L’aglione della Val di Chiana

Collocata in Centro Italia, tra le province di Arezzo e Siena e tra Perugia e Terni, la Val di Chiana è una valle tettonica lunga 104 km. Solcata dal fiume sacro Clanis Aretinum fu il palcoscenico di Etruschi, Romani, pontefici, Signori e Corti, eserciti, persone famose e comuni, tra paludi e bonifiche. Assieme alla costa grossetana, questa piana è la zona di origine dell’aglione. L’Allium ampeloprasum var. Holmense è una geofita bulbosa, perennante, annuale in coltura. Le radici sono fascicolate, cordiformi e superficiali. Il fusto è detto “cormo” o “girello”, le foglie in numero di dodici, sono amplessicauli alla base, mentre a distanza sono lineari, nastriformi, acuminate, leggermente carenate. Lo scapo fiorale è cilindrico, pieno e ricurvo, quando in piena fioritura è eretto e può raggiungere altezze rilevanti. Il bulbo detto “capo” o “testa” è di colore bianco avorio e molto grosso (Ø 10/15cm), può raggiungere da fresco i 600/800 gr. Ogni bulbo è composto da 3/6 spicchi sessili, molto grossi (peso medio 60/80 gr con punte fino a 250 gr), a forma di “castagna”, carnosi, addossati al fusto e rivestiti da squame esterne scariose. Al contrario di ciò che si pensa e che il nome suggerisce l’aglione ha più caratteri in comune con il porro che con l’aglio e organoletticamente ha gusto più delicato. Caduto nel dimenticatoio, dagli anni ’90 è tornato in auge, tanto da essere tutelato e valorizzato nel disciplinare di produzione, 2017. L’Aglione non necessita di elevata disponibilità idrica, tuttavia nei mesi primaverili, in simultaneità dell’ingrossamento dei bulbi e dell’aumento dell’evapotraspirazione dei suoli, deve poter disporre di sufficienti riserve d’acqua. Predilige terreni  sabbiosi, permeabili e non argillosi. I grossi spicchi della sua testa sono troppo teneri per uscire incolumi dalle spedizioni postali, pertanto, la riproduzione di questa varietà avviene tramite i bulbillini; queste palline irregolari, dalla buccia spessa e coriacea, penzolano attaccate alle radici delle piante madri, in numero variabile, e ne costituiscono la semenza. Le differenze per tecnica e tempistiche di raccolta, tra colture a base di spicchi e di bulbillini sono diverse: con i primi si segue lo schema dell’aglio (semina a settembre, raccolta a luglio), mentre nei bulbillini si deve giocoforza rimuovere la dura pellicina che li riveste – ma solo nella parte apicale – per favorire la germogliazione, interrando poi le palline in vasetti Ø 10cm. Brevi irrigazioni periodiche e lunghe attese, finanche a un anno, sono gli ingredienti necessari. Quando le piante raggiungeranno altezze e sviluppo accettabili si collocheranno in piena terra o sul BalconORTO, nel mese di settembre: raccoglieremo infine le teste di aglione fresco nel luglio successivo. 

Autore: Donatello Vallotta

Addio agli orti di via Foro Boario

È bastata una lettera raccomandata, ritirata a metà settembre, per gettare gli ortolani nello sconforto. La notizia girava già da alcuni mesi, e non si sapeva se fossero le solite voci di corridoio o se, al contrario, era qualcosa di tangibile; come spesso accade in queste situazioni si va avanti un po’ ‘sul chi va là’ e si cerca di restare positivi. Purtroppo, l’epistola conteneva l’ufficialità, suggellata dal Comune di Merano, che entro il 15 novembre tutti gli ortolani dovevano abbandonare la propria parcella. Tra tutte queste anime spaesate c’ero anch’io. Grazie alla gentile concessione dell’ex Sindaco Paul Rösch, disponevo di una piccola porzione dal 2017, che poi era stata prorogata di anno in anno dall’attuale Amministrazione; in primis perché c’è sempre stata la disponibilità immediata ed in secundis per meriti culturali come custode di semi dell’associazione fiorentina Seed Vicious, amministratore del gruppo Facebook Balconorto – frutta e verdura a portata di mano – nonché redattore pro bono di questa rubrica; l’appuntamento ormai consueto su tutte e tre le edizioni di Quimedia, attinente alla coltivazione di piante orticole sul balcone, con alcune digressioni, alla possibilità di confrontare le diverse fasi di crescita tra colture in vaso e piena terra, e disporre di semi riproducibili. L’età media dei fruitori degli orti comunali è piuttosto alta, ci sono svariate figure per classe, origine e provenienza; esse possono apparire tranquillamente come gli zii o i nonni,  fortemente connessi alla terra e che trovano nei lavoretti manuali dei miglioramenti delle condizioni di salute, di autostima e modeste autoproduzioni; gli spazi gestiti dalla Caritas invece sono curati da persone più giovani, che hanno sicuramente alle spalle storie e vicissitudini da raccontare, legate alle realtà migratorie e riscatti d’integrazione. Ricordo ancora il giorno in cui ho barattato pomodori e cetrioli con dell’ottimo tè alla menta marocchina da parte di Jamil, sotto la pergola; e proprio lì, recentemente, si sono tenute le riunioni settimanali tra gli ortolani ed i rappresentanti comunali. Infatti, come si è potuto leggere dai giornali, la SASA, società mista privata pubblica, azionista di maggioranza, ha deciso di collegare la grande rimessa di via Foro Boario inglobando questo lembo di terra per creare una stazione di rifornimento a idrogeno per i propri mezzi. In questo abbandono forzato l’Assessore Stefan Frötscher e l’assistente amministrativa sig.ra Tanja Gruber si sono dimostrati davvero molto disponibili ed empatici nei nostri confronti, un faro nella tempesta; speriamo ci sia la stessa sensibilità anche nei confronti del marmista Zanaga. In attesa del trasloco, nei fine settimana tra ottobre e novembre chi più, chi meno ha provveduto ad organizzare lo sgombero del proprio spazio (termine prorogato fino al 30.11), iniziando a raggruppare tutto il materiale ancora in buono stato, a sradicare le piante perenni da trapiantare nei nuovi lotti messi a disposizione tra via Lunga, Sinigo e altri quartieri. Le zampe degli asparagi, ormai quinquennali, le ho prima eradicate e poi messe a dimora sul balcone; anche il piccolo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), nato spontaneo da un semino a spasso nel vento, e miracolato alle ruspe, ha trovato nuova vita sul balconORTO.

Autore: Donatello Vallotta

Giornate europee dei Cortinari 2024

Nel comune svizzero di Quarten, nel Canton San Gallo, distretto di Sarganserland, sul lago di Walenstadt, e presso il nuovo centro di Schönstatt s’è tenuto il 40° congresso europeo dei Cortinari, organizzato dall’associazione micologica JEC. Dopo la prima trasferta parmense dello scorso anno, raggiungere Quarten da Merano è stata un’esperienza decisamente importante; – in primis – perché vissuta al di fuori di una sorta di zona di confort; e, in secondo luogo a causa del fatto che sono stato ufficialmente incaricato di realizzare fotografie e video delle attività sociali, godendo di ampia autonomia, intento a catturare sfumature, particolari e dettagli in una zona ancora sconosciuta agli occhi. Non mi sono dunque limitato a ritrarre i carpofori in habitat (a mano libera s’intende, perché predisporre un set, nel bosco, necessiterebbe di troppo tempo), ma di descrivere e regalare, sia ai soci presenti, sia a quelli che non hanno potuto aderire quest’anno, testimonianze e ricordi della settimana elvetica. Anche al Nord delle Alpi sono state giornate meteorologicamente frizzanti, condite da tanta pioggia, vento e poco sole. Mercoledì 9, dai resti dell’uragano Kirk, abbiamo provato sulla nostra pelle gli effetti del favonio da Sud con raffiche davvero costanti e imponenti fino a notte fonda. Il vociare dei rami flessi dal vento sormontava i nostri richiami! Purtroppo la speranza di immortalare l’aurora boreale e la SAR del 10/11 ottobre è svanita a causa della copertura nuvolosa e della pioggia incessante; mentre in Italia le condizioni erano ottimali. Il nuovo centro di Schönstatt aveva tutto l’occorrente a portata di mano, quindi ogni attività, dal pernottamento, alle determinazioni, alle riunioni, al rifocillamento la si è potuta svolgere comodamente in sede, eccetto, naturalmente le gite. Ogni mattina, infatti, dalle ore 9, tre gruppi di diversi colori (escursioni rossa, verde e blu) partivano verso i boschi prescelti per raccogliere miceti. Il Direttivo ha vagliato luoghi dalle molteplici quote (da 450m in su), variegate varietà arboree e tipi di suolo (acido/calcareo); nello specifico Arvenbühl, Amden, Elm, Obersee, Klöntal, Mollis, Chapfensee e Wichlen. Da Wichlen, e dai boschi di conifere a 1600m di quota, abbiamo ammirato tutta la Valle del Sernf, circondata ambo i lati da incantevoli vette alpine quali Kärpf 2794m, Hausstock 3158m, Blistock 2448m, Vorab 3028m, Laaxer Stöckli 2898m, Piz Segnas 3099m, Piz Sardona 3056m. Evidenti le differenze di vegetazione rispetto all’Alto Adige, come boschi misti fino a 1500 metri di quota (perlomeno nelle zone visitate), con faggi e aceri a spadroneggiare, e già con un foliage avanzato. Ho riscontrato un grado maggiore di civiltà, di pulizia e rispetto assoluto nei confronti della Natura, rispetto ai nostri boschi. Il ritorno a casa percorso mediante strade di montagna ha confermato ancor di più questa considerazione, specie al momento di attraversare il Passo Flüela, 2383m, un valico montano di rara bellezza che collega Davos a Susch e poi, ancora, da Zernez, tramite il passo del Forno, 2149m, a Müstair e a Tubre, fino al suolo italico. La Svizzera orientale è una zona poco abitata, un luogo aspro e selvaggio e di una magnificenza naturale incredibile.

Autore: Donatello Vallotta

Sospesi

Può essere crudele il divario tra percezione e realtà per chi non ha le spalle larghe? Tra la polvere di muri sgretolati e strade simili a groviere, case sgarrupate da bombe intelligenti e sventrate dalla furia dei fiumi romagnoli, austriaci, cechi e polacchi anche la larghezza delle scapole non serve a nulla, se non per sviscerare macerie o spalare fango, nella disperazione. Siamo sospesi, nel vuoto. Mentre le guerre non hanno tempi di ritorno ben precisi, ma scoppiano ininterrottamente, hanno durate indefinite e soluzioni larvali, ecco che, in aggiunta, alluvioni e fasi siccitose nostrane – due facce della stessa medaglia – mostrano incontrovertibilmente i sintomi di un paziente malato, la Terra. 

“I cicli esistono, ma si manifestano su scale temporali molto più lunghe rispetto a quella attuale. Il tasso di riscaldamento odierno non ha eguali nel passato (fino alla notte dei tempi), è velocissimo, e senza la forzante antropica, dal 1960 ad oggi la temperatura media del pianeta doveva rimanere stazionaria o addirittura diminuire leggermente. Quindi l’unico ‘responsabile’ è l’effetto dell’eccessiva concentrazione dei gas otticamente attivi, al netto di brevissime fluttuazioni legate alla variabilità naturale; l’attività solare non c’entra”, ci spiega Pierluigi Randi, meteorologo e presidente AMPRO. Siamo sospesi, finché la coorte dell’informazione non adotterà un approccio più  scientifico, piuttosto che sensazionalistico ed acchiappa-like. Sospesi,  su di un ponte sospeso. Quando il sole illumina le pendici arboree della gola sottostante, il tempo sembra fermarsi e dilatarsi per un attimo. Lo sguardo ne percorre i contorni e si fionda aggrappandosi all’orizzonte, come se laggiù si possano trovare certezze; le mani, invece, stringono i cavi che lo ancorano alla roccia, l’istintiva reazione al dondolio e al baratro. L’acciaio è freddo, come quello dei corpi sotto ai ruderi e detriti. La forza dell’acqua ha sradicato persino querce secolari dai cortili, nonché ettari di vegetazione ripariale, abbattuto argini, spazzato via anni di sacrifici ed ingiurie. Non s’è salvata manco la varroa, acari parassiti delle api, con le arnie galleggianti nell’alveo, a giocare di stecca con i tronchi, che tappano il regolare deflusso sotto le arcate dei ponti sopravvissuti. Siamo sospesi, senza terra sotto ai piedi; se ci fosse davvero un possedimento sarebbe sepolto sotto tonnellate di limo e di croste argillose che tolgono il respiro, alle piante e a tutti gli abitanti della buccia terrestre; sospesi, ma col cuore che batte, ancora. Ricordiamocelo, soprattutto, in tempi di pace, perché la fortuna non ammette mancanza di percezione. Fragili e sospesi, con le braccia al cielo e gli occhi sgranati, memori spettatori di quel famoso calciatore siciliano, che tanto ci fece emozionare.

Autore: Donatello Vallotta

L’estate 2024

Dal 21 giugno abbiamo perso circa 1h e 45’ di soleggiamento; il sole è sceso di circa 13° di altezza (al 25.8), ma il caldo maltempo non intende abbandonarci. Nelle nostre zone qualche infiltrazione atlantica, e più d’una goccia fredda, hanno lenito l’insofferenza afosa con fugaci locali temporali; in altre, per esempio nell’Ogliastra, in Sardegna, la persistente siccità ha mutato drasticamente il paesaggio, con alberi dal color ruggine oramai allo strenuo, con tutti gli annessi ecologici, biologici e ambientali.
A Bolzano, al 25 agosto, avevamo già superato il numero di notti tropicali (T > 20°C) rispetto al 2015. Generalmente, la sensazione di disagio, legata alla presenza di umidità, inizia ad essere avvertita con temperatura di rugiada superiore a 16°C.
Il 1° settembre inizia l’autunno meteorologico, ma non illudiamoci: pare che si terrà a stretto contatto con le risalite del promontorio subsahariano, prolungando l’estate e regalandoci malvolentieri lo zero termico a quote stellari per il periodo, fusione dei ghiacciai, cospicua umidità ed afa a badilate per la maggior evaporazione degli oceani. Si tratta di ingredienti, specie gli ultimi due, che forniscono energia e carburante infiniti per downburst e grandine.
In queste estati umide ed estreme un fattore importante è costituito dell’evapotraspirazione (ET), una variabile costituita da molteplici fattori che bisogna cercare di tenere sempre presenti, per non far soffrire di stress idrico le piante. Nell’orto è più facile, vuoi per la profondità e perché i pani radicali e le specie collaborano tra di loro, e l’ET si può contrastare non estirpando le infestanti e sfruttandole come ombreggianti, posizionando poi qualche pietra nei punti scoperti; nel balconORTO, invece, è opportuno – in primis – conoscere le caratteristiche del proprio terrazzo, l’esposizione, i punti più secchi, stagni, coperti, ventosi o soleggiati, nonché verificare la direzione del vento, l’umidita relativa, la velocità di raffica e le ore di soleggiamento; ma non solo, poiché lì incide anche la piastrellatura ed il calore che viene rilasciato post tramonto. Ogni anno – un terno al lotto – si aggiungono esperienze e intuizioni, e sta a noi poi approfondire e migliorare le nostre competenze.
Un bilancio dell’estate 2024?
Decisamente complicata per i pomodori, a causa della peronospora. Finora ho assaggiato solo i pomodorini del balcone, mentre quelli nell’orto sono in via di maturazione. Benino le zucchine, che con l’umidità ed il vento hanno sopportato con onore l’oidio. Molto bene rucola, asparagi, basilico, coste, cipolle, trombette e cetrioli. Sul balcone il podio se lo sono contesi i peperoni piccanti, i pomodorini ed il cavolo nero. Vincitrici assolute le api solitarie nell’albergo degli insetti.

Redattore: Donatello Vallotta

Pensieri dal bosco 2


Primavera e quarantacinque giorni d’estate – quella meteorologica inizia il 1° giugno – sono risultati particolarmente piovosi, tanto che i nostri amati boschi scintillano di tutti i tipi di verde. La terra è bagnata e scura ed emana quell’intenso profumo di humus. Dopo essere tornato dalla Liguria, ho perlustrato zone piuttosto impervie e poco battute, a bassa quota, intorno agli 800m, fino a raggiungere i 1300m.

Le ricerche e le determinazioni che mi sono appuntato sono avvenute a scopo puramente personale, ergo senza l’uso di lenti di ingrandimento, libri, chiavi, senza l’ausilio del microscopio e dei reagenti. Considerate le T notturne lievemente sotto media per la prima decade del mese e che, di solito, non si palesano crescite abbondanti, come avviene in autunno, ho optato per inerpicarmi lungo versanti esposti a sud di bosco termofilo misto, in cui bastano le giuste ore di sole per stimolare il micelio (con precipitazioni abbondanti). Generalmente per termofilo s’intende un bosco di quercia, cerro, castagno, faggio o di caducifoglie miste, purché situato in area riparata, ben soleggiata e a microclima caldo; in Alto Adige, patria egemone del peccio (e del bostrico, sigh), queste fasce boschive miste si trovano solo lungo parti di una isoipsa ben definita, che non supera i 1100/1400 metri di quota a seconda delle zone e all’esposizione dei versanti, al netto di esemplari solitari di latifoglie a quote appena superiori, eccezion fatta per le betulle. Naturalmente a querce, cerri e caducifoglie miste, pressoché assenti, o presenti in preziose e sparute nicchie, da noi c’è il bellissimo pino silvestre (tana prediletta della processionaria, sigh); ma, a quote di montagna, di bosco a microclima caldo ne troviamo ben poco. Questa multi-varietà di specie, tra abeti, pini e latifoglie, che dopo l’epidemia di bostrico, dovrebbe divenire più costante, preservando gli abeti sopravvissuti e aumentando la biodiversità, avrà pure il pregio di incrementare le specie fungine simbionti o micorriziche, legate al singolo albero. Peraltro, a titolo informativo, tutte le specie arboree e le loro quote ideali di crescita valgono per la zona alpina, che però aumenta di altitudine quando scendiamo di latitudine. Tra le specie fungine osservate troviamo: Russule virescens, aurea, vesca, cyanoxantha, Agaricus augustus, Boletus aestivalis o reticolatus, Neoboletus praestigiator, Tylopilus felleus, Amanita gemmata, Suillus grevillei (larice), Caloboletus calopus, Infundibulicybe gibba, Laetiporus montanus, Amanita rubescens, Marasmius alliaceus (latifoglia), Mycetinis scorodonius (abete) e l’inconfondibile marea gialla dei Cantharellus pallens.

Donatello Vallotta

Pensieri di viaggio 1

Parto da Bolzano con mia madre per raggiungere la Liguria. L’A22 è sempre un terno al lotto, tra incidenti e traffico pesante, dunque per non restare imbottigliati usciamo a Egna e, seguendo pedissequamente la destra Adige, raggiungiamo Affi; è una guida più lenta, ma più rilassante agli occhi. I meleti e i vigneti sono il paesaggio dominante, con le rose a fare da sentinelle all’inizio dei filari e indicare ai contadini quando trattarli a seconda dei patogeni. Il grande Fiume è gonfissimo. Vegetazione, prati, pendici boschive esultano di un verde tonico. Rientriamo sull’A4 a Peschiera e raggiungiamo Novara per una visita a zia Linda; notiamo subito le risaie completamente allagate dalle piogge, campi di granturco e alcuni aironi nei dintorni. Anche qui il verde del paesaggio è scintillante. Dopo i convenevoli ripartiamo verso Vercelli est e imbocchiamo l’A26 fino a Genova Voltri e poi l’A10, direzione XXmiglia. Giungiamo a destinazione poco dopo le otto di sera e ci rifocilliamo grazie ai manicaretti di zia Pia. L’aria è umida, una brezza frizzante accarezza le chiome argentate degli olivi, la flora è lussureggiante, come raramente accade nella seconda decade di giugno in queste lande, soffocate dalla siccità. Stellanello, comune di poco più di 800 anime abbarbicate nella parte superiore della Val Merula, torrente o fiumana a seconda delle piogge, in piccole frazioni, sparse qua e là, ognuna con la sua chiesa, in provincia di Savona. Nei miti dei tempi antichi l’axis mundi, il pilastro del mondo, è rappresentato da un albero che unisce i tre piani della creazione, il cielo, la terra e gli inferi, e sorregge la volta celeste. Sotto la sua chioma sempreverde si incontrano le divinità per decidere le sorti del mondo. Per gli antichi popoli germanici, quell’albero era il frassino. Nella cultura islamica, invece, l’asse del mondo era costituita dall’olivo come portatore di luce e saggezza. Entrambi gli alberi, il nordico frassino e l’olivo delle terre del sud, fanno parte della famiglia delle Oleacee, a cui appartengono anche il ligustro, la forsizia, la fillirea, il lillà e il gelsomino. Un connubio non troppo azzardato dopotutto tra il germanofono Südtirol dove sono nato e la Liguria, terra natia dei miei genitori (e lo stemma municipale). Cala l’oscurità e finalmente ci prepariamo per dormire. Di notte le voci di un paesino sono le imboscate e i sibili dei gatti, l’abbaiare in risposta dei cani ognuno col suo timbro specifico, il gracidio delle rane, il frinire ritardatario delle cicale, il tintinnio delle tante campane e qualche, ormai sempre più raro, bagliore intermittente delle lucciole. 

Autore: Donatello Vallotta

Il sole gioca a nascondino

Alzi la mano chi si aspettava una primavera così dinamica, baciata dalla pioggia e da temperature nel complesso gradevoli. Questa situazione proseguirà ancora; due alte pressioni (H) letteralmente ancorate, la prima a sud-ovest dell’Islanda e la seconda ad est dei Paesi scandinavi sono responsabili di questa nostrana marcata instabilità, creando di fatto tra i meridiani centrali europei e l’area mediterranea continue saccature in quota e basse pressioni (B). Esse sono  alimentate da aria fredda nord Atlantica, il che si traduce in brevi parentesi asciutte e soleggiate, in un contesto di tempo, però, altamente perturbato e imprevedibile, specie al Centro Nord. Secondo gli esperti non farà freddo, non sarà caldo ma avremo valori termici approssimati alla norma del periodo con piogge e temporali, anche grandinigeni e lì sì che il calo termico sarà avvertito indistintamente. Le temperature notturne tuttavia restano fresche e da che ho memoria non ricordo, quasi a fine giugno, di non aver ancora ultimato la messa a dimora di tutte le varietà di pomodori e fagiolini. È opportuno ricordare che al di sotto dei 13° C pomodori, melanzane e peperoni bloccano la loro crescita ed è consigliabile ricorrere alle coperture in tnt. Per ora il pericolo maggiore per gli orticoltori è rappresentato delle limacce, le lumache senza casa, che in una sola notte possono tranquillamente spazzolarsi le nostre piccole piantine di cavoli, insalate, basilico, biete, piselli e cetrioli. Dei rimedi fai da te più o meno efficaci contro questi molluschi sono la polvere di caffè, i gusci di uova sbriciolati, la calce e i piattini con la birra; ma tutti questi rimedi in caso di piogge ravvicinate diventano inadatti e vani, vuoi per dispersione (caffè e birra), sprofondamento (gusci di uova) e indurimento; la calce bagnata infatti forma una crosta che non fa respirare gli apparati radicali delle piante. La stessa calce che se mescolata allo stallatico, è bene ricordarlo, produce ammoniaca. Sono da sconsigliare i lumachicidi che si trovano in commercio a base di metaldeide, i famosi granuli di colore blu, un tetramero ciclico dell’acetaldeide molto pericoloso per gli animali domestici e che poi ci ritroveremo nel piatto. Non ci resta dunque nessun’altra alternativa che farci furbi e cercare di creare con lembi di tessuto non tessuto, e altri materiali di recupero delle protezioni da applicare piantina per piantina, cercando di sollevarla il più possibile dal contatto col terreno e dalle grinfie voraci delle limacidi. Quest’anno la biodiversità del piccolo orto del quale ho la fortuna di occuparmi è in aumento. Sono nate infatti spontanee piantine di equiseto, di ortica e persino un pino silvestre, segno che il terreno è ottimo, ricco di silicio, di azoto e di umidità.  

Autore: Donatello Vallotta

Rocky

È stata una domenica difficile; il nostro canarino Rocky, non c’è più; lui che – insieme a Darko – allietava tanti momenti ed alleviava giornate pesanti non c’è più. L’anellino FOI in alluminio, che gli allevatori e gli ornicoltori appostano alla zampa come riconoscimento, si era purtroppo saldato alla parte ossea e gli creava parecchi disturbi circolatori, sia di movimento, sia di riposo notturno, sia di rigetto dell’arto, che continuava a beccarsi, strappandosi perfino le unghie. La settimana scorsa avevamo fatto rimuovere l’anellino dal veterinario, ma purtroppo sapevamo che le speranze di sopravvivenza erano scarsissime. La necrosi alla zampetta destra e piccole emorragie esterne sono proseguite fino all’epilogo di domenica mattina. Forse, come un brutto anatroccolo, nella vita e non solo nella fantasia, c’è sempre colui che deve lottare più degli altri, che ha la strada più in salita, che è più sensibile e avverte con maggior empatia ingiustizie e situazioni delicate. So che tanti di voi non sono propensi a pensare di tenere piccoli volatili in gabbia; che per noi tutti, figli o gigli, unici o fratelli, vittime o carnefici, uomini e donne di ragione e istinti (alti e bassi), alla fine, una vita in gabbia ce la consumiamo ugualmente; ma rispetto a degli animaletti di poco più di 20/30 grammi (il peso dell’anima dicono sia di 21 grammi) che hanno una vita impostata, dal mangime al beveraggio, dal bagnetto all’osso di seppia, dagli stecchi di miglio all’altalena, dai posatoi alle vitamine noi abbiamo la fortuna sempre di scegliere, di creare e di compiere cose e azioni miracolose e meravigliose; Rocky e Darko sono arrivati circa tre anni fa, dopo uno scambio di animali domestici in famiglia, tra gatti e canarini; io e la mia compagna ce ne siamo presi cura volentieri e, sebbene qualche piccolo timore iniziale, s’è subito creata grande sintonia; sono animali molto intelligenti e sensibili, che si affezionano enormemente. Se c’è qualcosa che gli manca è davvero la parola. Il canto, che può cambiare ed arricchirsi da una stagione all’altra è davvero qualcosa di tangibile, che resta nella memoria, che spalanca lo spazio temporale, ti fa varcare la soglia della Natura e ti fa proiettare e piroettare in un bosco anche restando sul divano. Peraltro il momento quando si avverte maggiormente la loro mancanza è durante il cambio delle piume, in cui non cantano per 2/4 mesi, perché l’energia è loro indispensabile alla nuova livrea. A Darko abbiamo preso una gabbia enorme, mentre Rocky aveva avuto qualche problema neurologico e si muoveva poco, ma si era anche ripreso sorprendentemente. Al posto dei posatoi in plastica avevo ricavato dei sostegni naturali con dei rametti di melo trovati in campagna; tra febbraio ed aprile li teniamo sempre vicini ai semenzai, che crescendo, li accorpano attorniati da una piccola foresta verde.

Autore: Donatello Vallotta

La salvezza più vicina che c’è

La primavera meteorologica s’è presentata con la Porta Atlantica finalmente spalancata e ci siamo liberati dell’anticiclone subtropicale. L’aria è tornata respirabile al punto di non sentire più quel fastidio irritante al naso e alla gola, mentre si cammina per le città. Le montagne, a giorni alterni, hanno riabbracciato la neve, tramutatasi in pioggia per poi girare di nuovo in dama bianca anche se a quote sempre più alte. Purtroppo i fondivalle, a parte un paio di episodi di nevischio durante tutto l’inverno, non hanno mai ricevuto un accumulo, una coltre dignitosa. Ma noi innamorati dell’inverno, quand’esso si comporta da Generale Inverno, restiamo ottimisti e non ci scomponiamo, nonostante la gravità della situazione. Le immagini che provengono dalle Alpi occidentali sommerse di neve sono un toccasana per l’animo e per gli occhi. Sappiamo, tuttavia, che solo nella conca bolzanina le precipitazioni nevose negli ultimi 10 anni si sono ridotte del 75%, ma il capoluogo per motivi orografici non è mai stato supportato durante le perturbazioni nevose. Gli mancano difatti –  nelle immediate vicinanze – delle alture superiori ai 2000 metri che avrebbero la capacità di sostenere le precipitazioni e creare l’effetto sbarramento (cfr. Stau) e non solo; e non come avviene, per esempio, a Trento, che sebbene si trovi 60 metri più in basso ha una media nivometrica doppia rispetto a Bolzano. Benevolmente, e senza ricorrere ad improperi o alzare le mani, sorridiamo quando un nostro amico ci confida che gradirebbe vivere in un luogo con 20/25°C stabili durante tutto l‘anno, una situazione piuttosto remota lungo la fascia alpina. La stessa temperatura in particolar modo che serve ai nostri semi, già superficialmente interrati, a germinare. Sui davanzali cavoli neri precoci, peperoni, porri, cicerchie hanno già fatto capolino, le melanzane invece si fanno attendere e se la tirano; entro la seconda decade di marzo vedranno il ‘suolo alveolato’ pomodori, girasoli e pomodorini. Bisognerà attendere aprile per i legumi, le zucche e le zucchine ed un aprile inoltrato per i cetrioli ai quali il freddo non garba. Domenica mattina l’aria era umida, ma non pungente; il terreno era inzuppo e morbido. Il sole c’ha provato, come la pioviggine del resto. Non ho visto né sentito ronzare insetti impollinatori, ma solo le perfide limacce al passo da lumaca. Nel piccolo orto procedono i lavori per ripicchettare il cedevole, sostituire qualche asse dei camminamenti ed imbastire una struttura per la rete antigrandine; nonché poi tutti quei minuziosi dettagli e accorgimenti quando siamo immersi nell’essenzialità della Natura, la salvezza più vicina che c’è.

Autore: Donatello Vallotta