Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi

Hockey italiano: quale destino dopo Milano Cortina 2026?

I Giochi Olimpici invernali si sono appena conclusi e l’emozione di vedere gli Azzurri dare tutti sé stessi lascia il posto alla nostalgia dell’atmosfera entusiasmante dei Giochi, la gioia di accendere la televisione e saper sempre cosa guardare e festeggiare per ogni successo. Oltre a questo, però, la fine dell’Olimpiade porta con sé anche una serie di riflessioni sul nostro mondo sportivo e il suo futuro. Con Jonny Vallini, portiere del Bolzano e della nazionale di hockey su ghiaccio, abbiamo parlato degli obiettivi olimpici della nazionale e delle speranze future per questo sport. 

Come ti sei sentito alla vigilia di Milano Cortina 2026?

“Gioco in nazionale da 12 anni ed è sempre un onore grandissimo. Soprattutto con le Olimpiadi in casa si sente una responsabilità enorme, che ti dà più carica per arrivare al massimo delle tue possibilità. Col Bolzano non puoi permetterti di perdere partite, c’è una pressione diversa. Alle Olimpiadi siamo visti come una squadra senza possibilità di medaglia, ma è l’emozione la vera incognita da gestire: affrontare il palcoscenico olimpico non è facile.

L’Italia di hockey su ghiaccio si è scontrata con alcune delle squadre migliori del mondo con il proprio roster al completo. Per la prima volta dal 2014 infatti la lega nordamericana (NHL) ha permesso ai propri giocatori di prendere parte ai Giochi: il livello è stato altissimo.”

Quali sono stati i vostri obiettivi per questi Giochi?

“Far vedere alla gente che sappiamo giocare. Ci siamo concentrati partita per partita. Gli alti e i bassi sono sempre presenti, ma l’importante è crederci e dimostrare al mondo che sappiamo giocare, dare visibilità e uno slancio all’hockey italiano.”

La nostra nazionale — che comprendeva otto dei nostri Foxes — si è scontrata con Svezia, Slovacchia, Finlandia e Svizzera. La squadra ha dimostrato grande capacità e grinta contro gli svedesi e ha fatto sperare a tutti noi spettatori in una vittoria tenendo testa alla Slovacchia. Lo scontro con la Finlandia non si è concluso nel migliore dei modi, ma la nostra squadra aveva già dimostrato una grande abilità che ha portato in pista contro la Svizzera: la partita è stata persa 3-0, ma complessivamente quello che gli Azzurri si portano a casa non è una sconfitta. Le grandi prestazioni dei portieri, il milanese Davide Fadani e l’altoatesino Damian Clara non sono passate inosservate né in casa né all’estero, ma non sono state l’unico risultato dell’avventura olimpica della nazionale che ha dimostrato di poter competere su palcoscenici internazionali di alto livello. L’entusiasmo del pubblico ha riacceso la speranza che i Giochi possano dare una nuova spinta allo sviluppo e alla promozione dell’hockey su ghiaccio sul territorio nazionale cogliendo l’occasione persa dopo Torino 2006. La città di Milano si sta già attivando e ha espresso la volontà di ricreare una squadra milanese che possa competere in Italia e, magari, nella lega internazionale ICEHL, in cui gioca l’Hockey Club Bolzano.

Non resta che chiedersi se qui in Alto Adige, dove il mondo hockeistico è un passo avanti rispetto ad altre aree, questa nuova ondata di entusiasmo riuscirà a far germogliare non solo un nuovo interesse nei confronti di questo sport, ma anche una nuova promozione mirata a formare giocatori che un giorno potrebbero diventare le nuove stelle italiane dell’hockey. 

Jonny: che messaggio vorresti arrivasse grazie a queste Olimpiadi?

“Per chi non conosce l’hockey, cercate di guardarlo! È uno sport bellissimo, veloce, fisico. Come squadra speriamo di essere riusciti a far interessare le persone a questo sport, sogniamo di far iniziare a giocare i bambini. Vogliamo mettere in mostra l’hockey e magari trovare qualche nuova leva, perché abbiamo bisogno di nuova gente: qui si diventa vecchi!”

Autrice: Anna Michelazzi

All’Oratorio cresce la voglia di festeggiare

Anche quest’anno il periodo di carnevale ha trovato ben preparata la cittadinanza di Laives e dintorni: giochi, maschere, spettacoli e delizie per il palato sono state le protagoniste di questa fine di febbraio, tutta all’insegna del divertimento.

Ennesima edizione di successo dell’ormai consueta festa di giovedì grasso organizzata dall’Oratorio Santiago nel piazzale della parrocchia. I tanti volontari sempre in prima linea per rendere queste occasioni speciali sono stati contagiati questa volta dallo spirito olimpico: sul piazzale sono magicamente comparsi i 5 cerchi olimpici e ben 150 tra bambini e ragazzi si sono fatti altrettanto contagiare, iscrivendosi al torneo e sfidandosi in maschera nei tanti giochi proposti. Alla fine, tutti gli “atleti” hanno potuto ritirare il loro premio di partecipazione mentre il vincitore ha potuto alzare al cielo la fiaccola e…portarsela a casa. Non sono mancati come sempre krapfen, strauben e zucchero filato, non proprio in ottica agonistica, ma immancabili senz’altro a carnevale.

Domenica 15 febbraio invece, l’oratorio ha aperto le porte al pranzo per il gruppo anziani, per festeggiare gli anniversari di matrimonio tra cibo, buona compagnia e risate, grazie anche all’intrattenimento dell’instancabile Elena.

Il Santiago si conferma punto di riferimento fisso per tutta la popolazione di San Giacomo, richiamando per eventi come il carnevale anche persone da zone limitrofe. Il calendario degli appuntamenti prosegue fitto nel mese di marzo, che porterà appuntamenti per i più piccoli come i clown il 10 marzo e l’attesissimo torneo di burraco previsto per il giorno 21.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Mobilità: rivoluzioni possibili e città vivibili?

Per ripensare la mobilità non bisogna essere Parigi (che in dieci anni ha ridotto le emissioni di CO2 dal traffico stradale del 35%), né Pontevedra in Spagna (che è passata da 80.000 a 7.000 veicoli al giorno, registrando zero morti stradali tra 2011 e 2018). Basterebbe un Alto Adige che investa nel trasporto pubblico e metta al centro le persone. Facile, no? Di questo tema ne abbiamo parlato con Madeleine Rohrer (consigliera provinciale dei Verdi), Barbara Hölzl (assessora alla mobilità del Comune di Merano) e Daniel Alfreider (assessore alla mobilità della Provincia di Bolzano). Tre prospettive diverse, politica di opposizione, amministrazione comunale, esecutivo provinciale, per capire dove si può intervenire, a quale livello e con quale coraggio.

Guardando all’Alto Adige, qual è la priorità politica più urgente sulla mobilità oggi?

Madeleine Rohrer – Serve un cambio di rotta: il trasporto pubblico deve diventare la priorità. Oggi si investe nella ferrovia, lo dimostrano l’elettrificazione della ferrovia della Val Venosta o la variante ferroviaria della Val di Riga, che ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza per la Val Pusteria. Gli investimenti nelle strade, però, restano tuttora i più consistenti, finendo così per vanificare questi sforzi. Strade più larghe significano più auto e, inevitabilmente, una qualità della vita peggiore per chi vive nelle vicinanze.

Barbara Hölzl – Guardando a Merano, la priorità politica più urgente in tema di mobilità è una scelta chiara a favore di una città a misura di persona. Questo significa innanzitutto rafforzare il ruolo dei pedoni, puntando su percorsi brevi, continui e sicuri, che rendano il centro e i quartieri facilmente accessibili nella vita quotidiana.

Parallelamente, è fondamentale continuare ad ampliare e migliorare la rete ciclabile e promuovere in modo più deciso la mobilità in bicicletta come vera alternativa all’auto, soprattutto per gli spostamenti brevi e medi. Un altro elemento centrale è il costante potenziamento del trasporto pubblico urbano, che deve essere semplice da usare, affidabile e ben integrato.

Daniel Alfreider – La priorità è offrire un’alternativa che funzioni davvero, ogni giorno. Non si tratta di andare contro chi usa l’auto: molti continueranno a guidare, perché l’autobus non può raggiungere ogni luogo ad ogni ora o perché certe necessità lo fanno obbligatorio. Ma in città come Bolzano e Merano dobbiamo rendere più semplice scegliere il trasporto pubblico, con il treno come spina dorsale, perché quando il servizio è affidabile si guadagna tempo, si riduce lo stress e si vive meglio.

Se si potesse avviare subito una misura concreta (una sola) che migliorerebbe la vita quotidiana di chi si sposta, quale potrebbe essere?

Madeleine Rohrer – Abbiamo proposto in Consiglio provinciale un abbonamento da 100 euro all’anno per treni, autobus e funivie. Alla fine, la giunta provinciale ha scelto invece una tariffa annuale di 250 euro. Sicuramente è conveniente per chi viaggia molto, ma per chi utilizza il trasporto pubblico solo saltuariamente resta una soluzione troppo costosa e poco attrattiva. Per avere meno auto sulle strade, il trasporto pubblico deve diventare interessante proprio per quelle persone che oggi lo utilizzano poco.

Barbara Hölzl – Se avessi una bacchetta magica, anticiperei la realizzazione del Centro della Mobilità di Merano, in modo che potesse entrare in funzione contemporaneamente all’apertura della circonvallazione nord-ovest. Sappiamo già oggi che su questo fronte siamo in ritardo e, per quanto l’apertura della circonvallazione sia molto attesa, siamo anche consapevoli che nella fase iniziale continueranno a verificarsi criticità e colli di bottiglia nell’area del nodo della stazione ferroviaria, finché il Centro della Mobilità non sarà completato.

Daniel Alfreider – Il secondo binario tra Bolzano e Merano. Quando lo avremo realizzato, viaggeranno più persone in treno e questo significherà, soprattutto, meno auto a Bolzano.

C’è una scelta “difficile”, potenzialmente impopolare, che ritenete necessaria per fare un salto di qualità?

Madeleine Rohrer – Per rendere i centri urbani più attrattivi, a misura d’uomo e di donna, e quindi anche più sicuri per chi si muove a piedi e in bicicletta, è necessario limitare l’accesso alle auto di chi non ci abita. Questo vale innanzitutto per chi arriva da fuori, come i turisti. Non tutti devono poter entrare nei centri delle nostre città con la propria auto.

Barbara Hölzl – In questo momento Merano si trova di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Con l’apertura della circonvallazione nord-ovest abbiamo un’opportunità concreta per trasformare in modo sostenibile la mobilità cittadina. Questo comporta anche la necessità di prendere decisioni difficili e, in alcuni casi, potenzialmente impopolari, che non saranno immediatamente comprensibili o condivise da tutti. Per migliorare la qualità urbana sarà indispensabile ridurre il traffico individuale nel centro cittadino e rendere più tranquille alcune delle principali assi viarie. Allo stesso tempo dovremo ripensare, insieme ai Comuni limitrofi, il tracciato e l’organizzazione di tutte le linee di autobus che attraversano Merano, con l’obiettivo di rendere il trasporto pubblico più efficiente, attrattivo e competitivo.

Daniel Alfreider – Sì. Nelle aree urbane lo spazio è limitato e va gestito meglio. Questo significa dare priorità a soluzioni che muovono più persone con meno ingombro, quindi trasporto pubblico e intermodalità. Allo stesso tempo, è giusto dirlo chiaramente: continuiamo a investire anche su sicurezza e resilienza delle infrastrutture stradali, perché non tutti possono rinunciare all’auto. Le due cose non si escludono: si completano.

Ha in mente una buona pratica vista altrove (in Italia, in Europa o nel mondo) che sarebbe davvero replicabile in Alto Adige? Quale e perché?

Madeleine Rohrer – Quello che ci accomuna è una cosa molto semplice: siamo tutte e tutti pedoni. Lo siamo quando andiamo alla fermata dell’autobus o in stazione, quando raggiungiamo il parcheggio per salire in auto e persino quando prendiamo la bicicletta. In ogni comune esistono esempi di spazi pensati prima di tutto per le persone: luoghi che invitano a fermarsi, con superfici piacevoli, marciapiedi ampi e alberi che offrono ombra, sempre più preziosa nelle estati rese calde dal cambiamento climatico. A Merano, per esempio, via Leopardi combina un marciapiede largo, una ciclabile con asfalto chiaro e l’alberatura. Non si tratta nemmeno di inventare qualcosa di nuovo: già chi ha progettato le nostre città in passato aveva chiaro quanto fossero importanti spazi pubblici ampi, alberati e accoglienti. È una visione che abbiamo già sotto gli occhi e che oggi dovremmo semplicemente estendere a tutto il territorio.

Daniel Alfreider – Sono stato a Copenaghen per studiare la mobilità ciclistica. È una città modello, però la lezione più utile è che non hanno cambiato tutto subito: hanno lavorato in modo coerente, pezzo a pezzo, strada per strada, dando più spazio e più sicurezza a bici e mobilità pedonale. È un approccio replicabile anche da noi, perché in Alto Adige esiste già una base solida: la rete ciclabile intercomunale supera i 500 km e negli ultimi anni abbiamo messo in campo investimenti record. Dal 2022 al 2024 la Provincia ha stanziato 67,8 milioni di euro, con quasi 60 km di nuove ciclabili o miglioramenti in corso, grazie a un mix di risorse provinciali, fondi UE e PNRR.

Guardando al futuro, tra 15–20 anni, che tipo di mobilità vorrebbe per la provincia?

Madeleine Rohrer – Tra 15–20 anni vorrei una mobilità in Alto Adige che renda l’auto privata non più necessaria. Treni frequenti, comodi e veloci — a partire dal collegamento ogni 15 minuti tra Merano e Bolzano —, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, continui e ben progettati: così muoversi senza macchina diventa naturale e conveniente. I soldi che oggi spendiamo per carburante, parcheggi, manutenzione o per acquistare una seconda auto potrebbero restare nelle nostre tasche, riducendo la pressione economica sulle famiglie e aumentando la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Vorrei che, soprattutto a Bolzano e Merano, il trasporto pubblico fosse la scelta più naturale: treni frequenti dove serve, stazioni comode e accessibili, e nodi intermodali che rendono semplice cambiare mezzo. E la mobilità funziona davvero quando è anche facile da capire e conveniente: per questo sono importanti tariffe chiare, come il pass a prezzo fisso Fix365 a 250 euro l’anno e l’opzione Fix30 a 39 euro al mese, che rendono più semplice scegliere ogni giorno treno e autobus.

Nella transizione, chi rischia di restare penalizzato, e come evitarlo?

Madeleine Rohrer – Già oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Pensiamo ai giovani o alle persone anziane senza patente, costretti a dipendere dall’offerta del trasporto pubblico o dalla disponibilità di parenti e amici muniti di auto. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Rischiano di restare indietro le persone che hanno meno alternative: chi vive lontano dalle stazioni, chi ha orari rigidi, anziani e persone con disabilità. Per questo servono misure pratiche: stazioni e mezzi accessibili, collegamenti bus affidabili verso le stazioni, e soluzioni mirate dove una linea tradizionale non è efficiente. Anche l’aspetto economico è decisivo: tariffe semplici e sostenibili aiutano a non lasciare indietro nessuno. Per i senior, ad esempio, il 65+ Pass arriva a 5 centesimi al giorno per chi ha più di 75 anni.

Alla fine, il punto non è solo tecnico, né solo ambientale. È anche una questione sociale e di libertà quotidiana. Come lo dice Rohrer: “oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.”

Ci vediamo nel 2046.

Autore: Marco Valente

Sogni olimpici e dintorni

Nel momento in cui scriviamo (martedì 17 febbraio) le Olimpiadi non si sono ancora concluse, ma una serie di momenti, pensieri, emozioni, e immagini sono già impressi nella nostra mente. 

I fortunati che hanno avuto occasione di assistere dal vivo alle gare ci potrebbero dire qual è stata l’aria che hanno respirato, facendo il tifo per i propri beniamini e poi applaudendo i vincitori. Gli spettatori potrebbero anche raccontarci dettagli in realtà non marginali, ovvero come è a loro sembrata l’organizzazione degli eventi. Per quel che sappiamo ad Anterselva la macchina organizzativa sulla scia dell’evento annuale di coppa del mondo con il biathlon ha avuto modo di dimostrare la propria esperienza, messa però a dura prova dal valore aggiunto dell’impronta olimpica. Sappiamo che i problemi principali sono venuti dalla gestione della mobilità in una valle, la Pusteria, che già normalmente in diversi periodi dell’anno risulta congestionata dal traffico. Ci sarà naturalmente modo di riparlarne, a giochi conclusi. 

A me personalmente sono rimaste impresse le imprese compiute da alcune atlete che da poco si erano riprese da infortuni, come l’incredibile Federica Brignone nello sci alpino e Flora Tabanelli nel freestyle. Ma anche la grande dignità e il giusto spirito manifestato da una campionessa del calibro di Linsey Vonn, gravemente infortunatasi a Cortina. Ad Anterselva splendida è risultata la vittoria di Lisa Vittozzi; una vittoria non urlata e gestita con grande compostezza e stile. 

Splendidi sono stati i tantissimi sorrisi di queste centinaia e centinaia di giovani, alle prese con il loro sogno sportivo. Sia quelli dei vincitori che quelli degli sconfitti o di coloro che – per forza di cose – hanno solo avuto ruoli di comparse. 

Come già era avvenuto 4 anni fa mi ha colpito moltissimo la dignità di coloro che sono arrivati solo ad un passo dalla medaglia. Sono stati tanti i quarti posti nella squadra azzurra e io ho ancora stampato negli occhi il volto di Lara Della Mea, arrivata quarta nello slalom gigante che ha visto il secondo oro di Federica Brignone. Sui social sono stati in molti a voler abbracciare, virtualmente, la giovane friulana, che proprio con quel quarto posto ha fatto segnare il miglior risultato (finora) in carriera. 

Forse però l’atleta che mi ha colpito di più è stato Atle McGrath, lo slalomista norvegese che – uscito nella seconda manche dopo aver fatto registrare il miglior tempo nella prima – ha lanciato i bastoncini, sganciato gli sci e a piedi si è diretto ai margini del bosco per sdraiarsi e in qualche modo riprendersi dalla grande delusione appena vissuta. In quel momento era solo un giovane uomo, solo, su sfondo bianco. Al quale tutti noi abbiamo voluto bene. 

Autore: Luca Sticcotti

Un secolo di fede, di tradizione e di comunità

Il calendario ha girato pagina anche sul nuovo anno, ma l’eco del centenario della Parrocchia di Santa Maria Maddalena continua a riecheggiare all’interno della comunità di Vadena, e parla di fede, di tradizioni e di legami che hanno offerto il proprio supporto nel modellare l’identità del paese, configurandosi in un autentico atto di memoria collettiva.

Era esattamente il primo giorno di dicembre del 1925 quando Monsignor Celestino Endrici, vescovo di Trento dell’epoca, emanò un decreto che riconosceva la chiesa parrocchiale di Vadena come autonoma. 

“Per la nostra comunità, aver celebrato con così grande emozione i cent’anni della Parrocchia di Santa Maria Maddalena, è significato vivere un momento di unione e di ricordo di chi siamo, offrendoci l’occasione di ripercorrere le nostre radici e di non disperdere un’eredità che appartiene a tutti noi – spiega la vicesindaca di Vadena, Martine Parise – La storia della nostra parrocchia, infatti, è la storia di un cammino difficile”.

E proprio guardando al cammino compiuto nel tempo, la chiesa parrocchiale non ha sempre trovato il proprio spazio stabile a Maso Castello. Storicamente risiedeva a Maso Birti, dove agli inizi del XIV secolo era stata edificata una chiesa che per secoli ha rappresentato il cuore spirituale della comunità. Nel 1796, però, le frequenti esondazioni dell’Adige portarono alla sua demolizione. In anni moderni di quell’edificio rimane il solo campanile (per cui c’è anche un un momento dedicato), silenzioso testimone di una fede messa alla prova ma mai venuta meno. O quanto meno è ciò che si apprende attenendosi alla storia, che riferisce come nel 1797 iniziarono i lavori per adattare la cappella di Maso Castello a nuova chiesa parrocchiale. 

In questo senso furono costruiti un campanile e un camposanto, utilizzato fino alla metà dell’Ottocento. Tutto ciò non alleviò però le difficoltà, tanto che nel 1804, come riporta l’annotazione del parroco Sterzinger, “ciò che la furia delle acque aveva risparmiato fu devastato dall’impietosa crudeltà dei francesi”. Si tratta di un chiarissimo riferimento alle invasioni napoleoniche, che hanno portato al danneggiamento del tabernacolo e ai furti di vari oggetti sacri. 

Per vivere un’autentica rinascita servì attendere il diciannovesimo secolo, quando la generosità dei grandi proprietari terrieri fece sì di poter ampliare la chiesa, comunque condizionata dai limiti imposti dalla roccia porfirica del Monte di Mezzo, verso nord. ma è importante annotare che la struttura è rimasta la stessa dal 1840. 

La cerimonia, oltre una sentita e numerosa presenza di cittadini (tra molti bambini e famiglie), hanno presenziato il sindaco Elmar Oberhofer, la vicesindaca Martine Parise, l’intera giunta comunale e i rappresentanti delle associazioni locali. A loro si è aggiunto il maresciallo dei carabinieri della stazione di Bronzolo, Giuseppe Caravello, la Musikkapelle di Bronzolo-Vadena, il parroco don Walter Visintainer con il consiglio parrocchiale. “Un secolo di fede, di tradizione e di comunità è un patrimonio prezioso. Osservando la nostra storia, non possiamo che essere grati nei confronti di chi ci ha preceduti e di tutti coloro che continuano a rendere viva la nostra comunità”, è stato detto. In questo contesto, è doveroso ricordare anche l’impegno speso da Brunella Mottin assieme al consiglio pastorale  parrocchiale, che presiede, nel contribuire all’ottima riuscita delle celebrazioni e alla cura della memoria storica della parrocchia. 

“Come gruppo abbiamo iniziato a pensare e lavorarci dall’estate – racconta Mottin -. Il primo appuntamento si è tenuto nella Sala Polifunzionale, venerdì 28 novembre, con il dottor Walter Landi che ha raccontato la storia della nostra parrocchia. Il 30 novembre si è tenuto l’evento vero e proprio ed è stata una giornata più che positiva, oltre che molto emozionante per l’ottima risposta della comunità e di tutti i volontari che durante l’anno supportano, con il proprio aiuto, l’attività della parrocchia. Tutto questo ci fa guardare con occhi di speranza anche verso il futuro.”

Autore: Daniele Bebber

La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Un’onorificenza per Elda e Cesare

Uno degli eventi più sentiti, attesi e partecipati nell’abitato di Laives è sicuramente il Carnevale, al punto che i suoi “genitori artistici”, Cesare Zenorini e Elda Paolazzi, riceveranno un’importante onorificenza istituzionale. Si tratta di una deisione presa all’unanimità nell’ultima seduta del consiglio comunale del 2025.

“Da quasi cinquant’anni ormai, Cesare Zenorini ed Elda Paolazzi sono impegnati nell’organizzare il carnevale, una grande festa che anche quest’anno promette rappresentazioni sgargianti e colori sfavillanti. Un duro lavoro che la città vuole premiare. Perché è la passione a mettere in moto il motore con cui Cesare ed Elda, assieme ad un folto gruppo di collaboratori, hanno contribuito a far crescere e valorizzare il Carnevale come appuntamento di riferimento per l’intera comunità e da ben 47 edizioni.
“Non mi aspettavo una cosa così grande come un’onorificenza – racconta Zenorini -. Organizzo il Carnevale da anni per una pura passione che però ha coinvolto anche le nostre famiglie. Quando i miei figli erano piccoli mi aiutavano persino a modellare la cartapesta”.

Zenorini racconta che questo “impegno” è nato quasi per gioco, perché all’inizio il carnevale era un carretto realizzato dalla scuola materna di Pineta di Laives. Poi nel tempo si è trasformato in un evento strutturato e con sempre più pubblico. “Il figlio di Elda frequentava la scuola materna di Pineta. Lei viene da Altavalle, in Val di Cembra, e lì c’erano anche tanti veneti arrivati dopo l’alluvione del Polesine. Sono due zone con una forte tradizione carnevalesca che si sono messe insieme e da lì è partito tutto”.

Nei primi anni la sfilata si faceva a Pineta. Poi, il crescere dell’evento ha portato a doversi trasferire a Laives. A Pineta però c’è il magazzino – deposito dei carri. 

La proposta di conferire l’onorificenza era stata presentata in giunta prima del penultimo consiglio comunale. Dopo un confronto interno e prima dell’approvazione definitiva, al nome di Zenorini è stato affiancato quello di Elda Paolazzi. 

“Ricevere un riconoscimento del genere è davvero bello – sottolinea Zenorini -. Significa che quello che abbiamo fatto è stato apprezzato”. 

“Ho deciso che dedicherò l’onorificenza che mi verrà assegnata a Gino Coseri – afferma Elda Paolazzi -. Non sono mai salita su un carro, non ho mai preso un microfono in mano, con i miei collaboratori abbiamo sempre lavorato ma dietro le quinte. Faccio, facciamo e basta. Comunque ringrazio vivamente tutti per questo bel pensiero”.

Accanto a loro opera anche Gianni Bergamo, per gli aspetti legati al capannone e alla sicurezza dei carri. Ma come in ogni storia anche qui non sono mancate le difficoltà. 

Zenorini aveva anche presentato le dimissioni per motivi di salute, ma la volontà di non interrompere bruscamente l’esperienza l’ha spinto a cercare altre soluzioni insieme ai Comuni di Laives e Bolzano. “Organizzare un Carnevale richiede tempo, energie e risorse economiche. Ho iniziato a lavorarci a fine ottobre e continuo ancora oggi tra permessi e pratiche burocratiche, che mi accompagneranno fino al giorno della sfilata”. 

Importantissimo però è il lavoro di squadra. “Una persona da sola non può fare tutto. Per questo ci appoggiamo al Centro Servizi Volontariato di Bolzano, che supporta le associazioni con consulenze e assistenza”. 

La particolarità del Carnevale di Laives è la sua capacità di rinnovarsi ogni anno, proponendo carri con tematiche sempre nuove “ad eccezione di quello di apertura, simbolo del Carnevale, con Franz e Bepi – spiega Cesare Zenorini – I gruppi che partecipano sono accompagnati da coreografie curate nei minimi dettagli. Le prove dei ballerini iniziano mesi prima e proseguono fino a pochi giorni dalla sfilata”. 

Quest’anno la previsione è di diciannove tra carri e gruppi pronti a riempire di colori e musica Laives e la frazione di Pineta, dove la sfilata si concluderà davanti al parco, proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio quarantasette edizioni fa, e intanto il ricco libretto del programma è già stato distribuito in tutte le case. 

La tradizione, al passaggio dei carri, invita tutte le famiglie a vestirsi in maschera e partecipare, rendendo il Carnevale di Laives una vera e grandissima festa di comunità.

Autore: Daniele Bebber

Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi