C’è una bella differenza fra il lavorare come Vigile del fuoco in servizio permanente a prestare servizio come volontario, e non certo solo per le ore di lavoro: lo sa bene Manfred Joppi, che dopo 37 anni da professionista ora si sta quasi godendo dei benefici della vita da pensionato. E quel “quasi” non è a caso, perché Manfred ha scelto di proseguire nel volontariato nella caserma di Salorno.
È stato proprio in questa caserma che Manfred Joppi ha capito che quella del Vigile del fuoco poteva essere la propria strada: “Mio padre e mio fratello erano volontari e anche uno dei miei nonni era volontario; quindi alla fine, nel 1981, sono diventato un volontario perché era una tradizione di famiglia. Quando poi è stato pubblicato il concorso per diventare Permanente, nel 1986, ho partecipato, ho vinto e da lì è iniziato il tutto”, racconta il professionista, che, parallelamente al lavoro, ha anche ricoperto l’incarico di comandante per ben tredici anni nel corpo dei volontari di Salorno. “Ma – ricorda – sono anche stato vicecomandante e ho raggiunto il grado di capo reparto e capoturno in qualità di permanente”.
Manfred Joppi, come si diventa e cosa significa essere un Vigile del fuoco?
Nel mondo del volontariato si entra quasi sempre per caso, magari perché c’è l’amico che fa parte, c’è una storia o tradizione di famiglia… poi però per rimanerci bisogna avere la passione, deve piacere, bisogna essere convinti e fare le cose come si deve. All’inizio si diceva sempre che di volontario c’è solo l’entrata e l’uscita. Poi ci sono dei doveri da rispettare: partecipare alle manovre, essere presente agli interventi, partecipare ai corsi di formazione. Da Permanente bisogna invece superare un concorso.
Qual è la parte più difficile?
Se c’è la passione non ci sono parti difficili: quando una cosa piace non dà fatica.
Com’è cambiata questa professione?
A parte la tecnica e l’attrezzatura, la cosa che è cambiata più di tutto sono i dispositivi di protezione individuali. Prima avevamo degli stivali di “cartone” si può dire, una mantella in plastica, un elmetto un po’ così. Quando sono entrato mi avevano dato tutte cose usate: gli stivali di uno che era uscito, la mantella di uno che non c’era più… adesso i nuovi arrivati vengono dotati di tutti i dispositivi che costano un paio di migliaia di euro. Poi c’è tutta un’altra cultura, un’altra logica della sicurezza.
Lo stesso vale per i mezzi?
Sì, certo: all’inizio erano dei veicoli vecchi, magari carri non collaudati, alcuni addirittura costruiti artigianalmente. Adesso è tutto certificato.
E il rapporto fra i colleghi?
È una società: una cosa è il lavoro, devi lavorare e non puoi cercarti le persone. Un’altra è essere volontario. Se ti trovi bene con delle persone è anche quello che contribuisce a rafforzare il tuo impegno.
Sicuramente ha partecipato a decine di interventi, Quali sono stati i più particolari che ha vissuto?
I più impegnativi sono sempre quelli in cui si ha a che fare con le persone: quando c’è la persona che soffre, che sta male, quando c’è una persona che devi aiutare. Se brucia la casa è un conto, ma quando sei davanti ad una persona in difficoltà è tutto un altro discorso.
Sembra strano a dirsi, ma di recente c’è chi ha parlato di un calo di aspiranti Vigili del fuoco tra i giovani…
Da noi a Salorno, fortunatamente, non è così. Possiamo contare su volontari che si sono iscritti quando avevano dieci, dodici anni e adesso fanno parte del gruppo giovanile. Poi magari ci sono annate in cui ne entrano cinque, e l’anno dopo uno solo; però c’è chi vuol provare e poi magari rimane. Invece nei permanenti serve fare un concorso, perché è un lavoro. Comunque, al di là del posto fisso, se qualcuno si fa avanti è perché vuol fare questa professione, ci vuole passione.
A proposito di giovani, qual è il messaggio che vorrebbe lanciare alle nuove leve?
Prima di tutto credere nella propria scelta, darsi da fare e cercare di dare sempre il meglio. E soprattutto di prendere la cosa seriamente, quindi mettendo buona volontà anche nell’istruirsi.
Parlando di Salorno, cosa pensa dei volontari attuali?
Li vedo bene, sono una bella generazione, competente, motivata, presente e molto attenta anche all’uso dei media per mantenersi aggiornati alle esigenze del mondo d’oggi.
Autore: Daniele Bebber