Merano – Londra per la propria formazione 

Lisa Laudieri ha iniziato la sua carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove si è laureata con lode, ha poi iniziato ad avvicinarsi al design spaziale come mezzo di commento sociale e pensiero speculativo attraverso il quale sfidare le narrazioni dominanti e reimmaginare futuri alternativi. Tutto questo l’ha portata al Royal College of Art di Londra.

Ci parli della sua intera carriera scolastica e formazione.

Ho iniziato la mia carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove mi sono laureata con lode. Gli studi mi hanno poi portato al Royal College of Art di Londra, dove ho recentemente completato un master in interior design. 

Lei non è la prima creativa sudtirolese che studia a Londra anzi in quella città vive una vera e propria colonia di artisti, architetti e intellettuali tirolesi. Lei è in contatto con loro? 

So che c’è una comunità al di fuori dell’Alto Adige, e credo che sia una cosa fantastica. È una comunità di cui mi piacerebbe far parte e che ho intenzione di cercare presto. Credo che provenire dallo stesso luogo crei una connessione immediata e una rassicurazione in un posto straniero. Detto questo, spesso gravito verso la dissonanza piuttosto che verso la familiarità.

Londra è una città ricca di opportunità e di fascino senza tempo. Dopo gli studi, pensa di lasciare Londra per tornare a Merano?

Non penso più alle opportunità come a qualcosa di legato solo al luogo. Con il lavoro a distanza, le comunità online e le piattaforme accessibili, il lavoro creativo è accessibile indipendentemente dal luogo in cui si vive. Londra è stata importante per me, non solo per le sue opportunità, ma anche per le sue dimensioni, il suo attrito, la sua pluralità. Che io rimanga a Londra per un po’ o che scopra altre città, Merano sarà sempre la mia casa, ma non in senso statico. La vedo più come un punto di riferimento.

A cosa sta lavorando attualmente? 

Il mio lavoro recente si concentra sulla nozione di ingiustizia spaziale, affrontando i modi in cui gli ambienti architettonici possono rafforzare o interrompere le strutture di disuguaglianza. Ciò include sia gli aspetti visibili e sistemici della politica spaziale, come l’accesso, lo spostamento e l’esclusione, sia le esperienze più intime e psicologiche dello spazio. Sto lavorando a diversi progetti nel campo del design e delle arti. Sto costruendo la mia carriera come fotografo e designer, all’incrocio tra la ricerca spaziale e il cinema, la fotografia e il design. Attualmente sto producendo un cortometraggio che affronta il tema della violenza di genere, una rappresentazione della storia di persecuzione delle donne attraverso un processo che esamina come le donne siano state e continuino a essere sottoposte a scrutinio, giudizio e cancellazione. Il film abbandona la questione della colpevolezza o dell’innocenza, per analizzare invece l’apparato sociale, emotivo e psicologico che isola e smantella una donna presa nell’occhio della paranoia collettiva.

Nonostante una lotta serrata alla violenza contro le donne il problema continua a dilagare. Perché, secondo lei? 

La violenza contro le donne persiste perché è sistemica, radicata nel linguaggio, nella legge, nella politica e nello spazio. Ciò che mi colpisce maggiormente è la persistenza di narrazioni patriarcali, spesso mascherate dietro un falso senso di neutralità. Le storie delle donne sono spesso filtrate da uno sguardo maschile o liquidate come semplici aneddoti, il che diluisce la loro urgenza. Quando le società normalizzano i media misogini e lasciano alle donne una limitata indipendenza finanziaria o un ricorso legale, i comportamenti abusivi trovano rifugio. Finché non ristruttureremo radicalmente queste dinamiche di potere, il ciclo della violenza continuerà a persistere.

Oltre allo studio come passa il suo tempo libero a Londra? 

Mi piace circondarmi di ispirazione, sia visitando musei e mostre che conversando con gli amici. A dire il vero, spesso confondo il confine tra lavoro e tempo libero. In questo senso sono un po’ uno stacanovista, ma non mi dispiace. Tutte queste esperienze alimentano la mia pratica creativa e fanno parte di una curiosità più ampia che modella il mio modo di pensare, sentire e lavorare.

Londra è una città pericolosa per le donne? 

Come ogni grande città, anche Londra ha i suoi problemi di sicurezza. Ci sono aree e situazioni – soprattutto sui mezzi pubblici – in cui le donne devono stare all’erta perché la città non è sempre uno spazio sicuro. La risposta tende a essere reattiva piuttosto che proattiva. Sebbene esistano campagne e app, spesso scaricano la responsabilità sulle donne. Quando viaggio di sera, apro Uber, pago la tariffa maggiorata e condivido il mio viaggio in modo che gli amici possano vedere l’icona della macchinina scorrere sui loro schermi. Prima di andare a letto ci scambiamo un rapido “a casa?”. Questa precauzione è diventata una memoria muscolare, ma è un costo aggiuntivo che le donne assorbono quando le città e i governi non riescono a farci sentire protette.

Londra è sempre stata ed è tuttora leader nella moda dei giovani, cos’è attuale ora? 

La moda come dichiarazione politica consapevole. Le tendenze sono indicatori del tempo, del panorama socioeconomico e politico. Ciò che indossiamo riflette ciò che stiamo attraversando.

Negli ultimi tempi, con il passaggio al conservatorismo, all’instabilità economica e a una maggiore incertezza, la moda ha iniziato a rispecchiare questa tendenza attraverso orli più lunghi, silhouette più modeste, estetica “pulita”. Allo stesso tempo, c’è una corrente contraria. Silhouette fluide, decostruttivismo, stile non convenzionale e stratificazione. 

Ciò che mi affascina di più è come la moda possa diventare una porta d’accesso. Per molti giovani è un punto di ingresso nella politica, le tendenze diventano un modo per esprimere idee politiche su classe, genere, razza, lavoro, politica del corpo in un linguaggio che sembra immediato. Ho visto come la moda permetta alle persone di comunicare la propria identità e le proprie convinzioni, rendendo le conversazioni politiche più accessibili.

Che consiglio darebbe agli studenti che frequentano il Kunstgymnasium?

Esplorate non solo ciò che vi ispira, ma anche ciò che vi infastidisce. Il disagio indica qualcosa che vale la pena indagare. Non sentitevi obbligati a definirvi troppo presto; non è una decisione, ma emerge dal processo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo saluto a Papa Francesco

Nei giorni scorsi è deceduto papa Bergoglio, dopo 12 anni di pontificato, e a Roma si sono svolti i suoi funerali.
A Paolo Valente, meranese e vicedirettore di Caritas Italiana, abbiamo chiesto come sono stati vissuti questi delicati giorni di passaggio per la chiesa cattolica.

Nella vita della chiesa cattolica la scomparsa del vescovo di Roma e l’elezione del suo successore rappresentano sempre una chiave di volta, non solo per il miliardo e 400 milioni di fedeli ma per tutto il mondo, in generale. Papa Francesco come sappiamo ha fortemente caratterizzato il suo pontificato attraverso una grande attenzione ai poveri, gli ultimi e i dimenticati, che sono il focus operativo della Caritas Internationalis, una confederazione cattolica che raggruppa 162 membri affiliati, distribuiti in diversi paesi del mondo. Vicedirettore di Caritas Italiana, da qualche tempo, è Paolo Valente, meranese, che abbiamo interpellato per farci raccontare questi giorni.
Nell’intervista mi rivolgo a Paolo Valente dandogli del tu, come si usa tra colleghi giornalisti.


L’INTERVISTA
Paolo, ci racconti i momenti in cui hai saputo della morte di papa Francesco e come la cosa è stata vissuta in Caritas?
Era chiaro che Francesco non stesse bene. Ma tutti eravamo convinti che fosse sulla via della ripresa. L’ho saputo mentre, il Lunedì dell’Angelo, stavo viaggiando in treno da Merano a Roma. È stato un colpo, sul piano emotivo. Poi, dal momento che la comunicazione di Caritas Italiana fa capo a me, ho subito coordinato le azioni previste in queste situazioni. Non è un caso che subito molti colleghi giornalisti hanno cercato proprio la Caritas per un primo commento: la testimonianza della carità è stata una dimensione centrale in tutta la vita di papa Francesco. Caritas Italiana vive questo evento con dolore e speranza. Come ha detto il nostro direttore: “Il seme che ha piantato in questi anni continuerà a germogliare”.

Bergoglio ha avuto occasione di dire che la Caritas è “la carezza della Chiesa al suo popolo”…
Lo ha detto poco dopo la sua elezione nel 2013: “La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, la carezza della Chiesa madre ai suoi figli; la sua tenerezza e la sua vicinanza”. La Caritas infatti non è in primo luogo un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo pastorale. Cioè ha il compito di ricordare ai cristiani e alla comunità cristiana che senza l’amore per il prossimo, soprattutto per gli ultimi, la Chiesa non è Chiesa. E che ognuno è chiamato a fare la sua parte. La Caritas è espressione (concreta, non solo a parole) di una comunità consapevole del fatto che solo l’amore salva.

“A San Pietro i ‘primi’ lo hanno congedato, a Santa Maria Maggiore gli ‘ultimi’ lo hanno accolto”


Il tuo ruolo di vicedirettore di Caritas italiana senz’altro ti ha dato la possibilità di incontrare personalmente papa Francesco. Qual è il tuo ricordo personale di questa persona speciale?
Se nel 2014 ho accolto la proposta di assumere la responsabilità di direttore della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone è perché papa Francesco ha avuto da subito, per la Chiesa universale, parole chiare che mi convincevano. Parole e gesti, come quel suo primo viaggio a Lampedusa. In questi anni l’ho incontrato tre volte, con i colleghi, e ogni volta ci sono stati interventi da parte sua che hanno poi segnato il cammino successivo. Ad esempio a Caritas Italiana ha consegnato le “tre vie”. La via degli ultimi, quella del Vangelo, quella della creatività. Le sue parole sono anche all’origine di progetti profetici, come quello dei corridoi umanitari, che vede impegnate in Italia molte comunità diocesane.

Secondo te quali sono stati i maggiori pregi del pontificato di papa Francesco?
Potrei cavarmela citandolo: “Chi sono io per giudicare…”. Vorrei però dire che Francesco è un vescovo e un papa che non ha usato il Vangelo come pretesto per altre cose, ma ha lavorato a ricondurre tutti noi alla sostanza del Vangelo stesso. Vangelo significa “buona notizia” e questa buona notizia è che Dio è amore. In questo c’è una bella continuità tra Benedetto e Francesco. Stili e carismi diversi, ma stesso contenuto. Francesco, di suo, ha sicuramente avuto la forza dei segni.

La morte del papa è un evento che ogni volta rivoluziona la vita della chiesa e dei suoi organismi. Voi come Caritas Italiana come siete state coinvolti nella preparazione e gestione dei funerali di Bergoglio?
Fin dall’elezione Francesco ha voluto sottolineare il suo ruolo di vescovo di Roma. Per questo è stata coinvolta la Caritas diocesana di Roma, in particolare per il momento finale, la tumulazione della salma nella basilica di S. Maria Maggiore. Lì una quarantina di persone in situazione di povertà, alcuni ospiti proprio della Caritas, hanno accolto la bara con una rosa bianca. A San Pietro i “primi” lo hanno congedato, a S. Maria Maggiore gli “ultimi” lo hanno accolto.

A tuo avviso qual è stata la peculiarità di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori?
Credo che lo abbiano caratterizzato almeno due aspetti legati alla sua biografia. Il fatto di essere un gesuita e la provenienza dall’America Latina. La Chiesa latino-americana ha vissuto tempi di grande vivacità, oggi forse un po’ meno. E i gesuiti da sempre hanno avuto la capacità di tradurre il Vangelo nel linguaggio e nelle culture delle persone a cui veniva annunciato. Un terzo aspetto: come discendente di migranti, ha avuto, per chi è costretto a lasciare la propria terra, un’attenzione e una tenerezza del tutto particolari. Credo che, rispetto ad altri, lo ricorderemo molto per i suoi gesti e per le sue parole-chiave. Un po’ come Gesù, del resto.

Dopo i funerali di Francesco ora si apre un periodo cruciale che nel giro di pochi giorni porterà all’elezione del nuovo vescovo di Roma. In merito quali sono gli auspici tuoi personali e della Caritas Italiana?
Sono stato al funerale, sabato scorso. C’era presente il mondo, e non mi riferisco a quegli alcuni “grandi” i quali avranno avuto di che riflettere ascoltando l’omelia dell’anziano ma vigoroso cardinale Re. Voglio dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di istanze, non solo religiose, capaci di guardare il mondo a 360 gradi, capaci di lungimiranza e di visioni che riescano a risollevarci da una crisi che non è solo climatica, sociale, economica, ma soprattutto etica, umana, di senso. Serve luce nel buio.

A tuo avviso quali sono le principali sfide per la chiesa cattolica che guarda al futuro?
Credo che la sfida principale sia quella di organizzare diocesi e parrocchie in modo tale che le comunità possano essere vive, protagoniste, giovani, coraggiose. Capaci di leggere insieme il Vangelo e di tradurlo nella vita personale, familiare, del quartiere. Una Chiesa, direbbe Francesco, che non ceda alla logica della paura che chiude, che sia invece orientata a iniziare processi, anziché a occupare spazi. Che non sia autoreferenziale ma orientata al bene comune. Pronta a mettere a frutto i doni preziosi di cui dispone – ad esempio le donne (non nel senso delle “quote rosa” ma della pari dignità integrale), i giovani, quelli che bussano e tanti altri – perché il mondo riconosce e accoglie il vero Bene – come a Emmaus – solo nell’atto dello spezzare il pane (cioè: si diventa credibili non nell’esibizione, ma nella condivisione dei doni).

Autore: Luca Sticcotti

Giochiamo a fare i negozianti

Calarsi nei panni di chi sta dietro al bancone del negozio della propria città in maniera giocosa. Si chiama “SeiLeiferser”, ed è un progetto nato dall’Unione commercio con i commercianti di Laives, per creare un ponte tra mondo del lavoro e giovani, affinché comprendano l’importanza del commercio di vicinato.

Quante volte da bambini abbiamo giocato con fratelli e amici ai negozianti? Con tanto di soldi di carta, cassa e prodotti, magari presi in prestito dalla cucina di casa. Si entrava inconsapevolmente in una realtà che per ogni comunità è essenziale – quella del commercio di vicinato o di quartiere. In ogni caso, quella di un rapporto diretto tra cliente e commerciante che – al giorno d’oggi e con la diffusione a macchia d’olio dell’e-commerce – va via via sparendo.
È importante che i nostri giovani – anche in previsione della loro entrata nel mondo del lavoro – tocchino con mano il tipo di competenze che sta dietro alla gestione di una attività commerciale, sia che si tratti di un negozio di abbigliamento, che di un ristorante o di una banca.
È proprio per le valenze sociali che si celano dietro al rapporto tra clienti e commercianti che la scuola secondaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca di Laives hanno scelto di aderire con entusiasmo al progetto dell’Unione Commercio “SeiLeiferser”, progetto che ha incassato per le stesse motivazioni anche il sostegno diretto di Comune e Provincia e che – nel mese di maggio – va a concludere questo primo ciclo, che si è aperto mesi fa con la prima tappa importante: la consegna alle scuole, alla presenza delle autorità e della rappresentanza scolastica, del gioco di società “SeiLeiferser”, in cui gli studenti di entrambi gli istituti si sono cimentati per calarsi appunto nei panni dei commercianti.

Una gita virtuale alla scoperta delle botteghe
Ma non si tratta di commercianti qualsiasi, come hanno spiegato Raffaella Defant e Paola Galvan, membri del gruppo di Laives dell’Unione Commercio e referenti del progetto. All’interno del gioco sono entrati proprio i commercianti di Laives che hanno scelto di aderire al progetto. E in questo modo i ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta, potendo “spostarsi” virtualmente in bicicletta tra le attività e identificandosi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino.
Il gioco quindi, con il suo colorato tabellone, è il cuore di questo progetto, volto a creare un ponte tra giovani e mondo del lavoro, affinché i ragazzi comprendano l’importanza del commercio di vicinato, per incentivare le risorse locali invogliando i giovani a investire nel territorio – oggi come consumatori e forse, domani, dall’altra parte, come lavoratori del settore.

“I ragazzi si sono potuti calare in una realtà a loro vicina, concreta, conosciuta; hanno potuto spostarsi tra le attività e identificarsi nelle persone che ogni giorno contribuiscono a creare rete e vita all’interno del tessuto cittadino”

I laboratori con i centri giovanili
Ma non è finita qui: il progetto ha previsto un secondo passo, quello dei laboratori per i ragazzi presso gli esercizi stessi. Qui sono entrati in gioco anche i Centri Giovani del territorio: le attività che ne hanno avuto la possibilità, hanno ospitato gli studenti all’interno delle stesse, per permettere loro di entrare in contatto diretto con il mondo del lavoro.
Dell’iscrizione e dell’accompagnamento dei ragazzi presso le sedi delle attività se n’è occupato il Centro Giovani Fly. Le attività che non hanno avuto la possibilità di ospitare i ragazzi presso le proprie sedi, si sono quindi appoggiate ai Centri Giovani Fly e Don Bosco e – infine – chi non ha potuto neppure appoggiarsi ai centri per motivi legati al tipo di attività o alla logistica ad esempio, hanno contribuito con interventi all’interno delle scuole legati a tematiche come il cibo sano, il volontariato e altri temi di valenza sociale.

La collaborazione delle associazioni
Infine – e i risultati si avranno verso la fine del mese di maggio – era possibile partecipare a un concorso, le cui modalità sono state diffuse nelle scuole insieme alle istruzioni del gioco: i ragazzi hanno ricevuto un tema da sviluppare secondo differenti modalità, come ad esempio il video.
I vincitori saliranno sul podio in gruppo: sono previsti 6 podi – 3 per la scuola italiana e 3 per quella tedesca – con premi messi in palio dalle associazioni del territorio Coro Monti Pallidi, Lasecondaluna e ArcoClub.
In questo modo il progetto è riuscito a mettere insieme le componenti essenziali del tessuto di una comunità: commercianti, associazioni sportive, associazioni culturali e cittadinanza. Il progetto “SeiLeiferser” ha riscosso così tanto successo che è già stata richiesta un replica per il 2026, che prevederà anche alcune novità e l’adesione di altre attività non presenti per questa edizione, oltre a una pagina Facebook che seguirà il progetto.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Sam Harvey, in porta con i Foxes

Sam Harvey, classe 1998, milita come portiere nei Foxes bolzanini. Arrivato a Bolzano dopo aver giocato in Canada, Stati Uniti e Finlandia racconta la sua vita da giocatore professionista, da papà e del suo rapporto con i tifosi e la città di Bolzano.

Qual è l’aspetto più difficile del ruolo di portiere?
Probabilmente l’aspetto mentale del gioco. Si può lavorare moltissimo sulla tecnica, sull’aspetto fisico, ma provare a controllare il proprio cervello è davvero difficile. Ad esempio quando ti segnano un goal è una sfida: tutto gira intorno a come ti riprendi e a come affronti ciò che viene. Con l’esperienza si impara a gestire tutto questo, si impara che ci sono giorni buoni e giorni brutti. La cosa positiva è che si può allenare anche la parte mentale, io ho un mental coach e persone che mi aiutano in questo. Ovviamente bisogna essere degli ottimi atleti, allenarsi, sapersi muovere sul ghiaccio ed essere in grado di comprendere il gioco. Queste sono tutte sfide in cui penso di star facendo bene.

Come fai a mantenere la concentrazione durante le partite?
Cerco sempre di pensare al prossimo tiro in arrivo, sia che sia un goal ricevuto che una bella parata; ciò che è nel passato rimane lì e cerco di concentrarmi sul presente. È molto importante ed è ciò che faccio per la maggior parte del tempo. Brutti goal e belle parate accadranno: lo scopo del gioco è segnare, quindi qualcuno senz’altro mi segnerà, ma ho imparato a concentrarmi e a guardare sempre avanti. I portieri di successo sono proprio bravi a fare questo.


Alla fine di ogni tempo di gioco ti fermi sulla pista. Che cosa fai?
Per me è quasi come un reset mentale. Visualizzo me stesso parare e muovermi nella mia zona. Mi visualizzo nella mia porta e in quella in cui giocherò nel tempo successivo. Visualizzo e mi preparo mentalmente per ciò che segue. Ho iniziato a farlo quest’anno e mi sta aiutando molto.

Com’è il rapporto con i tifosi?
I tifosi qui sono molto diversi da quelli che ho incontrato in Nord America. Lì non ci sono questa prossimità e un tifo così appassionato. Già solo il fatto che dopo una vittoria ci fermiamo a festeggiare con i tifosi fa sentire la vicinanza e la passione delle persone che vengono alle partite. I tifosi di qui sono conosciuti per essere dei grandi fan che amano vedere la squadra vincere. Mi piace moltissimo. Cantano e fanno il tifo con grande passione e questo ci dà emozione ed energia durante la partita, aggiungendo un aspetto al gioco che manca in Canada e negli Stati Uniti. In Finlandia i tifosi sono appassionati, ma in termini di emozione e passione Bolzano è il miglior posto dove io abbia giocato. Qui il tifo è quasi personale, lo si prende a cuore.

Cosa ti fa sentire a casa nei vari luoghi in cui ti ritrovi a giocare?
L’aspetto più importante probabilmente riguarda i giocatori con cui praticamente inizi a vivere: se hai amici nella squadra o giocatori che giocano da tempo insieme, come qui nel Bolzano, tutto è più facile. Ci si sente più a casa. È bello avere il proprio appartamento e conoscere le persone che vivono vicino a te, ma il rapporto con i compagni di squadra gioca il ruolo più importante: i ragazzi diventano la tua famiglia.

Come gestisci i rapporti a distanza?
Il telefono è il mio migliore amico. Non è sempre facile sapere che tu sei qui e la tua famiglia è a casa. Cerco di essere presente il più possibile senza essere fisicamente con loro, questa è una delle parti più difficili del giocare in Europa. Allo stesso tempo però mi sento fortunato ad avere la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, qui con me. È fantastico. Dopo le quattro o cinque ore che passo alla pista torno a casa e ho molto tempo da dedicare a loro. È bellissimo poter passare il tempo con la mia bambina e vederla crescere. Prima di diventare papà ero concentrato il 100% del tempo sull’hockey, avere questa pausa per concentrarmi su di lei e divertirmi con lei mi sta facendo davvero bene. È un’esperienza bellissima e non mi sarei aspettato che mi avrebbe cambiato la vita così tanto, sono davvero fortunato. Lei sta benissimo e mi fa sorridere ogni giorno, è tutto magnifico.

È difficile bilanciare la vita personale e quella lavorativa?
Io amo l’hockey quindi ne parlo sempre e a casa; la mia famiglia sa che ne parlerò e che, ad esempio, dopo una partita persa avrò bisogno dei miei spazi. È una sfida, ma sto migliorando. So che quando torno a casa sono con la mia famiglia e che mi dedicherò a loro, anche se a volte è ancora difficile separare le due cose. Potremmo dire che è un “lavori in corso”.

Com’è stato abituarsi a Bolzano e alle sue lingue?
Il mio tedesco è terribile! Riesco a capire qualcosa di italiano perchè il francese è la mia prima lingua, ma fortunatamente qui quasi tutti parlano inglese. È stato abbastanza facile. Le persone sono gentili, amano la squadra, sono gentili con i giocatori; la qualità della vita è altissima. Questo è probabilmente uno dei migliori luoghi al mondo dove vivere, abbiamo tutto, le montagne, il clima perfetto. Non è stata una sfida abituarmi, è stata un’esperienza fantastica fin dal primo giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

L’importanza di tornare sui libri

“Immergiti, sfoglia, meravigliati. Assapora la magia dei libri”. è con questo slogan che il direttivo del Genossendchaft deutscher Kindergarten und Kulturheim Leifers ha voluto invitare tutta la popolazione di Laives e dintorni a riscoprire il piacere della lettura in un comune che – ahimè – manca di una libreria già da molti anni. Così, per la felicità di chi adora il fruscìo delle pagine, per un’intera settimana il Kulturhaus si è trasformato nel paradiso dei libri.

A Laives e in tutto il circondario manca una libreria, da anni. E da anni isogna necessariamente rivolgersi al commercio online, strada molto più semplice, o recarsi a Bolzano, che non è chissà quale viaggio, ma – dati alla mano – pare che questa trasferta possa in qualche modo scoraggiare potenziali lettori.
Certo, questa carenza viene supplita dal grande impegno delle biblioteche locali, sia in lingua tedesca che italiana, ma a volte questo lavoro non basta.

Una settimana dedicata alla lettura
È per questo che il Genossenschaft ha accolto l’idea di alcuni membri del direttivo e ha avanzato la proposta di presentare per una settimana un ampio ventaglio di titoli in entrambe le lingue e per tutte le fasce di età e di interesse – proposta raccolta e organizzata con entusiasmo dal gruppo Athesia. La grande sala del Kulturhaus di via Montessori ha così accolto da martedì 8 a domenica 13 aprile la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare.
E martedì 8 nel tardo pomeriggio il direttivo, in primis il presidente Rainer Tschirner, ha accolto gli ospiti ufficiali – dai rappresentanti di Athesia a quelli di Raiffeisen, fino a sindaco, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Laives e al parroco del decanato di Laives Don Walter e molti altri esponenti del panorama culturale locale – per una breve cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’evento.
Tutti coloro che hanno preso la parola, dal presidente e i membri del direttivo come Marlene Menegatti, ai membri della giunta comunale, hanno sottolineato come l’iniziativa sia nata dal desiderio di avvicinare la popolazione al meraviglioso mondo dei libri e dell’importanza della lettura nella formazione dell’individuo e di una cultura collettiva.

“Per un’intera settimana il Kulturhaus di Laives si è trasformato nel paradiso dei libri, con la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare”

L’entusiasmo dei bimbi più piccoli
Un successo oltre le aspettative quello che ha ottenuto l’iniziativa, con la scuola materna Nazario Sauro che ha portato i bimbi ogni giorno a immergersi in coloratissime copertine che li hanno avvicinati a grandi avventure e moltissime persone che si sono aggirate con calma tra i banchi che esponevano letture di ogni genere, dal fantasy per ragazzi ai libri di ricette, fino ai grandi saggi sulla storia e l’attualità.
La grande partecipazione a questa iniziativa ha evidenziato da un lato la grande voglia dei cittadini di consultare ma anche acquistare letture, dall’altro lato la mancanza di una realtà di questo genere per la popolazione di Laives e dintorni. La speranza quindi è che, oltre a iniziative come questa, possa in futuro anche ritornare a Laives una libreria pronta ad accogliere lettori e futuri lettori.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Francesca Ferragina: libri, donne e podcast

Pedagogista per l’infanzia, Francesca Ferragina dedica però ai destini e alle storie delle donne le sue energie, la sua passione, il tempo libero. Possiamo seguirla nei suoi podcast e leggere i suoi libri, ci condurrà in un vasto e quanto mai suggestivo universo femminile. 

Come è nato il suo amore per i personaggi femminili della storia?
Sono sempre stata una grande appassionata di storia, fin da bambina. Crescendo, però, mi sono accorta di un “piccolo” particolare: i libri di storia sono pieni di uomini, ma le donne? Ecco, voler rispondere a questa domanda ha scatenato la mia curiosità, le mie ricerche e la mia dedizione.

Quali erano stati i suoi studi? Tornando indietro cambierebbe facoltà dedicandosi piuttosto alla storia?
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (volevo essere il corrispondente femminile di Indiana Jones). Confrontandomi con la mia famiglia però ho scelto un percorso più “sicuro” e così, compiendo un giro parecchio largo, alla fine mi sono laureata in Scienze per la Formazione dell’Infanzia. Aver rinunciato al mio sogno è ancora uno dei miei più grandi rimpianti, ma non è detto che sia davvero un capitolo chiuso…

Qual è il suo lavoro primario?
Sono pedagogista, mediatrice familiare e referente per i progetti di prevenzione alla violenza su minori presso il centro “Il Germoglio” dell’associazione “La Strada – Der Weg”.

Quali sono le soddisfazioni di questo suo impegno?
Sapere di offrire strumenti e punti di riflessione che possono permettere di evitare violenza e/o abusi, o anche solo velocizzare una richiesta di aiuto da parte di minori, mi fa sentire “utile”: aiutare a riconoscere la violenza vuol dire educare all’empatia.

Come nasce questo suo particolare interesse per il mondo anglosassone?
Non saprei individuare un particolare momento o aneddoto che ha fatto scattare questo interesse. Ho sempre volto lo sguardo al di fuori dei miei confini e ad oggi UK e Francia sono luoghi e culture che mi scatenano tantissime emozioni.

Lei ha un podcast; di cosa si tratta?
“Storie di Donne nella Storia”, come dice eloquentemente il titolo, parla della storia delle donne. In ogni episodio provo ad esprimere la voce femminile fino ad ora silenziata, mettendo in luce aspetti storici trasversali o paralleli a quelli appresi comunemente. L’intento del mio podcast, così come quello dei miei eventi dal vivo, è quello di raccontare la versione dei fatti senza trascurare tutti i protagonisti. Ogni episodio ha un personaggio femminile che, consapevole o no, ha segnato una tappa fondamentale per il riconoscimento dei diritti e del valore delle donne.

Pochi giorni fa è uscito il suo secondo libro, Io Enrico. è collegato al primo?
Sì, “Io. Enrico” è il seguito di “Io. Anna”, entrambi editi da “GanderBooks”.

Questi due libri diventeranno presto una trilogia?
Proprio così, entrambi fanno parte di una trilogia che si concluderà con il prossimo romanzo al quale sto attualmente lavorando.

Come nasce uno dei suoi libri?
Diciamo che approfitto dei miei personaggi per far compiere loro avventure che vorrei tanto vivere io.

Lei è una donna sicuramente molto impegnata, quando o come riesce a mettersi a scrivere?
Citando la mitica Virginia Woolf mi sono creata una stanza tutta per me! E non solo fisicamente (ho ricavato un ufficio in soffitta), ma anche mentalmente. Appena ho un attimo libero mi rintano nella mia stanza, chiudo la botola e scrivo. È il mio modo per evadere e trovare me stessa.
Una grande passione come la sua quanto può aiutare nei momenti difficili?
Tantissimo. Nel mio caso, durante il mio percorso di malattia (ho avuto un tumore al seno), ha deviato il carico di pensieri negativi e paure. Scrivere e disegnare sono stati “partner” della terapia farmacologica a cui ero sottoposta: mi liberavano la mente. L’idea poi di pubblicare il mio primo libro, realizzando quindi un sogno, mi dava la forza di guardare avanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Record di iscritti al torneo di Burraco

Ennesimo successo per il consueto torneo di burraco dell’Oratorio Santiago: la 16esima edizione ha registrato un record di iscritti: ben 36 coppie si sono sfidate in questo tradizionale gioco di carte, che ha visto vincitrice – per la seconda volta di seguito – la coppia formata da Julia Visintainer e Angela Mosca. Al secondo posto la coppia Luigina Dorigoni e Rosanna Merighi e medaglia di bronzo per Maria Carla Antolini ed Ernesto Milea.

Ultimi classificati, al 36esimo posto, Ivan Lazzarin insieme ad Anna Maria Peralta, che non si sono certo lasciati scoraggiare dal risultato, anzi: il torneo è infatti un’occasione soprattutto per godere di una giornata in piacevole e ricca compagnia, fare nuove amicizie e – in questa edizione – venire deliziati dai premi messi in palio per tutti i partecipanti dalla ditta Gramm.
Il Burraco è un gioco di carte della famiglia della Pinnacola, nato probabilmente in Uruguay intorno agli anni Quaranta come variante della Canasta, e dagli anni Ottanta si è diffuso enormemente anche in Italia ottenendo sempre più seguaci.
I motivi sono semplici: permette di riunire al tavolo un buon numero di persone e, una volta compreso il meccanismo e il sistema di punteggio, dà sempre vita a partite entusiasmanti.
La giornata all’Oratorio Santiago si è poi conclusa con la cena di chiusura torneo, organizzata dalle volontarie dell’Oratorio con il sempre prezioso aiuto degli amici alpini della locale sezione dell’Ana.
A chiudere in trionfo una giornata ricca di emozioni, un evento davvero speciale per la comunità: il concerto dell’Istituto di Promozione Musicale Claudio Monteverdi, insieme alla Corale Claudio Monteverdi di Cles, al “Coro laboratorio musicale” di Ravina, al coro del liceo musicale G. Pascoli e ai cantori del ginnasio bolzanino “Walther von der Vogelweide”, che hanno eseguito in maniera magistrale la solenne Messa da requiem di Giuseppe Verdi: un evento dal sapore particolare, che ha letteralmente gremito la chiesa parrocchiale, con la presenza anche di molti giovani.
Il prossimo evento nel calendario dei volontari dell’impegnatissimo Oratorio Santiago sarà il mercatino pasquale nella domenica delle Palme.

Autrice: R. T.

Una folla al Mercatino delle mamme

L’edizione primaverile 2025 del Mercatino delle Mamme si conferma nuovamente un punto di riferimento per tutta la provincia per la compravendita di articoli per l’infanzia e i ragazzi, trasformandosi in un circolo virtuoso che rimette in pista articoli di ogni genere ancora in buono stato, con il doppio obiettivo di venire incontro alle famiglie e di riciclare oggetti altrimenti destinati alla discarica.

Sono stati ben più di 180 i venditori di questa edizione – che si è tenuta nel week end del 29 e 30 marzo come sempre presso il Centro Don Bosco di Laives, che ha collaborato fin dalla prima edizione.
Migliaia gli articoli in vendita, dall’abbigliamento 0 -14 anni a seggiolini bicicletta e auto, monopattini e biciclette, caschetti, libri, giocattoli e molto altro, con visitatori e acquirenti ormai provenienti perfino dal vicino Trentino. L’instancabile lavoro dei volontari – ben 40 questa volta – garantisce un’organizzazione impeccabile e la vendita di oggetti solo in buonissimo stato.
Dalla squadra dedicata all’accettazione e distribuzione della merce, alla squadra “braccia forti”, che si occupa di predisporre tavoli e panche così come di smantellarli a fine evento, l’istancabile lavoro e coordinazione di tutti ha garantito il successo, arricchito questa volta anche da una novità: lo spazio dedicato ai bambini, molto apprezzato dai visitatori che hanno così potuto dedicarsi con calma agli acquisti mentre i bambini non avevano tempo di annoiarsi.
Un ringraziamento da parte di tutti, organizzatori, venditori e acquirenti, va alla giunta comunale, all’Elki e al Centro Don Bosco, come sempre sostenitori a vario titolo di questa preziosa iniziativa a sostegno delle famiglie e della preziosa cultura del recupero.
Il prossimo mercatino, dedicato all’abbigliamento e oggettistica prettamente invernali, si terrà nel week end dell’11 e 12 ottobre.

Autrice: R. T.