Un ricordo di don Sartorel, “fidei donum” in Brasile

Il missionario diocesano Pierliugi Sartorel è scomparso in Brasile lo scorso 10 maggio. Don Sartorel era nato a Bolzano nel 1947 e si era trasferito nel paese latinoamericano nel 1977.

Nel giorni scorsi a Fortaleza, nel Nordest del Brasile, è mancato don Pierluigi Sartorel, un missionario diocesano che avevo avuto occasione di conoscere una ventina di anni fa, durante un viaggio di lavoro nel grande paese latinoamericano. 

Don Pierluigi era una persona dolce ma anche determinata, dal sorriso intelligente e piacevolissimo nella conversazione. Per una settimana circa ho abitato nella casa in cui viveva insieme ai confratelli Lino e Ermanno Allegri e in questo modo ho avuto occasione di incontrare il suo mondo, fatto di rapporti reali con persone reali, in una grande metropoli dove il comune denominatore è la fatica di sbarcare il lunario, in un contesto sociale dalle grandi contraddizioni. 

Proveniente dal quartiere Don Bosco di Bolzano, una volta diventato sacerdote don Pierluigi svolse l’attività di cappellano per 4 anni a Laives, facendosi molto apprezzare, prima di compiere la grande scelta di partire per il Brasile, nel 1977, per svolgere l’attività missionaria “fidei donum”. All’epoca infatti c’era una tale abbondanza di preti e di vocazioni con una grande spinta sociale, che numerosi sacerdoti diocesani partivano per le missioni quasi fossero un dono, per le diocesi di destinazione, restando comunque incardinati nella loro realtà diocesana d’origine. 

I tempi cambiano e – anzi – erano cambiati già nel 2007. In Brasile i missionari diocesani cominciavano già a sentire in parte il peso degli anni e si facevano in quattro per svolgere il loro apostolato, delegando molto ai laici. Nella diocesi di Bolzano Bressanone l’attuale grave crisi delle vocazioni era solo all’inizio e nessuno avrebbe potuto immaginare la situazione attuale in cui, in una sorta di processo all’inverso, ora sono le diocesi di Africa e Asia che “donano” sacerdoti alla diocesi di Bolzano Bressanone, per continuare a seguire le comunità (o meglio quello che ne resta).

Il mio ricordo di Pierluigi Sartorel rimarrà vivissimo. Dopo il viaggio del 2007 ebbi occasione di incontrarlo poche volte, ma sempre molto illuminanti, durante le quali parlammo in realtà più di politica e di cambiamenti sociali che di religione. Don Pierluigi era un esempio vivido di come dovrebbero essere anche oggi i preti, ovvero delle persone in grado soprattutto di ascoltare e capire da che parte starebbe Gesù in un mondo in cui sempre di più mancanza di rispetto, diritti violati, forza e prepotenza, tendono ad andare per la maggiore. 

Per descrivere il mondo in cui don Pierluigi viveva e ha vissuto in pratica quasi tutta la sua vita, vi propongo in questa pagina un estratto dal reportage che scrissi nel 2007 durante la tappa a Fortaleza del mio viaggio in Brasile. In origine l’articolo venne pubblicato sul settimanale diocesano Il Segno. 

A FORTALEZA NEL 2007

“I missionari diocesani che risiedono in questa città di 3 milioni di abitanti, la quinta più popolosa del Brasile, sono ben tre. Si tratta di una vera e propria piccola comunità di vita e lavoro, con forti motivazioni personali.

Il più vecchio del gruppo è Lino Allegri, 68 anni, attivo nella pastorale sociale, in questo periodo soprattutto nella pastorale agricola (della terra) e dell’infanzia. Poi c’è Ermanno, fratello di Lino, 63 anni, da qualche anno immerso nella grande sfida dell’agezia di stampa Adital che serve tutta l’America Latina e parla dei gruppi di base, delle numerosissime realtà associative e dei gruppi d’opinione che sono il “cuore” della rinascita del continente latinoamericano dopo gli anni difficilissimi della dittatura. Il più giovane del gruppo, 60 anni, è Pierluigi Sartorel, da sempre impegnato nella formazione di base attraverso i gruppi biblici e recentemente coinvolto anche nella formazione superiore teologica dei laici. 

Conversando con i missionari e visitando le strutture in cui sono coinvolti si è colpiti dalla grande quantità di energia di cui dispongono, del loro entusiasmo forse solo leggermente attenuato dagli anni, e dalla loro determinazione. Il loro spirito è incredibilmente giovane e battagliero. Salta subito agli occhi l’approccio libertario che li anima e che hanno saputo trasmettere ai loro collaboratori: sono quasi tutte donne, giovani e madri di famiglia, sorridenti e accoglienti. 

Qui tutti si abbracciano quando si incontrano e la sensazione che sia ha è quella che nessuno ha paura di esprimere le proprie idee e sentimenti. 

A questo punto mi chiederete, lo so, è tutto oro quel che luccica?

Ebbene: penso che siano questi termini in cui va posta la questione. Osservando questa città risultano evidenti tutte le contraddizioni dell’America Latina. Qui nessuno si vergogna di difficoltà e disperazione, povertà e violenza. Potremmo dire che si tratta di un mondo in cui i nervi sono perennemente scoperti. I nostri missionari corrono da un posto all’altro per portare avanti i loro segmenti di attività pastorale che partono da un’unica idea di fondo: condividere e cercare di sostenere le persone nella loro vita, traendo dal Vangelo la forza per andare aventi e per migliorare, se possibile, la propria condizione. 

E l’attività pastorale vera e propria che fine fa, direte voi?

C’è anche quella, naturalmente, ma possiamo dire che qui in Brasile si è già compiuto per i nostri missionari quel passaggio che – stante la crescente carenza di preti – consegna le comunità, la gestione dell parrocchie e anche larghe fasce della liturgia, ai laici.” 

Estratto di un reportage pubblicato dal settimanale diocesano “Il Segno”, nel mese di aprile del 2007. 

2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Con “Luci sul Ponte” il viaggio è fra il passato e il presente

Questo è l’anno della quarta edizione di “Luci sul Ponte” a Vadena. Giovedì 4 giugno sarà una serata fra eleganza, musica e memoria collettiva, proposta dall’amministrazione comunale per trasformare il ponte sul fiume Adige in un salotto a cielo aperto. La particolarità? C’è un incontro fra storia, cultura e comunità.

All’apparenza possono sembrare semplici vestiti custoditi in vecchi bauli dei ricordi di famiglia. Saranno proprio questi frammenti ad aprire l’evento, alle ore 20, dando vita a “Ricordi in passerella”, nell’idea di raccontare epoche, emozioni e tradizioni del territorio entro i canoni di una sfilata dedicata ad originali abiti da sposa di fattura anni ’50, ’60, ’70 e ’80. “Sono custodi di segreti, di speranze e di quei momenti magici che hanno dato inizio ai racconti più belli delle nostre famiglie”, si apprende dagli organizzatori, che negli ultimi mesi hanno toccato con mano molti di quegli abiti. Al proposito, per la vicesindaca Martine Parise, “Luci sul Ponte” rappresenta un progetto con tutte le carte in regola per unire tradizione e sostenibilità. “Fin dal debutto della manifestazione, le installazioni artistiche sono realizzate con plastica riciclata, unendo armoniosamente il recupero delle tradizioni a un concreto messaggio di rispetto per l’ambiente”, ha detto, facendo presente poi che “le modelle che sfileranno sul ponte saranno infatti in gran parte donne di Vadena e Bronzolo, chiamate a riportare in vita la magia di un tempo passato”.

 Ad accompagnare la passerella sul ponte sareà la musica di Sara Louis e del sassofonista Valentin Gasser, insieme nel progetto “Valtophonic Reunited”. Lei è un’appassionata collezionista di vinili. La sua proposta è di una selezione che spazia tra hip-hop, house, funk e soul. Lui invece accompagna dal vivo con il sax, creando un viaggio musicale tra le atmosfere di quegli anni.

Come ogni evento di grande stile, la parte gastronomica ricopre un ruolo importante: la proposta si divide fra piatti di pesce e proposte per i più piccoli, a cui si abbina la tradizione, con la degustazione ufficiale del Musis, il Pinot Bianco Doc del podere provinciale Laimburg.

Insomma, anche quest’anno gli organizzatori puntano a valorizzare il ponte come luogo simbolico d’incontro tra generazioni di ieri, oggi e… domani. Su quest’ultimo aspetto, l’assessora comunale Anna Busetti è stata molto chiara nell’elogiare i giovani “che ridanno vita ai giochi di un tempo, custodi delle nostre tradizioni».

“Sono onorato di vedere nel nostro comune un tale fermento culturale, segno di una comunità viva”, sottolinea quindi il sindaco Elmar Oberhofer. A queste parole si affiancano anche i ringraziamenti dell’assessore Josef Untersalmberger e dell’assessore Mario Gramegna, concordi nell’evidenziare il valore turistico di questo evento, capace di trasformare un luogo simbolo del paese in uno spazio condiviso.

Autore: Daniele Bebber

Un ponte tra due mondi

Julè e Namastè è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune. Di questa associazione che mette in contatto Bolzano e l’Himalaya, parliamo con Luciano Guariento, che ne è uno degli ispiratori e coordinatori. 

Il 23 marzo 2026 l’associazione di volontariato “Julè e Namastè” ha inaugurato presso la sala espositiva di “Casa Goethe” a Bolzano (Via Goethe 42) una mostra dedicata al concorso fotografico “Infinito Rosso, il colore della civiltà”. Visitandola mi hanno subito colpito la presenza del colore rosso in ogni fotografia e i fiori galleggianti nelle ciotole di vetro che davano un sapore orientale all’allestimento. Luciano Guariento ha spiegato che il rosso, nella cultura orientale è simbolicamente molto importante. Rappresenta la spiritualità, l’energia e la trasformazione. Dopo aver votato la fotografia che più mi piaceva, Guariento ci ha raccontato come è nata l’associazione.

Come siete partiti?

La nostra associazione è nata nel dicembre del 2018 dopo l’incontro tra me e Luciano Casagrande: portavamo avanti entrambi da diversi anni due filoni di progetto sull’Himalaya. Luciano ha dato inizio a tutto nell’anno 2000 dopo un viaggio nella valle dello Spiti, a nord di Delhi nell’Himachal Paradesh nel paese di Tabo. Lì ha incontrato un gruppo di monaci e ha raccolto da loro l’invito arrivato direttamente dal Dalai Lama, il quale voleva fondare in questo piccolo villaggio una scuola per sostenere e garantire la cultura e le tradizioni del popolo tibetano.

Nel 2018 Luciano aveva bisogno di definire la sua attività di volontariato all’interno di una associazione. E noi dell’altro filone dell’associazione, la parte Namastè, avevamo le stesse necessità. Dal 1988 per ragioni alpinistiche di viaggio per trekking, ci era capitato di frequentare moltissimo la zona himalayana del Nepal.  Il 25 aprile del 2015 c’è stata poi proprio in quelle zone la terza più grande frana mai documentata al mondo. Dopo il grande terremoto noi sei alpinisti, in seguito soci dell’associazione, ci siamo incontrati con la volontà di costruire una casa o un piccolo rifugio per i pastori. Dieci anni dopo è stato proprio questo gruppo a mettere in piedi la prima mostra fotografica a Bolzano in Piazza Domenicani nella Galleria Civica. Come detto alla fine del 2018 anche noi avevamo bisogno di un contesto giuridico che normalizzasse il flusso delle donazioni e quindi insieme a Luciano abbiamo fondato Julè Namastè.

Qual è la missione principale dell’associazione?

La nostra missione principale, come è scritto nello statuto, è quella creare ponti. Cioè promuovere opportunità e occasioni di incontro tra persone di diverse culture tra l’Alto Adige, il nord dell’India ed il Nepal. Il fine ultimo concreto è quello di sostenere la cultura e la vita delle popolazioni tibetane nell’Himalaya.

Qual è l’obiettivo della mostra di quest’anno? È una raccolta fondi o ha un intento puramente divulgativo e culturale?

Lo scopo è principalmente divulgativo e culturale. L’obiettivo è appunto quello di far conoscere il più possibile la nostra attività alla cittadinanza di Bolzano. Il fine ultimo è di sostenere il nostro ultimo progetto fatto nel nord del Nepal vicino alla valle del Langtang, attraverso delle offerte che le persone possono lasciarci. L’idea è quella di realizzare una cucina, una mensa e assumere un cuoco in questo piccolo villaggio rurale agricolo che si chiama Gatlang Gatlang. Questo paese è la capitale dell’etnia Tamang: in Nepal ci sono 112 etnie diverse. Lì hanno il problema della dispersione scolastica dei ragazzi. I genitori agricoltori la mattina partono e fanno anche ore a piedi per andare nei campi. Il problema è che quando i bimbi a mezzogiorno o all’una terminano le lezioni, restano senza pasto e persone di riferimento. Con il nostro contributo la scuola potrebbe diventare maggiormente un centro culturale di insegnamento, di svago e di attività pomeridiane legate sempre alla scuola.

Le immagini esposte in questa mostra fotografica sono frutto dell’esperienza diretta dei volontari?

No, le immagini, da regolamento, non possono essere di noi soci volontari. Noi proponiamo il bando il primo di settembre e lo divulghiamo in tutta Italia e anche oltre. Chiediamo un genere di immagini o un tema ogni anno, ma lasciamo libera creatività al fotografo. Il concorso non è indirizzato solo a fotografi professionisti, anzi, si tratta  per lo più di normalissimi viaggiatori, appassionati. Noi diamo loro l’opportunità di mostrare pubblicamente i loro scatti più belli realizzati durante i loro viaggi. Segue quindi una votazione fatta dai visitatori della mostra. Anche questo è un modo per creare ponti e legami con persone esterne.

Come si può sostenere l’associazione? Avete programmi di viaggi solidali o altre forme di partecipazione attiva come delle bancarelle?

I nostri finanziamenti al 99% li raccogliamo o con donazioni dirette o e soprattutto attraverso le bancarelle. Ogni volta che andiamo o a Kathmandu o a Delhi o al villaggio di Tabo acquistiamo artigianato locale, lo portiamo qui e lo vendiamo. Quest’anno per il quinto anno siamo stati presenti in Piazza del Grano al mercatino solidale di Natale.

C’è una storia di successo che vorrebbe raccontarci?

Sì! Cinque medici dentisti e un odontoiatra – perciò una piccola equipe di dentisti, soci dell’associazione – ogni anno si recano alla scuola di Tabo. Nel 2023 siamo riusciti a raccogliere i fondi per uno studio dentistico all’interno della scuola. Tutti gli anni i dentisti si recano lì e lavorano gratuitamente per 10 giorni, 10 ore al giorno perché devono controllare i denti di 320 bambini. I materiali con la raccolta fondi li compriamo noi e loro prendono le ferie e vanno.

I dentisti si erano conosciuti più di dieci anni fa ad un corso specialistico di medicina di emergenza. Dovevano quindi operare a livello di sanità e igiene dentale in zone disagiate o di guerra o di emergenze alluvionali. Hanno messo in piedi questa bella iniziativa e questa è di sicuro una cosa rilevante fatta lo scorso anno.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour

“La bambina di Chernobyl”

C’è un cinema che non chiede permesso. Un cinema che trae la propria origine ai margini delle grandi produzioni. Un cinema che senza scorciatoie sa farsi notare conquistando pubblico e critica con la forza delle immagini e la coerenza del proprio sguardo. Massimo Nardin lo racconta con molta chiarezza ed altrettanta trasparenza nel film “La bambina di Chernobyl”, la sua opera prima. 

Un’opera prima per il regista e docente universitario a Roma, ma oriundo di Salorno, in cui è molto chiaro il ritratto di un autore in grado di concepire il cinema come spazio di ricerca e di resistenza, dove l’esperienza individuale si converte entro l’immensità di un racconto universale. Si parla dunque di una nuova, e si spera prolifica, voce nel panorama del cinema d’autore.

Nardin: se l’aspettava o ci contava in questo marcato interesse da parte della critica? 

Ci contavo, ma non me lo aspettavo. Il film ha avuto un percorso complesso, con diverse limitazioni sia nella preparazione sia nella promozione. Ho cercato di compensarle lavorando intensamente su ogni fase: scrittura, riprese, montaggio e produzione. Anche la distribuzione ha contato su tempi molto stretti tra la fine del film e l’uscita in sala. Non abbiamo avuto il supporto delle grandi reti promozionali, ma sono arrivati comunque riscontri importanti, soprattutto dal pubblico più appassionato. In alcune realtà, come Trento, le reazioni sono state profonde e molto significative. Vedere la sala due del cinema Modena piena – anche di ex compagni e insegnanti del liceo, amici e parenti – è stato davvero emozionante.

E della presenza di così tanti suoi concittadini? 

Mi ha riempito il cuore. Anche nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi e riflessioni. Alcuni spettatori hanno colto aspetti profondi del film e questo mi ha colpito molto. È stata una risposta sincera e spontanea, che ho preferito non enfatizzare troppo, ma che porto con me.

Da dove è arriva la sua ispirazione? 

Soggetto e sceneggiatura li ho  scritti con Luca Caprara. Volevamo raccontare una storia essenziale, ambientata in un unico spazio, dove solitudini diverse si incontrano. Mia l’idea di costruire personaggi agli antipodi, quasi estremizzati. L’idea della protagonista è legata anche a esperienze personali, quando negli anni ’90 ho conosciuto alcuni bambini di Chernobyl ospitati da famiglie di Salorno. Mi avevano colpito per la determinazione e lo sguardo pieno di vita. Da lì è nata una riflessione più ampia, anche simbolica: le radiazioni come elemento invisibile che, anche in senso metaforico, segna e condiziona le vite dei due protagonisti.

Quanto ci è voluto per scrivere e dirigere questo film? 

Il processo è stato lungo e non lineare. La scrittura è nata a fasi alterne, poi il sostegno del Ministero ha aiutato a realizzare la sceneggiatura. Dal 2020 alla realizzazione sono passati diversi anni. Le riprese, inizialmente previste per l’autunno 2024, sono iniziate nel maggio 2025. La produzione ha coinvolto per la gran parte una troupe marchigiana. Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai sono gli attori protagonisti.

Quali sono state le difficoltà incontrate in corso d’opera? 

Sono state soprattutto legate alle risorse limitate e alla necessità di portare avanti il progetto con continuità. Ogni fase ha richiesto adattamento e determinazione.

Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua professione? 

Già nei primi anni del liceo, quando spendevo i fine settimana a guardare molti film su videocassette con grande interesse. Dopo il diploma ho studiato la fotografia in ogni suo aspetto e ho iniziato ad approfondire il linguaggio cinematografico, realizzando i primi cortometraggi con mezzi semplici, insieme ad amici e familiari. Nella prima decade degli anni 2000 ho realizzato diversi lavori indipendenti.

Di lei si parla come di un regista costruttore d’immagini che restano. Come mai? 

È il risultato di un lavoro molto attento sulla messa in scena. Cerco di trasformare la realtà attraverso l’immagine, curando scenografie e inquadrature. La macchina da presa è spesso stabile, con movimenti controllati. Mi ispiro alla lezione di Andrej Tarkovskij, cercando di creare immagini autonome ma allo stesso tempo collegate tra loro, quasi dei micromondi. Fondamentale è il ruolo del montaggio.

Quale significato dà al fare cinema cosiddetto “d’autore” nell’Italia d’oggi? 

È una scommessa ma anche una necessità. Ho notato, anche nell’insegnamento, che quando si propongono opere forti e coerenti, anche i giovani rispondono. Se c’è una poetica chiara e un messaggio autentico l’attenzione arriva. Il cinema d’autore può essere un contraltare importante nel panorama attuale.

Ha degli autori di riferimento? 

Sicuramente: Andrej Tarkovskij, Luis Buñuel, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Robert Bresson. Sono autori che hanno segnato profondamente il linguaggio cinematografico.

Questo è un percorso costruito contando sulle sue forze. Che consiglio darebbe a un giovane con questa vocazione? 

La prima cosa è capire se si tratta davvero di una vocazione, perché richiede sacrifici e costanza. Se la risposta è sì, serve trovare la propria poetica e difenderla, senza seguire le mode. Oggi è possibile iniziare anche con pochi mezzi, persino con uno smartphone. È importante studiare i grandi maestri, esercitarsi, scrivere, avere pareri sui propri lavori. Poi serve cercare un produttore, partecipare a concorsi, non porsi limiti. È un percorso difficile e spesso frustrante, ma se ci si crede davvero vale la pena portarlo avanti fino in fondo.

Autore: Daniele Bebber

Nicolai Leimer: imprigionare gli angeli. La nuova idea di serialità sui social

Nicolai Leimer, giovane creatore di contenuti altoatesino conosciuto come Unearthly Hub, è uno dei precursori della mini-serialità verticale sulle reti sociali. Si tratta di episodi brevi, da 1-2 minuti l’uno, a cadenza settimanale, da seguire comodamente dal cellulare, su Instagram o TikTok. È autore di Angel Engine, una storia che racconta con toni horror-postapocalittici la nostra attualità.

Nicolai Leimer è un nome che sicuramente sentiremo negli anni a venire. Ha 23 anni e abita a Postal, ma il suo pubblico è internazionale, cosa che gli ha permesso di raggiungere numeri astronomici: oltre 2 milioni di seguaci e 500 milioni di visualizzazioni complessive. Nonostante la giovane età, può già vantare importanti collaborazioni e ha iniziato a dialogare con i colossi del settore dell’animazione. Durante una chiacchierata a quattr’occhi, si è raccontato.

Nicolai, sei diventato famoso sui social in breve tempo e hai già avviato vari progetti. Ci potresti parlare del tuo percorso?

Certo. Da bambino facevo video a tema videogiochi su YouTube, poi ho avuto una pagina sulla Marvel e infine ho aperto un profilo dedicato alla creazione di arte con l’intelligenza artificiale. Quindi è da tempo che creo contenuti su internet, ma è da soli tre anni che lo faccio a livello professionale. Da circa un anno sta andando molto bene grazie ad Angel Engine, la mia mini-serie su Instagram e TikTok. Avevo anche iniziato a studiare letteratura, ma poi ho interrotto gli studi quando la serie ha avuto successo.

Giustamente ti sarai dedicato anima e corpo alla sua realizzazione. In cosa consiste il tuo lavoro?

Infatti. Tante persone non capiscono quanto tempo ci voglia per creare questi video. Nonostante io realizzi i miei video con l’intelligenza artificiale, il procedimento è lungo e devo usare vari programmi: Midjourney, Photoshop e After Effects. Un solo video necessita di 40 ore di lavoro. Solitamente, per un video ci metto una settimana. È un lavoro a tempo pieno. Senza contare tutto l’aspetto burocratico: accordi commerciali, e-mail, chiamate, contratti, etc. Per fortuna posso contare sull’aiuto delle mie sorelle. Inoltre, partendo dalla serie animata, ho anche sviluppato e pubblicato un videogioco su Steam, e ciò ha ovviamente comportato ulteriore lavoro.

Passiamo ad Angel Engine, la tua opera che sta spopolando su internet. Parte dalla premessa che gli esseri umani, se solo potessero, sfrutterebbero persino gli angeli per i propri scopi. Spiegaci che piega prende la storia.

La storia inizia nel 2033. Gli esseri umani sono sull’orlo dell’estinzione perché hanno drenato le risorse del pianeta, quindi pregano Dio per salvarli e lui manda loro un angelo di nome Uriel. L’umanità, però, lo cattura e lo imprigiona in un macchinario chiamato ‘Angel Engine’, che funge da generatore di energia, ma non solo. Infatti, compie anche miracoli grazie ai poteri angelici; per esempio, può rigenerare il pianeta. La storia segue due piani temporali: la premessa che ho raccontato è nel passato, ma poi c’è anche il suo sviluppo nel futuro.

Uno dei personaggi principali, il dr. Ernstmann, è nato a Bolzano. C’è un motivo specifico dietro a questa scelta? Dicci di più sul suo conto.

Non ho scelto di farlo nascere qui per un motivo preciso. Ho solo pensato che fosse un dettaglio simpatico e volevo lasciare un indizio su di me. 

Il dr. Ernstmann è il personaggio più popolare della serie, ma non posso dire troppo su di lui perché il suo passato non è ancora stato rivelato completamente. Si tratta dell’uomo più intelligente del pianeta: è lui, infatti, che costruisce l’‘Angel Engine’ e che imprigiona l’angelo. In seguito, viene assassinato, ma risorge grazie alla sua macchina miracolosa. Però, di ritorno dal mondo dei morti, qualcosa in lui è cambiato. 

Pensi di sviluppare questa storia ulteriormente dopo la conclusione della serie su Instagram o stai lavorando ad altri progetti?

Attualmente sono in trattativa con alcune grandi case di produzione per rendere Angel Engine una vera e propria serie, probabilmente animata. Mi piacerebbe anche ampliare la storia e sviluppare un antefatto riguardante la guerra tra gli angeli. Oltre a ciò, ho altre due storie che vorrei proporre sulle mie pagine, ma c’è tempo, dato che Angel Engine è ancora in corso.

Autore: Tommaso Calamaro

In fuga dalla guerra

Negli ultimi anni le conseguenze delle guerre in paesi non molto lontani da noi, hanno iniziato a condizionare anche le nostre vite. Ma non è niente in confronto a quello che hanno vissuto e vivono coloro che queste guerre le hanno vissute dall’interno, dovendo ad un certo punto fuggire, insieme alle loro famiglie. Questo è quello che è accaduto a Diana, una studentessa del Liceo Linguistico in lingua tedesca Gymme di Merano, che abbiamo intervistato. 

Quando sei arrivata a Merano? 

Sono arrivata il 3 marzo 2022.

Dove sei nata e quando? 

Sono nata a Mariupol, nella regione di Donetsk, in Ucraina, il 15 novembre 2005.

Come mai ti trovi a Merano?  

Dopo il primo conflitto del 2014 nel Donbass, la guerra è arrivata per la seconda volta alle porte di casa mia, quindi la mia famiglia è stata costretta a fuggire. Per fortuna mio padre lavorava a San Martino in Passiria e il titolare dell’azienda per cui lavora tuttora ha permesso ai propri dipendenti di portare le loro famiglie da loro, promettendo il proprio sostegno. 

Cosa hai lasciato alle tue spalle? 

Nel 2022 ho lasciato in Ucraina molto più di quanto avessi fatto la prima volta nel 2014, quando per la prima volta ero fuggita dalla guerra. Ho lasciato gli amici, la scuola, la casa che i miei genitori avevano costruito e nella quale in realtà non siamo mai riusciti a trasferirci. Ho lasciato lì anche i miei progetti per il futuro: frequentavo il penultimo anno delle superiori, pensavo di iscrivermi all’università a Kiev o a Leopoli e sognavo di andare a vivere in una città con una mia amica per affittare un appartamento insieme e continuare la nostra amicizia. In un primo momento tutti i miei parenti sono rimasti in Ucraina. Le mie nonne infatti vivevano nella città dove sono nata, che nei mesi successivi è stata occupata e abbiamo perso i contatti con loro. Solo grazie ai vicini alla fine siamo riusciti a metterci in contatto con le nonne e a organizzare il loro trasferimento in Italia. 

Che tipo di città era la tua? E la regione? 

La mia città natale contava 45.000 abitanti. Vi erano due acciaierie, che rappresentavano la principale fonte di reddito della città. I miei genitori e i parenti di mia madre lavoravano in una di esse. Mariupol era una città in costante sviluppo. Quattro anni prima dello scoppio della guerra, venne costruita una grande fontana colorata. Il vicino enorme centro culturale ospitava spesso famosi cantanti ucraini e russi, musicisti e spettacoli di vario genere. L’evento più atteso per me era l’“albero di Natale”, quando i bambini si riunivano, partecipavano a concorsi con Did Moroz (Babbo Natale) e Snigurognc a(la Neve, la sua nipote), e alla fine ricevevano dolci regali. Come dicevo la mia regione era bella e sviluppata e portava grandi entrate al paese grazie alle sue fabbriche, la prima delle quali fu costruita e poi fondata nella città regionale di Donetsk dall’imprenditore inglese John Hughes. L’unica cosa che preoccupava il resto del paese era che nella mia regione si parlasse la lingua russa, a causa del dominio russo sulle nostre terre avveniva in passato. Questo anche se la nostra gente parlava ucraino. 

Nel 2014, a causa dell’invasione russa, mi ero trasferita in una città che si chiama Radomyshl e si trova nella regione di Zhytomyr. Considero questa città la mia casa tanto quanto la città in cui sono nata, dato che ho vissuto esattamente otto anni in ciascuna di esse. Radomyshl è una piccola cittadina di 15.000 abitanti, dove tra i luoghi di svago ci sono un enorme bosco, un fiume e un “isola” artificiale, dove si tenevano tutte le feste dei giovani. Radomyshl ha una storia particolare, poiché è stata prima una città ucraina, poi polacca, poi di nuovo ucraina, e infine occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. La prima menzione della città risale al 1150. Questa storia variegata ha lasciato tracce sotto forma di diversi monumenti. Ad esempio, la Cartiera (mulino della carta) di Radomyshl, fondata dalla Lavra di Kiev-Pechersk, che iniziò la sua attività all’inizio del XVII secolo. Questa carta veniva prodotta per il monastero della Lavra ed era nota per la sua alta qualità. Purtroppo la cartiera è stata demolita e al suo posto è stato costruito un castello, e della sua esistenza si sa solo grazie ai documenti trovati al suo interno. A Radomyshl c’è anche un’enorme rete di cunicoli sotto la città, la cui origine rimane ancora un mistero, ma gli archeologi sottolineano che una struttura del genere è tipica del Medioevo. Un altro luogo di interesse è la Cattedrale di San Nicola a Radomyshl, costruita negli anni ‘80 del XIX secolo. In generale, la regione di Zhytomyr è conosciuta come un “cuore verde”, poiché è la zona con le maggiori risorse forestali dell’Ucraina. È anche la patria della famosa scrittrice ucraina, il cui volto è raffigurato sulla banconota da 200 grivna, ed è proprio qui che è nato l’illustre ingegnere Sergei Korolev responsabile del volo di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Korolev progettò il razzo vettore e la navicella spaziale Vostok-1, grazie ai quali Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio. In ogni caso Ma la prima cosa che viene in mente quando si parla di Zhytomyr sono i calzini di Zhytomyr. Si tratta dei calzini di migliore qualità di tutta l’Ucraina, noti anche per il loro prezzo accessibile. 

Come è composta la tua famiglia? Ora siete tutti qui a Merano? 

I miei genitori, le mie sorelle, mio fratello e la madre di mio padre sono qui con me. La madre di mia madre è arrivata insieme alla seconda nonna, ma non è riuscita a restare a lungo in un ambiente estraneo ed è tornata a casa, in territorio occupato. Una parte dei parenti è ancora in Ucraina, nei territori occupati. Alcuni parenti, tra cui fratello e il cugino di mio padre, vivono invece in Russia da più di 20 anni. 

Quale pensi possa essere il tuo futuro? Tornare in Ucraina o proseguire la tua vita qui in Alto Adige? 

Desidero con tutto il cuore tornare in patria, ma non ho la forza di vivere in un luogo dove il rumore degli elicotteri porta con sé paura e morte. La realtà è che la società si è divisa tra chi è rimasto e chi se n’è andato. E chi se n’è andato è cambiato a causa delle circostanze e non è più la persona che era prima di partire. Non vedo il mio futuro in Ucraina finché dura la guerra, quindi ho intenzione di studiare e lavorare in Europa. E non sono sicura di come costruirò la mia vita in seguito. Pertanto, sono pronta sia a vivere in Europa per la maggior parte della mia vita, sia a tornare a casa prima o poi.  

Come hai trovato l’accoglienza della scuola e dei compagni al tuo arrivo? 

Sono stato accolta molto calorosamente. La scuola mi ha assegnato una collaboratrice che lavora ancora oggi con me e che mi ha aiutato moltissimo nell’apprendimento del tedesco. Mi ha sempre spiegato con competenza ciò che non capivo, mi chiedeva se andasse tutto bene e mi aiutava in caso di qualsiasi dubbio. Il benvenuto da parte dei miei compagni di classe mi ha piacevolmente colpito, perché hanno preparato un regalo composto da articoli di cancelleria indispensabili e dolciumi. Tutti i compagni di classe si sono interessati a me e alla mia vita, il che, sebbene insolito, è stato molto piacevole. Ognuno era pronto ad aiutarmi ed è sempre stato gentile con me.  

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare? 

La cosa più difficile per me è stata la mancanza di conoscenza della lingua straniera. La mia intelligenza e la mia cultura sono sempre state i miei punti di forza, ma una volta arrivata in Italia non riuscivo a esprimere appieno le mie opinioni e sembravo quasi una bambina. Per fortuna, tutti sono stati molto pazienti con me. La difficoltà successiva è stata l’integrazione in classe. Da un lato c’erano altri ucraini con cui non avevo difficoltà a parlare, dall’altro c’erano compagni di classe con cui volevo trovare un linguaggio comune. E stare con entrambi si è rivelato impossibile. Queste difficoltà sono ormai alle spalle, ma il divario più grande rimane ancora: la cultura. Anche se l’Ucraina non è lontana, abbiamo culture, usanze e tradizioni completamente diverse. E questo a volte mi confonde, perché è proprio la cultura a plasmare il nostro modello di comportamento e il nostro modo di pensare, quindi a volte mi è difficile capire i miei compagni di classe e le loro azioni. 

In classe avete mai tematizzato la guerra in Ucraina e la tua storia? 

La guerra in Ucraina è stata menzionata diverse volte dagli insegnanti durante le lezioni di tedesco, filosofia e storia. Ma come argomento di discussione è stata affrontata solo una volta, durante l’educazione civica, dove il tema principale era la guerra. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Stefano e il suo Bubble Learning: un gioco per imparare le lingue

Stefano Ninno, 35enne bolzanino, spinto dalla passione per tutto ciò che riguarda il costruire, inventare e trasformare un’idea in qualcosa di concreto e utile, ha creato un’applicazione per imparare le lingue. 

L’idea come ti è venuta?

È nata da un’esigenza personale. Quando volevo imparare una nuova lingua, ho provato diverse app e metodi, ma ho notato che erano molto concentrati sulla grammatica. Per me, invece, la difficoltà principale era un’altra: spesso non riuscivo a farmi venire in mente i vocaboli.

Come hai pensato Bubble Learning?

L’ho creata per aiutare le persone a imparare una lingua attraverso i vocaboli in modo semplice, progressivo e coinvolgente. Un aspetto per me importante è che può essere usata gratuitamente, senza obbligare l’utente a spendere.

Che tipo di app è?

È un’app-gioco. Permette di imparare fino a 5000 parole per lingua e include sei lingue: italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo e russo. Il funzionamento è semplice: si sceglie la lingua madre e quella da imparare, poi si procede per lezioni e livelli organizzati per categorie di vocaboli.

Il gioco come funziona?

Durante la partita cadono bolle con parole da tradurre prima che lo schermo si riempia. Se lo spazio si esaurisce, la lezione termina; se si traducono abbastanza vocaboli, il livello è superato. Alla fine si può vedere un riepilogo con errori e traduzioni per migliorare.

Com’è nata l’idea delle bolle?

All’inizio avevo pensato a qualcosa di simile a Tetris, con elementi che cadevano. Poi, provando, ho capito che le bolle rendevano tutto più naturale, soprattutto per il gesto dello “scoppio”, e anche più gradevole graficamente.

E l’approccio game?

Volevo eliminare la noia dello studio a memoria e degli esercizi ripetitivi, rendendo l’apprendimento più leggero e coinvolgente.

Quanto tempo ci hai messo a realizzarla?

Circa un anno e mezzo. L’ho sviluppata interamente da solo, lavorandoci nel tempo libero e durante le ferie.

Qual è stato l’aspetto più difficile?

Soprattutto il lavoro sui vocaboli: selezione, organizzazione, traduzione e controllo delle liste.

Hai ricevuto feedback?

Sì, durante la fase di test prima della pubblicazione. Ho raccolto osservazioni da diversi utenti e mi ha colpito ricevere riscontri positivi fin da subito sul gioco e sul metodo.

Pensi che possa esserci un futuro per quest’app?

Le possibilità di sviluppo sono molte. Preferisco però attendere di capire prima le necessità degli utenti che la utilizzeranno, così da orientare gli eventuali miglioramenti nella direzione più utile e concreta possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

“PlastiKa & H2O”: cultura, natura ed ecologia

La settimana a Laghetti targata “PlastiKa & H2O” a fine marzo ha raggiunto il capolinea, dopo un ricco calendario di appuntamenti. Molti sono stati i partecipanti che hanno seguito con grande interesse le iniziative proposte.

L’ultimo incontro si è svolto con la camminata alla scoperta della cascata nella valle del Rio Lauco. Si sono presentate circa 35 persone ai campi da tennis di Laghetti, punto di ritrovo e di partenza dell’escursione. “La giornata è stata bellissima – riferisce Elisabeth Girardi a nome dei gruppi organizzatori -. Siamo entrati passo a passo in questa valle. Per la maggior parte dei presenti è stato un momento molto toccante. Qualcuno non sapeva nemmeno dell’esistenza delle cascate e della bellezza di questa valle.” “Purtroppo non c’è un vero sentiero, dunque è stato un po’ avventuroso il percorso – racconta Girardi -. Abbiamo superato il rio Lauco camminando su delle assi di legno. Niente di complicato, però questa cosa ci ha restituito un qualcosa in più e di inaspettato”.

La conclusione successivamente è arrivata in gloria con un brindisi in compagnia, ma è stato anche un momento utile per raccogliere un bel po’ di immondizie. Girardi parla di due grandi sacchi di indifferenziato e diverse taniche di plastica dura. Verrebbe quasi da dire che, in un certo senso, si è trattato di un’estensione dell’attività svolta il giorno prima, sabato, con la trentatreesima edizione dell’iniziativa “Paese Pulito”, che ha richiamato una gran partecipazione.

Partendo da località Pinara, muniti di guanti e sacchi, i paertecipanti hanno coperto le strade nel tratto fra San Floriano e il Ponte Giallo. Moltissimi i mozziconi rinvenuti. A Egna invece c’erano una settantina di persone, che, partendo dal magazzino comunale, hanno raccolto un parecchi mozziconi. Il livello di pulizia è stato comunque reputato buono dalla vicesindaca di Egna, Elena Paris.

Ma qual è stata la proposta avanzata prima d’arrivare a questo epilogo?

Nell’idea di informare e sensibilizzare la popolazione sui rischi causati dalla plastica nell’ambiente e sulla tutela delle risorse idriche, il Bildungsausschuss Laag, la Deutscher Kulturverein Laag e la Biblioteca di Laghetti (promotori di questo ricco calendario) hanno organizzato una serie di iniziative accompagnate da quattro parole chiave: evitare, riusare, riciclare e raccogliere. 

Per far assimilare meglio i concetti, l’arte si è occupata di proporre soluzioni concrete all’uso della plastica. A cominciare dal primo incontro, sabato scorso all’acquedotto di Laghetti, dove l’addetto agli acquedotti del Comune di Egna, Armin Baldo, ha illustrato funzionamento dell’impianto e provenienza dell’acqua, poco calcarea e di ottima qualità, dalla sorgente nella valle del rio Lauco e da un pozzo profondo 34 metri in località Reif. Il giorno dopo è stata inaugurata la mostra fotografica “VerdePlastica” dell’artista aretina Lucrezia Senserini, presente all’evento. Ha colto nel segno pure la proiezione del documentario “Vom Winde verweht” di Jutta Kußtatscher, lunedì sera, e la successiva degustazione di quattro diverse acque. Sono stati circa trenta i partecipanti coinvolti per valutare “al buio” aspetto, odore, gusto e retrogusto. Martedì è stato dato spazio invece alle scuole elementari con un pomeriggio di visite guidate e un laboratorio di pittura con Maria Kofler. La sera la limnologa (n.d.r. studiosa delle acque) Roberta Bottarin, vicedirettrice di Eurac Research, ha parlato di “Microplastica nei nostri corsi d’acqua”. Numerosi i partecipanti, entusiasti per la qualità della relazione ma colpiti in negativo dai dati emersi. Le attività del fine settimana hanno visto laboratori e incontri per ogni età: dagli esperimenti sull’acqua per i più piccoli ai workshop pratici per ridurre l’uso della plastica, come quello dedicato alla realizzazione di panni in stoffa e cera d’api, in alternativa alla pellicola, con l’esperta Eveline Tevini. Venerdì invece, Maria Pia Weber (referente dell’Associazione Plasticfree) è intervenuta sul tema della prevenzione dei disastri ambientali.

Autore: Daniele Bebber