Per Andrea Maffei è “una questione di pelle”

Per Andrea Maffei l’impegno a favore di qualcosa o di qualcuno è una cosa innata, una caratteristica che lo ha sempre contraddistinto nel combattere le sue battaglie in direzione ostinata e contraria, citando il suo amico Fabrizio De Andrè, senza per altro avere voglia o necessità di mettersi in mostra. Perché per lui è una questione di pelle, come recita il titolo di un suo nuovo e prezioso CD prodotto in totale autarchia e richiedibile contattando Maffei via Facebook.

Alla base di tutto c’era, per Andrea, il desiderio, anzi forse è meglio dire l’urgenza di poter fare qualcosa per certi suoi amici in difficoltà.
“Da alcuni anni – ci spiega Maffei – con alcune altre persone condivido la conoscenza di alcuni ragazzi che stanno in giro per le piazze di Bolzano, nel mio caso, visto che è la zona in cui mi muovo maggiormente, piazza Mazzini e piazza Vittoria. Mi riferisco ai cosiddetti senzatetto, un fenomeno che non si limita a queste piazze, ma che è piuttosto un problema riguardante tutta la città. Si tratta di persone che faticano a poter utilizzare certi benefit istituzionali in quanto provenienti da paesi europei, e spesso arrivano a Bolzano perché la nostra città sembra il paradiso, una vetrina luminosa e ricca. Invece qui inizia per loro la disperazione, la difficoltà di trovare un lavoro nonostante nel paese da cui provengono abbiano conseguito una laurea. Ecco, io parlo con loro, mi raccontano le loro storie, cerco di aiutarli; non vorrei usare il termine carità che è stato un po’ usucapito dalla cultura cristiana. Diciamo che li aiuto come posso, col mio tempo, con un pacchetto di sigarette o un pasto dal kebabaro, con un kebab sospeso potremmo dire”.
Sotto le feste di Natale, chiedendosi cos’altro potesse fare per queste persone, Andrea Maffei ha pensato che la cosa più naturale fosse di dedicare il suo naturale talento come cantautore a favore della causa di questi senzatetto, producendo il tutto al minimo delle spese, facendo tutto da solo, o quasi, e vendendo il disco ad un prezzo simbolico per mettere insieme un po’ di soldi per i suoi amici.
“Mi sono detto” – prosegue Andrea – “ho tante canzoni che non ho mai registrato, cose che magari mi sono anche scordato di aver scritto, o brani che non ho mai proposto alla Spritzband, le arrangio, le registro e faccio un CD da vendere per permettere a questi ragazzi di passare qualche momento più sereno. Soprattutto è importante il fatto di non limitarsi a portargli qualcosa, ma di dedicare loro un po’ del proprio tempo. Una cosa molto bella è che due di loro sono riusciti anche ad uscire da questa situazione, hanno trovato una compagna, si sono accasati, lavorano, e uno ha anche preso la patente”.
Venendo al disco, Questione di pelle si compone di undici brani. Maffei ci ha lavoro alacremente tra le mura domestiche, facendo tutto in autonomia, inclusa la copertina in cartoncino la cui confezione è chiusa elegantemente da un sigillo in cera, come si usava in tempi lontani, recante l’iniziale dell’autore.
“Mi sono aiutato con una tastiera con la quale ho programmato tutti i suoni, dalle chitarre alla batteria, mi sono improvvisato arrangiatore, mi sono occupato delle parti vocali, con l’eccezione di Canzone Blu che ho chiesto di cantare a Monika Callegaro e di Angiolina in cui la voce è della cantante trentina Roberta Kerschbaumer. Le canzoni in alcuni casi sono ripescate dal passato, altre fanno parte di un ciclo mio legato mia vita negli ultimi anni”.

Il disco, è giusto dirlo, va molto oltre la buona causa per cui è stato registrato: l’ascolto convince parecchio, e i brani sono tutt’altro che messi lì in qualche modo. Andrea Maffei ha fatto davvero un ottimo lavoro, anche nella scelta della scaletta, che vede tra l’altro canzoni dal testo importante come ‘Novembre ’66’, scritta con Marco Perissinotto e ispirata all’alluvione, ‘Sarajevo’, su una bomba esplosa al mercato in quella città, o ‘Angiolina’, che racconta una storia legata al terremoto in Abruzzo. Particolarmente da ricordare sono il brano che apre il disco, ‘Finalmente per te’, il nuovo arrangiamento dedicato a ‘Due cuccioli’, dal vinile dell’85, Gira e rigira e Il gruista scritta per Georg Clementi. “Sono un po’ tutte storie che in qualche modo mi arrivano – conclude – e che io racconto. Fabrizio De Andrè un giorno mi raccontò che lui si paragonava ad uno che se ne sta seduto su una bitta, al porto, in attesa del rientro delle navi per ascoltare i racconti dei marinai. Ecco, io mi sento esattamente così”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Albert “Knox” Mair: rock indipendente dalla Val Passiria

All’anagrafe si chiama Albert Mair, ma fin dai tempi della scuola superiore lo hanno chiamato Knox e dopo un paio di dischi classificati come dark-folk alla testa degli Undertaker’s Mom (azzeccatissimo nome considerando il genere musicale e gli argomenti trattati nei testi), visto che tutti lo conoscono così, ora ha deciso di debuttare come solista proprio usando quel nom de plume che gli è rimasto appiccicato addosso per tanti anni.

The Head, The Heart & The Fear è il titolo del disco, uscito nei primi giorni dell’anno ed è una buona prova all’insegna di un indie rock che paga dazio alla musica americana riletta però attraverso un sound molto moderno e coeso.
“Dopo aver terminato il secondo disco con gli Undertaker’s Mon – ci spiega Knox –, si è reso necessario prendere una pausa, il nostro fisarmonicista non era più interessato alla nostra musica, la cantante nel frattempo è diventata mamma e quindi il tempo a disposizione per la musica non era più quello di prima. Anche il bassista ha un bimbo, così è successo che il gruppo si è fermato. Io però avevo tanti brani e non volevo lasciarli nel cassetto”.
Ascoltando il disco risultano evidenti le influenze musicali del nostro, si va dal rock più tipico (con tanto di assoli in stile David Gilmour) ad atmosfere più minimali, a brani strumentali d’impronta country/bluegrass, quello che fa la differenza è la grande coesione sonora, segno della maturità artistica dell’autore, che dimostra di avere le idee ben chiare su come devono suonare le sue canzoni, tutte caratterizzate da testi introspettivi non propriamente d’argomento solare.
“Sì – ci dice –, spesso mi ritrovo a riflettere sulle cose che mi succedono, come credo avvenga a tutti, bisogna spesso fare i conti con argomenti come la morte e la separazione, intesa un po’ in tutti i sensi. Per quanto riguarda le influenze, fin da piccolo mi è piaciuta un sacco la musica americana, ma ho ascoltato anche Pink Floyd e Led Zeppelin, e tra i miei preferiti ci sono anche i Porcupine Tree e credo che un po’ di tutto questo sia andato a finire nella musica che faccio. La chitarra acustica è lo strumento che mi piace di più ma suono anche il basso, il banjo, il mandolino. Mi pace anche l’elettrica, ma con l’acustica sono maggiormente a mio agio. È la mia dimensione. Se ho tempo, fin dalla mattina, quando mi alzo, mi dedico un po’ alla chitarra, prima di colazione, quando tutto è calmo: così la giornata non può che cominciare nel migliore dei modi.”

Il disco è stato registrato nello studio in collina di Markus McMayr, che oltre a suonare la batteria ne è il produttore insieme a Knox stesso. La collaborazione e la stima reciproca tra i due musicisti è di lunga data: Knox ha registrato da McMayr anche i dischi degli Undertaker’s Mom: “Con Markus c’è una bella intesa, mi trovo bene da lui e lui riesce a capire alla perfezione come i brani suonano nella mia testa e quindi come farli suonare anche fuori. Sono rimasto con lui anche per il missaggio e il mastering. È stato lui a suggerirmi di coinvolgere nelle registrazioni Valerio De Paola, in un primo tempo solo come bassista, perché secondo lui se ci fosse stato qualcun altro io avrei potuto concentrarmi maggiormente sulle chitarre. Poi però Valerio ha avuto qualche buona idea da apportare al progetto, così oltre al basso ha suonato qualche tastiera e ha pure aggiunto delle chitarre. L’idea di chiamarlo è stata ottima, una gran scelta di Markus.”
Nel disco c’è anche la voce di Barbara Ladurner, la cantante degli Undertaker’s Mom, che duetta e costruisce ottimi cori alle spalle della voce di Knox, per un brano però il cantante ha voluto come ospite un amico, Paul B Movie (un altro nom de plume) della band meranese Bad bastrads, in cui Knox stesso ha suonato per un anno come mandolinista.
“Quando ho scritto questo brano, My Imaginary Dog – conclude Knox –, sapevo già che avrei voluto la voce di Paul. Ora spero di poter fare un po’ di promozione e già qualcosa si sta muovendo per fare dei concerti in estate. Il disco comunque è disponibile sulle classiche piattaforme in formato download digitale, mentre in forma fisica è distribuito dalla Three Saints Records di Herbert Pixner”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Isole Minori: un arcipelago sul pentagramma

Si intitola “Attorno a noi” il nuovo lavoro del gruppo musicale bolzanino, formato da Rino Cavalli, Andrea Palaia, Stefano Petrungaro e Nick Petricci.

Sono sulla breccia da una ventina d’anni queste Isole Minori, formazione che ruota attorno ai musicisti bolzanini Rino Cavalli (batteria), Andrea Palaia (basso) e Stefano Petrungaro (voce, slide e armonica), arricchita da qualche anno dall’entrata nel gruppo del polistrumentista trentino Nick Petricci. In origine si trattava di un ensemble con voci cantanti, recitanti, cori, nonché svariati strumentisti, sempre basato sulle canzoni scritte da Petrungaro ma poi elaborate di concerto dai soci musicali.
Dopo un indispensabile demo circolato – ahimè – solo tra gli amici ma realizzato con amore e professionalità all’inizio della loro storia, le Isole Minori hanno dato alle stampe un primo dischetto ufficiale una decina di anni fa, con quattro brani di studio e due dal vivo, con la line-up ridotta a trio ma con l’aiuto di qualche amico.
In questi giorni è disponibile sia in formato solido che sulle piattaforme musicali il nuovo lavoro significativamente intitolato Attorno a noi con il trio divenuto quartetto a tutti gli effetti.
“Facciamo un disco a decennio – ci scherza su Rino Cavalli – come Donald Fagen…”, poi è Stefano Petrungaro a prendere la parola: “Le prime mosse di questo nuovo lavoro sono cominciate appena prima del lockdown del 2020, eravamo molto carichi per il fatto che ora con l’ingresso di Nick il gruppo aveva trovato il suo equilibrio; ma abbiamo dovuto fare subito i conti con il periodo difficile che si andava prospettando, il non potersi vedere di persona per mesi, lo stare in casa, poi appena si è potuto abbiamo cominciato a registrare, magari senza trovarci tutti in contemporanea. Alla fine la pandemia l’abbiamo sfruttata a nostro vantaggio, riflettendo, lavorando a lungo sui brani, aggiustando il tiro senza avere l’urgenza di dover terminare in un momento preciso”.
I brani che compongono il disco sono stati registrati interamente nello studio del batterista che ci spiega come lui e gli altri intervengano sulle composizioni che Petrungaro sottopone alla loro attenzione: “Proprio l’altro giorno mi è capitato di ascoltare il primo provino che avevamo fatto per il brano Per sempre, che all’inizio aveva la struttura di un tango classico, nel corso delle prove e delle registrazioni ha assunto un colore completamente diverso, in realtà è comunque sempre un lavoro di gruppo perché oltre ad Andrea, Nick e me”. Non è un caso che nelle note di copertina del nuovo disco ci sia scritto arrangiamenti Isole Minori e proprio riguardo al nome del gruppo è interessante sentire le varie interpretazioni dei componenti: “Personalmente – ci racconta Nick Petricci – al nome dò un significato diverso, anche a seconda della giornata, guardando la copertina del disco realizzata da Giulia Palaia, mi viene da pensare che siamo come quattro piccoli isolotti che viaggiano in modo libero in uno spazio. Quattro musicisti che vagano in un ampio spazio musicale”.

Rino Cavalli non va a parare troppo distante da quanto affermato da Nick quando ci dice che vede il gruppo come un piccolo arcipelago formato da musicisti/isole con esperienze diverse, con idee che possono essere un po’ in comune e un po’ no, in mezzo ad un mare dove ognuno agisce in libertà senza mai dimenticarsi completamente dall’altro. “Siamo isolette poco lontane dal continente – chiosa Petrungaro –, con caratteristiche diverse da quelle delle cosiddette isole maggiori, stiamo in disparte, guardiamo quel che accade e quando si presenta la necessità di comunicare tra noi lo facciamo con la musica. Un isolotto minore è anche un luogo poco frequentato, ideale per ritirarsi e per riflettere”.
Il fatto che con l’arrivo del nuovo componente le Isole Minori abbiano sfoltito il parterre di ospiti la dice poi lunga sul fatto che ora abbiano finalmente terminato un lungo percorso alla ricerca della propria cifra; il disco vede infatti la sola presenza del già citato Mattuzzi (di fatto il quinto uomo) alle tastiere (e al mastering), alla voce di Roberta Manzini che duetta con Petrungaro e alla viola da gamba di Giuliano Eccher in Prima di andare.Venendo al disco, come abbiamo detto è disponibile sia fisicamente che in formato digitale su svariate piattaforme attraverso distrokid.com, sono sei i brani che lo compongono, tutti all’insegna di una connotazione sonora molto personale e senza tempo, attuale ma non collocabile in un periodo preciso, con testi che attraversano soprattutto la sfera personale, senza essere necessariamente autobiografici. “Quando sono tornato in Alto Adige – conclude il cantante – è stata chiara la volontà di proseguire, è sopraggiunto Nick e con mio grande stupore abbiamo ripreso a suonare come se non avessimo mai smesso, anzi come se nel frattempo avessimo continuato a fare prove insieme e quindi suonando di colpo meglio di prima”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Deception Store: voli pindarici a suon di prog rock

Verso la fine del 2021 ha fatto capolino nei negozi fisici in formato CD e sulle classiche piattaforme digitali in forma liquida, un disco meranese intitolato Pindaric Flights.

Si tratta di una specie di concept album, nella miglior tradizione del progressive rock, che gira attorno a Marco Pantozzi, non uno dei noti musicisti della città in riva Passirio, ma un appassionato di musica che ha avuto il coraggio di fare ascoltare alcune cose che aveva scritto a dei musicisti di razza che hanno deciso di dargli fiducia e lo hanno aiutato a realizzare questo disco.
“Deception Store, l’emporio dell’inganno, – ci spiega Pantozzi – non è nato come gruppo, in principio si trattava piuttosto di un progetto mio per cui i musicisti si sono entusiasmati, il nome deriva dall’ultimo verso di One More Time, uno dei brani portanti del disco, uno dei pericolosi voli pindarici del titolo. Poi il nome del progetto è stato translato alla formazione, dal momento che ci muovevamo in ambito progressive rock, pubblicati da un’etichetta specializzata in quel genere, e una delle caratteristiche del progressive è proprio quella di ruotare attorno a delle band piuttosto che attorno a dei solisti.”
L’emporio dell’inganno che denomina la formazione è la sala giochi, luogo in cui si sviluppa uno dei voli pindarici del titolo, quello legato alla ludopatia, cantato da Pantozzi con il tono drammatico che si addice alla situazione. I voli pindarici trattati nel disco sono un po’ i sogni più disparati dell’uomo, dal voler vivere la vita a modo proprio cantato nel secondo brano, I Do It My Way, al quello di coltivare un amore a distanza cantato in Distant Lover.
“È un lavoro che guarda molto indietro – prosegue Pantozzi –, io ho amato molto la musica degli anni settanta e ottanta; pur non essendo musicista professionista, mi sono dilettato in gioventù con qualche band scolastica e negli ultimi quindici anni mi sono riavvicinato alla musica, dapprima battendo la via delle cover band poi cominciando a pensare a cose mie. È stato Mike Frajria, che in questo disco mi ha aiutato supervisionando l’inglese dei miei testi, a instradarmi nell’uso dei software per realizzare di demo col computer e mi ha dato consigli a livello di composizione.”
A questo punto per Marco Pantozzi è stato evidentemente necessario trovare però dei musicisti veri a cui proporre quello che era riuscito ad abbozzare in proprio, dei musicisti che dessero respiro e forma alle sue canzoni.

“Conoscevo bene Joe Chiericati – ci dice –, così ho provato a fargli ascoltare qualcosa. Mi ha detto che secondo lui c’erano delle cose su cui valeva la pena lavorare, così a quel punto mi ha presentato Stefano Nicli che ha coinvolto nell’arrangiamento dei brani e nella produzione delle registrazioni, che abbiamo effettuato a Merano nello studio di Joe. La sezione ritmica è composta dal bassista Teo Ederle, cugino di Joe, e dal batterista Thomas Ebner, in più in, I Do It My Way e nella sua versione in italiano posta a fine disco, c’è la voce di Roberta Staccuneddu”.
Il risultato è un disco dalle molte sfaccettature e dalle molte influenze. Su tutte è evidente l’amore del leader per i Pink Floyd di Roger Waters, sia per l’idea del concept che per certi approcci vocali e musicali, però ascoltando con attenzione il disco si rivela molto vario e se da un lato Chiericati ci era già noto per escursioni musicali di questa scuola, con le sue tastiere che si muovono tra psichedelica colta e prog rock, è invece una sorpresa scoprire il poliedrico Nicli emulare David Gilmore e Bryan May, apparentemente distanti anni luce da quel blues che è da sempre la sua casa sicura.
“Il disco – conclude Pantozzi – è pubblicato e distribuito dalla Ma.Ra.Cash Records, specializzata in prodotti prog rock. Si tratta di un’etichetta indipendente che ha canali di distribuzione in tutto il mondo: è stata una sorpresa vedere siti russi e giapponesi che parlano del nostro disco, leggere recensioni francesi e americane. Certo non si tratta di un mercato mainstream, ma coloro che lo seguono sono uno zoccolo duro di appassionati che oltretutto sono molto legati al supporto fisico più che alla musica digitale online. Per questo motivo c’è stata anche una certa cura della veste grafica, di cui si è occupato Gigi Cavalli Cocchi, che come musicista è noto per il suo lavoro con Ligabue, ClanDestino e CSI, ma che è anche un grande illustratore. È stato proprio Gigi, tra l’altro, a indirizzarmi alla Ma.RaCash Records, per cui anche lui pubblica anche lui con i Mangala Vallis.”
Il disco è stato presentato dal vivo, naturalmente a Merano, al Teatro Puccini, in occasione dell’uscita, ma, sperando che la situazione si normalizzi un po’, con la bella stagione è probabile che i Deception Store possano prendere parte a qualche festival specializzato promosso proprio dalla loro casa discografica.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Un progetto musicale per celebrare il quartiere di Sciangai

Sciangai, scritto come si dice. Sarebbe interessante fare una ricerca sul perché il vasto quartiere che si estende nella parte meridionale della città al di qua dell’Isarco abbia preso questo nomignolo mutuato dall’omonima (ma non omografa città cinese).
Il confine tra Sciangai e il resto della città è sempre stato piuttosto labile, propendiamo per un confine che si è spostato nel corso del tempo a seconda della memoria di chi ci ha abitato e vi è cresciuto, ma approfondire oltre l’argomento in questa sede potrebbe scatenare polemiche.
A noi interessa parlare di una canzone che è stata pubblicata su youtube nelle scorse settimane e che ora è anche colonna sonora di un video distribuito gratuitamente in DVD che include anche un altro video, più lungo accompagnato da versi recitati da Emilio Insolvibile.
“Tutto è cominciato qualche anno fa – ci racconta Beppe Grandinetti, anima del progetto insieme a Luca Sommacampagna – mentre ero in sala prove con Coco Chinaglia, lui aveva un giro di chitarra attorno al quale si è sviluppata la canzone, intitolata Sciangai. Tra allora e la realizzazione del progetto è trascorso del tempo, ci sono state alcune traversie. Poi ho incontrato Luca, sciangaiolo come me e musicista, e la cosa ha cominciato a prendere forma. È lui che mi ha aiutato a dare forma al brano e che ha coinvolto altri musicisti.”
Grandinetti e Sommacampagna hanno così portato a termine il progetto non solo dal punto di vista musicale, per il quale si sono affidati ad altri bravi strumentisti e cantanti, ma anche sotto l’aspetto della ricerca e dell’assemblaggio di materiale fotografico e documentaristico che è finito a costituire le immagini che scorrono sulle sulle note della canzone. Il risultato è un omaggio sentito e molto riuscito ad un quartiere la cui storia è mutata paesaggisticamente non poco con l’abbattimento delle case semirurali che ne erano state la principale caratteristica.
“Fare un DVD oggi può sembrare un po’ fuori moda – spiega Luca Sommacampagna – ma volevamo che ci fosse un supporto fisico con il risultato del nostro lavoro, certo i video ormai girano con gli smartphone e sui social, ma ci pareva bella l’idea di poter dare qualcosa in mano alla gente.”
Il risultato del lavoro dei due appassionati sciangaioli di differente generazione è assolutamente godibile e ben riuscito, frutto degli sforzi congiunti di un gruppo di lavoro allargato che ha lavorato bene coinvolgendo molte persone.
“Innanzitutto – prosegue Sommacompagna – per poter depositare il brano alla SIAE ci siamo affidati a Tiziano Astolfi che ha anche fornito materiale video/foto dal suo archivio. Poi ci è parsa una buona idea chiedere ad un paio di cantanti storici, proprio provenienti dal quartiere, di dividere con Beppe le parti cantate del brano, così ci siamo rivolti a Memo Emeri e Macao Timpone che hanno aderito con entusiasmo. Per la parte suonata, io mi sono occupato della batteria e dei cori, Daniele Ceccarelli ha suonato il basso, Giorgio Fiore le tastiere e Gregor Marini ha curato gli arrangiamenti, suonato le chitarre e ha provveduto alla regia, dalla registrazione alla produzione.”
Il risultato è un brano eccellente, ben fatto, professionale e accorato: le tre voci si mescolano bene e ciascun vocalist mette davvero l’anima nella propria interpretazione, con un plauso particolare a Memo, che nonostante età e acciacchi ha una voce ancora parecchio grintosa. Insomma, una canzone che funziona, qui un altro plauso va indubbiamente alla produzione di Marini, e che racconta il quartiere attraverso immagini di repertorio: nei filmati si riconoscono senza fatica sia il giovane Grandinetti che il giovane Astolfi, ma soprattutto emerge la fisonomia di Sciangai, i volti, gli sguardi e le anime dei suoi abitanti. L’anima. Perché quello che sono riusciti a fare Sommacampagna e Grandinetti è lontano da scontate, facili e già ascoltate marchette musicali dedicate a una Bolzano o a un Alto Adige da cartolina: Sciangai, il quartiere Don Bosco, le semirurali non sono mai stati patinata meta turistica e le immagini finali delle ruspe che abbattono e vecchie case riportano lontanamente alla mente la storia cantata dal rocker californiano Ry Cooder dedicata al quartiere Chavez Ravine, a Los Angeles, che subì analoga sorte negli anni cinquanta.
“Ricordo persone – è Macao Timpone a raccontare ora – che non avevano idea che esistesse in Cina un posto con lo stesso nome e che si facevano mille meraviglie spalancando gli occhi quando ti dicevano: hai visto? In Cina c’è una città che si chiama come il nostro quartiere…”
Il gancio finale, per la realizzazione del brano e la sua diffusione sono stati l’appoggio della circoscrizione Don Bosco presieduta da Alex Castellano e dell’associazione CooolTour: “Castellano e Roberta Catania – ci dice Sommacampagna – sono stati importanti per concretizzare questo progetto, così come tutti coloro che ci hanno fornito con piacere il materiale filmato usato sia per la canzone che per il video con la voce di Emilio. Tutte persone animate dalla stessa filosofia positiva per cui tenersi le cose nei cassetti senza condividerle non è di alcuna utilità per nessuno.”
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POLEMICHE

Tra la stesura e la pubblicazione di questo articolo, attorno al brano dedicato a Sciangai sono scaturite polemiche infuocate riguardo alla paternità del brano: posto che la somiglianza tra il brano dei Dedy CEMM e quello cantato da Grandinetti/Macao/Memo è innegabile, posto che con ogni probabilità farà fede la data di deposito dello spartito alla SIAE, pensiamo che la verità – come spesso accade – stia nel mezzo e vogliamo astenerci dal commentare la cosa. Alla scena musicale bolzanina mancava giusto una faida del genere, non lontana da quelle che le bande di quartiere combattevano nei cortili di Sciangai negli anni cantati nel brano.
Peccato. Dispiace soprattutto per quelle associazioni e istituzioni che nell’appoggiare un bel progetto sono state messe in imbarazzo da una cosa che poteva essere evitata.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

S.R.F.: affari di famiglia sul pentagramma

Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo, nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli. La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano. Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.

Dire che si tratta di un caso esclusivo non possiamo perchè nella nostra regione il primato spetta ancora agli Still Blind, storica formazione metal attiva tra gli anni ottanta e novanta, i cui componenti erano tre fratelli, cosa che li ha consacrati come prima band a conduzione familiare della regione. Il caso del trio S.R.F. però è altrettanto degno di nota, visto che a comporlo sono un padre e due figli.
La sigla S.R.F. indica le iniziali dei loro nomi: Francesco, Ricky, Stefano.
Il cognome è Gobbo, ma per quanto riguarda il padre, bisogna dire che per le sue produzioni artistiche ha sempre usato nomi d’arte, dal Ricky Strehler dei suoi esordi come cantautore al Chris Taylor della fase pop dance.
“Questa nuova, emozionante avventura musicale – è papà Ricky a parlare – è cominciata poco più di un anno fa quando mio figlio Francesco, che è batterista, ma anche compositore, mi ha spedito una traccia su cui stava lavorando per chiedermi di aiutarlo a completarla. Mi ha spiegato che tipo di cosa voleva realizzare e così ci ho messo mano e poi gliel’ho rimandato in Toscana, dove lui abita. Francesco mi ha risposto che avevo perfettamente capito dove desiderava che portassi la sua idea di partenza. Ora il titolo finale del brano è Haus der Kraut ed è diventato un misto tra elettronica e techno; in realtà non mi piace definire la musica, ma è per rendere l’idea… Siccome il risultato non era male ho cominciato a covare di farlo diventare qualcosa di più che non una sola composizione, abbiamo così coinvolto anche Stefano, l’altro mio figlio, che ha studiato chitarra e pianoforte”.
A questo punto però, forte dei suoi contatti presso le case discografiche specializzate che Ricky aveva bazzicato sia come artista che come addetto ai lavori, decide di fare ascoltare il lavoro fatto con Francesco, suscitando l’interesse di più d’una label milanese, con il verdetto che se a quel pezzo fossero stati capaci di aggiungerne altri nove se ne sarebbe potuto fare un disco. Ovviamente a questo punto c’è stata una riunione di famiglia per decidere se fosse il caso di continuare a battere questa pista.
“Francesco e Stefano – prosegue Gobbo – si sono dichiarati possibilisti, senza montarsi alla testa. Mi hanno detto: ma sì papà, perché non provarci, se sono rose fioriranno. Io a questo punto ho scritto il secondo brano e l’ho mandato a loro, ciascuno ci ha messo del suo e Stefano nel frattempo ha mandato una terza composizione e siamo andati avanti così, ciascuna canzone è partita da un singolo, ma poi è diventata un lavoro di gruppo che andava a completarsi coi suggerimenti e le idee degli altri. Quando però siamo arrivati al brano intitolato Corto circuito, ho avuto l’idea che ci sarebbe stato bene un sax ed ho coinvolto Sandro Miori, un vecchio amico bolzanino che da tempo sta a Vienna e fa il musicista di professione”.
Così il disco si è andato arricchendo di piccoli cameo importanti: Miori, oltre ad aver fatto parte per breve tempo, in anni pionieristici, della mitica Statale 17, ha suonato con artisti internazionali del calibro di Lee Konitz. La cosa ha preso mano e Miori ha finito per suonare anche in altri brani del disco dei Gobbo, sia col sax che col flauto traverso. Un altro importante bolzanino che appare nel disco è Diego Ruvidotti, storico componente della Stanza, che ora lavora a Milano e che ha prestato al progetto la sua tromba.
“Il disco è andato avanti pian piano – è sempre Ricky a parlare – rispettando i tempi e gli impegni di ciascuno, ci è voluto un anno per finire tutto, anche perché siamo tutti e tre un po’ schizzinosi e perfettini, certi brani li abbiamo ripresi in mano sei o sette volte in fase di missaggio… Tira un po’ più su questo, tira giù quello, per essere d’accordo tutti e tre. Non è tutto perfetto, qualche sbavatura c’è, ma era un peccato rinunciare a dei contributi esterni suonati dal vivo, come quelli del batterista trentino Alessandro Motta, e quindi abbiamo deciso di tenercele queste piccole imperfezioni. In fin dei conti volevamo che suonasse come un disco umano e non come una cosa artefatta”.
Il risultato ha varie sfaccettature, alcune più ardite, altre più facilmente assimilabili, come quando Ricky ripercorre – con gli adeguati aggiornamenti – le orme già battute negli anni ottanta, con atmosfere talvolta psichedeliche e spaziali, tal altra fortemente dance, tanto che il disco, in uscita in formato digitale il 18 febbraio (ma entro l’estate è atteso il CD fisico) col titolo di The Flame Is Burning, sulla piattaforma Juno Download è stato inserito nella categoria Experimental/Electronic.
E come ulteriore chicca, diremo che per la grafica di copertina del prodotto, il trio si è affidato a Damir Jellici, un altro bolzanino, ora di stanza a Verona e grafico professionista, che negli anni ottanta ha militato negli eclettici Gegia Miranda.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La musica da camera contemporanea del trio Tamayura

Tamayura è un termine del linguaggio poetico giapponese che indica qualcosa di molto prezioso ma di breve durata, giusto lo spazio di un momento; è anche il nome che un trio nato dall’incontro nella nostra regione di artisti con provenienza diversa, il cui disco, uscito proprio nell’anno della pandemia ha rischiato, a torto, di passare quasi inosservato, causa limitazione degli spostamenti e difficoltà nell’organizzare un’adeguata promozione a base concertistica.

Tutto è nato dall’incontro del sassofonista altoatesino Hans Tutzer con l’artista giapponese Karin Nakagawa, cantante, poetessa e in questo disco soprattutto musicista col suo koto, uno strumento a corda della tradizione nipponica che appartiene alla famiglia delle cetre. Tutzer, nato come batterista nella band giovanile degli Emphasis negli anni settanta, ma che è ora un apprezzato insegnante di musica, nonché membro di diverse realtà musicali come i Sax Four Fun e l’Ebnicher- Tutzer Project racconta così l’incontro con Karin Nakagawa: “Nel 2014 Karin ed io, che ancora non ci conoscevamo, siamo stati invitati a partecipare ad un workshop a Fiè, organizzato ogni due anni da Elisabeth Oberrauch. Si tratta di un’iniziativa durante la quale artisti, musicisti, attori vengono affiancati e si trovano a lavorare insieme per una settimana. Alla fine vengono presentati i vari lavori. Io sono stato sorteggiato per lavorare con Karin e abbiamo scoperto, oltre ad aver un grande affiatamento, che l’abbinata tra il suo koto e il mio sax soprano funzionava molto bene. Così è stato naturale decidere di continuare a sperimentare insieme”.
Karin Nakagawa, dal canto suo, pur essendo nata e avendo studiato in Giappone, negli ultimi anni è stata di base in Germania dove ha conosciuto il suo futuro marito, altoatesino: ecco spiegato l’arcano di come questa musicista che ha realizzato prestigiosi lavori approdando nel 2015 all’etichetta ECM, una delle leader per un certo tipo di musica jazz non tradizionale si sia trovata in Alto Adige. Il trio Tamayura si completa con il contrabbassista Paolino Dalla Porta, uno dei maggiori personaggi della scena europea nel suo strumento, nonché membro degli Oregon di Ralph Towner e Paul McCandless (ma i nomi inclusi nel suo curriculum potrebbero costituire una piccola enciclopedia del genere).
“Karin ed io – prosegue Tutzer – siamo andati ad un concerto degli Oregon a Bressanone, dopo lo spettacolo siamo andati a cercare i musicisti perché Karin aveva piacere di dare una copia del suo disco ECM a Towner, così abbiamo avuto occasione di parlare anche con altri del gruppo, tra cui Paolino, a cui abbiamo raccontato del nostro progetto come duo, è rimasto così ben impressionato che alla fine il duo è diventato un trio e nel giro di qualche settimana ci siamo trovati nel suo studio per provare!”.
Il disco è stato poi registrato all’inizio del 2018, in Germania, nello studio di Marco Ambrosini (anche lui del circuito ECM) che nel disco suona un’arpa tradizionale svedese parente stretta della viola d’amore oltre a figurare anche in veste di produttore insieme a Katharina Dustmann (che vi suona le percussioni).
Il risultato è un disco di notevole interesse, quasi interamente strumentale, eccezion fatta per alcuni interventi cantati dalla Nakagawa nel tipico stile vocale del Sol Levante: un perfetto equilibrio tra tradizione e jazz, una fusion non scontata che si lascia ascoltare come fosse un’attuale musica cameristica ricca di incredibili sfumature e passaggi, con brani composti da Tutzer e Nakagawa, in tandem ma anche per conto proprio o con altri partner, e con un brano firmato da Dalla Porta che nel disco è titolare con pieno diritto.

Dopo le registrazioni però, il disco è rimasto in stand by, un po’ per gli impegni di Dalla Porta e di Karin Nakagawa, un po’ perché Tutzer si è concesso il cosiddetto anno sabbatico e per un anno ha fatto un viaggio intorno al mondo. Al suo ritorno il Trio ha ricominciato a pensare a come pubblicare il suo lavoro. “Karin aveva da poco lavorato con una label norvegese che si chiama Losen Records, così abbiamo provato a rivolgerci a loro che sono stati ben disposti. Prima dell’uscita siamo anche riusciti ad esibirci una volta come trio in Umbria, ad un piccolo festival. Poi tutto si è bloccato, come tutti sanno. Il disco è uscito nel 2020, ma di promozione si è parlato solo nel 2021, quando Karin ed io abbiamo fatto qualche concerto in duo. Ora però si spera di poter riprendere il discorso e, se non ci saranno altri imprevisti, il 24 maggio siamo già in cartellone di nuovo con Paolino al Teatro Toniolo di Mestre.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Uno spazio dipinto di Blu pieno di musica

Nelle ultime settimane, sul canale Spotify di Musica Blu, hanno cominciato a fare capolino diversi post musicali dedicati alle attività presenti e passate dell’Associazione. Tutto è cominciato con la realizzazione di un EP con quattro brani intitolato Mettetevi scomodi, che è un po’ il sunto di un’iniziativa nata durante i mesi del lockdown e che si è poi conclusa con un incontro in presenza tenutosi la scorsa estate sui gradoni dell’arena del Pippo.Stage a Parco Petrarca.

Abbiamo colto l’occasione per incontrare Diego Baruffaldi e Thomas Traversa (artefici dell’iniziativa insieme a Maddalena Ansaloni) e fare il punto della situazione su questa ed altre recenti iniziative nate nell’ambito di Blu Space (la branca aggregativa di Musica Blu).
“Il nostro obiettivo – spiega Baruffaldi – è sempre stato quello di far diventare il nostro centro giovani un punto d’incontro anche per musicisti, farli conoscere, creare una situazione di supporto, vicinanza, crescita, condivisione di musica. In tempi normali lo facevamo con l’organizzazione di laboratori e concerti, coinvolgendo quando possibile anche dei big. Col secondo, lungo lockdown ci si è posto il problema di come fare non potendo contare sugli eventi in presenza, così sono nate alcune situazioni con concerti online senza pubblico, o, nel caso di Mettetevi scomodi, un’intervista accompagnata da ascolti di mp3 o video che abbiamo ricevuto dai partecipanti. La dimensione online, se da un lato è penalizzata dall’assenza del pubblico, dall’altra ha la capillarità della diffusione e ci ha permesso di raggiungere giovani interessati al progetto in tutta la penisola.”
Alla base dell’idea delle interviste con ascolti c’è l’esperienza maturata da Thomas Traversa, che nel primo lockdown aveva condotto dei programmi d’impostazione simile su Radio Quarantenna. Quando verso l’estate è stato possibile tornare ad organizzare eventi col pubblico, per i ragazzi di Blu Space è stato naturale, a chiosa del loro progetto, portare alcuni dei musicisti incontrati online nell’anfiteatro del Pippo per una sorta di gran finale.
“Maddalena ed io – è Thomas Traversa a parlare – abbiamo molti contatti in giro, in altre città, così abbiamo allargato il circuito anche al di fuori dei confini locali. Nel 2021 abbiamo realizzato quindici puntate, il format era abbastanza semplice, basato su una chiacchierata di una quarantina di minuti.
Col nuovo anno sarà Maddalena da sola a condurre la cosa, ma finché sarà possibile invece di essere online, gli incontri si svolgeranno in diretta.”
Tra i progetti messi in cantiere da Blu Space, a coronamento di Mettetevi scomodi e del Songwriting Circle, c’erano le realizzazioni di due CD durante l’estate, contando sul fatto che Musica Blu ha un eccellente studio di registrazione. Dopo aver riflettuto su come concretizzare la cosa, i responsabili sono però giunti alla considerazione che trattandosi di prodotti dedicati ai giovani il formato CD poteva essere obsoleto oltre che costoso da produrre.
“Thomas ha avuto l’idea di creare un canale Spotify di Musica Blu – prosegue Baruffaldi – e da lì, dall’avere il canale al comprendere che c’era la possibilità di mettere online un sacco di altre cose legate alle nostre iniziative, il passo è stato breve. Così un po’ alla volta oltre all’EP Mettetevi scomodi abbiamo postato anche i brani registrati nel nostro studio durante le varie edizioni di Mixer, produzioni musicali per bambini realizzate da Franco Bertoldi e alte cose.”
L’ultima iniziativa di Blu Space è partita a fine novembre ed è la nuova edizione di una versione autoctona di Ka Boom, la serie che viene postata su youtube: nella fattispecie vengono create delle coppie tra i musicisti che prendono parte all’iniziativa, viene poi affibbiato loro un titolo a sorpresa e partendo dal titolo devono cimentarsi col comporre una canzone.
“Visto che la cosa è nata durante il lockdown – racconta Baruffaldi – di solito per il titolo veniva preso un libro lo si apriva a pagina 19 e se possibile si trovava qualcosa di adatto alla diciannovesima riga. Per il primo ciclo di Ka Boom ci siamo affidati alle frequenze di Radio Quarantenna, i ragazzi avevano a disposizione una settimana, poi facevamo ascoltare il risultato dell’esperimento lasciando raccontare ai ragazzi il processo creativo. Al momento, un po’ nello studio di Musica Blu, e un po’ in quello casalingo di Thomas, si stanno producendo le canzoni nate da questa esperienza e quando saranno pronte saranno anch’esse disponibili sul nostro canale Spotify. Per quanto riguarda la nuova stagione di Ka Boom, come per Mettetevi scomodi, tutto avverrà in presenza nella nostra sede e i ragazzi invece che in una settimana dovranno comporre la canzone in un’ora e mezza. Ovviamente non vogliamo dimostrare che scrivere una canzone è cosa facile o da poco, l’obiettivo primario resta quello di fare incontrare i ragazzi, facendo fare loro una cosa carina, che li entusiasma e che li fa uscire da qui felici.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Francesco Tancredi: da Brecht a Brassens, passando per Norbert C. Kaser

Ormai tutti lo sanno, il lungo lockdown che ha caratterizzato gli ultimi mesi dello scorso anno ed i primi di questo è stato fonte d’ispirazione per molti artisti, e non solo in campo musicale. Qualcuno ha cominciato a scrivere nuovo materiale, qualcun altro si è dedicato alla registrazione di musica già composta: per Francesco Tancredi, fiorentino di nascita ma altoatesino (e molto altro) d’adozione, il lockdown è stato l’occasione, vista l’impossibilità di fare musica dal vivo, di dedicarsi a quella che a lui piace definire “musica dal morto” e per mettere a punto un bel tributo ad uno dei suoi musicisti preferiti, il padre della canzone d’autore francofona Georges Brassens, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

“Ho sempre amato la canzone d’autore – ci racconta Tancredi – da piccolo i miei favoriti erano Jannacci e Dalla, sulle cui musiche mi cimentavo a rifare dei testi miei. Poi mi sono appassionato alla musica afro americana, dal soul al blues al jazz. Da lì al cominciare a suonare in piccole band il passo è stato breve, che fosse punk o rock. A diciott’anni ho fatto una produzione teatrale/musicale basata sull’Opera da tre soldi di Brecht, in collaborazione con Stefano Bollani, molto prima che lui diventasse famoso. Era il 1991, esattamente trent’anni fa, e siccome la traduzione dei testi che avevamo non ci soddisfaceva, Bollani ed io abbiamo riscritto tutti i testi.”
Negli anni successivi la vita ha portato Tancredi ad occuparsi di arte forme artistiche multimediali, facendolo trasferire per un certo periodo in Francia, dove è maturata la sua passione per Brassens che ci porta al suo recente lavoro musicale. Al suo ritorno in Italia ha ripreso contatto col mondo musicale, lavorando tra gli altri con Alfio Antico (già collaboratore di De André, Capossela, Eugenio Bennato) e dedicandosi alla produzione di uno spettacolo di musica/teatro ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi; da oltre dieci anni l’Alto Adige, nella fattispecie Bressanone, è diventato la sua nuova terra.
“Dopo aver fatto un’esperienza musicale con Max Castlunger ed un musicista magrebino – prosegue Tancredi – mi sono imbattuto negli Opas Diandl, in particolare nella polistrumentista Veronika Egger, una musicista a trecentosessanta gradi che suona di tutto. Le ho proposto di lavorare insieme sulla musicazione delle poesie di Norbert C. Kaser. Sono stato totalmente conquistato da questo personaggio incredibile. Abbiamo poi inserito il nostro lavoro all’interno di un piccolo festival della canzone d’autore che ho organizzato per alcuni anni. Per questo lavoro abbiamo usato sia i testi originali che le bellissime traduzioni in italiano di Werner Menapace. È stata sicuramente una delle cose più belle che mi sia capitato di fare.”
Il progetto più recente del nostro, è, come annunciato in apertura, quello dedicato ai cent’anni dalla nascita di Georges Brassens, con un ritorno deciso a quella canzone d’autore che ha segnato l’origine della sua passione per la musica.
Il lavoro si compone di dieci canzoni postate una per settimana, sempre di venerdì su youtube: si è cominciato il 22 ottobre, il giorno della nascita dello chansonnier francese, con il brano Mourir pour des idées, che come le altre tracce postate in seguito si mette in evidenza per gli interessanti arrangiamenti orditi da Tancredi, che volutamente si è allontanato dall’impostazione classica, chitarra e voce, scegliendo tra l’altro di cantare tutto in francese.
“Brassens – ci dice il musicista – è conosciuto in Italia soprattutto per gli adattamenti, più che traduzioni, che delle sue canzoni ci ha tramandato De André, ma esistono anche delle vere traduzioni, dialettali però, realizzate rispettivamente da Nanni Svampa e Fausto Amodei . Al mio ritorno in Italia avevo anche tradotto alcune sue cose, prima di lasciare definitivamente la Toscana, ma per questo nuovo progetto ho preferito puntare sui testi originali. Ho suonato quasi tutto io, con l’eccezione del sax ad opera di Claudio Giovagnoli e del basso di Roberto Marangio. Per quanto riguarda la promozione, bisognerà vedere come si mettono le cose, qui in Alto Adige potrebbe concretizzarsi una serata al Dekadenz di Bressanone, ma per il momento l’unica certezza è che ci esibiremo a Parigi a febbraio, proponendo oltre ai dieci brani del disco, intitolato La soif des Dieux – La théologie de Brassens, anche delle traduzioni in italiano che avevo approntato appunto quando ancora stavo a Firenze.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Storie senza ma: “Donne in Jazz” contro la violenza alle donne

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne: un gruppo di musicisti della nostra regione pubblica oggi e lo presenta con un concerto al Teatro Cristallo alle ore 21 un brano composto per l’occasione e disponibile su tutte le piattaforme per l’ascolto e il download della musica online. Il progetto si riallaccia ad un’iniziativa ideata qualche anno fa da Fabio Zamboni e che sotto il nome di “Signore del Jazz” presentava alcune bravissime cantanti scese in campo contro la violenza sulle donne, accompagnate dal Fiorenzo Zeni Quartet nel ruolo di backing band.

“Questa cosa e la buona causa a cui era collegata ci sono piaciute molto – racconta Fiorenzo, che ha firmato insieme a Greta Marcolongo il brano ‘Storie senza ma’, attorno a cui ruota il progetto odierno – tanto che l’avevamo ripreso poco dopo per una serata nell’ambito del festival jazz di Lana organizzato da Helga Plankensteiner e Michl Lösch, ed ora ci stiamo lavorando da parecchio, nonostante la pandemia ci abbia costretti a dilatare le scadenze, siamo finalmente pronti. Oltre al brano che sarà disponibile in rete, l’idea che ci sarebbe piaciuto concretizzare era di mettere su CD anche le altre canzoni in programma nel concerto, dieci brani in tutto, alcune cover e un paio di canzoni composte rispettivamente da Evi Mair e Judith Pixner. Purtroppo, avendo come scadenza la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non è stato possibile farlo. Non escludiamo però che dal concerto possa derivare un disco dal vivo, anche se per parlarne bisogna ascoltare la qualità della registrazione”.
Il quartetto di Zeni sarà quello classico con il piano di Michele Giro, la batteria di Michele Vurchio e il basso di Flavio Zanon che da qualche tempo ha sostituito un ormai impegnatissimo Marco Stagni; in più per alcune canzoni ci saranno come ospiti Roberto Gorgazzini e Matteo Rossetto. Per quanto riguarda le voci, oltre a Greta Marcolongo, coautrice con Zeni di Storie senza ma, sono coinvolte Evi Mair, Camilla Guerrini, Petra Gruber e Judith Pixner.
“Rispetto alle precedenti edizioni, intitolate Signore in Jazz – ci spiega Zeni – ora il progetto si chiama Donne in Jazz, le protagoniste sono solo cinque, rispetto alla prima edizione in cui erano una decina. Il programma è comunque molto ricco e offre l’occasione di ascoltare delle voci diverse, soprattutto voci con colori e sfumature differenti. Camilla Guerrini forse è la meno jazz come impronta, ma è interessante il suo approccio molto nero al genere; sia lei che Evi Mair hanno un’impostazione rock, però non hanno la stessa attitudine nel trasferirla al jazz. È proprio questo il bello del progetto, ognuna ha un timbro suo, un suo modo di esprimersi”.
Tutto questo si evince perfettamente dall’ascolto della composizione di cui Zeni ha firmato la musica e Greta Marcolongo il testo, un testo assolutamente in tema con il progetto a cui è legato, così come lo sono anche le altre canzoni, cover o meno, inserite nella scaletta: ciascuna cantante coinvolta ci ha messo del proprio cantando una strofa della canzone e caratterizzandola con la propria vocalità, rendendo un eccellente servizio ad un brano che è costruito molto bene e che si lascia ascoltare più e più volte catturando l’ascoltatore, sfuggendo a qualunque definizione di genere, c’è il jazz chiaramente, ma questo Storie senza ma è decisamente anche molto altro. Altro di buono.
“Per presentare il tutto – conclude il musicista bolzanino – oltre al concerto che è sostenuto da varie associazioni particolarmente sensibili al tema della violenza sulle donne, tra cui il Comitato pari opportunità del comune, tutte presenti nel foyer del Cristallo la sera dell’evento, abbiamo realizzato una cartolina con stilizzate le due protagoniste della canzone, due amiche che si incontrano in un caffè, e, sul retro, un qr code che inquadrato con qualunque dispositivo porterà all’ascolto della canzone.

Autore: Paolo Crazy Carnevale