Maria Niederstätter, se l’edilizia incontra l’arte

“L’arte rende indipendenti, apre gli orizzonti, parla tutte le lingue e canta tutte le canzoni”, queste le parole di Maria Niederstätter nella sua  presentazione sul palco di Palermo alla commemorazione della strage di Capaci.

Lo scorso anno dopo 50 anni di lavoro indefesso Maria Niederstätter ha lasciato la guida dell’Azienda ai nipoti Manuel e Daniela e oggi può guardare a ritroso alla propria carriera, alla propria vita di imprenditrice di successo e finalmente godere a tutto tondo della propria passione per l’arte. Una passione, questa per le arti e la cultura, che la accompagna fin dalla sua giovinezza e che l’ha portata negli anni a sostenere con progetti oculati e con il consiglio di persone esperte tanto gli artisti, che le istituzioni dedicate alle arti in senso lato. È sempre questa passione che la induce a viaggiare, informarsi, ma anche ad essere assai presente alle numerose manifestazioni artistiche e culturali nel territorio altoatesino. 

Maria Niederstätter è una donna che può essere di ispirazione per le giovani per il suo coraggio, la sua tenacia, la sua determinazione, la sua lungimiranza ma anche per quella misuratezza che l’ha sempre guidata. Maria è riuscita a restare una donna semplice e vera, senza mai lasciarsi sedurre dalle lusinghe della notorietà e tentare di spacciarsi per qualcosa che non era.
Parlando con lei infatti si resta affascinati dalla lucidità, dal carisma e dalla sua pacatezza. Ci siamo fatti raccontare i suoi esordi di imprenditrice: “Sono nata a Renon in una famiglia numerosa, sono la secondogenita, e mio padre era il proprietario di una segheria. Desiderosa di uscire dalle strette della provincia avevo iniziato un soggiorno in Inghilterra. Mia madre temeva che io mi risolvessi a restare nel Regno Unito e con mio padre mi proposero di rientrare in Alto Adige per rilevare un negozio di ferramenta a Bolzano che era appena stato messo in vendita.  Accettai e rientrai. Avevo diciannove anni, quindi per quegli anni non ancora maggiorenne. Fu mio padre a sostenermi e nonostante fosse stato sconsigliato da tutti firmò in banca a garanzia del prestito necessario a dare avvio all’azienda. Era il 1974”.

Maria Niederstätter prosegue il suo racconto spiegando come fu difficile conquistare la fiducia dei propri interlocutori quali fornitori, clienti e concorrenti che non credevano nelle potenzialità di una donna in un settore difficile, tecnico e considerato esclusivo appannaggio maschile. Così iniziò fra badili, stagge, picconi, carriole la vita di quella che sarebbe divenuta una azienda leader nel settore delle attrezzature a sostegno dell’edilizia con 100 fra operai e impiegati. Il primo anno guadagnò i suoi primi 60 milioni di vecchie lire.

Ci vollero tre anni per conquistare il mercato delle gru e estendersi ad altri moderni quanto complessi macchinari, cercando fin da subito di basarsi sulla qualità scegliendo le migliori ditte sul mercato. Dieci anni dopo, i container forniti per ospitare le classi di una scuola in ricostruzione offrirono la prima occasione per inserire l’arte. 

Molto presto l’arte riuscì ad entrare sempre più spesso nel lavoro, facendo dei container una possibilità di incontro con l’arte diventando spazi per le esposizioni o luoghi di lavoro per gli artisti. Nel 2022 Maria con la sua ditta ha collaborato con la Fondazione Falcone, in occasione delle cerimonie per la commemorazione della strage di Capaci a Palermo. Per l’occasione ha sponsorizzato il noleggio di strutture modulari dal design artistico, progettate e realizzate dall’artista Manfred A. Mayr con il sostegno della curatrice Sabine Gamper. 

Queste sono state posizionate sul palco al Foro Italico e rappresentavano il fulcro architettonico del progetto e delle celebrazioni. Con la loro struttura trasparente e permeabile, con balconi e facciate in vetro, sono state luogo di incontro, scambio, ricordo e mediazione, e hanno ospitato non solo la stampa ma anche gli studenti e le istituzioni presenti in Sicilia, tra cui il presidente Mattarella.

Gli orizzonti di Maria si fanno ora ancora più vasti e l’ultimo progetto con la nipote Daniela e un film documentario sul convento di Sabiona, “Saeben – Geschichten aus dem Frauenkloster”(Saeben – storie delle donne del convento) Il documentario si basa su fonti storiche e cerca di narrare il quotidiano di quelle donne che vissero in contemplazione e preghiera seguendo la regola benedettina dell’Ora et labora. Il convento, chiuso dal 2021 era stato consacrato il 18 novembre 1686 e inizialmente vi vissero una trentina di suore.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Festa per l’orto: non è più abusivo

Dal Comune di Laives è stata concessa l’autorizzazione ai ragazzi che avevano creato “l’orto abusivo” per coltivare il pezzo di terra abbandonato. Una grande soddisfazione la loro. E un lieto fine andato in scena con una bella inaugurazione.

Un rinfresco, tante persone, il taglio del nastro rosso e tanta allegria: così è trascorsa la mattinata di sabato 11 maggio a Pineta, nel quartiere Toggenburg, in occasione della inaugurazione dell’”orto abusivo”. 

La denuncia

Ma facciamo un passo indietro: diverse settimane fa, un gruppo di giovani di Pineta si era messo anima e cuore a bonificare, dissodare e seminare un pezzo di terra incolto e abbandonato, in zona Toggenburg, dove alcuni di loro risiedono. 

Soddisfatti del proprio operato, si erano però visti bloccare l’iniziativa dalla Municipale, avvisata da un residente della zona. Il reato? Aver occupato suolo pubblico, perché quel pezzetto di terra è – in effetti – proprietà del Comune. Ai ragazzi la cosa in effetti non è venuta in mente e hanno invece creduto di fare un favore alla comunità trasformando un pezzo di terra alla mercè delle erbacce e dei rifiuti, in un qualcosa di diverso. Dopo il blocco, però, l’intera comunità di Pineta si era mobilitata a sostegno del progetto, dimostrazione concreta che non tutti gli adolescenti – come spesso si vuol far credere, anche a causa di tanti episodi negativi avvenuti anche in paese – sono dei vandali e dei nullafacenti. 

La solidarietà del paese

Tanto rumore, quindi, ma, in questo caso, non per nulla. I ragazzi sono stati infatti convocati in Comune dal Vicesindaco Seppi e dall’assessora Furlani e il lieto fine si è concretizzato nella autorizzazione ufficiale a trasformare quel pezzo di terra in un orto a tutti gli effetti. 

Ed eccoci quindi di nuovo al taglio del nastro rosso, con i novelli “contadini” orgogliosi e emozionati insieme alle loro famiglie, che li hanno sostenuti. 

“I nostri genitori erano felicissimi” – ci racconta Gabriel, uno dei promotori dell’iniziativa. “Ma quello che ci ha commosso di più è stata la partecipazione di tanti nostri compaesani, di tutte le età, che ci hanno portato sostegno, ma anche tanti doni, tra cui addirittura un fico e un ulivo, e soprattutto i tanti consigli utili che vengono da chi un orto lo coltiva da una vita”. 

Si sono così visti anziani spiegare ai ragazzi come legare le pianticelle di pomodori, quanta acqua dare e molto altro. E l’apertura di un allaccio alla rete idrica sarà il prossimo passo, con una azienda locale che si è offerta di fornire gratuitamente ai ragazzi l’installazione di un impianto a goccia. 

Questo a dimostrazione che le iniziative sane vengono premiate da slanci di autentica generosità da parte di una comunità che si è ancora una volta rivelata unita, anche tra generazioni.

Si prevede un ottimo raccolto

“Adesso abbiamo 80 piante di insalata che stanno crescendo e ben 40 piante di pomodori” continua Gabriel. “Progetti futuri? Intanto qualche bottigilia di sugo durante l’estate, con il primo raccolto e, magari, dell’olio piccante, visto che abbiamo anche tanti peperoncini”. Quindi non solo un passatempo per i 3 ragazzi attivi con continuità nell’orto, ma anche per gli altri amici che collaborano quando possono. Dietro un orto e l’uso dei suoi prodotti c’è tanto lavoro. Quindi l’idea è quella di ricavare nel terreno anche un piccolo spazio relax con un ombrellone e un paio di sedie – il sole in estate batte tutto il giorno – per riposarsi tra una zappata e l’altra e fare quattro chiacchiere tra amici. Il futuro di quello che ormai rimarrà affettuosamente denominato “l’orto abusivo” sembra roseo a tutti gli effetti. L’augurio per questi ragazzi è quindi quello di non perdere l’entusiasmo per il loro progetto e continuare a sostenere con decisione le proprie scelte, come hanno fatto in questo caso! Grazie ragazzi, per aveci dimostrato che c’è una bella gioventù su cui contare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La tradizione vinicola della Bassa

Dalla piana bolzanina fino alla chiusa di Salorno, la Bassa Atesina si insinua come un cuneo lussureggiante nella valle dell’Adige. Gode di un clima e di una vegetazione quasi mediterranei, ragion per cui fin dai tempi più antichi molti geografi e viaggiatori l’hanno descritta come la porta del mondo padano-italico, con il quale ha sempre intrattenuto intensi rapporti di scambio commerciale e culturale.

Ai suoi lati la cingono catene montuose contrassegnate da tutt’altre caratteristiche ambientali. Vallate come quelle di Non e di Fiemme sono sempre rimaste fedeli alla loro tradizionale civiltà alpina. Per quanto possa sembrare strano, proprio in queste due valli “nordiche” si è conservato l’antico elemento romanico-ladino, mentre nel “torrido” fondovalle questo ha dovuto cedere il passo alla graduale  espansione di quello bavaro-germanico insediatosi sul substrato longobardo presente da un paio di secoli.

La cultura della vite e del vino si è rivelata non solo l’elemento di congiunzione privilegiato tra le terre alpino-retiche e il mondo etrusco, greco e romano-italico, ma  anche quello che ha favorito la conquista di questo territorio da parte dei popoli germanici nei secoli successivi.

Quando a partire dal VI secolo i Bavari sono avanzati nella valle dell’Adige tra Merano e Bolzano e, poi, anche tra Bolzano e paesi oggi trentini come Lavis e Mezzocorona, il fattore economico trainante della loro conquista è stato proprio quello della viticoltura. Non che il vino sia stata un’invenzione dei Bavari, tutt’altro. Ma certo è che essi ne erano grandi estimatori e consumatori e in breve tempo la valle dell’Adige si trasformò nel vigneto privato dei conventi e delle case nobiliari bavaresi. 

La tradizione vinicola della valle dell’Adige ha radici ben più profonde e si può far risalire perlomeno ai Reti e ai Romani. Prima ancora, nell’età del bronzo, circa 3500 anni fa, i popoli della cultura delle Terramare che vivevano nella pianura padana (tra Cremona, Mantova e Verona) e attorno alla lago di Garda (Peschiera) conoscevano già la vite vinicola e la produzione di vino. Lo testimoniano i residui organici recuperati sulle loro ceramiche e il rinvenimento dell’attrezzatura indispensabile per la produzione, la conservazione e il consumo della nobile bevanda, riservato ai ceti più elevati e sacerdotali. Quegli abitanti padani sono sicuramente giunti anche nella valle dell’Adige per stabilirvi la loro residenza e avviare una rudimentale viticoltura. 

Gli etruschi intensificarono la produzione e anche la commercializzazione del vino e grazie a loro la coltivazione della vite si diffuse sistematicamente anche in area prealpina e alpina. Quell’epoca ha lasciato numerose tracce, come per esempio le numerose situle (secchi di metallo), tazze, resti di botti e anfore, brocche, attingitoi, falcetti, frammenti di torchio e altro ritrovati in molte località, dalla Val di Cembra a San Maurizio / Bolzano, dalla Val d’Isarco ai paesi dell’Unterland come Ora, Egna e Laives, dove in zona Galizia è stato scoperto anche un terrazzamento con muretti a secco di 2500 anni fa destinato alla coltura della vite. A loro risale anche la tradizione del commercio di vino verso le zone germaniche. Plinio il Vecchio racconta che i popoli alpini trasportavano il vino in botti di legno e non in anfore come i greci e i romani.

Il miglior vino retico, prodotto principalmente nel veronese (Valpolicella) e nella valle dell’Adige era apprezzato da tutti gli autori classici dell’epoca romana, che lo classificavano quale secondo miglior vino dopo il Falerno. Virgilio scrisse “et quo te carmine dicam, Raetica? nec cellis ideo contende Falernis. Svetonio, nella vita di Augusto, ci narra che l’imperatore gradiva  soprattutto il vino retico.

La stessa città retica di Tridentum nacque grazie al commercio di vino verso Roma. Dopo la conquista romana del 15 a.C., la coltivazione della vite aumentò considerevolmente e coloni romani si insediarono lungo tutta la valle dell’Adige. Ne sono testimoni i nomi di molti paesi, come la stessa Bauzanum (predio o podere di Baudio), Appianum (di Appio), Cornaiano (di Corneliano), Missiamo, (di Missus), Andriano (di Andrius) e Terlano (di Torilius).

Autore: Reinhard Christanell

Radici cristiane?

Il tema dell’identità e delle radici torna, periodicamente, a caratterizzare il dibattito pubblico, soprattutto in corrispondenza con gli appuntamenti elettorali. In merito all’importanza delle radici cristiane che, per molti, ci accomunano, abbiamo scelto di parlarne con il prof. Andrea Sarri, esperto di storia della chiesa locale e non solo.

Le radici cristiane dell’Europa sono un mito. Ad affermarlo nei giorni scorsi con un articolo sul quotidiano Alto Adige è stato il professore Andrea Sarri, da anni insegnante presso il Liceo Carducci di Bolzano ed uno dei più autorevoli esperti locali nell’ambito della storia religiosa nell’età contemporanea, con particolare attenzione al rapporto chiesa-società nelle diocesi del Trentino-Alto Adige/Südtirol. 

Il tema è molto attuale perché, a poche settimane dal voto europeo, alcuni partiti sono tornati ad insistere sulle questioni identitarie e sui simboli ad esse collegati. D’altronde è stata l’attuale premier Giorgia Meloni ad affermare, nella sua autobiografia uscita nel 2021, che il crocifisso appeso a scuola “non sta ad indicare l’imposizione di una religione”, essendo esso “semplicemente un segno che caratterizza la nostra civiltà”.

Le radici cristiane, però – come ci conferma Sarri – sarebbero però solo un mito, di forte impatto sull’immaginario collettivo.

Forse non tutti hanno le idee chiare su cosa sia, di fatto, un mito. Ricorriamo allora all’enciclopedia Treccani per ricordare che, nella sua declinazione più moderna, questo termine sta ad indicare una “rappresentazione ideale o ideologica della realtà che, proposta in genere da una élite intellettuale o politica, viene accolta con fede quasi mistica da un popolo o da un gruppo sociale”. Dunque le radici cristiane, seppur significative, secondo Sarri, non sono l’aspetto largamente prevalente né tantomeno esclusivo della nostra “civilità”. 

“Nello studio della storia della chiesa e del suo rapporto con la società questo rapporto tra mito e realtà, è stato evidenziato in primis dal più grande storico del Novecento, ovvero Marc Bloch”, ricorda Sarri. Aggiungendo che quando si studia la civiltà europea la si può immaginare come una torta a più strati, dove il cristianesimo in tutte le sue forme è senz’altro un elemento cruciale, anche se naturalmente non esclusivo. “Va poi ricordato che anche il cristianesimo man mano si è trasformato. Prima dell’anno mille non era quello di papa Gregorio VII (1073-1085) che rivendicò la superiorità del papato sul potere temporale dell’imperatore, ad esempio. Così come un altro cristianesimo è quello che si afferma con il Concilio di Trento che reagisce alla riforma luterana”.

L’INTERVISTA

Prof. Sarri, quali sono le altre componenti della civiltà europea che non vengono considerate, quando vengono rivendicate in maniera esclusiva le radici cristiane?

Le fonti classiche, innanzitutto. Quella greca e quella romana. Oppure, secondo alcuni, solo quella greca, anche se i Romani come sappiamo hanno dato un grande contributo sul piano del diritto e della tecnica. Poi c’è la componente islamica che ha caratterizzato diverse zone del sud e dell’est Europa fino a quasi l’età moderna. Poi ci sono componenti germaniche e scandinave. E nel primo millennio non vanno dimenticate le componenti bizantine, relative all’Impero Romano d’Oriente che si occupò di conservare la cultura greca che in Occidente era scomparsa. E poi l’Umanesimo, il Rinascimento, la Scienza moderna, l’Illuminismo… 

In effetti si tratta di componenti molto importanti. Molte hanno avuto un rapporto con il cristianesimo, ma senz’altro la maggior parte di esse hanno avuto un ruolo fondamentale anche a prescindere da questo rapporto. In ogni caso è la Rivoluzione Francese che – di fatto – segna una cesura tra il passato e la contemporaneità. 

Sì. I diritti, le libertà, l’idea moderna di democrazia basata su un patto sociale in cui i cittadini hanno pari dignità, nascono proprio in quel momento sulla scia dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. L’idea dello stato laico le cui leggi sono indipendenti dalla dottrina religiosa cristiana e cattolica è davvero rivoluzionaria. Ed è da questo shock che nasce il mito delle radici cristiane dell’Europa. L’idea che possa esserci un approccio irreligioso alla realtà e nella società porta autori come Novalis e Chateaubriand a sostenere che l’idea satanica della “laicità” sarebbe nata già ai tempi di Lutero agli inizi del ‘500 e che per evitare che la civiltà scivoli nella barbarie occorra ritornare appunto ad un medioevo, anche questo mitizzato, in cui il papa deteneva sia il potere spirituale che quello temporale. 

La chiesa come si è posta, durante la Rivoluzione Francese e negli anni della Restaurazione rispetto a questo dibattito sulle radici cristiane, rivendicate da una serie di intellettuali europei?

Il papato in realtà rimase a lungo estraneo all’elaborazione del mito delle radici cristiane. Ci arrivò solo nel Novecento tra le due guerre mondiali, per poi farlo suo nell’ottica anticomunista dopo la fine del secondo conflitto. Lo fece papa Pio XII per sollecitare le nascenti istituzioni europee affinché “riconoscessero la legge di Dio e della sua Chiesa”. Ma già Giovanni XXIII scelse di declinare il ruolo della Chiesa non più come sovrana, ma invece “madre” dei popoli europei. Se Paolo VI nominò San Benedetto patrono d’Europa con lo scopo di “cristianizzare il processo di integrazione europea”, poi Giovanni Paolo II cercò di proseguire il percorso nell’ottica di neo-cristianità. Benedetto XVI dal canto suo cercò di proseguire nel solco del suo predecessore, mentre invece l’attuale pontefice Francesco se prima ha sollecitato l’Europa a “non perdere la sua anima”, successivamente ha invece significativamente definito l’identità europea “dinamica e interculturale”. Per poi passare addirittura a definire l’azione della chiesa del terzo millennio “semplicemente misericordiosa”, ovvero pronta ad accogliere e a venire in soccorso alle persone che le si rivolgono in cerca di aiuto.

I principali partiti che rivendicano la necessità dei simboli delle radici cristiane negli spazi pubblici sono però spesso gli stessi che rivendicano anche il valore fondante della libertà individuale nella società. Quest’ultimo valore però, di per sé, non è stato esattamente fondante durante secoli e secoli di storia di storia della chiesa. A lungo la chiesa non ha visto di buon occhio lo sviluppo della libertà individuale e della coscienza critica dei suoi fedeli…  

In questo senso nel corso dell’800 la chiesa ha compiuto un suo percorso, lento, ma comunque significativo. Va anche detto che al mito delle radici cristiane dell’Europa in quel secolo si richiamarono anche i cattolici liberali, che sostenevano che in realtà le radici della modernità stavano nel Cristianesimo e nell’azione del papato romano nella civiltà europea. Sono temi che vennero ripresi negli anni ’30 del novecento anche da Benedetto Croce, in un ottica antifascista. In ogni caso oggi i richiami alle radici cristiane dell’Europa e la difesa dei suoi simboli hanno soprattutto una funzione anti islamica. Viene proposta l’idea di un’Europa guerriera, che si pone a difesa dei sui confini. Poi rimane sottotraccia il pericolo comunista. Il mito delle radici cristiane in ogni caso è stato declinato in diversi modi, come abbiamo visto. 

Nella destra politica esiste un dibattito su questi temi. Esiste una destra che, invece, sceglie di appoggiarsi comunque sulla laicità?

Bisognerebbe andare a leggere gli intellettuali di riferimento di quest’area, per capire se hanno ancora spazio voci liberali classiche. Da quello che capisco prevale l’argomento paura e quindi il ricorso al mito come difesa di identità. Sul piano inconscio scatta un riflesso condizionato basato sull’emotività. 

Sul piano locale, in Alto Adige, esiste ancora una destra laica e, anzi, anticlericale? Il Sudtirolo è fortemente secolarizzato, è sotto gli occhi di tutti. Una serie di cose non possono più essere date per scontate. La chiesa altoatesina è identitaria solo per una minoranza dei residenti e, forse, anche nella parte di lingua tedesca.

Credo che il vescovo Muser già ai tempi del Covid abbia capito che le dimensioni stesse della comunità ecclesiale, in provincia di Bolzano, ormai rappresenti una minoranza. E la sua insistenza su nuove forme di fare chiesa, come la chiesa “domestica” sorta durante il Covid sta a dimostrarlo. Lui queste forme nuove le ha presentate, nelle sue lettere pastorali, come “segni dei tempi”. Si è usciti, in sostanza, dalla dimensione della solidità pubblica del culto. Una parte rimane, perché ha anche un aspetto di convivialità, ma certo le cose sono cambiate di molto. 

Anche all’interno del clero c’è una grande presenza, oggi, di preti di origine straniera e, anzi extracomunitaria.

Sì, e alcuni anche con ruoli importanti. Una cosa impensabile anche solo 10 anni fa. Quindi non si tratta solo di vedere all’esterno una secolarizzazione, ma anche di consapevolezza che lo stesso clero non è più quello di una volta. E le stesse dinamiche ci sono, naturalmente, anche nella vicina diocesi di Trento. 

Quindi all’interno della chiesa la tentazione di insistere sulla rivendicazione delle radici cristiane è minore rispetto a quanto avviene in politica?

Sono nelle condizioni e forse hanno anche la capacità di guardare oltre, con una prospettiva che va al di là delle prossime elezioni.

Autore: Luca Sticcotti

“Sì” alla sicurezza nel nome di Davide

C’è stata una grande – e rassicurante – partecipazione alla prima edizione della Giornata della Sicurezza stradale promossa dall’associazione “Davide sempre con noi”.

Un successo non scontato in una domenica di sole primaverile dopo tanta pioggia, quello che domenica 5 maggio ha registrato la prima edizione dell’evento “Giornata della Sicurezza – Città di Laives”. Molti cittadini hanno scelto invece di rimandare l’occasione per una gita fuoriporta per presenziare a questo importante evento di sensibilizzazione su un tema quanto mai attuale, la sicurezza stradale. 

Nel 2017 Patrizio Simoni ha perso suo figlio Davide, appena diciassettenne, a causa di un incidente stradale. Da allora, come presidente dell’associazione “Davide sempre con noi”, si fa in 4 per portare il tema della sicurezza sulle strade nelle scuole e tra i cittadini. E sono stati davvero tanti i piccoli e piccolissimi ad appassionarsi alle tante iniziative proposte in Piazzetta Falcone e Borsellino dai tanti enti e associazioni del territorio che hanno collaborato attivamente con “Davide Sempre con Noi” perchè l’iniziativa fosse un successo: dal Centro Giovani Don Bosco al Fly Jugendzentrum, dal Gruppo Giovani della Cri Croce Rossa Italiana Comitato di Bolzano a YoUnited, Mc Evergreen, fino alla sezione giovani della Polizia Stradale Comitato di Bolzano e alla Stazione dei Carabinieri di Laives. Eventi legati all’arte e alla creatività, come l’iniziativa “Colora la strada” dove i bambini hanno potuto esprimersi in modo divertente, alla impattante mostra fotografica “Strade senza ritorno” ma – soprattutto – iniziative pratiche per avvicinare tutti gli utenti della strada al pericolo concreto e a un corretto uso della strada stessa e dei mezzi di trasporto. I bambini hanno così potuto imparare le regole del codice della strada in bicicletta lungo il percorso urbano predisposto con segnaletica stradale e semafori; mentre i giovani, ma anche gli adulti, hanno potuto toccare con mano la pericolosità della guida in stato di ebbrezza grazie a un’esercitazione su uno speciale tappeto alcolemico e a un percorso esperienziale con l’uso di speciali occhiali che simulano l’alterazione percettiva causata dall’abuso di alcool. I giovani della CRI hanno invece offerto dimostrazioni concrete di soccorso stradale, ma non sono mancante anche le occasioni di puro divertimento e svago grazie al castello gonfiabile per i bambini, la musica dal vivo e gli stand di street food. Apprezzatissime dai piccoli inoltre, le minimoto su cui fare una prima esperienza sulle due ruote, sempre in sicurezza!

Prevenzione degli incidenti stradali, questo il fulcro dell’iniziativa promossa dall’Associazione e dai tanti attori che la hanno resa possibile. Prevenzione che passa anche attraverso – oltre alla consapevolezza del rispetto delle regole del codice stradale – la cultura del rispetto e della collaborazione con i professionisti e le forze dell’ordine che prestano servizio sulla strada: “Sentiamo la necessità di cambiare la cultura del “faccio il bravo altrimenti mi fanno la multa – spiega Patrizio Simoni – Bisogna andare oltre il concetto che sulla strada ci si comporta correttamente solo per un tornaconto economico. Rispettare le regole è importante per se stessi, la propria vita e quella altrui ed è anche bello. Abbiamo il dovere di approfittare della possibilità di cambiare questo modo di pensare nelle nuove generazioni, ricostruendo anche un rapporto di fiducia e collaborazione con chi si occupa ogni giorno, spesso senza orari e – spesso – in maniera del tutto volontaria – della nostra sicurezza e del nostro benessere”.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Raccontando storie

Ogni giorno, ciascuno di noi condivide esperienze, emozioni e ricordi attraverso narrazioni, ma sono pochi coloro che riescono a trasformare questi semplici racconti in storie coinvolgenti. In questo numero incontriamo Martina Pisciali, una storyteller bolzanina che con le sue parole riesce a incantare chiunque.

Raccontare storie è un’attività che ha contraddistinto l’essere umano da prima della nascita della scrittura. Lo “storytelling” è l’arte di narrare in modo avvincente, che va oltre la semplice lettura: lo storyteller coinvolge gli ascoltatori, dipingendo le immagini della storia attraverso la voce e il corpo. Proprio per questa capacità di stimolare l’immaginazione degli spettatori, lo storytelling è spesso definito il “cinema dei poveri”.

Nell’età contemporanea – in cui i film, le serie televisive e i video online monopolizzano l’industria della narrazione – potrebbe sembrare che lo storytelling sia un lavoro destinato a sparire. Molti invece sostengono che si tratti della professione del futuro, in grado di riportare una ventata d’aria fresca nei nostri mondi digitali.

L’INTERVISTA

Come ti sei avvicinata allo storytelling?

Quando ero alle superiori facevo un laboratorio di teatro con il Teatro Cristallo, dove ho conosciuto Chiara Visca. Grazie a lei, ho avuto l’opportunità di partecipare, quasi per caso, a un festival di storytelling a Roma. Questo evento è stato un punto di svolta per me, perché mi ha permesso di entrare in contatto con storytellers provenienti da tutto il mondo e di partecipare a numerosi workshops. Mi sono innamorata dell’arte di raccontare e ho deciso di proseguire nella formazione con la compagnia “Raccontamiunastoria” di Roma.

A quale età il pubblico resta più impressionato dalle storie?

Non c’è la persona sbagliata per le storie, ma solo la storia sbagliata per la persona. Io ho lavorato con tutte le fasce d’età, dai bambini più piccoli agli adulti e non ho mai trovato nessuno per cui non ci fosse una storia adatta.
Sicuramente gli adulti sono in astinenza da storie: mentre ai bambini vengono narrati spesso tanti racconti, gli adulti sono in ve trascurati, per cui quando vengono ad ascoltare si divertono di più. 
Ho fatto diversi progetti anche alle superiori e devo ammettere che coinvolgere gli adolescenti è la sfida più ardua del mio mestiere, però alla fine si riesce sempre a sfondare le barriere.
I bambini invece sono sempre molto contenti di ascoltare, a volte fin troppo: se non li si tiene a bada si rischia che vogliano raccontarla loro stessi, ma dopotutto anche questo è il bello dello storytelling.

Lo storytelling è il tuo unico lavoro?

Attualmente lavoro anche presso il Museo di Scienze Naturali di Bolzano e mi ritrovo in una posizione dove i miei due ruoli professionali si influenzano reciprocamente. Facendo la guida al museo, io sono sempre a contatto con il pubblico e sempre con gruppi diversi: è un utilissimo allenamento per comprendere le differenti fasce d’età e gli interessi di bambini, adolescenti e adulti.
Inoltre, durante il mio lavoro al museo cerco sempre di inserire nelle varie attività delle storie, anche nelle audioguide e nelle trame per i “delitti al museo”, che sono nelle serate che organizziamo al museo simili alle più conosciute “cene con delitto”. I miti sono il modo in cui i nostri antenati cercavano di darsi risposte, dunque per capire il progresso che ha portato alle scienze naturali di oggi bisogna partire da lì.

La città di Bolzano offre molte opportunità agli storytellers?

Le opportunità a Bolzano ci sono, però vanno cercate o create. Bisogna farsi conoscere e spesso spiegare in cosa consista lo storytelling: purtroppo in molti non sanno cosa sia…
Tuttavia, il lavoro c’è sicuramente e i progetti non mancano mai, ma per lavorare in Italia è necessaria molta burocrazia che ostacola il processo artistico. In altri Paesi europei gli storytellers sono più conosciuti e tutelati, ma sono fiduciosa che presto anche in Italia inizierà ad affermarsi come professione.

Pensi che le nuove tecnologie favoriscano o ostacolino il tuo lavoro?

Le nuove tecnologie rappresentano sicuramente un’opportunità per il mio lavoro di storyteller, poiché consentono di accedere a una vasta gamma di immagini ed esperienze che altrimenti sarebbero difficili da raggiungere. Tuttavia, negli ultimi tempi ho notato un cambiamento nei comportamenti dei giovani: sembrano dedicare sempre meno tempo a vivere esperienze dirette e ad arricchire il loro “archivio personale”. Non si passa abbastanza tempo ad assaporare le esperienze vissute in prima persona. Si fa sempre fatica ad immaginare i paesaggi naturali, anche i più semplici, come i fiumi e le pianure. Bisognerebbe vivere attivamente, prestando attenzione a tutti i cinque sensi in ogni momento.

Anche il luogo in cui si svolge lo storytelling è fondamentale: la stessa storia raccontata a persone e in ambienti diversi risulta completamente differente. Alcune ambientazioni in cui ho lavorato sono perfette per stimolare la fantasia del pubblico, come un’isoletta-oasi negli Emirati Arabi Uniti, ma anche il Belvedere di Canazei per rimanere in Trentino-Alto Adige.

Hai qualche consiglio per coloro che desiderano intraprendere la strada dello storytelling?

Lo storyteller deve certamente essere sempre attento a quello che ha intorno: quando ci si muove nel mondo bisogna osservare, annusare e sentire il più possibile. Quando si desidera che il pubblico visualizzi un’immagine descritta, è cruciale che lo storyteller la visualizzi chiaramente per primo: proprio come un attore teatrale deve incarnare appieno il personaggio che interpreta, allo stesso modo lo storyteller deve essere in grado di “vivere” la storia che narra.
Inoltre, è importante per gli storytellers ascoltare chi vuole raccontare qualcosa: l’esperienza altrui rappresenta un tesoro inestimabile se non è possibile visitare di persona i luoghi, percepire i profumi o immergersi direttamente in una cultura. L’ascolto e gli occhi attenti sul mondo diventano un elemento imprescindibile per arricchire e rendere autentiche le proprie narrazioni.

Autore: Luca Pompili COOLtour

L’importanza della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare

Soprattutto tra i più giovani, ma non solo, i comportamenti anomali con il cibo si stanno progressivamente affermando come una vera e propria epidemia sociale, che deve essere affrontata con la necessaria consapevolezza e con gli strumenti adeguati. Ne parliamo con la dott.ssa Rita Trovato, specialista in Scienza dell’Alimentazione e Nutrizione Clinica che ha lavorato come medico interno presso la Cattedra di Scienza dell’Alimentazione e della Dietetica dell’Università degli Studi di Parma ed è stata anche viceprimario presso il Servizio di Dietetica e nutrizione clinica Comprensorio sanitario di Bolzano.

Si sente parlare diffusamente dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) come di una vera epidemia sociale. Ci può inquadrare brevemente il problema?

I Disturbi del Comportamento Alimentare sono da alcuni anni oggetto di attenzione crescente da parte del mondo scientifico e delle comunità degli operatori sanitari in virtù anche della loro diffusione tra le fasce sempre più giovani della popolazione. Questi disagi che rappresentano una difficile sfida sia per i clinici che per gli psicoterapeuti non  sono un capriccio ma disturbi psicosomatici complessi che si caratterizzano da un anomalo rapporto con il cibo, dalla alterata percezione del peso e della propria immagine. Tutti questi fattori si correlano tra loro in un profondo e conflittuale disagio psichico che trova espressione nell’alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo

Quali sono i disturbi più frequenti?

I disturbi sono classificati da manuali diagnostici internazionali e comprendono: l’Anoressia nervosa, la Bulimia nervosa, il Disturbo da alimentazione incontrollata. Vi sono inoltre forme parziali o subcliniche che non comprendono tutti i sintomi necessari per fare diagnosi dei disagi precedentemente elencati.

Come si distinguono tra loro?

L’Anoressia nervosa si caratterizza per consistente perdita di peso corporeo, rifiuto di mantenere un peso corporeo al di sopra del peso minimo normale per età e statura, intensa paura di ingrassare anche se si è fortemente sottopeso e influenza del peso e della forma corporea sull’autostima. La Bulimia nervosa si caratterizza per ricorrenti episodi di abbuffate compulsive con la sensazione di totale perdita di controllo, comportamenti di compenso volti ad evitare l’aumento di peso come vomito, abuso di lassativi e diuretici, esercizio fisico eccessivo, stima di sé influenzata dalla forma e dal peso corporeo. Il Disturbo da alimentazione incontrollata condivide con la bulimia nervosa gli episodi di abbuffata ma non le pratiche di compenso volte ad impedire l’aumento di peso per cui i soggetti possono sviluppare una condizione di obesità.

Questi disagi si riscontrano anche nella popolazione di sesso maschile?    

Il peso e le forme corporee sono diventati oggetto di cura e fonte di preoccupazione anche per gli uomini ma con espressioni diverse come la bigoressia intesa come esercizio muscolare compulsivo accompagnato da diete iperproteiche e abuso di integratori spinti dal desiderio di possedere un corpo sempre più muscoloso e dalla ortoressia caratterizzata dall’ossessione per una alimentazione sana. Nella mia esperienza professionale ho avuto comunque modo di notare anche tra i ragazzi un aumento sia dell’anoressia nervosa che della bulimia che del disturbo di alimentazione incontrollata.

Statistiche alla mano quanto è vasto il problema in Italia e nella nostra provincia?

Le ultime indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità stimano in almeno 3 milioni le persone che soffrono di un disturbo alimentare. La fascia di età maggiormente colpita va dai 15 ai 25 anni interessando prevalentemente il sesso femminile. Dopo la pandemia del 2020 i dati epidemiologici sottolineano purtroppo a livello europeo un forte aumento nelle fasce di età dei 10-13 anni con un incremento di casi clinicamente molto gravi. In Alto Adige l’indagine sui giovani dell’Istituto Provinciale di Statistica Astat 2021 rileva che il 24% delle giovani donne tra i 14 e i 25 anni si ritiene troppo grassa anche se normopeso o sottopeso. Il conseguente tentativo di dimagrimento, spesso con diete dannose e non necessarie, possono essere il primo passo verso un disturbo alimentare. Nel nostro territorio sono oltre 600 le persone che attualmente sono in cura con un aumento del 30% rispetto al 2020.Per i minori l’aumento è stato del 53%.

Possiamo parlare di cause che inducono insorgenza di un disturbo alimentare ?

Non esiste una risposta univoca a questa domanda, possiamo parlare di vari fattori di rischio sia genetici che ambientali. Alcune caratteristiche di personalità come perfezionismo, bassa autostima, difficoltà nel gestire le emozioni si associano ad una aumentata vulnerabilità nei confronti di questi disturbi. Tra i fattori socioculturali un ruolo significativo è svolto dai canoni dell’aspetto fisico promossi dall’industria della moda e della pubblicità dove il raggiungimento della magrezza è considerato, nella società occidentale, un modello vincente  e la valutazione di sé diventa dipendente dal peso e dalla forma del corpo.

Quali cure e quali speranze di guarigione?

La maggior parte delle persone con disturbi dell’alimentazione non ricevono una diagnosi e un trattamento adeguati. La guarigione raramente avviene da sola ma richiede un approccio integrato multidisciplinare (internisti, dietologi, psichiatri, psicologi, pediatri). Tutte queste figure professionali collaborano nelle varie fasi di un percorso diagnostico terapeutico concordato e condiviso che richiede un lavoro motivazionale costante. Le complicanze mediche e psichiche di una grave malnutrizione non trattata adeguatamente possono essere molto gravi. Il rischio di morte per una persona con diagnosi di anoressia è 5-10 volte superiore a quello di soggetti di pari età e sesso e il rischio suicidario costituisce circa il 20% di tutte le cause di morte. La diagnosi e la cura tempestiva presso strutture dedicate con operatori competenti risulta fondamentale per garantire un successo terapeutico ed evitare la cronicizzazione della patologia.

Cosa si sente di consigliare ?

Andrebbero promossi programmi di coordinamento e prevenzione attraverso rapporti di collaborazione con le scuole e con gli insegnanti, nonché con i medici di medicina generale, e coinvolgendo in questi programmi  anche l’industria alimentare, i media, l’ industria della moda, le  associazioni sportive senza dimenticare la volontà politica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La sicurezza stradale nel nome di Davide

In occasione della Giornata Europea della Sicurezza Stradale, l’Associazione “Davide Sempre con Noi” invita tutti i cittadini a trascorrere una giornata diversa all’insegna della sicurezza sulle strade, che andrà in scena domenica 5 maggio nella Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives.

Ogni giorno, sono sempre di più le persone – adulti, ragazzi ma anche, purtroppo, sempre più spesso bambini – che restano vittime di incidenti stradali. Solo nel 2023 sono stati 434 i pedoni uccisi sulle strisce o travolti perfino sul marciapiede mentre in totale sono 1.384 le vittime della strada in un solo anno, con un numero impressionante di feriti, ben 106.493. Vittime di incidenti causati per la maggior parte delle volte, secondo le statistiche, da guida in stato di ebbrezza, uso del cellulare, distrazione e alta velocità.

Una di queste vittime è Davide Simoni, studente diciassettenne di Laives, travolto e ucciso in sella alla sua motocicletta da una vettura nella frazione di Birti, in una maledetta domenica del 2017.

Da quel giorno la sua famiglia e i suoi amici hanno promesso che sarebbe stato profuso ogni impegno affinchè incidenti come quello che ha spezzato la vita di Davide non si ripetessero mai più e per questo è stata fondata l’associazione “Davide sempre con noi”, che da anni si muove in lungo e in largo sul territorio altoatesino per sensibilizzare soprattutto bambini e ragazzi su questo tema. 

Tappa di questo impegno sarà domenica 5 maggio nella Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives dove, in occasione della “Giornata Europea della Sicurezza Stradale”, si terrà una giornata dal programma fittissimo di iniziative, giochi, esercitazioni e altro legati al tema della sicurezza stradale. Si tratta di un tema sempre più sentito dal territorio, tanto che il progetto – presentato nei mesi scorsi alle associazioni e agli enti del territorio – ha incontrato il favore e la collaborazione di, tra gli altri, Fly Centro giovani Laives, il gruppo giovani del Centro Don Bosco e l’associazione di promozione sociale YoUnited. Non solo. L’evento si avvarrà anche della preziosa collaborazione del gruppo giovani della Croce Rossa Italiana, di Mc Evergreen, oltre che delle forze dell’ordine, Polizia Stradale, Carabinieri e Polizia Municipale.

Dall’approccio alle tematiche legate alla sicurezza in sella alla bicicletta al percorso esperienziale che simula la guida in stato di ebbrezza, dalla simulazione di soccorso stradale a opera dei giovani della Cri alla mostra fotografica sul tema degli incidenti stradali proposta da YoUnited, sarà una giornata all’insegna della sensibilizzazione con un approccio pratico e interessante per tutte le fasce d’età.  Nell’antistante Piazza Gino Coseri inoltre, i bambini potranno fare la loro prima esperienza in sella a una minimoto, approcciandosi alle basi della guida sulle due ruote in sicurezza e non mancherà anche un castello gonfiabile. Il programma delle attività si svolgerà dalle 14 alle 17.30 mentre dalle 18 alle 21.30 è previsto intrattenimento musicale a cura di Dj Hannes e non mancherà l’angolo “Food & Drinks”.

Nel corso della giornata inoltre, l’associazione “Davide sempre con noi” proporrà anche una pesca di beneficienza con in palio cinque premi di prima fascia consistenti in un corso di guida sicura presso il Safety Park di Vadena.

La “Giornata per la sicurezza stradale – Città di Laives” sarà un grande contenitore di impegno, passione e speranza. Sì, peranza che – in un giorno meno lontano possibile – non si debba più piangere alcun Davide.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La storia dell’Autonomia nel Klösterle

“L’Autonomia è un’arte – Autonomie ist eine Kunst”: è questo il titolo scelto per l’esposizione che ha arredato il Klösterle, l’antico ospizio a San Floriano, località nel comune di Egna famoso anche perché vi ha soggiornato Albrecht Dürer in uno dei suoi viaggi in Italia. Un racconto dell’Autonomia attraverso il linguaggio dei quadri e delle sculture.

L’occasione era il progetto “La regione fuori dai vetri”, che si propone di offrire l’opportunità a tutta la popolazione, ma specialmente ai giovani, di vivere da vicino la vivacità, l’espressione e la bellezza dell’arte, mettendo a disposizione di tutti le opere d’arte della Regione a km 0, valorizzando le unicità dei comuni attraverso le oltre duemila opere del patrimonio artistico locale.

Erano oltre cento le opere in esposizione, riuscita grazie al contributo di sei associazioni che hanno permesso l’apertura dell’ospizio. Tra queste, la Galleria Kunst Grenzen di Roverè della Luna è stata parte molto attiva della mostra, non solo per il buon numero di artisti che ha presentato, ma anche nell’aiuto alla parte organizzativa dell’evento. In buon numero anche gli artisti altoatesini.

Il compito di chiudere l’evento è stato affidato alla voce narrante dell’attore trentino Alfonso Masi, ha portato in scena la pièce di Patrick Süskind “Il contrabbasso” assieme a Michele Tovazzi, che si è occupato della parte musicale. 

“Ho apprezzato molto questa mostra e penso che anche per Egna è stato un onore ospitare un’esposizione di questo livello”, riferisce Karin Pichler, capofrazione a Laghetti e ponte tra la Provincia e le associazioni nell’organizzare il tutto.

“C’erano una varietà di dipinti che spaziano dagli anni passati ai tempi più recenti con una storia da raccontare – è il pensiero dell’artista Eleonora Mazzaferro – È stata un’occasione per entrare in un ambiente in cui anche il quadro più umile viene valorizzato. Questo è appagante per ognuno di noi”.

Autore: Daniele Bebber

Il campione paralimpicoscala l’Everest… a Mezzocorona

A volte basta davvero un attimo perché una vita cambi, nel bene o nel male; e nel caso dell’atleta paralimpico Alessandro Colombo è chiaro che dal suo dramma personale ne è scaturita una forza di volontà non indifferente, che può essere portata ad esempio per chi ha avuto la sua stessa sventura. Al termine di 24 ore di gara l’atleta, lombardo di origine ma da anni residente a Salorno, ha concluso l’Everesting Challenge, ripetendo 14 volte la salita tra la stazione a valle e quella a monte a Mezzocorona sino a coprire un dislivello di 8.840 metri.

Era una giornata qualsiasi del lontano 1997 quando un’incidente in moto in paese – “banalissimo”, come lo ha definito lui – ha scombinato la vita di Alessandro Colombo. “L’incidente mi ha distrutto parte della gamba, avevo un ginocchio disarticolato e mi si è procurata una sindrome compartimentale: ho dovuto subire la sub amputazione della gamba sinistra che è stata riattaccata, ma è rimasta gravemente menomata, con paralisi e deficit neurosensoriali”.

Lo sport come prima terapia
Per ritornare ad avere una buona forma fisica si è dedicato al ciclismo, ed è andata bene, tanto che in breve è entrato a far parte della nazionale paralimpica collezionando successi, fra cui le due corse a tappe nel 2009 e nel 2010 a Vuelta Chiapas, in Messico: “Era un po’ un esperimento per vedere se il disabile sopravviveva – scherza – c’erano tre professionisti, due dilettanti e un’atleta amputato”.

Dopo vent’anni iniziano i problemi gravi
Per vent’anni la qualità della sua vita è stata molto buona, poi cinque anni fa sono sorti alcuni gravi problemi: “La gamba non reagiva bene alle terapie farmacologiche e il dolore non mi lasciava mai, soprattutto quando venivo toccato, urtato o se appoggiavo il piede.
Così mi sono rivolto ad un’equipe di medici di Bressanone guidata dal dottor Alexander Gardetto, che hanno messo in pratica una tecnica innovativa che si chiama Tsr Tagreted Sensory Reinnervation: “È stato l’unico chirurgo che ha capito come stavo anche intimamente, umanamente – spiega – Così mi sono affidato a lui per l’amputazione che è stata completata attraverso un innesto di nervi eliminando completamente la sofferenza”.

“Dopo l’amputazione ho deciso di affrontare questa sfida:
mi sono allenato per oltre un anno e mezzo. Sono tornato a fare sport, ad andare in bicicletta, a praticare il triathlon”

La volontà di far conoscere la cura
“Dissi ad Alex che dovevamo fare qualcosa per far sapere che questa possibilità esiste, e che potrebbe rappresentare una via d’uscita per le persone che hanno avuto il mio stesso problema”. Ed è qui che è nata l’idea di #Tagliato per vivere: “È un progetto medico/scientifico e sociale che ha lo scopo di divulgare la tecnica chirurgica, organizzare formazione e sensibilizzare la politica locale affinché la procedura venga inserita nelle prestazioni a carico del Servizio sanitario – continua – l’amputazione era un impegno di rinascita con me stesso ma anche per chi vuole trovare una soluzione a un problema simile”.
E partecipare all’Everesting Challenge è servito a dimostrare il successo dell’intervento; supportato dal Cerism di Rovereto, dal dottor Giulio Sergio Roi e dal dottor Giorgio Perruco, Colombo ha portato avanti un duro quanto faticoso allenamento: “Mi sono allenato per oltre un anno e mezzo. Sono tornato a fare sport, ad andare in bicicletta, a praticare delle gare di triathlon”.

Una lotta con se stessi e ora il riposo
Così, lo scorso 7 aprile alle 5.53 il nome di Alessandro è entrato nel Guinnes dei primati per aver ripetuto 14 volte la salita tra la stazione a Valle e quella a Monte a Mezzocorona sino a coprire un dislivello di 8.840 metri. Un’impresa frutto del lavoro di squadra, un traguardo dedicato alla propria famiglia. “Mi sono trovato a combattere con le mie emozioni. Ho avuto dei crolli, ma non potevo mollare. Adesso mi concederò un po’ di riposo. Poi riprenderò gradualmente a fare sport”.

Autore: Daniele Bebber