Gestire i pericoli naturali con il cambiamento climatico

Sono trascorsi sette anni da quel giorno di fine ottobre in cui la tempesta Vaia si abbattè sull’Alto Adige con raffiche di vento che raggiunsero i 130 chilometri orari e sradicando migliaia di alberi: in totale in quell’occasione furono danneggiati circa 5900 ettari di bosco, pari all’1,7 per cento del patrimonio forestale altoatesino. Oggi la zone di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente sono oggetto di studio da parte degli esperti affinché certe catastrofi possano essere evitate.

Esattamente sette anni fa oltre 2000 ettari di bosco nella zona intorno al Passo di Costalunga furono danneggiati dalla terribile tempesta Vaia. Grazie al coordinamento delle operazioni di rimozione e alla sinergia tra autorità, aziende e proprietari boschivi, recentemente è stato possibile portare a termine i lavori rapidamente e senza ulteriori danni. “L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-RISK-CC, che in collaborazione con altre dieci istituzioni dell’arco alpino si occupa dell’adattamento agli effetti degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico”, spiega Willigis Gallmetzer, direttore del Centro funzionale provinciale dell’Agenzia per la Protezione civile. 

Aldino, Nova Ponente  e Nova Levante 

In particolare, ad essere oggetto di studio è l’area colpita dalla tempesta Vaia ricadente nei territori comunali di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente: proprio in questi Comuni l’Agenzia per la Protezione civile ha organizzato tre workshop ai quali hanno partecipato – oltre al personale del Centro funzionale provinciale, dell’Ufficio Meteorologia e prevenzione valanghe, dei Bacini montani e del Servizio forestale – anche rappresentanti delle amministrazioni comunali, delle organizzazioni di soccorso, delle organizzazioni turistiche e dei gestori di servizi essenziali. 

Sulla scorta dell’analisi dell’evento passato e delle proiezioni future in materia di fenomeni estremi, sono state approfondite tutte le tappe della gestione del rischio, dalle fasi di prevenzione e preparazione fino ad arrivare al superamento e alla ricostruzione, individuando contestualmente i settori che necessitano di miglioramento. 

Aggiornare i piani di pericolo

Da un confronto interdisciplinare, teso a definire misure concrete per affrontare al meglio gli scenari futuri, è anche  emersa la necessità di aggiornare i Piani delle zone di pericolo tenendo conto dei cambiamenti climatici, migliorare la comunicazione e introdurre un sistema di allerta precoce in caso di previsioni di eventi estremi.

La partecipazione al progetto di tutti i rappresentanti del territorio permette di sviluppare piani d’azione mirati per la gestione futura dei pericoli naturali, che andranno oltre i confini dei tre Comuni e fungeranno da modello per l’intero Alto Adige e l’area alpina.

L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-Risk-Cc (“How to adapt to changing weather eXtremes and associated compound RISKs in the context of Climate Change”, in italiano “come adattarsi ai cambiamenti climatici estremi e ai rischi ad essi associati”). 

Il partner principale è il centro di ricerca Eurac Research; il progetto è finanziato dal programma Interreg Alpine Space 2021-2027.

Autore: Luca Masiello

Un memorial “senza pretese” per ricordare Walter

Non serve un trofeo di prestigio per rendere omaggio ad una persona davvero speciale: a volte è sufficiente un “Torneo senza pretese”, come quello organizzato a Salorno per ricordare Walter Martinelli, una persona che è riuscita a lasciare un segno indelebile nei cuori dell’intera comunità.

A sedici anni dalla sua scomparsa, il Salorno calcio si è impegnato alacremente per proporre un evento semplice, ma decisamente pregno di significato. Pensato come Memorial, la definizione “torneo senza pretese” vuole anche significare amicizia e riconoscenza verso l’impegno e l’umanità di un uomo riuscito a unire generazioni e settori diversi del paese, dallo sport alla politica, dal volontariato alla goliardia del carnevale, il tutto con grande umiltà.

“Per parlare di Walter servirebbero giorni interi. Era ovunque – spiega il fratello gemello Edy Martinelli – ed era un associazionista convinto. Quando c’era da portare un sorriso nel Comune di Salorno non mancava mai”. 

Tra le altre cose fu lui a fondare il gruppo dei coscritti del 1949, che ancora oggi continua a riunirsi e a viaggiare per l’Europa.  

Rivolgendo l’attenzione agli aneddoti più curiosi della sua viota, spicca una certa creatività e fantasia, come quella manifestata la volta in cui aveva calato delle salsicce dal campanile della piazza durante la giornata dell’Avis. Oppure quel frangente in cui per accogliere l’anno 2000 portò in piazza l’intera comunità, parroco incluso, per salutare il nuovo millennio in modo decisamente originale.
“Inventivo, coinvolgente, sempre pronto a regalare un sorriso anche nei momenti difficili” è il ricordo quasi unanime emerso nelle parole di chi l’ha conosciuto. 

“Era anche uno che sapeva ascoltare davvero – sottolinea ancora il gemello -. Walter esprimeva il suo pensiero con rispetto, coinvolgendo tutti”. 

I figli, Davide “Spillo” e Andrea “Roccia” Martinelli, ne parlano con emozione e gratitudine: “Ci ha insegnato a non mollare mai, ad aiutare chi è in difficoltà, a sorridere anche quando non è facile”. 

Walter era anche il cuore del carnevale. Per oltre vent’anni ha sfilato con i suoi carretti fatti in casa, ed ad ogni edizione portava un messaggio ironico e mai banale. 

“Sapeva sempre trovare la parola giusta per ognuno. Era molto responsabile, anche più di me, e sempre presente nei momenti importanti”, confessa la moglie Silvana nel ricordarne la grande umanità e l’equilibrio. 

Molti giovani cresciuti attorno a lui lo ricordano come una figura paterna. Tra questi l’attuale capitano del Salorno Fabio Bertoldi e il  presidente della società calcistica Sandro Piffer. 

“Era come un secondo papà – racconta Bertoldi -. Quando mi hanno convocato per la Nazionale Under 18 venne con mio padre a Coverciano. Era sempre lì, con il sorriso. Anche se eri arrabbiato, riusciva a farti stare bene”. 

“Era anche l’autista del pulmino, soprannominato Airton Martinalli per le doti di guida”, sorride Bertoldi. 

“Era il momento giusto per ricordarlo – afferma Piffer, non senza lasciar trapelare l’emozione  spiegando il senso del memorial – All’inizio mancavano le forze, adesso abbiamo un gruppo più ampio e possiamo riproporre ciò che Walter ha creato: un torneo che unisce”.

Anche Andrea Martinelli è nello staff organizzativo del torneo. Per molti è come avere di nuovo Walter tra loro. “Papà era dinamico, esplosivo. Amava creare per la comunità e stare con la gente. L’idea è continuare ciò che ha iniziato”. 

Ivan Cortella, ex vicesindaco di Salorno, amico e compagno di tante avventure, conserva bei ricordi nel dire che era una fucina di idee: “Una volta mi portò una gru per un gioco – dice -. Ricordo quando mi chiamava di mattina o di sera per propormi idee per i giochi del torneo senza pretese”. 

Insomma, dentro un mondo in cui con la stessa fretta con cui si muove spesso si dimentica, Walter Martinelli sembra continuare a vivere nei gesti di chi l’ha conosciuto. “Walter non è solo un ricordo – conclude Bertoldi -. È sempre qui nel nostro modo di fare e questo torneo, semplice ma sentito, ne è la dimostrazione”.

Autore: Daniele Bebber

Anita, “Il mondo è donna” e Nilde Iotti

“Il mondo è donna” è un progetto che ogni anno sceglie una figura femminile da un diverso continente come protagonista di un murales. Anita Danese, autrice dell’opera di quest’anno, racconta la sua esperienza.

Quest’anno il progetto ha scelto di rappresentare l’Europa attraverso la figura di Nilde Iotti. Cosa ti ha colpita di più di lei e come hai deciso di interpretarla nel tuo murales?

All’inizio ero indecisa tra due figure: Margherita Hack e Nilde Iotti. La scelta è poi ricaduta su Nilde Iotti perché come donna attiva in politica, mi è sembrato importante ridarle visibilità, soprattutto nel contesto politico attuale, in cui la Storia è troppo spesso dimenticata o cancellata. Rappresentarla è stata una vera sfida: è una figura complessa, una donna che ha lottato per i propri ideali ma che ha anche vissuto momenti difficili, sia pubblici che personali. Poterle dedicare un muro, uno spazio visibile e pubblico, è stato per me un grande onore.

Da dove sei partita per progettare il murales e come si è sviluppata l’idea fino al risultato finale?

La prima fase è stata una ricerca approfondita sulla sua vita e attività politica, cercando di capire chi fosse davvero e cosa rappresentasse. Era importante per me partire da una conoscenza reale della persona prima ancora che del personaggio. Poi è iniziata la parte più complessa, quella della sintesi visiva.

Ho sperimentato stili e idee diverse, lasciandomi ispirare anche da altri muralisti. Il confronto con Cristian Luccarini (Oakmood) e con il team di COOLtour è stato fondamentale: mi ha aiutata a capire come trasformare la mia idea in un murales concreto. Era la mia prima esperienza di pittura su parete, e lavorare su una scala così grande, con un’opera destinata a restare pubblicamente visibile, è stato emozionante e anche un po’ spaventoso. Ma proprio per questo è stato un percorso di grande crescita personale e artistica.

Citando COOLtour, in che modo il percorso con questo servizio ti ha aiutata?

Ho iniziato a collaborare con loro nel 2022, un po’ per caso, grazie ad alcune amiche che già partecipavano ai progetti e da allora ho preso parte a diverse iniziative legate all’arte visiva. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Non vengo da un percorso artistico tradizionale — prima dell’Accademia di Belle Arti non avevo mai avuto occasioni concrete per esprimermi — e COOLtour mi ha dato lo spazio per sperimentare. È stato anche un modo per costruire una rete e trovare una mia voce artistica. Lavorare su progetti reali, con un obiettivo condiviso, mi ha fatto capire che avevo davvero qualcosa da dire, e che già possedevo gli strumenti per farlo.

Quale significato volevi trasmettere con l’opera?

Il murales è composto da tante micro scene che insieme raccontano la complessità di Nilde Iotti. Ho realizzato diversi bozzetti prima di trovare un equilibrio tra la sua forza politica e la sua umanità. Una ricerca di equilibrio tra la sua forza personale e il suo ruolo pubblico, tra libertà e responsabilità. Le molte sfaccettature che ognuno di noi porta dentro, i diversi ruoli e le diverse identità che convivono in una stessa persona.

Quale reazione o riflessione speri di suscitare in chi vedrà il murales?

Ciò che volevo davvero, rappresentando Nilde Iotti, era restituirle visibilità e il riconoscimento che merita. Averla esposta allo sguardo di tutti, è già per me un gesto simbolico importante. Volevo che le persone la vedessero, la ricordassero, insieme a simboli riconoscibili per tutti, come i papaveri, che richiamano memoria, fragilità e resistenza. Mi piace pensare che la sua storia resti aperta, che continui attraverso le nostre, e che questo murales possa trasmettere un senso di lotta comune e di impegno ancora vivo.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

Un’oasi di fiori lungo le strade della città

Arriverà l’inverno, che coprirà la terra con la neve ed il ghiaccio. Poi tornerà la primavera, e la sorpresa sarà enorme, quell’area splenderà di luce propria da un manto di fiorellini colorati: anche la città di Laives partecipa al progetto “Prati fioriti” che aiuta i comuni dell’Alto Adige a creare e mantenere prati fioriti con semi di piante locali.

Le farfalle, le api selvatiche, i sirfidi e i coleotteri sono responsabili dell’impollinazione di circa due terzi di tutte le specie vegetali del mondo e garantiscono così un terzo della produzione alimentare globale. Tuttavia, questi insetti non possono sopravvivere nelle nostre città e nei nostri paesi fortemente sigillati o sui prati all’inglese. La popolazione di molte specie di insetti è diminuita drasticamente negli ultimi anni e decenni. È quindi fondamentale proteggere gli impollinatori, non solo per gli insetti stessi ma anche per gli esseri umani.

Per garantire che tutti gli altri impollinatori trovino un posto dove vivere nel paesaggio urbanizzato e utilizzato in modo intensivo, in molte comunità altoatesine si stanno piantando prati fioriti di alto valore ecologico, con semi di specie vegetali autoctone che si adattano alle condizioni locali. Nessun altro habitat al mondo ospita così tante specie vegetali in uno spazio così ridotto: oggi i prati fioriti sono minacciati dall’agricoltura intensiva, dall’uso eccessivo di fertilizzanti organici (letame, liquami) e dalla risemina dei prati, oltre che dallo sfalcio troppo frequente e precoce. Per questo motivo, i prati fioriti devono essere preservati o addirittura creati ex novo attraverso misure specifiche. 

Così, proprio nell’ambito del progetto “prati fioriti”, i tecnici del Comune, in collaborazione con la Giardineria comunale, hanno individuato alcuni punti strategici per realizzare il progetto nel capoluogo della Bassa Atesina: lungo la ciclabile fra Pineta e la rotatoria nord, all’interno del nuovo anello ciclabile in zona Galizia e verso il confine con Bronzolo sono zone che verranno trasformate in prati con fiori colorati e di diverse specie proprio per creare un habitat per gli insetti impollinatori e promuovere la biodiversità in città.
Il progetto è supportato da: Dachwerband, Stiftung Südtiroler Sparkasse, Versuchszentrum Laimburg, Vereine Sortenarten Südtirol e Filiera Futura. 

Autore: Luca Masiello

Il sindaco con il ghiaccio sotto i piedi

Nella vita dell’attuale sindaco di Salorno, Roland Lazzeri, c’è una pagina la cui lettura ha il freddo sotto i piedi e una scopa tra le mani. È la lunga storia di passione per il broomball, sport di squadra praticato sul ghiaccio senza pattini, che per anni ha infiammato i cuori e le gelate invernali della Bassa Atesina, e non solo, tra amicizia, trasferte internazionali, trofei e pure… qualche costume da Spider-Man.

Roland Lazzeri, com’è iniziata per lei l’avventura nel broomball?

Come un po’ per tutti da queste parti, direi. Il broomball è nato proprio qui nella nostra zona, grazie all’iniziativa di don Andrea, l’allora parroco. Era un uomo molto sportivo e, venuto a conoscenza di questo sport che si gioca sul ghiaccio ma senza pattini, ha pensato che potesse essere un’attività accessibile a tutti. Così, con un gruppo di ragazzi del paese, ha investito qualche soldo per comprare le prime attrezzature: scope rudimentali, qualche vecchia soldatella e si è iniziato a giocare. Il campo da tennis dietro la chiesa diventava una pista di ghiaccio d’inverno. Da lì è partito tutto.

Poi è arrivata la squadra…

Sì, pian piano si sono formate le prime squadre anche in Val di Non. A Pochi, nel 1989, è nata l’associazione “Pochi 89”, da cui anche il nome. Io sono entrato in quegli anni, un po’ dopo i fondatori. Nel 1990 giocavamo già i primi tornei e campionati, come il celebre Torneo dei Bar qui a Salorno, dove ogni bar metteva insieme una squadra. Era un evento bellissimo, partecipava tutto il paese.

Una realtà che poi si è evoluta, fino ad arrivare a competere a livello internazionale…

Esatto. Dalle prime scope siamo passati a un’organizzazione più seria. Abbiamo iniziato a comprare attrezzature vere, a crescere come squadra e come società. Nel 1996 siamo andati ai primi Mondiali, a Victoria, in Canada. Ma abbiamo sempre approfittato anche per farci un po’ di vacanza: Los Angeles, Las Vegas, New York, Chicago, St. John’s, Corner Brook… Siamo stati dappertutto, anche in Giappone. E nel 1998 abbiamo persino organizzato un mondiale a Bolzano.

Il movimento è cresciuto anche a livello locale, con giovani e donne coinvolti…

Sì, abbiamo creato un settore giovanile che ha funzionato molto bene per anni. Al culmine, avevamo due maschili in Golden e Silver League, una femminile e una giovanile. Il periodo d’oro è stato dal 2000 al 2020. Purtroppo, oggi il movimento del broomball sta pian piano calando. Le squadre sono sempre meno.

E Roland Lazzeri che ruolo ha avuto in tutto questo?

All’inizio ero un semplice giocatore, poi sono diventato capitano e successivamente presidente della società. Quando sono entrato in politica ho lasciato il ruolo dirigenziale, ma ho continuato a giocare per un po’. Poi, qualche infortunio mi ha fatto smettere del tutto. Ma il broomball mi ha lasciato tantissimo: prima di tutto un gruppo di amici che frequento ancor oggi. Lo sport di squadra ti insegna valori importanti. Poi le trasferte con la squadra sono esperienze che ti restano dentro.

Ci racconta un aneddoto divertente?

Durante un torneo a New York, avevamo l’albergo vicino a Central Park. Una sera, un nostro compagno si è vestito da Spider-Man e abbiamo fatto un po’ di… movimento diciamo, nei corridoi dell’hotel. I vicini di stanza forse si sono divertiti meno, ma per noi è stato indimenticabile. Quando eravamo in campo eravamo serissimi, ma fuori… ci sapevamo divertire.

Tra i tanti riconoscimenti, lei è entrato anche nella Hall of Fame del broomball…

Sì, l’anno scorso in Francia. È stato un grande onore, insieme a Elisa Dallago. Un riconoscimento che premia tanti anni di lavoro, impegno e passione.

Chi erano i protagonisti di questa storia?

La base era composta da ragazzi di Pochi, Cauria e Salorno, ma come tutte le squadre abbiamo avuto anche innesti da fuori: Val di Non, Bolzano, perfino da Egna ogni tanto. La fortuna è stata avere un gruppo di altissimo livello proprio di qui. Anche grazie a loro siamo diventati una delle squadre più titolate del broomball italiano, con numerosi successi anche all’estero.

Un’immagine che si porta nel cuore?

Ce ne sono tante. Ma forse la più simbolica è quella scattata a Losanna, al centro olimpico, durante il torneo 24 ore. Giocavamo a tutte le ore del giorno e della notte, anche alle 3 del mattino con la nebbia d’agosto. Una follia, ma che emozioni! Il broomball è stato davvero una parte importantissima della mia vita.

Autore: Daniele Bebber

“Lavoriamo per la vita” 

Riflettiamo sul valore delle cure palliative attraverso le parole del dott. Massimo Bernardo e l’azione dell’associazione Il Papavero / der Mohn.

“Se non posso morire a casa, allora vorrei farlo qui.”

Lo disse mia madre un giorno, durante una visita al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, mentre aspettava di incontrare il dottor Bernardo. Era in cura, ma non ricoverata. Eppure, le bastò entrare in quel luogo per percepirne l’energia profonda: un clima fatto di ascolto, rispetto e umanità. Parole semplici, nate da un’impressione sincera, che ancora oggi porto con me.

Negli ultimi anni sono stato un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita. Partendo da quel vissuto, sento oggi l’urgenza di raccontare il tema della cura delle persone anziane e, più in generale, del sistema cura, con una narrazione che non sempre coincide con l’immagine che i servizi – e chi li gestisce – propongono di sé.

Questo è il primo passo di un percorso che darà voce a professionisti, volontari, pazienti e familiari, per restituire complessità e profondità al tema delle cure.

Il desiderio di restituire uno sguardo più profondo sulla cura mi ha portato a incontrare due voci autorevoli che da anni si muovono in questo ambito: Mara Zussa, presidente dell’associazione Il Papavero / der Mohn, e il dottor Massimo Bernardo, fondatore e per lungo tempo primario del reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano.

L’incontro si è svolto nella sede dell’associazione, in piazza Firmian: uno spazio che, come il lavoro che vi si svolge, è dedicato all’ascolto, alla presenza, alla relazione.

LINTERVISTA

Come nasce l’associazione Il Papavero / der Mohn?

Mara Zussa – Dopo un’esperienza personale, volevo fare qualcosa per il reparto. All’inizio pensavo di donare libri. Ma fu il dottor Bernardo a propormi qualcosa di più: creare un’associazione per far conoscere le cure palliative. Così, nel 2005, è nato Il Papavero.

Qual è oggi il vostro ruolo?

Mara Zussa – Siamo presenti ogni giorno nel reparto di cure palliative con i nostri volontari, che offrono ascolto, compagnia e normalità. Non svolgiamo attività sanitarie. A volte basta poco: un tè, una parola, una presenza silenziosa. È un lavoro relazionale, delicato, che parte dall’ascolto.

Avete anche un servizio domiciliare?

Mara Zussa – No. L’assistenza domiciliare è garantita dall’Azienda Sanitaria attraverso le proprie équipe. Noi operiamo solo all’interno del reparto, dove possiamo organizzare turni stabili. A domicilio servirebbero numeri e risorse che oggi non abbiamo. E poi, è bene ricordarlo: il volontario non è un operatore sanitario, ma una figura di supporto umano, non clinico.

Massimo Bernardo – Va detto però che il domicilio è parte integrante delle cure palliative, non un’alternativa. La legge 38 del 2010 garantisce a ogni persona il diritto a riceverle nel luogo che preferisce, casa compresa. Ma perché questo funzioni, serve tempo, organizzazione, e una rete strutturata. Non si può improvvisare un accompagnamento in 48 ore.

Dottor Bernardo, dopo tanti anni nel reparto lei oggi è in pensione ma resta nell’associazione. Perché?

Mssimo Bernardo – Perché è qui che posso continuare a fare ciò in cui credo. Dopo il pensionamento ho ricevuto proposte da strutture private, ma il mio posto è accanto a chi porta avanti una visione di cura fondata sull’ascolto e sulla relazione. All’interno dell’associazione collaboro sul piano scientifico e formativo, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in anni di reparto, in un contesto dove la centralità della persona resta il primo valore. Le cure palliative non sono la fine. Sono un modo per vivere bene, anche nella fragilità. 

Come spiegherebbe le cure palliative a chi non le conosce?

Massimo Bernardo – Dico spesso che non lavoriamo per la morte, ma per la vita. Il nostro compito non è “far morire bene”, ma far vivere bene fino all’ultimo.

C’è un’immagine che uso spesso: quella dell’uomo che cade da un grattacielo. A ogni piano qualcuno gli dice “fin qui tutto bene”, ma lui sta precipitando. Ecco: il nostro lavoro è aiutarlo ad atterrare il più dolcemente possibile.

Quando dovrebbero iniziare le cure palliative?

Massimo Bernardo – Molto prima. Spesso arrivano solo negli ultimi giorni. Ma dovrebbero iniziare già alla diagnosi di una malattia inguaribile, anche se mancano anni. Solo così possiamo costruire un percorso. Altrimenti, la persona non ha tempo per capire, scegliere, vivere con consapevolezza. E poi ci sentiamo dire: “Se l’avessimo saputo prima…”

Il reparto è spesso visto come un luogo triste. Ma chi lo conosce racconta altro…

Mara Zussa – Sì, molti parlano di leggerezza, perfino di serenità. Noi cerchiamo di dare valore a ogni istante. Una poesia, un gesto, un ricordo. Non possiamo cambiare il destino, ma possiamo rendere più leggero il cammino.

Perché è importante che esista un’associazione come la vostra?

Massimo Bernardo – Perché restituisce umanità alla cura. È un ponte tra il sistema sanitario e la persona. Curare non è solo somministrare farmaci, ma anche esserci, accompagnare, restare vicini. Ed è questo che cerchiamo di fare, ogni giorno.

L’ASSOCIAZIONE

Associazione di volontari che opera accanto al reparto di cure palliative dell’ospedale di Bolzano, con presenza quotidiana e attività di ascolto e supporto rivolte a pazienti e familiari.

Tra le iniziative: “A disposizione”, sportello settimanale di consulenza su cure palliative e Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), e “I martedì del Papavero”, incontri pubblici di approfondimento su temi legati alla fine della vita.

L’associazione si sostiene grazie a donazioni, che rappresentano la sua unica fonte di sostentamento. I fondi raccolti vengono utilizzati per acquisti importanti per il reparto, tra cui arredi, veicoli e strumentazione medica.

Il Papavero / der Mohn

Piazza Firmian 1/a – Bolzano

Tel. 0471 913337 

info@ilpapaverodermohn.org

ilpapaverodermohn@pec.it 

www.ilpapaverodermohn.it

IBAN: IT11 P058 5611 6010 5057 1306 523 – CF: 94100310211

Autore: Till Antonio Mola

Nina Duschek, da Merano a X Factor

C’è qualcosa in Nina Duschek che cattura fin dal primo ascolto. Forse è l’ampiezza della sua escursione vocale, forse è il modo in cui tiene il palco, con naturalezza e carisma. O forse è il legame viscerale con la sua chitarra, che suona con tale intensità da dare la sensazione che artista e strumento siano un tutt’uno. Meranese, la giovane cantautrice è tra le più interessanti della scena musicale altoatesina e ora anche nazionale, grazie alla sua partecipazione alla nuova edizione di X Factor, dove ha superato la prima fase.

L’abbiamo vista esibirsi lo scorso 4 ottobre al Freedom Beat – Stop HIV, evento benefico tenutosi a Bronzolo, organizzato dalla vulcanica Anni Pasqualotto, che ha dismesso i suoi panni di cantante con i Mia Loto, per lanciarsi in questa nuova attività.

In quel contesto, lontano dai riflettori televisivi, Nina Duschek ha messo in luce le sue qualità più autentiche: padronanza del palco, grande capacità di tenere il pubblico e, soprattutto, una voce capace di coinvolgere.

“X Factor? Non era nei miei piani”, racconta con un sorriso durante l’intervista rilasciata a margine del concerto. “Sono sempre andata un po’ contro queste cose, volevo fare la mia carriera a modo mio. Però avevo questo pallino in testa, e tante persone me lo dicevano: “Perché non provi?” Alla fine, ho deciso di buttarmi”.

Il motivo principale? Visibilità. “Per me è pubblicità, un’opportunità per farmi conoscere da più gente. Poi, certo, è anche un’esperienza formativa: suonare davanti a quei giudici, in quel contesto, ti mette alla prova. Dopo questa esperienza ho meno paura del palco”.

E la risposta del pubblico non si è fatta attendere: più messaggi, più ascolti, più attenzione sui social. Un segnale che, forse, il salto verso una dimensione più ampia della sua carriera è davvero possibile. Eppure, Nina non dimentica le sue radici. “Mi chiedono spesso se mi sento limitata dal vivere in Alto Adige. Non lo sono. Nella testa sono dappertutto. Qui c’è una bella scena musicale, ma non voglio restare solo qui: voglio uscire, farmi conoscere anche fuori”.

La sua musica è già presente su Spotify con diversi singoli e album autoprodotti, e chi la segue da tempo lo sa: non è certo una “costruzione” da talent show. Nina si è fatta da sola, pezzo dopo pezzo, palco dopo palco. X Factor, in questo senso, è solo una delle tappe – forse la più visibile – di un percorso che ha radici più profonde.

L’intervista si chiude con un pensiero che va ben oltre la musica. “Se avete un sogno da inseguire, fatelo”, dice. “Anche se può sembrare una frase sentita mille volte. Io, per esempio, ho sempre avuto dentro di me il desiderio di fare musica, ma per tanto tempo non ci ho creduto davvero. Poi magari succedono cose – nel mio caso è arrivato X Factor – che ti fanno credere in te ancora un po’ di più. Per questo dico: ascoltatevi. Ascoltate quella voce che avete dentro, perché è la verità”.

Che Nina Duschek prosegua o meno nel programma tv poco importa. La scena musicale altoatesina ha già trovato una voce vera, capace di parlare con sincerità e passione. E soprattutto, di reggere un palco come pochi altri.

Autore: Till Antonio Mola

Retorica, canto e scrittura creativa parole chiave di Barbara Ladurner

Barbara Ladurner è un giovane autrice meranese con all’attivo già otto pubblicazioni, un curriculum di studi estremamente vasto e articolato, una attività anche come conferenziera, insegnante di retorica, dirigente di due cori e cantante solista. Accanto a tutto ciò è madre di due bambini e moglie.  

La sua è stata una formazione articolata che le da oggi l’opportunità di dar vita ad una carriera composita e variegata.

Sì, mi considero estremamente fortunata ad aver potuto beneficiare di una formazione ampia e poliedrica. Dopo la maturità mi sono trasferita a Vienna, dove ho studiato Germanistica e Didattica del tedesco e dell’italiano presso l’Università di Vienna, nonché Pedagogia musicale elementare presso l’Università di Musica di Vienna e Canto presso il Conservatorio Diocesano.

Successivamente ho conseguito un Master in Scienze della comunicazione orale e retorica all’Università di Ratisbona e il dottorato in Linguistica, con una ricerca incentrata sul linguaggio e sull’arte del parlare. Numerosi ulteriori corsi di formazione e specializzazione completano il mio percorso di studi, tra cui l’abilitazione all’insegnamento in Storia, Geografia e Latino, la formazione in direzione di coro presso la Carinthian Music Academy e l’esame per il riconoscimento statale come docente di dizione e comunicazione orale presso la DGSS (Deutsche Gesellschaft für Sprechwissenschaft und Sprecherziehung). 

Si potrebbe affermare che le parole chiave dela Sua brillante carriera siano retorica, canto e scrittura creativa?

Sì, la comunicazione in tutte le sue sfaccettature è la mia grande passione. Amo la parola parlata, scritta e cantata. Sono specializzata nell’ambito voce-retorica-linguaggio e adoro trasmettere il mio sapere. Ho fondato la mia attività, “Leading Voices”, dove supporto imprenditrici e donne in posizioni di leadership a affrontare ogni discorso e conversazione con carisma e sicurezza, senza paura, e a coinvolgere i propri ascoltatori. Inoltre, vengo invitata per seminari e conferenze. La musica rappresenta per me più un hobby: canto come solista e ho avuto momenti di rilievo, come l’incarico di solista alla Biennale di Venezia per il Padiglione Italia. Dirigo inoltre due cori: il coro parrocchiale di Parcines e il coro di bambini e ragazzi di Lagundo, che ho fondato sei anni fa e che oggi conta circa 60 membri. Organizzo e vengo regolarmente invitata a workshop e progetti per cori. Come autrice invece mi occupo della lingua scritta. 

Lei è una scrittrice promessa per il nostro territorio e fa parte del gruppo SAAV.

Sì, in qualità di autrice sono lieta di far parte del gruppe SAAV (n.d.r. Südtiroler Autorinnen- und Autorenvereinigung). Nella scrittura amo muovermi in stili e generi diversi: ho pubblicato lavori scientifici, un manuale, poesia, narrativa, libri per bambini e un romanzo. Finora ho pubblicato otto libri e altre pubblicazioni per riviste ecc. In altri libri sono coautrice, ad esempio nell’antologia sull’Alto Adige pubblicata lo scorso anno dalla casa editrice Wagenbach. Poche settimane fa è uscito il mio ultimo libro, il romanzo “Kinderlachen”, un romanzo sulla speranza, sul dolore e sull’amore invisibile, e sul silenzioso dolore di un desiderio di maternità non realizzato. Elena desidera più di ogni altra cosa diventare madre. Racconta dell’attesa, della speranza, della disperazione – e dell’immensa forza che si cela dietro il più tenero dei desideri.

Accanto a tutto ciò Lei è moglie e madre di due bambini qual è la ricetta segreta?

Buona domanda. Non credo che esista una ricetta segreta. Se così fosse, sarebbe fantastico conoscerla. Ma per me sono importanti queste cose: priorità chiare, una buona gestione del tempo, un pizzico di umorismo (nel mio libro “Zwischen Tugend und Lust” (Tra virtù e piacere) ho parlato della tolleranza all’imperfezione) – e soprattutto un grande cuore e una visione per cui si è appassionati.

Gli occhi di qualche ben pensante famiglia e lavoro sono poco concigliabili, si rischia di far male tutto.

Sì, conciliare famiglia e lavoro è una grande sfida, anche per me, ogni giorno di nuovo. E sì, probabilmente qualche errore capita. Ma posso dire solo per me stessa: faccio ciò che faccio non nonostante i miei figli, ma per i miei figli. E sono fermamente convinta che proprio anche noi donne e madri possiamo contribuire a far progredire il mondo, partecipando attivamente alla sua costruzione. La maternità è una risorsa nella nostra società, non un ostacolo da rimuovere. Credo che possiamo ancora imparare molto meglio a utilizzare questa risorsa in modo significativo. E senza dimenticare: i bambini sono il nostro tesoro più grande, il capitale più prezioso di una comunità.

Lei è giovane; che consiglio darebbe ad una giovanissima?

Sogna in grande, segui la tua passione e il tuo cuore. A chi cammina con coraggio, il sentiero si apre davanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Sono ripartite le attività del Santiago

Dopo la festa di apertura della nuova stagione di attività tenutasi in settembre, l’Oratorio Santiago si conferma da subito polo di riferimento per gli abitanti di San Giacomo in ogni fascia di età, con un occhio particolare per gli “over”.

La grande importanza data agli anziani – memoria storica del paese – è sempre in prima linea e così, come di consueto negli ultimi anni, giovedì 2 ottobre in occasione della festa dei Nonni, il gruppo Anziani Arcobaleno ha festeggiato nelle sale dell’oratorio. Nonni e nipoti, insieme ai volontari dell’oratorio, si sono dunque ritrovati in una sala gremita per trascorrere insieme un pomeriggio fatto di giochi, racconti e coccole. Dopo la classica tombola è stata servita una ricca merenda che ha accontentato tutti. A seguire, sabato 4 ottobre, è stata la volta del torneo di burraco, che riscuote ormai da varie edizioni un successo sempre crescente. Anche in questo caso, sala gremita di partecipanti, concentratissimi per ore per portare a casa la vittoria. Record di iscritti per questa 17esima edizione, che ha visto sfidarsi ben 38 coppie, nella speranza di portarsi a casa uno dei ricchi premi offerti dalla ditta Gramm.

Sul podio sono salite infine la coppia franca Gobbo – Bruna Barbin al primo posto, Emilia Pargalia – Lella di Vita al secondo e terzo posto per la coppia Maria Angela Ricci e Alda. Il torneo si è poi chiuso con un piacevole momento conviviale in compagnia del gruppo alpini – sempre in prima linea nel supportare le attività in paese – e i volontari dell’oratorio.

Si annuncia quindi un autunno ricco di eventi, con il calendario di novembre fitto di appuntamenti da non perdere come la castagnata il giorno 9, la festa di San Martino il giorno 11 e il torneo di Watten il 15. A seguire, i diversi appuntamenti previsti per l’Avvento e le festività natalizie.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Elisa: da Salorno alla Hall of Fame a Parigi

C’è chi si avvicina allo sport per caso e chi invece lo incontra perché “nel paese non si parlava d’altro”. Questo passaggio riassume la storia sportiva di Elisa Dallago, importante esponente nel broomball ai Pochi di Salorno e oltre: tanto che in seguito a una serata a Folgarida, dopo 31 anni, lo scorso ottobre si è ritrovata a Parigi per ritirare il premio Hall of Fame.

Elisa Dallago, partiamo dall’inizio: come ha conosciuto il broomball?

Io sono nonesa. Il broomball l’ho conosciuto grazie alla squadra del Nanno, che giocava sul campo di Folgarida. Ero la più piccola, avevo 16, forse 17 anni, quindi dovevo essere accompagnata. I ragazzi della squadra venivano a prendermi e si partiva. Gli allenamenti erano sempre serali e quella era una squadra fortissima: tutte ragazze di Nanno, di Portolo, qualcuna di Tuenno… ma era un gruppo solido.

Che atmosfera si respirava a quei tempi?

Nel paese non si parlava d’altro che di broomball. Era una faccenda seria e anche molto aggregante. Io venivo dalla pallavolo, per me lo sport è sempre stato un impegno, ma lì ho trovato anche un’occasione per uscire, stare in compagnia. Era il pretesto perfetto per vivere la mia età, il sabato o la domenica, grazie alle partite.

E da lì com’è proseguito il percorso?

Ho trascorso tre anni nel Nanno. Lì è arrivata anche la mia prima convocazione in nazionale, però – a causa del mio primo contratto da insegnante – ho dovuto rinunciare alla trasferta americana: sentivo il bisogno di dimostrare responsabilità al mio dirigente scolastico. È una scelta che ancora oggi un po’ rimpiango, perché poi non ho più avuto occasione di tornare in nazionale, tranne a Innsbruck nel 2010… ma lì ero incinta. Il treno della nazionale femminile è passato così, senza che me ne rendessi conto.

In totale quanti anni ha giocato?

Dal 1989 al 2020. Trentuno anni: una vita, insomma.

E come vivevate il broomball?

Era uno sport serio. Anche se richiedeva meno tempo di allenamento rispetto ad altri, come il tamburello o la pallavolo che praticavo parallelamente. Ma era comunque un impegno. A 25 anni ho dovuto scegliere: ho lasciato la pallavolo per continuare col broomball. Mi divertivo, facevo gol, stavo in una squadra che funzionava e non ero da sola: senza una buona squadra, non vai da nessuna parte.

Ha partecipato a molte trasferte? Anche internazionali?

Il campionato era prevalentemente italiano, distribuito tra le province di Trento, Bolzano e Belluno. Facevamo anche una trasferta promozionale a Como. Poi c’erano gli Europei e i Mondiali. Sono stata a Vancouver, St. John’s, Minneapolis… Ogni volta era anche un po’ una vacanza. Il viaggio che mi è rimasto nel cuore è quello a St. John’s: stadio pieno, inni nazionali, le bandiere, il giro di campo… un’emozione fortissima.

Un aneddoto che non dimenticherà mai?

A Winslow, poco prima del Mondiale, mi vengono a chiamare: “Elisa, ti cercano!”. Giro l’angolo e trovo un negozio con l’insegna “Dallago Sport”. La titolare aveva sposato uno di Tuenno, parlava noneso… a migliaia di chilometri da casa! È stato incredibile. Un incontro che non dimenticherò mai.

Poi, da Nanno è passata a Salorno. Come mai?

Nanno era l’unica squadra della Val di Non, ma stava smettendo. Il campionato invece si svolgeva tra squadre di Bolzano, Merano, Belluno, Stilfes, Vecnofen, Piné, Cavalese… e Salorno. Mi sono portata via anche il borsone da Nanno e mi dissero: “Tienilo, qui non si gioca più”. Sono arrivata con il mio casco, che conservo ancora, con un adesivo del teschio sul retro, simbolo della nostra squadra.

Com’era l’ambiente a Salorno?

Diverso. A Nanno ero la più piccola, lì invece sono arrivata da esperta. Non è stato semplice. Ho portato la mia esperienza, ma non tutti accettavano che parlassi con l’allenatore o proponessi idee, tattiche. Venivano dai “tornei del bar”, quindi si è dovuto lavorare tanto per crescere. Ma poi abbiamo vinto molto. Gaier è diventata la squadra più vincente di Salorno: ho giocato lì 16 anni e per 15 ho fatto anche la dirigente.

Cosa ti ha lasciato questo sport?

Tanto. Come ogni sport di squadra ci sono le emozioni, lo spogliatoio, le vittorie, le sconfitte, anche le batoste. C’è stato un anno in cui non abbiamo nemmeno raggiunto la finale, perché non eravamo all’altezza. Ma guardandomi indietro sono felice di tutto ciò che ho fatto, di ciò che abbiamo costruito. Ho anche cambiato squadra verso la fine, perché i miei valori sportivi non collimavano più con quelli della dirigenza. Ma il broomball mi ha dato tantissimo.

E la Hall of Fame a Parigi?

Pensavo fosse uno scherzo! Infatti ho chiamato mio marito per dirgli mi avevano contattato per una premiazione in Francia. Non ho risposto per quindici giorni a quel messaggio. Poi mi è ricapitato di vederlo in messenger, sono andata a vedere il periodo dei mondiali e coincidevano le date. Allora ho risposto per farmi spiegare. Sono rimasta esterrefatta. È vero che ho giocato tanti anni e vinto molto, però mai avrei pensato che dopo aver smesso sarebbe arrivata una cosa del genere. L’ho detto a tutti. Sul palco non sono nemmeno riuscita a dire le frasi che mi ero prefissata. Sarò sincera, avrei preferito avere il borsone da broomball, vedevo le ragazze pronte e sentivo l’odore dello spogliatoio.

Autore: Daniele Bebber