Le donne contro la violenza

Nel 1989 un gruppo di donne decide che non basta indignarsi: bisogna fare. Nasce così l’associazione Donne contro la violenza–Frauen gegen Gewalt, che dal 1993 gestisce il centro antiviolenza di Merano e dal 1997 la Casa delle donne, che accoglie donne che subiscono violenza maschile.

Dunque più di trent’anni di porte aperte, di ascolto, di accompagnamento. Abbiamo incontrato Sigrid Pisanu, operatrice d’accoglienza, per capire cosa succede davvero quando qualcuno bussa alla loro porta, facendo anche il punto su una realtà che richiama tutti all’attenzione.

Nel 2025 avete seguito 239 donne, di cui 19 hanno vissuto nella casa rifugio. Le altre 220 hanno fatto percorsi diversi. Come mai questo dato sorprende ancora molte persone?

Perché c’è un’idea diffusa che noi siamo solo un luogo di emergenza, il posto dove si va quando il pericolo è immediato. Ed è vero, quella possibilità c’è ed è fondamentale. Ma i numeri dicono altro: la maggior parte delle donne che vengono da noi non ha bisogno di un tetto per quella notte. Ha bisogno di essere ascoltata, creduta, orientata. L’ospitalità è uno dei bisogni che le donne possono avere, una delle strade che possono intraprendere. Non l’unica.

E chi sono queste donne?

Sono me. Parto sempre da questo. Poi ci metto la mia professionalità, però veramente le donne che incontriamo siamo noi. Hanno una cultura, magari un lavoro, oppure non hanno potuto studiare, vengono da altri paesi.

Eppure l’immagine della “vittima tipo” resiste.

Sì, e fa danni. Tutti noi abbiamo in testa un’idea di come dovrebbe essere una vittima di violenza. Dimessa, disperata. Ma non è questo che mi fa diventare vittima di violenza. Di base è l’essere donna, che è il primo scalino.

Il giudizio. Torna spesso.

Torna sempre. Le donne fanno fatica a raccontare perché sanno che rischiano di non essere credute, o di essere colpevolizzate. E questo accade anche con chi si aspetterebbe di trovare aiuto: la famiglia, le amicizie, chi sta intorno. Quindi già lì c’è questo ostacolo per cui poi le donne fanno tanta fatica a raccontare.

Ha parlato di violenza “sessualizzata”. Può spiegare cosa intende, per chi non conosce il termine?

Non immaginiamoci solo lo stupro, quell’atto finale che avviene al parco da parte di uno sconosciuto. È molto più radicato, ha radici più profonde, e soprattutto avviene molto spesso da chi conosciamo. Già le ragazze di 13 o 14 anni ce l’hanno chiaro: quando subiscono il catcalling si attiva un timore, una paura, e il pensiero va subito al loro corpo. I ragazzi della stessa età, se sono fuori di sera, hanno paura anche loro, ma è la paura di essere rapinati o picchiati. Non hanno la paura che il loro corpo venga violato.

E che effetti ha tutto questo sulla salute mentale?

Tocca tanti aspetti della vita della donna. La socialità, il benessere fisico. E poi una mancanza di autostima, la fatica di viversi la vita in quel momento, di non credere più di farcela, pensieri autodistruttivi in alcune situazioni. E poi, ancora, è tutto collegato a un malessere fisico che spesso tocca anche parti del corpo: l’intestino, lo stomaco, mal di testa. Non possiamo pensare “hai solo ricevuto un pugno”. Spesso quello è solo un punto di una complessità di agiti violenti.

Cosa offre la Casa delle Donne che altri servizi non possono garantire?

Garantiamo l’anonimato, al centro antiviolenza. E il fatto che noi crediamo sempre. Noi non abbiamo bisogno della prova, non siamo un tribunale. Quando le donne vengono, noi crediamo a quello che ci dicono. E questo fa la differenza.

Ci sono anche dei miti, sulla Casa delle Donne, che vorrebbe sfatare?

Tanti. Che obblighiamo a denunciare: non è così. La denuncia è una parte di quello che una donna può fare, non l’unica. E poi che siamo accessibili solo nel momento dell’emergenza e del pericolo. Invece noi ci occupiamo a 360 gradi di quello che è la violenza sulla donna. In quasi trent’anni di lavoro non c’è limite a ciò che abbiamo visto.

Lavorate anche con le scuole?

Sì, proponiamo e veniamo invitate. Negli anni abbiamo capito che il “chi siamo noi” da solo non basta: bisogna nominare la violenza, parlarne concretamente. Lavoriamo molto sulle relazioni rispettose, sui limiti. Con le ragazze in spazi dedicati, perché uno spazio solo loro permette un’immersione nelle emozioni diversa. Con i ragazzi è sempre una sfida: spesso non si sentono coinvolti, fanno fatica a esprimersi. Cerchiamo da anni uomini che vogliano fare un pezzo di strada con questi giovani, ma non è facile.

Una continuità strutturale manca?

Manca. Dipende molto dalle singole scuole, dai singoli dirigenti. Ci sono istituti molto attenti, come il Gandhi, e altri dove è più difficile. E poi c’è la divisione linguistica, che in Alto Adige non è solo questione di lingua, ma di cultura e di struttura.

Cosa consiglia a chi riconosce una situazione di violenza, su di sé o vicino a sé?

Il primo passo è ascoltare. Non dare ricette, non dire “io me ne sarei andata al primo schiaffo”. Quello è il nostro pensiero: lo teniamo per noi, deglutiamo e ascoltiamo. Ascoltare chi subisce violenza è difficile, può fare rabbia, perché non si vede agire. Ma siamo sicuri che noi, al loro posto, faremmo subito? Se chi agisce violenza è qualcuno che conosco, con cui ho una relazione, con cui ho investito parte della mia vita, con cui ho dei figli?

E se non ce la si fa ad ascoltare da soli?

Bisogna essere onesti. Dire: non ce la faccio, questo per me è troppo, ma so che esiste un luogo. Possiamo andare insieme? Non promettere ciò che non si riesce a mantenere è già un atto di rispetto.

C’è un’ultima cosa che vuole dire a chi legge?

Prendiamo posizione. Se vediamo qualcosa, se un amico dice o fa cose umilianti verso una donna, troviamo un po’ di coraggio civile e diciamo: questa cosa non mi va bene. Non solo sui social, vis-à-vis. Tante persone parlano, ma poi non hanno mai il coraggio di prendere posizione. Questo ancora manca. E poi in conclusione, mi sembra giusto evidenziare e ricordare gli elementi informativi fondamentali del servizio: la Casa delle Donne di Merano si trova in Corso Libertà 184A; il numero telefonico verde, gratuito e attivo 24 ore su 24, è l’800 014 008; ci si può rivolgere di persona, per telefono, o anche per conto di qualcuno che si conosce.

Autore: Marco Valente

Ora Laives scende in piazza

Il primo progetto di piazza, a Laives, risale al mese di dicembre del 1844: era un piazzale, più che altro, e durò poco, per far spazio alla chiesa. Ma adesso, ufficialmente dal 23 maggio scorso, i cittadini hanno davvero la loro piazza: dopo decenni di attesa, piazza Municipio è realtà.

Correva l’anno 1844… ebbene sì, il primo progetto per una piazza a Laives risale addirittura a questa data. Non era quindi un progetto richiesto da decenni ma, addirittura, da oltre un secolo. Un investimento da quasi 29 milioni di euro, il coinvolgimento di due amministrazioni comunali, dal momento che l’iter è stato avviato dalla giunta dell’allora sindaco Christian Bianchi che oggi, in veste di assessore provinciale alle opere pubbliche e al patrimonio, era presente all’inaugurazione insieme al sindaco Giovanni Seppi e ai membri dell’attuale giunta di Laives. Presenti naturalmente anche tutte le altre autorità, il parroco Walter Visintainer, le tante associazioni del territorio, le cui delegazioni hanno sfilato nelle strade cittadine e – naturalmente – i cittadini, ansiosi di poter vedere finalmente il risultato di un progetto imponente, che ha naturalmente comportato anche alcuni disagi per i residenti.

Una cerimonia solenne, con l’accompagnamento del Coro Monti Pallidi e un ricco programma di eventi e intrattenimento che è andato avanti fino alla mattina della domenica successiva con l’esecuzione della Quinta Sinfonia di Beethoven da parte dell’Orchestra Sinfonica delle Alpi nella chiesa parrocchiale.

Ma torniamo alla piazza, con la “nascita” dell’intero complesso iter burocratico partito nel quinquennio 2015-20, con la giunta Bianchi che rilancia l’idea di centro cittadino – ricordiamo infatti che paradossalmente Laives, pur essendo città, non aveva mai avuto nulla che somigliasse lontanamente a una piazza come centro di aggregazione – aprendo il bando a un concorso internazionale di progettazione vinto dal raggruppamento dell’architetto Alberto Cecchetto nel 2020. La seconda giunta Bianchi ha poi gestito la fase di cantierizzazione e blindato il consolidamento finanziario dell’opera, portata a termine dall’attuale giunta Seppi.

Lo spazio oggi visibile è una vasta piazza di 11mila metri quadrati ottenuti con l’abbattimento del vecchio ufficio anagrafe, con la pavimentazione in cemento lavato che ha preservato alcune grandi lastre in porfido recuperate dal sagrato della vecchia chiesa. Un’area pedonale d’avanguardia che rappresenta un ponte tra il Municipio, la chiesa e la nuova struttura che trova posto nella piazza, che ospiterà il polo multifunzionale con la biblioteca, la scuola di musica Vivaldi, un bar-bistrot, l’ufficio turistico e la sede della polizia municipale. In sostanza, il cuore pulsante della comunità cittadina. Per il completamento del polo multifunzionale sarà necessario attendere la fine dell’estate, mentre lo spazio esterno è già fruibile nonostante ancora non completo e – come auspicato in particolare dall’assessore Bianchi – pronto ad accogliere manifestazioni ed eventi.

Ma, al netto della soddisfazione delle autorità, cosa ne pensano i cittadini di Laives? Nonostante l’assoluta necessità per la città di uno spazio pubblico di aggregazione, l’aria che si respira, almeno a sentire i commenti social, non è del tutto positiva. A raccogliere le maggiori critiche al momento è la percezione di uno spazio ritenuto un po’ freddo, inospitale nei mesi caldi a causa della predominanza del cemento privo di alberature e altri elementi che possano dare ombra. Molti esprimono inoltre nostalgia per il vecchio sagrato della chiesa, a loro dire molto più vivo e contestuale all’ambiente circostante. Ad alimentare in particolare l’ironia social è l’uscita del nuovo parcheggio che è stato realizzato sotto la piazza, che disporrà di 120 posti auto. L’imponente uscita a forma di L rovesciata è stata paragonata a un trampolino da cui tuffarsi nella fontana antistante, o alla stazione della fantomatica funivia di collegamento con Nova Ponente, idea avanzata alcuni anni fa e per ora non nei piani concreti.

Il Comune rassicura però che la piazza non è ancora finita. Ancora da completare infatti tutta la parte di abbellimento e arredo urbano. Per tirare le fila insomma, c’è da pazientare ancora un pochino, sia per vedere i lavori terminati che per abituarsi alla novità di uno spazio urbano innovativo.

Ora gli occhi sono puntati sull’ultimazione dei dettagli esterni e l’apertura dell’edificio, che verrà inaugurato solo una volta entrato in funzione. L’obiettivo – sottolinea il sindaco – è consegnare alla cittadinanza uno spazio già vivo e attivo e non un contenitore vuoto. Al piano terra, insieme all’Associazione turistica, aprirà un bar-ristoro da assegnare tramite gara pubblica e l’attenzione dell’amministrazione comunale, che lo ritiene un servizio strategico, sarà puntata sulla qualità del servizio, con orari ampi, anche di sera. Come evidenziato ancora dal sindaco infatti, un esercizio pubblico attivo sarà determinante nel garantire la vivacità della piazza.

Al primo piano dell’edificio, oltre alla scuola di musica italiana e alla polizia locale, la nuova biblioteca comunale avrà anche delle sale studio affacciate sulla piazza. 

Mentre le associazioni del territorio sono al lavoro da tempo sulla programmazione di eventi culturali e iniziative di intrattenimento per animare la piazza durante l’estate ormai alle porte, la viabilità futura, una volta ultimati i lavori, prevederà solo una parziale riapertura di via Pietralba: vi transiteranno infatti solamente mezzi pubblici, mezzi di emergenza e i residenti, con l’obiettivo di privilegiare la mobilità pedonale e la qualità nello spazio urbano.

Sempre per quanto riguarda i cambiamenti post-creazione della piazza, tornerà invece su via Pietralba il mercato del giovedì, ospitato durante i lavori della piazza direttamente sulla via Kennedy. Una sistemazione che nei mesi scorsi ha scatenato anche in questo caso reazioni contrastanti, dalla soddisfazione dei commercianti dovuta a uno spazio maggiore e più centrale, alla contrarietà dei residenti in particolare per i disagi creati al traffico.

Insomma, sicuramente la nuova piazza – che si chiamerà Piazza Municipio – è destinata anche nei prossimi mesi ad animare la comunità laivesotta non solo con eventi ma anche nel dibattito cittadino.

Autrice: Raffaella Trimarchi

In Africa sulle orme di Baba Camillo

Da oltre 40 anni Claudio Maccagnan sostiene progetti educativi e sociali a Kipengere, in Tanzania. Dalle scuole all’assistenza sanitaria, il suo impegno coinvolge oggi circa 600 giovani, nel segno dell’eredità del missionario trentino (Baba) Camillo Calliari.

Per Claudio, l’Africa non è mai stata un’esperienza “da volontario di passaggio”, ma una scelta di vita. Oggi ha quasi ottant’anni e da oltre quarant’anni porta avanti progetti educativi e sociali nella missione di Kipengere, nella parte montuosa della Tanzania, ai piedi della catena del Livingstone, a oltre 2200 metri di altitudine.

Tutto è iniziato grazie agli alpini, di cui faceva parte. «Chi va in Africa spesso cambia continuamente posto, perché vuole vedere realtà nuove. Io invece ho sempre pensato che l’impegno lì fosse una cosa seria, non turistica. Quando trovi una comunità che ha bisogno, è giusto restare».

L’incontro decisivo fu quello con padre Camillo Calliari, missionario trentino della Val di Non, conosciuto da tutti come “Baba Camillo”, dove “Baba”, in swahili, significa “padre”. Claudio lo incontrò durante una festa degli alpini a Ruffrè. «Quando l’ho conosciuto mi ha colpito subito. Era un uomo con le mani piene di calli, un lavoratore vero. Ma soprattutto mi colpì il suo modo di parlare dell’Africa: non raccontava la fame o la miseria per fare compassione. Diceva sempre che c’era bisogno di lavorare, di istruire i giovani e dare loro la possibilità di restare nella propria terra». Da quel momento Claudio decise di partire. Doveva essere solo un periodo di ferie. Invece, dopo 42 anni, va ancora lì. 

Negli anni il lavoro si è concentrato soprattutto sui giovani e sulla scuola. Prima una scuola di economia domestica per ragazze, ristrutturata da una situazione di estrema precarietà, poi una grande scuola di falegnameria composta da 16 fabbricati.

Non tutti i progetti però sono andati come sperato. «A un certo punto alcuni ragazzi tentarono di rubare i macchinari della falegnameria, fu una grande delusione. In Africa bisogna capire che non sempre le cose vanno subito bene». Nonostante le difficoltà, il lavoro non si è mai fermato. Nel tempo sono state ristrutturate 17 scuole elementari della missione, è stato creato un orfanotrofio e un centro per la cura dell’AIDS con dispensario medico e servizi sanitari.Alla morte di Baba Camillo, molti gruppi di volontari smisero di frequentare la missione. Claudio, invece, ha scelto di continuare. «Mi sono sentito ancora più responsabile. Ho lasciato anche gli alpini per dedicarmi completamente a questo progetto».

Oggi, insieme al nuovo parroco locale, porta avanti uno dei progetti più importanti: una grande scuola primaria dedicata proprio a Baba Camillo. Due anni fa gli studenti erano 48; oggi sono 272 e il centro potrà arrivare a ospitarne fino a 500. Accanto alla scuola si sta costruendo anche un’aula magna, che servirà sia per gli esami scolastici sia come spazio polifunzionale per tutta la comunità: incontri agricoli, riunioni delle associazioni locali e attività sociali.

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sull’informatica. Sono nate due aule computer: una all’interno di una scuola secondaria con 16 postazioni e una più piccola nella scuola di economia domestica per ragazze. «Se vogliono continuare gli studi devono avere almeno una preparazione di base. Oggi anche lì il mondo sta cambiando».

Coordinare tutto dall’Italia non è semplice. Claudio però può contare sulla propria famiglia, la figlia è la vicepresidente dell’associazione, il genero segue la parte amministrativa e i nipoti partecipano attivamente ai progetti in Tanzania. L’associazione si sostiene soprattutto grazie alle offerte e ai mercatini dell’usato organizzati a Bolzano. «Abbiamo un magazzino dove raccogliamo gli oggetti donati dalla gente. Li sistemiamo e li rivendiamo a prezzi simbolici. Così riusciamo almeno a coprire le spese vive».

Negli anni, Claudio ha imparato anche un altro aspetto fondamentale della cooperazione. All’inizio regalava vestiti, penne e quaderni a tutti. Fu proprio Baba Camillo a fermarlo. «Una sera mi disse: “Tu pensi di fare del bene, ma così rischi solo di creare dipendenza”. Mi spiegò che una camicia lì vale quasi una settimana di lavoro. Da allora ho capito che aiutare non significa regalare tutto, ma creare opportunità».

Secondo Claudio, i cambiamenti nella zona di Kipengere oggi sono evidenti. «Quando arrivai la prima volta vedevo donne lavorare nei campi tutto il giorno mentre molti uomini passavano il tempo a bere, Oggi lavorano famiglie intere. Molti hanno terreni propri, mandano i figli a scuola e quasi tutte le case hanno il tetto in lamiera. Non c’è ricchezza, ma c’è dignità». 

Uno dei temi che Claudio vorrebbe affrontare in futuro è quello delle persone disabili e aiuto agli anziani. «Sono rispettati dalle famiglie, ma spesso vivono in condizioni molto difficili, senza strutture adeguate».

Tra i nuovi progetti c’è anche una mostra dedicata ai giocattoli africani costruiti dai bambini con materiali di recupero: lattine, filo di ferro, pezzi raccolti nelle discariche. Claudio negli anni ne ha raccolti tantissimi e ha appena terminato l’allestimento della mostra. «Vorremmo presentarla nel mese di giugno con il Comune, poi portarla anche a Bronzolo, ad Ala e qui a Bolzano». L’obiettivo è coinvolgere soprattutto le scuole, invitando le classi delle elementari e delle medie a visitare l’esposizione. 

La mostra ha un doppio scopo: raccontare l’Africa, ma anche sensibilizzare sul riciclo. «I bambini riescono a creare giochi incredibili con nulla». Alcuni carretti, costruiti a mano, vengono utilizzati anche per il lavoro quotidiano: possono trasportare fino a 500 o 600 chili di patate o mais.

Nonostante l’età e i problemi alle gambe, Claudio continua a partire almeno una volta all’anno per la Tanzania. Nei viaggi lo accompagna sempre, fin dall’inizio, sua moglie Nora. Uno dei suoi più collaboratori più stretti a Bolzano, è il figlio Marco, che lo aiuta sempre in tutta la parte di preparazione dei mercatini e di montaggi vari. «Muovermi negli aeroporti ormai è un peso per me, ma finché riesco continuo. Oggi, tra le scuole che abbiamo costruito o ristrutturato, gravitano attorno ai nostri progetti circa 600 ragazzi. È questo che mi dà la forza di andare avanti»

Progetto Africa 19-84 è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune.

Autrice: Dania Mosconi COOLtour

Baloo musico, fotografo, poliglotta

«Che Dio ti accolga con la stessa gioia con cui hai accolto me e la mia famiglia tante volte durante la Santa Messa». «Più che un sacerdote, è stato un padre per me». Sono solo due dei molti commenti apparsi sotto l’annuncio pubblicato dalla diocesi di Campo Limpo, nella periferia di San Paolo del Brasile. Don Pier Giorgio Bellucco, conosciuto soprattutto come «Baloo», si è spento il 2 giugno all’età di quasi novant’anni, dopo una vita vissuta da combattente. Allegro e scontroso, capace di slanci improvvisi e di tornare sui propri passi, seppe ogni volta ricominciare il cammino, costellato di ostacoli e di piccole e grandi gioie. Lui stesso portatore di gioia e di voglia di vivere, lui stesso, talvolta, pietra d’inciampo.

Nato a Merano nel 1936, Bellucco partì ancora adolescente per il seminario minore dei Carmelitani veneti e fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1961. Nei primi anni svolse il suo ministero in diverse località italiane. Ma la sua vocazione era quella missionaria. Dopo due anni di preparazione a Vienna, partì per il Giappone, dove operò nella missione di Kanazawa-Minma e fu parroco a Komatsu. Le cronache carmelitane lo ricordano come «musico, fotografo, poliglotta».

Uscito dall’ordine, tornò a Merano nel 1980. Il vescovo Joseph Gargitter lo accolse nel clero diocesano di Bolzano-Bressanone. Furono due o tre anni brevi ma intensi, durante i quali si guadagnò il soprannome di «Baloo». Prete scout indimenticato, lasciò un ricordo vivo lungo le rive del Passirio: i suoi canti giapponesi, la macchina fotografica, la Cinquecento color crema, ma soprattutto il suo slancio nell’annunciare la Buona Notizia in ogni modo e con ogni mezzo. Con quello spirito indomito di cercatore di verità e difensore della giustizia.

Nel 1982 ripartì, dopo aver seminato fiori che altri avrebbero raccolto. Iniziò così la lunga avventura brasiliana, ricca delle esperienze più diverse: dal Paraná all’arcidiocesi di Uberaba, nel Minas Gerais, fino a Campo Limpo, dove dal 1994 fu parroco della comunità di Santa Teresa e San Giovanni della Croce a Embu das Artes.

La sua diocesi adottiva ricorda come Baloo sia stato «insegnante di musica e concertista, ma anche prete-operaio impegnato nella costruzione della propria parrocchia» e sottolinea che, «per la sua dedizione ai più poveri, ha ricevuto il titolo di cittadino onorario di Embu das Artes e la nomina a commendatore». Sono gli anni in cui il «musico poliglotta» compone canti — tra cui l’«Inno dei catechisti» e «Desperta, Campo Limpo!» — entrati stabilmente nel repertorio diocesano. Ancora dal Brasile: «Uomo di fede semplice e profonda, dall’inesauribile amore missionario, don Pier Giorgio ha lasciato scritto che la missione gli aveva insegnato tutto, soprattutto “ad amare e rispettare i fratelli poveri”. La sua testimonianza rimane un segno luminoso di donazione totale a Cristo e ai più bisognosi».

«Hai combattuto la buona battaglia», ha concluso il parroco di Santo Spirito, don Mario Gretter, tracciandone un ritratto vivido tra le colonne gotiche della chiesa nel giorno del funerale. Una battaglia combattuta soprattutto con se stesso dopo il rientro in Alto Adige, nel 2019, lontano dal suo mondo missionario. Fu ospite prima della Casa del Gesù di Cornaiano e poi di Fonti San Martino, a Quarazze, dove amava ripetere («L’unica cosa che non so fare è il pensionato…»).

«Il contributo di padre Pier alla nostra comunità è inestimabile», scrive Igor da Embu. «Il suo lavoro andava oltre i muri della chiesa e raggiungeva il cuore anche di chi non era cattolico. Sognava di essere sepolto qui, nella terra che ha curato con tanto amore e affetto. Purtroppo non ha potuto realizzare questo desiderio, ma certamente se ne va in pace, consapevole di tutto il bene che ha seminato. Grazie di tutto!».

Riposa ora nella sua Merano, che ha amato con nostalgia e cantato in ogni parte del mondo. Porta con sé gioie e amarezze, bellezza e contraddizioni, parole dette e non dette. Da oltre oceano, Vera lo saluta con le parole del Piccolo Principe: «O essencial é invisível aos olhos, e só se vê bem com o coração» («Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi»).

Autore: Paolo Bill Valente

Asc Ora, la storia nella storia

Una narrazione iniziata poco più di un secolo fa, il 2 giugno scorso ha aggiunto un nuovo capitolo, molto importante, con temi di orgoglio e grande entusiasmo per aver raggiunto un risultato storico. La grande famiglia dell’Asc Auer Ora Calcio per la prima volta calcherà i campi del campionato di Promozione.

La festa è iniziata ancora sul campo di Rifiano, dopo la vittoria nell’ultima gara del campionato 2025-’26 di Prima categoria. Ed è andata avanti il giorno dopo in piazza a Ora, davanti al Municipio, premiando, in un grande abbraccio rossoblù, un risultato che è merito del lavoro svolto da generazioni di dirigenti, di allenatori, di volontari e atleti, rappresentando il punto più alto di una storia sportiva iniziata ben 106 anni fa. Ed è proprio questo il punto: parliamo di una società storica nel vero senso della parola, che rappresenta un pezzo di storia importante che va oltre lo sport ma abbraccia il sociale dell’intero territorio della Bassa Atesina. Oltre un secolo di storia per un risultato… storico perché è la prima volta che l’Asc Ora approda al massimo campionato provinciale. A questo proposito abbiamo fatto una chiacchierata con l’attuale presidente, Stefano Sgarbossa, per farci raccontare un po’ di questa storia secolare.

Una storia che inizia negli anni Venti del Novecento

Oltre un secolo fa. Erano gli anni venti del secolo scorso, infatti, quando il calcio è arrivato anche fra i residenti nell’abitato di Ora. Sfogliando gli archivi della squadra, le testimonianze scritte e poi fotografiche raccontano che in quegli anni si giocava nelle vicinanze del ponte denominato “Kühbrücke”, lungo la linea ferroviaria di collegamento della zona industriale alla ferrovia della Val di Fiemme e alla linea del Brennero. Poi il campo è stato trasferito in via Val di Fiemme, dove l’attività calcistica è andata avanti fino al 1986, ovvero quarant’anni fa, anno dell’inaugurazione dell’attuale centro sportivo in zona Schwarzenbach.

La prima società sportiva realmente organizzata

«I documenti ci raccontano che la prima realtà organizzata nacque nel 1920 con lo Sport Club Ora, presieduto da Luis Condin, attivo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale – spiega Sgarbossa -. Nel dopoguerra seguirono nuove esperienze associative, dall’Associazione Calcistica Ora guidata da Fino Bortolotti all’A.S. Ora presieduta da Leo Decarli».

Nel 1953 la squadra si è sciolta e alcuni giocatori hanno portato avanti la propria attività nelle società vicine. Ma pochi anni prima una data, quella dell’1 febbraio 1950, ha rappresentato una tappa fondamentale, perché quel giorno don Clemente Deflorian ha fondato l’Associazione Don Bosco.

Il testimone passato all’Associazione Don Bosco

«Inizialmente dedicata all’attività giovanile nei campionati del Centro Sportivo Italiano, la società partecipò successivamente anche ai tornei federali – riprende il presidente attuale -. L’inventario contava appena sei palloni, due reti, una borsa medica, ventidue paia di scarpe da calcio e le divise necessarie alle squadre. Le trasferte si affrontavano spesso in bicicletta e si giocava su campi in terra battuta».

Pochi mezzi, però compensati dall’entusiasmo e poi dall’arrivo a quegli anni Sessanta che hanno consolidato la presenza dell’U.S. Don Bosco nel calcio provinciale, raggiungendo pure il miglior risultato, fino ad allora, con il terzo posto nel campionato di Seconda categoria nella stagione 1968-1969. Collaterale all’attività calcistica, il sodalizio ha promosso numerose iniziative sportive e sociali, tra cui i Giochi della Gioventù organizzati nel 1970.

Anni Settanta: nasce lo Sport Club Ora

Il 20 agosto 1972 all’Albergo Rosa di Ora è stato messo nel libro dei ricordi un altro momento di svolta, perché è stato ufficialmente costituito lo Sport Club Ora. L’U.S. Don Bosco ha aderito al nuovo progetto, cambiando definitivamente nome e contribuendo alla nascita di una struttura più grande e organizzata.

«Tra le figure che hanno segnato questa lunga fase di crescita spicca il nome di Gilberto Dorigoni, giocatore, dirigente, allenatore e presidente, che ha dedicato oltre quarant’anni della propria vita alla società» ricorda l’attuale alto incaricato.

Con il trascorrere dei decenni l’Asc Auer-Ora Calcio ha militato per lo più nei campionati di Prima e Seconda categoria (con una breve parentesi in Terza categoria), ma senza mai riuscire a compiere il salto verso categorie più alte.

Negli anni Ottanta il nuovo centro sportivo

Nel 1986, anche per merito dell’impegno speso da Willi Gabalin e del sostegno dell’amministrazione comunale, è stato inaugurato il nuovo centro sportivo a sud del paese.

«Un ulteriore salto di qualità è arrivato tra il 2019 e il 2020, quando ho ottenuto la riqualificazione dell’impianto e la realizzazione di due campi in erba sintetica» confida Stefano Sgarbossa, nel parlare di un investimento che concretamente è riuscito a offrire una crescita straordinaria di quest’attività sportiva.

La bella realtà odierna che nasce dal vivaio

«Oggi la società conta ben diciannove squadre fra settore giovanile, calcio femminile e attività adulta. Per di più, l’impianto ospita anche gli allenamenti del settore giovanile dell’FC Südtirol, confermando il ruolo centrale della struttura nel panorama calcistico della Bassa Atesina. Negli ultimi anni è stata particolarmente significativa anche la crescita del settore giovanile e del movimento femminile – tiene a sottolineare il presidente -. La scuola calcio rappresenta il primo passo per decine di bambine e bambini. Le squadre femminili partecipano ai campionati di Eccellenza Under 15 e Under 12. E poi attraverso la collaborazione con le società Weinstrasse Süd e Termeno – sottolinea quindi Sgarbossa -, all’interno del progetto Pool Unterland, vengono inoltre gestite numerose formazioni giovanili che garantiscono continuità e prospettive di crescita ai ragazzi del territorio».

La stagione 2025-’26 rimarrà nella storia

Quest’ultima stagione è però destinata a rimanere una pietra miliare nella storia del calcio a Ora. Sotto la guida dell’allenatore Fabio Ianeselli e del suo staff, come si è detto, la prima squadra ha conquistato la vittoria al termine del campionato di Prima categoria, centrando una promozione attesa davvero da tanti decenni.

«Si tratta – chiosa Sgarbossa con legittima soddisfazione  – di un risultato che è rappresentativo di una vittoria sportiva, certamente, ma, ancor di più, del coronamento di un percorso costruito giorno dopo giorno, anno dopo anno, grazie al lavoro di dirigenti, collaboratori, volontari e famiglie».

Autore: Daniele Bebber

Tutto il fascino della storia emersa dal pozzo di Cortina

Il ritrovamento e la ricostruzione del pozzo in centro alla piazza principale dell’abitato di Cortina sulla Strada del Vino, risponde pienamente al perché il confine fra le province di Trento e Bolzano è stato disegnato dove lo conosciamo oggi? Il tema è affascinante perché sostanzialmente incrocia storia e attualità.

Il giorno dell’inaugurazione del “reperto” storico riconsegnato alla popolazione, l’architetto Bruno Pedri è stato chiarissimo nel dire che per comprendere l’evoluzione del territorio è opportuno osservare un’antica carta geografica, quella che è la cosiddetta mappa del Nowack.

Ma cosa ci può dire, questa mappa? In sintesi, fino alla metà dell’Ottocento il torrente Noce sfociava nei pressi di San Michele all’Adige, non a Zambana, ovvero parliamo delle due località del Trentino poco sotto il confine fra i due territori, appunto quello della provincia di Trento e quello della provincia di Bolzano. Durante le piene i detriti trasportati ostruivano l’Adige, provocando allagamenti e formando una vasta zona paludosa tra Roverè della Luna e Salorno.

Questo ostacolo naturale, per secoli, ha reso a dir poco a rischio, per non dire praticamente impraticabile, la viabilità lungo la valle, costringendo viaggiatori e commercianti a indirizzarsi su percorsi alternativi attraverso il Sauch o la Val di Cembra.

L’architetto Pedri, ritrovando quell’antica mappa durante il restauro di Palazzo Firmian a Mezzocorona, sostiene che proprio quel pantano contribuì a definire l’attuale confine linguistico tra l’area germanofona di Salorno e quella italofona di Roverè della Luna. La situazione è stata definitivamente risolta solo nella seconda metà dell’Ottocento con la deviazione del Noce, che è stata mossa da una spinta decisamente importante: si era infatti resa necessaria per costruire la ferrovia.

Tornando a noi, parlando del pozzo storico in centro a Cortina sulla Strada del Vino, Pedri è chiaro nell’affermare che ogni paese della valle è stato costruito sui conoidi dei torrenti, disponendo di acqua propria.

«Ogni centro aveva un rio, quindi un pozzo. Gli unici casi particolari erano Laghetti e Cortina», ha in particolare evidenziato l’architetto. Nel caso di Laghetti, durante un intervento di riqualificazione urbana, una ricerca archeologica ha portato alla luce l’antico pozzo del paese, che oggi è visibile (ovviamente, senza distrazioni da parte degli automobilisti…) anche dalla strada statale. A Cortina, invece, non esistevano più tracce, questo perché in paese un rio non c’era.

«Ci siamo chiesti – continuano le parole dell’architetto Bruno Pedri – se il pozzo fosse realmente esistito. Quando è stato programmato il rifacimento della pavimentazione della piazza, insieme a un gruppo di volontari abbiamo iniziato alcune verifiche prima dell’arrivo della pala meccanica. Quando il mezzo stava per iniziare i lavori, Alfredo Volcan ha notato tre pietre arrotondate, che l’avevano spinto a fermare immediatamente l’escavatore e interrompere il lavoro. Mi ha chiamato e abbiamo iniziato a sondare il terreno. Aveva ragione: avevamo trovato il pozzo».

A questo punto, nel giro di quattro mesi, anche grazie alla rapidità dell’amministrazione comunale locale è stata ricostruita la struttura, seguendo fedelmente le caratteristiche originarie, per poi porla al centro della piazza.

«La cosa straordinaria – prosegue il professionista che ha seguito tutto il lavoro di ripristino – è che il pozzo era ed è l’esatto baricentro del paese. È il simbolo della comunità. Infatti, attorno a quel punto sono stati costruiti la chiesa, la canonica, il municipio e l’albergo. Insomma, è evidente che rappresenta il vero cuore di Cortina».

Un’altra cosa molto sorprendente è arrivata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici. Le braccia dei volontari e la supervisione dell’archeologo Alberto Alberti, hanno portato infatti a rinvenire monete, manufatti e pure sei spilloni femminili completamente in oro. Testimonianze ancora una volta importanti, del passato locale.

«Probabilmente si trattava di offerte o pegni lasciati nel pozzo nel corso dei secoli. È stato emozionante vedere la partecipazione dei cittadini. Praticamente tutto il paese si è mobilitato. Molti hanno sentito quella scoperta come qualcosa che apparteneva alla loro storia», ha quindi aggiunto ancora l’architetto Pedri, nel ricordare anche il giudizio di Lorenzo Dalrì, allora Soprintendente per i beni archeologici. «Quel pozzo rappresentava le fondamenta stesse del paese. Ed è proprio così: attraverso quella scoperta abbiamo ritrovato le radici più profonde di Cortina sulla Strada del Vino».

Autore: Daniele Bebber

Cai Laives, storia di una comunità

La sezione locale del Club Alpino Italiano ha una storia relativamente recente, ma ha saputo rappresentare, in poco meno di quattro decenni di attività, un riferimento importante non solo per la vita sociale del territorio.

Chi è appassionato sa molto bene che la montagna è incontro e condivisione. Il Cai, il Club Alpino Italiano, di Laives lo ribadisce da ben oltre trent’anni attraverso escursioni, attività sociali e iniziative dedicate ai giovani che, a questo gruppo, hanno permesso d’accompagnare intere generazioni di laivesotti.

Ogni storia, grande o piccola che sia, inizia dalla volontà di lasciare un qualcosa ai posteri. È quanto accaduto trentacinque anni fa a Laives, quando un gruppo di residenti appassionati di montagna ha deciso di dare al loro abitato una realtà del Club Alpino Italiano (Cai). Carlo Lanzarin, Beniamino Donini, Sergio Cattelan, Vittorio Settili, Sergio Cornella, Mauro Gianni, Rupert Codalonga, Lino Micheletti, Ezio Cattelan, Giuseppe Comper, Otello Roso, Massimo Cuel, Walter Casotti, Luigi Endrizzi, Lodovico Grisotto e Marta Casotti sono nomi e cognomi di quei residenti che, nella prima assemblea del 18 novembre del 1991, nominarono Cesare Zenorini (anche patron dello storico carnevale di Laives) come primo presidente di una realtà che ben presto trovò il proprio spazio nella comunità di Laives.

“Il Comune di Laives, in quegli anni, aveva circa tredicimila abitanti con tanti appassionati di montagna e amanti della natura” narra l’attuale presidente, Gianfranco Idini. L’Alta Via di Laives, il Burrone Giovanelli di Mezzocorona o Cima Roen furono tra le prime escursioni. “Poi, pian piano, si iniziò a spaziare di più in provincia, con uscite all’Alpe di Siusi, alla Gardenaccia-Puez Hütte, fino alle Alpi Aurine e al Gran Pilastro”. Idini sottolinea pure che nonostante le difficoltà economiche e logistiche “la montagna degli anni Novanta ha vissuto una grande trasformazione”.

In che senso?

Ha contribuito l’aumento del turismo dovuto a un ambiente con una natura ancora incontaminata e al miglioramento delle infrastrutture stradali.

Un capitolo di spessore nella storia di ogni associazione l’ha ricoperto l’attività rivolta ai giovani. Dal 1992 e per molti anni, il Cai di Laives ha investito energie e tempo nella formazione dei giovani con corsi, incontri e uscite dedicate alle diverse fasce d’età. Era un vostro obiettivo primario?

Il momento più importante è stato quando un coordinatore e responsabile del direttivo si è occupato esclusivamente del gruppo giovani. Ha aperto la strada il Corso d’avvicinamento alla montagna, promosso a livello provinciale dal Cai Alto Adige, dove  bambini e adolescenti imparavano a camminare sui sentieri, a conoscere flora, fauna, topografia, aree protette e tutela del territorio con escursioni domenicali, incontri in sede, arrampicata vissuta come gioco educativo, esperienze culturali e momenti di condivisione con altri gruppi provinciali. Oggi, purtroppo, tutto questo per noi non c’è più, per la mancanza di giovani attratti da questa attività. In compenso abbiamo un discreto numero di ragazzi che frequenta la nostra palestra di arrampicata sportiva a Laives.

In che modo la sezione ha contribuito alla vita sociale di Laives?

Delle nostre attività hanno fatto parte una grande massa dei laivesotti, come soci e simpatizzanti e crediamo che questo sia un prezioso passaggio nella vita sociale delle persone, che di fatto hanno costituito una parte delle nostre attività. In più la sezione opera con la partecipazione ad attività per il sociale.

Ci sono collaborazioni storiche con scuole o altre associazioni?

Negli anni “buoni” continuamente con le scuole, organizzando attività con varie classi, sia elementari sia medie, e abbiamo fatto incontri propedeutici sulla montagna e sull’ambiente. Quando richiesto, collaboriamo con altre associazioni in attività ludiche e in ambito comunale.

Il turismo ha cambiato il modo di vivere la montagna?

Ha portato una maggiore pressione sul territorio con la costruzione di strutture d’accoglienza, rifugi, che, di fatto, in alcuni casi di rifugio non hanno niente da spartire, ma sono veri e propri “resort”; e poi la creazione di sentieri e nuove piste da sci, con gli inevitabili impianti si risalita, nuovi o ampliati all’impossibile.

Quali sono ad oggi le principali sfide del Cai di Laives e in generale di tutte le sezioni?

Cambiamenti climatici e dissesto idrogeologico vedono le montagne più pericolose, con crolli di roccia che costringono alla chiusura di sentieri e vie alpinistiche. L’ambiente montano dove si cerca di promuovere la tutela, cercando di sostenere uno sviluppo del turismo sostenibile e responsabile. Per finire una formazione con corsi di attività per guide e accompagnatori, per garantire una sempre più competenza nelle attività di montagna e all’insegna della sicurezza nella frequentazione.

Qual è il ricordo personale più forte legato alla montagna?

Ne ho tanti e non saprei fare una scaletta, anche se uno in particolare è il più bello e posso dire che ho più nel cuore. Nel 1994, anno in cui non ero ancora socio Cai di Laives, ho fatto il GR20 in Corsica, un trekking di 14 giorni, impegnativo, di 180 chilometri attraverso le montagne della Corsica, con partenza da Calenzana, nel nord-ovest, fino a Conca, sulla costa sud-orientale. Un grande ricordo!!

Quale valore vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni?

Rispetto per la natura, responsabilità nelle attività montane dove la montagna sia un luogo di incontro e condivisione e, non per ultimo, passione e curiosità nell’esplorazione della montagna, anche all’insegna dell’avventura, ma sempre in sicurezza.

Autore: Daniele Bebber

Gli anziani come “maestri”

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato: “prestazione d’eccellenza”

Il 13 maggio al NOI Techpark di Bolzano sono stati consegnati i premi “Prestazione d’eccellenza 2026”: 21 persone, otto progetti e un progetto transfrontaliero. Sport, musica, inclusione, digitale, pace. Un ritaglio di quello che succede, in silenzio, in questo territorio. Tra le premiate c’è anche Giulia Salvi, responsabile regionale AGESCI per il Trentino-Alto Adige, riconosciuta per il volontariato giovanile. L’abbiamo incontrata per capire cosa c’è dietro un premio come questo. E soprattutto cosa c’è dietro una scelta come la sua.

L’INTERVISTA

Giulia, come ci si avvicina al mondo dello scautismo? Com’è andata per te?

Al mondo dello scautismo ci si avvicina per conoscenza: familiare, di quartiere, di parrocchia. Perché lo si è stati da piccoli e i genitori cercano un gruppo anche se si trasferiscono. Perché i compagni di classe lo fanno, o i fratelli dei compagni. Per me è andata che una buona parte dei miei cugini era scout, alcuni già capi. E ricordo bene una mia cugina, Federica, che a un certo punto mi dice: “Allora ti metto in lista.” Ed è andata così.

E come si finisce per diventare responsabile regionale?

Dando la propria disponibilità. Ma prima bisogna avere dimestichezza con le strutture associative, aver già prestato servizio in qualche ruolo da quadro. Io avevo fatto l’incaricata regionale per la fascia di età 16-21 anni, quindi conoscevo un po’ le dinamiche. C’era bisogno di qualcuno che ricoprisse questa carica, e io ho detto sì.

Che cosa insegna il metodo scout che difficilmente si trova altrove?

La capacità di progettarsi. Di ragionare su sé stessi, sulla propria crescita in un’ottica progettuale. E poi lo stare insieme, il vincere insieme, il non dover primeggiare come singoli. L’idea che l’importante è partecipare e fare a propria parte. Che si può anche non essere al top, che si può (o si deve!) sbagliare per imparare dai propri sbagli. Che possiamo perderla una partita ogni tanto, e che non è poi una tragedia.

Guidare una realtà come l’AGESCI regionale significa fare i conti con territori diversi tra loro, ognuno con le proprie particolarità. Come si lavora su questa eterogeneità?

Sono onestamente nuova in questo ruolo, e quindi non lo so ancora troppo bene come si fa. Credo che prima di tutto bisogna conoscere le realtà in cui si è. Nel lavoro con i gruppi locali, già solo fare attenzione alle peculiarità significa accorgersi che nella nostra regione ci sono due calendari scolastici diversi. E poi credo che la chiave sia entrare in relazione con le istituzioni, farsi conoscere, fare in modo che abbiano i propri contatti. In provincia di Trento, dove abbiamo anche la sede legale, ci riesce meglio. Qui in Alto Adige sono conosciuti i singoli gruppi, ma forse facciamo più fatica a interfacciarci come associazione regionale. Ci vogliamo e dobbiamo lavorare.

Perché una società come quella di oggi ha ancora bisogno del volontariato, della gratuità?

Perché viviamo in una società sempre più individualista, ma la forza per superare le problematiche sta nel noi, non nell’io. “Nessuno si salva da solo”. E nessuno si salva a pagamento. Riconoscere che è importante aiutare la comunità, che il bene comune senza comunità non si realizza: questo è fondamentale. E lo scautismo lo porta dentro, questo: lo stare insieme, la fraternità internazionale, la pace… 

In controtendenza rispetto al mondo là fuori in cui… si bisticcia parecchio…  

Già. Per noi è centrare educare cittadine e cittadini del mondo capaci di disinnescare, invece che di innescare, capaci di accogliere, e a utilizzare un linguaggio nonviolento.

Guardando ai prossimi anni, su cosa vorresti puntare come responsabile regionale?

Vorrei riuscire a farci conoscere di più in Alto Adige e a collaborare di più con gli altri gruppi del territorio, soprattutto con quelli di lingua tedesca, ma anche con CNGEI e FSE (le altre associazioni scout presenti sul territorio regionale).

Il premio che hai ricevuto parla di “prestazione d’eccellenza”. Ti considereresti un’eccezione?

Assolutamente no e non mi sento nemmeno un’eccellenza. Mi sento una persona che prende molto seriamente gli impegni. Se mi sono impegnata in qualcosa, non lo metto mai in secondo piano. E ci metto passione, perché il metodo educativo scout è una cosa in cui credo davvero, credo nell’educare le nuove generazioni con uno sguardo aperto. Se restiamo sempre fatti così, non andiamo da nessuna parte. Quindi no, non mi sento un’eccezione. Mi faccio entusiasmare, mi faccio coinvolgere, e sono arrivata a fare la responsabile regionale. Ma sono semplicemente una che prende gli impegni sul serio.

Insieme a Giulia, la cerimonia ha premiato dall’Alto Adige Alexandra Felderer (Katholische Jungschar), Fabian Haas (Società Calcistica Ora), Jacqueline Kneissl (Centro giovanile Parcines INSIDE EO) e Christian Mair (Blindenapostolat). Tra i progetti: il coro giovanile Kyrios di Badia, che da oltre cinquant’anni unisce qualità musicale e comunità intergenerazionale; DUNG VFG di Bolzano, che lavora per far riconoscere il gaming come forma di cultura e formazione, promuovendo un rapporto consapevole con i media digitali; e “8-13 Peace & CRI” della Croce Rossa, che trasmette a bambini e ragazzi valori come solidarietà, responsabilità e cittadinanza attiva. Come progetto transfrontaliero è stata premiata l’EuregioYoungJury del Filmclub Bolzano, che riunisce giovani da Tirolo, Alto Adige e Trentino per guardare film, discuterli e assegnare insieme un premio. Storie diverse, ambiti diversi, un filo comune: qualcuno che ha deciso di esserci e fare la propria parte.

Autore: Marco Valente

Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro