Aspettando i dischi completi…

Ci siamo occupati nelle ultime settimane di diverse uscite in formato singolo o in formato video, segno che la scena musicale locale non sta affatto dormendo, e a dimostrarlo ci sono le uscite in formato lunga durata a cui si sono andate ad aggiungere, nelle ultime settimane dell’anno appena concluso, tre canzoni che vale la pena di prendere in considerazione, in attesa ovviamente che i loro protagonisti le includano in un lavoro più completo.

Senza dubbio l’ultimo scorcio del 2022 è stato ad appannaggio delle voci femminili: abbiamo avuto il disco di Zelda Mab, quello di Anna Carol, il ritorno assai atteso di Waira. All’appello mancava la meranese Giulia Martinelli che era assente dalle scene da oltre un anno. La cantautrice ci aveva abituati bene con i suoi EP e con una serie di brani usciti solo in formato digitale all’indomani del primo lockdown.

Ora finalmente con Dead End Street, questo il titolo del singolo di fresca uscita, è tornata a dirci che è ancora qui, con la sua voce e con la sua musica. Nell brano, decisamente interessante e costruito con un buon arrangiamento, essenziale ma giusto, opera del produttore bolognese Riccardo Cesari, a cui sembra aver affidato le sorti delle sue pubblicazioni future, Giulia Martinelli si mette a nudo dopo un periodo di latitanza dovuto a problemi non ricongiungibili alla musica, raccontandoci delle incertezze incontrate trovandosi in un vicolo cieco, come recita in inglese il titolo del brano. In particolare, per le parti vocali di questa nuova fatica, la cantautrice si è fatta consigliare e aiutare da Monika Callegaro. Non resta dunque che attendere i nuovi frutti del suo nuovo corso artistico.

A ridosso del loro concerto dicembrino al Sudwerk, sono tornati a colpire anche i Polemici, Barcellona il nuovo brano, che non ha naturalmente nulla a che vedere con quello omonimo di Montserrat Caballè e Freddy Mercury: è invece una canzone in cui una volta di più il gruppo dimostra la propria versatilità e soprattutto di non essere una band che accompagna un rapper, bensì una band con  un cantante che è anche un rapper. Anzi, più che mai è evidente come ogni componente sia un tassello importante dell’affresco sonoro intessuto dai Polemici. La storia stavolta è introspettiva, intima, e riguarda la fine di un rapporto che ha per sfondo la città catalana dove il rapporto aveva avuto inizio. Sempre efficace il cantato di Tachi su cui si snodano le trame musicali di tastiere, sezione ritmica, chitarra e le invenzioni del DJ. 

Concludiamo la carrellata sui singoli con l’anteprima del nuovo lavoro di Helmut Pinggera che nel 2019 aveva esordito a sorpresa con un solido lavoro rock usando lo pseudonimo Frederick ed ora, come Fred 22, ha reso disponibile Il Falco, un bel brano rock nello stile energico a cui Pinggera/Fred ci aveva abituato. I riferimenti sono quelli che sappiamo, ci sono i riff di chitarra e tastiere e gli assoli lancinanti della sei corde, il cantato che strizza l’occhio a Bruce Springsteen e al miglior Zucchero. La particolarità importante è che il brano è cantato prevalentemente in italiano, anche se ci sono inserti in inglese e tedesco. Sapevamo che Frederick ambiva da tempo a non esprimersi solamente in tedesco, come era accaduto sul disco d’esordio, e già nei concerti ci aveva fatto apprezzare un brano intitolato Partigiano/Partigiana. L’uscita del disco a cui Il Falco fa da apripista è imminente, anzi, mentre leggete queste righe potrebbe già essere realtà.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il mondo in movimento di Anna Carol con il suo nuovo disco

Anna Bernard, in arte Anna Carol, è una cantante bolzanina che sta calcando le scene ormai da diversi anni, non solo quelle locali avendo fatto qualche esperienza artistica anche all’estero. Ha anche cambiato nome d’arte rispetto agli esordi, ma ormai Anna Carol sembra essere il suo brand definitivo, usato per la prima volta un paio d’anni fa per l’uscita di un EP fortemente voluto che, nonostante sia uscito nel periodo più oscuro della pandemia, non ha mancato di lasciare il segno, garantendo alla cantautrice bolzanina la possibilità di uscire ora con Cinetica, un album a lunga durata, distribuito come l’EP da Nufabric Records in collaborazione con le edizioni Kobayashi.

“Per ora il formato è quello del download digitale sulle classiche piattaforme – ci racconta Anna, appena tornata da un fruttuoso breve tour in Sicilia – ma abbiamo intenzione di realizzarlo presto anche in formato solido, per la precisione in vinile. È vero che la maggior parte del pubblico ascolta in digitale, ma il supporto fisico è un’altra cosa, soprattutto per la soddisfazione personale. Con la musica digitale devi sperare che qualcuno ti infili in una playlist, è un po’ come con le radio, c’è qualcuno che sceglie per te cosa devi ascoltare”.

Il nuovo disco della cantautrice si presenta subito con un sound ben definito, nonostante in sede di produzione si sia avvalsa di più collaboratori, rispetto alle sue pubblicazioni passate, il risultato è più strutturato, più elettronico per certi versi, sicuramente più arrangiato, altamente professionale e le canzoni, come del resto quelle che le avevano precedute, sono senza dubbio convincenti.

“Rispetto a prima – prosegue l’artista – la lavorazione dei brani è stata da subito una cosa collaborativa. Per i miei progetti precedenti io arrivavo con le canzoni e poi ci si lavorava su, qui la cosa è stata un divenire sin dall’inizio, collaborando con diverse persone anche a livello di scrittura. In realtà è una cosa molto lontana dal mio modo di lavorare precedente, non pensavo che ci sarei riuscita così facilmente. Sembra impossibile che scrivendo con altre persone siano potute venire fuori meglio le cose mie, le mie emozioni, le mie sensazioni. Lavorando sulla scrittura con altri sono riuscita a fare venire fuori di più me stessa”.

Per la registrazione delle parti cantate, Anna Carol si è avvalsa dello studio Basement di Fermo, nelle Marche, in una location fantastica tra le colline a cui è molto legata al punto di dire che non riuscirebbe ad immaginare di incidere altrove; uno studio attrezzato con un grande terrazzo panoramico e con la possibilità di soggiornare per tutto il periodo delle session. Per quanto riguarda la parte strumentale invece, quella è stata catturata di volta in volta negli studi dei vari produttori coinvolti nella lavorazione del disco.

“Sono davvero molti quelli che mi hanno aiutata – racconta ancora Anna – Domenico Finizio (Tropea), Emanuele Triglia, Alessandro Donadei, Stabber per dirne solo alcuni, per non parlare poi di chi si è occupato di mixaggio, mastering, artwork e via dicendo. E poi ci sono i concerti, perché per me la parte fondamentale è poi di poter proporre le mie canzoni davanti ad un pubblico: l’ideale sarebbe potersi esibire sempre full band ma le date recenti di Merano, Cremona, al Lokomotiv di Bologna e quelle siciliane, a Bolzano, all’Arcibellezza di Milano sono state la dimostrazione che il repertorio funziona bene sia in duo che in trio o da sola. Il pubblico risponde bene, sia nei locali più grandi che in quelli piccoli, c’è un pubblico interessato, disposto a spostarsi per venire ad ascoltarmi. A Modica, per esempio c’erano ragazze e ragazzi, studenti per lo più, che venivano da cittadine o paesi distanti per assistere al concerto. A Cremona, in un lunedì di pioggia, il locale era pieno: da noi non si sarebbe mosso nessuno, ma la colpa non è tutta del pubblico, ci sono da mettere in conto le limitazioni orarie imposte a chi organizza, cosa che non aiuta di certo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Singoli e intingoli

Il formato “singolo” – sia esso come ascolto digitale tramite le piattaforme dedicate alla musica, sia tramite il download o il post in chiave video su youtube – sono sempre più usati e popolari, a discapito spesso del disco fisico o del disco digitale (molto usato ma spesso e volentieri consistente in una raccolta di brani già usciti autonomamente); e non si tratta di una tendenza limitata agli artisti locali, o di un determinato genere. Oggi vogliamo dedicarci a tre recenti uscite discografiche – ci si passi il termine, anche se in tutte e tre le situazioni siamo appunto nell’ambito del virtuale – ad opera di coinvolgenti personaggi della scena musicale e non solo musicale altoatesina.

È il caso della prima delle tre proposte Wir wollen Mensch sein (lo trovate qui: soundcloud.com/mannypardeller), un felice connubio tra le musiche elettroniche di Manny Pardeller e le liriche della scrittrice Marianne Ilmer Ebnicher, da anni protagonista delle cronache letterarie regionali in lingua tedesca. Non si tratta certo del primo esperimento di questo tipo, ma ci pare particolarmente riuscito l’abbinamento e la voce della scrittrice si adatta molto bene al progetto, come naturalmente il suo testo di scottante attualità dedicato al tema della guerra: “Da tutta la vita – ci dice Marianne – sento notizie di guerra, di mostruosità compiute da umani. E mi chiedo: dove rimangono le visioni di un mondo pacifico e unito? Cavolo, questa volta non riesco più a stare zitta. Così in tarda primavera ho scritto un testo e ho chiesto a Manny, al quale mi lega un altro progetto, se volesse musicarlo”.
Da un paio di mesi circa è in circolazione anche il nuovo singolo di Diego Baruffaldi, cantautore e poliedrico animatore (il suo progetto più recente sono le canzoni su commissione) che nel bel mezzo della pandemia ha deciso di debuttare come solista col CD La musica è chi ho incontrato, dopo aver dato una sostanziosa mano a molti giovani artisti. Imparerò, è questo il titolo del frizzante brano estratto proprio da quel disco, che ci perviene in forma di video singolo (youtu.be/jsZsK03FQBI), accompagnato da un filmato realizzato durante un concerto tenuto da Baruffaldi al Minigolf in riva al Talvera, filmato da Siham El Abidi e montato dallo stesso Baruffaldi con Marina Baldo.
La terza proposta, postata il 3 novembre scorso ci proviene dal batterista e polistrumentista Lil Bob, al secolo Roberto Motta, specializzato nel realizzare gustosi video in cui si diverte a offrire cover in chiave heavy metal, facendosi accompagnare sempre da ospiti e amici differenti.
In passato sono passate per le mani metalliche di Lil Bob celebri brani come la canzone portante della colonna sonora de Il re leone, Felicità di Albano e Romina e la popolare Aserejè delle Ketchup. Stavolta si è divertito a rivedere e correggere Never Ending Story, il popolare brano tratto dalla colonna sonora de La storia infinita, facendosi aiutare per l’occasione dal chitarrista Ivan Miglioranza e dalla voce di un credibilissimo Luca Masiello, che s’improvvisa anche percussionista insieme allo stesso Lil Bob in una sequenza che li vede svettare insieme in cima ai prati a picco sulle pendici della val d’Isarco. (youtu.be/Bh7ZMyE_ZcA).

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Laeds: un capitolo due che è anche un capitolo tre

C’è voluto un po’ di tempo per avere tra le mani – si fa per dire, trattandosi di un disco disponibile per ora solo in formato liquido/digitale – il nuovo lavoro dei Laeds, band che si distingue, oltre che per bravura e originalità, per il fatto di avere tre fratelli tra i suoi componenti.

Si tratta del loro terzo sforzo discografico, ma è anche la seconda parte di un concept iniziato col lavoro precedente: Bone Cage, questo il titolo della recente uscita presentata a Bressanone, dove la band ha il suo quartier generale, e in forma acustica al Carambolage di Bolzano, è una gran bella conferma per il quintetto guidato da Emanuele Colombi, cantante e chitarrista. Se già con la prima parte del concept, risalente ormai al 2019, ci aveva conquistato, Bone Cage riesce ad andare oltre, innanzitutto, nonostante venga considerato dai Laeds un EP, per durata non lo è di certo, in secondo luogo pur rientrando pienamente nel genere prog rock, tende a sfuggire alle classificazioni troppo rigide, il che è sempre una buona cosa.

“Il fatto che i nostri brani siano di lunghezza mediamente alta – ci racconta Emanuele – ci impedisce di pubblicarlo con quella denominazione sulle piattaforme, ci era già successo col disco precedente (uscito anche in forma solida, n.d.r.), le piattaforme musicali hanno dei criteri per cui l’EP deve stare entro una certa durata, ma se i brani sono lunghi non ci si sta dentro… Bone Cage si aggira intorno alla mezz’ora. È stato un parto spaziale, ci abbiamo messo un sacco di tempo, in realtà buona parte del materiale era già scritto quando è uscito Homestage, ma poi siamo stati bloccati dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria”.

Bone Cage è caratterizzato da un suono decisamente godibile e accurato che mette in evidenza il talento di questi cinque ragazzi: oltre a Emanuele, ci sono i suoi fratelli Lorenzo (batteria e voce) e Damiano (violino, tastiere e voce), il bassista Gabriele Gege Munini e il chitarrista Raffaele Barberio, tutti irrinunciabili per tessere le trame sonore di un concept non scontato imperniato su problematiche molto attuali, con una ridefinizione dell’idea dei sette vizi capitali.

“Chi segue il genere musicale a cui facciamo riferimento – prosegue a spiegare Colombi – sa che i testi non devono essere qualunque cosa, o c’è una storia da raccontare o c’è una sorta di missione sociale, o meglio un’ambizione. Rispetto al prog rock delle origini, nel cosiddetto neo prog a cui ci rifacciamo c’è meno Tolkien, meno medio evo. Non abbiamo pretese di lanciare messaggi che sveglino la gente, come John Lennon per intenderci, ma crediamo che già il puntare il dito su determinate piaghe sociali, dal suicidio minorile all’alcolismo, argomenti un po’ pericolosi da nominare, quasi tabù per la stampa, sia importante. Magari il nostro genere non è seguitissimo, ma siamo convinti che affrontare questi temi sia una cosa da non sottovalutare, e lo facciamo come siamo capaci, a modo nostro”.

Per realizzare Bone, i Laeds si sono affidati anche stavolta alla produzione di Mattia Mariotti che li aveva seguiti già in Homestage: “Lo abbiamo voluto tenere in squadra – conclude il cantante – perché siamo amici da sempre e ci siamo trovati bene a lavorare con lui, così come con i ragazzi del Blue Noise Studio di Mattarello. Per il missaggio invece non essendo stati del tutto convinti dal  lavoro dello studio polacco che aveva fatto quello del disco precedente, ci siamo rivolti a Michele Quaini, insegnante al CPM di Milano. Il risultato è che il suono stavolta è molto più pieno, che è quello di cui avevamo bisogno essendo noi una band che pubblica su piattaforme come Spotify, dove si finisce in playlist mescolati con cose troppo differenti. Ma questo discorso è molto complesso e richiederebbe un ulteriore approfondimento”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il mondo elettrico di Zelda Mab

All’anagrafe si chiama Gloria Abbondi, ma nell’ambito musicale in cui si è fatta strada è per tutti Zelda Mab, un nome che è l’insieme di due entità concettuali e oniriche, risalente a un social media ormai dimenticato chiamato myspace: il nome con cui ha deciso di dare alle stampe il suo EP di debutto come solista, una raccolta con cinque brani originali che alla fine di ottobre è stata pubblicata da Riff Records. 

Zelda Mab, con un background di musicale di stampo classico, a vent’anni si è fatta le ossa in una band garage punk, e dal 2014, per cinque anni è stata la bassista dei Sick Tamburo, band nazionale nata dallo scioglimento dei Prozac+.

“Scrivere, arrangiare, produrre il mio primo EP – ci racconta – è stato un viaggio meraviglioso pieno di ostacoli e meravigliose soddisfazioni: lo rifarei anche domani. Poi per la fase finale della post-produzione / mix e mastering mi sono affidata a due professionisti, come Andrea Sologni e Claudio Marciano già noti nel mondo musicale. Non sono mai stata sola, ho avuto il sostegno della ripartizione cultura italiana di Bolzano, di Paolo della Riff Records e di tanti altri amici che con tanti piccoli grandi gesti mi hanno accompagnato lungo il percorso. Poi comunque arriva il momento in cui devi confrontarti con il mondo per concludere il lavoro e trovare le persone con la giusta sensibilità e onestà intellettuale che portino a termine il tutto, compresa la veste grafica del CD”.

I cinque brani che compongono Elettricità (questo il titolo del lavoro) sono stati composti durante un lungo periodo in cui Zelda Mab ha viaggiato tra Bolzano, Roma e New York, un viaggio che l’ha portata in giro, per la pura voglia di qualcosa di nuovo, che si distaccasse da tutto quello che fino ad ora l’aveva circondata. “Ho viaggiato per capire me stessa – prosegue –, alla ricerca di quello che sono, al di fuori di ogni canone o etichetta, per poi ritrovarmi tra le note delle mie canzoni e capire che il viaggio più importante per cambiare è quello che si fa dentro di sé. La musica mi ha permesso tutto questo ed io la ringrazio infinitamente. Quando mi chiudo in studio a suonare viene tutto da sé, musica e testi, non cerco ispirazione da qualcuno in particolare, è come se fosse già tutto dentro di me. Nella mia vita ho suonato e ascoltato molta musica, probabilmente questo mi ha permesso di avere un bagaglio abbastanza ampio da imprimere nelle mie corde quello che suono adesso. Ho un’impronta classica, rock, elettronica, punk, ma il mio Eroe personale è David Bowie”.

A parte l’aiuto dei collaboratori cui si è affidata per post produzione e mastering, Zelda Mab ha fatto tutto da sola, oltre ad aver scritto le canzoni, si è suonata tutti gli strumenti e ha cantato. Si è occupata anche della grafica del booklet, mettendo a frutto l’aver frequentato la facoltà di design e il fatto che per vivere si occupa di Graphic Design. Per le presentazioni live del disco dice che si adatterà alle circostanze, con la preferenza però per il poterle fare in versione full band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Fanchi è… Blu!

Jacopo Schiesaro vuole bene ai suoi cani: al primo che ha avuto, Blu, ha intitolato il suo disco uscito poche settimane fa, all’altro, Fanchi (come il genere musicale ma scritto all’italiana) si è ispirato per il suo nome d’arte quando ha deciso di debuttare come musicista qualche anno fa.

Blu, il nuovo album realizzato con la produzione e l’aiuto di Thomas Traversa, arriva dopo un primo EP in cui in cabina di regia sedeva Mattia Mariotti ed un secondo registrato dal vivo in casa durante la pandemia.
Blu è invece un disco fatto e finito, un album in cui l’autore fa i conti con i suoi scheletri nell’armadio, con un vissuto a volte ingombrante che nei lavori precedenti aveva solo fatto intuire.
“Il passaggio dalla produzione di Mattia a quella di Thomas – ci spiega Fanchi – è stato casuale: in realtà non è neppure partito dall’idea di fare un disco, lo è diventato in seconda battuta. Ci siamo conosciuti ed abbiamo scoperto di avere un feeling. Così abbiamo cominciato a lavorare sui brani di Blu, in modo molto naturale. La vera novità è che con Thomas abbiamo degli ascolti in comune, anzi alcune cose me le ha fatte conoscere lui e quindi sapeva già dove fare arrivare le canzoni”.
I brani di questo nuovo lavoro sono più arrangiati, senza mai però lasciare che gli arrangiamenti abbiano il sopravvento sulle parole che nelle canzoni di Fanchi sono determinanti e tutt’altro che trascurabili, vi sono brani come Stephen King (che in meno di due minuti sintetizza un vissuto da paura) e Pensieri (il brano d’apertura che suona come un magnifico singolo) che puntano su testi che arrivano dritti allo stomaco.
“Ho cercato di fare uscire Fanchi allo scoperto – racconta Thomas Traversa – tirandolo fuori dalla sua zona di comfort, col fatto che io mi sono occupato di creare i suoni dietro le canzoni, mentre lui ha avuto modo di concentrarsi maggiormente sulle parole e tirare fuori così quelle cose che nei lavori precedenti erano un po’ rimaste non dette del tutto, anche se erano intuibili”.
Nel disco, disponibile sulle abituali piattaforme, oltre alla voce di Fanchi e a tutti gli strumenti suonati da Thomas ci sono anche alcuni ospiti con cui Fanchi ha duettato o a cui ha affidato le sue parole, ad esempio nell’intro parlata ci sono Sir Chris e DJ Husk mentre nel brano conclusivo c’è la voce profonda di Salvatore Cutrì, ma altrove cantano lo stesso Traversa, Melissa Wattson e Meet me in Montauk, e ciascuno rappresenta un valore aggiunto che contribuisce al risultato finale.
“In base alla musica che mi arriva – conclude Fanchi – scrivo cose diverse. Thomas mi ha proposto della musica che mi piaceva talmente da stimolarmi nell’immergermi nel lavoro di composizione, dandomi la forza necessaria per raccontare delle cose molto introspettive, che probabilmente su una musica differente non avrei sicuramente scritto”.
Per il momento non è ancora stata fissata una data per la presentazione live del disco, ma da parte di Fanchi c’è tutta l’intenzione di pensarci, sicuramente con l’accompagnamento della Thomas Traversa Band.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Quando i concerti dei gruppi locali erano affollati…

Bolzano, con tutta l’offerta musicale e culturale che le si rovescia addosso ogni anno, non è propriamente una città “friendly” nei confronti della musica giovane: gli operatori del settore (Musica Blu, Pippo.Stage, fino alla rinata Liederszene 2.0) si inventano situazioni al limite del possibile per offrire iniziative appetibili e valide, ma quello che è sempre mancato e continua a mancare sono degli spazi dedicati.

Da parte delle amministrazioni sembra non esserci alcun interesse in questo senso, pensiamo a strutture come il defunto Ku.Bo, pensiamo all’Ex Novo Masetti, letteralmente ucciso dalla Provincia per dare spazio ad una nuova struttura che non è mai decollata come avrebbe dovuto.

La colpa però non va del tutto attribuita alla politica. Anche il pubblico ha le sue belle responsabilità. Ma non è sempre stato così, per quanto riguarda gli spettatori.

Vorremmo qui concentrarci in particolare sulla musica giovane, quella suonata e fruita da ragazzi tra i sedici e i trent’anni, età fatidica, secondo un adagio dei ragazzi degli anni sessanta, oltre la quale non si era più credibili o affidabili agli occhi dei più giovani.

Negli anni sessanta le band bolzanine potevano contare su un pubblico di coetanei e coetanee davvero robusto, i complessini avevano la loro tifoseria e venivano portati in palmo di mano, sia che si esibissero ad un cosiddetto tè danzante, sia che fosse un concerto propriamente detto.

Negli anni settanta le band avevano cominciato ad essere un po’ manager di sé stesse, anche in virtù del fatto che la fame di eventi era sempre più forte: i gruppi stranieri disertavano l’Italia perché imperversavano gli autoriduttori, di artisti nazionali a Bolzano ne arrivavano davvero pochi, il che lasciava spazio all’inventiva delle band che si organizzavano veri e propri eventi. Un concerto organizzato a Termeno dall’associazione Admiral in un lunedì di Pasqua riuscì a convogliare presso la sala parrocchiale del paese quattro gruppi: Artificial Joy, Anonym, Mad Company e Temple Caravan. Si aspettavano un pubblico di duecento persone, invece ne arrivarono seicento! Ed erano ragazzi che proponevano musica originale. Negli anni ottanta ci sono state kermesse come l’Altrockio e nei novanta i concorsi come Primo Palco, ma oggi?

Numeri del genere le band se li sognano: ma ciò non vale per chi fa musica altrui, che si tratti di generiche cover band, di gruppi specializzati in repertori anni ’80 o di tributi ad un solo musicista.

Ci sono però i “like” di facebook, youtube, instagram: la musica dei ragazzi arriva a molte più persone, è vero, ma quanto valgono?

Non molto secondo noi. Cantautori e band postano un video, nel giro di poco hanno centinaia, a volte migliaia di “mi piace”, ma chi ascolta le canzoni fino in fondo? E quelli che mettono il pollice in su o il cuoricino vicino al post, dove sono quando i ragazzi si esibiscono dal vivo davanti ad un pubblico sparuto?

Probabilmente sono davanti al monitor del PC o peggio, davanti allo schermo dell’i-phone a mettere distrattamente altri cuoricini a canzoni ascoltate forse fino a metà.

Il discorso ovviamente non vale per tutti, ci sono band come la Homeless e gli Shanti Powa che il seguito ce l’hanno davvero, ma è anche vero che loro non sono più tanto ragazzini.

Le scuole di musica sfornano ogni anno giovani talenti, molto preparati, molto tecnici, molto bravi. La paura è che un giorno tutto questo talento rimanga lì ad appannaggio di pochi o di nessuno, fine a sé stesso, senza un pubblico che ne possa fruire. Uno spreco dunque.

Che merita una riflessione, sia da parte dei giovani musicisti, che dei loro coetanei, che delle amministrazioni.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La repubblica del frastuono: Casanova Republik

Una ventina d’anni fa erano tre studenti delle scuole magistrali che sognavano di fare i musicisti rock, senza una direzione ben precisa se non quella in cui li portava l’istinto, sull’onda della musica metal o punk che ascoltavano. Ora sono indubbiamente tre adulti che hanno deciso di provare a rimettersi in gioco, uno è un DJ, un altro ha optato per la letteratura e il terzo è rimasto in campo musicale come batterista pur essendo più noto come fonico e produttore: hanno scelto il nome di Casanova Republik (il nome che avevano ai loro esordi dicono di non ricordarlo nemmeno più), in omaggio al quartiere in cui due di loro abitano e che ritengono multietnico, a vocazione popolare e internazionale.

“L’idea – ci racconta il bassista e portavoce Andrea Montali – è stata di Alessandro Damian, il nostro batterista, che aveva un credito da riscuotere legato ai contributi per i lavoratori dello spettacolo danneggiati dal covid-19: bisognava però creare un progetto da presentare e lui ha chiesto a David Boscolo e me se volevamo ripartire da quell’ultimo giorno di scuola in cui la nostra band aveva cessato di esistere. David non prendeva in mano la chitarra da allora, io erano almeno dieci che non suonavo il basso ma abbiamo deciso di raccogliere la sfida lanciata da Ale.”

Così i tre ex-ragazzi si sono chiusi in sala prove per vedere cosa sarebbero stati in grado di combinare e una volta realizzato che le idee e il potenziale c’erano, si sono messi a registrare: il risultato è L’ultimo giorno di scuola, un EP interamente strumentale (fatta eccezione per un cameo di Mr. Alex nel brano 7 Up), otto brani in tutto, essenziali, all’insegna di quello che i Casanova Republik (scritto alla tedesca ma rigorosamente pronunciato all’inglese) indicano come il frastuono, nel nome del ricordo di ciò che suonavano nella palestra della scuola quell’ultimo giorno di scuola citato nel titolo che è anche una sorta di breve racconto (non dimentichiamo che Montali è anche scrittore e autore teatrale) che fa da corredo al disco nella sua confezione creata appositamente dal chitarrista. E Frastuono è anche il nome del gatto nero mascotte del gruppo, raffigurato sul retro del digipack con cui il CD è confezionato.

“Casanova Republik – prosegue Montali – va considerato più come un collettivo artistico a trecentosessanta gradi che come una band: ad esempio, quando ci siamo messi al lavoro abbiamo fatto circolare dei demo di quanto stavamo facendo, ci sono stati amici e artisti che ci hanno contattato per offrirsi di prendere parte al nostro lavoro, alla fine è rimasto solo il contributo di Mr. Alex perché le contingenze ci hanno portato a stringere i tempi. Mr. Alex ci ha mandato nel giro di ventiquattrore delle tracce vocali per il brano e ci ha scritto: prendete queste tracce, usatele, campionatele, il pezzo mi esalta. Noi gli abbiamo risposto: Alex, evviva, meraviglia! A lavorare sul brano in sede di mixaggio ci ha poi pensato Fabio Sforza.”

Mr. Alex sarà presente alla presentazione ufficiale del disco il 3 dicembre prossimo al Sudwerk, nel corso di uno spettacolo strutturato in due parti, una col concerto dei Casanova Republik ed una con il DJ set del chitarrista, e ci sono già diverse altre date in cantiere, in via di definizione e conferma. Ma prima del concerto, il 29 ottobre intorno alle 17.30, i tre musicisti incontreranno amici e fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel per brindare alla pubblicazione del loro EP; tra l’altro al negozio è dedicata la terza traccia del disco, Disco New/Rebel Rebel, una sorta di dedica all’amico che ha rilevato il negozio la scorsa estate congiunta con l’omaggio allo scomparso Walter Eschgfäller nel cui negozio i tre musicisti spendevano le paghette e poi gli stipendi in cerca di buona musica.

“Non sarà uno showcase – conclude Montali –, però abbiamo lanciato un contest, visto che consideriamo Casanova Republik una comunità, un collettivo: abbiamo invitato la gente a mandarci foto e video col nostro disco, noi sceglieremo quello che ci piace di più e lo premieremo in quest’occasione con un biglietto omaggio per il concerto del Sudwerk.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Giovani cantautrici crescono

Lo scorso mese di settembre si è segnalato per le uscite in video/singolo nel giro di pochi giorni di tre giovani cantanti in cerca di affermazione o di riconferma. Se per Waira si tratta di un ritorno a tutto tondo dopo una lunga assenza dalle scene dovuta a problemi alle corde vocali, per Alice Ravagnani è un quasi debutto dopo aver fatto per un po’ pratica con le cover. Per Zelda Mab invece si tratta dell’anticipazione di un nuovo EP a lungo annunciato e ora finalmente alle porte, via Riff Records.

Cominciamo con Waira, al secolo Camilla Cristofoletti, che dopo un debutto folgorante targato ormai 2016 che aveva impressionato critica e pubblico per la sua freschezza, nel 2018 aveva subito una battuta d’arresto: “Le cose stavano andando troppo in fretta – ci racconta dal suo attuale domicilio amburghese –, le attenzioni, il concerto a Londra, l’aver incontrato un sacco di gente… Credo di non aver neppure fatto in tempo a maturare una vera passione per la musica. Guardando indietro è come se alle mie spalle ci fosse un cassetto in cui ho dimenticato troppe cose”.

Pare comunque che ora per Waira sia venuto il tempo di recuperare: il nuovo brano, Jolene (youtu.be/ElXsnclpgcY) è decisamente una bella sorpresa, come lo è il video diretto da Majda Brecelj che ci fa apprezzare la crescita di questa giovane di Salorno. Si tratta di una canzone introspettiva legata al proprio vissuto e, soprattutto, scaturita da  una collaborazione che si auspica possa dare presto ulteriori frutti, quella con Thomas Traversa e Alejandro Zarate in veste di produttori, ma soprattutto amici. “Era da un po’ che Thomas mi proponeva di fare qualcosa insieme – prosegue la cantautrice – ma non l’ho mai preso sul serio, poi l’ultima volta che me lo ha proposto è stato in un periodo in cui avevo ripreso a comporre parecchio, così ho detto sì, mi aspettavo qualcosa di semplice, giusto in amicizia, chitarra acustica e voce, e invece mi sono trovata in un garage adibito a studio, con gli strumenti e le persone che li suonavano. Fino ad allora avevo sempre lavorato con Mattia Mariotti, trovandomi benissimo, ma stavolta è stato differente. Durante le prove ho scritto Jolene che abbiamo poi scelto come singolo. Ecco tutto. La cosa più bella è che per la prima volta mi sono sentita coinvolta nella produzione con potere decisionale, e ora non vediamo l’ora di dare un seguito al progetto, ci sono altre cose già pronte che aspettano solo di essere finite”.

Mattia Mariotti, produttore del primo EP di Waira lo è anche  del secondo singolo (nonché l’autore del video)di Alice Ravagnani, On My Way (youtu.be/mD9MN9cil_g), su youtube dallo scorso 5 settembre. Si tratta di una dichiarazione d’amore alla musica con un brano decisamente orecchiabile spinto da un refrain molto orecchiabile, con un arrangiamento essenziale tutto giocato sul mettere in evidenza la voce di Alice, ma non si può fare a meno di applaudire agli irrinunciabili cori ad opera di Monika Callegaro, che proprio lo scorso anno, in questo periodo, aveva a sua volta pubblicato in un delizioso EP con un brano analogo (MK), anche lei sotto la produzione di Mariotti.

“Con On my way – spiega Alice Ravagnani – ho voluto un po’ raccontare la storia d’amore tra me e la musica. Storia che dura da sempre e che, come ogni love story degna di nota, ha avuto molti alti e bassi. Ma forse rappresenta anche la relazione con me stessa. Mi sono però resa conto dell’impossibilità di scappare realmente da questi momenti, perché alla fine ritornano sempre, soprattutto le sensazioni, a volte negative, che nel cantare salivano a galla. Avevo talmente paura di sentirmi vulnerabile, che ero arrivata a smettere di cantare del tutto e quei due anni sono stati penso i peggiori della mia vita”.

Concludiamo con Facile preda (youtu.be/s2R3O82emxw), il nuovo singolo di Zelda Mab, che solo nei primi tre giorni ha avuto quasi tremila visualizzazioni: il brano precede l’EP Elettricità, atteso per il 28 ottobre prossimo e su cui avremo modo di tornare. Rispetto alle sue colleghe di cui ci siamo appena occupati, Zelda Mab, paga il dazio di cantare in italiano che con la metrica poco aiuta. Lanciato da un video molto d’effetto che conta sulla partecipazione di un inatteso Giulio Todaro (già sparring partner del mitico Macao in anni lontani), Facile preda ci è parso ripetitivo e non ha convinto del tutto. Ma ne riparleremo col disco in mano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un gradito ritorno: i misteri di Scandalo e Redenzione

Da qualche settimana ha fatto a sua comparsa in rete sotto forma di download gratuito il nuovo disco di un duo particolarmente underground, nato da ben due costole dei famigerati Klakson, band bolzanina dalle molteplici potenzialità e dalla genialità mai sufficientemente decantata, nonostante negli anni novanta abbiano ricevuto apprezzamenti sulla stampa nazionale di serie A, approdando persino sulle pagine di una nota rivista musicale americana.

Due costole, si diceva, visto che Scandalo e Redenzione altro non sono che BG e PS (non necessariamente in quest’ordine). 

Postcards of The Hangin’ – che come tradizione del gruppo madre ruba il titolo al verso di una canzone di Bob Dylan – è un piccolo delizioso affresco di musica acustica composto quasi nella sua totalità di brani firmati da PS nel suo inconfondibile stile ben radicato nelle molteplici forme della musica d’oltreoceano che Scandalo e Redenzione hanno ben masticato, assaporato, deglutito e digerito, tanto che i brani di questo disco potrebbero provenire benissimo da una produzione d’oltreoceano.

“Le varie influenze del genere Americana – ci racconta PS, che abbiamo raggiunto telematicamente nel suo eremo di Notthingham, la poco ridente città britannica in cui risiede da una ventina d’anni – sono ben evidenti in Postcards Of The Hangin’, come d’altronde erano evidenti in molti dei pezzi con i Klakson: bluegrass, outlaw country, tex mex. E quindi tutta la tradizione della frontiera, che ci tiriamo dietro almeno dai tempi in cui abbiamo registrato Cinco de Mayo, a fine anni ottanta.” 

Comunque, a parte la matrice borderline, nel disco non vanno dimenticati pezzi come Day After Day, Head in the Clouds, o When I Am Done With Working, perché non si tratta solo di occasionali omaggi al genere di una volta, addirittura quasi dei primi inizi, ma anche di prospettive diverse a tutto quello che sta loro attorno. Se esistono western swing o Seldom Scene (band bluegrass particolarmente cara al PS, n.d.r.), per dire, è solo perché, in quel momento, erano tasselli di quello che qualcuno, probabilmente uno di noi, ha definito stile Klakson.”

A differenziare un disco come questo dai tanti di genere che circolano sulle due sponde dell’Oceano Atlantico è poi la particolare poetica di PS, assolutamente caratteristica e spesso illuminata da rime genialmente inarrivabili, “You’re eating enchilada, I say niente, You say nada, it’s all about tostada and guacamole, I drive the autostrada while you’re talkin’ yadda yadda, I cry inside and I’m looking for ravioli” cantano i nostri in All the Way To Yucatan, svelando così uno sense of humor degno del miglior Frank Zappa sposato con sapienza alla musica della frontiera.

“Le sortite di Scandalo e Redenzione – prosegue PS – si sono fatte più frequenti, anche se non ci siamo mai esibiti in pubblico con questo nome, da quando Matita, il chitarrista dei Klakson, si è trasferito in Val di Non. Solitamente Scandalo e Redenzione facevano cover e infatti c’è un omaggio inconscio a questa vena nelle tre bonus track poste alla fine del disco, anche se in due casi si tratta di cover dei Klakson. Comunque, dopo la trasformazione del chitarrista Matita in gnomo della Val di Non, Scandalo e Redenzione sono rimasti l’unico sbocco per la creatività sia di Scandalo che di Redenzione, anche se, è giusto dirlo nessuno sa chi, tra me e BG sia Scandalo e chi Redenzione. Io vorrei che, come nella storia di Spartacus, ciascuno dei nostri ascoltatori si alzasse in piedi dichiarando: ‘Io sono Scandalo, io sono Redenzione!’ Perché il linguaggio sarà anche la casa dell’essere, ma il linciaggio (evidente il riferimento al titolo del disco, n.d.r.) è lo sgabuzzino del malessere.”

Nonostante l’uso di qualche aiutino tecnologico, per altro mai invadente o eccessivo, Postcards Of The Hangin’ si fa apprezzare per i suoni acustici cristallini che PS può sviscerare mentre BG lo sostiene con la sua acustica ritmica che suona come una batteria: “Ci sono chitarre e anche un mandolino – spiega PS –. Ho suonato un paio di chitarre economiche, inclusa una affidabilissima Squier Telecaster da circa 100 euro. Ma la mia preferita è stata una Ibanez acustica, anche quella economicissima alla quale poi ho limato molto a caso il ponte.” Il disco è scaricabile all’indirizzo web:
stefanopredelli.wixsite.com/klakson

Autore: Paolo Crazy Carnevale