Il mistero dei birilli d’oro di Neuhaus

Terlianum, ad Teriolanos, Teriolanum, Turlanum sono alcune delle  denominazioni note del paese di Terlano, da sempre posto al confine tra Burgraviato e Bassa Atesina. Oggi il paese fa parte del comprensorio Oltradige-Bassa Atesina ma rimane la porta principale verso il Meranese, la Val Passiria (che qui vantava antichissimi diritti di pascolo) e il Passo Resia. 

Il nome del paese tradisce il suo passato romano, simile a quello di altre località di questo territorio attraversato dalla strada più importante dei Romani, la via Claudia Augusta verso Augsburg / Augusta. La funzione di questo paese fu probabilmente quella di punto di raccolta del grano e di altre vettovaglie per le truppe in transito verso la Germania conquistata da Augusto. Nel XV e XVI secolo il paese fu invece al centro di una vera e propria febbre dell’oro in stile Far West. Decine di miniere furono aperte nella montagna tra la località Klaus e la strada per Meltina e oltre un migliaio di minatori portarono alla luce una grande quantità d’argento che una volta fuso prendeva la via per l’Italia. I principali “imprenditori” del settore furono i notissimi Fugger di Augsburg, all’epoca i banchieri più ricchi d’Europa, e il potente Ordine Teutonico con sede in via Weggenstein a Bolzano. Nel XVII secolo l’attività cessò repentinamente e al paese rimase solo il ricordo di un grande sogno.

L’edificio più noto del luogo è la cosiddetta Nova Domus o Neuhaus, un castello  costruito su un dosso roccioso a 400 m di altezza. A livello strada esisteva già un altro castello, più accessibile, di cui oggi rimangono solo alcuni ruderi. Secondo il codex Wangianus, il 15 marzo 1184 il conte Enrico chiese al vescovo di Trento Alberto il permesso di erigere un castello in quel punto, permesso che il vescovo ovviamente negò. In quel periodo i conti del Tirolo condividevano con i vescovi trentini il potere sulla contea di Bolzano, di cui Terlano faceva parte. La località si chiamava Selsi o semplicemente Sels. A quel punto il conte di rivolse direttamente all’imperatore Federico I che respinse a sua volta la richiesta. Ciononostante,  i conti edificarono la loro fortezza che si contrappose subito a quella vicina di Greifenstein. Nel1206 viene citata per la prima volta la Nova domus, la casa nuova presso Terlano.

Dal 1337, dopo molte vicissitudini e oltre quarant’anni in stato di abbandono, il castello fu preso a dimora dalla nuova padrona del Tirolo Margarethe, poi denominata – come il suo castello –  volgarmente “Maultasch”. Di questa contessa è nota la predilezione per Neuhaus e sembra che qui di dilettasse nel gioco dei birilli. Secondo la leggenda disponeva di cinque birilli e una boccia d’oro poi rubati e sepolti da un servitore infedele. Nessuno riuscì mai a ritrovarli in quanto li custodiva il diavolo in persona. Con il passaggio alle armi da fuoco, l’importanza di queste fortezze calò rapidamente e i nobili si stabilirono prevalentemente in città. Anche per Neuhaus la decadenza fu rapida e già nel XVII secolo Marx Sittich von Wolkenstein ce la descrive come un rudere abbandonato.

Per quanto riguarda il nome con cui il castello è noto ancora oggi, Maultasch, varie sono le interpretazioni che se ne sono date. Qualcuno parla della bruttezza (mai provata) della contessa, altri narrano leggende diverse. Beda Weber riferisce di una ragazza che si fece turlupinare da un brutale cavaliere residente nel castello, che la  cacciò dopo otto mesi incinta. Il cacciatore che l’aveva avvertita dei pericoli di un incontro con lo scorbutico personaggio la punì con un manrovescio, in tedesco Maulschelle. Tatschen in tedesco equivale a picchiare, da cui il nostro Maultasch. 

Un’altra leggenda raccolta da Ignaz Zingerle narra appunto dei 5 birilli e della boccia d’oro nascosti nei sotterranei del castello e oggetto del desiderio di molte persone regolarmente scacciate dal diavolo. Un’infinità di leggende riguarda infine la presenza di una dama d’altri tempi nei pressi del castello, intenta a pettinarsi i lunghi capelli e a piangere e gemere tanto da spaventare i passanti. Qualcuno riuscì perfino a parlare alla melanconica figura che non riusciva a trovare pace ma il mistero della sua presenza nei pressi di Neuhaus non fu mai chiarito.

Autore: Reinhard Christanell

I giovani tra fede e speranza

// Di Niccolò Dametto

Michele Dalla Serra è da non molto il nuovo referente del settore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Bolzano Bressanone. Questo compito è sempre stato affidato a un sacerdote, ma ora per la prima volta l’ambito viene coperto da un teologo laico per tutti i tre gruppi linguistici. Attirare i giovani al mondo della chiesa risulta sempre più difficile oggigiorno, una vera sfida che Michele, classe ’93, ha preso a cuore. Con lui oggi andremo a scoprire cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate e come i giovani vedono la chiesa cattolica.

Come ti sei avvicinato alla religione fino poi ad arrivare a fare questo lavoro?

Sono cresciuto a Bolzano in un ambiente parrocchiale. I miei genitori mi portavano nella chiesa della Visitazione, ho frequentato lì la catechesi e i campi scuola estivi. È sempre stato il mio ambiente. Poi quando ho iniziato le superiori mi sono aggregato ad un gruppo di miei coetanei che si trovava alla Parrocchia dei Tre Santi e sono cresciuto assieme a loro, con esperienze, gite in montagna e viaggi organizzati dalla Pastorale Giovanile. Facendo queste esperienze con il tempo mi sono offerto nel dare una mano nell’organizzazione; una cosa tira l’altra e finite le superiori ho iniziato a dare una mano più sostanziosa sempre su base volontaria, fino a quando non mi è stato offerto un lavoro part-time dall’azione cattolica.

Poi ad ottobre nel 2022 la Pastorale Giovanile stava cercando qualcuno che si impegnasse nel coordinamento delle attività del gruppo linguistico italiano e del gruppo linguistico tedesco, allora mi sono candidato ed eccomi qua.

La tua fede come ti ha influenzato in questo percorso?

Sicuramente è stato un percorso di crescita. Quando le cose vanno bene, viene facile avere fede, quando invece le cose non vanno mi chiedo sempre perché lo faccio. Sicuramente non lo faccio per me: lo faccio sempre nell’ottica del servizio. Fede e servizio sono due parole che vedo molto legate tra di loro.

Che rapporto hanno i giovani con la chiesa rispetto alle generazioni passate?

In passato c’erano meno proposte e i giovani erano meno ribelli, avevano meno voglia di autodeterminarsi e fare di testa loro. Quindi era più facile per le famiglie trasmettere ai propri figli il loro spirito religioso.

I miei genitori sono cresciuti frequentando l’oratorio, come molti dei loro coetanei. Oggi non tutti i genitori d’oggi hanno avuto un passato parrocchiale, e quindi la chiesa viene vista solo come una istituzione e non si propone più ai ragazzi di andare in parrocchia. Molti genitori delle generazioni passate raccontavano le loro esperienze positivi ai loro figli e questo sicuramente aiutava: i figli si fidavano di più.

Come li vedi i giovani d’oggi?

Quello che vedo adesso è che c’è più un senso di ribellione, di fare di testa propria. Non ho ancora capito se è per mancanza di voglia, per i troppi impegni o per il troppo stress.

Insegnando religione in un liceo mi sono reso conto che i ragazzi d’oggi sono stressati in generale. Alcuni arrivano a scuola già spremuti: tra compiti, sport e lezioni se gli si fa una proposta ulteriore diventa facile che ti dicano di no.

Da un lato c’è questo abbondare di proposte, impegni e stress, dall’altro (in modo implicito/silente) c’è un fortissimo desiderio di approfondire alcune tematiche. Anche sulla scia del post-Covid a lezione si fanno un sacco di domande, non solo sul futuro ma anche sul presente. E, secondo me, rispetto a queste domande manca spesso l’occasione per metterle in comune e discuterle assieme.

Perché si parla poco di religione tra i giovani?

L’estate scorsa abbiamo fatto un campo estivo con la parrocchia e una delle difficoltà che emergeva dai ragazzi (che erano quasi tutti delle superiori) è che oggi se dicono in classe che vanno a messa o fanno parte di un gruppo parrocchiale, a loro viene attribuito lo stigma dello sfigato e quindi magari tanti si vergognano di raccontare questa loro esperienza. è stato interessante: quando ne abbiamo parlato alla fine si sono trovati ad essere ben in sei in una classe di venti alunni che stavano facendo questa esperienza, ma non ne avevano parlato tra di loro.

Secondo me, è perché si ha paura di venire etichettati anche perché ultimamente la chiesa istituzione viene criticata molto. Ma essere chiesa in realtà è una cosa diversa da quello che normalmente si pensa. Si ha paura di porsi delle domande per la paura delle risposte. Il tema della fede presuppone di farsi domande tutti i giorni per crescere, per mettersi in discussione.

Come si fa ad attirare i giovani affinché prendano parte alle iniziative religiose?

Secondo me la strategia della testimonianza e dell’esempio è senz’altro quella più efficace. Se esprimo ai giovani le mie emozioni e faccio capire loro che quella cosa lì muove anche me, la testimonianza senz’altro ha effetto. Magari non viene recepita subito ma viene presa messa lì da qualche parte e poi magari dopo qualche anno viene tirata fuori, perché qualcuno capisce cosa ha voluto dire fare quell’esperienza. In ogni caso che vengano tre ragazzi oppure cento per me tutti sono importanti ed è importante che tutti riescano a vivere bene quell’esperienza.

Ai giovani che messaggio vuoi lanciare?

Dico loro: se per un periodo le cose vanno male devi pensare che poi passa, e allora intanto prova a vedere il bello che ti dà il ritmo per andare avanti. Comunicare questo ai giovani è determinante. Perché poi iniziano a fidarsi di più e a capire che con la fede la vita non è un sogno dove va tutto alla perfezione ma che ognuno ha le proprie difficoltà ma anche le sue gioie. Per me avere fede è un valore aggiunto, mi dà ha una marcia in più per ripartire: è una speranza a lungo termine.

Che cosa deve assolutamente avere un buon cristiano?

La speranza. Se non abbiamo la speranza non possiamo ritenerci cristiani. Però non deve essere una speranza del “che vadano bene le cose”, ma un “io credo che le cose vadano bene”, “spero di capire come farle andare bene”, e “spero che succeda nei tempi giusti”. Occorre essere sicuri che prima o poi ci sarà una svolta e credere in quella sicurezza vuol dire appunto aver fede.

Come si fa poi a mantenere la fede?

Da bambino hai una fede giovane e acerba. Hai le tue scarpette piccoline. Se quando cresci ti allontani dalla fede, ti ritrovi poi ad essere adulto e avere ancora le scarpe da bambino. Ti senti ridicolo, non le vuoi più mettere quelle scarpe. Ma come cresce il piede, devi anche cambiare la scarpa. Ciascuno deve crescere nella fede facendosi delle domande, confrontandosi con gli altri, capendo se anche loro si fanno le stesse domande e come si possono trovare dei punti in comune. La dimensione tanto sottolineata dal Papa della fraternità è questa: stare insieme, confrontarsi insieme per cercare di trovare una soluzione ai problemi di tutti.

Verso una Laives senza plastica

Non c’è voluto neanche troppo tempo: un colloquio, una richiesta formale, e poi la sigla sul protocollo d’intesa. È stato firmato nei giorni scorsi l’accordo di collaborazione fra il Comune di Laives e Plastic Free, che promuove iniziative di sensibilizzazione, di raccolta della plastica e dei rifiuti non pericolosi. “Era quasi un atto dovuto, visto che Laives sta divendando sempre più sensibile al tema dell’ecologia”, spiega Ornella Libardoni, referente di Plastic Free per Laives, Bronzolo e Vadena.

// Di Luca Masiello

La firma al protocollo d’intesa fra l’amministrazione comunale laivesotta e l’associazione Plastic free è stata apposta qualche giorno fa dal sindaco Christian Bianchi e dalla referente Ornella Libardoni.
All’atto erano presenti anche l’assessore Bruno Borin, la consulente ambientale Claudia Cornaviera e l’architetta Alessandra Montel.
Si è trattato di un momento importante per l’associazione ambientalista e per tutta la comunità locale.
Ornella Libardoni, come siete arrivati a questo accordo?
è successo tutto in maniera quasi del tutto spontanea, come naturale doveva essere la sottoscrizione di questo protocollo. Negli ultimi anni Laives infatti si è dimostrato a più riprese un Comune davvero virtuoso, attento alle problematiche ci stanno tanto a cuore. Hanno eliminato la plastica dagli uffici e dalle mense scolastiche: quesot vuol dire niente bottigliette, niente piatti o stoviglie monouso, e se si calcola che solo alla mensa si servono oltre 1400 coperti al giorno, non è un’azione da poco. Eppure c’è ancora tanta maleducazione da parte dei cittadini. Così ho pensato di parlare con l’assessore Bruno Borin proponendogli si stipulare questo accordo e lui ha organizzato un incontro con sindaco e il protocollo è stato finalmente firmato.
Che cosa prevede questo protocollo d’intesa?
L’amministrazione comunale si impegna a sostenere le attività promosse dalla nostra organizzazione di volontariato offrendo il suo patrocinio gratuito e garantendo l’intervento della Seab per il ritiro dei sacchi contenenti i rifiuti di plastica raccolti durante le nostre iniziative, i cosiddetti “clean – up”. Inoltre il Comune ci assicura priorità di intervento alle segnalazioni di abbandono di rifiuti effettuate da noi volontari ma anche dei semplici cittadini.
In che modo?
Noi di Plastic Free sorvegliamo le strade ed i paesi con un occhio clinico, ma chiunque può segnalare l’abbandono illegale dei rifiuti. Basta chiamare lo Sportello Rifiuti al numero verde 800 046119: nel giro di pochissimo interviene una squadra per ripulire la zona.

È davvero così grave la situazione in Bassa Atesina?
Purtoppo devo rispondere in maniera affermativa. Qualche settimana fa abbiamo organizzato un clean – up dedicato esclusivamente ai mozziconi di sigarette. Eravamo in otto, sette volontari più l’assessore Borin, ed abbiamo battuto via Kennedy su ambo i lati dall’altezza della Despar fino alla fermata del bus di fronte alla pizzeria “Crosara”. Risultato: tre chili di mozziconi raccolti: non ci potevamo credere. Nei pressi dei bar, alle fermate degli autobus, intorno ai tombini e persino accanto ai cestini muniti di posacenere ci sono cicche buttate a terra. È indispensabile trovare un modo per sensibilizzare la popolazione, far capire loro che un filtro ci mette fino a quindici anni per degradarsi, e rilascia nell’ambiente una quantità incredibile di veleni. I fumatori sembra che non ci pensino, forse credono che non sono infestanti, o forse quel gesto di spegnere la sigaretta ovunque è ormai un meccanismo automatizzato. Noi ci stiamo provando, ci stiamo mettendo tutto il nostro impegno; assieme alla collega Martina Puentes abbiamo coinvolto un bel numero di volontari mettendo manifesti, andando nei negozi e impegnandoci sui social.

Quali sono i prossimi passi, avete delle azioni in programma?
Adesso stiamo lavorando per siglare un protocollo simile anche con il Comune di Vadena, ma dal punto di vista delle azioni di pulizia non abbiamo ancora niente in programma: fa troppo caldo. Verso la metà di settembre però ci recheremo per tre giorni al Lido di Tarquinia, dove ci sarà un raduno dei referenti di tutta Italia: sarà un’ottima occasione per conoscere altri volontari, confrontarsi con altre realtà e dunque far tesoro di nuove nozioni da importare nei nostri paesi della Bassa Atesina.

Le paludi di Maszauco e Sangonario

Fin dai tempi antichi, l’odierno Alto Adige – o terra in montanis – è stato scarsamente popolato. In altura la vita era possibile ma faticosa, in gran parte delle vallate impossibile a causa delle vaste paludi che le occupavano. Sarà anche per questo motivo che gli intraprendenti Romani, nei 500 anni di loro dominio, non vi hanno mai fondato nessuna città degna di questo nome.

Lungo l’Adige le paludi iniziavano nella zona di Cermes e arrivavano fino a Missiano; in Bassa Atesina, dal Lago di Caldaro fino a Magrè si estendeva un’unica grande palude. Più a sud, da Roverè della Luna fino a Deutschmetz (Mezzocorona) e tra Welschmetz (Mezzolombardo) e Zambana si trovava un’altra palude. Anche sulla riva sinistra del fiume la situazione non era migliore: da Gargazzone fino a Settequerce e poi tra l’Agruzzo e Laives, tra Bronzolo e Vadena e a Ora, Egna e Salorno il territorio era estremamente paludoso e quindi poco ospitale.
Queste paludi “storiche”, hanno lasciato traccia anche in vari documenti più o meno antichi. Nella famosa lettera di San Vigilio, “ricomposta” nel 1191, la palude di Caldaro compare con il vecchio nome di Maszauco, quella di Termeno viene denominata Sangonario. Evidentemente questi toponimi risalgono perlomeno all’epoca romana o forse addirittura preromana. In queste paludi millenarie, formate dal deflusso “spontaneo” e dal ristagno delle acque dell’Adige, non sono mai esistiti veri e propri insediamenti umani che invece sorgono sui declivi alluvionali pedemontani.
Le paludi, molto temute per le febbri malariche, venivano utilizzate prevalentemente come pascoli, dato che i pochi terreni asciutti lungo la valle erano adibite alla coltivazione dei vigneti e dei cereali. Perciò erano spesso contese tra i comuni di Caldaro, Termeno, Cortaccia e Egna e frequentemente scoppiavano delle liti anche in sede giudiziaria.
Oltre a questi comuni, anche la Magnifica Comunità di Fiemme possedeva ampi diritti di pascolo sulle paludi della Val d’Adige. Inoltre, i pastori della Val Senales, della Val Passiria, della Val Sarentina , della Val di Fassa e della Val di Cembra li sfruttavano in certi periodi dell’anno.
La palude di Maszauco compare per la prima volta nella lettera di San Vigilio del IV secolo (poi trascritta una prima volta nel 1022 dal diacono Ermagora) come una delle località facenti parte della parrocchia di “Caldare” insieme a “Bugnane / Penon, Corone / Corona, Curtasze / Cortaccia, Trominum / Termeno, Castello / Castelvecchio, Amurasca / Pianizza di Sopra, Ad lacum / San Giuseppe al lago.
Nei documenti notarili del XIV secolo il nome Maszauco viene indicato spesso come Mazoch, forma tedeschizzata dell’antico toponimo. Si ipotizza che il nome derivi dal latino medievale mansacium (fienile, grande stalla), ma la cosa è tutt’altro che certa. La palude di Maszauco arrivava dal Lago di Caldaro fino a Magrè ed apparteneva ai comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia.
La situazione migliorò verso il 1242, quando venne realizzata un canale di scolo dal lago verso l’Adige. All’epoca di Heinrich von Rottenburg, nel 1320, il comune di Caldaro fece costruire un ulteriore fossato che questa volta arrivò fino a Villa di Egna. In secoli successivi e almeno fino al 1785, questo grande canale arrivò fino a San Floriano.
La palude Sangonario, molto insidiosa, era attraversata da uno stretto sentiero pietroso denominato “Steinweg” che arrivava fino a Gmund / Monte e poi all’Urfahrhof, maso sull’argine dove in assenza di un ponte era possibile farsi traghettare sull’altra riva. I terreni alluvionali lungo gli argini dell’Adige erano chiamati “Haertneren”, i più rigidi, e venivano sfruttati per realizzare piccoli vigneti che puntualmente venivano spazzati via dalle piene del fiume. La grande piena del 1757 alzò le acque del fiume di quasi due metri. Dopo la realizzazione della Fossa grande di Caldaro, che dal lago portava a Mezzocorona, e la costruzione di numerosi canali laterali e minori, il livello del lago scese di mezzo metro. La fossa grande fu realizzata su progetto dell’ing. Joseph von Zallinger di Bolzano, che nel suo maso di Vadena aveva già eseguito con successo numerose opere di bonifica e messa in sicurezza degli argini dell’Adige. La fossa era larga 5 metri e profonda 1,80. Con l’inizio della bonifica della palude di Maszauco e la parcellizzazione della stessa all’epoca dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria si arrivò finalmente a realizzare quell’enorme distesa di vigneti e frutteti che ancora oggi si possono osservare in Bassa Atesina.

Reinhard Christanell

Un libro per restituire la memoria dei caduti

Il primo libro si era rivelato uno scoop: per la prima volta si parlava di quella guerra lontana ma vicina anche al pacioso Alto Adige; per la prima volta si affrontava il tema della Legione straniera senza romanticismi, così come per la prima volta il Vietnam non evocava atmosfere à la Oliver Stone. Due anni dopo Luca Fregona si è trovato “costretto” a pubblicare un altro volume in cui si concentra su altre storie di Legionari la cui memoria, altrimenti, sarebbe andata perduta nelle scartoffie di qualche impolverato ufficio francese.

Sette vite, sette personaggi, sette storie impresse nero su bianco su oltre 300 pagine capaci di trasportare il lettore in quell’inferno sconosciuto vissuto da giovani italiani che hanno combattuto in Vietnam nella prima guerra d’Indocina dal 1946 al 1954 con la Legione straniera francese. Racconti d’avventura dal taglio cinematografico, se si vuole, e a tratti anche piuttosto crudi, narrati da quel Luca Fregona – cronista che ha “semplicemente” raccolto le testimonianze di chi quella guerra l’ha vissuta in prima persona, come Legionario o come famigliare. Ed è proprio dai parenti di chi ha indossato il Kèpi bianco che è partita la necessità – come la chiama l’autore – di trovare altre storie, di indagare sul passato di chi dopo la Seconda guerra mondiale si è arruolato in quell’esercito esotico. Il titolo del libro è “Laggiù dove si muore” (Ed. Athesia), e da un certo punto di vista rappresenta un omaggio a chi si è affidato nella mani di Fregona per ritrovare la vita dei propri cari che sono scomparsi nel nulla dall’altra parte del Globo.

Qual è stata la molla che ha fatto scattare l’ispirazione per questo secondo libro?
“Soldati di sventura” è stato per me un successo, e non sto parlando delle vendite; già mentre lo scrivevo mi ero reso conto di aver raccontato una storia ancora non scritta e di aver scovato una notizia del nostro passato che in qualche modo noi italiani avevamo dimenticato. E dopo la pubblicazione ne ho avuto la conferma: mi sono arrivate decine di messaggi e telefonate di famigliari di altri Legionari che avevano fatto il Vietnam. Mi dicevano “finalmente qualcuno che può darci delle risposte, perché dei nostri parenti non sappiamo niente, nemmeno dove sono sepolti”. Li ho contattati, ci siamo incontrati, mi hanno messo a disposizione una mole enorme di materiale: fotografie, lettere, cartoline, ritagli di giornale, frammenti di divise, croci al merito, encomi e libretti militari. E da qui mi sono attivato attraverso quei canali che avevo già rodato con il primo libro.

Non deve essere stato un lavoro facilissimo…
No, infatti, anzi. I morti ufficiali italiani nell’elenco dei caduti sono 525, ma a questi va aggiunta qualche centinaia di dispersi. Per loro c’era poco da fare, le famiglie all’epoca non sapevano a chi rivolgersi, si perdevano nella burocrazia e poi desistevano. Come il caso di una famiglia di Bressanone che ha perso il figlio in Indocina e mi aveva chiesto aiuto: ho scoperto che si era arruolato a 16 anni, l’ultima lettera che aveva mandato a casa era del gennaio del ‘54, poi è stato dato per disperso. Non sono riuscito a scoprire altro, è stato frustrante.

Però con altri dispersi la ricerca ha avuto successo.
Già, come nel caso del bolzanino Alfredo Decarli, di cui la famiglia non sapeva più nulla da settant’anni. È stata la sorella di questo soldato a contattarmi tramite la parlamentare Biancofiore, che aveva svolto senza successo delle indagini per conto suo presso l’ambasciata francese. Era partito a 18 anni da Bolzano per amore. Lui era di estrazione umile, si era innamorato follemente di una ragazza che lo corrispondeva; solo che lei apparteneva ad un livello sociale leggermente superiore, così i famigliari erano contrari al loro matrimonio. Allora lui si arruola nella Legione straniera senza dire niente a nessuno, con l’illusione di mettere da parte, in quei cinque anni di servizio, i soldi necessari per ottenere l’assenso dei futuri suoceri. Appena arrivato all’addestramento in Algeria, però, capisce subito di aver commesso un errore madornale, anche perché lei non condivide questa scelta e lo lascia con una lettera. Lui arriva in Indocina nel marzo del ’54. Il 13 aprile si offre volontario per essere paracadutato a Dien Bien Phu pur non avendo mai fatto un lancio in vita sua. Il 18, giorno di Pasqua, viene lanciato sulla conca e il 19 muore per le ferite riportate in combattimento. La sorella di Decarli mi aveva chiesto aiuto perché a lei non avevano detto nulla di tutto ciò. La sua famiglia era stata convocata in questura, e qui avevano detto loro che il loro caro era morto, ma non dove, come e quando. Invece grazie ai miei preziosi canali sono arrivato ad ottenere un fascicolo grazie al quale ho scoperto la vicenda e che il ragazzo era stato addirittura decorato con stella d’argento.

Fra le sette c’è anche la storia di un meranese.
Ildo della Torre di Valsassina, nonno dell’ex segretario del Pd Alessando Huber. Sono andato a trovare la moglie e uno dei figli che vivono in provincia di Trieste, dove si era trasferito dopo la guerra in Indocina. Mentre gli altri Legionari di cui parlo erano migranti economici, o comunque disperati che entravano in Francia da clandestini e poi convinti o costretti ad arruolarsi per evitare la prigione, lui ci era andato perché era un fascista convinto, seppur giovanissimo. Ancora minorenne si arruola volontario nei Battaglioni Giovani Fascisti, combatte in Libia, viene ferito, fatto prigioniero; finita la guerra, a 24 anni, si sente dalla parte degli sconfitti, si nasconde e poi si arruola nella Legione straniera. Viene impiegato nel Terzo Reggimento di fanteria in una delle zone più sanguinose, dove c’è una guarnigione perennemente sotto attacco. L’Indocina lo cambia, rientra in Italia e si ricostruisce una vita contraddistinta da un grande impegno civile. Una volta a Bolzano, poi, si rivolge al giornale Alto Adige per raccontare la sua storia in forma anonima, indicando solo il numero di matricola.

E poi c’è quella in “presa diretta”, narrata da Giorgio Cargioli di La Spezia.
Una persona meravigliosa, un uomo onesto con cui è stato facilissimo legare, tanto che siamo diventati amici. Ha 88 anni, la memoria e la grinta di un ventenne; sono stato a casa sua tre giorni e mi ha anche mostrato un memoriale che aveva scritto qualche anno fa. Grazie ai nomi che ricordava dei suoi commilitoni che gli erano morti sotto gli occhi sono riuscito a risalire al ruolino di marcia del suo battaglione, e quindi ad ogni dettaglio delle battaglie. Lui è un caso molto particolare: a 18 anni si arruola per evitare la prigione dopo essere entrato clandestinamente in Francia; durante l’addestramento tenta di disertare, ma gli va malissimo. Lo mettono subito in prima linea in Indocina, e dopo l’armistizio del ‘54 gli restano tre anni da fare in Algeria, dove stava esplodendo un’altra guerra. Stanco dei massacri diserta e passa con i Viet, che lo rinchiudono in un campo di prigionia per otto mesi; poi gli offrono due possibilità: restare in Vietnam per sempre a costruire il socialismo o tornare nelle mani dei francesi. Lui voleva tornare in Italia, quindi sceglie la seconda opzione. Ma la corte marziale di Saigon lo condanna a due anni di carcere, a cui si aggiungono i tre anni di Legione che rimanevano. Poi però, sulla nave prigione che lo sta riportan do in Algeria, 104 disertori si ammutinano e riescono per una mezzora a sopraffare i gendarmi, lui riesce a buttarsi a buttarsi in mare nel Canale di Suez e salvarsi. Una fuga così clamorosa che finì sui giornali di tutto il mondo.

Autore: Luca Masiello

Un bolzanino in Islanda in sella alla sua bicicletta

Un’avventura tra venti gelidi e paesaggi da sogno in Islanda. È stato il viaggio realizzato da Bartolomeo Sailer insieme alla sua compagna nell’estate 2021. Originario di Bolzano, Bartolomeo vive da tempo a Bologna, dove lavora come musicista elettronico – conosciuto come Wang Inc. Dietro il musicista si nasconde un ambientalista convinto: Bartolomeo da anni ha rinunciato all’auto e per gli spostamenti usa la bicicletta, facendone una filosofia di vita.

Com’è andato questo viaggio in bici alla scoperta dell’Islanda?
Lo abbiamo intrapreso nel 2021, è stato il regalo che ci siamo fatti per i nostri 50 anni. L’Islanda è una delle mete del ciclismo estremo, nel senso che tu vai in un ambiente inospitale per l’essere umano a prescindere. Se poi vai in bicicletta, che comunque è un mezzo di trasporto dove sei in balia degli elementi meteorologici, diventa tutto ancora più difficile. Per il viaggio abbiamo comprato due biciclette del genere Gravel, che sono biciclette leggere che però sono in grado di montare ruote grosse come quelle di una mountain bike, su cui noi abbiamo montato dei copertoni lisci, ideali per il nostro tipo di viaggio. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli, calcolato la durata delle tappe e previsto le soste. Tempo due giorni e sono saltati tutti i piani, in quanto alla mia compagna Simona è partito un dolore al ginocchio che non le permetteva di pedalare. Ci siamo dovuti fermare nel primo campeggio disponibile e da lì abbiamo dovuto ri-pianificare il viaggio, prevedendo una lunga pausa per far passare l’infiammazione. E poi ci siamo trovati a rincorrere le tappe perché avevamo fatto delle prenotazioni. Abbiamo dormito molto in tenda, nei sacchi a pelo, ma ogni settimana avevamo previsto una tappa con un tetto sopra la testa, sia per rimettere in sesto le cose che per dormire in un letto.

Siete riusciti a rispettare il piano di viaggio?
Avevamo in programma di fare il giro completo dell’isola, compresa una penisola che viene chiamata i fiordi dell’Ovest. La abbiamo saltata per questioni di tempo. Inoltre ci siamo trovati ad affrontare situazioni con vento molto forte dove a fatica siamo riusciti a stare in piedi a spingere le bici a mano. Il tutto nel nulla. Sono momenti in cui devi arrivare a patti con te stesso. Dopo una notte passata con la tenda che ci si schiacciava in faccia dal vento, abbiamo deciso di prendere un bus per evitare di farci veramente male. Invece dei 1400 km previsti, ne abbiamo fatti 800 in bicicletta e circa 400 coi mezzi pubblici.

Quanto costa un viaggio così?
Noi abbiamo speso 3.500€ a testa in 35 giorni, quindi 100€ al giorno: il cibo costava cifre esorbitanti. E parlo del supermercato. Una volta siamo andati al ristorante: per due hamburger e 4 birre abbiamo pagato 80 €.

Tornerete?
Assolutamente sì, per andare a vedere i fiordi dell’Ovest. E poi vorremmo attraversare il centro dell’Islanda, dove, a parte qualche bivacco, non c’è nulla. Chi affronta quel percorso è un po’ come se viaggiasse su Marte. Deve essere una esperienza unica!

Autore: Till Antonio Mola

L’ “Ospedale dei Pupazzi” contro la paura

Come far passare ai bambini la paura del dottore e del Pronto Soccorso? Lasciando curare il proprio amico di pezza dai volontari della Croce Rossa di Laives. Un’iniziativa per tornare vicino alla popolazione, cominciando dai più piccoli.

Non sarà un’estate con le mani in mano per i volontari della Croce Rossa del comitato laivesotto: diverse le presenze programmate in occasione dei tanti eventi estivi in calendario per il comune di Laives, dove il comitato sarà presente con un’iniziativa davvero speciale rivolta ai bambini.
Ce la siamo fatta raccontare dalla referente dei volontari di Laives Sandra Clemente e dalla sua vice Alessia Comunello, in occasione del secondo di questi incontri, svoltosi mercoledì 5 luglio a Pineta.
“Dopo oltre due anni di blocco forzato, a causa principalmente del Covid – spiega Sandra – come volontari della Croce Rossa abbiamo deciso che l’estate era un buon momento per ricominciare a essere vicini alla cittadinanza”. Si è scelto quindi di ripartire dai più piccoli e, dalla creatività di Alessia, è nato così l’“Ospedale dei Pupazzi”, un modo per affrontare coi bambini la paura dei dottori e del Pronto Soccorso, trasformando i loro amici di pezza in veri e propri pazienti. I piccoli – già nel primo appuntamento svoltosi il 16 giugno a Laives – attendevano pazientemente in fila il proprio turno per sottoporre i propri pupazzi alle solerti cure dei volontari della Cri. Volontari che, come sottolinea Sandra, vengono anche dal comitato di Bolzano, creando una sinergia tra comitati volontari del territorio che sfocerà, a partire da settembre ,in una bellissima iniziativa, Universo Cri, in cui ogni settimana verranno proposti incontri con la cittadinanza su svariate tematiche presso la sede della Croce Rossa in Viale Trieste a Bolzano.
Ma torniamo all’ospedale dei pupazzi: un evento che per la prima volta si è svolto in Alto Adige e il fatto che questa prima volta sia stata a Laives è naturalmente motivo di orgoglio per la referente e la sua vice – un binomio vincente il loro, tra il resto caso unico in Alto Adige – dove un referente, Sandra in questo caso, che si definisce il braccio operativo della coppia – ha una propria vice che, nel caso di Alessia, si occupa più che altro della parte burocratica, assolutamente essenziale anche nell’universo del volontariato. Naturalmente, questa iniziativa non poteva che trovare il pieno appoggio anche della responsabile dei volontari, la dottoressa Monika Schivari, perchè ha contribuito a riavvicinare la cittadinanza a una realtà fondamentale per il territorio.
“Questa iniziativa ci ha mostrato, tra il resto – continua Sandra – come i nostri bimbi, in questa società frenetica, abbiano ancora voglia e bisogno di fantasia”.
“Il mio cagnolino si è fatto male in un incidente con la Ferrari”, racconta uno dei bambini per esempio”; “Pesa tanto perchè mangia sempre tanto gelato”, si preoccupa una bimba per il suo orsetto un pò troppo “in carne”.
Incuriositi e affascinati anche gli adulti, dimostrando una risposta così positiva che il comune ha richiesto la presenza dello stand dell’ospedale dei pupazzi anche in altre iniziative previste a San Giacomo e ancora a Laives nel corso dell’estate. Occhio quindi al calendario delle iniziative del comune.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Manfred Joppi, una vita da pompiere

C’è una bella differenza fra il lavorare come Vigile del fuoco in servizio permanente a prestare servizio come volontario, e non certo solo per le ore di lavoro: lo sa bene Manfred Joppi, che dopo 37 anni da professionista ora si sta quasi godendo dei benefici della vita da pensionato. E quel “quasi” non è a caso, perché Manfred ha scelto di proseguire nel volontariato nella caserma di Salorno.

È stato proprio in questa caserma che Manfred Joppi ha capito che quella del Vigile del fuoco poteva essere la propria strada: “Mio padre e mio fratello erano volontari e anche uno dei miei nonni era volontario; quindi alla fine, nel 1981, sono diventato un volontario perché era una tradizione di famiglia. Quando poi è stato pubblicato il concorso per diventare Permanente, nel 1986, ho partecipato, ho vinto e da lì è iniziato il tutto”, racconta il professionista, che, parallelamente al lavoro, ha anche ricoperto l’incarico di comandante per ben tredici anni nel corpo dei volontari di Salorno. “Ma – ricorda – sono anche stato vicecomandante e ho raggiunto il grado di capo reparto e capoturno in qualità di permanente”.

Manfred Joppi, come si diventa e cosa significa essere un Vigile del fuoco?
Nel mondo del volontariato si entra quasi sempre per caso, magari perché c’è l’amico che fa parte, c’è una storia o tradizione di famiglia… poi però per rimanerci bisogna avere la passione, deve piacere, bisogna essere convinti e fare le cose come si deve. All’inizio si diceva sempre che di volontario c’è solo l’entrata e l’uscita. Poi ci sono dei doveri da rispettare: partecipare alle manovre, essere presente agli interventi, partecipare ai corsi di formazione. Da Permanente bisogna invece superare un concorso.

Qual è la parte più difficile?
Se c’è la passione non ci sono parti difficili: quando una cosa piace non dà fatica.

Com’è cambiata questa professione?
A parte la tecnica e l’attrezzatura, la cosa che è cambiata più di tutto sono i dispositivi di protezione individuali. Prima avevamo degli stivali di “cartone” si può dire, una mantella in plastica, un elmetto un po’ così. Quando sono entrato mi avevano dato tutte cose usate: gli stivali di uno che era uscito, la mantella di uno che non c’era più… adesso i nuovi arrivati vengono dotati di tutti i dispositivi che costano un paio di migliaia di euro. Poi c’è tutta un’altra cultura, un’altra logica della sicurezza.

Lo stesso vale per i mezzi?
Sì, certo: all’inizio erano dei veicoli vecchi, magari carri non collaudati, alcuni addirittura costruiti artigianalmente. Adesso è tutto certificato.

E il rapporto fra i colleghi?
È una società: una cosa è il lavoro, devi lavorare e non puoi cercarti le persone. Un’altra è essere volontario. Se ti trovi bene con delle persone è anche quello che contribuisce a rafforzare il tuo impegno.

Sicuramente ha partecipato a decine di interventi, Quali sono stati i più particolari che ha vissuto?
I più impegnativi sono sempre quelli in cui si ha a che fare con le persone: quando c’è la persona che soffre, che sta male, quando c’è una persona che devi aiutare. Se brucia la casa è un conto, ma quando sei davanti ad una persona in difficoltà è tutto un altro discorso.

Sembra strano a dirsi, ma di recente c’è chi ha parlato di un calo di aspiranti Vigili del fuoco tra i giovani…
Da noi a Salorno, fortunatamente, non è così. Possiamo contare su volontari che si sono iscritti quando avevano dieci, dodici anni e adesso fanno parte del gruppo giovanile. Poi magari ci sono annate in cui ne entrano cinque, e l’anno dopo uno solo; però c’è chi vuol provare e poi magari rimane. Invece nei permanenti serve fare un concorso, perché è un lavoro. Comunque, al di là del posto fisso, se qualcuno si fa avanti è perché vuol fare questa professione, ci vuole passione.

A proposito di giovani, qual è il messaggio che vorrebbe lanciare alle nuove leve?
Prima di tutto credere nella propria scelta, darsi da fare e cercare di dare sempre il meglio. E soprattutto di prendere la cosa seriamente, quindi mettendo buona volontà anche nell’istruirsi.

Parlando di Salorno, cosa pensa dei volontari attuali?
Li vedo bene, sono una bella generazione, competente, motivata, presente e molto attenta anche all’uso dei media per mantenersi aggiornati alle esigenze del mondo d’oggi.

Autore: Daniele Bebber

Prati alluvionali e isole nella Val d’Adige

Dall’ultima deglaciazione in poi, il fiume Adige è stato l’assoluto padrone dell’omonima valle. Per molti millenni, il paesaggio si presentava completamente diverso rispetto a quello antropizzato che vediamo oggi, segnato dalla distesa infinita di frutteti e, soprattutto, da un corso del fiume regolare.

Nei secoli passati, l’Adige si estendeva incontrollato da un versante all’altro delle montagne e le sue ramificazioni lambivano i conoidi su cui sorgevano i villaggi. Inoltre, portava molta più acqua, tanto che in alcuni periodi dell’anno raggiungeva un’altezza superiore da due a quattro metri rispetto a quella odierna. Durante il disgelo trascinava a valle tutto ciò che trovava sulla propria strada. Non a caso il fondovalle roccioso si trova circa 200 metri sotto quello attuale. Pioppi, ontani e salici erano gli alberi più diffusi e solo qua e là s’incontravano timidi accenni di coltivazioni umane puntualmente devastate dalla furia dell’acqua. Il terreno era umido e a tratti paludoso e non si prestava all’agricoltura. I terreni asciutti e erbosi che tuttavia si trovavano lungo il corso del fiume venivano chiamati “Auen”, dall’antico termine tedesco “ouwa”, a sua volta derivato dal germanico “awjo”. In italiano non esiste un vocabolo corrispondente e si parla quindi di prato alluvionale o, usando il latino, di augia.
Solo con le prime e molto parziali opere di regolazione del corso del fiume le cosiddette “Auen” sono andate a ridursi per lasciare il posto ai campi coltivati. Il termine “Aue” è comparso in Tirolo verso il XII secolo, e solitamente si collega ad un altro nome che lo contraddistingue. Alle porte di Bolzano erano note la Bozner Au e la Leiferer Au, adibite principalmente a pascoli. Poiché in diverse di queste “Auen” bonificate sono poi nati piccoli insediamenti, spesso hanno mantenuto nel loro nome il termine “Au” come, dalle nostre parti, Oberau e Unterau, Oltrisarco e San Giacomo, oppure, sotto Castel Firmiano, Kaiserau. Sempre nella piana bolzanina il territorio dove confluivano Adige e Isarco era chiamato “in der Owe” e nel 1160 apparvero anche una chiesa e un convento “in der Owen unter oder pei Pozen”, ovvero Santa Maria in Augia presso o sotto Bolzano. Altre “Auen” note erano la Eisachowe, l’augia dell’Isarco, e, nella zona di Appiano, la Nuzowe. “Auen” erano note anche a Caldaro e Termeno, dove un tempo passava il vecchio Adige dopo l’ultima glaciazione; qui tuttavia si parla anche di Moos, palude. Tutte le “Auen” erano di proprietà pubblica, ossia del principe-vescovo di Trento. Quando un terreno veniva invaso dall’acqua, il vescovo lo dichiarava “Au” e in tal modo lo sottraeva gratuitamente alla proprietà privata.
Al contrario delle “Auen”, i terreni ricoperti di sabbia o ghiaia erano denominati Griez o Gries. Anche su questi terreni vantavano diritti i nobili che prima o poi vi volevano edificare. Tipico il caso di Gries presso Bolzano, dominio dei signori di Greifenstein, i quali possedevano “alle die griez auf me Eisache und auf me Talverne”, tutti i terreni sabbiosi sull’Isarco e sul Talvera. Spesso Gries veniva tradotto con il termine latino Arena.
Altra caratteristica paesaggistica della valle dell’Adige erano le cosiddette “isole”. Una “Yscla Ysarci” venne ceduta nel XIII secolo da tale Dietlin Zungel a Hainrich Kienast. Queste isole erano già utilizzate per le coltivazioni ma ovviamente erano costantemente esposte alla virulenza del fiume. Isole sono note lungo tutto il corso dell’Adige e dell’Isarco, tanto che il paese di Cortina all’Adige era un’isola vera e propria e anche nei pressi di Egna si trovavano alcune isole che ancora oggi portano questo nome.
Con la regolazione del corso del fiume queste isole andarono a sparire. Emblematico a tal proposito il caso dell’ospedale costruito nel 1202 dall’ordine teutonico sulla riva destra dell’Isarco. Dopo una grande alluvione nel 1400 venne abbandonato e ricostruito, come pure il convento “in Augia”, in via Weggenstein a Bolzano. Nella nota carta topografica di Peter Anich del 1770 sono inserite isole presso Vadena e Gmund / Monte.
Molto frequenti erano le alluvioni e inondazioni. In un documento del 1256 si dice che i terreni in “terra Bozani” sono “per inundaciones frequentes acquarum terra quasi omni anno totaliter devastantur”. La stessa Egna o “Burgum Egne” fu completamente devastata nel 1220.
Nel 1339 da Egna si poteva raggiungere Termeno solo in barca. Addirittura il lago di Caldaro scomparve sotto le acque della valle alluvionata.

Autore: Reinhard Christanell

L’ascesa in paradiso? È solo rimandata

Dopo una stagione esaltante, conclusasi sulla soglia della massima serie, il Südtirol si sta preparando a nuove stagioni da protagonista, coinvolgendo cittadinanza e tifosi. Le ambizioni della squadra di Mister Pierpaolo Bisoli sono evidenti e, come dicono gli anglosassoni, il cielo è il limite. Con l’amministratore delegato Dietmar Pfeifer abbiamo parlato del futuro della società e del rapporto con la città di Bolzano. 

Quella appena conclusa è stata la vostra prima stagione in serie B ma le ambizioni e le capacità della squadra sono evidenti. Qual è la vostra visione e il vostro piano strategico per i prossimi anni? 

È stata una stagione entusiasmante, piena di soddisfazioni e quasi inaspettata per il risultato raggiunto. È stato esaltante vedere lo stadio pieno, l’entusiasmo degli appassionati di calcio aumentare di volta in volta. Il nostro piano strategico prevede una crescita costante, un passo alla volta ma sempre cercando di migliorarci per rispondere alle aspettative dei nostri tifosi che sono sempre di più.

Quali sono le principali aree in cui la società intende investire per garantire una crescita sostenibile e un successo sportivo nel lungo termine? 

Gli investimenti per far crescere una società devono essere adottati a 360°: nella prima squadra ma anche nel settore giovanile e ciò perché dobbiamo cercare di formare al meglio possibile i nostri giovani talenti. Infine non dimentichiamo il calcio femminile che in questa stagione ha fatto un bel passo in avanti con la promozione dall’Eccellenza alla serie C. Il prossimo anno ci sarà per la prima volta una squadra dell’FCS  nella serie C femminile e non può che farci enormemente piacere. Continueremo ad investire anche nei settori del marketing e comunicazione, nell’organizzazione e nelle infrastrutture. L’obiettivo è garantire un’ulteriore crescita.

Quali misure state prendendo per potenziare l’infrastruttura e le strutture del club al fine di soddisfare i requisiti richiesti per partecipare alla Serie A?

Lo stadio Druso è di proprietà del Comune di Bolzano che decide in ultima istanza quali azioni intraprendere con l’impianto sportivo. È risaputo si tratta del più piccolo di tutta la serie B. La nostra società è in una fase ascendente e sarebbe bello accompagnare tale crescita anche con un allargamento dello stadio per permettere a tutti gli appassionati di calcio di venire ad assistere alle nostre partite. Quest’anno 9 partite su 21 sono state sold out. Ciò fa enormemente piacere e ci dispiace che magari tanti non siano riusciti a venire allo stadio proprio per mancanza di capienza. Ci piacerebbe trovare una soluzione a questa problematica ma sono fiducioso perché i contatti col Comune Bolzano sono assolutamente positivi.

Come conciliare la presenza di uno stadio e delle tifoserie nel cuore della città?

Credo che la stagione passata abbia dimostrato che Bolzano è comunque pronta per ospitare partite di serie B. È chiaro che ci vuole uno sforzo organizzativo notevole per conciliare sia le esigenze dei cittadini che anche quelle dell’evento sportivo, ma abbiamo visto che è fattibile e penso che, in linea di massima, tutto abbia funzionato bene. 

Cosa rispondete alle preoccupazioni dei cittadini per la sicurezza? 

Mi rendo conto che i cittadini delle volte possano essere un po’ preoccupati per la sicurezza. Nella stagione 2022-2023 abbiamo dimostrato che con l’impegno di tutti e con la collaborazione di tutti – forze dell’ordine, istituzioni, società di calcio – siamo riusciti a garantire la sicurezza  prima, durante e dopo le partite. Per questo motivo posso solo dire che anche in futuro ce la metteremo tutta e cercheremo in ogni caso di garantire la massima sicurezza. Ma, ripeto, in merito sono abbastanza tranquillo.

Avete in programma di ampliare la base di tifosi e coinvolgere la comunità locale? In tal caso, quali iniziative state prendendo per attirare nuovi sostenitori? 

La base dei tifosi in questi ultimi mesi è cresciuta tantissimo. Abbiamo vari fan club sparsi su tutto il territorio, tantissimi appassionati che ci seguono allo stadio. Si organizzano continuamente momenti per crescere insieme al nostro seguito e stiamo già abbozzando iniziative per i prossimi mesi e anni.

Qual è la vostra strategia di sviluppo del settore giovanile e come pensate di integrare giovani talenti nella prima squadra? 

Il settore giovanile ci sta enormemente a cuore e gli investimenti nei prossimi anni verranno sicuramente aumentati. Da questo punto di vista quello che cerchiamo di fare è coltivare competenza all’interno del settore giovanile investendo su allenatori preparati, persone che possano seguire al meglio i nostri giovani talenti per farli crescere come meritano. Poi, quando questi giocatori dimostrano di raggiungere un certo livello, sicuramente avranno anche la possibilità di esordire in prima squadra. Da questo punto di vista io nutro grandi speranze di una ulteriore crescita anche perché gli investimenti che abbiamo previsto nel settore giovanile aumenteranno notevolmente. Il settore giovanile è certamente una priorità.

Come state lavorando per rafforzare la squadra e reclutare giocatori di talento che possano aiutare il club a raggiungere l’obiettivo della promozione? 

Diciamo che l’obiettivo fondamentale adesso è stabilizzarci nella categoria, rimanere in serie B cercando di disputare un buon campionato di serie B sempre con l’obiettivo della salvezza. Il direttore sportivo col suo team sta facendo un ottimo lavoro, abbiamo un team di scout che ci stanno segnalando tanti giocatori interessanti e, nelle prossime settimane, credo che riusciremo a trovare una quadratura che ci permetterà di andare in ritiro già con un buon gruppo e prepararci al meglio alla prossima stagione.

Come si svilupperà il rapporto tra Bolzano, l’Alto Adige e il Südtirol in futuro?

Da tanti anni abbiamo un ottimo rapporto con le istituzioni. Quello che è stato fatto in tutto questo tempo, la crescita della società, passa anche attraverso una buona collaborazione con istituzioni come la Provincia e il Comune di Bolzano. Nel futuro intendiamo continuare su questa strada per consentire alla società di crescere ulteriormente e rappresentare ancora al meglio sia Bolzano che il territorio. 

Autore: Nilo Ruggeri