34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

“Grisù day”, i pompieri danno spettacolo

Salire su un mezzo d’epoca, provare a spegnere il fuoco con un potente getto d’acqua, suonare le sirene… i bambini sono senz’altro stati protagonisti del divertimento  nella piazza del complesso Amonn a San Giacomo, dove si è tenuta la prima edizione del “Grisù Day”.


Certo, ad ammirare il corpo dei pompieri volontari di San Giacomo-Agruzzo coi loro mezzi non c’erano solo i più piccoli. Ad aprire questa prima edizione che celebra l’amato corpo volontario è stata la bellissima sfilata delle autovetture storiche dei pompieri, che hanno raggiunto Laives lungo la statale. Una volta rientrati a San Giacomo, questi gioielli sono rimasti a farsi ammirare dal folto pubblico presente, mentre i pompieri volontari hanno seguito chiunque volesse cimentarsi nell’uso della pompa, nel suonare la sirena o semplicemente provare a salire su una di queste meraviglie. Il piazzale è stato animato per tutta la giornata da stand gastronomici e musica dal vivo, mentre per i più piccoli erano a disposizione anche dei gonfiabili. La prima edizione che celebra gli amatissimi vigili del fuoco volontari è stata un successo, che ha rallegrato il centro di San Giacomo per tutta la giornata, graziata da un magnifico cielo azzurro. Il copro dei vigili del fuoco volontari di San Giacomo-Agruzzo vanta una lunga tradizione ed è sempre molto presente e attivo all’interno della comunità. Questa loro celebrazione è pertanto stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione che attenderà sicuramente la seconda edizione il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Nuova vita per il castello di Salorno

La passione per il proprio territorio può diventare un motore di rinascita e condivisione. Lo dimostrano i tre lunghi anni di scavi, studio e dedizione spesi dai tredici volontari dell’associazione Haderburg, che ha da poco inaugurato ufficialmente la cisterna medievale dell’omonimo Castello a Salorno.

// Di Daniele Bebber

Si tratta di un gioiello architettonico che poco alla volta sta restituendo alla comunità di Salorno interessanti pezzi di storia. Una storia che viene narrata fra le colonne di questo giornale nell’approfondimento a pagina 18, fra l’altro.

Parlando dell’iniziativa di recupero della cisterna, questa è partita quasi per caso dall’idea di Michele Girardi, membro dell’associazione, diventando uno dei recuperi più significativi nel patrimonio locale. 

“È un po’ imbarazzante dirlo – racconta – ma sì, l’idea è nata da me. Quando sono entrato nell’associazione, alcuni anni fa, ho sentito di dover dare un contributo più concreto alla cura del castello, perché c’era tanto da scoprire e valorizzare.” Il progetto ha preso chiaramente forma e vigore da un non scontato entusiasmo collettivo, volto a riportare alla luce un qualcosa risalente alla metà del XII secolo, epoca coeva alla fondazione del castello stesso. 

“Da ragazzino mi ero calato lì sotto e sapevo che c’era qualcosa di speciale. Nessuno ne conosceva davvero le dimensioni o lo stato perché all’epoca era piena di materiale. Per me era chiaro, quella cisterna meritava d’essere riportata alla luce.” Con il supporto della Sovrintendenza ai Beni Culturali, in particolare della dottoressa Dalla Torre, è arrivato quindi il via libera ufficiale. Si è trattato di una fiducia rara, concessa a un gruppo di volontari per svolgere direttamente i lavori sotto la supervisione di un archeologo. A quel punto è stata avviata la “macchina del recupero”: attrezzi prestati da cittadini, materiali acquistati di tasca propria, o costruiti artigianalmente, e l’indispensabile aiuto dei Vigili del fuoco di Salorno per lo svuotamento iniziale. 

“Il lavoro è stato immenso. Ogni sabato e domenica, per tre anni consecutivi, ci siamo calati nella cisterna raccogliendo e setacciando oltre 30 metri cubi di materiale, pari a circa 5-6 tonnellate – racconta Girardi -. Pensavamo di avere sotto un metro di detriti, invece erano due e mezzo. Questo ha allungato i tempi, ma non ha mai spento l’entusiasmo.” 

Il 14 settembre dell’anno scorso è stato estratto l’ultimo secchio. Da quel momento si è aperta la seconda fase, quella volta a rendere la cisterna fruibile al pubblico. Non potendola mantenere asciutta, la scelta è ricaduta sulla progettazione di una pedana in acciaio a metà altezza, che consente ai visitatori d’ammirarla nel suo stato naturale, pian piano anche con l’acqua a riempire, un po’ come accadeva nei tempi antichi. La nuova struttura, interamente progettata da Michele Girardi è stata trasportata in quota con l’elicottero. “È stato il progetto più bello che abbiamo vissuto nel nostro mondo associativo. Un progetto che ci ha uniti così tanto che non abbiamo mai avuto un conflitto. Questo ci dà forza per guardare avanti”. 

Fondamentale è stato il sostegno della comunità: “Chiunque abbiamo interpellato ci ha dato una mano – continua –  ad esempio Aldo Larger, falegname per hobby, ci ha costruito quattro setacci. Anche alcuni ragazzi sono venuti con i genitori ed hanno vissuto un’esperienza senz’altro unica, educativa e coinvolgente”. Guardando al domani, l’associazione Haderburg ha delle idee in cantiere, “progetti ambiziosi, impegnativi anche dal punto di vista economico, ma non ci spaventano”. Nel frattempo, il pensiero va alla possibilità di coinvolgere nuovi volontari, soprattutto tra i più giovani, strutturandosi meglio sul piano comunicativo, con una presenza più attiva sui social e con la realizzazione di un sito internet. 

E il castello? 

“Attrae molti visitatori, ma sono più i turisti che non i salurneri a visitarlo. Quindi invitiamo tutti, specialmente i nostri concittadini, a scoprire e vivere questo luogo, simbolo della nostra storia e identità”.

INTERVISTA ALLA BARONESSA ALBRIZZI

La storia del Castello di Salorno si intreccia profondamente con quella della famiglia Albrizzi, proprietaria da secoli. A raccontarlo in sintesi è la baronessa Elisabetta Ruben Albrizzi. “La nostra famiglia è arrivata in questo castello quando abbiamo ottenuto il feudo – racconta la baronessa -. Fu assegnato ai miei antenati, gli Zenobio, patrizi veronesi che erano al tempo stesso nobiltà veneta e asburgica. Avevano concesso prestiti agli Asburgo, che in cambio affidarono loro un ampio territorio, da Lavis a Salorno, fino a Montagna, dove ancora oggi siamo presenti”. Nel 1648, il feudo passò dunque alla famiglia Zenobio e successivamente agli Albrizzi, di cui la baronessa fa parte. Il castello, un tempo presidio militare, era già in disuso nel Seicento, racconta la storia, ma ha continuato a rientrare nei diritti feudali rimanendo legato ai passaggi strategici sull’Adige. “Negli anni Duemila il castello mostrava gravi segni di instabilità – ricorda -. Fu mio padre a intervenire, avviando un’opera di consolidamento delle mura. Si innamorò tanto dell’idea di restituire questo luogo alla collettività. Da lì partì il progetto di restauro, iniziato nel 2000 e concluso nel 2003”.

Cosa significa oggi essere proprietari di un castello? 

Nel nostro caso parliamo di un rudere. Non è abitabile e questo rende le cose più complesse. È un grande onere, ma anche un grande onore. Sentiamo il peso e il dovere di custodirlo e valorizzarlo, proprio come ha fatto nostro padre.

Siete gli unici in zona a possedere un castello? 

Certamente il nostro è tra i pochi ad essere ancora in mani private. Noi però non risiediamo in zona, viviamo a Venezia e veniamo soprattutto d’estate.

Com’è il rapporto con l’Associazione Haderburg? 

Qualcosa di magico. Li ammiro profondamente. Hanno iniziato come un piccolo gruppo e oggi sono una realtà solida, mossa da una passione autentica. Collaboriamo attivamente e loro ci supportano in modo eccezionale con progetti concreti, idee e un grande spirito di dedizione.

Conserva qui qualche ricordo d’infanzia?

Da bambina venivo spesso in questo castello, era abbandonato a tal punto che non c’era quasi la strada d’accesso, ma si giocava ugualmente. Era un luogo di avventure e immaginazione.

Adesso sono i suoi figli a vivere quel legame con la storia… 

Anche loro stanno iniziando a comprendere cosa significhi avere un bene così importante. È qualcosa che si capisce con il tempo. Vedi l’impegno che comporta, ma anche il valore che rappresenta e spero che abbiano anche loro lo stesso sentimento di responsabilità e amore che abbiamo ricevuto noi.

Autore: Daniele Bebber

La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Una grande festa peri settant’anni delle penne nere

Era il 12 novembre del 1955 quando nasceva il Gruppo Alpini di San Giacomo. Sono quindi ben 70 anni che il gruppo – che conta dagli inizi un numero di soci che si aggira sempre intorno alle 100 unità –  affianca la comunità sangiacomotta con molteplici attività e iniziative sempre più apprezzate da una popolazione in costante crescita e sempre più giovane, che trova nelle tante proposte in cui gli alpini sono protagonisti un’occasione per fare, appunto, “comunità”. Per questo, domenica 20 luglio scorso, la comunità intera si è stretta attorno agli alpini di San Giacomo per festeggiare questi suoi primi 70 anni.

La giornata – nell’ambito dei soliti due weekend di luglio dedicati alla festa campestre –  è cominciata presto al mattino, con i consueti onori presso il monumento ai caduti e la sfilata attraverso la frazione, con l’accompagnamento addirittura della fanfara degli Alpini di Verona, che ha poi fatto da colonna sonora all’intera giornata di festa.

Non è mancato l’intervento delle autorità cittadine di Laives e della Provincia, dal sindaco Giovanni Seppi all’assessore provinciale Christian Bianchi.

Una santa messa speciale

Successivamente, il parroco Don Walter ha tenuto una Santa Messa speciale per onorare il gruppo degli alpini. 

Fin qui, dunque, i passaggi ufficiali e più “seri”. Ma, si sa, quando in mezzo ci sono gli alpini non può mancare la vera festa e la vera buona cucina. 

Perciò, a seguire, tutti i presenti e i concittadini sono stati invitati a prendere parte al Rancio Alpino. A capo della brigata di cucina c’era niente meno che chef Giorgio Nardelli, vero artista della cucina che però si trova altrettanto bene a guidare anche una cucina “da campo” con un nutrito gruppo di volontari, con risultati eccellenti anche nei tradizionali piatti proposti alle feste campestri.

A concludere i festeggiamenti, una mega torta e le foto di rito con tutti i volontari e le autorità.

Una cucina collaudata

La sera e nel weekend successivo, la festa è proseguita secondo il copione ormai collaudato della festa campestre di San Giacomo, trasferitasi ormai definitivamente nel piazzale della parrocchia dopo essere stata ospitata per molti anni nel cortile della vecchia scuola elementare, ormai un lontano ricordo degli abitanti di lungo corso della frazione. 

Anche nel fine settimana del 26 e 27 luglio perciò, in campo la brigata di chef Nardelli per offrire fritto misto, grigliata, gli immancabili Strauben e molto altro, sulle note della musica dal vivo, che ha portato diverse coppie a ballare sotto il palco. Infatti da tempo non solo i sangiacomotti accorrono numerosi ali appuntamenti di festa con gli alpini, ma ad apprezzare sono sempre più ospiti provenienti anche da Bolzano e Laives.

In attesa di rivedere il gruppo Ana San Giacomo impegnato in attività a favore della collettività, l’intera comunità di San Giacomo non può che augurarsi di trascorrere con loro altri 70 anni allo stesso modo.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una festa fra musica, buon cibo e vetture

Musica, buon cibo, allegria e il “cuore sportivo” delle Alfa Romeo hanno hanno animato la festa di Pineta, un evento che ha visto la partecipazione massiccia della cittadinanza e che ha coronato un’estate all’insegna del divertimento.

Erano davvero tante le associazioni in campo per animare piazza Don Domenico Penner a Pineta nell’ambito delle iniziative LaivEstate.

E tante erano le persone presenti arrivate da Pineta ma non solo, per godersi la serata, organizzata da Elki, il Centro genitori-bimbi di Laives,  con le prelibatezze gastronomiche proposte dal Circolo Operaio e le iniziative per cittadini grandi e piccoli proposte da associazioni come Croce Rossa. 

Protagonista della serata però, iniziata alle 18 e terminata alle 23, un nutrito gruppo di mitiche Alfa Romeo, d’epoca e non, grazie alla partecipazione del Club Alfa Romeo Dolomiti con il suo presidente Luigi Mandracchia e alcuni degli oltre 600 soci attuali dell’unico club ufficiale Alfa Romeo dell’intero territorio regionale. 

Si tratta di macchine che hanno fatto la storia dell’industria automobilistica italiana, ma che affascinano anche i meno appassionati del genere. 

Un “surplus” che ha sicuramente contribuito ad animare ulteriormente un evento molto apprezzato, che va ad inserirsi nella fitta rete di proposte per l’estate, realizzate grazie alla collaborazione tra la pubblica amministrazuone e le diverse associazioni locali, che si concluderà a settembre e che ha visto in calendario appuntamenti musicali quali “Music in the streets” – che ha visto in campo cinque gruppi musicali distribuiti fra via Kennedy e via Pietralba –  e il concerto di musica sacra con l’esecuzione dello Stabat Mater, ma anche una festa caraibica, la festa dello sport e molto altro. Il calendario delle iniziative LaivEstate è consultabile online su www.laivescultura.it e disponibile presso gli esercizi pubblici di Laives, San Giacomo e Pineta.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Un altoatesino fra i big della musica

Si è laureato pochi giorni fa in Tecnico del Suono al Conservatorio “Verdi” di Milano ed è solo la ciliegina su una torta succulenta, che negli ultimi anni l’ha visto lavorare con artisti italiani e internazionali. Giuseppe Federico, giovane meranese, di mestiere fa il produttore musicale, lavora principalmente nell’ambito hip hop, rap e trap ed è sempre alla ricerca di un suono personale e riconoscibile. Che lo porterà lontano.

Giuseppe Federico, dai primi passi a Merano fino alla Grande Mela: come nasce un produttore musicale, e di che cosa si occupa, nello specifico? 

Ognuno ci arriva in modo diverso, ma credo che alla base di ogni produttore musicale ci sia una cosa: la voglia di creare musica. Di qualsiasi genere, stile o forma, l’obiettivo è sempre dare vita a qualcosa che parli e faccia emozionare. Nel mio caso il lavoro del produttore è un mix di creatività, tecnica e tanta curiosità: significa comporre, arrangiare, sperimentare con strumenti sia digitali che analogici, e collaborare con artisti, etichette, editori, realtà che organizzano eventi… iInsomma, è un ruolo che sta un po’ a cavallo tra l’artista e il tecnico, e proprio per questo ogni progetto è diverso e stimolante. 

Immagino che con un papà musicista e direttore d’orchestra, in casa sua le sette note devono essere state pane quotidiano…

Assolutamente sì, la musica c’è sempre stata, in modo molto naturale. Mio padre è musicista, ma anche il resto della famiglia ha sempre avuto un legame forte con questo mondo: tra zii musicisti e parenti appassionati, era difficile starne lontano. È un qualcosa che mi ha accompagnato da sempre, anche se poi ho trovato un mio modo personale di viverla, la musica, un modo un po’ diverso da quello a cui erano abituati in famiglia. 

Però il suo strumento è il computer. Come lavora ai pezzi?

Non ho un metodo fisso, ogni pezzo nasce in modo diverso. A volte parto da un suono che mi colpisce o che creo io stesso, e da lì inizio a costruire: melodie, armonie, texture, effetti… Altre volte invece inizio pensando a un’atmosfera che possa funzionare per un artista, ma sempre mantenendo il mio stile. Una parte del mio lavoro oggi è legata soprattutto alla scrittura di melodie, che condivido con produttori in tutto il mondo. Se le trovano interessanti, le sviluppano, completano il beat e le propongono agli artisti con cui lavorano. Ma il mio obiettivo è quello di essere coinvolto in modo sempre più completo nei progetti, dalla prima idea fino alla produzione finale. 

Come è arrivato alle collaborazioni che sta portando avanti?

Tutto è nato grazie a Internet, soprattutto tramite Instagram. Tutte le collaborazioni internazionali a cui ho lavorato finora sono partite da lì. Ho conosciuto produttori da ogni parte del mondo semplicemente scrivendoci o condividendo la musica. In gergo si parla di “networking”, ma spesso poi diventa qualcosa di più: molte di queste connessioni si trasformano in vere amicizie. Incontrare di persona qualcuno con cui hai condiviso progetti e passione solo online è sempre una sensazione speciale. 

Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione?

Probabilmente la soddisfazione più grande, finora, è stata riuscire a costruirmi un percorso da solo, partendo da zero dalla mia cameretta a Lagundo. Trovare qualcosa che avesse senso per me, in cui valesse la pena investire tempo, energie, sacrifici, notti. Non è sempre facile, ma riuscirci, con l’aiuto delle persone con cui lavoro e di chi mi sostiene, è quello che mi rende più orgoglioso.

E la più grande emozione?

La più grande emozione, finora, è stata scoprire di avere fornito la base per una canzone con uno degli artisti rap/hip hop più importanti a livello mondiale, che ha segnato davvero l’evoluzione del genere: Roddy Ricch. Ricordo che ero in metropolitana quando ho ascoltato per la prima volta quello che aveva registrato su una strumentale costruita a partire da una mia melodia. Qualche settimana dopo quel brano è uscito ufficialmente nel suo progetto. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò. 

E non dimentichiamo la laurea, conseguita a Milano nei giorni scorsi. Qual è il titolo della tesi?

Il titolo della mia tesi è “Box Immersion”. “Box” è il nome del video sperimentale che ho trovato su YouTube e su cui ho deciso di lavorare per concludere il mio percorso triennale in Tecnico del Suono. Ho rimosso completamente l’audio originale e, partendo dal silenzio, ho costruito una nuova dimensione sonora, molto libera e personale. “Immersion” invece fa riferimento al tipo di ascolto che ho voluto creare, pensato per essere riprodotto su otto casse disposte attorno al pubblico, a formare un rettangolo, per un effetto immersivo e spazializzato. 

Se potesse scegliere fra gli artisti internazionali, con chi vorrebbe lavorare? 

Se potessi scegliere, direi sicuramente Future, Travis Scott e Young Thug, che sono in cima alla lista. Poi anche Gunna, Offset, Quavo, Lil Baby, Polo G… ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare. 

Dove possiamo ascoltare qualcosa di suo?

C’è una playlist su Spotify che raccoglie tutti i pezzi che ho prodotto fino ad ora, si chiama “Produced by B3”. Sul mio profilo Genius, B3 Productions, si trovano le tracce a cui ho lavorato, con più dettagli come collaboratori e crediti. E su Instagram (@1prodb3) pubblico spesso aggiornamenti, beats e i progetti a cui sto lavorando, è il modo più diretto per seguire quello che faccio.

Dove si vede Giuseppe Federico fra vent’anni?

Tra vent’anni mi immagino nella condizione di poter viaggiare e fare quello che mi piace, che sia produzione o magari anche altri interessi che nasceranno col tempo, ma sempre legati alla musica o all’intrattenimento. Al momento vivo a Milano e uno dei miei obiettivi è lavorare sempre di più a progetti musicali dal vivo qui in Italia. Allo stesso tempo, so che prima o poi vorrò passare un periodo negli Stati Uniti, anche solo per immergermi davvero in quella scena musicale da cui traggo tanta ispirazione.
E, ovviamente, spero che io, la mia famiglia, i miei amici e le persone che mi stanno accanto possiamo essere tutti in salute. è la cosa più importante. 

Autore: Luca Masiello

Simone Moro, una vita per l’alpinismo

Durante la sua lunga carriera ha scalato le vette più alte del mondo, affrontato condizioni estreme e sfidato i propri limiti. Eppure, nel racconto delle prime escursioni da bambino o del piacere di un tramonto in quota, si percepisce un’emozione genuina, che ne restituisce tutta l’umanità. Alpinista, esploratore, pilota di elicotteri da soccorso, Simone Moro è anche un testimone dei cambiamenti nei modi di intendere alpinismo. Recentemente incantato la cittadinanza di Egna durante una serata pubblica organizzata dal Cai.

// Di Daniele Bebber

Simone Moro, come ha scoperto la montagna?

Tutto è cominciato con le vacanze in famiglia. Una volta si alternava tra mare e montagna. Noi facevamo campeggio e andavamo a camminare, ma a un certo punto io, i miei fratelli e mio padre ci siamo un po’ stufati delle solite escursioni. Così abbiamo iniziato con qualcosa di “diverso”: le ferrate. I miei fratelli si sono fermati lì. Io, invece, ho sentito scattare qualcosa. Avevo sette, forse otto anni. Le prime arrampicate vere le ho fatte a 13 anni su una parete di roccia a Bergamo. È stato un percorso lento, graduale, molto diverso da quello che vedo oggi in tanti ragazzi che bruciano le tappe.

L’alpinismo cosa le ha dato? 

Un contatto profondo con la natura. La mia è una passione che nasce anche dalla contemplazione della bellezza della montagna, dei suoi odori, della luce all’alba o al tramonto. Questo imprinting non è solo sportivo, ma anche sensoriale e spirituale. Ancora oggi, al di là del risultato tecnico, è questo ciò che mi spinge a tornare in quota.

Che legame ha con l’Alto Adige? 

Sono nato a Bergamo, però ho sempre gravitato intorno a queste montagne. Una delle prime guide ferrate che ho comprato era sulle Dolomiti. Poi, con il tempo, il legame con l’Alto Adige si è rafforzato. Reinhold Messner, ad esempio, è stato il mio mentore spirituale. Leggevo i suoi libri, andavo alle sue conferenze e sognavo di diventare come lui. Ora siamo amici. Poi c’è la mia ex moglie, altoatesina, con cui ho un figlio che vive a Ora. Ogni settimana torno lì per lui. Un pezzo del mio cuore è rimasto tra queste montagne.

Ci vuole raccontare le esperienze sugli 8.000? 

Salire un 8.000 non è tecnicamente più difficile che scalare Cervino o Monte Bianco. La differenza è nell’altitudine: sono montange il doppio più alte. Lì capisci davvero cosa vuol dire avere dei limiti fisici. Il ritmo è lento, ogni passo va dosato, devi calcolare bene il tempo, perché tornare indietro è spesso la parte più delicata. È un gioco di resistenza, lucidità, autocontrollo.

Lei è anche pilota di elicotteri. C’è un filo che unisce volo e alpinismo? 

Sì, c’è una profonda affinità mentale. L’elicotterismo, soprattutto quello d’alta quota, richiede la stessa capacità di prendere decisioni sotto pressione, di controllare le emozioni, di leggere l’ambiente. Io mi sono specializzato proprio nei voli di soccorso in quota e l’esperienza in montagna mi aiuta tantissimo.

Com’è cambiato l’alpinismo rispetto a quando ha iniziato?

Tantissimo: dal 1992 al 2025 ho visto trasformarsi il modo di vivere e raccontare la montagna. Gli 8.000 oggi sono diventati meta di turismo organizzato. Molti salgono solo grazie a guide e ossigeno supplementare, senza sapere nulla della storia dell’alpinismo. Il 95% sono clienti, non alpinisti. I veri appassionati oggi sono una piccola minoranza.

Quali sono stati gli incontri più importanti per lei? 

Reinhold Messner è sicuramente la figura più significativa. Non è mai stato un maestro, ma un mentore. Quello vero, però, è stato Anatoli Boukreev, un alpinista russo eccezionale con cui ho condiviso spedizioni e momenti difficilissimi. È morto durante una missione invernale sull’Annapurna. Poi ho conosciuto anche Hans Kammerlander e altri grandi nomi.

Con Tamara Lunger ha condiviso momenti forti. Ci può raccontare? 

Tamara l’ho conosciuta quando era ancora giovanissima; era allieva della mia ex compagna, che insegnava educazione fisica. Già allora colpiva per resistenza e forza. Al ballo di maturità mi disse che sognava l’Himalaya. Ho capito subito che aveva stoffa. Le ho fatto da guida, poi ha fatto la sua strada. In una spedizione invernale, camminavamo legati in cordata. A un certo punto, mentre stava finendo la corda, sono precipitato in un crepaccio. Lei non ha avuto nemmeno il tempo di mettersi in posizione, ma ha avuto la prontezza d’afferrare la corda e attutire il colpo. È stato un momento drammatico, ma ne siamo usciti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole diventare alpinista? 

Che non servono né sponsor né soldi per cominciare. Serve visione e amore per l’esplorazione. Sulle Dolomiti sono ancora tantissime le pareti non scalate. Non serve inseguire per forza gli 8.000. Prima delle grandi imprese ci sono quelle piccole: e sono fondamentali. L’alpinismo è un’arte che si impara con tempo, pazienza e capacità di rinunciare. La montagna non perdona chi vuole bruciare le tappe ad ogni costo.

Autore: Daniele Bebber

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Santiago saluta l’estate con le sette note

Dopo un anno intenso e ricco di soddisfazioni, con una comunità paesana che si è dimostrata compatta nell’apprezzarne le proposte, l’Oratorio Santiago di San Giacomo – ormai punto di riferimento locale per l’aggregazione delle persone del posto ma anche di più lontano – ha salutato in musica la propria affezionata comunità in una splendida giornata di sabato con un concerto davvero speciale. Sì, perchè il gruppo protagonista della serata, i “Breeze of sound”, è composto da artisti e musicisti tutti originari di San Giacomo e Pineta. 

Sulle note di bossanova, swing e jazz, molte sono state le persone che hanno deciso di godersi la frescura della sera a suon di musica.

Le attività dell’Oratorio riprenderanno in settembre e per l’occasione è prevista una grande festa di apertura alla quale sarà difficile mancare.

Nel frattempo il piazzale della parrocchia di San Giacomo sarà allietato dalla festa campestre degli alpini: il gruppo delle penne nere locali compie infatti quest’anno la bellezza di 70 anni, e per celebrare il giubileo al meglio sono state organizzate diverse iniziative. La prossima sarà appunto nel piazzale della parrocchia nel fine settimana del 26 e 27 luglio. Oltre alle prelibatezze della della cucina tradizionale proposte dagli Chef Giorgio Nardelli e Alessandro Grezzani, sabato si ballerà con la musica di Enzo Allegri, e domenica con Devis Ballerini. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Autrice: Raffaella Trimarchi