Da Norimberga a Venezia sulle tracce di Dürer

Tanto fiato, gambe allenate e sorriso sul volto. Appare così Bogi Nagy, un’artista che nel suo singolare viaggio a piedi è passata per la Bassa Atesina: prima al Klosterle, San Floriano, per poi scendere nella vicina Laghetti e quindi arrivare ai Pochi, frazione del comune di Salorno. Successivamente è arrivata a Venezia, così come fece Albrecht Dürer  tanti e tanti anni fa.

Lei si chiama Bogi Nagy, è un’artista d’origine ungherese e a maggio è partita da Norimberga, dove lavora nel proprio atelier, per intraprendere questo tour sul sentiero di un grande ed immortale artista. Da sola, a piedi, assaporando la dolcezza e le difficoltà che un viaggio simile può comportare. “Sono un’artista molto versatile, mi muovo tra pittura e scultura”, dice. 

Bogi Nagy, da dove nasce l’idea di percorrere la via di Dürer?

Quando ho partecipato alla Biennale di Venezia ho deciso di collegare due idee: il mio progetto artistico e il cammino storico che Dürer fece verso Venezia. Anche lui aveva un grande sogno legato a questa città, così come ce l’ho io oggi. E poi non dimentichiamo il legame personale, perché il padre di Dürer era ungherese, come me. 

Cosa le sta lasciando questa avventura

Camminando lentamente, come si faceva una volta, ho imparato a vivere profondamente ciò che vedo e ciò che sento. Ho incontrato persone che mi hanno accolto, cucinato per me, che mi hanno donato tempo ed energia. Questo viaggio è come un pellegrinaggio: un momento meditativo ma anche intensamente artistico. Ogni giorno mi regala stimoli per nuove opere, emozioni forti, momenti in cui rido, altri in cui piango. È anche un allontanamento dal caos della città, un ritorno a me stessa, alle radici.

Come ha organizzato il viaggio? 

Non ho orari né tappe fisse. Mi sono lasciata guidare dalle emozioni del giorno. Se sentivo che dovevo fermarmi, mi fermavo. Se invece avevo l’energia per proseguire, continuavo. Sono partita a maggio e ogni giorno è stato diverso.

Quando è iniziato il suo rapporto con l’arte? 

Sento l’arte scorrere dentro di me, da sempre. Poi l’ho studiata e  ho frequentato l’università d’arte a Norimberga, dove adesso ho il mio atelier. Ma penso che certe doti o le hai o non le hai, io ho solo cercato di farle crescere con il tempo.

Ha mai affrontato delle difficoltà lungo il percorso? 

Sì, molte! Anche solo nel tratto che mi ha portata in Bassa Atesina ho avuto momenti difficili. Ma li ho superati tutti, anche grazie all’energia che mi arriva da ciò che mi circonda.

Che cos’è per lei l’arte, cosa le ha dato? 

Mi ha dato tutto. Mi ha fatto crescere come persona e come artista. Io ritraggo e scolpisco ciò che vivo. Ogni luogo ha una sua energia e se lo sento, allora forse riesco a trasformarlo in arte. Anche qui, nel Bosco delle Sculture, sento l’energia di chi ha creato prima di me, sento ciò che portate voi. E da lì nasce qualcosa, nella mia mente.

E per il futuro, cosa sogna? 

Vorrei continuare a viaggiare così, per trovare ispirazione vera. Il mio sogno è realizzare tante nuove opere, ma soprattutto avere il tempo per farlo. Da questo viaggio nascerà anche un libro, che uscirà nel 2028 proprio in occasione dell’anniversario della morte di Dürer. Sto già pensando a mostre, convegni… magari anche una presentazione a Salorno. Dürer è ancora vivo, perché in più paesi e lingue si parla ancora di lui e si continua a creare grazie alla sua eredità. E questo, per me, è davvero straordinario. 

Autore: Daniele Bebber

“Non sono poverine”: focus sulla tratta sessuale a Bolzano

La tratta sessuale esiste. Anche a Bolzano. Non catene di ferro, ma vincoli invisibili: ricatti, minacce, debiti impossibili da estinguere. Tutto questo è parte di un meccanismo preciso: lo sfruttamento. A intercettare e contrastare questo meccanismo da oltre vent’anni c’è Alba, progetto che ogni anno entra in contatto con centinaia di persone e accompagna decine di donne in percorsi di protezione.

Si tratta di numeri che raccontano la portata di un fenomeno che non si consuma lontano, ma tra le strade della città e dietro le porte di appartamenti anonimi. Non è un salvataggio spettacolare, ma un lavoro lento, fatto di fiducia.

Due sono le ramificazioni principali del lavoro di Alba: outreach (sensibilizzazione) e contatto con i servizi. Le équipe portano cibo, contraccettivi, informazioni, organizzano test rapidi per le malattie sessualmente trasmissibili. Soprattutto, offrono tempo. Perché la fiducia non si improvvisa, si costruisce. E quando una donna trova il coraggio di fidarsi, spesso diventa passaparola: altre seguono, altre bussano. È così che nasce un ponte: tra chi è intrappolata nella tratta e la possibilità di uscirne, tra la persona e i servizi. 

La maggior parte delle sex workers intercettate arriva dalla Costa d’Avorio, dall’Albania, dal Sud America, dalla Romania e da altri Paesi dell’Est Europa. Per superare barriere linguistiche e culturali sono fondamentali le mediatrici culturali, che aprono canali di comunicazione altrimenti impossibili.

Il secondo asse riguarda i servizi: far conoscere il fenomeno, creare rete, sensibilizzare e formare chi, nel proprio lavoro quotidiano, può incontrare vittime di tratta. Riconoscere i segni dello sfruttamento è già un atto di protezione.

Le operatrici lo ripetono con chiarezza: “Non stiamo salvando nessuno, non sono ‘poverine’”. E sottolineano un nodo rimasto aperto: i clienti. Sono loro a conoscere indirizzi, orari, dinamiche. Sono loro i primi che potrebbero segnalare situazioni sospette. “Non vi giudichiamo” dicono, come rivolgendosi direttamente a loro. “Se avete il sospetto che una ragazza sia vittima di tratta, parlate con i servizi”.

Alba non promette miracoli. Ma il vero risultato non si misura nei numeri. Sta in quel tempo lungo, fragile e ostinato, in cui una donna accetta un tè caldo e decide di raccontare la propria storia. Sta nella possibilità che un cliente, per una volta, smetta di girarsi dall’altra parte. Sta nel ricordare che la schiavitù non è finita: continua finché facciamo finta di non vederla.

Autrice Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Tutti pazzi a Bolzano per il pickleball

A Bolzano sta crescendo un nuovo sport: il Pickleball. Già praticato in tutta Italia, attira giovani e adulti per la sua velocità e l’adrenalina che regala sul campo. Tra i protagonisti locali c’è Kevin Clerico, 22 anni, laureato in Scienze Motorie e studente magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. Da poco più di un anno si è avvicinato a questa disciplina, trovando stimoli e sfide nuove dopo anni di agonismo nel tennistavolo. Kevin ha già collezionato medaglie e soddisfazioni nel circuito nazionale e racconta la sua esperienza, tra allenamenti, tornei e vita quotidiana.

Quando hai scoperto il Pickleball e cosa ti ha spinto ad avvicinarti?

L’ho scoperto all’inizio del 2025, leggendo qualche articolo online, ha catturato subito la mia attenzione. Ho deciso di contattare la società ASD Alpin Pickleball Bolzano per avere informazioni e, da lì, è iniziata la mia esperienza.

Che sport praticavi prima e perché hai cambiato disciplina?

Ho giocato a tennis quando ero piccolo, poi per oltre dieci anni mi sono dedicato al tennistavolo a livello agonistico. Dopo anni, avevo bisogno di nuovi stimoli e sfide. Il Pickleball mi ha offerto proprio questo: un modo per allenarmi, competere e al tempo stesso divertirsi, senza perdere il piacere di praticare sport.

In cosa differisce il Pickleball dagli altri sport di racchetta?

Il campo è più piccolo, la rete è più bassa e il gioco ricorda in parte il badminton, mentre le regole lo rendono più dinamico e strategico rispetto al tennis o al padel. Non ci sono le sponde come nel padel e si può giocare anche in singolo, il che richiede concentrazione e rapidità di riflessi. Mi piace soprattutto il fatto che ogni punto sia una sfida: devi leggere tattiche e mosse dell’avversario in tempo reale, e questo lo rende davvero stimolante.

Com’è l’ambiente nella società?

Molto accogliente e inclusivo. All’interno della società si respira allegria e amicizia: non è solo competizione, ma anche passione condivisa. Ci sono giocatori di ogni età e livello, e si crea subito un senso di squadra. Questo clima positivo è fondamentale perché spinge a migliorarsi senza sentirsi giudicati, e rende ogni allenamento divertente e motivante.

Quali sono i tuoi obiettivi nel Pickleball?

Partecipare a più tornei possibili in Italia, crescere continuamente e ottenere risultati concreti. Voglio anche contribuire alla crescita del Pickleball in Alto Adige, aiutando altri giovani a scoprire questo sport e rendendo la disciplina più visibile e apprezzata sul territorio.

Come sta crescendo il Pickleball in Alto Adige?

È esploso negli ultimi mesi: già tre società attive e un numero crescente di appassionati. È uno sport adatto a tutti, facile da imparare, e il divertimento è immediato.

Cosa consiglieresti a chi vuole provare?

Provatelo! È facile da imparare, divertente e può diventare subito coinvolgente. Ogni partita regala adrenalina, strategia e soddisfazione, e vi assicuro che crea dipendenza!

Chi è Kevin fuori dal campo?

Ho 22 anni, studio Scienze della Nutrizione Umana e seguo lo sport locale, come il Bolzano Hockey. Amo viaggiare, fare lunghe camminate nella natura e godermi la tranquillità lontano dalla vita mondana. Lo sport resta la mia più grande passione.

Autore: Niccolò Dametto

“Il teatro. Linfa vitale”. Il Cristallo svela il cartellone della stagione 2025/26

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il Teatro Cristallo di Bolzano alza il sipario sulla stagione 2025/26 con un cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali. Non un semplice programma, ma un vero e proprio ecosistema creativo, come recita il nuovo claim: “Il teatro. Linfa vitale.”

Una scelta che nasce dal desiderio di raccontare il ruolo che il teatro ha nelle nostre vite: un flusso che nutre, rigenera e tiene vivi pensieri, emozioni e relazioni. Come la linfa dà forza agli alberi, così il teatro alimenta la curiosità, la riflessione e la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi. È un luogo che nutre, un terreno fertile dove crescono idee, storie ed esperienze condivise. Per questo la nuova stagione non è soltanto un cartellone di spettacoli, ma un ecosistema culturale che intreccia teatro, musica, laboratori, incontri e conferenze: momenti di confronto pensati per arricchire chi vi partecipa e per offrire nuove chiavi di lettura sul presente. Un programma così ricco e articolato è reso possibile grazie al sostegno delle istituzioni locali (Provincia, Comune, Regione) e dei numerosi sponsor che, anno dopo anno, continuano a credere nel Teatro Cristallo come cuore pulsante della comunità. Il 2025 segna anche un anniversario speciale: i 20 anni dalla riapertura del Teatro Cristallo. La ricorrenza verrà celebrata il 1° dicembre con la presentazione di un progetto che raccoglierà voci e testimonianze di due decenni di storia condivisa. Un’occasione per guardare al passato con gratitudine e al futuro con rinnovata energia.

Grande attesa per la rassegna “Madre Terra – Sguardi sul mondo”, dedicata ad ambiente, diritti e geopolitica. A portare sul palco visioni e prospettive diverse saranno personalità come Giada Messetti (1 ottobre) con Nella testa del dragone, Mario Del Pero (11 dicembre) con Buio americano sulla democrazia USA, Saba Anglana (16 ottobre), Espérance Hakuzwimana (13 novembre) e Angelo Vaira (24 marzo).

La musica torna protagonista con la rassegna “Racconti di Musica”. Tra i momenti clou: i musici di Guccini con Lodo Guenzi (15 ottobre), l’energia di Tullio De Piscopo (26 novembre), la cantautrice bolzanina Anna Carol (5 dicembre), il gospel natalizio con il Florida Fellowship Choir (20 dicembre) e, nel 2026 atteso debutto di Dardust con Urban Impressionism (19 febbraio). Sul fronte teatrale spicca la rassegna “In Scena”, realizzata con il Teatro Stabile di Bolzano e il Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Quattordici spettacoli tra prosa e danza: si parte il 5 novembre con Iliade. Il gioco degli dèi, e si prosegue con titoli attesissimi, tra i tanti Resto Qui di Francesco Niccolini (21-22 novembre, in prima nazionale), Una piccola odissea di Andrea Pennacchi (4 dicembre), Argo di Serena Sinigaglia (14 dicembre), Giovanna dei disoccupati di Natalino Balasso (13 gennaio), Lu santo jullare Francesco con Ugo Dighero (28 gennaio), Il Sen(n)o con Lucia Mascino (21 febbraio) e L’Agnese va a morire di Cinzia Spanò (27 febbraio) sulle donne della Resistenza. Non mancheranno grandi balletti di produzioni eccellenti come Il lago dei cigni, Coppelia, Dreamers ed Echoes of Life.

Il cartellone dedica anche uno spazio speciale ai più piccoli con la rassegna “Il teatro è dei bambini”, curata dalla Compagnia teatroBlu, che si aprirà il 25 ottobre con Pelle d’oca e proseguirà fino a marzo con undici titoli, tra cui Tremolino, produzione originale della compagnia, o ancora “Mago per svago”. In omaggio agli abbonati, lo spettacolo Pimpa, il musical a pois, diretto da Enzo D’Alò, che sarà seguito da un incontro molto atteso con Francesco Tullio Altan, il “papà” della Pimpa, in programma per il 14 aprile.

Il tema dell’inclusione torna anche nella rassegna “Corpi Eretici” del Teatro la Ribalta, con La Tempesta (21-22 gennaio) e Edipo Re (13 marzo), nato da un progetto europeo che coinvolge persone detenute.Il Cristallo aderisce inoltre alla rete regionale Mortali che da vita al Festival omonimo, con due appuntamenti che affrontano la fragilità umana: la lectio magistralis di Laura Campanello Sono mortale, per questo sorrido (6 novembre) e lo spettacolo Le aragoste muoiono per incidenti di percorso (7 novembre) della compagnia La Petite Mort Teatro.

Spazio anche al teatro amatoriale, con l’irresistibile rassegna “Buona domenica a teatro”, organizzata in collaborazione con UILT – Unione Italiana Libero Teatro. Undici appuntamenti, sempre di domenica pomeriggio alle 16.30, per ridere, emozionarsi e passare qualche ora in compagnia, come una volta. È una proposta che incontra il favore soprattutto del pubblico adulto – e in particolare degli spettatori più anziani – che trovano in questi spettacoli un’occasione per ritrovarsi, sorridere e trascorrere un pomeriggio di festa a teatro. La rassegna si apre il 12 ottobre con Le allegre comari della compagnia Teatroimmagine (Salzano, VE), per proseguire tra classici come Natale in casa Cupiello con la regia di Roberto Becchimanzi, spettacoli musicali come Live Muse, omaggio a Max Pezzali, e produzioni innovative come Bestiario Umano della Compagnia SmArt vincitrice della quarta edizione di Futura Festival e El giro del mondo en 79 dì delle Feisbuc Sisters. La rassegna si chiude (29 marzo) con Finché vita non ci separi della Compagnia Teatrale Castelrotto, offrendo al pubblico un percorso ricco di emozioni, risate e intrattenimento di qualità.

All’interno del Centro Giovani Cristallo Young, si sviluppa un programma ricco di proposte inclusive e creative. Segnaliamo delle sinergie importanti. Con Unicef il rapporto va oltre il sostegno agli spettacoli teatrali, abbracciando anche il mondo dei laboratori e delle attività educative rivolte a bambini/e e giovani. E con CNA che sostiene il laboratorio “piccoli artigiani” e una collaborazione prestigiosa con Still I rise, organizzazione umanitaria indipendente che offre istruzione e protezione ai bambini profughi e vulnerabili del mondo, per il lab “Dentro la mia valigia…”

Infine, il 20 settembre a partire dalle ore 17 ci sarà la Festa del Teatro Cristallo, con musica, spettacoli per bambini e la comicità de Il Terzo Segreto di Satira.

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34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

“Grisù day”, i pompieri danno spettacolo

Salire su un mezzo d’epoca, provare a spegnere il fuoco con un potente getto d’acqua, suonare le sirene… i bambini sono senz’altro stati protagonisti del divertimento  nella piazza del complesso Amonn a San Giacomo, dove si è tenuta la prima edizione del “Grisù Day”.


Certo, ad ammirare il corpo dei pompieri volontari di San Giacomo-Agruzzo coi loro mezzi non c’erano solo i più piccoli. Ad aprire questa prima edizione che celebra l’amato corpo volontario è stata la bellissima sfilata delle autovetture storiche dei pompieri, che hanno raggiunto Laives lungo la statale. Una volta rientrati a San Giacomo, questi gioielli sono rimasti a farsi ammirare dal folto pubblico presente, mentre i pompieri volontari hanno seguito chiunque volesse cimentarsi nell’uso della pompa, nel suonare la sirena o semplicemente provare a salire su una di queste meraviglie. Il piazzale è stato animato per tutta la giornata da stand gastronomici e musica dal vivo, mentre per i più piccoli erano a disposizione anche dei gonfiabili. La prima edizione che celebra gli amatissimi vigili del fuoco volontari è stata un successo, che ha rallegrato il centro di San Giacomo per tutta la giornata, graziata da un magnifico cielo azzurro. Il copro dei vigili del fuoco volontari di San Giacomo-Agruzzo vanta una lunga tradizione ed è sempre molto presente e attivo all’interno della comunità. Questa loro celebrazione è pertanto stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione che attenderà sicuramente la seconda edizione il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Nuova vita per il castello di Salorno

La passione per il proprio territorio può diventare un motore di rinascita e condivisione. Lo dimostrano i tre lunghi anni di scavi, studio e dedizione spesi dai tredici volontari dell’associazione Haderburg, che ha da poco inaugurato ufficialmente la cisterna medievale dell’omonimo Castello a Salorno.

// Di Daniele Bebber

Si tratta di un gioiello architettonico che poco alla volta sta restituendo alla comunità di Salorno interessanti pezzi di storia. Una storia che viene narrata fra le colonne di questo giornale nell’approfondimento a pagina 18, fra l’altro.

Parlando dell’iniziativa di recupero della cisterna, questa è partita quasi per caso dall’idea di Michele Girardi, membro dell’associazione, diventando uno dei recuperi più significativi nel patrimonio locale. 

“È un po’ imbarazzante dirlo – racconta – ma sì, l’idea è nata da me. Quando sono entrato nell’associazione, alcuni anni fa, ho sentito di dover dare un contributo più concreto alla cura del castello, perché c’era tanto da scoprire e valorizzare.” Il progetto ha preso chiaramente forma e vigore da un non scontato entusiasmo collettivo, volto a riportare alla luce un qualcosa risalente alla metà del XII secolo, epoca coeva alla fondazione del castello stesso. 

“Da ragazzino mi ero calato lì sotto e sapevo che c’era qualcosa di speciale. Nessuno ne conosceva davvero le dimensioni o lo stato perché all’epoca era piena di materiale. Per me era chiaro, quella cisterna meritava d’essere riportata alla luce.” Con il supporto della Sovrintendenza ai Beni Culturali, in particolare della dottoressa Dalla Torre, è arrivato quindi il via libera ufficiale. Si è trattato di una fiducia rara, concessa a un gruppo di volontari per svolgere direttamente i lavori sotto la supervisione di un archeologo. A quel punto è stata avviata la “macchina del recupero”: attrezzi prestati da cittadini, materiali acquistati di tasca propria, o costruiti artigianalmente, e l’indispensabile aiuto dei Vigili del fuoco di Salorno per lo svuotamento iniziale. 

“Il lavoro è stato immenso. Ogni sabato e domenica, per tre anni consecutivi, ci siamo calati nella cisterna raccogliendo e setacciando oltre 30 metri cubi di materiale, pari a circa 5-6 tonnellate – racconta Girardi -. Pensavamo di avere sotto un metro di detriti, invece erano due e mezzo. Questo ha allungato i tempi, ma non ha mai spento l’entusiasmo.” 

Il 14 settembre dell’anno scorso è stato estratto l’ultimo secchio. Da quel momento si è aperta la seconda fase, quella volta a rendere la cisterna fruibile al pubblico. Non potendola mantenere asciutta, la scelta è ricaduta sulla progettazione di una pedana in acciaio a metà altezza, che consente ai visitatori d’ammirarla nel suo stato naturale, pian piano anche con l’acqua a riempire, un po’ come accadeva nei tempi antichi. La nuova struttura, interamente progettata da Michele Girardi è stata trasportata in quota con l’elicottero. “È stato il progetto più bello che abbiamo vissuto nel nostro mondo associativo. Un progetto che ci ha uniti così tanto che non abbiamo mai avuto un conflitto. Questo ci dà forza per guardare avanti”. 

Fondamentale è stato il sostegno della comunità: “Chiunque abbiamo interpellato ci ha dato una mano – continua –  ad esempio Aldo Larger, falegname per hobby, ci ha costruito quattro setacci. Anche alcuni ragazzi sono venuti con i genitori ed hanno vissuto un’esperienza senz’altro unica, educativa e coinvolgente”. Guardando al domani, l’associazione Haderburg ha delle idee in cantiere, “progetti ambiziosi, impegnativi anche dal punto di vista economico, ma non ci spaventano”. Nel frattempo, il pensiero va alla possibilità di coinvolgere nuovi volontari, soprattutto tra i più giovani, strutturandosi meglio sul piano comunicativo, con una presenza più attiva sui social e con la realizzazione di un sito internet. 

E il castello? 

“Attrae molti visitatori, ma sono più i turisti che non i salurneri a visitarlo. Quindi invitiamo tutti, specialmente i nostri concittadini, a scoprire e vivere questo luogo, simbolo della nostra storia e identità”.

INTERVISTA ALLA BARONESSA ALBRIZZI

La storia del Castello di Salorno si intreccia profondamente con quella della famiglia Albrizzi, proprietaria da secoli. A raccontarlo in sintesi è la baronessa Elisabetta Ruben Albrizzi. “La nostra famiglia è arrivata in questo castello quando abbiamo ottenuto il feudo – racconta la baronessa -. Fu assegnato ai miei antenati, gli Zenobio, patrizi veronesi che erano al tempo stesso nobiltà veneta e asburgica. Avevano concesso prestiti agli Asburgo, che in cambio affidarono loro un ampio territorio, da Lavis a Salorno, fino a Montagna, dove ancora oggi siamo presenti”. Nel 1648, il feudo passò dunque alla famiglia Zenobio e successivamente agli Albrizzi, di cui la baronessa fa parte. Il castello, un tempo presidio militare, era già in disuso nel Seicento, racconta la storia, ma ha continuato a rientrare nei diritti feudali rimanendo legato ai passaggi strategici sull’Adige. “Negli anni Duemila il castello mostrava gravi segni di instabilità – ricorda -. Fu mio padre a intervenire, avviando un’opera di consolidamento delle mura. Si innamorò tanto dell’idea di restituire questo luogo alla collettività. Da lì partì il progetto di restauro, iniziato nel 2000 e concluso nel 2003”.

Cosa significa oggi essere proprietari di un castello? 

Nel nostro caso parliamo di un rudere. Non è abitabile e questo rende le cose più complesse. È un grande onere, ma anche un grande onore. Sentiamo il peso e il dovere di custodirlo e valorizzarlo, proprio come ha fatto nostro padre.

Siete gli unici in zona a possedere un castello? 

Certamente il nostro è tra i pochi ad essere ancora in mani private. Noi però non risiediamo in zona, viviamo a Venezia e veniamo soprattutto d’estate.

Com’è il rapporto con l’Associazione Haderburg? 

Qualcosa di magico. Li ammiro profondamente. Hanno iniziato come un piccolo gruppo e oggi sono una realtà solida, mossa da una passione autentica. Collaboriamo attivamente e loro ci supportano in modo eccezionale con progetti concreti, idee e un grande spirito di dedizione.

Conserva qui qualche ricordo d’infanzia?

Da bambina venivo spesso in questo castello, era abbandonato a tal punto che non c’era quasi la strada d’accesso, ma si giocava ugualmente. Era un luogo di avventure e immaginazione.

Adesso sono i suoi figli a vivere quel legame con la storia… 

Anche loro stanno iniziando a comprendere cosa significhi avere un bene così importante. È qualcosa che si capisce con il tempo. Vedi l’impegno che comporta, ma anche il valore che rappresenta e spero che abbiano anche loro lo stesso sentimento di responsabilità e amore che abbiamo ricevuto noi.

Autore: Daniele Bebber

La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Una grande festa peri settant’anni delle penne nere

Era il 12 novembre del 1955 quando nasceva il Gruppo Alpini di San Giacomo. Sono quindi ben 70 anni che il gruppo – che conta dagli inizi un numero di soci che si aggira sempre intorno alle 100 unità –  affianca la comunità sangiacomotta con molteplici attività e iniziative sempre più apprezzate da una popolazione in costante crescita e sempre più giovane, che trova nelle tante proposte in cui gli alpini sono protagonisti un’occasione per fare, appunto, “comunità”. Per questo, domenica 20 luglio scorso, la comunità intera si è stretta attorno agli alpini di San Giacomo per festeggiare questi suoi primi 70 anni.

La giornata – nell’ambito dei soliti due weekend di luglio dedicati alla festa campestre –  è cominciata presto al mattino, con i consueti onori presso il monumento ai caduti e la sfilata attraverso la frazione, con l’accompagnamento addirittura della fanfara degli Alpini di Verona, che ha poi fatto da colonna sonora all’intera giornata di festa.

Non è mancato l’intervento delle autorità cittadine di Laives e della Provincia, dal sindaco Giovanni Seppi all’assessore provinciale Christian Bianchi.

Una santa messa speciale

Successivamente, il parroco Don Walter ha tenuto una Santa Messa speciale per onorare il gruppo degli alpini. 

Fin qui, dunque, i passaggi ufficiali e più “seri”. Ma, si sa, quando in mezzo ci sono gli alpini non può mancare la vera festa e la vera buona cucina. 

Perciò, a seguire, tutti i presenti e i concittadini sono stati invitati a prendere parte al Rancio Alpino. A capo della brigata di cucina c’era niente meno che chef Giorgio Nardelli, vero artista della cucina che però si trova altrettanto bene a guidare anche una cucina “da campo” con un nutrito gruppo di volontari, con risultati eccellenti anche nei tradizionali piatti proposti alle feste campestri.

A concludere i festeggiamenti, una mega torta e le foto di rito con tutti i volontari e le autorità.

Una cucina collaudata

La sera e nel weekend successivo, la festa è proseguita secondo il copione ormai collaudato della festa campestre di San Giacomo, trasferitasi ormai definitivamente nel piazzale della parrocchia dopo essere stata ospitata per molti anni nel cortile della vecchia scuola elementare, ormai un lontano ricordo degli abitanti di lungo corso della frazione. 

Anche nel fine settimana del 26 e 27 luglio perciò, in campo la brigata di chef Nardelli per offrire fritto misto, grigliata, gli immancabili Strauben e molto altro, sulle note della musica dal vivo, che ha portato diverse coppie a ballare sotto il palco. Infatti da tempo non solo i sangiacomotti accorrono numerosi ali appuntamenti di festa con gli alpini, ma ad apprezzare sono sempre più ospiti provenienti anche da Bolzano e Laives.

In attesa di rivedere il gruppo Ana San Giacomo impegnato in attività a favore della collettività, l’intera comunità di San Giacomo non può che augurarsi di trascorrere con loro altri 70 anni allo stesso modo.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una festa fra musica, buon cibo e vetture

Musica, buon cibo, allegria e il “cuore sportivo” delle Alfa Romeo hanno hanno animato la festa di Pineta, un evento che ha visto la partecipazione massiccia della cittadinanza e che ha coronato un’estate all’insegna del divertimento.

Erano davvero tante le associazioni in campo per animare piazza Don Domenico Penner a Pineta nell’ambito delle iniziative LaivEstate.

E tante erano le persone presenti arrivate da Pineta ma non solo, per godersi la serata, organizzata da Elki, il Centro genitori-bimbi di Laives,  con le prelibatezze gastronomiche proposte dal Circolo Operaio e le iniziative per cittadini grandi e piccoli proposte da associazioni come Croce Rossa. 

Protagonista della serata però, iniziata alle 18 e terminata alle 23, un nutrito gruppo di mitiche Alfa Romeo, d’epoca e non, grazie alla partecipazione del Club Alfa Romeo Dolomiti con il suo presidente Luigi Mandracchia e alcuni degli oltre 600 soci attuali dell’unico club ufficiale Alfa Romeo dell’intero territorio regionale. 

Si tratta di macchine che hanno fatto la storia dell’industria automobilistica italiana, ma che affascinano anche i meno appassionati del genere. 

Un “surplus” che ha sicuramente contribuito ad animare ulteriormente un evento molto apprezzato, che va ad inserirsi nella fitta rete di proposte per l’estate, realizzate grazie alla collaborazione tra la pubblica amministrazuone e le diverse associazioni locali, che si concluderà a settembre e che ha visto in calendario appuntamenti musicali quali “Music in the streets” – che ha visto in campo cinque gruppi musicali distribuiti fra via Kennedy e via Pietralba –  e il concerto di musica sacra con l’esecuzione dello Stabat Mater, ma anche una festa caraibica, la festa dello sport e molto altro. Il calendario delle iniziative LaivEstate è consultabile online su www.laivescultura.it e disponibile presso gli esercizi pubblici di Laives, San Giacomo e Pineta.

Autrice: Raffaella Trimarchi