Un altoatesino fra i big della musica

Si è laureato pochi giorni fa in Tecnico del Suono al Conservatorio “Verdi” di Milano ed è solo la ciliegina su una torta succulenta, che negli ultimi anni l’ha visto lavorare con artisti italiani e internazionali. Giuseppe Federico, giovane meranese, di mestiere fa il produttore musicale, lavora principalmente nell’ambito hip hop, rap e trap ed è sempre alla ricerca di un suono personale e riconoscibile. Che lo porterà lontano.

Giuseppe Federico, dai primi passi a Merano fino alla Grande Mela: come nasce un produttore musicale, e di che cosa si occupa, nello specifico? 

Ognuno ci arriva in modo diverso, ma credo che alla base di ogni produttore musicale ci sia una cosa: la voglia di creare musica. Di qualsiasi genere, stile o forma, l’obiettivo è sempre dare vita a qualcosa che parli e faccia emozionare. Nel mio caso il lavoro del produttore è un mix di creatività, tecnica e tanta curiosità: significa comporre, arrangiare, sperimentare con strumenti sia digitali che analogici, e collaborare con artisti, etichette, editori, realtà che organizzano eventi… iInsomma, è un ruolo che sta un po’ a cavallo tra l’artista e il tecnico, e proprio per questo ogni progetto è diverso e stimolante. 

Immagino che con un papà musicista e direttore d’orchestra, in casa sua le sette note devono essere state pane quotidiano…

Assolutamente sì, la musica c’è sempre stata, in modo molto naturale. Mio padre è musicista, ma anche il resto della famiglia ha sempre avuto un legame forte con questo mondo: tra zii musicisti e parenti appassionati, era difficile starne lontano. È un qualcosa che mi ha accompagnato da sempre, anche se poi ho trovato un mio modo personale di viverla, la musica, un modo un po’ diverso da quello a cui erano abituati in famiglia. 

Però il suo strumento è il computer. Come lavora ai pezzi?

Non ho un metodo fisso, ogni pezzo nasce in modo diverso. A volte parto da un suono che mi colpisce o che creo io stesso, e da lì inizio a costruire: melodie, armonie, texture, effetti… Altre volte invece inizio pensando a un’atmosfera che possa funzionare per un artista, ma sempre mantenendo il mio stile. Una parte del mio lavoro oggi è legata soprattutto alla scrittura di melodie, che condivido con produttori in tutto il mondo. Se le trovano interessanti, le sviluppano, completano il beat e le propongono agli artisti con cui lavorano. Ma il mio obiettivo è quello di essere coinvolto in modo sempre più completo nei progetti, dalla prima idea fino alla produzione finale. 

Come è arrivato alle collaborazioni che sta portando avanti?

Tutto è nato grazie a Internet, soprattutto tramite Instagram. Tutte le collaborazioni internazionali a cui ho lavorato finora sono partite da lì. Ho conosciuto produttori da ogni parte del mondo semplicemente scrivendoci o condividendo la musica. In gergo si parla di “networking”, ma spesso poi diventa qualcosa di più: molte di queste connessioni si trasformano in vere amicizie. Incontrare di persona qualcuno con cui hai condiviso progetti e passione solo online è sempre una sensazione speciale. 

Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione?

Probabilmente la soddisfazione più grande, finora, è stata riuscire a costruirmi un percorso da solo, partendo da zero dalla mia cameretta a Lagundo. Trovare qualcosa che avesse senso per me, in cui valesse la pena investire tempo, energie, sacrifici, notti. Non è sempre facile, ma riuscirci, con l’aiuto delle persone con cui lavoro e di chi mi sostiene, è quello che mi rende più orgoglioso.

E la più grande emozione?

La più grande emozione, finora, è stata scoprire di avere fornito la base per una canzone con uno degli artisti rap/hip hop più importanti a livello mondiale, che ha segnato davvero l’evoluzione del genere: Roddy Ricch. Ricordo che ero in metropolitana quando ho ascoltato per la prima volta quello che aveva registrato su una strumentale costruita a partire da una mia melodia. Qualche settimana dopo quel brano è uscito ufficialmente nel suo progetto. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò. 

E non dimentichiamo la laurea, conseguita a Milano nei giorni scorsi. Qual è il titolo della tesi?

Il titolo della mia tesi è “Box Immersion”. “Box” è il nome del video sperimentale che ho trovato su YouTube e su cui ho deciso di lavorare per concludere il mio percorso triennale in Tecnico del Suono. Ho rimosso completamente l’audio originale e, partendo dal silenzio, ho costruito una nuova dimensione sonora, molto libera e personale. “Immersion” invece fa riferimento al tipo di ascolto che ho voluto creare, pensato per essere riprodotto su otto casse disposte attorno al pubblico, a formare un rettangolo, per un effetto immersivo e spazializzato. 

Se potesse scegliere fra gli artisti internazionali, con chi vorrebbe lavorare? 

Se potessi scegliere, direi sicuramente Future, Travis Scott e Young Thug, che sono in cima alla lista. Poi anche Gunna, Offset, Quavo, Lil Baby, Polo G… ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare. 

Dove possiamo ascoltare qualcosa di suo?

C’è una playlist su Spotify che raccoglie tutti i pezzi che ho prodotto fino ad ora, si chiama “Produced by B3”. Sul mio profilo Genius, B3 Productions, si trovano le tracce a cui ho lavorato, con più dettagli come collaboratori e crediti. E su Instagram (@1prodb3) pubblico spesso aggiornamenti, beats e i progetti a cui sto lavorando, è il modo più diretto per seguire quello che faccio.

Dove si vede Giuseppe Federico fra vent’anni?

Tra vent’anni mi immagino nella condizione di poter viaggiare e fare quello che mi piace, che sia produzione o magari anche altri interessi che nasceranno col tempo, ma sempre legati alla musica o all’intrattenimento. Al momento vivo a Milano e uno dei miei obiettivi è lavorare sempre di più a progetti musicali dal vivo qui in Italia. Allo stesso tempo, so che prima o poi vorrò passare un periodo negli Stati Uniti, anche solo per immergermi davvero in quella scena musicale da cui traggo tanta ispirazione.
E, ovviamente, spero che io, la mia famiglia, i miei amici e le persone che mi stanno accanto possiamo essere tutti in salute. è la cosa più importante. 

Autore: Luca Masiello

Simone Moro, una vita per l’alpinismo

Durante la sua lunga carriera ha scalato le vette più alte del mondo, affrontato condizioni estreme e sfidato i propri limiti. Eppure, nel racconto delle prime escursioni da bambino o del piacere di un tramonto in quota, si percepisce un’emozione genuina, che ne restituisce tutta l’umanità. Alpinista, esploratore, pilota di elicotteri da soccorso, Simone Moro è anche un testimone dei cambiamenti nei modi di intendere alpinismo. Recentemente incantato la cittadinanza di Egna durante una serata pubblica organizzata dal Cai.

// Di Daniele Bebber

Simone Moro, come ha scoperto la montagna?

Tutto è cominciato con le vacanze in famiglia. Una volta si alternava tra mare e montagna. Noi facevamo campeggio e andavamo a camminare, ma a un certo punto io, i miei fratelli e mio padre ci siamo un po’ stufati delle solite escursioni. Così abbiamo iniziato con qualcosa di “diverso”: le ferrate. I miei fratelli si sono fermati lì. Io, invece, ho sentito scattare qualcosa. Avevo sette, forse otto anni. Le prime arrampicate vere le ho fatte a 13 anni su una parete di roccia a Bergamo. È stato un percorso lento, graduale, molto diverso da quello che vedo oggi in tanti ragazzi che bruciano le tappe.

L’alpinismo cosa le ha dato? 

Un contatto profondo con la natura. La mia è una passione che nasce anche dalla contemplazione della bellezza della montagna, dei suoi odori, della luce all’alba o al tramonto. Questo imprinting non è solo sportivo, ma anche sensoriale e spirituale. Ancora oggi, al di là del risultato tecnico, è questo ciò che mi spinge a tornare in quota.

Che legame ha con l’Alto Adige? 

Sono nato a Bergamo, però ho sempre gravitato intorno a queste montagne. Una delle prime guide ferrate che ho comprato era sulle Dolomiti. Poi, con il tempo, il legame con l’Alto Adige si è rafforzato. Reinhold Messner, ad esempio, è stato il mio mentore spirituale. Leggevo i suoi libri, andavo alle sue conferenze e sognavo di diventare come lui. Ora siamo amici. Poi c’è la mia ex moglie, altoatesina, con cui ho un figlio che vive a Ora. Ogni settimana torno lì per lui. Un pezzo del mio cuore è rimasto tra queste montagne.

Ci vuole raccontare le esperienze sugli 8.000? 

Salire un 8.000 non è tecnicamente più difficile che scalare Cervino o Monte Bianco. La differenza è nell’altitudine: sono montange il doppio più alte. Lì capisci davvero cosa vuol dire avere dei limiti fisici. Il ritmo è lento, ogni passo va dosato, devi calcolare bene il tempo, perché tornare indietro è spesso la parte più delicata. È un gioco di resistenza, lucidità, autocontrollo.

Lei è anche pilota di elicotteri. C’è un filo che unisce volo e alpinismo? 

Sì, c’è una profonda affinità mentale. L’elicotterismo, soprattutto quello d’alta quota, richiede la stessa capacità di prendere decisioni sotto pressione, di controllare le emozioni, di leggere l’ambiente. Io mi sono specializzato proprio nei voli di soccorso in quota e l’esperienza in montagna mi aiuta tantissimo.

Com’è cambiato l’alpinismo rispetto a quando ha iniziato?

Tantissimo: dal 1992 al 2025 ho visto trasformarsi il modo di vivere e raccontare la montagna. Gli 8.000 oggi sono diventati meta di turismo organizzato. Molti salgono solo grazie a guide e ossigeno supplementare, senza sapere nulla della storia dell’alpinismo. Il 95% sono clienti, non alpinisti. I veri appassionati oggi sono una piccola minoranza.

Quali sono stati gli incontri più importanti per lei? 

Reinhold Messner è sicuramente la figura più significativa. Non è mai stato un maestro, ma un mentore. Quello vero, però, è stato Anatoli Boukreev, un alpinista russo eccezionale con cui ho condiviso spedizioni e momenti difficilissimi. È morto durante una missione invernale sull’Annapurna. Poi ho conosciuto anche Hans Kammerlander e altri grandi nomi.

Con Tamara Lunger ha condiviso momenti forti. Ci può raccontare? 

Tamara l’ho conosciuta quando era ancora giovanissima; era allieva della mia ex compagna, che insegnava educazione fisica. Già allora colpiva per resistenza e forza. Al ballo di maturità mi disse che sognava l’Himalaya. Ho capito subito che aveva stoffa. Le ho fatto da guida, poi ha fatto la sua strada. In una spedizione invernale, camminavamo legati in cordata. A un certo punto, mentre stava finendo la corda, sono precipitato in un crepaccio. Lei non ha avuto nemmeno il tempo di mettersi in posizione, ma ha avuto la prontezza d’afferrare la corda e attutire il colpo. È stato un momento drammatico, ma ne siamo usciti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole diventare alpinista? 

Che non servono né sponsor né soldi per cominciare. Serve visione e amore per l’esplorazione. Sulle Dolomiti sono ancora tantissime le pareti non scalate. Non serve inseguire per forza gli 8.000. Prima delle grandi imprese ci sono quelle piccole: e sono fondamentali. L’alpinismo è un’arte che si impara con tempo, pazienza e capacità di rinunciare. La montagna non perdona chi vuole bruciare le tappe ad ogni costo.

Autore: Daniele Bebber

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Santiago saluta l’estate con le sette note

Dopo un anno intenso e ricco di soddisfazioni, con una comunità paesana che si è dimostrata compatta nell’apprezzarne le proposte, l’Oratorio Santiago di San Giacomo – ormai punto di riferimento locale per l’aggregazione delle persone del posto ma anche di più lontano – ha salutato in musica la propria affezionata comunità in una splendida giornata di sabato con un concerto davvero speciale. Sì, perchè il gruppo protagonista della serata, i “Breeze of sound”, è composto da artisti e musicisti tutti originari di San Giacomo e Pineta. 

Sulle note di bossanova, swing e jazz, molte sono state le persone che hanno deciso di godersi la frescura della sera a suon di musica.

Le attività dell’Oratorio riprenderanno in settembre e per l’occasione è prevista una grande festa di apertura alla quale sarà difficile mancare.

Nel frattempo il piazzale della parrocchia di San Giacomo sarà allietato dalla festa campestre degli alpini: il gruppo delle penne nere locali compie infatti quest’anno la bellezza di 70 anni, e per celebrare il giubileo al meglio sono state organizzate diverse iniziative. La prossima sarà appunto nel piazzale della parrocchia nel fine settimana del 26 e 27 luglio. Oltre alle prelibatezze della della cucina tradizionale proposte dagli Chef Giorgio Nardelli e Alessandro Grezzani, sabato si ballerà con la musica di Enzo Allegri, e domenica con Devis Ballerini. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

Da settant’anni col cappello alpino

Era il 1955, quando un gruppo di reduci di guerra di Laghetti decise di riunirsi nel preciso intento di convincere Antonio Piffer a fondare la sezione alpini del paese. Da allora sono trascorsi settant’anni, ma lo spirito di solidarietà, servizio e fratellanza che animava quel gruppo è rimasto lo stesso.

Nella lunga storia degli Alpini di Laghetti, è doveroso ricordare i momenti di profondo impegno, come l’aiuto prestato durante il terremoto del Friuli, o la costruzione del monumento ai caduti; ma anche quell’occhio particolare nei confronti di chi, in paese, si trova in difficoltà. 

Così, per celebrare l’importante traguardo dei settant’anni, nei giorni scorsi è andata in scena una grande festa in località Pinara, alla quale ha partecipato un’ampia rappresentanza dei gruppi Ana altoatesini e del vicino Trentino. 

Tra gli ospiti d’onore, le penne nere di Collalbrigo a rappresentare la sezione di Conegliano (Treviso).

“Con loro abbiamo un legame sincero e profondo – racconta Claudio Toniatti, capogruppo a Laghetti da vent’anni -. Ci siamo conosciuti all’adunata di Bolzano del 2012 e ci siamo ritrovati a Trento. Solo una settimana fa eravamo loro ospiti per il centenario.”

Durante la festa in paese, un momento speciale è arrivato dal premio a sorpresa conferito a Johannes Bortolotti, comandante della compagnia degli Schützen di Laghetti, con i quali gli Alpini hanno instaurato un rapporto di collaborazione ormai consolidato. “Sia Johannes che io ricopriamo lo stesso ruolo da vent’anni – racconta Toniatti – e ogni anno ci aiutiamo reciprocamente nelle rispettive feste sociali. È nata una bellissima sinergia che ci impegniamo a portare avanti anche nel futuro”.

Non poteva mancare un tributo a chi, da decenni, è parte integrante della vita del gruppo: e dunque il direttivo ha voluto consegnare un attestato di riconoscimento ai soci Floriano Pellegrin, Claudio Defrancesco e Bruno Cristofori (detto Gigelo), consiglieri da oltre 40 anni nel sodalizio. 

Dunque la solidarietà, così come l’amicizia e la tradizione, sono i valori che, ieri come oggi, guidano gli Alpini di Laghetti. Sono meno le forze rispetto al passato, ma la determinazione è la stessa di sempre nell’essere una presenza attiva, discreta e preziosa per il prossimo.

L’INTERVISTA

Capogruppo Claudio Toniatti, secondo lei lo spirito alpino dei nostri giorni è cambiato tanto rispetto a quello di un tempo? 

Non penso sia cambiato, se mai sono cambiati altri fatti: i gruppi sono sempre più vecchi da quando la naja è stata abolita, quindi nuove leve non ce ne sono più. Chi ha fatto il servizio militare negli alpini e poi si è iscritto alle nostre associazioni va avanti con la mentalità che ci distingue. 

Qual è lo stato attuale del vostro gruppo parlando di soci e di simpatizzanti? 

Come gruppo Laghetti, ultimamente, siamo una trentina di soci e un paio di amici degli alpini.

Quali sono le attività che proponete, o all’interno delle quali collaborate, per supportare la vostra comunità? 

Nell’iniziativa “Paese Pulito” promossa dal Comune di Egna ci occupiamo di preparare il pranzo ai volontari. In questi ultimi anni sono sempre un’ottantina che partecipano al pulire vie, strade, argini. Noi, appunto, prepariamo il pranzo. Da un paio d’anni organizziamo poi una piccola festa in piazza Dürer, proponendo il piatto tipico Erengrestel.

L’anno scorso abbiamo anche partecipato al sabato in piazza, evento che viene proposto ogni anno e parte del ricavato va in beneficenza. 

Il 6 gennaio organizziamo poi la festa della Befana. Una volta si faceva in canonica, adesso i bambini in paese sono pochi e in questi ultimi anni l’abbiamo accorpata al nostro pranzo sociale.

Per un compleanno così, solitamente, si augurano altrettanti anni di vita, quindi cosa vi augurate per il futuro? 

Sperando che i soci attuali stiano sempre in salute, quindi fin che possiamo andare avanti… andiamo avanti! Poi, chi lo sa… staremo a vedere, magari arriveremo al punto che dovremmo fondare un gruppo più grande.

Autore: Daniele Bebber

Un libro dedicato ai “corridoi”, umanitari ma non solo

Nei giorni scorsi per la casa editrice EMI è uscito un libro intitolato “L’altra strada: i corridoi umanitari, universitari, lavorativi”. Il volume – a cura di Oliviero Forti e del vicedirettotore di Caritas Italiana Paolo Valente, meranese – è una bussola nel mare agitato della mobilità umana contemporanea. Raccoglie analisi, numeri, racconti e voci, tracciando con chiarezza la traiettoria di una “altra strada” percorribile: quella dei corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Del libro ne abbiamo parlato con Paolo Valente, collega giornalista e nostro collaboratore da anni per la rubrica “Senza Confini”. 

Come è nato questo libro e qual è il suo scopo?

Papa Benedetto disse che quelle della Caritas devono essere delle opere “parlanti”. Il libro vuole essere uno strumento in più per dare al progetto dei Corridoi la possibilità di trasmettere il suo messaggio.

Le cronache schizofreniche di questa epoca ci parlano di calo delle nascite in Europa e necessità di importante manodopera, a tutti i livelli, per mantenere livelli di produttività e stato sociale. Allo stesso tempo però molta parte della politica identifica lo straniero e l’immigrato in particolare come uno dei principali problemi sociali da cui difendersi. In che misura il libro “L’altra strada, i corridoi umanitari, universitari, lavorativi” può indicare una via per tornare ad una razionalità nell’approccio alle dinamiche dell’immigrazione, in grado di tenere conto anche della solidarietà, fino a prova contraria elemento costitutivo delle nostre democrazie?

Il libro racconta storie e racconta il loro contesto. Un contesto fatto di idee e di forti convinzioni, come quella di dover lavorare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi privilegiati. Papa Francesco ci ha chiesto di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone. I corridoi umanitari sono un’“opera-segno”, ovvero un progetto che da solo non risolve tutti i problemi, ma indica una strada. Nel nostro caso “l’altra strada”, come dice il titolo. Cioè non la strada della mercificazione e della morte delle persone, dei viaggi disperati attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma la strada della vita.

Come sono state raccolte le storie presenti nel libro?

Il libro racconta da un lato le vicende di persone che sono arrivate in Italia (a Ragusa, a Firenze e a Milano) attraverso i corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Sono anche le storie della comunità che ha accolto. E che si è lasciata interrogare e trasformare da questa esperienza. 

“Integrare” deriva da “integro”, cioè “intero”. Esprime la consapevolezza che le nostre società, le nostre comunità non sono mai intere, complete. Non bastano a se stesse. Manca sempre un pezzo. Questo pezzo sono i bambini che nascono, le persone in difficoltà che trovano il loro spazio, le persone migranti che bussano alla porta e, in buona parte, contribuiscono al benessere di tutti.

Qual è l’attuale contesto normativo e politico europeo che riguarda i “corridoi”? Nel libro viene spiegato?

L’Unione Europea riconosce la validità dello strumento del corridoio umanitario. In particolare, promuove percorsi per le persone bisognose di protezione legati allo studio o al lavoro attraverso il finanziamento di appositi progetti. Tuttavia, data la sensibilità (e le strumentalizzazioni) del tema, molto è demandato alla buona volontà dei singoli Stati membri e resta forte la spinta a difendere i confini piuttosto che a guardare oltre.

Qual è il meccanismo con cui Caritas Italiana si relaziona con le altre sedi nazionali nel mondo per portare promuovere la “strada dei corridoi”?   

Caritas Italiana opera all’interno della rete Caritas globale, composta da 162 membri nazionali, coordinati da Caritas Internationalis. Vuol dire che in quasi tutti i Paesi del mondo c’è una Caritas con la quale siamo in contatto diretto. Questo è essenziale per lo scambio di informazioni, per l’attuazione di progetti comuni, per gli interventi in caso di emergenze (purtroppo molte, ultimamente). Anche per i corridoi hanno grande valore queste relazioni. La prima parte del percorso avviene infatti nei Paesi di prima accoglienza. È lì che i nostri operatori incontrano le persone, verificano le situazioni più adatte al progetto e cercano di superare, con l’aiuto dei colleghi del luogo, le barriere burocratiche. Il corridoio umanitario presuppone l’esistenza di una solida rete sia all’estero che in Italia. Per questo quelle che raccontiamo non sono solo storie di singole persone, ma storie di comunità e società che si sono attivate.

Autore: Luca Sticcotti

“Cervelli in fuga”: perché molti giovani decidono di lavorare all’estero?

Lo chiediamo a Jacopo Prescianotto, che si è laureato in triennale all’Università di Trento e ha frequentato un corso magistrale diviso tra Madrid e Rennes. Ora vive a Berlino dove lavora in una start-up nel mercato dell’energia.

Qual è la tua professione?

La start-up in cui lavoro produce un software per il mercato del gas naturale liquido. Io svolgo molti ruoli differenti: passo, quindi, dal settore business a quello più tecnico dello sviluppo del software in base alle necessità.

Come sei arrivato a Berlino e a questa posizione?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ero alla ricerca di un tirocinio, obbligatorio per il mio corso di laurea. L’obiettivo era trovarlo in Spagna oppure nella Svizzera tedesca, meta appetibile, dove avrei avuto il vantaggio del tedesco imparato a Bolzano e la vicinanza all’Alto Adige. La ricerca è stata molto complicata e mi ha sorpreso la quantità di porte chiuse che ho incontrato. L’opportunità nella capitale tedesca è arrivata per caso tramite un messaggio su LinkedIn: in una settimana ho firmato il contratto. Ho fatto i miei sei mesi di tirocinio e il giorno seguente alla sua conclusione ho potuto iniziare a lavorare per l’azienda come full time indeterminato. 

Pensi che avresti potuto trovare una posizione simile in Italia?

È difficile paragonare l’Italia all’estero. L’unico luogo forse paragonabile a livello di opportunità è Milano. Tuttavia il rapporto tra il costo della vita e il salario per posizioni simili, per come conosco io la situazione milanese, è peggiore rispetto a quello che si può trovare nel resto d’Europa. Questo è importante, soprattutto per un giovane a inizio carriera che non ha molti soldi messi da parte e cerca una stabilità. 

La tua idea era rimanere all’estero sin dall’inizio?

La mia idea era studiare e fare il tirocinio all’estero per un periodo limitato. Vivendo all’estero e iniziando a conoscere le opportunità offerte da altri paesi in relazione ai miei progetti mi sono reso conto che tornare in Italia nel breve periodo non conviene. Tornerei per la famiglia e i miei cari però dovrei rinunciare a grandi opportunità. Io amo l’Italia e cerco di tornare a casa spesso avendo anche la possibilità di lavorare in smart working. Mi mancano i miei parenti e i miei amici di sempre però il mio obiettivo è trovare un lavoro che mi piaccia e che mi faccia sentire realizzato cosa difficile da raggiungere in Italia. Ho trovato la mia strada all’estero, per ora. Al momento non vedo l’Italia come un luogo che mi possa dare le stesse possibilità nonostante la voglia di tornare e contribuire in maniera positiva alla crescita del mio Paese. Non è facile andare via, lo si fa perchè si cerca qualcosa che a casa purtroppo non si può trovare, vorrei poter avere le stesse possibilità in Italia per poter stare vicino alla mia famiglia e ai miei amici e vivere nel paese che amo nonostante i suoi difetti; la voglia di tornare e portare la mia esperienza c’è, ma si scontra con la probabilità di dover penalizzare altri aspetti della vita altrettanto importanti.

Com’è il trattamento riservato ai giovani appena laureati in Germania?

Appena arrivato in Germania ero insicuro e mi chiedevo se sarei stato all’altezza del lavoro però con la sicurezza delle mie capacità. Questa mia sicurezza di avere delle competenze e la capacità di apprenderne di nuove è sempre stata altamente ricompensata. Non sono mai stato penalizzato per il mio essere giovane e non ho mai ricevuto un trattamento diverso perché ero quello con meno esperienza. Con il tempo ognuno ha la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio senza partire con un debito iniziale. Qua mi sento valorizzato per ciò che so fare ora e le responsabilità proporzionate a questo mi vengono sempre date. Questo mi dà un incentivo a continuare a migliorare. 

Autrice: Anna Michelazzi

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Scoprire la vallata con l’ornitologo

Negli ultimi sei anni Enrico Bissardella, ornitologo di Vadena, ha accompagnato con passione i cittadini alla scoperta del territorio. Le sue escursioni, promosse dal Comune tramite il servizio bibliotecario e con il supporto dell’associazione “La secondaluna”, sono aperte a tutti e soprattutto gratuite. L’obiettivo? Far conoscere le bellezze naturali e storiche, che sono spesso sfuggenti, pur trovandosi a pochi passi da casa.

“Ogni anno propongo un nuovo itinerario con l’idea di stimolare la curiosità e sensibilizzare i cittadini al rispetto per l’ambiente – racconta Enrico Bissardella -. Tutti i percorsi si svolgono tra la Bassa Atesina e l’Oltradige, un territorio ricchissimo di biodiversità e storia”. 

In sei anni sono state realizzate la bellezza di dodici escursioni partendo dal Monte di Mezzo, nel territorio comunale di Vadena, per poi toccare luoghi come i laghi di Monticolo, il Colle Olmo, Castel Feder e, lo scorso anno, la vecchia funivia per la Val di Fiemme. 

L’edizione 2025 ha condotto i partecipanti, una ventina in tutto, alla scoperta della forra del torrente Rastenbach, spettacolare canyon naturale che scende dalle pendici di Castelvecchio fino a sfociare nei pressi di Caldaro. “È un ambiente affascinante dove si può osservare una ricca fauna, tra cui la salamandra e, in uno dei pochi luoghi dell’Alto Adige, il gambero di fiume”, spiega Bissardella. 

Ascoltare la voce della natura

Negli ultimi anni l’accessibilità del sito è stata migliorata grazie alla realizzazione di nuove scalinate in metallo e terrazzamenti panoramici, che sostituiscono le vecchie strutture in legno deteriorate dall’umidità. I balconi naturali offrono scorci mozzafiato sulla Bassa Atesina, l’Oltradige e il lago di Caldaro. 

Durante la camminata, priva di particolari difficoltà, Bissardella ha alternato momenti d’osservazione naturalistica a spiegazioni su vegetazione e fauna. “Abbiamo distinto insieme i suoni del bosco, ascoltato i richiami e avuto la fortuna di osservare rapaci in volo, come la poiana e perfino un falco pellegrino intento in un’azione di caccia”. Non è mancato l’aspetto storico, perché alla sommità del percorso sorgono le rovine della basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al VI secolo d.C. 

Ne rimangono visibili i muri perimetrali, l’abside e tracce di antichi affreschi. Poco distante si trovano una vasca scavata nel porfido, probabilmente un fonte battesimale, e un dosso con coppelle, incavi circolari usati secondo alcune teorie per scopi rituali o pratici. A conclusione dell’escursione, i partecipanti hanno potuto ammirare il paesaggio dalla terrazza panoramica di Castelvecchio, tra commenti entusiasti e promesse di tornare. “Mi ha fatto piacere – conclude Bissardella – sentire nei giorni successivi alcuni escursionisti parlarne ancora con stupore nei bar del paese. È segno che questa iniziativa riesce davvero a lasciare il segno”. 

Obiettivo benessere

Sempre presente anche la vicesindaca Martine Parise, che da anni sostiene attivamente il progetto, credendo fermamente nel suo valore ambientale, culturale e sociale. “Oltre questa iniziativa, con Enrico organizziamo i corsi di Quyi Gong. Il bello di queste iniziative è che sono totalmente gratuite per permettere a tutti di partecipare e mirano al benessere psicofisico dei nostri cittadini – riferisce Parise -.  Spesso si promuovono attività culturali e musicali, che vanno benissimo, però quello del benessere fisico e della salute mentale è un tema di cui si parla ancora troppo poco. Con quest’attività, non ci siamo fermati nemmeno durante il periodo della pandemia. Prendendo le dovute cautele e misure necessarie, abbiamo offerto tra molti ringraziamenti la possibilità di muoversi all’aria aperta, pur rimanendo entro i confini comunali”.

Autore: Daniele Bebber