Sogni olimpici e dintorni

Nel momento in cui scriviamo (martedì 17 febbraio) le Olimpiadi non si sono ancora concluse, ma una serie di momenti, pensieri, emozioni, e immagini sono già impressi nella nostra mente. 

I fortunati che hanno avuto occasione di assistere dal vivo alle gare ci potrebbero dire qual è stata l’aria che hanno respirato, facendo il tifo per i propri beniamini e poi applaudendo i vincitori. Gli spettatori potrebbero anche raccontarci dettagli in realtà non marginali, ovvero come è a loro sembrata l’organizzazione degli eventi. Per quel che sappiamo ad Anterselva la macchina organizzativa sulla scia dell’evento annuale di coppa del mondo con il biathlon ha avuto modo di dimostrare la propria esperienza, messa però a dura prova dal valore aggiunto dell’impronta olimpica. Sappiamo che i problemi principali sono venuti dalla gestione della mobilità in una valle, la Pusteria, che già normalmente in diversi periodi dell’anno risulta congestionata dal traffico. Ci sarà naturalmente modo di riparlarne, a giochi conclusi. 

A me personalmente sono rimaste impresse le imprese compiute da alcune atlete che da poco si erano riprese da infortuni, come l’incredibile Federica Brignone nello sci alpino e Flora Tabanelli nel freestyle. Ma anche la grande dignità e il giusto spirito manifestato da una campionessa del calibro di Linsey Vonn, gravemente infortunatasi a Cortina. Ad Anterselva splendida è risultata la vittoria di Lisa Vittozzi; una vittoria non urlata e gestita con grande compostezza e stile. 

Splendidi sono stati i tantissimi sorrisi di queste centinaia e centinaia di giovani, alle prese con il loro sogno sportivo. Sia quelli dei vincitori che quelli degli sconfitti o di coloro che – per forza di cose – hanno solo avuto ruoli di comparse. 

Come già era avvenuto 4 anni fa mi ha colpito moltissimo la dignità di coloro che sono arrivati solo ad un passo dalla medaglia. Sono stati tanti i quarti posti nella squadra azzurra e io ho ancora stampato negli occhi il volto di Lara Della Mea, arrivata quarta nello slalom gigante che ha visto il secondo oro di Federica Brignone. Sui social sono stati in molti a voler abbracciare, virtualmente, la giovane friulana, che proprio con quel quarto posto ha fatto segnare il miglior risultato (finora) in carriera. 

Forse però l’atleta che mi ha colpito di più è stato Atle McGrath, lo slalomista norvegese che – uscito nella seconda manche dopo aver fatto registrare il miglior tempo nella prima – ha lanciato i bastoncini, sganciato gli sci e a piedi si è diretto ai margini del bosco per sdraiarsi e in qualche modo riprendersi dalla grande delusione appena vissuta. In quel momento era solo un giovane uomo, solo, su sfondo bianco. Al quale tutti noi abbiamo voluto bene. 

Autore: Luca Sticcotti

La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Un secolo di fede, di tradizione e di comunità

Il calendario ha girato pagina anche sul nuovo anno, ma l’eco del centenario della Parrocchia di Santa Maria Maddalena continua a riecheggiare all’interno della comunità di Vadena, e parla di fede, di tradizioni e di legami che hanno offerto il proprio supporto nel modellare l’identità del paese, configurandosi in un autentico atto di memoria collettiva.

Era esattamente il primo giorno di dicembre del 1925 quando Monsignor Celestino Endrici, vescovo di Trento dell’epoca, emanò un decreto che riconosceva la chiesa parrocchiale di Vadena come autonoma. 

“Per la nostra comunità, aver celebrato con così grande emozione i cent’anni della Parrocchia di Santa Maria Maddalena, è significato vivere un momento di unione e di ricordo di chi siamo, offrendoci l’occasione di ripercorrere le nostre radici e di non disperdere un’eredità che appartiene a tutti noi – spiega la vicesindaca di Vadena, Martine Parise – La storia della nostra parrocchia, infatti, è la storia di un cammino difficile”.

E proprio guardando al cammino compiuto nel tempo, la chiesa parrocchiale non ha sempre trovato il proprio spazio stabile a Maso Castello. Storicamente risiedeva a Maso Birti, dove agli inizi del XIV secolo era stata edificata una chiesa che per secoli ha rappresentato il cuore spirituale della comunità. Nel 1796, però, le frequenti esondazioni dell’Adige portarono alla sua demolizione. In anni moderni di quell’edificio rimane il solo campanile (per cui c’è anche un un momento dedicato), silenzioso testimone di una fede messa alla prova ma mai venuta meno. O quanto meno è ciò che si apprende attenendosi alla storia, che riferisce come nel 1797 iniziarono i lavori per adattare la cappella di Maso Castello a nuova chiesa parrocchiale. 

In questo senso furono costruiti un campanile e un camposanto, utilizzato fino alla metà dell’Ottocento. Tutto ciò non alleviò però le difficoltà, tanto che nel 1804, come riporta l’annotazione del parroco Sterzinger, “ciò che la furia delle acque aveva risparmiato fu devastato dall’impietosa crudeltà dei francesi”. Si tratta di un chiarissimo riferimento alle invasioni napoleoniche, che hanno portato al danneggiamento del tabernacolo e ai furti di vari oggetti sacri. 

Per vivere un’autentica rinascita servì attendere il diciannovesimo secolo, quando la generosità dei grandi proprietari terrieri fece sì di poter ampliare la chiesa, comunque condizionata dai limiti imposti dalla roccia porfirica del Monte di Mezzo, verso nord. ma è importante annotare che la struttura è rimasta la stessa dal 1840. 

La cerimonia, oltre una sentita e numerosa presenza di cittadini (tra molti bambini e famiglie), hanno presenziato il sindaco Elmar Oberhofer, la vicesindaca Martine Parise, l’intera giunta comunale e i rappresentanti delle associazioni locali. A loro si è aggiunto il maresciallo dei carabinieri della stazione di Bronzolo, Giuseppe Caravello, la Musikkapelle di Bronzolo-Vadena, il parroco don Walter Visintainer con il consiglio parrocchiale. “Un secolo di fede, di tradizione e di comunità è un patrimonio prezioso. Osservando la nostra storia, non possiamo che essere grati nei confronti di chi ci ha preceduti e di tutti coloro che continuano a rendere viva la nostra comunità”, è stato detto. In questo contesto, è doveroso ricordare anche l’impegno speso da Brunella Mottin assieme al consiglio pastorale  parrocchiale, che presiede, nel contribuire all’ottima riuscita delle celebrazioni e alla cura della memoria storica della parrocchia. 

“Come gruppo abbiamo iniziato a pensare e lavorarci dall’estate – racconta Mottin -. Il primo appuntamento si è tenuto nella Sala Polifunzionale, venerdì 28 novembre, con il dottor Walter Landi che ha raccontato la storia della nostra parrocchia. Il 30 novembre si è tenuto l’evento vero e proprio ed è stata una giornata più che positiva, oltre che molto emozionante per l’ottima risposta della comunità e di tutti i volontari che durante l’anno supportano, con il proprio aiuto, l’attività della parrocchia. Tutto questo ci fa guardare con occhi di speranza anche verso il futuro.”

Autore: Daniele Bebber

Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Un’onorificenza per Elda e Cesare

Uno degli eventi più sentiti, attesi e partecipati nell’abitato di Laives è sicuramente il Carnevale, al punto che i suoi “genitori artistici”, Cesare Zenorini e Elda Paolazzi, riceveranno un’importante onorificenza istituzionale. Si tratta di una deisione presa all’unanimità nell’ultima seduta del consiglio comunale del 2025.

“Da quasi cinquant’anni ormai, Cesare Zenorini ed Elda Paolazzi sono impegnati nell’organizzare il carnevale, una grande festa che anche quest’anno promette rappresentazioni sgargianti e colori sfavillanti. Un duro lavoro che la città vuole premiare. Perché è la passione a mettere in moto il motore con cui Cesare ed Elda, assieme ad un folto gruppo di collaboratori, hanno contribuito a far crescere e valorizzare il Carnevale come appuntamento di riferimento per l’intera comunità e da ben 47 edizioni.
“Non mi aspettavo una cosa così grande come un’onorificenza – racconta Zenorini -. Organizzo il Carnevale da anni per una pura passione che però ha coinvolto anche le nostre famiglie. Quando i miei figli erano piccoli mi aiutavano persino a modellare la cartapesta”.

Zenorini racconta che questo “impegno” è nato quasi per gioco, perché all’inizio il carnevale era un carretto realizzato dalla scuola materna di Pineta di Laives. Poi nel tempo si è trasformato in un evento strutturato e con sempre più pubblico. “Il figlio di Elda frequentava la scuola materna di Pineta. Lei viene da Altavalle, in Val di Cembra, e lì c’erano anche tanti veneti arrivati dopo l’alluvione del Polesine. Sono due zone con una forte tradizione carnevalesca che si sono messe insieme e da lì è partito tutto”.

Nei primi anni la sfilata si faceva a Pineta. Poi, il crescere dell’evento ha portato a doversi trasferire a Laives. A Pineta però c’è il magazzino – deposito dei carri. 

La proposta di conferire l’onorificenza era stata presentata in giunta prima del penultimo consiglio comunale. Dopo un confronto interno e prima dell’approvazione definitiva, al nome di Zenorini è stato affiancato quello di Elda Paolazzi. 

“Ricevere un riconoscimento del genere è davvero bello – sottolinea Zenorini -. Significa che quello che abbiamo fatto è stato apprezzato”. 

“Ho deciso che dedicherò l’onorificenza che mi verrà assegnata a Gino Coseri – afferma Elda Paolazzi -. Non sono mai salita su un carro, non ho mai preso un microfono in mano, con i miei collaboratori abbiamo sempre lavorato ma dietro le quinte. Faccio, facciamo e basta. Comunque ringrazio vivamente tutti per questo bel pensiero”.

Accanto a loro opera anche Gianni Bergamo, per gli aspetti legati al capannone e alla sicurezza dei carri. Ma come in ogni storia anche qui non sono mancate le difficoltà. 

Zenorini aveva anche presentato le dimissioni per motivi di salute, ma la volontà di non interrompere bruscamente l’esperienza l’ha spinto a cercare altre soluzioni insieme ai Comuni di Laives e Bolzano. “Organizzare un Carnevale richiede tempo, energie e risorse economiche. Ho iniziato a lavorarci a fine ottobre e continuo ancora oggi tra permessi e pratiche burocratiche, che mi accompagneranno fino al giorno della sfilata”. 

Importantissimo però è il lavoro di squadra. “Una persona da sola non può fare tutto. Per questo ci appoggiamo al Centro Servizi Volontariato di Bolzano, che supporta le associazioni con consulenze e assistenza”. 

La particolarità del Carnevale di Laives è la sua capacità di rinnovarsi ogni anno, proponendo carri con tematiche sempre nuove “ad eccezione di quello di apertura, simbolo del Carnevale, con Franz e Bepi – spiega Cesare Zenorini – I gruppi che partecipano sono accompagnati da coreografie curate nei minimi dettagli. Le prove dei ballerini iniziano mesi prima e proseguono fino a pochi giorni dalla sfilata”. 

Quest’anno la previsione è di diciannove tra carri e gruppi pronti a riempire di colori e musica Laives e la frazione di Pineta, dove la sfilata si concluderà davanti al parco, proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio quarantasette edizioni fa, e intanto il ricco libretto del programma è già stato distribuito in tutte le case. 

La tradizione, al passaggio dei carri, invita tutte le famiglie a vestirsi in maschera e partecipare, rendendo il Carnevale di Laives una vera e grandissima festa di comunità.

Autore: Daniele Bebber

Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti

Una vita con il motore al limite

Manuela Gostner ha fatto del rombo dei motori la colonna sonora della sua vita: ecco come la pilota è riuscita ad entrare nel mondo dell’automobilismo e a trovare la sua strada, fatta di rispetto, determinazione e passione.

“Chi non è abituato farebbe fatica persino a tenere gli occhi aperti” racconta Manuela Gostner; dalle sue parole si apprende molto chiaramente che nel mondo delle corse, in un certo senso, l’estremo diventa normalità con incidenti che spesso scorrono davanti agli occhi senza essere davvero “visti” e riflessi allenati a reagire ancor prima di pensare. “Siamo così abituati a queste situazioni che non ci soffermiamo sul loro peso. È un altro stato mentale.” Insomma, chi quell’universo lo osserva da fuori può sembrare surreale, forse persino folle.

Manuela Gostner, cosa spinge una donna a entrare in un ambiente storicamente maschile com’è l’automobilismo?

Parlando di me, in realtà è successo tutto per caso. Ho fatto pallavolo per tanti anni, ma in famiglia le corse c’erano già. Mio papà e mio fratello gareggiavano nel Ferrari Challenge. Un giorno ci invitarono a una prova e mio padre mi disse: “Prova anche tu”. Era una Ferrari 458 Challenge, una vettura da pista vera e propria. Sono salita, ho fatto qualche giro e mi ha affascinata subito; sembrava un altro mondo. Il momento decisivo è arrivato poco dopo, quando ero seduta accanto a quello che allora era il mio allenatore e oggi marito. lui mi ha mostrato cosa significa guidare un’auto al limite, sfruttando tutto quello che può dare. Lì è scattata una sfida personale, ho pensato che  se lui poteva imparare, potevo farlo anch’io. Ho fatto sport per tutta la vita, sapevo come si impara. Mi sono detta: “voglio diventare la pilota migliore che posso essere”.

La prima gara non si dimentica mai, giusto?

Esatto: era il 26 giugno del 2014. Avevo una paura enorme, tanto che prima della partenza stavo addirittura malissimo. In realtà quando scatta il verde, entri in una specie di tunnel dove reagisci, sei concentrata, quasi come un robot. Quella tensione prima della partenza non se ne va mai del tutto, in sostanza è rispetto per quello che stai per fare. È uguale anche per i piloti di Formula 1. È una battaglia, la bandiera a scacchi sventola e tutto inizia, ma solo a fine gara realizzi il risultato.

Quali sono le piste che le hanno lasciato maggiormente il segno?

Sicuramente Spa-Francorchamps, con curve leggendarie come Eau Rouge e Blanchimont, e poi la famosa 24Ore di Le Mans, che si corre in gran parte su strade normalmente aperte al traffico. Case, alberi, asfalto irregolare. È la pista con la velocità media più alta al mondo: affascinante e molto esigente.

Ha conosciuto qualche grande nome del motorsport? 

Nel Mondiale Endurance ho corso contro i piloti più importanti. Alla mia prima 24 Ore di Le Mans c’era anche Fernando Alonso. Ma in generale ognuno sta nel proprio box. In gara sei concentrato e gli altri sono avversari, non c’è molto “dietro le quinte”. Anzi, per chi se lo immagina glamour, il weekend di gara è noiosissimo. Si pensa a migliorare, si va a dormire presto, si recuperano energie. Tutti sono stanchi e concentrati.

Nella sua carriera che auto ha guidato? 

Le GT sono derivate da modelli di serie, poi trasformate per la pista. Le GT3, usate nelle gare endurance come Le Mans, sono molto più “racing” rispetto alle Challenge. La macchina più straordinaria che abbia guidato è la 488 GTE: un’astronave.

In questa disciplina come siamo messi con le quote rosa? 

Siamo poche, quindi ci conosciamo tutte ma stiamo aumentando in ogni ruolo: pilota, meccanica, ingegnera, team principal. Però il motorsport rimarrà più maschile, come il balletto resterà più femminile. È una questione d’interessi: poche sentono davvero questa passione così forte da iniziare un percorso.

Corrisponde al vero l’idea che uomini e donne guidano in realtà in modo diverso? 

Non siamo uguali, nello sport come nella vita. In generale gli uomini sono più portati al rischio immediato, noi siamo più prudenti, partiamo in sicurezza, poi ci avviciniamo gradualmente al limite. Alla fine si arriva allo stesso punto ma con un percorso diverso.

Personalmente, cosa le ha dato il motorsport?

È molto formativo. Ti insegna a cadere e a rialzarti tante volte. Ti dà carattere, ti rende più solida.

Ci racconta come è una giornata tipo di una pilota in gara.?

Sveglia, colazione, briefing con ingegnere e coach, ultimi consigli, concentrazione prima della partenza. Nelle gare sprint la strategia è più semplice ma l’ansia c’è sempre. Cerchi delle distrazioni, parli, respiri. L’importante è rimanere centrati.

E la sua famiglia che cosa dice? Come si rapporta con questa sua passione?

All’inizio le mie figlie soffrivano la mia assenza, mi vedevano come la mamma rompiscatole. Oggi sono più grandi e sono orgogliose. E questo ripaga di tutto.

Può lasciarci un suo consiglio personale per chi sogna di entrare a far parte di questo mondo? 

Fidarsi del proprio istinto, seguire la passione e non farsi condizionare troppo dalle opinioni altrui.

Autore: Daniele Bebber

Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli