Giornate FAI: alla scoperta del territorio, dell’arte e della storia 

Sabato 15 e domenica 16, come nel resto d’Italia, si sono tenute anche a Bolzano le giornate del Fondo Ambiente Italiano. I due momenti, svolti all’insegna dell’arte, della storia e della tutela del patrimonio culturale locale, sono stati un’occasione rivolta a tutta la cittadinanza per prendere parte a tre visite guidate tra Piazza Gries e via Martin Knoller. La grande novità di quest’anno: un tour all’interno del cimitero dell’antica chiesa parrocchiale del quartiere.

// Di Andrea Dalla Serra

La tutela paesaggistica e del patrimonio artistico, la sensibilizzazione della popolazione e, soprattutto, la restituzione dei beni alla collettività, sono tre dei principali obiettivi che, fin dalla propria nascita avvenuta nel 1975, il Fondo Ambiente Italiano si impegna a perseguire.

A livello provinciale, però, non è presente alcun bene FAI; il più conosciuto tra quelli in prossimità dell’Alto Adige, d’altra parte, è il Castello di Avio nel vicino Trentino. 

“Speriamo un domani di poter avere un bene FAI anche qui. Probabilmente, questa mancanza è dovuta anche al fatto che, a livello locale, c’è una storica attenzione al bene pubblico e alla tutela artistica”, spiega la referente del Gruppo giovani del FAI Bolzano, Federica Cassarà. “Il FAI ha il compito di vigilare sulla presenza di abusi o mancanze nei confronti dei beni culturali e per questo a livello nazionale si è spesso intervenuti per salvare dei beni che rischiavano di perdere il proprio splendore o non erano accessibili al pubblico. La Fondazione ha a cuore la cultura delle persone e lo dimostra anche tramite la restituzione dei beni alla cittadinanza”, continua.

I tre beni aperti quest’anno al pubblico sono stati: il convento di Muri-Gries (con visita guidata messa a disposizione dagli studenti del Liceo Carducci in qualità di ‘Apprendisti ciceroni); la chiesa di Sant’Agostino e l’antica parrocchiale di Gries con il suo storico cimitero. Queste ultime due hanno avuto le visite guidate tenute dai volontari della fondazione, tra cui il FAI di Merano. “Non è una cosa da poco il coinvolgimento degli studenti nelle visite guidate: io stessa mi sono avvicinata a questa realtà proprio attraverso la scuola e, successivamente, andando a studiare a Roma, una città nella quale c’è veramente molto da scoprire; qui a Bolzano, però, per non essere una città grande mi sento di dire che c’è un’offerta abbastanza varia e non sono poche le attività che prendono vita anche grazie alla quindicina di volontari del gruppo giovani e della delegazione del capoluogo”, evidenzia Cassarà. Nei prossimi mesi, infatti, è in programma uno scambio culturale e di visite reciproche con il FAI di Bari, come già accaduto con Trento e Brescia.

Nel convento

dopo 20 anni

Non è la prima volta che il convento benedettino Muri-Gries viene aperto al pubblico per le giornate organizzate dal FAI: “È successo già una ventina di anni fa, ma non è detto che la mia generazione abbia potuto usufruire di quell’occasione”, dice Cassarà. Il convento fu prima castello dei Conti del Tirolo, poi sede dei canonici agostiniani e, infine, utilizzato come monastero dei benedettini provenienti dalla Svizzera, precisamente da Muri. E furono proprio questi due ordini religiosi a contribuire alla fioritura del quartiere Gries e a investire le proprie energie nel settore vinicolo: “All’interno di questo convento, tuttora abitato, ci sono molti tesori, come la camera del prelato e la camera degli svizzeri. Avremmo voluto rendere disponibile il tour dentro alla famosa cantina, ma, essendo questo un periodo di vendemmia, non è stato possibile. Speriamo di poterlo fare nei prossimi mesi”, dice la giovane volontaria FAI.

Una chiesa da visitare

La chiesa parrocchiale di Sant’Agostino, situata a nord del complesso conventuale dei benedettini, è rimasta aperta solo il pomeriggio di domenica 16, a causa del suo impiego per le funzioni religiose. “Penso che la chiesa, che si affaccia proprio su piazza Gries, sia un luogo conosciuto ai più, nonostante ciò abbiamo voluto lo stesso fornire una guida più approfondita. Ad esempio – continua Cassarà – sono famose le decorazioni ad opera quasi esclusivamente di Martin Knoller”.

Il cimitero: tra aneddoti e curiosità

L’antica chiesa parrocchiale di Nostra Signora, dedicata appunto alla Vergine, è situata, così come lo storico cimitero di Gries, nel nucleo più antico dell’omonimo quartiere ed è visibile in quanto rialzata da una collinetta. Anche qui sorgeva un maso vinicolo e per questo l’area circostante prese il nome di “Keller”, cantina appunto. “Sicuramente molto apprezzato dal pubblico è stato il famoso altare di Michael Pacher, un vero e proprio genio del suo tempo che è riuscito a creare un punto di contatto tra arte nordica e rinascimentale. Per anticipare la visita guidata nella chiesa – conclude Cassarà – abbiamo voluto proporre una novità senza precedenti: un giro tra le lapidi del cimitero della parrocchia stessa. Il racconto di Gries e di tutto il capoluogo è così passato attraverso la spiegazione di alcune lapidi; abbiamo ripercorso, tra aneddoti e curiosità, alcune vicende legate al territorio altoatesino grazie alle storie di illustri personaggi che lo hanno abitato e vissuto. È un ambiente assolutamente suggestivo”.

Autore: Andrea Dalla Serra

La casa delle Pigotte: adottare una bambola per aiutare un bambino

Le volontarie e la presidentessa di UNICEF Bolzano, Patrizia Daidone, ci raccontano la casa delle Pigotte di Corso Italia 51 a Bolzano.

Cos’è la casa delle Pigotte? 

La casa delle Pigotte è il luogo dove vengono create queste bambole di pezza e in cui le persone possono venire ad adottarle: quest’adozione avviene attraverso un’offerta che potrà salvare la vita di un bambino.  

Come vengono create le bambole di pezza? 

Viene realizzato il modello, ritagliato e cucito a macchina, capovolto e riempito per poi essere chiuso. A seguire le stiliste creeranno i vestiti,  le parrucchiere applicheranno i capelli e le visagiste realizzeranno i visi delle Pigotte. È un lungo lavoro a catena, in cui moltissime volontarie hanno un ruolo fondamentale e realizzano ogni parte della bambola rigorosamente a mano e con materiali di riciclo. Ci sono anche volontarie che  si occupano della realizzazione delle Pigotte dall’inizio alla fine. Ogni Pigotta è  un pezzo unico, frutto dell’amore e della fantasia delle artiste che le realizzano.

Come si adotta una Pigotta? 

Adottare una Pigotta è semplice: si può venire qui alla casa a Bolzano oppure a uno dei nostri eventi o nelle sedi UNICEF di tutta Italia e si sceglie la propria Pigotta. Ognuna ha le sue caratteristiche, le sue creatrici, la propria storia e il proprio nome, tutto segnato sulla carta d’identità che le è assegnata. L’offerta d’adozione  verrà devoluta al 100% a un fondo dedicato ai bambini di UNICEF: è questo che ci spinge a stare qui.

Quanto ci si mette a creare da zero una bambola? 

Una signora che le creava dall’inizio alla fine ci ha raccontato che impiegava otto ore per crearne una da zero. È un grande lavoro, ma dà moltissima soddisfazione.

Si possono personalizzare le Pigotte? 

Si può cambiare il loro nome e chiederle per occasioni speciali, ora ad esempio ne stiamo creando alcune per un battesimo. Ne creiamo poi per eventi che sono affini ai nostri valori come quelle con le scarpette rosse per sensibilizzazione rispetto al tema della Violenza sulle Donne. Ci sono anche realtà e aziende che ci chiedono di collaborare: ad esempio per pacchetti regalo con le Pigotte per Natale, per aggiungere un bel gesto al pensiero.

Collaborate molto sul territorio? 

Sì, ci teniamo moltissimo a creare rete. Abbiamo coinvolto varie realtà come le scuole Alfieri, il cento anziani della Visitazione, il centro diurno Don Bosco e il circondario, Casa Noà coi MISNA e i profughi, e moltissimi altri in tutta la provincia, da Vipiteno a Laives che ci aiutano nella realizzazione delle Pigotte.

Quali sono gli eventi in cui vi si può conoscere meglio? 

L’11 ottobre – giornata della Carta dei diritti della bambinaabbiamo tenuto una conferenza stampa al Teatro Cristallo per presentare il nostro programma. Abbiamo presentato tutte le attività legate alle tematiche che abbiamo a cuore: i diritti dell’infanzia, l’ambiente, la salute femminile, l’importanza della salute mentale. Il 20 ottobre inoltre c’è invece l’evento del Giardino Segreto, un’associazione che ha l’obiettivo di prestare assistenza legale e psicologica gratuita ai figli di vittime di femminicidio. è un evento importante e interessante che coinvolge testimoni pronti a raccontare le proprie storie e metterle al servizio della comunità, affinché non si ripeta ciò che è loro successo.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Lo spettacolo con la “mente aperta”

Sabato 8 ottobre a Magrè (presso il centro culturale e ricreativo Karl Anrather) è andato in scena uno spettacolo interattivo, multimediale e bilingue. Si tratta del primo appuntamento dell’iniziativa Open Mind Show, organizzata dall’associazione JoyEnJoy di Salorno in collaborazione con la scuola di danza Ritmomisto di Lavis. 

L’evento ha unito danza, canto, cabaret, stand up comedy e ha dato spazio alla creatività più sfrenata e alla voglia di mettersi in gioco. Ad esibirsi in numeri originali creati per l’occasione sono stati artisti e creativi ma anche persone comuni, giovani ma anche meno giovani, altoatesini ma anche trentini. Open Mind Show, infatti, è un progetto che abbraccia tutta la regione Trentino Alto-Adige e fa parte dei dieci percorsi selezionati dal Bando Generazioni 2022.

Soddisfatti gli organizzatori: “L’obiettivo è stato raggiunto: durante la serata i partecipanti hanno potuto dare libero sfogo alla loro creatività, ma anche alla sana voglia di mettersi in luce, di essere protagonisti per una sera con un pubblico disposto a guardarli e ascoltarli. Hanno superato sé stessi, mettendosi a nudo e facendoci entrare un po’ nelle loro vite attraverso i numeri che hanno presentato”. 

Proprio per valorizzare la spontaneità delle diverse esibizioni, gli organizzatori hanno voluto lasciare la massima libertà di stile e impostazione. “Questo ha reso il tutto più faticoso per noi, ma anche molto soddisfacente – commenta Sybille Bazzanella di JoyEnJoy –. Abbiamo scelto di non mettere paletti e barriere, per lasciare che tutto potesse accadere. Anche in questo caso, obiettivo raggiunto: i partecipanti sono riusciti a dare il meglio di sé creando gruppo, avvicinamento e relazione”.

Anche l’interazione con il pubblico è stata raggiunta, soprattutto grazie al FantaOpenMind, il fantagioco con cui i presenti potevano comporre la propria “squadra” scegliendo a inizio spettacolo le esibizioni o gli artisti su cui puntare, con la possibilità di vincere simpatici premi. “Anche questo era un modo per stringere un legame col pubblico – conferma Bazzanella –, per cucire relazioni su e giù dal palco. Che del resto è proprio lo scopo del Bando Generazioni: noi lo abbiamo messo in pratica a più livelli. Sul legame fra territori bisogna lavorare ancora molto, ma Open Mind Show è un passo in più verso questo obiettivo importante”.

La transumanza in Bassa Atesina

Nel Basso Medioevo, che equivale un po’ alla nostra infanzia storica, l’odierno Alto Adige-Südtirol, non ancora contea del Tirolo, era chiamato “Land an der Etsch und im Gebirge”, Terra all’Adige e nei monti. L’Adige rappresentava un elemento geografico ed economico – soprattutto come primaria via di comunicazione – determinante di questo territorio incuneato tra Pianura Padana e Alpi. 

Ma se un giorno ci svegliassimo nell’XI o XII secolo, faremmo fatica a riconoscere la valle dell’Adige. Non solo il grande fiume seguiva un altro corso ma anche l’ambiente circostante era completamente diverso. A seconda della stagione, l’intero fondovalle era inondato. Una fitta foresta fluviale, paludi, laghi e isole (insulae e ischie, il cui ricordo è conservato in numerosi microtoponimi) si susseguivano tra il basso Trentino e la conca di Bolzano. Il paese di Cortina sorge ancora su una di queste isole in mezzo al vecchio letto del fiume e un tempo, nei periodi di piena, poteva essere raggiunto solo in barca. Nel 1786 il geografo francese Albanis Beaumont descrive un paesaggio fluviale in cui il “confine tra la terraferma e l’acqua è impreciso e il tratto dominante sono le zone umide, le paludi, gli acquitrini, i terreni stagionalmente alluvionati e i canneti”. 

I terreni adibiti alla coltivazione di cereali o legumi erano pochi e perciò molto preziosi. Inoltre, l’intera valle era da secoli proprietà “collettiva” vescovile destinata prevalentemente a pascolo. Grazie alle prime bonifiche effettuate a partire dal XIII secolo e alle successive lottizzazioni, molti terreni passarono in mano privata. Erano soprattutto gli aristocratici e gli enti religiosi ad accaparrarsi quelli migliori per poi cederli in affitto ai contadini e coloni. 

Da molto tempo i terreni incolti erano tradizionalmente occupati, soprattutto in inverno e primavera, dalle greggi di ovini provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa, che vantavano su di essi antichi diritti d’uso e privilegi. La popolazione del fondovalle non vedeva di buon occhio questa transumanza di centinaia di pecore ma questa veniva tollerata poiché portava anche un po’ di benessere. La tassa che i “pegorari” dovevano pagare al vescovo o agli altri eventi diritto si chiamava herbaticum. 

In verità i fiemmesi e i fassani facevano risalire il loro diritto di pascolo e di passaggio a tempi antichissimi, e precisamente all’epoca di San Vigilio. Ancora un atto notarile del XII secolo stabilì che i pastori “antiquitus habebant et noviter acquisierant” il diritto. L’herbaticum riguardava ogni “pegora que venit ad erbaticum”.

Numerosi furono i conflitti e le controversie giudiziarie tra i proprietari dei terreni e i pastori fiemmesi e fassani. Già nel 1247 il comune di Caldaro intentò causa ai “pegorari” ma dovette soccombere completamente: il giudice stabilì che i pastori avevano il diritto di pascolare da Natale a S. Giorgio (23 aprile) nei terreni “tam in comuni quan in diviso” (pubblici e privati), successivamente fino a San Pancrazio (12 maggio) solo sui terreni pubblici. Nel XIV secolo, il conte del Tirolo Enrico rinnovò tale diritto e successivamente vi furono altri pronunciamenti che concedettero il diritto d’uso ai fiemmesi per terreni nei comuni di Caldaro, Termeno, Ora, Egna, Bronzolo e Cortaccia, Terlano. Settequerce, Castelfirmiano e Gries erano in uso ai fassani. Questi ultimi si videro contestare il diritto di passaggio dai comuni di Nova Levante, Collepietra e Cardano ma anche in questo caso ottennero ragione. Nel 1462 il comune di Trento emanò un decreto che stabiliva che “nessun pegoraro” andasse “per prati ne champi con pegore” al di fuori dei periodi stabiliti. Per i contravventori, la pena era di 25 lire “de bona moneda”.

Dopo la regolazione dell’Adige, le controversie tra proprietari dei terreni e pastori divennero sempre più frequenti. Le pecore devastavano i campi coltivati e danneggiavano seriamente le colture, in particolare le vigne. Nel 1886 fu istituita un’apposita commissione governativa per risolvere l’annosa questione e “riacquistare” dai pastori di Fiemme e Fassa i vecchi privilegi. In effetti, tutti comuni interessati, con l’eccezione di Ora e Bronzolo, riuscirono ad accordarsi con i pastori e li indennizzarono con un Gulden per ogni “Starland”, ossia 720 metri quadri. Invece i terreni di Ora e Bronzolo rimasero “in mano” alle pecore nel periodo dal 27 marzo al 5 maggio di ogni anno, pascolando 5 giorni a Ora e due a Bronzolo. Di notte dovevano essere condotte nelle stalle di Ora. Le pratiche per abolire la servitù vennero riprese anche da questi due comuni nel 1912 ma solo nel 1927 il Tribunale di Trento sancì la definitiva “espulsione” dei pastori fiemmesi e fassani dai terreni della Bassa Atesina contro un corrispettivo di 66,60 Lire ogni Starland. 

Venne così a cessare l’antichissima usanza della transumanza invernale dei pastori nella valle dell’Adige ed iniziò lo sfruttamento “moderno” dei terreni bonificati con impianti sempre più intensi di alberi da frutto. Anche il paesaggio mutò profondamente e l’idilliaca valle si trasformò in un corridoio di transito tra l’Europa settentrionale e quella meridionale.

Autore: Reinhard Christanell

Grandi cambiamenti in vista?

Le recenti elezioni nazionali del 25 settembre hanno visto l’affermazione del centro-destra e in particolare di Fratelli d’Italia. In Alto Adige il voto ha avuto un esito più complesso e articolato, non privo di interessanti possibili sviluppi in vista delle prossime elezioni provinciali del 2023. Ne abbiamo parlato con il politologo Günther Pallaver.

Quali sono le novità più significative del voto del 25 settembre in Alto Adige?

Si è trattato di una campagna elettorale molto piatta, dal punto di vista dei contenuti. Si è parlato delle bollette e dell’energia, ovvero temi nazionali. Ma poco o nulla è stato detto in merito ad argomenti specifici locali. In Alto Adige si è discusso un po’ della scelta da parte della SVP di presentare un proprio candidato nella circoscrizione Bolzano Bassa Atesina per il Senato. Anche se in realtà mi sembra che se ne sia discusso quasi di più nel mondo di lingua tedesca che in quello di lingua italiana. Io l’ho considerato un atto “non amichevole” perché la misura 111 del pacchetto favorisce la possibilità per il gruppo linguistico italiano di essere rappresentato in parlamento. La logica è quella della proporzionale, che da noi vale un po’ dappertutto. La scelta della SVP potrebbe avere delle ripercussioni anche in futuro. Se uno comincia con atti non amichevoli, forse poi anche gli altri possono continuare nella stessa direzione. 

La SVP si è giustificata dicendo che il partito aveva ricevuto una forte richiesta in questo senso dalla sua base in Bassa Atesina… 

Sì, ma resta comunque un atto non amichevole. 

Durante la campagna elettorale si è parlato di autonomia, ma restando molto sulla superficie, mi è parso… 

Sì: che bisogna difendere l’autonomia lo abbiamo sentito in tutte le campagne elettorali, non c’è nulla di nuovo. E quando c’è la possibilità che un partito di destra vada al potere in Italia, naturalmente la SVP si irrigidisce. Il fatto che tra poco in Italia ci sarà un governo di destra-centro naturalmente è una cosa problematica per l’autonomia, ma paradossalmente questo va a favore della Volkspartei, perché in questo modo può ricompattarsi. 

Nei risultati elettorali ci sono altri motivi di interesse. La Lega ha perso consenso, ma Alessandro Urzì per essere sicuro della sua elezione ha dovuto candidarsi a Vicenza. Di per sé in Alto Adige i risultati elettorali hanno avuto caratteristiche molto diverse rispetto al resto d’Italia, con le elezioni dei 5 parlamentari SVP e di Spagnolli per il centrosinistra al Senato.

In Alto Adige c’è un elettorato di lingua italiana sostanzialmente stabile, per quanto riguarda le aree politiche o le coalizioni. In queste elezioni abbiamo visto un riversamento tra partiti di centrodestra, dalla Lega a Fratelli d’Italia. C’è una certa tendenza a saltare sul carro del vincitore e anche qui non c’è nulla di nuovo. In ogni caso la fluttuazione dell’elettorato italiano è talmente grande da impedire ogni continuità. E questo lo abbiamo sempre visto, già dalla fine della prima repubblica.

Fratelli d’Italia si appresta a prendere le redini del nuovo governo italiano. L’Alto Adige cosa si deve aspettare per il prossimo futuro?

Io mi aspetto una certa stagnazione. Se guardiamo al passato, l’autonomia ha avuto progressi in presenza di governi di centro-sinistra. Commissione dei 19, pacchetto e secondo statuto li abbiamo avuti con questo tipo di governi. Con i governi di centro destra dal ’94 in poi e soprattutto con Berlusconi non c’è stato invece quasi nessuno sviluppo. Pochissime le norme di attuazione approvate, e via dicendo. Probabilmente questo accadrà anche con questo nuovo governo.
La seconda cosa pensabile è che possano essere impugnate dopo 60 giorni tramite il governo davanti alla Corte Costituzionale alcune leggi provinciali. In passato in questi è cercata preliminarmente una via d’uscita per leggi delicate come quella sulla toponomastica, ma forse d’ora in poi questo sarà più difficile. La terza cosa che potrebbe capitare è che vengano messi in discussione i cosiddetti “privilegi” delle autonomie speciali, specialmente per quanto riguarda il loro finanziamento. Ben inteso: cambiare le cose dall’oggi al domani unilateralmente è difficile, però ora potranno esserci degli “sgambetti. C’è poi un’altra questione…

Quale?

Ogni giorno sento parlare della sovranità nazionale e della nazione italiana. Giorgia Meloni non parla mai di stato, ma di nazione. Ma sono 100 ormai che con nazione si intende una popolazione con una lingua e cultura omogenea. In Italia però ci sono persone che non appartengono alla nazione, e poi:  come la mettiamo con le minoranze linguistiche? Le parole hanno il loro peso…
Durante la campagna elettorale Urzì si è arrabbiato perché Achammer è andato a trovare il cancelliere austriaco. Ma è dal 1946 che questa cosa viene fatta! Mi stupisco perché nel frattempo – non soltanto tramite l’accordo di Parigi e la quietanza liberatoria – secondo me e numerosi giuristi l’Alto Adige è diventato una sorta di “condominio sui generis” tra Italia e Austria. Dico sui generis perché la sovranità, grazie all’Unione Europea, ormai qui non è più assoluta da tempo. Ma staremo a vedere…

Le parole hanno il loro peso. Ma poi comunque una cosa è quello che si dice e un’altra quello che si fa… 

Certo. E io al momento naturalmente giudico quello che sento. Va in ogni caso considerato il fatto che Fratelli d’Italia è gemellato con il partito nazionalista polacco, con Vox in Spagna e in Germania con Alternative für Deutschland. Si tratta di partiti al 1000% sovranisti e assolutamente di destra. Se Fratelli d’Italia si sente così, allora dovrebbe uscire dal gruppo dei conservatori nel parlamento europeo. 

Cruciali saranno i primi passi del nuovo governo e in particolare della leader Giorgia Meloni. Azioni molto forti in senso sovranista non è escluso possano subito scontentare una parte dell’elettorato che ha premiato Fratelli d’Italia. Le fortune di chi vince in Italia ultimamente sono particolarmente effimere. Alle prossime elezioni provinciali manca un anno e non è dato che in un anno di governo Fratelli d’Italia mantenga il suo attuale forte consenso.  

L’Italia non può permettersi grandi cose: ha degli impegni presi con l’Europa in cambio di importanti sussidi concessi. 

Le elezioni del 25 settembre in Alto Adige in realtà hanno dato un’altra serie di segnali interessanti su quello che potrebbe succedere fra 12 mesi, quando andremo a rinnovare il consiglio e la giunta provinciale.

Partiamo dal presupposto che Kompatscher si ricandidi. Più lui aspetta nel dare il suo assenso e maggiore sarà la difficoltà per la Volkspartei di trovare un’alternativa. Sappiamo che Kompatscher tuttora ha un consenso superiore a quello del suo partito e ha già detto che secondo lui la prossima legislatura dovrà essere all’insegna della sostenibilità. Questa cosa non potrà farla con i partiti di destra, anche perché con ogni probabilità fra un anno la Lega non avrà più quattro candidati eletti (in realtà uno se n’è già andato da tempo). I consiglieri della Lega saranno almeno dimezzati e la SVP senz’altro non farà una coalizione con Fratelli d’Italia. Con chi allearsi, allora? Sarà difficile che il PD possa fare più di un consigliere. Ed è risaputa la simpatia di Kompatscher per il mondo liberal e dei Verdi. Dunque la Volkspartei cercherà un accordo con i Verdi – che probabilmente saranno il secondo partito – sempre che loro riescano ad eleggere abbastanza italiani. In prospettiva nazionale in questo modo la SVP resterebbe anche blockfrei, perché i Verdi di fatto sono un partito locale. In ogni caso non credo che ci sarà una coalizione a tre, perché l’accordo tra due partiti è molto più facile da gestire. In realtà in un anno possono succedere molte cose, ma al momento io la vedo così. 

Sarebbe un cambiamento davvero epocale.

Certo. D’altronde però in Tirolo ÖVP e Verdi hanno governato insieme per 10 anni e non è caduto il mondo. E Verdi in Alto Adige non sono più da tempo il partito langeriano. 

L’astensionismo in Alto Adige ha manifestato caratteristiche sue peculiari?

Mah, non più di tanto. Forse qualcuno nelle varie circoscrizioni ha pensato che in candidati SVP avevano già vinto in partenza. Ma per il resto il trend di una crescita dell’astensionismo è nazionale ed anzi europeo, com’è noto. 

Autore: Luca Sticcotti

I 18 anni di Sofia e il suo sogno nazionale

La sua voce è squillante e carica di felicità. Sofia Palladino, bolzanina classe 2004, ha ricevuto da pochi giorni la notizia della sua seconda convocazione nella Nazionale di rugby femminile under19 e la sua emozione è ancora molto forte.

“Poter rappresentare il mio Paese è un grande onore, è bello sentire il peso della maglia azzurra addosso”. Determinazione e spirito di sacrificio l’hanno portata a raggiungere grandi obiettivi a soli 18 anni, coniugando sport e vita scolastica al meglio. Sofia sta frequentando l’ultimo anno al Liceo Scientifico Torricelli di Bolzano e si divide quotidianamente tra la palla ovale e lo studio, perché all’orizzonte ci sono gli esami di Maturità. Una sfida non facile, considerando che lei si allena con il Sudtirolo Rugby a Bolzano ma gioca con il Montebelluna Rugby in Serie A nell’ambito del progetto “4Team” di cui fanno parte il citato Montebelluna, il Feltre, il Venezia e, da questo anno, la squadra altoatesina. 

Sofia, come ti sei avvicinata al rugby?

Da piccola praticavo ginnastica artistica, ma avevo molti amici che giocavano a rugby. Spesso andavo a vederli al campo e così tra la terza media e la prima superiore decisi di provare anche io. Giocavo con i maschi ma mi innamorai subito di questo sport. A Bolzano purtroppo non c’è la squadra femminile, quindi negli anni ho giocato con il Trento, con il Feltre e ora sono al Montebelluna. 

Quale aspetto ti affascina di più di questo sport?

Il fatto che non discrimina nessuno: tutti possono giocare a rugby. Non esiste un fisico prototipo, esistono tanti ruoli per tante caratteristiche. Uno può essere veloce e robusto o lento e magro, troverà sempre e comunque un posto in squadra. 

Che emozioni provi a vestire la maglia azzurra?

Sono indescrivibili. L’anno scorso ho giocato alcuni test match con la Nazionale under18 in Francia e al Sei Nazioni in Scozia e non mi sembrava vero. Nonostante sia una nazionale giovanile avverto il peso della maglia e la sua importanza. Sento una responsabilità diversa, tanta voglia di dimostrare il mio valore e rappresentare l’Italia ai massimi livelli. Spero di continuare a meritarmi questo gruppo e di provare l’emozione di ricevere ogni volta una convocazione.

Quali saranno i prossimi impegni?

Sarà una stagione molto particolare e lunga. Con il club affronteremo molte squadre toste e difficili, con la Nazionale avremo raduni mensili e partite internazionali, tra cui un grande torneo a fine giugno. Il livello del lavoro che viene svolto è sempre molto alto, probante e stimolante. Trovo però fantastica l’opportunità di potersi confrontare con altre realtà e con altre giocatrici per migliorare il proprio stile di gioco e percorso sportivo. 

Come fai a conciliare sport e studio?

Serve tanto senso di responsabilità e organizzazione. Non sempre è facile, ma è necessario. La scuola ha la priorità su tutto. Mi alleno la sera a Bolzano e spesso sfrutto le lunghe trasferte per studiare durante il viaggio; cerco poi di adeguarmi in base alla situazione per ritagliarmi dello spazio da dedicare ai libri. I tempi morti o di riposo sono molto pochi. La maturità spaventa, ma voglio superarla in maniera brillante.

Progetti per il futuro?

La prossima estate proverò a fare un paio di test d’ingresso in diverse Università. Mi piacerebbe andare o a Torino o in Veneto per continuare a giocare con regolarità. Non nascondo però che il sogno più grande è quello di raggiungere la Nazionale maggiore.

Autore: Alexander Ginestous

Le “Forme Ibride” di Ismaele Nones

L’Associazione culturale lasecondaluna di Laives presenta “Forme Ibride” dell’artista trentino Ismaele Nones, che, con tocco raffinato e spiazzante, rivisita la tradizione delle icone bizantine. L’inaugurazione si tiene venerdì 7 ottobre alle ore 18 presso la Sala espositiva di via Pietralba 29 a Laives.

“Una finestra aperta sul cielo”, o addirittura “un trattato di teologia a colori”: così vengono definite le icone bizantine, dipinti a tema sacro che rappresentano il Cristo benedicente o la vergine con il bambino, ma anche scene dall’antico e nuovo testamento, angeli e santi.
Le icone sono immediatamente riconoscibili perché da secoli sono “imprigionate” in uno stile fisso, immobile, sempre uguale a sé stesso, legato al loro essere oggetti di culto e preghiera, ponti verso il divino. 
Ma nell’arte contemporanea, come nella poesia, non c’è regola che non possa essere infranta per sperimentare e aprire nuovi orizzonti. Certo per romperle bisogna conoscerle, le regole: è questo il caso dell’artista trentino Ismaele Nones, che nelle sue opere riprende lo stile delle icone bizantine, liberandole però dal contenuto sacro per portarle all’oggi. Nascono così le sue “forme ibride”, di cui abbiamo parlato con Gabriele Salvaterra, curatore della mostra e conservatore al Mart di Rovereto.

Nei suoi dipinti Nones gioca a creare contrasti e cortocircuiti, che tipo di lavoro è il suo?

Ho studiato a lungo il suo lavoro e sono rimasto colpito dalla grande serietà e autenticità del suo approccio. Come è noto, gli iconografi si considerano delle “mani nelle mani del signore” e quindi i loro dipinti non sono “personali”, ma legati ad un canone ben preciso. Nones è partito dalla conoscenza profonda per questo tipo di arte – il padre Fabio è un noto iconografo trentino- per rappresentare però temi che interessano a lui, per sviluppare insomma la sua ricerca personale.

Quanto rimane comunque provocatoria l’operazione di Nones?

Ismaele, in fondo, guarda al mondo che lo circonda e lo affascina nelle forme che ha imparato a osservare e riprodurre sin da piccolo, come diversi altri artisti fanno. Ciò che, se si vuole, è davvero provocatorio, non è poi tanto l’unire mondi così distanti nella forma e nel contenuto quanto, piuttosto, recidere quel “sacro collegamento”, che nella pittura di icone ha da sempre fatto sì che il rettangolo dipinto non si riducesse soltanto a una bella immagine per ornare una parete vuota, ma restasse sempre un sorta di accesso sicuro a Dio, una sua presenza concreta della sua presenza immateriale. 

Le immagini che ne derivano sono particolari e talvolta spiazzanti, a ben guardare.

Si, stridono e sono spontaneamente assurde: ad esempio nei suoi dipinti troviamo rappresentati dei nudi, scene in piscina o un aereo che passa; compaiono cani o addirittura scene alla “Heidi” con le mucche … insomma elementi impensabili nelle classiche icone bizantine. Ma capaci toccare questioni che narrano di imbarazzi, insicurezze ed emarginazione e che, a mio avviso, hanno molto a che fare con la condizione sempre più fluida dell’idea del corpo che abbiamo oggi. 

Una piena rottura con la tradizione, insomma…

In realtà non proprio: come illustrato dal noto studioso di icone Elio Franzini sappiamo che la questione è più complessa, perché nella storia dell’arte l’icona è sempre stata ibrida, aperta anche a media e forme popolari. Nel tempo è stata d’ispirazione per i cartellonisti e i pittori di insegne, ad esempio. Insomma, si tratta di una storia in bilico, in cui la divisione tra sacro e profano non è poi così netta e rigida.

Le informazioni sulla mostra
Ismaele Nones, Forme Ibride, Sala Espositiva di Via Pietralba 29, Laives. 
Inaugurazione venerdì 7 ottobre, ore 18. La mostra sarà visitabile fino a sabato 29 ottobre nei seguenti orari: da martedì a giovedì: 16 – 19. Venerdì e sabato: 10 – 12 e 16– 19. Ingresso libero.
Per mercoledì 19 ottobre alle ore 18 è in programma una visita guidata alla mostra con il curatore Gabriele Salvaterra. L’ingresso all’evento è libero con prenotazione obbligatoria all’e-mail info@lasecondaluna.eu.

Autrice: Caterina Longo

Alla biblioteca comunale si legge e si vince

Sorride felice Romina Andreolli, vincitrice del concorso “Leggi e vinci” della biblioteca comunale di Vadena. 

Il concorso, attivo già da diverso tempo, continua a riscuotere molto successo e apprezzamento tra i lettori grandi e piccini della comunità. Il principio è semplice: ogni persona che prende in prestito almeno un libro nel corso del mese partecipa all’estrazione di un bellissimo premio. Insomma, più si legge e più si ha la possibilità di vincere.

E a proposito di letture, quello di ottobre sarà un mese tutto dedicato ai libri. Intorno alla Giornata delle Biblioteche, in programma per il 24 ottobre prossimo, la biblioteca di Vadena ha infatti organizzato diversi appuntamenti, a ingresso gratuito. 

Giovedì 13 ottobre alle ore 18 si svolge la presentazione del libro “The letters” di Daniela Nicoletti, con letture di Maria Pia Zanetti. Il romanzo racconta della storia di  Emily e Cassandra, che a fine ottocento, tra Firenze e l’Inghilterra, trovano nella corrispondenza l’unico modo per comunicare tra loro,  vittime di intrighi e di menzogne. Giovedí 20 ottobre alle ore 18 sarà invece protagonista il libro “Bolzano Novule” di Roberto Marino, sempre con letture di Maria Pia Zanetti. Come spiega l’autore, il libro parla di “vicende reali, alcune; ed altre immaginarie, molte… si racconta delle guerre, in varie parti del mondo; di quelle guerre delle quali sembra che l’umanità non possa proprio starne senza. Si parla di natura e di alberismo. Si racconta di nudità; nudità da interpretare prevalentemente come possibilità di mettersi a nudo spiritualmente, con autenticità ed originalità, con la voglia di essere se’ stessi.”

Gli appuntamenti per la Giornata delle Biblioteche continuano lunedì 24 ottobre con letture animate ad alta voce per bambini con “La Seggionia Blu”, dalle ore 9 alle 10 con la scuola primaria e dalle  ore 10.30 alle 11.30 con la scuola dell’infanzia. 

Autrice: Caterina Longo

Il sostegno delle Comunità amiche

La giornata internazionale dell’Alzheimer, svoltasi il 21 settembre scorso, è stata l’occasione per riunire tanti professionisti della cura e della relazione, volontari, familiari di persone con demenza, ma anche direttori di Rsa e amministratori di Comuni che hanno deciso di diventare “Comunità amiche”. Nella sua testimonianza, Roberta Lenzi traccia gli orizzonti e la spinta ideale di questa giornata speciale.

È appena trascorso il 21 settembre, giornata internazionale dell’Alzheimer e Sente-mente, come ogni anno, ha celebrato questo giorno speciale riunendo un gran numero di professionisti della cura e della relazione, direttori di Rsa, volontari, famigliari di persone con demenza e amministratori di Comuni che scelgono di allargare i loro orizzonti e trasformare la cultura del proprio territorio in direzione dell’accoglienza di chi vive con fragilità ed intraprendere il cammino per diventare una Comunità Amica di chi vive con demenza.
Trecento le persone che nel corso della giornata hanno potuto assaporare un modo diverso di approcciarsi alla demenza, mantenendo il focus sulla persona per non perdere di vista i valori fondamentali che restituiscono dignità e rispetto, al di là della diagnosi.
Eravamo presenti anche noi, pronte a riprendere i nostri passi per rinnovare l’intento di creare nei nostri territori di Vadena e Bronzolo, Comunità realmente Amiche delle persone con demenza. Un percorso già iniziato insieme tre anni orsono, che ha subito degli arresti dovuti alla pandemia ma che ha voglia di riprendere il passo per stare accanto alle famiglie che stanno vivendo questa realtà.
Ma… da dove iniziare?
La comunità amica inizia quando nel cuore di ogni cittadino germoglia il seme che riconosce e onora la persona che vive con demenza.
È dunque responsabilità di ognuno guardare ad un familiare, al vicino di casa, ad un concittadino, per come può ancora diventare grazie all’incontro con noi, oltre la diagnosi di demenza. La diagnosi non deve e non può essere una battuta d’arresto alla vita, che con altri presupposti, continua a pulsare.
Una comunità diventa amica delle persone che vivono con demenza quando, cambiando la narrazione, impara un nuovo linguaggio che valorizza la persona, il suo vissuto, la sua storia, i suoi valori. Quando conosce le persone e come percepiscono la realtà che vivono per entrare in relazione con loro e costruire una comunità inclusiva capace di offrire servizi degni di un paese che sa avere cura.
Ascoltare le persone con demenza, credere nelle loro abilità, credere nei loro sogni e desideri e nutrire la Speranza di portarli a compimento condurrà la comunità ad impastare gli ingredienti che aprono nuove prospettive di cambiamento e sgretolano pregiudizio e stigma che oggi ne costituiscono i principali limiti culturali e d’inclusione sociale.
Noi ci crediamo, ma abbiamo bisogno di tutti voi perché questo si realizzi. Nella foto in alto da sinistra: Letizia Espanoli, founder Sente-mente®Modello, Roberta Lenzi. In basso da sinistra: Giorgia Mongillo, sindaca Bronzolo – Michela Baraldi, Coordinatrice infermieristica Distretto Sanitario Laives-Bronzolo-Vadena, – Margot Pizzini, vice-sindaca Bronzolo.

Autrice: Roberta Lenzi

Sulle tracce del Limes dei Longobardi

La spietata repressione dei popoli delle regioni alpine compiuta da Druso e Tiberio, fu in grado di turbare l’impero. Cassio Dione descrive una valle dell’Adige desertificata da un punto di vista ambientale, economico e, soprattutto, demografico. Gli Isarci della Bassa Atesina e i Venosti sparirono dalla faccia della terra, Tridentini e Anauni sopravvissero grazie alla loro spontanea sottomissione. Ci vollero molti secoli per ricreare l’equilibrio tra territorio e popolazione, ripopolare i villaggi, rivitalizzare agricoltura e commerci. 

Durante la repressione di Druso e Tiberio gran parte degli uomini erano stati trucidati, le donne e i bambini deportati, i giovani in età di leva arruolati nell’esercito. Qualcuno era riuscito a fuggire sulle montagne per condurvi un’esistenza grama. Pochissimi erano rimasti sul posto per servire i nuovi padroni: l’antico, misterioso mondo dei Reti, che continua a meravigliarci, era uscito sconfitto, umiliato e dissanguato da questa battaglia epocale.
Il territorio della Bassa Atesina svuotato, formalmente aggregato al municipium trentino e alla regio X Venetia et Histria, rimase nella proprietà dello stato – per poi passare ai regnanti longobardi, ai re carolingi e, dall’anno 1027, agli ecclesiastici trentini. Si trasformò in zona militare a presidio del confine e, soprattutto, delle grandi vie di transito verso nord.
La situazione rimase immutata per secoli. Qualche soldato romano o retico congedato si accasò in Bassa Atesina e Oltradige (numerose le “ville” poi diventate masi) ma la vera rinascita di questo territorio non venne mai permessa: prova ne sia il fatto che nessuna città, nessun paese importante furono realizzati e quelli noti sono castra e castella a disposizione delle truppe alpine – da Endidae a Pons Drusi, da Sublavione a Vipitenum e Sebatum.
Detta situazione favorì l’insediamento dei popoli germanici che affluirono da nord e da est nel VI e VII secolo: ed in particolare i Longobardi, entrati in Italia dalla Pannonia con 100000 guerrieri, donne, vecchi e bambini subentrarono completamente nel sistema di organizzazione territoriale e di difesa esistente. Solo Carlo Magno, che sottomise i Longobardi di Desiderio nel 774, diede avvio a profonde riforme che condussero all’ordine tipicamente medievale dei nostri paesi.
Per quanto riguarda i confini tra i due popoli germanici stabiliti in Bassa Atesina, ossia Bavari (o Baiuvari) e Longobardi, va detto che in linea di massima i primi non scesero mai sotto Bolzano (e a volte persero anche questa), concentrata tra piazza Duomo e i Portici, i secondi, con sede ducale a Trento, arrivarono solo sporadicamente oltre Laives e fino a Merano o in Val d’Isarco.
Lo storico confine tra i due popoli imparentati (per origine ma anche per matrimoni) in Bassa Atesina correva dunque dal Virgolo verso Castel Firmiano (più o meno lungo l’attuale percorso dell’autostrada e dell’Isarco) e poi fino ad Appiano. Da Caldaro in giù era Trento, ducato longobardo. Tra Laives, Unter- e Oberau esistevano una serie di postazioni di arimanni (ce lo ricorda anche il nome Manee del Wuerstlhof) al servizio del dux di Trento.
Gli arimanni, liberi contadini armati, cui lo stato concedeva terreni per il periodo del loro servizio, si riunivano in arimannie, villaggi compatti e autonomi da ogni punto di vista, rivolti al loro sostentamento e alla difesa del territorio. Al contrario, i Bavari prediligevano insediamenti disseminati sul territorio chiamati Streusiedlungen.
Da un punto di vista militare, il confine tra Laives e Bolzano era dunque presidiato da un’arimannia con sede a Civitas (poi corrotto in Sibidad o Schibidad nei secoli successivi), vecchio nome di un insediamento ai piedi del Virgolo, cui facevano riferimento il Castellum Formigar (Castel Firmiano), il Castrum Appianum e Castel Weinegg. La linea di confine saliva fino a Seit/Schneiderwiese (snaida) e il Colle per raggiungere la Titschenwarte (Waita), Nova (Novum) e Lavazè che con la Val di Fiemme erano territorio longobardo, la Val d’Isarco bavaro. Insomma, furono due popoli germanici a gettare le basi per una suddivisione del territorio rimasta invariata per molti secoli.

Autore: Reinhard Christanell