sono un modo per vivere bene, anche nella fragilità. 

Come spiegherebbe le cure palliative a chi non le conosce?

Massimo Bernardo – Dico spesso che non lavoriamo per la morte, ma per la vita. Il nostro compito non è “far morire bene”, ma far vivere bene fino all’ultimo.

C’è un’immagine che uso spesso: quella dell’uomo che cade da un grattacielo. A ogni piano qualcuno gli dice “fin qui tutto bene”, ma lui sta precipitando. Ecco: il nostro lavoro è aiutarlo ad atterrare il più dolcemente possibile.

Quando dovrebbero iniziare le cure palliative?

Massimo Bernardo – Molto prima. Spesso arrivano solo negli ultimi giorni. Ma dovrebbero iniziare già alla diagnosi di una malattia inguaribile, anche se mancano anni. Solo così possiamo costruire un percorso. Altrimenti, la persona non ha tempo per capire, scegliere, vivere con consapevolezza. E poi ci sentiamo dire: “Se l’avessimo saputo prima…”

Il reparto è spesso visto come un luogo triste. Ma chi lo conosce racconta altro…

Mara Zussa – Sì, molti parlano di leggerezza, perfino di serenità. Noi cerchiamo di dare valore a ogni istante. Una poesia, un gesto, un ricordo. Non possiamo cambiare il destino, ma possiamo rendere più leggero il cammino.

Perché è importante che esista un’associazione come la vostra?

Massimo Bernardo – Perché restituisce umanità alla cura. È un ponte tra il sistema sanitario e la persona. Curare non è solo somministrare farmaci, ma anche esserci, accompagnare, restare vicini. Ed è questo che cerchiamo di fare, ogni giorno.

L’ASSOCIAZIONE

Associazione di volontari che opera accanto al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, con presenza quotidiana e attività di ascolto e supporto rivolte a pazienti e familiari.

Tra le iniziative: “A disposizione”, sportello settimanale di consulenza su cure palliative e Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), e “I martedì del Papavero”, incontri pubblici di approfondimento su temi legati alla fine della vita.

L’associazione si sostiene grazie a donazioni, che rappresentano la sua unica fonte di sostentamento. I fondi raccolti vengono utilizzati per acquisti importanti per il reparto, tra cui arredi, veicoli e strumentazione medica.

Il Papavero / der Mohn

Piazza Firmian 1/a – Bolzano

Tel. 0471 913337 

info@ilpapaverodermohn.org

ilpapaverodermohn@pec.it 

www.ilpapaverodermohn.it

IBAN: IT11 P058 5611 6010 5057 1306 523 – CF: 94100310211

Autore: Till Antonio Mola

Tra Napoli e Bolzano: la poesia di Moni

C’è un filo invisibile che unisce Napoli e Bolzano, il mare e le montagne, l’azzurro del Vesuvio e il verde dei laghi altoatesini. È il filo che attraversa la vita e la scrittura di Monica Attanasio, poetessa e operatrice sociale che porta la poesia nei luoghi dell’incontro e della fragilità. Le sue parole nascono dove il corpo e l’emozione si toccano, dove il reale si fa materia poetica.

Se ti dico “Napoli”, quali immagini ti arrivano per prime? E Bolzano?

Mi arriva il colore azzurro. Azzurro cielo, azzurro mare, azzurro come la squadra del Napoli, come il Vesuvio di giorno. È l’immagine che arriva prima di tutto: prima della mia famiglia, della musica che è ovunque, della luce del sole che gioca tra gli edifici e del rosso pompeiano. È il colore della mia città, che al tramonto si mescola ad altri toni intensi, infuocati, fino a “ciccarsi” nel mare fluo. Lì, l’azzurro finisce. Se invece dici Bolzano, penso al mio posto magico: il lago di Monticolo. Vivere vicino a quel lago mi rende serena. Né a Berlino né in Svizzera ho mai trovato un posto così caro.

Come descriveresti il tuo modo di fare poesia?

Mi piacciono le immagini, i profumi, la melodia delle parole. La mia poesia è flusso di coscienza, ma anche meditazione e contemplazione. Trovo poetico ciò che altri non immaginano: una fabbrica abbandonata, una spiaggia sporca, il gesto di pulire le gambe putrefatte di una donna senza dimora che si affida a un altro essere umano per la prima volta. È poetico quando qualcuno mi affida la propria storia: quello è il privilegio più grande.

Cosa succede nei tuoi laboratori di scrittura?

Dipende dalle persone che compongono il gruppo. Io mi sento una facilitatrice: osservo le dinamiche, i desideri, e da lì costruiamo insieme gli obiettivi. Con artisti stimolo il pensiero filosofico ed emotivo; con anziani e persone fragili risvegliamo ricordi; con adulti lavoriamo su emozioni e corpo per scrivere da un presente più lucido.

Napoli e Bolzano: cosa accade quando porti la stessa pratica in contesti così diversi?

Credo che nessuno di noi abbia ricevuto un’educazione alle emozioni. La società ci frammenta tra istinto e razionalità. A Napoli ho imparato i paradossi: è tutto magnifico e tutto una “cagata enorme”. Ti incanta e ti fa rabbia. Ma così siamo anche noi, pieni di contraddizioni. Lavorare tra Napoli e Bolzano mi aiuta a prendere le giuste misure, a pesare le parole, ad accogliere. Le persone, in fondo, sono uguali ovunque: cambia il contesto, non la sostanza del sentire.

Di cosa parlano le tue poesie oggi?

Parlano di storie invisibilizzate: senza dimora, sex worker, vittime di violenza. Parlano di natura, di boschi, di animali, di città amate e lasciate, di filosofia, amicizia, amori. In passato erano più introspettive, ascetiche, minimali. Oggi sono più incarnate, più vicine al mondo.

Cosa diresti alla Moni di vent’anni fa?

Le darei un grande abbraccio. Le direi che è leggiadra, e che cadute e abbandoni fanno parte della vita. Non tornerei indietro: ho lavorato tanto su di me per arrivare a questa consapevolezza. È un lavoro personale che continuerò finché potrò.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Edoardo Zorzi, 17 annie un nuovo singolo: Ossigeno

Edoardo Zorzi, cantautore di 17 anni originario della Val di Fiemme, crea musica e la studia musica al liceo musicale. Il 21 ottobre esce il suo nuovo singolo Ossigeno. Nel 2020 ha inizaito a scrivere le sue prime canzoni finalizzandole assieme al produttore Marco Mattia con il quale è anche nato il progetto NEVAdischi. 

Da quanto scrivi musica?

Ho iniziato a suonare la chitarra da autodidatta nel 2018, suonavo cover nella mia cameretta seguendo tutorial su YouTube. Grazie alle lezioni di musica ho capito che la musica altrui non mi bastava più. Ho deciso così di iniziare a scrivere: è un lavoro costante che cambia con me. Piano piano riesco a capire che tipo di testi mi piace scrivere, ma come ogni cosa i gusti musicali sono sempre in evoluzione. Con calma tutto si evolve e tutto cambia.

Scrivi solo testi o anche musica?

Cerco di imparare più cose possibili, scrivo il testo con chitarra e voce o piano e voce, poi registro una demo in camera mia e la mando ai ragazzi con cui lavoro che strutturano una produzione più completa. Una volta pronti andiamo a registrare in studio e poi mandiamo la traccia a Milano dove viene realizzato il master. 

Che ruolo ha la musica nella tua vita? 

La musica mi fa stare bene: mi fa stare nel mondo e coi piedi per terra, per me è un modo di vedere ciò che mi circonda e comprendere quello che ho intorno. Scrivo dalle medie, un periodo particolare in cui non avevo grandi amici e passavo tanto tempo da solo, ho imparato così a dare un nuovo sguardo a al mondo. 

Qual è l’ispirazione dietro il tuo nuovo singolo?

Abbiamo tentato di fare un esperimento: ci siamo chiusi a casa del mio produttore, abbiamo consapevolmente cercato un ambiente familiare. Con noi c’erano solo quattro strumenti e un computer: abbiamo passato tre giorni a scrivere e produrre tutta la musica che ci veniva in mente. Ossigeno è nato così. È diverso da altri miei brani, ha un suono più granulare e organico, ci è venuto in mente a mezzanotte, uno dei miei momenti preferiti per creare.

Quando sarà possibile ascoltare Ossigeno?

Dal 21 ottobre su tutte le piattaforme. 

Con che etichetta lavorate?

È un’etichetta indipendente, è un progetto mio e di Marco al quale abbiamo dato il nome NEVAdischi. Ci autocostruiamo degli eventi e gestiamo noi tutta l’organizzazione e creazione del progetto artistico, dai live alle pubblicazioni di dischi e singoli. Magari nel futuro la cosa si aprirà ad altri artisti, ma al momento ci sono solo io. Tra di noi non gira un euro, tutto quello che produciamo lo facciamo per passione e amore nei confronti del progetto. Il nostro obiettivo è la creazione di progetto più organico, step by step, non cerchiamo popolarità. Abbiamo la consapevolezza che anche solo con il lavoro duro e l’impegno che ci stiamo mettendo potrebbe succedere qualcosa. Un paio di anni fa abbiamo già lavorato a un disco uscito nel dicembre 2023. Abbiamo fatto un grande lavoro di video-contenuti trovabili sui miei profili social, ma negli ultimi due anni non siamo stati molto presenti. Gli ultimi due singoli usciti risalgono ad aprile e giugno 2024: Resto del mondo e Sole. Ossigeno sarà il primo singolo del 2025, dopo un anno e mezzo di silenzio. 

Come descriveresti Ossigeno? 

Si ispira alle sonorità indie italiane attuali, è totalmente suonato, in qualche modo “fatto a mano”; mette in evidenza le difficoltà che possono emergere nei rapporti tra persone come tra persone e passioni. 

Dove si può ascoltare la tua musica?

Non stiamo puntando su copie fisiche, ma siamo presenti su tutte le piattaforme da Spotify ad Apple Music.

Ti esibisci anche dal vivo? 

Stiamo organizzando diverse date. Presto usciranno delle novità sui miei social: @_edoardozorzi_ (instagram). 

Autrice: Anna Michelazzi

Nina Duschek, da Merano a X Factor

C’è qualcosa in Nina Duschek che cattura fin dal primo ascolto. Forse è l’ampiezza della sua escursione vocale, forse è il modo in cui tiene il palco, con naturalezza e carisma. O forse è il legame viscerale con la sua chitarra, che suona con tale intensità da dare la sensazione che artista e strumento siano un tutt’uno. Meranese, la giovane cantautrice è tra le più interessanti della scena musicale altoatesina e ora anche nazionale, grazie alla sua partecipazione alla nuova edizione di X Factor, dove ha superato la prima fase.

L’abbiamo vista esibirsi lo scorso 4 ottobre al Freedom Beat – Stop HIV, evento benefico tenutosi a Bronzolo, organizzato dalla vulcanica Anni Pasqualotto, che ha dismesso i suoi panni di cantante con i Mia Loto, per lanciarsi in questa nuova attività.

In quel contesto, lontano dai riflettori televisivi, Nina Duschek ha messo in luce le sue qualità più autentiche: padronanza del palco, grande capacità di tenere il pubblico e, soprattutto, una voce capace di coinvolgere.

“X Factor? Non era nei miei piani”, racconta con un sorriso durante l’intervista rilasciata a margine del concerto. “Sono sempre andata un po’ contro queste cose, volevo fare la mia carriera a modo mio. Però avevo questo pallino in testa, e tante persone me lo dicevano: “Perché non provi?” Alla fine, ho deciso di buttarmi”.

Il motivo principale? Visibilità. “Per me è pubblicità, un’opportunità per farmi conoscere da più gente. Poi, certo, è anche un’esperienza formativa: suonare davanti a quei giudici, in quel contesto, ti mette alla prova. Dopo questa esperienza ho meno paura del palco”.

E la risposta del pubblico non si è fatta attendere: più messaggi, più ascolti, più attenzione sui social. Un segnale che, forse, il salto verso una dimensione più ampia della sua carriera è davvero possibile. Eppure, Nina non dimentica le sue radici. “Mi chiedono spesso se mi sento limitata dal vivere in Alto Adige. Non lo sono. Nella testa sono dappertutto. Qui c’è una bella scena musicale, ma non voglio restare solo qui: voglio uscire, farmi conoscere anche fuori”.

La sua musica è già presente su Spotify con diversi singoli e album autoprodotti, e chi la segue da tempo lo sa: non è certo una “costruzione” da talent show. Nina si è fatta da sola, pezzo dopo pezzo, palco dopo palco. X Factor, in questo senso, è solo una delle tappe – forse la più visibile – di un percorso che ha radici più profonde.

L’intervista si chiude con un pensiero che va ben oltre la musica. “Se avete un sogno da inseguire, fatelo”, dice. “Anche se può sembrare una frase sentita mille volte. Io, per esempio, ho sempre avuto dentro di me il desiderio di fare musica, ma per tanto tempo non ci ho creduto davvero. Poi magari succedono cose – nel mio caso è arrivato X Factor – che ti fanno credere in te ancora un po’ di più. Per questo dico: ascoltatevi. Ascoltate quella voce che avete dentro, perché è la verità”.

Che Nina Duschek prosegua o meno nel programma tv poco importa. La scena musicale altoatesina ha già trovato una voce vera, capace di parlare con sincerità e passione. E soprattutto, di reggere un palco come pochi altri.

Autore: Till Antonio Mola

Retorica, canto e scrittura creativa parole chiave di Barbara Ladurner

Barbara Ladurner è un giovane autrice meranese con all’attivo già otto pubblicazioni, un curriculum di studi estremamente vasto e articolato, una attività anche come conferenziera, insegnante di retorica, dirigente di due cori e cantante solista. Accanto a tutto ciò è madre di due bambini e moglie.  

La sua è stata una formazione articolata che le da oggi l’opportunità di dar vita ad una carriera composita e variegata.

Sì, mi considero estremamente fortunata ad aver potuto beneficiare di una formazione ampia e poliedrica. Dopo la maturità mi sono trasferita a Vienna, dove ho studiato Germanistica e Didattica del tedesco e dell’italiano presso l’Università di Vienna, nonché Pedagogia musicale elementare presso l’Università di Musica di Vienna e Canto presso il Conservatorio Diocesano.

Successivamente ho conseguito un Master in Scienze della comunicazione orale e retorica all’Università di Ratisbona e il dottorato in Linguistica, con una ricerca incentrata sul linguaggio e sull’arte del parlare. Numerosi ulteriori corsi di formazione e specializzazione completano il mio percorso di studi, tra cui l’abilitazione all’insegnamento in Storia, Geografia e Latino, la formazione in direzione di coro presso la Carinthian Music Academy e l’esame per il riconoscimento statale come docente di dizione e comunicazione orale presso la DGSS (Deutsche Gesellschaft für Sprechwissenschaft und Sprecherziehung). 

Si potrebbe affermare che le parole chiave dela Sua brillante carriera siano retorica, canto e scrittura creativa?

Sì, la comunicazione in tutte le sue sfaccettature è la mia grande passione. Amo la parola parlata, scritta e cantata. Sono specializzata nell’ambito voce-retorica-linguaggio e adoro trasmettere il mio sapere. Ho fondato la mia attività, “Leading Voices”, dove supporto imprenditrici e donne in posizioni di leadership a affrontare ogni discorso e conversazione con carisma e sicurezza, senza paura, e a coinvolgere i propri ascoltatori. Inoltre, vengo invitata per seminari e conferenze. La musica rappresenta per me più un hobby: canto come solista e ho avuto momenti di rilievo, come l’incarico di solista alla Biennale di Venezia per il Padiglione Italia. Dirigo inoltre due cori: il coro parrocchiale di Parcines e il coro di bambini e ragazzi di Lagundo, che ho fondato sei anni fa e che oggi conta circa 60 membri. Organizzo e vengo regolarmente invitata a workshop e progetti per cori. Come autrice invece mi occupo della lingua scritta. 

Lei è una scrittrice promessa per il nostro territorio e fa parte del gruppo SAAV.

Sì, in qualità di autrice sono lieta di far parte del gruppe SAAV (n.d.r. Südtiroler Autorinnen- und Autorenvereinigung). Nella scrittura amo muovermi in stili e generi diversi: ho pubblicato lavori scientifici, un manuale, poesia, narrativa, libri per bambini e un romanzo. Finora ho pubblicato otto libri e altre pubblicazioni per riviste ecc. In altri libri sono coautrice, ad esempio nell’antologia sull’Alto Adige pubblicata lo scorso anno dalla casa editrice Wagenbach. Poche settimane fa è uscito il mio ultimo libro, il romanzo “Kinderlachen”, un romanzo sulla speranza, sul dolore e sull’amore invisibile, e sul silenzioso dolore di un desiderio di maternità non realizzato. Elena desidera più di ogni altra cosa diventare madre. Racconta dell’attesa, della speranza, della disperazione – e dell’immensa forza che si cela dietro il più tenero dei desideri.

Accanto a tutto ciò Lei è moglie e madre di due bambini qual è la ricetta segreta?

Buona domanda. Non credo che esista una ricetta segreta. Se così fosse, sarebbe fantastico conoscerla. Ma per me sono importanti queste cose: priorità chiare, una buona gestione del tempo, un pizzico di umorismo (nel mio libro “Zwischen Tugend und Lust” (Tra virtù e piacere) ho parlato della tolleranza all’imperfezione) – e soprattutto un grande cuore e una visione per cui si è appassionati.

Gli occhi di qualche ben pensante famiglia e lavoro sono poco concigliabili, si rischia di far male tutto.

Sì, conciliare famiglia e lavoro è una grande sfida, anche per me, ogni giorno di nuovo. E sì, probabilmente qualche errore capita. Ma posso dire solo per me stessa: faccio ciò che faccio non nonostante i miei figli, ma per i miei figli. E sono fermamente convinta che proprio anche noi donne e madri possiamo contribuire a far progredire il mondo, partecipando attivamente alla sua costruzione. La maternità è una risorsa nella nostra società, non un ostacolo da rimuovere. Credo che possiamo ancora imparare molto meglio a utilizzare questa risorsa in modo significativo. E senza dimenticare: i bambini sono il nostro tesoro più grande, il capitale più prezioso di una comunità.

Lei è giovane; che consiglio darebbe ad una giovanissima?

Sogna in grande, segui la tua passione e il tuo cuore. A chi cammina con coraggio, il sentiero si apre davanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Correre a un passo dal Polo Nord

Paolo Venturin – 66 anni, nato e vissuto da sempre a Bolzano – è amante dei viaggi e dello sport. Sport da vedere – come l’hockey e l’atletica – ma anche da praticare, come la corsa, in merito alla quale ci racconta di una sua esperienza davvero mozzafiato.

“Il 14 giugno 2025 ho corso la maratona più a nord del mondo, una delle corse più affascinanti e insolite: la Spitsbergen Marathon alle isole Svalbard. Immersi in uno scenario surreale, oltre il Circolo Polare Artico, atleti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento in questo arcipelago norvegese, tra paesaggi artici mozzafiato, luce perenne e un clima che mette alla prova corpo e spirito. Le Svalbard, con i loro ghiacciai maestosi, montagne spoglie e un silenzio ovattato, offrono un contesto che va ben oltre quello della corsa. Correre qui non significa soltanto macinare chilometri, ma vivere un’esperienza profonda di contatto con una natura ancora selvaggia e incontaminata. La maratona delle Svalbard non è solo una competizione, ma un’avventura; un viaggio ai confini del mondo, dove ogni passo è un ricordo indelebile.”

L’INTERVISTA

Com’è nata l’idea di partecipare a questa maratona?

Ne sono venuto a conoscenza sui social e l’idea mi ha stuzzicato. Avevo già partecipato a maratone nordiche come quelle di Tromsø, Copenaghen, Stoccolma, Reykjavik… Lì mi piacciono il clima fresco e l’organizzazione sempre ottima,  oltre ai paesaggi incredibili. 

Come si è preparato?

Come per ogni maratona, anche in questi casi è necessario un allenamento serio. Almeno un mese e mezzo prima bisogna iniziare a correre tratti lunghi da 25-30 km una volta a settimana, più altre 2-3 uscite di corsa. Serve inoltre tener conto del clima: anche se era giugno, alle Svalbard c’erano circa 5°C. Ho guardato i filmati degli anni precedenti per informarmi e prepararmi al meglio; mi sono munito di guanti, cappello, maglia tecnica, pantaloni lunghi e una giacca antivento. Non è come correre alle Canarie!

Esattamente la maratona dove si svolge?

A Longyearbyen. È un posto incredibile: nonostante le piccole dimensioni ha davvero tutto ciò che serve, e anche di più! Pizzerie, un birrificio, l’università, vari locali, una Coop, ha addirittura un ristorante thailandese dove ho potuto seguire la mia dieta vegetariana, cosa non scontata a 1000km dal Polo Nord. Una particolarità, la più caratteristica, è la presenza di orsi polari nella zona. In quella regione la popolazione umana è inferiore rispetto a quella di  questi animali infatti. Lì tutto è legato alla loro presenza, sono il simbolo della zona. Trovi la loro immagine sulle magliette, sulle medaglie della maratona, ovunque. Ciò non esaurisce il pericolo, che resta reale. L’orso bianco è l’unico animale in natura che vede l’uomo come una preda. Per uscire dalla città bisogna essere accompagnati da guardie armate e preparate— solo per spaventare gli animali— e ovunque si vedono i cartelli di avvertenza. Anche durante la maratona c’erano degli addetti che ci seguivano in moto con i fucili. 

Di che tipo di percorso si tratta? 

Si tratta di due giri da 21 km. È una maratona tosta, molto più dura di altre. Ci sono parecchi saliscendi, anche verso le ex miniere di carbone. In certi tratti il vento artico era davvero pungente e abbiamo corso anche controvento per chilometri. Il doppio giro da 21 km non è stato facile da affrontare perché all’inizio del secondo sapevi già cosa ti aspettava e lì è entrata davvero in gioco la preparazione mentale per trovare la motivazione e andare a concludere la corsa.

Come si è sentito al pensiero della presenza degli orsi polari?

Non ho avuto particolare timore perché il percorso era in una zona sicura, però ci si sente ospiti del loro habitat. Sono animali protetti e rispettati moltissimo dalla popolazione locale anche se sono diventati un po’ il loro business. Io comunque non ne ho visto nessuno.

E prima di partire?

Devo ammettere che ero preoccupato, ma una volta arrivato e aver visto il luogo, l’organizzazione, il clima non così estremo mi sono lasciato emozionare e la preoccupazione ha lasciato il posto alla motivazione e alla meraviglia.

Dal punto di vista emotivo l’esperienza com’è stata?

Difficile da spiegare a parole. È un paesaggio infinito, desolato, silenzioso. Uscendo dal centro abitato ci si sente soli. Non ci sono alberi che ti danno sicurezza, solo neve in lontananza e rocce. È un’esperienza che mi porterò dentro tutta la vita. Per me l’importante era arrivare e questo mi ha permesso di contemplare ciò che avevo attorno mentre correvo.

Ha notato segni del riscaldamento globale?

Sì, dov’eravamo noi era molto brullo e i ghiacciai ormai si possono vedere solo più a nord. 

E ora che si fa?

Bella domanda! Ci sono varie maratone interessanti come quella sulla neve in Groenlandia… Adesso sto preparando la maratona di Lisbona e ad aprile andrò a Bergen. Il mio modo di viaggiare è questo: scelgo una città, ci resto qualche giorno, la esploro… e corro una maratona.

Ci offre qualche altra curiosità in merito a Longyearbyen, capitale delle Svalbard?

A Longyearbyen ogni cosa è la “più al nord del mondo”, dal pub alla maratona. È un luogo ricco di carbone e legato al lavoro minerario, infatti negli hotel c’è ancora la regola di dover lasciare le scarpe all’ingresso per non portare il carbone all’interno. Longyearbyen si trova a 78˚ di latitudine nord, a soli 1.316 km dal Polo Nord ed è uno degli insediamenti permanenti più settentrionali del mondo. Per raggiungerlo ci vogliono tre voli intervallati da lunghi scali. La vita a Longyearbyen è diversa da qualsiasi altra parte della Terra. Qui la vita quotidiana è dettata dalle stagioni. Si alternano la Notte Polare, in cui per quattro mesi il giorno inizia e finisce con una perenne e affascinante luce blu, e l’estate polare, dominata dal Sole di Mezzanotte. Il clima e la posizione delle isole danno vita a una serie di particolarità. Alle Svalbard ad esempio non si può né nascere né morire. Non ci sono reparti maternità, e non è possibile essere seppelliti lì, per via del permafrost. Se sei malato cronico, ti consigliano di trasferirti a Tromsø. La fauna locale, oltre agli orsi polari, è composta da una moltitudine di uccelli che nidificano ovunque, anche a terra, per questo motivo lì – ad esempio – non esistono gatti.

Autrice: Anna Michelazzi