Un pugno di colonne sonore per la Merano Pop Symphony Orchestra

A Ferragosto la Merano Pop Symphony Orchestra ha presentato nella sua città d’elezione con un concerto in piazza delle Terme un gradevole disco intitolato Fratello Sole Sorella Luna, dedicato alle colonne sonore e incentrato soprattutto sull’opera di due assoluti protagonisti del commento sonoro per film, due italiani, tra i più importanti in questo settore: Riz Ortolani e Ennio Morricone.

Nata otto anni fa nella città del Passirio per iniziativa di un gruppo di musicisti appassionati – se non tutti titolati a tutti gli effetti, tutti comunque di talento e preparati – la Merano Pop Symphony Orchestra si è costruita uno spazio ed una credibilità non da poco, esibendosi con successo al fianco di autentici big del mondo musicale (pensiamo a Dodi Battaglia, tanto per dirne uno che tutti conoscono) e coniugando con gusto l’essere un’orchestra d’impostazione classica con un repertorio di natura pop che passa con disinvoltura dai Beatles, ai canti natalizi, ai Queen.
Lo scorso 15 agosto, la Merano Pop Symphony Orchestra (MOPS, da qui in poi) ha presentato nella sua città d’elezione con un concerto in piazza delle Terme un gradevole disco intitolato Fratello Sole Sorella Luna, dedicato alle colonne sonore e incentrato soprattutto sull’opera di due assoluti protagonisti del commento sonoro per film, due italiani, tra i più importanti in questo settore: Riz Ortolani e Ennio Morricone.
“Tenere insieme una formazione di settanta elementi – ci confida il direttore d’orchestra Roberto Federico – è un lavoro molto impegnativo, ma ricco di soddisfazione. I riscontri sono sempre crescenti e prima del rapporto professionale, tra noi c’è un rapporto di stima e amicizia. Ogni volta che abbiamo occasione di ritrovarci è una festa. Riguardo al disco, la casa discografica Azzurra Music ci aveva contattati prima del lockdown: erano a conoscenza del nostro lavoro in quanto sono loro a pubblicare i dischi di Dodi Battaglia e ci hanno chiesto se volessimo interpretare un CD di colonne sonore. Le registrazioni avremmo dovuto farle proprio l’otto marzo, il giorno in cui hanno chiuso tutto nel 2020, ma il discorso è rimasto aperto e, avendo in programma un concerto al Teatro Puccini in gran parte incentrato sui brani pensati per quel disco in sospeso, la scorsa primavera abbiamo deciso che fosse la volta buona per registralo”.
Il risultato è un prodotto fresco e fruibile per il quale Roberto Federico e Francesco Brazzo hanno adattato e arrangiato una serie di composizioni, talune molto conosciute, talaltre meno: in apertura ci sono tre classici moderni come il tema di Pirati dei Caraibi, quello composto da John Barry per il film La mia Africa e la Bond song cantata da Adele per Skyfall, con tanto di citazione del tema originale del primo film con James Bond protagonista.
“La scelta di questi brani – prosegue Federico – è ben precisa, Out of Africa ad esempio, è strettamente collegata al fatto che noi abbiamo in corso un progetto dedicato ad alcune popolazioni di quel continente. Ci tengo a sottolineare che tutto il nostro lavoro è gratuito, nessuno di noi viene pagato e gli incassi dei nostri concerti, al netto delle spese, sono devoluti in beneficenza. L’aver voluto includere Morricone può sembrare un’opzione scontata ora che tutti lo omaggiano all’indomani della sua scomparsa, ma noi lo avevamo in repertorio anche prima e la sua grandezza non si mette in discussione. Per Ortolani la cosa è andata diversamente, di lui conoscevo solo la celebre Dolce sentire, che qui non solo abbiamo ripreso ma abbiamo voluto intitolare il disco proprio come il film da cui il brano è tratto. Avendo deciso di approfondire il discorso su questo compositore sono entrato in contatto coi suoi figli, che mi hanno fatto conoscere molta musica di cui ero all’oscuro e si è sviluppata così l’idea di un ulteriore omaggio a questo artista che vedrà la luce nel 2024 in occasione del decennale della sua scomparsa”.
Dal celebre documentario Mondo cane, la MOPS esegue nel disco il brano Oh My Love affidato alle corde vocali della solista Roberta Manzini, c’è poi il tema di un vecchio film di mafia intitolato I Consigliori, che Federico ha arrangiato sostituendo l’armonica con la tromba di Karl Hanspeter, mentre a Monica Moro è affidata la parte di clarinetto di Fantasma d’amore, che nell’originale era suonata nientemeno che da Benny Goodman.
Nell’imminente futuro, la MOPS sarà di nuovo sul palco a Merano il prossimo 15 ottobre mentre a Bolzano, al Teatro Cristallo, il 29 dello stesso mese andrà in scena un omaggio al repertorio di Fabrizio De André con le canzoni arrangiate in chiave sinfonica e la voce ospite di Andrea Maffei.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Bello, di nome e di fatto: il nuovo disco di Herbert Pixner

Schïan! è la trascrizione della pronuncia in dialetto sudtirolese della parola tedesca schön, che vuol poi dire bello. E bello, è quello che si sono detti Herbert Pixner e i suoi compari (Manuel Randi, Heidi Pixner e Werner Unterlercher) dopo aver ascoltato il risultato delle registrazioni che hanno dato luogo a questo tredicesimo disco del gruppo, nato come Trio ed evolutosi in Projekt quando una decina di anni fa ne è entrato a far parte Randi.

Negli anni la proposta musicale del fisarmonicista Herbert Pixner si è molto evoluta, osando, battendo nuovi territori, dando sempre maggior spazio alla chitarra elettrica solidamente impiantata su una base acustica in cui non c’è mai una virgola fuori posto. Il disco di studio precedente (Lost Elysion) aveva visto una netta virata verso un sound a tratti sperimentale, quasi psichedelico. Schïan! non è da meno, è più incentrato sul formato canzone (anche se trattandosi di brani strumentali il termine è inesatto) mentre il predecessore era un concept basato su composizioni più d’ampio respiro. Ed è coraggioso perché non vi è nessun richiamo preciso alla musica popolare della nostra regione o dell’arco alpino germanofono da cui Pixner ha cominciato a costruire la propria fortuna artistica.
“Il nostro pubblico – ci racconta il fisarmonicista – si è abituato a questo nostro spaziare e sperimentare, mescolando le carte. Anzi, dirò di più, chi ci segue sembra apprezzare parecchio, la gente non viene ai nostri concerti per ascoltare sempre la stessa cosa, abbiamo un pubblico davvero aperto alle novità. Per questo Schïan! riprende il fatto di usare molto la chitarra elettrica, ma in modo differente, e in alcuni brani abbiamo voluto provare a vedere come si sarebbe inserito un pianoforte a coda nella nostra musica, per questo abbiamo coinvolto Alex Trebo e il risultato ora è alla portata delle orecchie di tutti, nel disco. Lo avevamo ospitato nel tour dell’anno scorso, quando Alex si è unito a noi per alcuni concerti, ma il disco rende particolarmente onore al suo lavoro e per il 2024 (tanto per dare l’idea degli impegni a lunga scadenza di questi artisti, n.d.r) speriamo di fare un tour come quintetto”.
Il risultato è davvero eccellente, Schïan! mette sul piatto suoni suggestivi, si fa ascoltare dall’inizio alla fine stupendo, passando da brani introspettivi, come il preludio iniziale, al tango di Tango n° 5, passando per il blues di Lörget Blues (che cita John Lee Hooker e gli ZZ Top), fino alla musica gitana e al calypso finale di Schallalalala, con coro di bambini e cla batteria di Mario Punzi.
Unterlercher è sempre ottimo, sia col contrabbasso che col basso elettrico, Pixner passa dalla fisarmonica all’organetto diatonico, ai fiati, a seconda della bisogna e l’interplay tra la Stratocaster di Randi (che si esibisce anche con chitarra manouche e flamenco nonché nella splendida Poppy al mandolino) e l’arpa di Heidi Pixner ha un che di magico.
“Quando abbiamo cominciato come trio – spiega Pixner – l’arpa aveva un ruolo prevalentemente percussivo; con le nuove composizioni Hedi è molto più libera di fare dei suoni più aperti rispetto ai valzer e alle composizioni gipsy”.
Lo scorso 28 luglio il gruppo si è imbarcato in un lunghissimo tour che terminerà a Vienna il 27 novembre, con molte date sold out, tre sole in regione (28/9 a Plan de Corones, 26 e 27/10 al Kursaal di Merano), segno che dopo la pausa imposta dal Covid 19 Pixner e soci hanno ripreso a girare alla grande, con un bel calendario concertistico anche per l’anno venturo.
“Gli ultimi due anni e mezzo – prosegue Herbert – hanno visto bloccarsi tutto, abbiamo dovuto annullare interi tour, nel 2021 qualcosa abbiamo fatto, ma è stato un tour sotto continua pressione, spostarsi da uno stato all’altro, da una città all’altra vuol dire incontrare ogni volta un differente tipo di provvedimenti in materia pandemica. Il fatto che ci fosse l’incognita virus a condizionarci ci ha portato via molta energia, bastava solo un bambino di ritorno dall’asilo positivo per dover annullare una data e stare fermi dieci giorni. Non è stato proprio un bel tour quello, per questo quest’anno ci siamo buttati a capofitto nel nuovo progetto, per la gioia di essere di nuovo insieme sul palco, senza pressioni, per poter incontrare di nuovo il nostro pubblico. Per questo ho voluto chiudere il disco con Sciallalalala, un brano festoso, gioioso, con ritmi caraibici; ad un certo punto del brano sembra di aprire una porta e trovarsi ad una festa, tutto il disco è un invito ad aprire quella porta e ad uscire”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Piero Messina #2: l’arrivo alla corte dei Van Der Graaf Generator

Nello scorso numero abbiamo lasciato il ventenne Piero Messina negli studi milanesi della Numero Uno in qualità di chitarrista dei veronesi Alpha Centauri: “Il gruppo era una meraviglia – ci racconta il musicista – l’etichetta lo voleva assolutamente, ma aveva imposto che avessero un chitarrista e che se non ci avessero pensato loro gliene avrebbero imposto uno d’ufficio. Io ero giunto a Verona da poco e fui invitato per un provino: secondo me erano già perfetti senza chitarra, ma tant’è, fui presto a bordo e per un po’ quella è stata la mia vita”.
Lavorare per la casa discografica di Battisti e Mogol, voleva dire avere a che fare con gente come Bruno Lauzi, Sandro Colombini, lo stesso Battisti, nomi che parlano da sé; gli Alpha Centauri (il nome era stato imposto dall’etichetta) divennero, con la Formula Tre, il nome di punta dell’etichetta per la sezione complessi, e si dice che se non si fossero sciolti sarebbero stati anche meglio dei loro compari di scuderia.
“Ci fecero registrare due brani per un singolo – prosegue Messina –: la versione di un brano dei Fruitgum Company, che avevano da poco sfondato in classifica con Simon Says, e una ben più consistente versione in italiano di un brano di Cliff Richard e Hank Marvin (voce e chitarra degli Shadows, n.d.r.). Registrammo tutto in appena tre ore, perché lo studio pur essendo di proprietà dell’etichetta per mantenersi aveva bisogno di lavorare anche per altri e quindi agli artisti di casa rimanevano delle tempistiche molto ridotte. Lavoravamo molto sugli impasti vocali, il tastierista era un fenomeno e per un anno abbiamo suonato nello stesso giro della Formula Tre”.
Narra la leggenda che nel singolo del gruppo, Dai treno dai / Immagine bianca, abbia suonato la chitarra acustica lo stesso Battisti, ma se così è il suo strumento è parecchio sepolto nella registrazione. Il disco è divenuto oggi oggetto da collezione, venduto in certi casi a quasi duecento euro. La fine del gruppo fu decretata dalla decisione del tastierista di mollare per frequentare il quarto anno di composizione al conservatorio. Nel frattempo Piero Messina aveva continuato a frequentare alcuni amici bolzanini, in primis Giancarlo Bertoni, colui che gli ha fatto conoscere dischi bellissimi e lo ha introdotto, tra l’altro, alla musica dei Van Der Graaf Generator, formazione di prog rock assai in auge all’epoca, con particolare seguito in Italia pari se non maggiore di quello dei coevi Genesis.
“I Van Der Graaf – ricorda Messina – vennero a suonare al Lem di Verona, un locale col palco basso che permetteva di stare a poca distanza da chi suonava: a fine concerto presi il coraggio di andare dietro le quinte per parlare con loro. È stato così che ho fatto amicizia col sassofonista David Jackson, cominciammo a scambiarci per posta cassette su cui entrambi registravamo le cose che stavamo facendo. Pochi mesi dopo tornarono al Lem e coinvolsi anche Giancarlo, che mi aveva introdotto alla loro musica, così dopo il concerto trascorremmo la nottata con alcuni di loro in giro per la città”.
I Van Der Graaf erano allora allo scadere del loro contratto con la Charisma e venne fuori l’idea di fare qualcosa insieme, in un primo tempo addirittura il brano di Piero Fairhazel Gardens avrebbe dovuto essere cantato da Peter Hammill, ma questi decise a breve di fare il solista così la collaborazione fu tra Messina e gli altri componenti del gruppo. “I Van Der Graaf e la loro musica – prosegue a raccontare – sfuggivano ogni possibile etichettatura, erano musicisti fenomenali; ci siamo ritrovati in una fattoria sperduta nel Galles in cui fu allestito lo studio mobile della Polydor. Il banco era in cucina, in una stanza suonava il batterista Guy Evans, in un’altra suonava Jackson, io al piano di sopra, tutti con lunghissimi cavi per le cuffie suonando tutto in diretta. Le finestre e le porte erano coperte di materassi per attutire i rumori esterni… Una cosa che non è mai stata detta è che Giancarlo è stato determinante in senso assoluto per la realizzazione del disco (uscito su United Artits col titolo di The Long Hello, e con disegno del bolzanino Paolo Paglia in copertina n.d.r.) visto che si è occupato della produzione esecutiva e del budget lasciando a noi la parte artistica. Ricordo che la moglie di David cucinava per noi nello chalet di fianco alla fattoria e per tarare i volumi e fare un po’ di riscaldamento il primo giorno abbiamo suonato brani degli Shadows. Sono stati anni bellissimi ed esperienze molto importanti, quello che rimane sono i bei ricordi. L’anno prossimo saranno cinquant’anni giusti, giusti…”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Piero Messina #1: dai banchi del Carducci agli studi della Numero Uno

Quello di Piero Messina è un nome che chi ha frequentato il mondo delle sette note bolzanino nella seconda metà degli anni sessanta, abbina a ricordi fantastici, citandolo senza esitazione come uno dei nomi leggendari (la definizione è tutt’altro che fuori luogo come avremo modo di scoprire) della sei corde. Messina, oggi docente di chitarra e composizione di stanza a Verona, è stato uno dei cosiddetti bolzanini di transizione, come spesso accadeva a quei tempi, che giunto a Bolzano con la famiglia da teenager vi ha abitato fino al temine degli studi superiori, vale a dire in un’età molto importante dal punto di vista formativo e delle amicizie. Essere un teenager appassionato di musica negli anni sessanta era poi un’esperienza topica.

“Sono stati anni fantastici – ci racconta Messina – in cui ci si trovava ad ascoltare le ultime novità discografiche a casa degli amici che compravano i dischi e si andava ai concerti per rubare ad altri trucchi e segreti su come fare un accordo o come suonare un determinato passaggio. Se si voleva suonare musica leggera, come si diceva allora, bisognava imparare l’arte di arrangiarsi. Avevo comprato un registratore e mi registravo la canzone continuando ad ascoltare e riavvolgere brevemente per trovare la nota e la tonalità esatte senza perdere un passaggio.”
Tra le prime frequentazioni musicali di Piero ci fu Carlo Domeniconi, figlio dell’allora direttore della Biblioteca Civica, poco interessato alle discipline classiche e futuro concertista e compositore in ambito jazz contemporaneo.
“Domeniconi – prosegue Messina nel suo racconto –, abbandonò le superiori appena gli fu possibile e andò a vivere di musica a Berlino. Ma per i mesi che siamo stati in classe insieme, ho avuto modo di suonare con lui e imparare. Tra le amicizie importanti, fu però fondamentale l’incontro con Giancarlo Bertoni: lui frequentava lo scientifico e mi portò nei Sound System, il gruppo in cui suonava. Sempre lui aveva una collezione di dischi incredibile che mi permise di conoscere artisti a me sconosciuti. Quando a Giancarlo fu proposto di sostituire Luciano Casagrande negli We, mi portò con sé: a quell’epoca, il gruppo era composto da Memo Emeri, cantante, da Gilberto Gabrielli al basso, Sergio Nervo alla chitarra d’accompagnamento, Giancarlo e me.”
Gli We, sia con la formazione precedente che con questa sono stati uno dei nomi di punta della Bolzano post beat, proprio grazie all’inarrivabile voce di Memo e alla chitarra di Piero, che ricorda: “Fummo chiamati alla Rai locale per registrare alcuni brani nel loro auditorio: c’erano i tecnici in camice bianco, come dei medici. Io avevo un distorsore, così avvertii un tecnico di tenere presente che ci sarebbe stato un suono particolare ad un certo punto. Per gli standard degli studi Rai di allora era una cosa non contemplata e quando l’ho usato, il tecnico, allarmato, è corso a dirci di stare attenti perché c’era uno strumento che distorceva! Eppure si chiama distorsore…”
Questa formazione degli We durò fino alla maturità, nel 1968, i ragazzi avevano una qualche idea che la loro storia potesse essere giunta al capolinea visto che dopo gli esami ciascuno avrebbe intrapreso strade diverse, ma fu il bassista Gil Gabrielli a prendere la palla al balzo e a comunicarlo sia ai compagni di band che ai loro fan: durante un’esibizione al vecchio cinema Augusteo (dove ora sorge l’Auditorium dell’orchestra Haydn) durante l’esecuzione dell’ultimo brano, Mean Woman Blues nella versione dello Spencer Davis Group, si avvicinò al microfono e disse: «Questo è il nostro ultimo concerto».
A questo punto, mentre a Bolzano gli We continuarono ad esistere in una nuova versione guidata da Memo e dal congedato Casagrande, Piero Messina si unì agli ex Tornados, un gruppo veronese del periodo beat, che stava per essere assoldato dalla Numero Uno, la casa discografica fondata da Lucio Battisti, e aveva avuto il diktat di trovarsi un chitarrista: Messina che aveva seguito il trasferimento della famiglia a Verona al termine delle superiori finì col fare un’audizione con loro venendo arruolato seduta stante nella band che prese il nome di Alpha Centauri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Peter Burchia: guardare indietro con la prospettiva di andare avanti

Un evento intimo, meno di dieci persone tra amici e addetti ai lavori, così il poliedrico Peter Burchia ha presentato il suo primo disco da solista, nella cabina di regia del suo studio atelier, un ascolto privilegiato sul piatto di un vecchio giradischi, come una volta, quando a casa degli amici si ascoltava il nuovo ellepì di questo o di quell’artista, per condividere prime impressioni e sensazioni.

Peter Burchia non è un novellino, è noto per essere uno degli Shanti Powa, per aver fatto parte dei Color Colectif e, perché no, anche per il suo essere un busker che non disdegna (anzi!) di suonare agli angoli delle strade.
Look Back, questo il titolo del lavoro solista, è frutto di una selezione tra molte canzoni scritte da Burchia negli ultimi anni, canzoni suonate e risuonate nelle situazioni più disparate che non avevano però trovato spazio fisico su un supporto e che lui non voleva assolutamente andassero perdute: uno sguardo al passato per potersi poi dedicare al futuro senza correre il rischio che il passato passi in cavalleria.
“Negli ultimi dieci anni ho scritto davvero molte canzoni – ci racconta tra l’ascolto del primo e del secondo lato del disco –, e le ho spesso cantate nei concerti, ma non le avevo mai registrate. Rischiavano di finire nel dimenticatoio per fare spazio a nuove idee, a nuovi brani. Così ho deciso che era venuto il momento di fermarle. Ma dovevo farlo in un modo che mi fosse congegnale, naturale, dovevo essere attrezzato in ogni momento per non perdere la scintilla, così ho cominciato a pensarmi il disco, la scaletta, i suoni. La cosa principale è che tutto doveva essere essenziale, senza troppi artifici. Così ne ho parlato con Jürgen Winkler, ci siamo sondati a vicenda per capire se c’era il feeling giusto, poi lui ha installato un po’ di apparecchiature nel mio atelier in modo che quando ci fosse stata l’ispirazione, giorno o notte che fosse, mi bastasse schiacciare un pulsante per registrarmi. Avevamo considerato l’idea di usare come studio la cabina di regia, ma poi è stato naturale dirottarsi sullo spazio dove dipingo, lì è il mio habitat, il posto in cui mi trovo in assoluto più a mio agio.”
Ci sono voluti cinque mesi, ma ora, ascoltato e riascoltato il disco ha dell’incredibile, un vinile (ma in formato digitale è sulle classiche piattaforme) dal sapore antico ma fresco, incredibilmente contemporaneo. Burchia e Winkler sono riusciti ad assemblare un piccolo miracolo, un disco senza trucchi in cui i brani sono suonati dall’inizio alla fine, e le poche sopraincisioni sono integralmente dal vivo, niente copia e incolla, niente loop, niente inganni. Non sono moltissimi i musicisti che sanno già come un brano debba suonare prima ancora di cominciare a registrarlo, ne conosciamo qualcuno, e Burchia è uno di questi. La sua voce ne esce ottimamente, una voce ricca di colori, sfumature, umori, senza bisogno di autotuner e altre diavolerie.
Jürgen Winkler, architetto e musicista (è il chitarrista degli eclettici Eseleptitun) si è occupato di trovare i microfoni giusti: “Peter – ci dice – aveva le idee molto chiare su quello e il disco lo abbiamo fatto nel rispetto di queste idee, la voce avanti rispetto agli strumenti, e gli strumenti che si possono ascoltare in maniera distinta ma al tempo stesso compatta. È tutta farina del suo sacco, prima ha fatto i take con chitarra acustica e voce, tutto d’un fiato, poi le altre chitarre, acustiche o elettriche, io mi sono limitato al basso e all’organo, sempre in accordo con lui, e a dare qualche consiglio sulla take da scegliere.”
Il risultato è un disco con sonorità elettroacustiche che talvolta riconducono ai dischi Nick Drake, senza quella coltre di pessimismo e malinconia che è il marchio di fabbrica del songwriter britannico, ci sono richiami agli anni settanta, ma nel contempo citazioni ragamuffin fanno più che capolino in Those Days of Love, in cui la vena del Burchia cantautore si miscela con i suoi trascorsi negli Shanti Powa, complice il compare Berise nella stesura del rap. Unica ospite del disco (oltre al coproduttore Winkler) è Nina Duschek, busker meranese la cui voce si mescola perfettamente e senza esagerare con quella del titolare nel brano Things To Change; tra gli altri titoli da tenere presenti anche Black Countryside e The Wind, oltre al brano d’apertura Walking Threw e alla title track in chiusura, entrambi rigorosamente in versione acustica: “Una cosa su cui non ho mai avuto dubbi – conclude Burchia – è che il disco dovesse cominciare e finire senza null’altro che la mia voce e la mia chitarra acustica”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

The Sound: i ricordi beat di Fausto Manfrini

In questo numero facciamo un salto nel tempo di quasi sessant’anni, scandagliando nella memoria di Fausto Manfrini, un bolzanino che negli anni ‘60 fece parte della prima scena rock cittadina.

Tutto, come per una folta generazione di giovani musicisti sparsi per il mondo, cominciò con l’uscita del 45 giri Please Please Me: era il febbraio 1963 e il bolzanino Fausto Manfrini si trovava in collegio a Domodossola. A Natale la nonna gli regalò una chitarra, un suo compagno di scuola ricevette il disco dei Beatles e per il resto dell’anno scolastico è facile immaginare cosa sia successo. La Bolzano del 1965 in cui Fausto tornò, aveva una scena musicale in grande fermento, c’erano i festival studenteschi e c’erano le serate a Villa Boscoverde e quelle sui palchi più ambiti di cinema e piccoli teatri. Non gli ci volle molto per entrare in contatto con altri coetanei desiderosi di mettere insieme un complesso con cui divertirsi, facendo divertire il pubblico. “Giancarlo Bertoni – racconta Manfrini – frequentava il liceo scientifico come me ma era più giovane, lui suonava la batteria mentre io avevo cominciato a dedicarmi al basso; un giorno mi propose di formare un gruppo con un tizio che stava cercando musicisti. Il tizio era Franco Mugliari, che si portò un chitarrista solista di nome Antonio Falezza, un autentico genio che frequentava l’ITI e si era progettato e costruito un dispositivo per ottenere l’effetto di un distorsore. A questo punto i Sound erano nati. Ci mancava una sala prove, però, e i condomini della casa in cui abitava la mia famiglia storsero il naso quando tentammo di provare in cantina”.

A trarre d’impaccio la neonata formazione, arrivò Carlo Allitto Bonanno, coetaneo appassionato di musica, che offrì ai Sound la cantina di via Fago, dove abitava la sua famiglia. Bonanno poi, era in grado di dare agli amici delle belle dritte riguardo alla pronuncia del repertorio in inglese.

“Quello che suonavamo – racconta Manfrini – era un misto tra quel che si ascoltava in quel periodo, c’era il beat italiano dei Rokes e dell’Equipe 84, soprattutto tanto materiale dei Beatles, che cantava Franco, e tanto dei Rolling Stones, che cantavo io. I Rolling Stones erano i miei preferiti, anche se suonavo un basso Hofner come quello di Paul McCartney. Trovare degli ingaggi era fondamentale per poterci comprare strumenti e attrezzature. Era Franco a fungere un po’ anche da nostro manager”.

Grazie all’intraprendenza del giovane Mugliari, i Sound finirono per esibirsi sul palco del cinema Corso come spalla dell’Equipe 84 e dei Rokes (con Full, Dedy Cemm e Satellites) e la notte di capo d’anno all’Hotel Osvaldo a Selva di Val Gardena, guadagnando l’ingaggio stagionale presso un’altra struttura alberghiera, per l’estate 1966. Memorabile anche la partecipazione al festival beat di Merano, vinto dai Dedy Cemm: i Sound riscossero però un buon successo, la sede RAI locale filmò un passaggio della loro performance, trasmessa anche a livello nazionale, ma purtroppo quel frammento televisivo è andato perduto.

Su input di Mugliari, che conosceva una magliaia in Via della Roggia, i Sound ad un certo punto adottarono come divisa – un must per i complessini beat – una giacca turchese dai bordi neri con le iniziali del componente del gruppo ricamate sul taschino basso. “Nel 1967 – conclude Manfrini – Franco decise di percorrere altre strade musicali e noi, su suggerimento di Giancarlo, al suo posto arruolammo Piero Messina, dotato chitarrista con tanto di studi di chitarra classica. Da un po’ avevamo anche mutato il nome in Sound System, ma nella primavera del 1967 la storia del nostro gruppo finì, complici gli esami di maturità imminenti e l’abbandono di Giancarlo, rubatoci dagli We, per sostituire Luciano Casagrande partito per il servizio militare. Piero seguì Giancarlo nel nuovo gruppo e negli anni ‘70 suonò addirittura in un disco degli ex Van Der Graaf Generator. Io misi insieme un gruppo con ragazzi di tutte le classi e al festival studentesco vincemmo con un adattamento di Vecchio Scarpone sulla musica di The Under Assistant West Coast Promotion Man, una canzone dei Rolling Stones!”.

Nardo dee, rap e schiettezza

Dai primi giorni di maggio è online su tutte le piattaforme digitali il nuovo disco di Nardo Dee, al secolo Davide Nardella, uno dei nomi di punta della scena hip hop bolzanina e regionale: un nuovo disco in cui il giovane musicista si toglie diversi sassolini dalle scarpe, quasi fosse un modo per sentirsi meglio, e difatti il disco s’intitola significativamente Meglio di prima, che è anche il titolo del cliccatissimo brano già uscito come singolo che sembra essere la risposta allo skit (breve introduzione parlata, in gergo rap) che apre il disco col titolo di Chiedimi come sto.

Nardo Dee, pur avendo poco più di trent’anni si considera un fuori quota in un mondo musicale in continua evoluzione, distante allo stesso modo da rapper e trapper di nuova generazione così come lo è da certi personaggi suoi contemporanei.
“Il riferimento – ci racconta – è a certe figure del mondo hip hop che mi hanno sempre snobbato e che sembrava non vivessero per altro che per il rap, personaggi che poi da un giorno all’altro sono scomparsi dalla scena quando fino al giorno prima pareva fosse per loro un credo fondamentale. Come chi smette di andare in palestra da un giorno all’altro. Sarà perché per me non è stato tutto facile e scontato dall’inizio, anzi il mio percorso nel mondo rap è stato in salita, ho fatto strada sì, ma mi sento ancora lungi dal considerarmi arrivato, sarà perché il rap per me è stato davvero importante, grazie al rap non sono diventato un delinquente, che per l’infanzia che ho avuto poteva anche essere”.
Il disco si presenta come un atto d’accusa fin dalla foto di copertina (opera di Matteo Groppo) che ritrae una bimba in abiti tirolesi che tiene in mano il disco in vinile di Nardo guardandolo con perplessità: un indice puntato verso le nuove generazioni che snobbano la sua e verso le istituzioni locali che da un lato sono sempre pronte a celebrare i propri artisti ma poi non sono capaci di offrire delle strutture in cui questi possano esibirsi.
“Non mi piace – prosegue Nardo – il voler trasformare tutto in un talent che diventa poi un contest: penso ad Upload, che è una cosa che considero molto cool come idea, ma che poi dovendo avere un vincitore e dei vinti finisce col degenerare in una gara che snatura l’idea di base del rap. Per esempio, io nei miei testi posso raccontare di un amore che è finito, di mia mamma che non c’è più, di valori che mi ha trasmesso mia nonna, di qualcosa che mi accade la mattina mentre vado a lavorare: tutte situazioni personali che racconto mettendole in musica. Nel momento in cui questo diventa oggetto di una competizione va a finire che la giuria invece che assorbire il messaggio che sto mandando mi critica per aver usato un tempo verbale sbagliato.”
Il disco si suddivide in dodici tracce, di cui una è l’introduzione di cui sopra e due sono brevi skit che precedono quello che per certi versi potremmo definire il brano guida del disco, Quelli del rap: nella fattispecie, lo skit punta il dito contro gli ex rapper, mente la canzone paga pegno a coloro che Nardo stima, che lo hanno consigliato, incoraggiato a perseverare nel percorrere la strada intrapresa, primo fra tutti il mai dimenticato Fabio 2 di Picche, un maestro oltre che un amico.
“Il disco – continua l’artista – è stato registrato con l’aiuto di vari produttori e colleghi. In realtà io sarei in grado di lavorare una base, ma preferisco affidarmi e confrontarmi con qualcun altro. Innanzitutto c’è il brano che ho pubblicato proprio un anno fa con il gruppo Birrette Posse, di cui facevo parte con alcuni musicisti trentini, e accompagnato da un video in puro stile tarantiniano girato da Claudio Zagarini (già rapper a sua volta col nickname di Tiso in un’altra vita artistica, n.d.r). E c’è anche l’altro singolo, Oh yes (nel locale) che ho realizzato con Berise, il frontman degli Shanti Powa. Ma tra le collaborazioni importanti c’è quella con DJ Fede”.
Il disco è costruito su una linea temporale che va all’indietro, un concept voluto in cui le differenti sonorità usate da Nardo e dai suoi collaboratori partono da quelle più all’avanguardia del brano d’apertura per andare verso il suono rap più classico di Di brutto e Summer 05, passando per il ragamuffin del brano con Berise e la struttura a più voci della composizione che vede coinvolta la posse.
“Il disco, per ora è solo in versione liquida – conclude Nardo – ma come lascia intendere la copertina, mi piacerebbe poterlo far diventare un vinile, sarebbe un sogno che si avvera, e magari si concretizzerà, più avanti, con un crowdfunding.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tornano gli Slowtorch

Ci sono voluti sette anni perché gli Slowtorch potessero dare un seguito al loro disco precedente: il nuovo prodotto conferma l’ottimo stato di salute della band bolzanina e li vede per la prima volta alle prese col formato vinilico.

Da sempre alfieri, almeno a livello locale, di un certo modo di fare quello che gli addetti ai lavori chiamano stoner-rock, gli Slowtorch (Bruno Bassi alla chitarra, Matteo Meloni al canto, Karl Sandner al basso e Fabio “The Holy Barbarian” Sforza alla batteria) ne sono una delle migliori incarnazioni e, pur collocandosi perfettamente nella scia dei gruppi di riferimento contemporanei non mancano di avere ampi richiami nell’hard rock classico di gente come i Black Sabbath. The Machine Has Failed, questo il titolo del nuovo lavoro, è stato presentato lo scorso 29 aprile e in quell’occasione abbiamo avuto modo di parlare con Bruno Bassi, componente storico del quartetto.
“La gestazione del disco è stata abbastanza lunga – ci racconta – considerando il fatto che sono trascorsi quasi due anni tra la registrazione della prima facciata e quella della seconda. Un po’ perché all’inizio c’era l’idea di fare un EP, ma nel frattempo gli EP sono passati di moda, un po’, soprattutto, perché ci si è messa di mezzo la pandemia: i primi cinque brani erano già stati registrati a gennaio del 2020 e l’esperienza fatta presso lo studio Sotto il mare, a Verona, ha funzionato bene, tanto che a dicembre dell’anno scorso ci siamo tornati per incidere le quattro canzoni che sono finite sulla seconda facciata dell’LP”.
Ritmica incalzante, riff di chitarra convincenti al pari dei soli, una voce tra le più interessanti del panorama metal/hard altoatesino, forse appena appena indietro nel mix finale. Particolarmente riuscita la tripletta che chiude il lato A, composta da Man Vs. Man, Behold e dall’ottima Kraken, scelta come secondo singolo propedeutico all’uscita del disco, nonché la title track, posta sul lato B, che è stata il singolo apripista accompagnato da un video girato in maniera ultraprofessionale da Morgan Silvestri.
Il disco vede tra l’altro il ritorno nel gruppo del bassista originale Karl Sandner, che aveva lasciato la formazione dopo l’uscita di Serpente e il cui ruolo era stato ricoperto per un po’ di tempo da Marco Comi.
“I cambi di formazione – prosegue Bassi – ci hanno sempre imposto degli stop, visto che sia quando nel gruppo è arrivato Mela (nickname di Matteo Meloni, n.d.r.), sia quando Fabio ha sostituito Andrea Masetti alla batteria, prima di metterci a lavorare su materiale nuovo abbiamo dovuto prendere le misure con la nuova versione della band. Quando nel 2018 è rientrato in formazione Skan (Karl Sandner, n.d.r.) abbiamo cominciato a lavorare su nuovo materiale con l’intenzione di fare un disco. Durante lo stop forzato siamo entrati in contatto con l’etichetta sarda Electric Valley Records, che lo ha pubblicato. Anzi, per dirla tutta, c’era anche stata un’altra label che aveva dimostrato interesse, così abbiamo potuto permetterci il lusso non scontato di poter scegliere noi con chi andare”.

Il nuovo disco è uscito oltre che in formato digitale su bandcamp anche in due versioni viniliche, una marrone ed una quasi trasparente color acquamarina con striature più scure che richiama la copertina del disco realizzata dall’artista SoloMacello (che ha lavorato, tra gli altri per Bobo Rondelli e per le ristampe di colonne sonore morriconiane d’altri tempi). La copertina raffigura un’imbarcazione con quattro persone in balia di una tempesta, intente da un lato a sfuggire ai tentacoli di una creatura marina e dall’altro a cercare salvezza su una non meglio identificata fortezza che emerge dalle onde.
“Ci siamo rivolti a SoloMacello – conclude Bassi – perché ci piace molto lo stile dei suoi artwork, non solo per dischi: gli abbiamo chiesto se volesse occuparsi della copertina di The Machine Has Failed, gli abbiamo inviato i brani da ascoltare e lui ci ha mandato questa copertina. L’idea che ci siamo fatti è che si sia ispirato al brano Kraken, che parla di persone che scappano via mare. Lo abbiamo scritto nel periodo più critico degli sbarchi di profughi che arrivavano sulle coste italiane e il testo parla proprio di questo”.
Per l’estate è prevista anche la ripresa dei concerti, la prima data casalinga per il gruppo sarà il 21 maggio prossimo a San Lorenzo di Sebato.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Jörg Zemmler e il piano bar, ovvero: sfuggire alle classificazioni

Jörg Zemmler, artista multiforme e multimediale che ha la sua base tra Siusi e Vienna, è da parecchi anni attivo in più ambiti del campo artistico, muovendosi sui territori della letteratura, dell’arte visiva, della musica. Ed è proprio in campo musicale che ha mosso i primi passi facendosi poi assorbire dalle altre forme d’arte, a trecentosessanta gradi.

“Mi manca ancora – scherza a proposito Zemmler – il campo della danza, ma non perché mi sia posto un limite, è solo che non ci sono ancora arrivato. Prima o poi non escludo di lanciarmi in una performance di danza. Uno dei miei motti è che nella vita si può provare a cimentarsi in qualunque cosa, al di là dei risultati che si conseguono. Nella mia vita mi sono trovato a fare cose che non mi piacevano, come andare a scuola, fare il cameriere e altro. La musica è stata la prima forma artistica in cui mi sono imbattuto, dapprima come consumatore, se così possiamo dire, poi a un certo punto ho sentito l’esigenza di farla. All’inizio ascoltavo i Metallica ad esempio, il punk, i Nirvana, poi sono arrivato all’elettronica. A vent’anni ho avuto la mia prima band, non sapevo suonare niente, ma sapevo di voler fortemente avere una band.”
Sono almeno vent’anni che Zemmler si dedica a progetti musicali molto personali, anche quando si tratta di lavori realizzati con altre persone, dagli esordi d’inizio millennio nel progetto BOB condiviso con Peter Pichler ed intitolato curiosamente Greatest Hits vol.1.
Così come altrettanto curioso è il fatto che il nuovissimo disco (disponibile dallo scorso 16 aprile su vinile, CD e in formato download sulle piattaforme musicali) di Jörg si intitoli Piano Bar.
“La forma artistica con cui mi esprimo – ci spiega – non è importante per me, è solo una questione di momenti. Chiaramente nel momento in cui decido di lavorare in campo musicale allora mi concentro su quello, non avrebbe senso lavorare oggi su un progetto in musica e domani passare ad uno di letteratura e via dicendo, ci deve essere continuità. Innanzitutto le cose devono avere una certa bellezza, e anche nel brutto ci può essere bellezza; e ci vuole serietà nel farle. E naturalmente ci vogliono cuore e determinazione. A me piace cambiare, ora è uscito questo disco, in autunno uscirà un libro, lo scorso anno ho fatto un film. A volte le cose si incontrano, come in un concerto che terrò prossimamente a Brunico, per il quale mi è stato chiesto di fare anche delle letture, ma si tratterà di una cosa in via eccezionale, di solito preferisco non mescolare.”
Il disco è stato praticamente realizzato quasi in solitudine, lavorando con un pianoforte ed un computer.
Quest’ultimo usato in luogo di una loop station e di un sustain digitale con cui Zemmler cerca di estremizzare i limiti del suono dello strumento ottenendo digitalmente dei reverberi che in natura non ci sarebbero.
è una cosa che chi assiste ai suoi concerti può poi sperimentare dal vivo, considerato il fatto che l’artista sul palco costruisce il brano nota per nota, creando le parti che parti userà manderà in loop per poi eseguirci sopra il brano davanti agli occhi (e alle orecchie) del pubblico.
“Questo – prosegue Zemmler – fa sì che ogni esecuzione sia diversa dall’altra, ogni sera i brani si modificano. Non sono mai uguali alla sera precedente. Quanto poi al titolo, Piano Bar è una definizione convenzionale, un preconcetto. La società decide cosa debba essere il genere piano bar, ma in realtà le cose sono diverse, è l’ambiente in cui suoni che definisce il genere e non il contrario. Alla fine dello scorso anno ho suonato a Palermo in un locale che si chiama Tatum Art (un nome che è tutto un programma, n.d.r.), uno di quei posti dove la gente va per ascoltare ma anche per mangiare o socializzare, ballare. Per assurdo personalmente mi interessa di più il pubblico che non viene per ascoltare ma che poi finisce per farsi coinvolgere. A Palermo il pubblico all’inizio è rimasto spiazzato, essendo abituato a concerti jazz abbastanza standard; diciamo che il problema più grande è trovare qualcuno che organizzi concerti di questo genere, magari anche rischiando, ma con la voglia di non presentare per forza qualcosa di ascoltato.”
Il disco verrà presentato il 18 maggio prossimo all’UFO di Brunico con replica il giorno successivo presso il Künstlerbund a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Per Andrea Maffei è “una questione di pelle”

Per Andrea Maffei l’impegno a favore di qualcosa o di qualcuno è una cosa innata, una caratteristica che lo ha sempre contraddistinto nel combattere le sue battaglie in direzione ostinata e contraria, citando il suo amico Fabrizio De Andrè, senza per altro avere voglia o necessità di mettersi in mostra. Perché per lui è una questione di pelle, come recita il titolo di un suo nuovo e prezioso CD prodotto in totale autarchia e richiedibile contattando Maffei via Facebook.

Alla base di tutto c’era, per Andrea, il desiderio, anzi forse è meglio dire l’urgenza di poter fare qualcosa per certi suoi amici in difficoltà.
“Da alcuni anni – ci spiega Maffei – con alcune altre persone condivido la conoscenza di alcuni ragazzi che stanno in giro per le piazze di Bolzano, nel mio caso, visto che è la zona in cui mi muovo maggiormente, piazza Mazzini e piazza Vittoria. Mi riferisco ai cosiddetti senzatetto, un fenomeno che non si limita a queste piazze, ma che è piuttosto un problema riguardante tutta la città. Si tratta di persone che faticano a poter utilizzare certi benefit istituzionali in quanto provenienti da paesi europei, e spesso arrivano a Bolzano perché la nostra città sembra il paradiso, una vetrina luminosa e ricca. Invece qui inizia per loro la disperazione, la difficoltà di trovare un lavoro nonostante nel paese da cui provengono abbiano conseguito una laurea. Ecco, io parlo con loro, mi raccontano le loro storie, cerco di aiutarli; non vorrei usare il termine carità che è stato un po’ usucapito dalla cultura cristiana. Diciamo che li aiuto come posso, col mio tempo, con un pacchetto di sigarette o un pasto dal kebabaro, con un kebab sospeso potremmo dire”.
Sotto le feste di Natale, chiedendosi cos’altro potesse fare per queste persone, Andrea Maffei ha pensato che la cosa più naturale fosse di dedicare il suo naturale talento come cantautore a favore della causa di questi senzatetto, producendo il tutto al minimo delle spese, facendo tutto da solo, o quasi, e vendendo il disco ad un prezzo simbolico per mettere insieme un po’ di soldi per i suoi amici.
“Mi sono detto” – prosegue Andrea – “ho tante canzoni che non ho mai registrato, cose che magari mi sono anche scordato di aver scritto, o brani che non ho mai proposto alla Spritzband, le arrangio, le registro e faccio un CD da vendere per permettere a questi ragazzi di passare qualche momento più sereno. Soprattutto è importante il fatto di non limitarsi a portargli qualcosa, ma di dedicare loro un po’ del proprio tempo. Una cosa molto bella è che due di loro sono riusciti anche ad uscire da questa situazione, hanno trovato una compagna, si sono accasati, lavorano, e uno ha anche preso la patente”.
Venendo al disco, Questione di pelle si compone di undici brani. Maffei ci ha lavoro alacremente tra le mura domestiche, facendo tutto in autonomia, inclusa la copertina in cartoncino la cui confezione è chiusa elegantemente da un sigillo in cera, come si usava in tempi lontani, recante l’iniziale dell’autore.
“Mi sono aiutato con una tastiera con la quale ho programmato tutti i suoni, dalle chitarre alla batteria, mi sono improvvisato arrangiatore, mi sono occupato delle parti vocali, con l’eccezione di Canzone Blu che ho chiesto di cantare a Monika Callegaro e di Angiolina in cui la voce è della cantante trentina Roberta Kerschbaumer. Le canzoni in alcuni casi sono ripescate dal passato, altre fanno parte di un ciclo mio legato mia vita negli ultimi anni”.

Il disco, è giusto dirlo, va molto oltre la buona causa per cui è stato registrato: l’ascolto convince parecchio, e i brani sono tutt’altro che messi lì in qualche modo. Andrea Maffei ha fatto davvero un ottimo lavoro, anche nella scelta della scaletta, che vede tra l’altro canzoni dal testo importante come ‘Novembre ’66’, scritta con Marco Perissinotto e ispirata all’alluvione, ‘Sarajevo’, su una bomba esplosa al mercato in quella città, o ‘Angiolina’, che racconta una storia legata al terremoto in Abruzzo. Particolarmente da ricordare sono il brano che apre il disco, ‘Finalmente per te’, il nuovo arrangiamento dedicato a ‘Due cuccioli’, dal vinile dell’85, Gira e rigira e Il gruista scritta per Georg Clementi. “Sono un po’ tutte storie che in qualche modo mi arrivano – conclude – e che io racconto. Fabrizio De Andrè un giorno mi raccontò che lui si paragonava ad uno che se ne sta seduto su una bitta, al porto, in attesa del rientro delle navi per ascoltare i racconti dei marinai. Ecco, io mi sento esattamente così”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale