“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Al “Point” una sfilata di moda sostenibile

Quello realizzato nel Laboratorio di Cucito di via Stazione a Egna al Centro Giovanile Culturale “Point”, è stato un pomeriggio di moda sostenibile, artigianato e creatività condivisa. Lo hanno chiamato “Sfilasta” ed è un progetto dell’associazione JoyENJoy nell’ambito del progetto “Rigenera”.

Ideato dopo nove anni d’attività, nei giorni scorsi è stata per la prima volta portato fuori dalle mura del laboratorio per essere mostrato alla comunità. Sibylle Bazzanella, referente di JoyENJoy, ha presentato il progetto “Rigenera”, realizzato in collaborazione con Jugend Cultura e Alkemilla. 

Per un’intera giornata, dunque, il laboratorio di cucito interculturale è stato aperto al pubblico, che ha dimostrato di apprezzare come certi capi recuperati, riciclati, rimodernati e indossati dalle modelle,  possano trasformars nei protagonisti di una sfilata. 

Il risultato di mesi di lavoro si è tradotto in una passerella all’insegna della creatività e della moda responsabile, e a conclusione gli abiti sono stati messi all’asta e il pubblico ha potuto aggiudicarsi i vari outfit, con il rilancio più alto a decretare ciascun vincitore. 

Circa un centinaio di persone ha gremito il centro giovanile Point per l’evento, e quasi tutti i circa venti capi proposti sono stati venduti. Il pubblico, molto vario ed entusiasta, ha potuto inoltre gustare un apprezzatissimo buffet interculturale, con piatti come riso afghano e dolci mediorientali. 

Numerose sono state anche le persone impegnate dietro le quinte nei diversi ruoli organizzativi. 

“Secondo me è stata un’ottima iniziativa di sostenibilità, riciclo, interculturalità e coesione sociale – ha commentato Elena Barbiero, collaboratrice ai progetti di Jugend Cultura – La sfilata è stata il momento centrale di un pomeriggio dedicato alla sostenibilità, arricchito da spazi espositivi con oggetti eco-friendly. Il sostegno del Bando Rigenera, ottenuto nell’ambito del programma “Generazioni”, ha dato nuovo impulso al laboratorio, che quest’anno ha inaugurato anche il Second Hand Point, uno spazio adiacente dov’è possibile portare capi usati in cambio di punti da utilizzare per altri indumenti o per servizi di sartoria. 

Il progetto, nato per contrastare lo spreco tessile e promuovere il riuso, ha trovato nella sfilata il proprio momento più rappresentativo, cioè il culmine di un percorso condiviso e l’invito a scoprire una moda più consapevole, creativa e solidale.

Autore: Daniele Bebber

Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

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Penne nere di Ora: cuore in servizio in Emilia Romagna

Nel silenzio di un piccolo abitato emiliano, dove la natura ha fatto la voce grossa, il canto della solidarietà ha riecheggiato dall’Alto Adige grazie agli Alpini di Ora, ancora una volta in grado di ricordare che la vera grandezza umana sta nella volontà di tendere la mano a chi ha bisogno.

Ci sono gesti che riescono ancora a restituire fiducia nell’umanità. È il caso di questa storia, in cui un atto di concreta solidarietà è stato in grado di portare un raggio di speranza ad una famiglia colpita dalla devastazione. 

Ripercorrendo quanto raccontato da Giorgio Cavalli, socio e interlocutore del Gruppo alpini di Ora, la storia ha origine fra il 17 e il 20 ottobre dell’anno scorso, giorni in cui una violenta ondata di maltempo si è abbattuta sull’Emilia Romagna. 

Le piogge incessanti hanno causato frane ed esondazioni, lasciando dietro a sé dei danni considerevoli, oltre ad una buona e comprensibile dose di paura. Tra chi si è trovato nell’epicentro dei colpiti nel corso di quelle giornate, c’è la famiglia Rossi, residente in un paesino alle porte di Bologna. “La sera del 19 ottobre 2024 io e mio figlio eravamo in casa – racconta Norma Rossi, madre del piccolo Enea di appena un anno e mezzo agli alpini e ai presenti sulla soglia di casa sua, ancora danneggiata dal maltempo – Fuori pioveva a dirotto, ma sembrava tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, la montagna ha ceduto. Fango e alberi hanno distrutto una nostra parete al piano terra e hanno raggiunto anche il primo piano, sfondando i vetri. Siamo riusciti a uscire giusto in tempo. Pensavamo che tutto ci crollasse addosso”. In altre parole si è trattato di una tragedia sfiorata e d i un evento che comunque ha lasciato la famiglia con una casa e una vita da ricostruire. 

Ma il karma ha voluto che a un anno di distanza, quello stesso destino abbia voluto intrecciare questa storia a quella degli Alpini di Ora, gruppo fondato nel 1932, costituito da oltre un centinaio di membri attivi e guidato da Andrea Tava. “Chiedevamo solo un piccolo aiuto, un gesto d’amore per poter ricominciare – le parole commosse di Norma -. Quello che abbiamo ricevuto è molto di più, è stato un segno che ci dà forza. Quindi grazie di cuore a tutti gli Alpini e a chi ha creduto in noi”.

L’INTERVISTA

Presidente Tava, ci può raccontare qualcosa in più sulla consegna fatta? 

Durante l’evento “Militari alla Torre” abbiamo consegnato alla famiglia Rossi un assegno, simbolo tangibile della vicinanza del nostro gruppo. Parte dei fondi proveniva dalla tradizionale “Maccheronata in Piazza”, che organizziamo ogni anno con il contributo volontario di cittadini e sostenitori.

Oltre voi ha contribuito qualche altro ente a questa buona causa?

Si, la società Viaggi Markus Reisen di Egna ha voluto dare il proprio contributo, mettendo gratuitamente a disposizione il pulmino per la trasferta e poi partecipando alla donazione. Voremmo sottolineare un ringraziamento alla famiglia Ansaloni, promotrice dell’evento “Militari alla Torre” che ha fattoo sì che questo incontro fosse possibile.

Come avete appreso della richiesta d’aiuto lanciata da questa mamma per la sua famiglia?

Abbiamo saputo di questa situazione attraverso una rete di contatti e ci è sembrato abbastanza naturale intervenire. Del resto la solidarietà fa parte del nostro Dna. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a chi, come loro, ha perso tutto.

Come siete entrati in contatto con lei?

è stato grazie a un nostro socio appassionato di collezionismo. Era ad una fiera a Bologna e – penso tramite contatti che ha giù – è venuto a conoscenza della situazione di questa famiglia. Ha portato la storia in direttivo e ci siamo mobilitati.

Parlando della maccheronata, è l’unico evento solidale che promuovete?

No, ne facciamo tante, ma la maccheronata è la nostra iniziativa di punta!

Autore: Daniele Bebber

Inaugurata una scuola moderna e inclusiva

È stata una giornata di festa per tutti: alunni, insegnanti e amministratori. Dopo anni di attesa martedì 11 novembre è stato inaugurato il nuovo plesso scolastico di San Giacomo. Si tratta di una struttura moderna e inclusiva, visto che  ospita al suo interno la scuola primaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca.

Si tratta del terzo edificio scolastico sorto nella frazione di San Giacomo. La prima scuola triviale – come allora si chiamavano le scuole elementari, oggi scuole primarie di primo grado – fu infatti aperta nel 1804 e trovava posto presso la chiesa vecchia di San Giacomo, nella casa del sagrestano.
Nel 1874 fu inaugurato un nuovo edificio nel fondovalle, lungo l’allora via Imperiale del Brennero (oggi via San Giacomo).

La costruzione fu realizzata dal Comune di Laives con il concorso del Comune di Dodiciville, poiché già allora la scuola era destinata ad accogliere anche gli alunni provenienti dalla zona di Agruzzo. L’edificio, corrispondente a quello che oggi ospita i Vigili del fuoco volontari di San Giacomo e la Casa delle associazioni, rimase in funzione fino al 1967, anno in cui fu inaugurato un nuovo complesso scolastico.
Col passare dei decenni, tuttavia, il rapido e costante sviluppo demografico della frazione rese quest’ultimo edificio insufficiente: per diversi anni molte classi furono costrette a svolgere le lezioni in container provvisori.
Proprio per superare definitivamente questa situazione si decise di demolire la vecchia struttura e costruire un nuovo edificio capace di ottimizzare gli spazi, rispondere alle esigenze della scuola contemporanea e garantire una maggiore efficienza energetica e urbanistica. Il risultato è l’attuale plesso scolastico, di cui le scuole hanno preso possesso già in primavera, abbandonando i container in cui erano state temporaneamente trasferite durante la fase di costruzione. Si tratta di un edificio che può a buon diritto essere annoverato tra le scuole più moderne, funzionali e accoglienti della nostra provincia, perfettamente in linea con i principi della didattica e dell’architettura scolastica contemporanea.

Così come nel 1874, anche questo nuovo edificio è stato realizzato con il concorso del Comune di Bolzano, erede amministrativo di Dodiciville, per accogliere anche i bambini e le bambine provenienti da Agruzzo e dalla porzione di San Giacomo appartenente al comune di Bolzano. 

La scuola è dunque di proprietà condivisa tra il Comune di Laives e il Comune di Bolzano e anche i costi di costruzione sono stati condivisi: per circa un 50% essa è stata realizzata con fondi provinciali, mentre la restante. quota è stata finanziata insieme da Laives e Bolzano. 

La scuola, tuttavia, si distingue per un’ulteriore caratteristica del tutto particolare: ospita al suo interno la scuola primaria di primo grado in lingua italiana e quella in lingua tedesca, unendo due comunità scolastiche in un’unica realtà moderna.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Abitare: giovani e famiglie sono fuori mercato

Affitti che salgono, stipendi che… restano fermi. In Alto Adige la casa per alcuni è diventato un tormento: studenti costretti a cambiare di continuo stanza, giovani coppie con un tempo indeterminato che “non basta più”, nuovi arrivati che pagano di più per stare peggio. La domanda che risuona potrebbe essere: vogliamo città belle per pochi o quartieri vivibili per tutti?

Non è solo una questione di mercato. L’Onu parla di diritto a “un alloggio adeguato” come parte del diritto a una vita dignitosa. In poche parole, avere “una casa” non è un premio per i migliori, non è appannaggio di chi sta in Serie A, ma un diritto sacrosanto.

Eppure la percezione è che, senza eredità o qualche altro tipo di spintarella, il biglietto d’ingresso stia diventando proibitivo per i più.

I numeri, quando sono chiari, parlano. In Alto Adige, secondo Astat ed Eurac, più di una persona su tre dice che le spese abitative mettono in crisi il bilancio familiare: è il contesto quotidiano in cui si muovono studenti, giovani coppie, lavoratori stagionali e nuovi residenti. Secondo il portale Idealista, in Alto Adige servono 9,3 annualità di stipendio per acquistare casa; già nel vicino Trentino gli anni si abbassano a 6,5. È anche il motivo per cui tanti progetti di vita (figli, formazione) si decidono guardando prima la rata o il canone e solo dopo il resto. Nel 2024 si sono stati meno permessi di costruire e un crollo delle opere ultimate. Tradotto: arrivano meno case sul mercato, e quelle poche tengono i prezzi rigidi. E alti. Intanto, però, il turismo vola: 37,1 milioni di presenze nell’ultimo anno e un’intensità di 18,8 ospiti ogni 100 abitanti. Bene per l’economia, certo; ma gli appartamenti diventano terreno conteso.

Cosa fa la politica?

Edilizia sociale Ipes, convenzionata per il ceto medio, canoni calmierati per chi affitta lungo, qualche freno agli affitti turistici dove la pressione è più forte. Il punto, oggi, è far funzionare (e in fretta) ciò che già c’è. Anche perché l’idea che bastino incentivi o mutui agevolati a sistemare tutto è, da sola, illusoria. L’economista Mirco Tonin lo ha detto con chiarezza su salto.bz (4 novembre): se non cresce l’offerta, i sussidi tendono a spingere i prezzi e a favorire i proprietari; servono più case e un vero piano per l’affitto, non solo accordi con le banche. 

Per chi riesce ad accendere un mutuo, gran parte della vita ruota attorno alla rata: lavoro il più stabile possibile, meno libertà di scegliere o cambiare, progetti familiari appesi. Ma quanto è sano un sistema in cui la casa decide tutto il resto?

C’è un pezzo dell’abitare che spesso non si vede: quello che unisce casa, salute e vicinato. Il progetto Genea Plus aveva puntato su questo. Oggi Reinhard Mahlknecht (Croce Bianca) ricorda due idee ancora importanti: i posti letto di cure intermedie (letti temporanei per chi non ha più bisogno di ospedale ma non è ancora pronto a stare da solo a casa) e uno studio medico dentro il quartiere. “Sono obiettivi che ora l’Azienda sanitaria realizza anche con il PNRR; nel nostro cronoprogramma sarebbero già dovuti essere attivi e oggi sarebbero urgentemente necessari”.

Intanto l’esperienza di Genea ha spostato l’attenzione lì dove viviamo: a casa. “Stiamo cambiando l’assistenza agli anziani che restano al domicilio: servizi che vengono a casa, orari flessibili, un telesoccorso più semplice e sicuro, accompagnamenti e visite di volontari”. Un esempio concreto è Vivacare, partito da poco.

In poche parole: se l’abitare è anche prendersi cura, servono luoghi di supporto vicino a casa e aiuti flessibili che arrivano a domicilio.

Vivere assieme con il cohousing

E l’abitare collaborativo? Teresa Pedretti, direttrice di Irecoop, riavvolge il nastro: “Nel 2017 qui si sperimentava un cohousing con giovani che, in cambio di un affitto molto basso, restituivano tempo al quartiere. Da allora le pratiche si sono moltiplicate in Europa, ma ogni territorio deve trovare la sua ricetta”. La cosa comune a tutte? “Politiche che ci credono davvero, che trattano la casa come una componente centrale della vita delle persone”. Gli ostacoli, nelle nostre province, non sono solo normativi: “Manca spesso il coraggio pubblico di studiare, provare e soprattutto monitorare le sperimentazioni. L’abitare è complesso: sociale, culturale, economico. Serve capire cosa migliorare, non limitarsi ad avviare e poi dimenticare”. E dal lato dei cittadini non aiuta la confusione delle parole: “Si parla di co-abitazione senza un linguaggio condiviso sulle forme e sugli obiettivi”.

Si può fare in città, a Bolzano o Merano? “Più che possibile, doveroso – dice Pedretti –.  Non solo per i prezzi, ma perché troppi giovani se ne vanno. I fattori che trattengono sono sempre due: lavoro e casa. Il lavoro c’è; la casa rischia di diventare un’emergenza anche per i redditi medi”. Il ruolo della Provincia, in questo quadro, non è decorativo: avviare, supportare e monitorare “player” differenti (anziani, giovani, misti) senza confinare la coabitazione alla sola risposta all’emergenza.

E qui arriva il punto forse più concreto: “Quando le persone si candidano a coabitare sono individui soli; la prima necessità è costruire una comunità. Non credo alla sostenibilità nel tempo di progetti basati su valori astratti: coabitare è faticoso. Regge se c’è un obiettivo comune: crescere i figli con più servizi, dividere costi che da soli non si reggono, ottenere servizi specifici. La formazione serve se aiuta a definire scopi condivisi, non se resta teoria.”

Che cosa si potrebbe fare

Sul fronte “offerta”, dunque, l’orizzonte è duplice e molto pragmatico. Da un lato sbloccare alloggi a canone lungo con regole semplici perché senza case il resto è retorica. Dall’altro, attivare piccoli esperimenti di co-abitazione in immobili esistenti, dove i gruppi sono accompagnati davvero: se funziona, bene; se non funziona, si adatta. In mezzo, c’è l’ordinaria manutenzione: la rigenerazione urbana, per esempio. Dove anche gli spazi hanno bisogno di una conversione, di cura, per permettere al quartiere di appropriarsene. Forse la domanda giusta è ancora la più semplice: l’abitare è un privilegio o un diritto che vogliamo rendere veramente reale? Se scegliamo la seconda risposta, c’è da sperimentare, anche a costo di sbagliare, e guardare la città dagli occhi di chi sta ai margini.

Autore: Marco Valente

Gestire i pericoli naturali con il cambiamento climatico

Sono trascorsi sette anni da quel giorno di fine ottobre in cui la tempesta Vaia si abbattè sull’Alto Adige con raffiche di vento che raggiunsero i 130 chilometri orari e sradicando migliaia di alberi: in totale in quell’occasione furono danneggiati circa 5900 ettari di bosco, pari all’1,7 per cento del patrimonio forestale altoatesino. Oggi la zone di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente sono oggetto di studio da parte degli esperti affinché certe catastrofi possano essere evitate.

Esattamente sette anni fa oltre 2000 ettari di bosco nella zona intorno al Passo di Costalunga furono danneggiati dalla terribile tempesta Vaia. Grazie al coordinamento delle operazioni di rimozione e alla sinergia tra autorità, aziende e proprietari boschivi, recentemente è stato possibile portare a termine i lavori rapidamente e senza ulteriori danni. “L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-RISK-CC, che in collaborazione con altre dieci istituzioni dell’arco alpino si occupa dell’adattamento agli effetti degli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico”, spiega Willigis Gallmetzer, direttore del Centro funzionale provinciale dell’Agenzia per la Protezione civile. 

Aldino, Nova Ponente  e Nova Levante 

In particolare, ad essere oggetto di studio è l’area colpita dalla tempesta Vaia ricadente nei territori comunali di Aldino, Nova Levante e Nova Ponente: proprio in questi Comuni l’Agenzia per la Protezione civile ha organizzato tre workshop ai quali hanno partecipato – oltre al personale del Centro funzionale provinciale, dell’Ufficio Meteorologia e prevenzione valanghe, dei Bacini montani e del Servizio forestale – anche rappresentanti delle amministrazioni comunali, delle organizzazioni di soccorso, delle organizzazioni turistiche e dei gestori di servizi essenziali. 

Sulla scorta dell’analisi dell’evento passato e delle proiezioni future in materia di fenomeni estremi, sono state approfondite tutte le tappe della gestione del rischio, dalle fasi di prevenzione e preparazione fino ad arrivare al superamento e alla ricostruzione, individuando contestualmente i settori che necessitano di miglioramento. 

Aggiornare i piani di pericolo

Da un confronto interdisciplinare, teso a definire misure concrete per affrontare al meglio gli scenari futuri, è anche  emersa la necessità di aggiornare i Piani delle zone di pericolo tenendo conto dei cambiamenti climatici, migliorare la comunicazione e introdurre un sistema di allerta precoce in caso di previsioni di eventi estremi.

La partecipazione al progetto di tutti i rappresentanti del territorio permette di sviluppare piani d’azione mirati per la gestione futura dei pericoli naturali, che andranno oltre i confini dei tre Comuni e fungeranno da modello per l’intero Alto Adige e l’area alpina.

L’Agenzia per la Protezione civile è partner del progetto X-Risk-Cc (“How to adapt to changing weather eXtremes and associated compound RISKs in the context of Climate Change”, in italiano “come adattarsi ai cambiamenti climatici estremi e ai rischi ad essi associati”). 

Il partner principale è il centro di ricerca Eurac Research; il progetto è finanziato dal programma Interreg Alpine Space 2021-2027.

Autore: Luca Masiello

Un memorial “senza pretese” per ricordare Walter

Non serve un trofeo di prestigio per rendere omaggio ad una persona davvero speciale: a volte è sufficiente un “Torneo senza pretese”, come quello organizzato a Salorno per ricordare Walter Martinelli, una persona che è riuscita a lasciare un segno indelebile nei cuori dell’intera comunità.

A sedici anni dalla sua scomparsa, il Salorno calcio si è impegnato alacremente per proporre un evento semplice, ma decisamente pregno di significato. Pensato come Memorial, la definizione “torneo senza pretese” vuole anche significare amicizia e riconoscenza verso l’impegno e l’umanità di un uomo riuscito a unire generazioni e settori diversi del paese, dallo sport alla politica, dal volontariato alla goliardia del carnevale, il tutto con grande umiltà.

“Per parlare di Walter servirebbero giorni interi. Era ovunque – spiega il fratello gemello Edy Martinelli – ed era un associazionista convinto. Quando c’era da portare un sorriso nel Comune di Salorno non mancava mai”. 

Tra le altre cose fu lui a fondare il gruppo dei coscritti del 1949, che ancora oggi continua a riunirsi e a viaggiare per l’Europa.  

Rivolgendo l’attenzione agli aneddoti più curiosi della sua viota, spicca una certa creatività e fantasia, come quella manifestata la volta in cui aveva calato delle salsicce dal campanile della piazza durante la giornata dell’Avis. Oppure quel frangente in cui per accogliere l’anno 2000 portò in piazza l’intera comunità, parroco incluso, per salutare il nuovo millennio in modo decisamente originale.
“Inventivo, coinvolgente, sempre pronto a regalare un sorriso anche nei momenti difficili” è il ricordo quasi unanime emerso nelle parole di chi l’ha conosciuto. 

“Era anche uno che sapeva ascoltare davvero – sottolinea ancora il gemello -. Walter esprimeva il suo pensiero con rispetto, coinvolgendo tutti”. 

I figli, Davide “Spillo” e Andrea “Roccia” Martinelli, ne parlano con emozione e gratitudine: “Ci ha insegnato a non mollare mai, ad aiutare chi è in difficoltà, a sorridere anche quando non è facile”. 

Walter era anche il cuore del carnevale. Per oltre vent’anni ha sfilato con i suoi carretti fatti in casa, ed ad ogni edizione portava un messaggio ironico e mai banale. 

“Sapeva sempre trovare la parola giusta per ognuno. Era molto responsabile, anche più di me, e sempre presente nei momenti importanti”, confessa la moglie Silvana nel ricordarne la grande umanità e l’equilibrio. 

Molti giovani cresciuti attorno a lui lo ricordano come una figura paterna. Tra questi l’attuale capitano del Salorno Fabio Bertoldi e il  presidente della società calcistica Sandro Piffer. 

“Era come un secondo papà – racconta Bertoldi -. Quando mi hanno convocato per la Nazionale Under 18 venne con mio padre a Coverciano. Era sempre lì, con il sorriso. Anche se eri arrabbiato, riusciva a farti stare bene”. 

“Era anche l’autista del pulmino, soprannominato Airton Martinalli per le doti di guida”, sorride Bertoldi. 

“Era il momento giusto per ricordarlo – afferma Piffer, non senza lasciar trapelare l’emozione  spiegando il senso del memorial – All’inizio mancavano le forze, adesso abbiamo un gruppo più ampio e possiamo riproporre ciò che Walter ha creato: un torneo che unisce”.

Anche Andrea Martinelli è nello staff organizzativo del torneo. Per molti è come avere di nuovo Walter tra loro. “Papà era dinamico, esplosivo. Amava creare per la comunità e stare con la gente. L’idea è continuare ciò che ha iniziato”. 

Ivan Cortella, ex vicesindaco di Salorno, amico e compagno di tante avventure, conserva bei ricordi nel dire che era una fucina di idee: “Una volta mi portò una gru per un gioco – dice -. Ricordo quando mi chiamava di mattina o di sera per propormi idee per i giochi del torneo senza pretese”. 

Insomma, dentro un mondo in cui con la stessa fretta con cui si muove spesso si dimentica, Walter Martinelli sembra continuare a vivere nei gesti di chi l’ha conosciuto. “Walter non è solo un ricordo – conclude Bertoldi -. È sempre qui nel nostro modo di fare e questo torneo, semplice ma sentito, ne è la dimostrazione”.

Autore: Daniele Bebber

Anita, “Il mondo è donna” e Nilde Iotti

“Il mondo è donna” è un progetto che ogni anno sceglie una figura femminile da un diverso continente come protagonista di un murales. Anita Danese, autrice dell’opera di quest’anno, racconta la sua esperienza.

Quest’anno il progetto ha scelto di rappresentare l’Europa attraverso la figura di Nilde Iotti. Cosa ti ha colpita di più di lei e come hai deciso di interpretarla nel tuo murales?

All’inizio ero indecisa tra due figure: Margherita Hack e Nilde Iotti. La scelta è poi ricaduta su Nilde Iotti perché come donna attiva in politica, mi è sembrato importante ridarle visibilità, soprattutto nel contesto politico attuale, in cui la Storia è troppo spesso dimenticata o cancellata. Rappresentarla è stata una vera sfida: è una figura complessa, una donna che ha lottato per i propri ideali ma che ha anche vissuto momenti difficili, sia pubblici che personali. Poterle dedicare un muro, uno spazio visibile e pubblico, è stato per me un grande onore.

Da dove sei partita per progettare il murales e come si è sviluppata l’idea fino al risultato finale?

La prima fase è stata una ricerca approfondita sulla sua vita e attività politica, cercando di capire chi fosse davvero e cosa rappresentasse. Era importante per me partire da una conoscenza reale della persona prima ancora che del personaggio. Poi è iniziata la parte più complessa, quella della sintesi visiva.

Ho sperimentato stili e idee diverse, lasciandomi ispirare anche da altri muralisti. Il confronto con Cristian Luccarini (Oakmood) e con il team di COOLtour è stato fondamentale: mi ha aiutata a capire come trasformare la mia idea in un murales concreto. Era la mia prima esperienza di pittura su parete, e lavorare su una scala così grande, con un’opera destinata a restare pubblicamente visibile, è stato emozionante e anche un po’ spaventoso. Ma proprio per questo è stato un percorso di grande crescita personale e artistica.

Citando COOLtour, in che modo il percorso con questo servizio ti ha aiutata?

Ho iniziato a collaborare con loro nel 2022, un po’ per caso, grazie ad alcune amiche che già partecipavano ai progetti e da allora ho preso parte a diverse iniziative legate all’arte visiva. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Non vengo da un percorso artistico tradizionale — prima dell’Accademia di Belle Arti non avevo mai avuto occasioni concrete per esprimermi — e COOLtour mi ha dato lo spazio per sperimentare. È stato anche un modo per costruire una rete e trovare una mia voce artistica. Lavorare su progetti reali, con un obiettivo condiviso, mi ha fatto capire che avevo davvero qualcosa da dire, e che già possedevo gli strumenti per farlo.

Quale significato volevi trasmettere con l’opera?

Il murales è composto da tante micro scene che insieme raccontano la complessità di Nilde Iotti. Ho realizzato diversi bozzetti prima di trovare un equilibrio tra la sua forza politica e la sua umanità. Una ricerca di equilibrio tra la sua forza personale e il suo ruolo pubblico, tra libertà e responsabilità. Le molte sfaccettature che ognuno di noi porta dentro, i diversi ruoli e le diverse identità che convivono in una stessa persona.

Quale reazione o riflessione speri di suscitare in chi vedrà il murales?

Ciò che volevo davvero, rappresentando Nilde Iotti, era restituirle visibilità e il riconoscimento che merita. Averla esposta allo sguardo di tutti, è già per me un gesto simbolico importante. Volevo che le persone la vedessero, la ricordassero, insieme a simboli riconoscibili per tutti, come i papaveri, che richiamano memoria, fragilità e resistenza. Mi piace pensare che la sua storia resti aperta, che continui attraverso le nostre, e che questo murales possa trasmettere un senso di lotta comune e di impegno ancora vivo.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

Un’oasi di fiori lungo le strade della città

Arriverà l’inverno, che coprirà la terra con la neve ed il ghiaccio. Poi tornerà la primavera, e la sorpresa sarà enorme, quell’area splenderà di luce propria da un manto di fiorellini colorati: anche la città di Laives partecipa al progetto “Prati fioriti” che aiuta i comuni dell’Alto Adige a creare e mantenere prati fioriti con semi di piante locali.

Le farfalle, le api selvatiche, i sirfidi e i coleotteri sono responsabili dell’impollinazione di circa due terzi di tutte le specie vegetali del mondo e garantiscono così un terzo della produzione alimentare globale. Tuttavia, questi insetti non possono sopravvivere nelle nostre città e nei nostri paesi fortemente sigillati o sui prati all’inglese. La popolazione di molte specie di insetti è diminuita drasticamente negli ultimi anni e decenni. È quindi fondamentale proteggere gli impollinatori, non solo per gli insetti stessi ma anche per gli esseri umani.

Per garantire che tutti gli altri impollinatori trovino un posto dove vivere nel paesaggio urbanizzato e utilizzato in modo intensivo, in molte comunità altoatesine si stanno piantando prati fioriti di alto valore ecologico, con semi di specie vegetali autoctone che si adattano alle condizioni locali. Nessun altro habitat al mondo ospita così tante specie vegetali in uno spazio così ridotto: oggi i prati fioriti sono minacciati dall’agricoltura intensiva, dall’uso eccessivo di fertilizzanti organici (letame, liquami) e dalla risemina dei prati, oltre che dallo sfalcio troppo frequente e precoce. Per questo motivo, i prati fioriti devono essere preservati o addirittura creati ex novo attraverso misure specifiche. 

Così, proprio nell’ambito del progetto “prati fioriti”, i tecnici del Comune, in collaborazione con la Giardineria comunale, hanno individuato alcuni punti strategici per realizzare il progetto nel capoluogo della Bassa Atesina: lungo la ciclabile fra Pineta e la rotatoria nord, all’interno del nuovo anello ciclabile in zona Galizia e verso il confine con Bronzolo sono zone che verranno trasformate in prati con fiori colorati e di diverse specie proprio per creare un habitat per gli insetti impollinatori e promuovere la biodiversità in città.
Il progetto è supportato da: Dachwerband, Stiftung Südtiroler Sparkasse, Versuchszentrum Laimburg, Vereine Sortenarten Südtirol e Filiera Futura. 

Autore: Luca Masiello