Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

La vita in Pronto Soccorso

E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro. 

// Di Till Antonio Mola

Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.

Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.

Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.

Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.

Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.

Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.

L’INTERVISTA

Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?

I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.

Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.

In una situazione del genere quanto conta l’empatia?

Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.

L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.

Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?

Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.

A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.

Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?

In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.

Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.

È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.

Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?

Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.

Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.

In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.

Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.

Autore: Till Antonio Mola

Un “nodo” che resta da risolvere

Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro. 

La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro. 

L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.

Autore: Luca Sticcotti

Perché il problema potrebbe essere altrove

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

“Ciak si guida” nel nome di Davide

Grande successo e molta commozione per la quarta edizione del concorso creativo promosso dall’Associazione “Davide Sempre con Noi” per sensibilizzare i giovani alla sicurezza in strada.

È visibilmente orgoglioso e anche commosso Patrizio Simoni, quando sale per la quarta volta sul palco del teatro Gino Coseri di Laives. Nove anni fa la strada si è portata via suo figlio Davide. Ma dalle ceneri di quella tragedia è sorta l’Associazione che porta il nome di suo figlio, “Davide Sempre con Noi”, di cui Patrizio è presidente. 

Da quel giorno è Davide a dargli la forza di combattere quotidianamente per portare tra i giovani la consapevolezza dei rischi della strada e del valore della vita, con iniziative come, appunto, “Ciak si guida”, un concorso creativo riservato alle scuole primarie e secondarie di primo grado in lingua italiana facenti capo all’istituto comprensivo di Laives, e alle secondarie di secondo grado che invece fanno capo a Bolzano.

Una folla di giovani

Per quanto riguarda l’istituto comprensivo di Laives, l’iniziativa ha coinvolto oltre 200 ragazzi che hanno messo in campo la propria creatività e inventiva per proporre elaborati attraverso l’utilizzo di tecnologie audiovisive e comunicative per quanto riguardava la secondaria di primo grado, mentre gli alunni della primaria hanno presentato degli elaborati grafici. Il tema però, è stato lo stesso per tutti: comprendere l’importanza delle regole, il valore della vita, la capacità di percepire i rischi della strada, per viverla in modo più sicuro e consapevole.

In platea al Coseri, hanno trovato spazio gli studenti e le studentesse delle classi 2° delle scuole F. Filzi e le classi 4° delle diverse scuole primarie facenti parte dell’Istituto Comprensivo.

Sul palco, Patrizio Simoni ha prima introdotto l’occasione e ringraziato la dirigente scolastica dottoressa Scicchitano, insieme con il sindaco Seppi e l’assessore all’istruzione Walter Landi. Sono quindi saliti a ritirare il premio gli studenti e le studentesse vincitori del concorso.

La classifica dei partecipanti viene decretata da una giuria composita, formata da dodici persone nominate direttamente dall’Associazione (tre ragazzi e tre ragazze under 25, 3 uomini e 3 donne over 35), che hanno dato un punteggio ai lavori presentati in base a una specifica griglia di valutazione. 

“Questo non significa infatti che un elaborato valga più dell’altro perché – come ci tiene a precisare il presidente Simoni – i ragazzi mettono tutti grande impegno, motivazione e anche competenze preziose, ma a vincere poi sono quegli elaborati che più corrispondono a determinati criteri”. 

Tutti vincitori, nessuno escluso

In palio per le scuole vincitrici c’era un premio in denaro del valore di 500 euro. Gli studenti delle singole classi vincitrici si sono anche aggiudicati un premio individuale offerto dall’Associazione e un premio di classe: il corso Hallo Auto erogato dagli istruttori del centro di Guida Sicura di Vadena, un programma ludico / scientifico studiato appositamente da esperti della Provincia di Bolzano per i ragazzi delle scuole. 

Tutti i filmati presentati al concorso sono visibili sul canale youtube dell’Associazione @DAVIDEscn, con lo scopo di diffondere il più possibile una cultura della sicurezza stradale tra i giovani. 

L’associazione

“Davide Sempre con Noi” è un’associa­zione di volontariato e di promo­zione sociale e si occupa di tradurre in impegno concreto il ricordo di Davide Simoni che, il 22 settembre del 2017, si è spento a causa di un incidente motociclistico. Il sodalizio è promosso dai soci e amici diretti ed indiretti di Davide Simoni e da tutti coloro che condividono l’im­pegno e gli scopi dell’associazione per la solidarietà civile e sociale. L’associaizone è nata nel gennaio 2018 ha una sua autonomia gestionale e finanziaria, nel pieno rispetto delle leggi che regolano il mondo del terzo settore. Scopo dell’associazione è fare e promuovere iniziative per creare eventi in ricordo di Davide Simoni principalmente individuati fra quelle che erano le sue passioni: le arti marziali, la moto (motoraduni), la musica, la cultura (settore scienze applicate).
“Davide Sempre con Noi” crede in una società solidale, in una rete di relazioni uma­ne che formano una comunità, nella costruzione di relazioni che rompano il muro dell’isolamento, nella tutela e nell’afferma­zione di giovani ed anziani e delle persone deboli. Crede che il volon­tariato debba avere una funzione integrativa e non sostitutiva delle struttura pubblica, che possa rendere i servizi sempre più a misura d’uomo. Lo scopo è promuovere e valorizzare l’impegno dei giovani e degli adulti, perché possa crescere il loro ruolo attivo nella società. Si propone di contrastare ogni forma di esclusione sociale, migliorare la qualità della vita, diffondere la cultura e la pratica della solidarietà perché ogni età abbia un valore e ogni persona un suo progetto di vita attraverso cui diventare una risorsa per sé e per gli altri.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Nasce “un fiume di libri” per la lettura

La Biblioteca A. Vivaldi di Bronzolo offre ai lettori della Bassa Atesina uno spazio per incontrarsi e parlare di libri. Ogni mese, dopo aver letto un romanzo prestabilito, i partecipanti possono condividere le proprie impressioni, suggestioni e giudizi in piena libertà. L’iniziativa dà nuovo vigore a una realtà che negli ultimi anni stava iniziando a passare in secondo piano e che può ora sperare di diventare uno dei principali punti di ritrovo e di coesione sociale del paese.

“Sarà un momento fertile, di confronto e di scoperta. Ovviamente, sempre nel rispetto dell’opinione dell’altro”, dice Daisy Fellin, la bibliotecaria volontaria che ha organizzato e dirige l’iniziativa. Le regole: “Leggere ciò che si può nel tempo che si ha; presentarsi all’incontro anche se non si è finito di leggere o se il libro non è piaciuto affatto: in questo caso, il gruppo di lettura è il posto giusto per discuterne assieme”.

Si parlerà di libri, sì, ma i protagonisti sono i lettori: “Dopo varie esperienze dirette, mi sono resa conto che i gruppi di lettura non riguardano solo i libri, ma soprattutto le persone che li leggono: leggere insieme e parlare delle proprie letture crea forti connessioni, un sentimento di coesione tra i partecipanti, quasi di familiarità. I libri, da soli, prendono polvere. Sono le persone che li rendono vivi”.

L’impegno di ritrovarsi una volta al mese per confrontarsi su un interesse in comune consente di avvicinare persone molto lontane tra loro, che solitamente non avrebbero né il motivo né l’occasione di entrare in contatto: “Ritagliarsi un momento per discutere di un argomento condiviso permette ai giovani di aprirsi alla realtà fuori dalla propria bolla social e agli anziani di uscire dal grande isolamento che vivono nel quotidiano. Ciò che volevo era creare un gruppo intergenerazionale per mettere in connessione età diverse. Il libro è il punto di partenza che favorisce l’incontro e il confronto tra mondi spesso lontani. E poi, chi lo sa, potrebbero nascere delle belle amicizie”.

Durante l’incontro preliminare, una ventina di persone si sono ritrovate nelle sale della biblioteca per scegliere tra gli otto titoli proposti da Daisy. Si tratta di letture veloci e adatte a tutti i gusti: “Ho scelto libri che non fossero solo consolatori, la classica lettura da spiaggia, per intenderci. Ci sono anche titoli che possono stimolare riflessioni critiche, addirittura negative, com’è giusto che sia quando si legge”, afferma la bibliotecaria. La scelta dei lettori è infine ricaduta su quattro libri. Di seguito, l’elenco con i rispettivi appuntamenti: lunedì 23 marzo, “La luna e i falò” di C. Pavese; lunedì 20 aprile, “L’Avversario” di E. Carrère; lunedì 18 maggio, “I miei stupidi intenti” di B. Zannoni. Tutti gli incontri avverranno dalle 20 alle 21.

Per l’occasione, è stato creato un gruppo WhatsApp e ogni comunicazione avverrà tramite la pagina Instagram della biblioteca: @bibliotecavivaldibronzolo. 

Per ulteriori informazioni, ci si può rivolgere all’indirizzo e-mail: bibliotecavivaldi@tiscali.it

Autore: Tommaso Calamaro

Tutta la comunità unita per il trasloco dell’asilo

Quando si parla di trasloco si pensa quasi sempre a fatica, costi e stress. A Vadena, invece, il trasferimento delle scuole dell’infanzia, per quanto abbia richiesto impegno, si è trasformato anche in un momento di festa e di convivialità, in grado di unire le comunità italiana e tedesca in un grande gesto collettivo di collaborazione.

Erano le 8 del mattino di un sabato quando la comunità di Vadena si è rimboccata le maniche per contribuire a svuotare gli spazi all’ultimo piano del Municipio e dell’edificio vicino, che negli ultimi due anni e mezzo hanno ospitato in via del tutto provvisoria le attività didattiche delle scuole dell’infanzia italiana e tedesca. 

Genitori dei bambini iscritti, cittadini senza figli a scuola, amministratori e persino qualche alunno hanno deciso di partecipare per dare una mano. Sono servite circa un paio d’ore di dedizione senza sosta dedicate al trasloco degli arredi, per spostare scatoloni, il materiale didattico e pure i giochi. 

Un aiuto da tutti, anche dai più piccoli

Qualche bambino ha partecipato entusiasta, trasportando piccoli pacchi e rotoli di carta, sentendosi in questo modo parte attiva di un momento importante per la propria scuola. Accanto ai volontari c’erano anche la vicesindaco Martine Parise e gli assessori Mario Grenga e Josef Untersalmberger, assieme alla coordinatrice Ornella Simoncelli e alla dirigente Roberta Lubiato. 

“Abbiamo avuto a disposizione anche dei mezzi agricoli – racconta la vicesindaco -. Alcuni contadini ci hanno supportato guidando i trattori con i rimorchi carichi di tutto il necessario: mobilio, scatole, materiali, giochi. È stata un’immagine bellissima. Grazie di cuore a chi è riuscito ad esserci. Ogni gesto è stato importante e soprattutto prezioso. È stata una bellissima dimostrazione di amore per la comunità”. 

E in effetti la giornata ha assunto ben presto il tono di un momento conviviale. Una volta concluso il tutto, i presenti si sono fermati per una merenda improvvisata “sul carro” alla quale ognuno aveva portato qualcosa, una thermos di caffè, dei dolcetti. “Oltre ad essere stato un lavoro è stato un momento di gioia – commenta Parise -. Abbiamo finito il trasloco e poi siamo rimasti altre due ore a chiacchierare. In un mondo dove ci sono sempre più regole, quest’attività è stata spontanea, volontaria, partecipata. E questo è il bello, ci racconta queste realtà sono ancora possibili.” 

Un aspetto significativo è stata la partecipazione congiunta delle due realtà linguistiche del paese. “Tutti i volontari erano insieme, sia della scuola tedesca sia di quella italiana, senza divisioni. Ci tengo a sottolineare che, come amministrazione, cerchiamo di comunicare positività e unione, perché questo clima poi si riversa sul paese”, continua la vicesindaca Parise.

Di nuovo fra i banchi dopo una passeggiata

Il ritorno tra i banchi risale allo scorso lunedì 9 febbraio, quando bambini e insegnanti hanno raggiunto la nuova scuola con una passeggiata simbolica, culminata nel taglio del nastro affidato proprio ai più piccoli, tra palloncini e sorrisi. 

Per l’inaugurazione ufficiale, però, pare che bisognerà attendere ancora un po’, si stima in primavera quando verranno completate la mensa e la microstruttura Kita, strutture che garantiranno ulteriori spazi e servizi. La nuova scuola rappresenta però anche un traguardo atteso da anni. “Le nascite sono aumentate e con esse la richiesta di posti. Adesso la struttura può contare anche su un’ulteriore piano rialzato” spiega Martine Parise, ricordando un risultato divenuto possibile per merito dei fondi Pnrr, che hanno concesso di approntare un intervento atteso e assai necessario per restituire ai propri giovanissimi concittadini, finalmente, una struttura moderna e più ampia”.

Autore: Daniele Bebber

Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi

Hockey italiano: quale destino dopo Milano Cortina 2026?

I Giochi Olimpici invernali si sono appena conclusi e l’emozione di vedere gli Azzurri dare tutti sé stessi lascia il posto alla nostalgia dell’atmosfera entusiasmante dei Giochi, la gioia di accendere la televisione e saper sempre cosa guardare e festeggiare per ogni successo. Oltre a questo, però, la fine dell’Olimpiade porta con sé anche una serie di riflessioni sul nostro mondo sportivo e il suo futuro. Con Jonny Vallini, portiere del Bolzano e della nazionale di hockey su ghiaccio, abbiamo parlato degli obiettivi olimpici della nazionale e delle speranze future per questo sport. 

Come ti sei sentito alla vigilia di Milano Cortina 2026?

“Gioco in nazionale da 12 anni ed è sempre un onore grandissimo. Soprattutto con le Olimpiadi in casa si sente una responsabilità enorme, che ti dà più carica per arrivare al massimo delle tue possibilità. Col Bolzano non puoi permetterti di perdere partite, c’è una pressione diversa. Alle Olimpiadi siamo visti come una squadra senza possibilità di medaglia, ma è l’emozione la vera incognita da gestire: affrontare il palcoscenico olimpico non è facile.

L’Italia di hockey su ghiaccio si è scontrata con alcune delle squadre migliori del mondo con il proprio roster al completo. Per la prima volta dal 2014 infatti la lega nordamericana (NHL) ha permesso ai propri giocatori di prendere parte ai Giochi: il livello è stato altissimo.”

Quali sono stati i vostri obiettivi per questi Giochi?

“Far vedere alla gente che sappiamo giocare. Ci siamo concentrati partita per partita. Gli alti e i bassi sono sempre presenti, ma l’importante è crederci e dimostrare al mondo che sappiamo giocare, dare visibilità e uno slancio all’hockey italiano.”

La nostra nazionale — che comprendeva otto dei nostri Foxes — si è scontrata con Svezia, Slovacchia, Finlandia e Svizzera. La squadra ha dimostrato grande capacità e grinta contro gli svedesi e ha fatto sperare a tutti noi spettatori in una vittoria tenendo testa alla Slovacchia. Lo scontro con la Finlandia non si è concluso nel migliore dei modi, ma la nostra squadra aveva già dimostrato una grande abilità che ha portato in pista contro la Svizzera: la partita è stata persa 3-0, ma complessivamente quello che gli Azzurri si portano a casa non è una sconfitta. Le grandi prestazioni dei portieri, il milanese Davide Fadani e l’altoatesino Damian Clara non sono passate inosservate né in casa né all’estero, ma non sono state l’unico risultato dell’avventura olimpica della nazionale che ha dimostrato di poter competere su palcoscenici internazionali di alto livello. L’entusiasmo del pubblico ha riacceso la speranza che i Giochi possano dare una nuova spinta allo sviluppo e alla promozione dell’hockey su ghiaccio sul territorio nazionale cogliendo l’occasione persa dopo Torino 2006. La città di Milano si sta già attivando e ha espresso la volontà di ricreare una squadra milanese che possa competere in Italia e, magari, nella lega internazionale ICEHL, in cui gioca l’Hockey Club Bolzano.

Non resta che chiedersi se qui in Alto Adige, dove il mondo hockeistico è un passo avanti rispetto ad altre aree, questa nuova ondata di entusiasmo riuscirà a far germogliare non solo un nuovo interesse nei confronti di questo sport, ma anche una nuova promozione mirata a formare giocatori che un giorno potrebbero diventare le nuove stelle italiane dell’hockey. 

Jonny: che messaggio vorresti arrivasse grazie a queste Olimpiadi?

“Per chi non conosce l’hockey, cercate di guardarlo! È uno sport bellissimo, veloce, fisico. Come squadra speriamo di essere riusciti a far interessare le persone a questo sport, sogniamo di far iniziare a giocare i bambini. Vogliamo mettere in mostra l’hockey e magari trovare qualche nuova leva, perché abbiamo bisogno di nuova gente: qui si diventa vecchi!”

Autrice: Anna Michelazzi

All’Oratorio cresce la voglia di festeggiare

Anche quest’anno il periodo di carnevale ha trovato ben preparata la cittadinanza di Laives e dintorni: giochi, maschere, spettacoli e delizie per il palato sono state le protagoniste di questa fine di febbraio, tutta all’insegna del divertimento.

Ennesima edizione di successo dell’ormai consueta festa di giovedì grasso organizzata dall’Oratorio Santiago nel piazzale della parrocchia. I tanti volontari sempre in prima linea per rendere queste occasioni speciali sono stati contagiati questa volta dallo spirito olimpico: sul piazzale sono magicamente comparsi i 5 cerchi olimpici e ben 150 tra bambini e ragazzi si sono fatti altrettanto contagiare, iscrivendosi al torneo e sfidandosi in maschera nei tanti giochi proposti. Alla fine, tutti gli “atleti” hanno potuto ritirare il loro premio di partecipazione mentre il vincitore ha potuto alzare al cielo la fiaccola e…portarsela a casa. Non sono mancati come sempre krapfen, strauben e zucchero filato, non proprio in ottica agonistica, ma immancabili senz’altro a carnevale.

Domenica 15 febbraio invece, l’oratorio ha aperto le porte al pranzo per il gruppo anziani, per festeggiare gli anniversari di matrimonio tra cibo, buona compagnia e risate, grazie anche all’intrattenimento dell’instancabile Elena.

Il Santiago si conferma punto di riferimento fisso per tutta la popolazione di San Giacomo, richiamando per eventi come il carnevale anche persone da zone limitrofe. Il calendario degli appuntamenti prosegue fitto nel mese di marzo, che porterà appuntamenti per i più piccoli come i clown il 10 marzo e l’attesissimo torneo di burraco previsto per il giorno 21.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Mobilità: rivoluzioni possibili e città vivibili?

Per ripensare la mobilità non bisogna essere Parigi (che in dieci anni ha ridotto le emissioni di CO2 dal traffico stradale del 35%), né Pontevedra in Spagna (che è passata da 80.000 a 7.000 veicoli al giorno, registrando zero morti stradali tra 2011 e 2018). Basterebbe un Alto Adige che investa nel trasporto pubblico e metta al centro le persone. Facile, no? Di questo tema ne abbiamo parlato con Madeleine Rohrer (consigliera provinciale dei Verdi), Barbara Hölzl (assessora alla mobilità del Comune di Merano) e Daniel Alfreider (assessore alla mobilità della Provincia di Bolzano). Tre prospettive diverse, politica di opposizione, amministrazione comunale, esecutivo provinciale, per capire dove si può intervenire, a quale livello e con quale coraggio.

Guardando all’Alto Adige, qual è la priorità politica più urgente sulla mobilità oggi?

Madeleine Rohrer – Serve un cambio di rotta: il trasporto pubblico deve diventare la priorità. Oggi si investe nella ferrovia, lo dimostrano l’elettrificazione della ferrovia della Val Venosta o la variante ferroviaria della Val di Riga, che ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza per la Val Pusteria. Gli investimenti nelle strade, però, restano tuttora i più consistenti, finendo così per vanificare questi sforzi. Strade più larghe significano più auto e, inevitabilmente, una qualità della vita peggiore per chi vive nelle vicinanze.

Barbara Hölzl – Guardando a Merano, la priorità politica più urgente in tema di mobilità è una scelta chiara a favore di una città a misura di persona. Questo significa innanzitutto rafforzare il ruolo dei pedoni, puntando su percorsi brevi, continui e sicuri, che rendano il centro e i quartieri facilmente accessibili nella vita quotidiana.

Parallelamente, è fondamentale continuare ad ampliare e migliorare la rete ciclabile e promuovere in modo più deciso la mobilità in bicicletta come vera alternativa all’auto, soprattutto per gli spostamenti brevi e medi. Un altro elemento centrale è il costante potenziamento del trasporto pubblico urbano, che deve essere semplice da usare, affidabile e ben integrato.

Daniel Alfreider – La priorità è offrire un’alternativa che funzioni davvero, ogni giorno. Non si tratta di andare contro chi usa l’auto: molti continueranno a guidare, perché l’autobus non può raggiungere ogni luogo ad ogni ora o perché certe necessità lo fanno obbligatorio. Ma in città come Bolzano e Merano dobbiamo rendere più semplice scegliere il trasporto pubblico, con il treno come spina dorsale, perché quando il servizio è affidabile si guadagna tempo, si riduce lo stress e si vive meglio.

Se si potesse avviare subito una misura concreta (una sola) che migliorerebbe la vita quotidiana di chi si sposta, quale potrebbe essere?

Madeleine Rohrer – Abbiamo proposto in Consiglio provinciale un abbonamento da 100 euro all’anno per treni, autobus e funivie. Alla fine, la giunta provinciale ha scelto invece una tariffa annuale di 250 euro. Sicuramente è conveniente per chi viaggia molto, ma per chi utilizza il trasporto pubblico solo saltuariamente resta una soluzione troppo costosa e poco attrattiva. Per avere meno auto sulle strade, il trasporto pubblico deve diventare interessante proprio per quelle persone che oggi lo utilizzano poco.

Barbara Hölzl – Se avessi una bacchetta magica, anticiperei la realizzazione del Centro della Mobilità di Merano, in modo che potesse entrare in funzione contemporaneamente all’apertura della circonvallazione nord-ovest. Sappiamo già oggi che su questo fronte siamo in ritardo e, per quanto l’apertura della circonvallazione sia molto attesa, siamo anche consapevoli che nella fase iniziale continueranno a verificarsi criticità e colli di bottiglia nell’area del nodo della stazione ferroviaria, finché il Centro della Mobilità non sarà completato.

Daniel Alfreider – Il secondo binario tra Bolzano e Merano. Quando lo avremo realizzato, viaggeranno più persone in treno e questo significherà, soprattutto, meno auto a Bolzano.

C’è una scelta “difficile”, potenzialmente impopolare, che ritenete necessaria per fare un salto di qualità?

Madeleine Rohrer – Per rendere i centri urbani più attrattivi, a misura d’uomo e di donna, e quindi anche più sicuri per chi si muove a piedi e in bicicletta, è necessario limitare l’accesso alle auto di chi non ci abita. Questo vale innanzitutto per chi arriva da fuori, come i turisti. Non tutti devono poter entrare nei centri delle nostre città con la propria auto.

Barbara Hölzl – In questo momento Merano si trova di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Con l’apertura della circonvallazione nord-ovest abbiamo un’opportunità concreta per trasformare in modo sostenibile la mobilità cittadina. Questo comporta anche la necessità di prendere decisioni difficili e, in alcuni casi, potenzialmente impopolari, che non saranno immediatamente comprensibili o condivise da tutti. Per migliorare la qualità urbana sarà indispensabile ridurre il traffico individuale nel centro cittadino e rendere più tranquille alcune delle principali assi viarie. Allo stesso tempo dovremo ripensare, insieme ai Comuni limitrofi, il tracciato e l’organizzazione di tutte le linee di autobus che attraversano Merano, con l’obiettivo di rendere il trasporto pubblico più efficiente, attrattivo e competitivo.

Daniel Alfreider – Sì. Nelle aree urbane lo spazio è limitato e va gestito meglio. Questo significa dare priorità a soluzioni che muovono più persone con meno ingombro, quindi trasporto pubblico e intermodalità. Allo stesso tempo, è giusto dirlo chiaramente: continuiamo a investire anche su sicurezza e resilienza delle infrastrutture stradali, perché non tutti possono rinunciare all’auto. Le due cose non si escludono: si completano.

Ha in mente una buona pratica vista altrove (in Italia, in Europa o nel mondo) che sarebbe davvero replicabile in Alto Adige? Quale e perché?

Madeleine Rohrer – Quello che ci accomuna è una cosa molto semplice: siamo tutte e tutti pedoni. Lo siamo quando andiamo alla fermata dell’autobus o in stazione, quando raggiungiamo il parcheggio per salire in auto e persino quando prendiamo la bicicletta. In ogni comune esistono esempi di spazi pensati prima di tutto per le persone: luoghi che invitano a fermarsi, con superfici piacevoli, marciapiedi ampi e alberi che offrono ombra, sempre più preziosa nelle estati rese calde dal cambiamento climatico. A Merano, per esempio, via Leopardi combina un marciapiede largo, una ciclabile con asfalto chiaro e l’alberatura. Non si tratta nemmeno di inventare qualcosa di nuovo: già chi ha progettato le nostre città in passato aveva chiaro quanto fossero importanti spazi pubblici ampi, alberati e accoglienti. È una visione che abbiamo già sotto gli occhi e che oggi dovremmo semplicemente estendere a tutto il territorio.

Daniel Alfreider – Sono stato a Copenaghen per studiare la mobilità ciclistica. È una città modello, però la lezione più utile è che non hanno cambiato tutto subito: hanno lavorato in modo coerente, pezzo a pezzo, strada per strada, dando più spazio e più sicurezza a bici e mobilità pedonale. È un approccio replicabile anche da noi, perché in Alto Adige esiste già una base solida: la rete ciclabile intercomunale supera i 500 km e negli ultimi anni abbiamo messo in campo investimenti record. Dal 2022 al 2024 la Provincia ha stanziato 67,8 milioni di euro, con quasi 60 km di nuove ciclabili o miglioramenti in corso, grazie a un mix di risorse provinciali, fondi UE e PNRR.

Guardando al futuro, tra 15–20 anni, che tipo di mobilità vorrebbe per la provincia?

Madeleine Rohrer – Tra 15–20 anni vorrei una mobilità in Alto Adige che renda l’auto privata non più necessaria. Treni frequenti, comodi e veloci — a partire dal collegamento ogni 15 minuti tra Merano e Bolzano —, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, continui e ben progettati: così muoversi senza macchina diventa naturale e conveniente. I soldi che oggi spendiamo per carburante, parcheggi, manutenzione o per acquistare una seconda auto potrebbero restare nelle nostre tasche, riducendo la pressione economica sulle famiglie e aumentando la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Vorrei che, soprattutto a Bolzano e Merano, il trasporto pubblico fosse la scelta più naturale: treni frequenti dove serve, stazioni comode e accessibili, e nodi intermodali che rendono semplice cambiare mezzo. E la mobilità funziona davvero quando è anche facile da capire e conveniente: per questo sono importanti tariffe chiare, come il pass a prezzo fisso Fix365 a 250 euro l’anno e l’opzione Fix30 a 39 euro al mese, che rendono più semplice scegliere ogni giorno treno e autobus.

Nella transizione, chi rischia di restare penalizzato, e come evitarlo?

Madeleine Rohrer – Già oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Pensiamo ai giovani o alle persone anziane senza patente, costretti a dipendere dall’offerta del trasporto pubblico o dalla disponibilità di parenti e amici muniti di auto. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Rischiano di restare indietro le persone che hanno meno alternative: chi vive lontano dalle stazioni, chi ha orari rigidi, anziani e persone con disabilità. Per questo servono misure pratiche: stazioni e mezzi accessibili, collegamenti bus affidabili verso le stazioni, e soluzioni mirate dove una linea tradizionale non è efficiente. Anche l’aspetto economico è decisivo: tariffe semplici e sostenibili aiutano a non lasciare indietro nessuno. Per i senior, ad esempio, il 65+ Pass arriva a 5 centesimi al giorno per chi ha più di 75 anni.

Alla fine, il punto non è solo tecnico, né solo ambientale. È anche una questione sociale e di libertà quotidiana. Come lo dice Rohrer: “oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.”

Ci vediamo nel 2046.

Autore: Marco Valente