Pensieri dal bosco 2


Primavera e quarantacinque giorni d’estate – quella meteorologica inizia il 1° giugno – sono risultati particolarmente piovosi, tanto che i nostri amati boschi scintillano di tutti i tipi di verde. La terra è bagnata e scura ed emana quell’intenso profumo di humus. Dopo essere tornato dalla Liguria, ho perlustrato zone piuttosto impervie e poco battute, a bassa quota, intorno agli 800m, fino a raggiungere i 1300m.

Le ricerche e le determinazioni che mi sono appuntato sono avvenute a scopo puramente personale, ergo senza l’uso di lenti di ingrandimento, libri, chiavi, senza l’ausilio del microscopio e dei reagenti. Considerate le T notturne lievemente sotto media per la prima decade del mese e che, di solito, non si palesano crescite abbondanti, come avviene in autunno, ho optato per inerpicarmi lungo versanti esposti a sud di bosco termofilo misto, in cui bastano le giuste ore di sole per stimolare il micelio (con precipitazioni abbondanti). Generalmente per termofilo s’intende un bosco di quercia, cerro, castagno, faggio o di caducifoglie miste, purché situato in area riparata, ben soleggiata e a microclima caldo; in Alto Adige, patria egemone del peccio (e del bostrico, sigh), queste fasce boschive miste si trovano solo lungo parti di una isoipsa ben definita, che non supera i 1100/1400 metri di quota a seconda delle zone e all’esposizione dei versanti, al netto di esemplari solitari di latifoglie a quote appena superiori, eccezion fatta per le betulle. Naturalmente a querce, cerri e caducifoglie miste, pressoché assenti, o presenti in preziose e sparute nicchie, da noi c’è il bellissimo pino silvestre (tana prediletta della processionaria, sigh); ma, a quote di montagna, di bosco a microclima caldo ne troviamo ben poco. Questa multi-varietà di specie, tra abeti, pini e latifoglie, che dopo l’epidemia di bostrico, dovrebbe divenire più costante, preservando gli abeti sopravvissuti e aumentando la biodiversità, avrà pure il pregio di incrementare le specie fungine simbionti o micorriziche, legate al singolo albero. Peraltro, a titolo informativo, tutte le specie arboree e le loro quote ideali di crescita valgono per la zona alpina, che però aumenta di altitudine quando scendiamo di latitudine. Tra le specie fungine osservate troviamo: Russule virescens, aurea, vesca, cyanoxantha, Agaricus augustus, Boletus aestivalis o reticolatus, Neoboletus praestigiator, Tylopilus felleus, Amanita gemmata, Suillus grevillei (larice), Caloboletus calopus, Infundibulicybe gibba, Laetiporus montanus, Amanita rubescens, Marasmius alliaceus (latifoglia), Mycetinis scorodonius (abete) e l’inconfondibile marea gialla dei Cantharellus pallens.

Donatello Vallotta

Pensieri di viaggio 1

Parto da Bolzano con mia madre per raggiungere la Liguria. L’A22 è sempre un terno al lotto, tra incidenti e traffico pesante, dunque per non restare imbottigliati usciamo a Egna e, seguendo pedissequamente la destra Adige, raggiungiamo Affi; è una guida più lenta, ma più rilassante agli occhi. I meleti e i vigneti sono il paesaggio dominante, con le rose a fare da sentinelle all’inizio dei filari e indicare ai contadini quando trattarli a seconda dei patogeni. Il grande Fiume è gonfissimo. Vegetazione, prati, pendici boschive esultano di un verde tonico. Rientriamo sull’A4 a Peschiera e raggiungiamo Novara per una visita a zia Linda; notiamo subito le risaie completamente allagate dalle piogge, campi di granturco e alcuni aironi nei dintorni. Anche qui il verde del paesaggio è scintillante. Dopo i convenevoli ripartiamo verso Vercelli est e imbocchiamo l’A26 fino a Genova Voltri e poi l’A10, direzione XXmiglia. Giungiamo a destinazione poco dopo le otto di sera e ci rifocilliamo grazie ai manicaretti di zia Pia. L’aria è umida, una brezza frizzante accarezza le chiome argentate degli olivi, la flora è lussureggiante, come raramente accade nella seconda decade di giugno in queste lande, soffocate dalla siccità. Stellanello, comune di poco più di 800 anime abbarbicate nella parte superiore della Val Merula, torrente o fiumana a seconda delle piogge, in piccole frazioni, sparse qua e là, ognuna con la sua chiesa, in provincia di Savona. Nei miti dei tempi antichi l’axis mundi, il pilastro del mondo, è rappresentato da un albero che unisce i tre piani della creazione, il cielo, la terra e gli inferi, e sorregge la volta celeste. Sotto la sua chioma sempreverde si incontrano le divinità per decidere le sorti del mondo. Per gli antichi popoli germanici, quell’albero era il frassino. Nella cultura islamica, invece, l’asse del mondo era costituita dall’olivo come portatore di luce e saggezza. Entrambi gli alberi, il nordico frassino e l’olivo delle terre del sud, fanno parte della famiglia delle Oleacee, a cui appartengono anche il ligustro, la forsizia, la fillirea, il lillà e il gelsomino. Un connubio non troppo azzardato dopotutto tra il germanofono Südtirol dove sono nato e la Liguria, terra natia dei miei genitori (e lo stemma municipale). Cala l’oscurità e finalmente ci prepariamo per dormire. Di notte le voci di un paesino sono le imboscate e i sibili dei gatti, l’abbaiare in risposta dei cani ognuno col suo timbro specifico, il gracidio delle rane, il frinire ritardatario delle cicale, il tintinnio delle tante campane e qualche, ormai sempre più raro, bagliore intermittente delle lucciole. 

Autore: Donatello Vallotta

Il sole gioca a nascondino

Alzi la mano chi si aspettava una primavera così dinamica, baciata dalla pioggia e da temperature nel complesso gradevoli. Questa situazione proseguirà ancora; due alte pressioni (H) letteralmente ancorate, la prima a sud-ovest dell’Islanda e la seconda ad est dei Paesi scandinavi sono responsabili di questa nostrana marcata instabilità, creando di fatto tra i meridiani centrali europei e l’area mediterranea continue saccature in quota e basse pressioni (B). Esse sono  alimentate da aria fredda nord Atlantica, il che si traduce in brevi parentesi asciutte e soleggiate, in un contesto di tempo, però, altamente perturbato e imprevedibile, specie al Centro Nord. Secondo gli esperti non farà freddo, non sarà caldo ma avremo valori termici approssimati alla norma del periodo con piogge e temporali, anche grandinigeni e lì sì che il calo termico sarà avvertito indistintamente. Le temperature notturne tuttavia restano fresche e da che ho memoria non ricordo, quasi a fine giugno, di non aver ancora ultimato la messa a dimora di tutte le varietà di pomodori e fagiolini. È opportuno ricordare che al di sotto dei 13° C pomodori, melanzane e peperoni bloccano la loro crescita ed è consigliabile ricorrere alle coperture in tnt. Per ora il pericolo maggiore per gli orticoltori è rappresentato delle limacce, le lumache senza casa, che in una sola notte possono tranquillamente spazzolarsi le nostre piccole piantine di cavoli, insalate, basilico, biete, piselli e cetrioli. Dei rimedi fai da te più o meno efficaci contro questi molluschi sono la polvere di caffè, i gusci di uova sbriciolati, la calce e i piattini con la birra; ma tutti questi rimedi in caso di piogge ravvicinate diventano inadatti e vani, vuoi per dispersione (caffè e birra), sprofondamento (gusci di uova) e indurimento; la calce bagnata infatti forma una crosta che non fa respirare gli apparati radicali delle piante. La stessa calce che se mescolata allo stallatico, è bene ricordarlo, produce ammoniaca. Sono da sconsigliare i lumachicidi che si trovano in commercio a base di metaldeide, i famosi granuli di colore blu, un tetramero ciclico dell’acetaldeide molto pericoloso per gli animali domestici e che poi ci ritroveremo nel piatto. Non ci resta dunque nessun’altra alternativa che farci furbi e cercare di creare con lembi di tessuto non tessuto, e altri materiali di recupero delle protezioni da applicare piantina per piantina, cercando di sollevarla il più possibile dal contatto col terreno e dalle grinfie voraci delle limacidi. Quest’anno la biodiversità del piccolo orto del quale ho la fortuna di occuparmi è in aumento. Sono nate infatti spontanee piantine di equiseto, di ortica e persino un pino silvestre, segno che il terreno è ottimo, ricco di silicio, di azoto e di umidità.  

Autore: Donatello Vallotta

Rocky

È stata una domenica difficile; il nostro canarino Rocky, non c’è più; lui che – insieme a Darko – allietava tanti momenti ed alleviava giornate pesanti non c’è più. L’anellino FOI in alluminio, che gli allevatori e gli ornicoltori appostano alla zampa come riconoscimento, si era purtroppo saldato alla parte ossea e gli creava parecchi disturbi circolatori, sia di movimento, sia di riposo notturno, sia di rigetto dell’arto, che continuava a beccarsi, strappandosi perfino le unghie. La settimana scorsa avevamo fatto rimuovere l’anellino dal veterinario, ma purtroppo sapevamo che le speranze di sopravvivenza erano scarsissime. La necrosi alla zampetta destra e piccole emorragie esterne sono proseguite fino all’epilogo di domenica mattina. Forse, come un brutto anatroccolo, nella vita e non solo nella fantasia, c’è sempre colui che deve lottare più degli altri, che ha la strada più in salita, che è più sensibile e avverte con maggior empatia ingiustizie e situazioni delicate. So che tanti di voi non sono propensi a pensare di tenere piccoli volatili in gabbia; che per noi tutti, figli o gigli, unici o fratelli, vittime o carnefici, uomini e donne di ragione e istinti (alti e bassi), alla fine, una vita in gabbia ce la consumiamo ugualmente; ma rispetto a degli animaletti di poco più di 20/30 grammi (il peso dell’anima dicono sia di 21 grammi) che hanno una vita impostata, dal mangime al beveraggio, dal bagnetto all’osso di seppia, dagli stecchi di miglio all’altalena, dai posatoi alle vitamine noi abbiamo la fortuna sempre di scegliere, di creare e di compiere cose e azioni miracolose e meravigliose; Rocky e Darko sono arrivati circa tre anni fa, dopo uno scambio di animali domestici in famiglia, tra gatti e canarini; io e la mia compagna ce ne siamo presi cura volentieri e, sebbene qualche piccolo timore iniziale, s’è subito creata grande sintonia; sono animali molto intelligenti e sensibili, che si affezionano enormemente. Se c’è qualcosa che gli manca è davvero la parola. Il canto, che può cambiare ed arricchirsi da una stagione all’altra è davvero qualcosa di tangibile, che resta nella memoria, che spalanca lo spazio temporale, ti fa varcare la soglia della Natura e ti fa proiettare e piroettare in un bosco anche restando sul divano. Peraltro il momento quando si avverte maggiormente la loro mancanza è durante il cambio delle piume, in cui non cantano per 2/4 mesi, perché l’energia è loro indispensabile alla nuova livrea. A Darko abbiamo preso una gabbia enorme, mentre Rocky aveva avuto qualche problema neurologico e si muoveva poco, ma si era anche ripreso sorprendentemente. Al posto dei posatoi in plastica avevo ricavato dei sostegni naturali con dei rametti di melo trovati in campagna; tra febbraio ed aprile li teniamo sempre vicini ai semenzai, che crescendo, li accorpano attorniati da una piccola foresta verde.

Autore: Donatello Vallotta

La salvezza più vicina che c’è

La primavera meteorologica s’è presentata con la Porta Atlantica finalmente spalancata e ci siamo liberati dell’anticiclone subtropicale. L’aria è tornata respirabile al punto di non sentire più quel fastidio irritante al naso e alla gola, mentre si cammina per le città. Le montagne, a giorni alterni, hanno riabbracciato la neve, tramutatasi in pioggia per poi girare di nuovo in dama bianca anche se a quote sempre più alte. Purtroppo i fondivalle, a parte un paio di episodi di nevischio durante tutto l’inverno, non hanno mai ricevuto un accumulo, una coltre dignitosa. Ma noi innamorati dell’inverno, quand’esso si comporta da Generale Inverno, restiamo ottimisti e non ci scomponiamo, nonostante la gravità della situazione. Le immagini che provengono dalle Alpi occidentali sommerse di neve sono un toccasana per l’animo e per gli occhi. Sappiamo, tuttavia, che solo nella conca bolzanina le precipitazioni nevose negli ultimi 10 anni si sono ridotte del 75%, ma il capoluogo per motivi orografici non è mai stato supportato durante le perturbazioni nevose. Gli mancano difatti –  nelle immediate vicinanze – delle alture superiori ai 2000 metri che avrebbero la capacità di sostenere le precipitazioni e creare l’effetto sbarramento (cfr. Stau) e non solo; e non come avviene, per esempio, a Trento, che sebbene si trovi 60 metri più in basso ha una media nivometrica doppia rispetto a Bolzano. Benevolmente, e senza ricorrere ad improperi o alzare le mani, sorridiamo quando un nostro amico ci confida che gradirebbe vivere in un luogo con 20/25°C stabili durante tutto l‘anno, una situazione piuttosto remota lungo la fascia alpina. La stessa temperatura in particolar modo che serve ai nostri semi, già superficialmente interrati, a germinare. Sui davanzali cavoli neri precoci, peperoni, porri, cicerchie hanno già fatto capolino, le melanzane invece si fanno attendere e se la tirano; entro la seconda decade di marzo vedranno il ‘suolo alveolato’ pomodori, girasoli e pomodorini. Bisognerà attendere aprile per i legumi, le zucche e le zucchine ed un aprile inoltrato per i cetrioli ai quali il freddo non garba. Domenica mattina l’aria era umida, ma non pungente; il terreno era inzuppo e morbido. Il sole c’ha provato, come la pioviggine del resto. Non ho visto né sentito ronzare insetti impollinatori, ma solo le perfide limacce al passo da lumaca. Nel piccolo orto procedono i lavori per ripicchettare il cedevole, sostituire qualche asse dei camminamenti ed imbastire una struttura per la rete antigrandine; nonché poi tutti quei minuziosi dettagli e accorgimenti quando siamo immersi nell’essenzialità della Natura, la salvezza più vicina che c’è.

Autore: Donatello Vallotta

Il letargo dell’inverno

Febbraio è ancora ostaggio dell’alta pressione subtropicale. Specialmente in quota, ma pure nei fondivalle accarezzati dal foehn, le temperature sono quelle di metà aprile. Fa caldo e ne avremo per un’altra settimana. Se da una parte il cielo è una fucina di nubi alte e sottili, di cirri e di velature che gli conferiscono, a tratti, un carattere marezzato, dall’altra esso è caratterizzato da linee ed incastri di scie di condensazione degli aerei di linea. Altrove, specie nelle zone pedemontane, dove le pianure non presentano rilievi ripidi ravvicinati, i tramonti creati da Madre Natura regalano, a chi ha la fortuna di assistervi e di desiderarli, una gioia impagabile. Nella Pianura Padana, invece, con questo tipo di struttura barica si formano le famose inversioni termiche: temperature minime negative, nebbie, galaverna e neve da nebbia nei bassi strati, unitamente ad una stomachevole qualità dell’aria, intrappolata a poche centinaia di metri dal suolo, carica di tutti gli inquinanti più pericolosi; d’altro canto anche le condizioni termiche durante il giorno restano confinate ad una sola cifra (entro i 9°C appunto). Appena sopra questa cappa malsana, con l’assenza di una ventilazione capace di dissiparla, regna ahinoi l’anticiclone, una sorta di barriera, di blocco alle perturbazioni atlantiche, che, giocoforza, devono aggirare le Alpi. Tale promontorio sfodera le sue armi in altezza e ci garantisce cieli luminosi e sereni ed un caldo esagerato e persistente. Chi vive perennemente in pianura e durante il fine settimana non ha la possibilità di alzarsi di quota per farsi una sciata, un’escursione o semplicemente una passeggiata in montagna non si accorge di nulla, tanto da convincersi di non uscire di casa a causa del cielo plumbeo o di restare confinato tra i sempre più ristretti parchi cittadini, quanto a non credere alle temperature massime di alcune stazioni meteorologiche montane riportate dai notiziari. Ma, purtroppo, è tutto vero! Oltretutto, e sempre in presenza di questa struttura alto-pressoria, le particelle inquinanti presenti in atmosfera, come gli aerosol, il biossido di azoto nonché altri composti possono assorbire, deviare e diffondere rigorosamente la luce solare, magari deflettendo quella blu e verde e propagando le lunghezze d’onda arancioni e rosse (cfr. scattering), mentre siamo intenti a ritrarre una fotografia. Pertanto anche l’inquinamento può contribuire a farci portare a casa un bellissimo scatto panoramico! Febbraio, che quest’anno cade bisestile, è l’ultimo mese dell’inverno meteorologico di una stagione fin qui avara di precipitazioni in un quadro climatico sempre più caldo. Speriamo vivamente che il letargo finisca e presto anche, perché chi conserva un po’ di lucidità e di memoria storica sa perfettamente che tutto ciò è fuori dal comune.

Autore: Donatello Vallotta

Fiocco di neve

È sera, fuori nevischia, la pioggia ha il sopravvento. È troppo bagnato affinché quei fazzoletti attecchiscano. Solo una decina di anni fa avremmo fatto il pieno di neve a tutte quote. Invece, oggi, siamo qui a fare i conti della serva per individuare lo zero termico, che non è altro che confine tra gioia e malumore; esso dipende sempre da svariate variabili, tuttavia questo limite può abbassarsi di quota, da quella inizialmente prevista, grazie all’intensificazione delle precipitazioni e, soprattutto, al progressivo raffreddamento da fusione (la fusione dei fiocchi di neve sottrae calore all’aria circostante diminuendone la temperatura). In quest’epoca malata dal diossido di carbonio certo è che, in media, la quota neve nell’hotspot mediterraneo è lievitata smisuratamente rispetto agli anni Ottanta. Per hotspot si intende una regione dove effetti fisici ed ecologici forti del cambiamento climatico si riverberano su comunità umane e sulla Natura (tempesta Vaia); ergo, luoghi terracquei interessati da anomalie positive nel medio/lungo periodo. Pertanto l’hotspot deve considerarsi come indicatore climatico anziché meteorologico, anche se queste anomalie su larga scala influenzano poi drasticamente intensità e sequenze meteorologiche più o meno ravvicinate. È risaputo infatti che il riscaldamento globale non corre alla stessa velocità a tutte le latitudini. Le differenze tra queste zone possono essere molto marcate, come ad esempio l’anomalia negativa in atto sulla Scandinavia. Eppure se la maggior parte di ogni evento esordisce da connotati locali più caldi esso avrà a disposizione più energia e l’epilogo, se non riusciremo a stare al passo coi tempi, già lo conosciamo (esempi sono le due alluvioni in Romagna del 2023 ed il favonio a 230km/h di due settimane fa in Piemonte). È notte fonda, fuori nevischia, la pioggia ha ancora il sopravvento. Torniamo a noi, le centraline provinciali a fine evento hanno misurato 37.3mm a Salorno, 19.4mm a Bolzano, 13.7mm a Merano, 12mm a Brunico: solo quest’ultima, che giace a 838 metri di altitudine, ha visto un manto decoroso ammantare la città. In passato, come ribadito, sarebbe stata neve a tutte le quote, con la stessa proporzione tra mm di pioggia e cm di neve, a patto di una temperatura di 0°C e omotermia stabile (gradiente termico verticale nullo, quindi, una temperatura atmosferica costante nell’intero strato atmosferico, ovvero una colonna d’aria difficile da penetrare da richiami sciroccali). Insomma, una signora perturbazione vecchio stile gradita e attesa, ma sempre più rara con il passare degli anni, quella entrata nel Mediterraneo il 5/6 gennaio. Localmente per noi altoatesini, non s’è trattato di briciole, né di un evento epocale. Dalla finestra del fondovalle l’asfalto è sempre lucido e non ci sono accumuli nevosi. I lampioni della strada non mentono mai, ma questa è un’altra storia.

Donatello Vallotta

Un quadro di fine autunno

Di giorno sotto l’influsso di correnti settentrionali artiche ammiriamo cieli particolarmente luminosi di un azzurro elettrico, mentre innocui cumuli di nuvole solcano in rapido movimento verso sud; il vento è dispettoso, teso a tutte le quote e una marea di foglie volteggiano per aria a ricoprire ogni cosa e ci ricordano che, a breve, l’inverno meteorologico busserà alla soglia. Alziamo lo sguardo sulle creste imbiancate nottetempo e notiamo che, lassù, il vento spinge ancor con più veemenza, carico di una rabbia disumana, a sollevare la neve caduta ed a trasportarla letteralmente nel cielo. Lei si libra nell’aria, edulcora per un breve spazio l’azzurro elettrico con tonalità più tenui, in cui il pittore dovrebbe usare del bianco per dare movimento all’immagine e farci intuire cosa sta realmente accadendo; la neve sospinta è destinata a dissiparsi e ad evaporare, e dunque il paesaggista è libero di tornare allo schema iniziale che riempirà poi con altri elementi e colori, magari più ravvicinati e prediligendo quelli primari, per la prospettiva di profondità e per catturare i nostri occhi. Fintantoché le perturbazioni da nord incocciano contro le Alpi avremo aria salubre, frizzante e secca e gli amanti della dama bianca dovranno raggiungere i luoghi di confine per tuffarsi dentro un manto accettabile. Al mattino, appena svegli, avremo un gran senso di sete e le fauci seccagne, la pelle delle mani e le labbra screpolate, nel momento della colazione troveremo il pane fresco del giorno precedente già quasi croccante e non vedremo brina o strati di ghiaccio sui tetti delle case e della auto parcheggiate. Tutto per effetto di un’umidità relativa molto bassa, dovuta alla compressione adiabatica del vento (+1°C ogni 100m di caduta), che si scalda scendendo lungo i versanti meridionali. Esauritasi la spinta delle raffiche, è sufficiente una nottata stellata, quindi di un forte irraggiamento notturno, per farci imbattere il mattino seguente dentro l’inverno. La calda stagione non è una spiaggia così remota, eppure ormai l’anticiclone ha generalmente colonizzato una buona parte dell’autunno che quest’ultimo è diventato una stagione sfuggente per come eravamo abituati a ricordarcela ed il suo seguace conosciuto, l’inverno, tende ad assumere sempre di più caratteristiche autunnali, al netto di stravolgimenti clamorosi. Sarà che noi si invecchia, e che vedere calare già il sole alle 15.30 ci deprime, ma il profumo del te e delle castagne ci fa rinnamorare. Gli alberi caducifoglie si spogliano velocemente, come gli aceri, i tigli, i pioppi, i liquidambar, i platani ed è gradevole constatare come, proprio dall’altra parte della strada, un leccio sempreverde resti indifferente, esteticamente, al cambio di passo stagionale. Gli aceri palmati, perlomeno gli esemplari più riparati, resisteranno ancora qualche giorno prima di avvizzire completamente e rievocheranno alla mente, come una sorta di ultimi baluardi, i nastrini, le sedie, le scarpe, gli indumenti e le panchine di rosso vestite per quelle vite di donne prematuramente strappate. In attesa che la dama ricopra ogni cosa.  

Autore: Donatello Vallotta

Un congresso per i micologi

Si è tenuto nel cuore dell’Appennino parmense, dal 22 al 28 ottobre, il congresso dell’associazione europea JEC, acronimo di Journées européennes du Cortinaire, le giornate europee dei Cortinari. Fondata nel 1983, oggi JEC conta circa 180 membri, e si prefigge la promozione, il confronto e l’agevolazione dei contatti fra le organizzazioni scientifiche, le associazioni ed i micologi interessati allo studio del genere Cortinarius; cura inoltre la medesima rivista che viene recapitata ai soci una volta l’anno. L’alta Val di Taro è stata dunque il palcoscenico naturale del 40° raduno, tenutosi presso il seminario vescovile di Bedonia; si svolge annualmente in un paese europeo differente e richiama a sé un nutrito numero di micetologi e di studiosi. Ringrazio innanzitutto i miei compagni di viaggio dell’associazione micologica Bresadola di Bolzano Claudio Rossi, Giovanni Turrini, Daniele Ferri, Roberto Cipollone, Gianmario Delogu, e specialmente il Dr. Karl Kob e Maria Fresi per avermi invitato. Prima della partenza avevo sensazioni contrastanti, miste tra eccitazione e timore, ma che in brevissimo tempo si sono dissipate; le giornate, molto intense e a stretto contatto con la bellezza della natura, con l’ottimo cibo, le conferenze, le revisioni e con lo studio sono state piacevoli e ricche di nuovi incontri. Giunti nel pieno del foliage autunnale siamo rimasti ammaliati dai boschi appenninici, dai faggi ai carpini neri, dai cerri agli abeti bianchi, dai noccioli ai pini neri fino a quelli termofili di querce e castagni. Il meteo è stato decisamente sfavorevole, con giornate coperte, umide, molto piovose e a tratti di forte vento che hanno compromesso la crescita e quindi la raccolta, a conti fatti, di numerosi esemplari; a compensare questa penuria però sono state le stesse condizioni atmosferiche, perché chi ama anche la fotografia sa che sono tutti ingredienti che apportano all’immagine una certa poesia. Albareto, Gotra, Costa dei Rossi, Strela, Passo del Tomarlo, il Monte Molinatico, Porcigatone, la Riserva Naturale Generale di Ghirardi e la Riserva Naturale Oasi WWF sono state alcune mete delle escursioni dei vari gruppi. Mi ha colpito leggere sui cartelli stradali una certa vicinanza nelle distanze chilometriche, Sestri Levante 58Km, Chiavari 53km, dato che la terra natia della mia famiglia era proprio al di là del versante. Grazie alle guide ambientali escursionistiche e micologi Cinzia De Luca, Max Chiapponi, Doriana Borghi e Fabrizio Negri che ci hanno accompagnato nella macchia, a Don Lino, al Centro Studi per la Flora Mediterranea di Borgotaro, agli inossidabili micologi valtaresi Emidio Borghi e Giorgio Guasti, all’ottantenne micologo germanico Werner Jurkeit, esperto di Russole, che si reca ogni anno ai congressi in solitaria, a Thomas Kuyper, Augusto Calzada, Yngvar Cramer, Oswald Rohner, Vincenzo Marinetti, Luca e Giovanni Mistè, Brandrud Tor Erick, a Guenter Saar per le continue pungolature, e a tutti coloro che per motivi di spazio non posso elencare. Un ricordo affettuoso va a Karl Soop e a Francesco Bellù, che si sono portati avanti.

Autore: Donatello Vallotta

Estranei #3

La Terra non è una sfera perfetta, ma un geoide rigonfio all’equatore e schiacciato ai poli; il pianeta ammirato dalla stazione spaziale internazionale è di una bellezza splendida, di blu accecante, e senza confini territoriali, ammette Luca Parmitano; il ‘problema’ di questo sogno ad occhi aperti si ridimensiona enormemente quando si atterra, come di un estraneo che bussa alla nostra porta. Per quanto possiamo considerarci persone pacifiche, che si prefiggono la pace e l’aggregazione fra i popoli e che -per contro – ripudiano la guerra, non c’è mai pace sotto gli ulivi. Gli armeni del Nagorno-Karabakh sono in fuga dall’Artsakh, dalla repressione e dalla pulizia etnica che l’Azerbaigian ha messo in atto e pianificato negli ultimi giorni; un altro esodo, che si aggiunge alla lista infinita di conflitti dove la gente, nata dalla parte sbagliata (di cosa poi, seguendo il filo onirico dell’astronauta) soffre e muore. Dal blu accecante della Terra nello spazio a quello più mosso e scuro e intriso di pericoli del Mar Mediterraneo, dove i migranti che lo attraverseranno, fortunatamente senza perigli, sono attesi dai ventuno CPR italici. Ce lo parafrasa in maniera profonda e ineccepibile il grande artista genovese Ivano Fossati in Pane e Coraggio “Ma soprattutto ci vuole coraggio, a trascinare le nostre suole, da una terra che ci odia ad un’altra che non ci vuole”. Questi flussi migratori sono solo la punta dell’iceberg rispetto a quelli che il cambiamento climatico ci porterà con sé; peraltro, nella storia le migrazioni sono sempre avvenute e persino nei manuali di meteorologia sono elencate con precisione, proprio a rimarcare, se ancora ve ne fosse bisogno, cause ed effetti del nomadismo per la sopravvivenza. Noi, sì, che siamo fortunati, a trascinare le nostre piante dei piedi sulla sabbia della battigia, ad infilare le nostre ciabatte firmate per casa, ad indossare gli stivaletti per equitare, o delle sneackers per correre, o, degli scarporcini per andare a funghi. Gli appassionati e studiosi di micologia, cha al blu preferiscono il verde in tutte le sfumature, sanno che il Regno dei Funghi è ciò che più si avvicina alla visione degli scienziati spaziali. Parliamo del micelio, le fitte trame, invisibili alla vista, da cui nascono i funghi che l’astronauta vede come le luci delle metropoli; esso vive e si sviluppa sottoterra e non conosce confini, opera dei cambiamenti epocali impercettibili, stabilisce delle interconnessioni fra le piante, aiuta il singolo filo d’erba a reperire dell’umidità per continuare ad esistere, stimola l’apparato radicale degli alberi in un rapporto mutualistico; in un domani non troppo lontano saranno proprio i funghi, grazie alla loro resilienza, a farci sentire ancora meno estranei.

Autore: Donatello Vallotta