Elisa: da Salorno alla Hall of Fame a Parigi

C’è chi si avvicina allo sport per caso e chi invece lo incontra perché “nel paese non si parlava d’altro”. Questo passaggio riassume la storia sportiva di Elisa Dallago, importante esponente nel broomball ai Pochi di Salorno e oltre: tanto che in seguito a una serata a Folgarida, dopo 31 anni, lo scorso ottobre si è ritrovata a Parigi per ritirare il premio Hall of Fame.

Elisa Dallago, partiamo dall’inizio: come ha conosciuto il broomball?

Io sono nonesa. Il broomball l’ho conosciuto grazie alla squadra del Nanno, che giocava sul campo di Folgarida. Ero la più piccola, avevo 16, forse 17 anni, quindi dovevo essere accompagnata. I ragazzi della squadra venivano a prendermi e si partiva. Gli allenamenti erano sempre serali e quella era una squadra fortissima: tutte ragazze di Nanno, di Portolo, qualcuna di Tuenno… ma era un gruppo solido.

Che atmosfera si respirava a quei tempi?

Nel paese non si parlava d’altro che di broomball. Era una faccenda seria e anche molto aggregante. Io venivo dalla pallavolo, per me lo sport è sempre stato un impegno, ma lì ho trovato anche un’occasione per uscire, stare in compagnia. Era il pretesto perfetto per vivere la mia età, il sabato o la domenica, grazie alle partite.

E da lì com’è proseguito il percorso?

Ho trascorso tre anni nel Nanno. Lì è arrivata anche la mia prima convocazione in nazionale, però – a causa del mio primo contratto da insegnante – ho dovuto rinunciare alla trasferta americana: sentivo il bisogno di dimostrare responsabilità al mio dirigente scolastico. È una scelta che ancora oggi un po’ rimpiango, perché poi non ho più avuto occasione di tornare in nazionale, tranne a Innsbruck nel 2010… ma lì ero incinta. Il treno della nazionale femminile è passato così, senza che me ne rendessi conto.

In totale quanti anni ha giocato?

Dal 1989 al 2020. Trentuno anni: una vita, insomma.

E come vivevate il broomball?

Era uno sport serio. Anche se richiedeva meno tempo di allenamento rispetto ad altri, come il tamburello o la pallavolo che praticavo parallelamente. Ma era comunque un impegno. A 25 anni ho dovuto scegliere: ho lasciato la pallavolo per continuare col broomball. Mi divertivo, facevo gol, stavo in una squadra che funzionava e non ero da sola: senza una buona squadra, non vai da nessuna parte.

Ha partecipato a molte trasferte? Anche internazionali?

Il campionato era prevalentemente italiano, distribuito tra le province di Trento, Bolzano e Belluno. Facevamo anche una trasferta promozionale a Como. Poi c’erano gli Europei e i Mondiali. Sono stata a Vancouver, St. John’s, Minneapolis… Ogni volta era anche un po’ una vacanza. Il viaggio che mi è rimasto nel cuore è quello a St. John’s: stadio pieno, inni nazionali, le bandiere, il giro di campo… un’emozione fortissima.

Un aneddoto che non dimenticherà mai?

A Winslow, poco prima del Mondiale, mi vengono a chiamare: “Elisa, ti cercano!”. Giro l’angolo e trovo un negozio con l’insegna “Dallago Sport”. La titolare aveva sposato uno di Tuenno, parlava noneso… a migliaia di chilometri da casa! È stato incredibile. Un incontro che non dimenticherò mai.

Poi, da Nanno è passata a Salorno. Come mai?

Nanno era l’unica squadra della Val di Non, ma stava smettendo. Il campionato invece si svolgeva tra squadre di Bolzano, Merano, Belluno, Stilfes, Vecnofen, Piné, Cavalese… e Salorno. Mi sono portata via anche il borsone da Nanno e mi dissero: “Tienilo, qui non si gioca più”. Sono arrivata con il mio casco, che conservo ancora, con un adesivo del teschio sul retro, simbolo della nostra squadra.

Com’era l’ambiente a Salorno?

Diverso. A Nanno ero la più piccola, lì invece sono arrivata da esperta. Non è stato semplice. Ho portato la mia esperienza, ma non tutti accettavano che parlassi con l’allenatore o proponessi idee, tattiche. Venivano dai “tornei del bar”, quindi si è dovuto lavorare tanto per crescere. Ma poi abbiamo vinto molto. Gaier è diventata la squadra più vincente di Salorno: ho giocato lì 16 anni e per 15 ho fatto anche la dirigente.

Cosa ti ha lasciato questo sport?

Tanto. Come ogni sport di squadra ci sono le emozioni, lo spogliatoio, le vittorie, le sconfitte, anche le batoste. C’è stato un anno in cui non abbiamo nemmeno raggiunto la finale, perché non eravamo all’altezza. Ma guardandomi indietro sono felice di tutto ciò che ho fatto, di ciò che abbiamo costruito. Ho anche cambiato squadra verso la fine, perché i miei valori sportivi non collimavano più con quelli della dirigenza. Ma il broomball mi ha dato tantissimo.

E la Hall of Fame a Parigi?

Pensavo fosse uno scherzo! Infatti ho chiamato mio marito per dirgli mi avevano contattato per una premiazione in Francia. Non ho risposto per quindici giorni a quel messaggio. Poi mi è ricapitato di vederlo in messenger, sono andata a vedere il periodo dei mondiali e coincidevano le date. Allora ho risposto per farmi spiegare. Sono rimasta esterrefatta. È vero che ho giocato tanti anni e vinto molto, però mai avrei pensato che dopo aver smesso sarebbe arrivata una cosa del genere. L’ho detto a tutti. Sul palco non sono nemmeno riuscita a dire le frasi che mi ero prefissata. Sarò sincera, avrei preferito avere il borsone da broomball, vedevo le ragazze pronte e sentivo l’odore dello spogliatoio.

Autore: Daniele Bebber