Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

La vita in Pronto Soccorso

E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro. 

// Di Till Antonio Mola

Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.

Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.

Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.

Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.

Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.

Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.

L’INTERVISTA

Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?

I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.

Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.

In una situazione del genere quanto conta l’empatia?

Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.

L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.

Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?

Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.

A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.

Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?

In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.

Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.

È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.

Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?

Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.

Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.

In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.

Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.

Autore: Till Antonio Mola

Un “nodo” che resta da risolvere

Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro. 

La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro. 

L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.

Autore: Luca Sticcotti

Perché il problema potrebbe essere altrove

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

Più prevenzione e meno incidenti

Più ritiri di patente per l’uso del cellulare, ma meno per l’abuso di alcool. Più incidenti, ma meno feriti. Sono i dati del bilancio delle molteplici attività svolte dal Corpo della Polizia locale Merano –  Burgraviato nel corso del 2025. Si tratta di dati che sorprendono, sia in positivo che in negativo, ma che testimoniano anche una maggior presenza delle forze dell’ordine locali sul territorio.

Osservando i grafici ci si chiede che cosa possa essere successo  nell’arco di questi ultimi anni: i casi di guida in stato d’ebrezza si sono più che dimezzati dal 2019 a oggi, e dalle quasi 5.400 infrazioni per eccesso di velocità del 2022 si è passati a poco più di 250. “Sono risultati che confermano una maggiore presenza operativa della Polizia locale sul territorio, un progressivo aumento dei controlli nei luoghi più sensibili (scuole, parchi e centro città), l’impegno costante nella prevenzione, nel controllo della velocità e nel contrasto ai comportamenti pericolosi alla guida”, spiega la sindaca Katharina Zeller, a cui risponde il comandante della Polizia locale Merano – Burgraviato Alessandro De Paoli. “Nelle zone scolastiche – ha spiegato – sono stati effettuati 291 controlli (276 nel 2024), con 141 sanzioni complessive. Anche nei parchi pubblici si è registrato un forte incremento delle attività preventive: 847 controlli (663 nel 2024), con 2 sanzioni per violazioni del regolamento di Polizia urbana”.

Sicurezza stradale

“Nel 2025 abbiamo rilevato 389 incidenti stradali, in crescita rispetto al 2024 (368) e al 2023 (355). Tra questi non vi è stato  nessun incidente mortale, registrando una diminuzione rispetto agli anni precedenti (1 nel 2023 e nel 2024). Ci sono stati poi 134 incidenti con lesioni (dato stabile rispetto al 2024), 238 incidenti con soli danni e 5 incidenti che hanno coinvolto pedoni (dato in calo rispetto agli anni precedenti). La diminuzione degli infortuni gravi si accompagna all’aumento della presenza sul territorio e dei controlli mirati alla prevenzione”, ha sottolineato De Paoli.

Ritiri patente per uso del cellulare 

Nel 2025 sono stati registrati 119 ritiri di patente per violazioni gravi del Codice della Strada, 299 ritiri ai sensi dell’art. 173 (uso del cellulare alla guida), con oltre 6.978 punti patente decurtati complessivamente. “L’uso del cellulare alla guida – ha ribadito il comandante – continua a rappresentare una delle principali cause di distrazione: le violazioni accertate sono infatti più che raddoppiate rispetto al 2024.

Guida in stato di ebbrezza 

Nel corso dell’anno le violazioni per guida in stato di ebbrezza sono scese a 53 (erano 76 nel 2024), mentre le violazioni per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti sono aumentate a 7 (da 2 nel 2024).

Controlli velocità

Il numero di infrazioni accertate tramite autovelox e telelaser è diminuito drasticamente, passando da 1.336 nel 2024 a 261 nel 2025, anche soprattutto in conseguenza delle più recenti norme che hanno imposto regole più severe per l’utilizzo degli apparecchi autovelox nei centri urbani.

Attività sanzionatoria 

Nel 2025 sono state elevate 27.162 sanzioni, un dato in aumento rispetto alle 24.371 del 2024. Tra le principali tipologie: 10.063 sanzioni per sosta irregolare, 12.181 violazioni della Ztl, 1.296 violazioni per il mancato rispetto di semafori e segnaletica, 309 sanzioni per uso del cellulare alla guida, 69 violazioni in materia assicurativa.

Veicoli rimossi o sequestrati 

Nel 2025 sono stati rimossi 936 veicoli per sosta irregolare, mentre sono stati effettuati 27 fermi amministrativi, 55 sequestri amministrativi e 2 sequestri penali. Inoltre sono stati recuperati 3 veicoli oggetto di furto e rimossi 47 veicoli abbandonati (un dato, questo, in forte aumento).

Polizia giudiziaria

L’attività di Polizia giudiziaria conferma un impegno costante: 87 informative all’Autorità Giudiziaria, 3 persone arrestate, 49 sequestri per stupefacenti, 569 atti delegati dall’Autorità Giudiziaria, 75 denunce di smarrimento documenti, 314 accertamenti anagrafici.

Autore: Luca Masiello

Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi

Hockey italiano: quale destino dopo Milano Cortina 2026?

I Giochi Olimpici invernali si sono appena conclusi e l’emozione di vedere gli Azzurri dare tutti sé stessi lascia il posto alla nostalgia dell’atmosfera entusiasmante dei Giochi, la gioia di accendere la televisione e saper sempre cosa guardare e festeggiare per ogni successo. Oltre a questo, però, la fine dell’Olimpiade porta con sé anche una serie di riflessioni sul nostro mondo sportivo e il suo futuro. Con Jonny Vallini, portiere del Bolzano e della nazionale di hockey su ghiaccio, abbiamo parlato degli obiettivi olimpici della nazionale e delle speranze future per questo sport. 

Come ti sei sentito alla vigilia di Milano Cortina 2026?

“Gioco in nazionale da 12 anni ed è sempre un onore grandissimo. Soprattutto con le Olimpiadi in casa si sente una responsabilità enorme, che ti dà più carica per arrivare al massimo delle tue possibilità. Col Bolzano non puoi permetterti di perdere partite, c’è una pressione diversa. Alle Olimpiadi siamo visti come una squadra senza possibilità di medaglia, ma è l’emozione la vera incognita da gestire: affrontare il palcoscenico olimpico non è facile.

L’Italia di hockey su ghiaccio si è scontrata con alcune delle squadre migliori del mondo con il proprio roster al completo. Per la prima volta dal 2014 infatti la lega nordamericana (NHL) ha permesso ai propri giocatori di prendere parte ai Giochi: il livello è stato altissimo.”

Quali sono stati i vostri obiettivi per questi Giochi?

“Far vedere alla gente che sappiamo giocare. Ci siamo concentrati partita per partita. Gli alti e i bassi sono sempre presenti, ma l’importante è crederci e dimostrare al mondo che sappiamo giocare, dare visibilità e uno slancio all’hockey italiano.”

La nostra nazionale — che comprendeva otto dei nostri Foxes — si è scontrata con Svezia, Slovacchia, Finlandia e Svizzera. La squadra ha dimostrato grande capacità e grinta contro gli svedesi e ha fatto sperare a tutti noi spettatori in una vittoria tenendo testa alla Slovacchia. Lo scontro con la Finlandia non si è concluso nel migliore dei modi, ma la nostra squadra aveva già dimostrato una grande abilità che ha portato in pista contro la Svizzera: la partita è stata persa 3-0, ma complessivamente quello che gli Azzurri si portano a casa non è una sconfitta. Le grandi prestazioni dei portieri, il milanese Davide Fadani e l’altoatesino Damian Clara non sono passate inosservate né in casa né all’estero, ma non sono state l’unico risultato dell’avventura olimpica della nazionale che ha dimostrato di poter competere su palcoscenici internazionali di alto livello. L’entusiasmo del pubblico ha riacceso la speranza che i Giochi possano dare una nuova spinta allo sviluppo e alla promozione dell’hockey su ghiaccio sul territorio nazionale cogliendo l’occasione persa dopo Torino 2006. La città di Milano si sta già attivando e ha espresso la volontà di ricreare una squadra milanese che possa competere in Italia e, magari, nella lega internazionale ICEHL, in cui gioca l’Hockey Club Bolzano.

Non resta che chiedersi se qui in Alto Adige, dove il mondo hockeistico è un passo avanti rispetto ad altre aree, questa nuova ondata di entusiasmo riuscirà a far germogliare non solo un nuovo interesse nei confronti di questo sport, ma anche una nuova promozione mirata a formare giocatori che un giorno potrebbero diventare le nuove stelle italiane dell’hockey. 

Jonny: che messaggio vorresti arrivasse grazie a queste Olimpiadi?

“Per chi non conosce l’hockey, cercate di guardarlo! È uno sport bellissimo, veloce, fisico. Come squadra speriamo di essere riusciti a far interessare le persone a questo sport, sogniamo di far iniziare a giocare i bambini. Vogliamo mettere in mostra l’hockey e magari trovare qualche nuova leva, perché abbiamo bisogno di nuova gente: qui si diventa vecchi!”

Autrice: Anna Michelazzi

Mobilità: rivoluzioni possibili e città vivibili?

Per ripensare la mobilità non bisogna essere Parigi (che in dieci anni ha ridotto le emissioni di CO2 dal traffico stradale del 35%), né Pontevedra in Spagna (che è passata da 80.000 a 7.000 veicoli al giorno, registrando zero morti stradali tra 2011 e 2018). Basterebbe un Alto Adige che investa nel trasporto pubblico e metta al centro le persone. Facile, no? Di questo tema ne abbiamo parlato con Madeleine Rohrer (consigliera provinciale dei Verdi), Barbara Hölzl (assessora alla mobilità del Comune di Merano) e Daniel Alfreider (assessore alla mobilità della Provincia di Bolzano). Tre prospettive diverse, politica di opposizione, amministrazione comunale, esecutivo provinciale, per capire dove si può intervenire, a quale livello e con quale coraggio.

Guardando all’Alto Adige, qual è la priorità politica più urgente sulla mobilità oggi?

Madeleine Rohrer – Serve un cambio di rotta: il trasporto pubblico deve diventare la priorità. Oggi si investe nella ferrovia, lo dimostrano l’elettrificazione della ferrovia della Val Venosta o la variante ferroviaria della Val di Riga, che ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza per la Val Pusteria. Gli investimenti nelle strade, però, restano tuttora i più consistenti, finendo così per vanificare questi sforzi. Strade più larghe significano più auto e, inevitabilmente, una qualità della vita peggiore per chi vive nelle vicinanze.

Barbara Hölzl – Guardando a Merano, la priorità politica più urgente in tema di mobilità è una scelta chiara a favore di una città a misura di persona. Questo significa innanzitutto rafforzare il ruolo dei pedoni, puntando su percorsi brevi, continui e sicuri, che rendano il centro e i quartieri facilmente accessibili nella vita quotidiana.

Parallelamente, è fondamentale continuare ad ampliare e migliorare la rete ciclabile e promuovere in modo più deciso la mobilità in bicicletta come vera alternativa all’auto, soprattutto per gli spostamenti brevi e medi. Un altro elemento centrale è il costante potenziamento del trasporto pubblico urbano, che deve essere semplice da usare, affidabile e ben integrato.

Daniel Alfreider – La priorità è offrire un’alternativa che funzioni davvero, ogni giorno. Non si tratta di andare contro chi usa l’auto: molti continueranno a guidare, perché l’autobus non può raggiungere ogni luogo ad ogni ora o perché certe necessità lo fanno obbligatorio. Ma in città come Bolzano e Merano dobbiamo rendere più semplice scegliere il trasporto pubblico, con il treno come spina dorsale, perché quando il servizio è affidabile si guadagna tempo, si riduce lo stress e si vive meglio.

Se si potesse avviare subito una misura concreta (una sola) che migliorerebbe la vita quotidiana di chi si sposta, quale potrebbe essere?

Madeleine Rohrer – Abbiamo proposto in Consiglio provinciale un abbonamento da 100 euro all’anno per treni, autobus e funivie. Alla fine, la giunta provinciale ha scelto invece una tariffa annuale di 250 euro. Sicuramente è conveniente per chi viaggia molto, ma per chi utilizza il trasporto pubblico solo saltuariamente resta una soluzione troppo costosa e poco attrattiva. Per avere meno auto sulle strade, il trasporto pubblico deve diventare interessante proprio per quelle persone che oggi lo utilizzano poco.

Barbara Hölzl – Se avessi una bacchetta magica, anticiperei la realizzazione del Centro della Mobilità di Merano, in modo che potesse entrare in funzione contemporaneamente all’apertura della circonvallazione nord-ovest. Sappiamo già oggi che su questo fronte siamo in ritardo e, per quanto l’apertura della circonvallazione sia molto attesa, siamo anche consapevoli che nella fase iniziale continueranno a verificarsi criticità e colli di bottiglia nell’area del nodo della stazione ferroviaria, finché il Centro della Mobilità non sarà completato.

Daniel Alfreider – Il secondo binario tra Bolzano e Merano. Quando lo avremo realizzato, viaggeranno più persone in treno e questo significherà, soprattutto, meno auto a Bolzano.

C’è una scelta “difficile”, potenzialmente impopolare, che ritenete necessaria per fare un salto di qualità?

Madeleine Rohrer – Per rendere i centri urbani più attrattivi, a misura d’uomo e di donna, e quindi anche più sicuri per chi si muove a piedi e in bicicletta, è necessario limitare l’accesso alle auto di chi non ci abita. Questo vale innanzitutto per chi arriva da fuori, come i turisti. Non tutti devono poter entrare nei centri delle nostre città con la propria auto.

Barbara Hölzl – In questo momento Merano si trova di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Con l’apertura della circonvallazione nord-ovest abbiamo un’opportunità concreta per trasformare in modo sostenibile la mobilità cittadina. Questo comporta anche la necessità di prendere decisioni difficili e, in alcuni casi, potenzialmente impopolari, che non saranno immediatamente comprensibili o condivise da tutti. Per migliorare la qualità urbana sarà indispensabile ridurre il traffico individuale nel centro cittadino e rendere più tranquille alcune delle principali assi viarie. Allo stesso tempo dovremo ripensare, insieme ai Comuni limitrofi, il tracciato e l’organizzazione di tutte le linee di autobus che attraversano Merano, con l’obiettivo di rendere il trasporto pubblico più efficiente, attrattivo e competitivo.

Daniel Alfreider – Sì. Nelle aree urbane lo spazio è limitato e va gestito meglio. Questo significa dare priorità a soluzioni che muovono più persone con meno ingombro, quindi trasporto pubblico e intermodalità. Allo stesso tempo, è giusto dirlo chiaramente: continuiamo a investire anche su sicurezza e resilienza delle infrastrutture stradali, perché non tutti possono rinunciare all’auto. Le due cose non si escludono: si completano.

Ha in mente una buona pratica vista altrove (in Italia, in Europa o nel mondo) che sarebbe davvero replicabile in Alto Adige? Quale e perché?

Madeleine Rohrer – Quello che ci accomuna è una cosa molto semplice: siamo tutte e tutti pedoni. Lo siamo quando andiamo alla fermata dell’autobus o in stazione, quando raggiungiamo il parcheggio per salire in auto e persino quando prendiamo la bicicletta. In ogni comune esistono esempi di spazi pensati prima di tutto per le persone: luoghi che invitano a fermarsi, con superfici piacevoli, marciapiedi ampi e alberi che offrono ombra, sempre più preziosa nelle estati rese calde dal cambiamento climatico. A Merano, per esempio, via Leopardi combina un marciapiede largo, una ciclabile con asfalto chiaro e l’alberatura. Non si tratta nemmeno di inventare qualcosa di nuovo: già chi ha progettato le nostre città in passato aveva chiaro quanto fossero importanti spazi pubblici ampi, alberati e accoglienti. È una visione che abbiamo già sotto gli occhi e che oggi dovremmo semplicemente estendere a tutto il territorio.

Daniel Alfreider – Sono stato a Copenaghen per studiare la mobilità ciclistica. È una città modello, però la lezione più utile è che non hanno cambiato tutto subito: hanno lavorato in modo coerente, pezzo a pezzo, strada per strada, dando più spazio e più sicurezza a bici e mobilità pedonale. È un approccio replicabile anche da noi, perché in Alto Adige esiste già una base solida: la rete ciclabile intercomunale supera i 500 km e negli ultimi anni abbiamo messo in campo investimenti record. Dal 2022 al 2024 la Provincia ha stanziato 67,8 milioni di euro, con quasi 60 km di nuove ciclabili o miglioramenti in corso, grazie a un mix di risorse provinciali, fondi UE e PNRR.

Guardando al futuro, tra 15–20 anni, che tipo di mobilità vorrebbe per la provincia?

Madeleine Rohrer – Tra 15–20 anni vorrei una mobilità in Alto Adige che renda l’auto privata non più necessaria. Treni frequenti, comodi e veloci — a partire dal collegamento ogni 15 minuti tra Merano e Bolzano —, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, continui e ben progettati: così muoversi senza macchina diventa naturale e conveniente. I soldi che oggi spendiamo per carburante, parcheggi, manutenzione o per acquistare una seconda auto potrebbero restare nelle nostre tasche, riducendo la pressione economica sulle famiglie e aumentando la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Vorrei che, soprattutto a Bolzano e Merano, il trasporto pubblico fosse la scelta più naturale: treni frequenti dove serve, stazioni comode e accessibili, e nodi intermodali che rendono semplice cambiare mezzo. E la mobilità funziona davvero quando è anche facile da capire e conveniente: per questo sono importanti tariffe chiare, come il pass a prezzo fisso Fix365 a 250 euro l’anno e l’opzione Fix30 a 39 euro al mese, che rendono più semplice scegliere ogni giorno treno e autobus.

Nella transizione, chi rischia di restare penalizzato, e come evitarlo?

Madeleine Rohrer – Già oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Pensiamo ai giovani o alle persone anziane senza patente, costretti a dipendere dall’offerta del trasporto pubblico o dalla disponibilità di parenti e amici muniti di auto. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Rischiano di restare indietro le persone che hanno meno alternative: chi vive lontano dalle stazioni, chi ha orari rigidi, anziani e persone con disabilità. Per questo servono misure pratiche: stazioni e mezzi accessibili, collegamenti bus affidabili verso le stazioni, e soluzioni mirate dove una linea tradizionale non è efficiente. Anche l’aspetto economico è decisivo: tariffe semplici e sostenibili aiutano a non lasciare indietro nessuno. Per i senior, ad esempio, il 65+ Pass arriva a 5 centesimi al giorno per chi ha più di 75 anni.

Alla fine, il punto non è solo tecnico, né solo ambientale. È anche una questione sociale e di libertà quotidiana. Come lo dice Rohrer: “oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.”

Ci vediamo nel 2046.

Autore: Marco Valente

Sogni olimpici e dintorni

Nel momento in cui scriviamo (martedì 17 febbraio) le Olimpiadi non si sono ancora concluse, ma una serie di momenti, pensieri, emozioni, e immagini sono già impressi nella nostra mente. 

I fortunati che hanno avuto occasione di assistere dal vivo alle gare ci potrebbero dire qual è stata l’aria che hanno respirato, facendo il tifo per i propri beniamini e poi applaudendo i vincitori. Gli spettatori potrebbero anche raccontarci dettagli in realtà non marginali, ovvero come è a loro sembrata l’organizzazione degli eventi. Per quel che sappiamo ad Anterselva la macchina organizzativa sulla scia dell’evento annuale di coppa del mondo con il biathlon ha avuto modo di dimostrare la propria esperienza, messa però a dura prova dal valore aggiunto dell’impronta olimpica. Sappiamo che i problemi principali sono venuti dalla gestione della mobilità in una valle, la Pusteria, che già normalmente in diversi periodi dell’anno risulta congestionata dal traffico. Ci sarà naturalmente modo di riparlarne, a giochi conclusi. 

A me personalmente sono rimaste impresse le imprese compiute da alcune atlete che da poco si erano riprese da infortuni, come l’incredibile Federica Brignone nello sci alpino e Flora Tabanelli nel freestyle. Ma anche la grande dignità e il giusto spirito manifestato da una campionessa del calibro di Linsey Vonn, gravemente infortunatasi a Cortina. Ad Anterselva splendida è risultata la vittoria di Lisa Vittozzi; una vittoria non urlata e gestita con grande compostezza e stile. 

Splendidi sono stati i tantissimi sorrisi di queste centinaia e centinaia di giovani, alle prese con il loro sogno sportivo. Sia quelli dei vincitori che quelli degli sconfitti o di coloro che – per forza di cose – hanno solo avuto ruoli di comparse. 

Come già era avvenuto 4 anni fa mi ha colpito moltissimo la dignità di coloro che sono arrivati solo ad un passo dalla medaglia. Sono stati tanti i quarti posti nella squadra azzurra e io ho ancora stampato negli occhi il volto di Lara Della Mea, arrivata quarta nello slalom gigante che ha visto il secondo oro di Federica Brignone. Sui social sono stati in molti a voler abbracciare, virtualmente, la giovane friulana, che proprio con quel quarto posto ha fatto segnare il miglior risultato (finora) in carriera. 

Forse però l’atleta che mi ha colpito di più è stato Atle McGrath, lo slalomista norvegese che – uscito nella seconda manche dopo aver fatto registrare il miglior tempo nella prima – ha lanciato i bastoncini, sganciato gli sci e a piedi si è diretto ai margini del bosco per sdraiarsi e in qualche modo riprendersi dalla grande delusione appena vissuta. In quel momento era solo un giovane uomo, solo, su sfondo bianco. Al quale tutti noi abbiamo voluto bene. 

Autore: Luca Sticcotti

La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Merano e i “suoi” immigrati

Merano è una città abituata ai passaggi. Da sempre. Passaggi di lingue, di persone, di confini. C’è chi arriva per restare e chi arriva “solo per un po’”. Qui le storie di spostamento non sono una novità: la città delle cure, del turismo, delle stagioni, ha visto arrivare gente da fuori molto prima che la parola “migrazione” diventasse un tema da dibattito. Per questo parlarne può essere facile (perché le vedi) e difficilissimo allo stesso tempo.

// Di Marco Valente

Le storie che seguono sono reali, ma nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati o omessi per motivi di privacy. Il filo rosso è Antonio Rovito, avvocato che da oltre dieci anni accompagna persone straniere tra permessi, residenze, ricongiungimenti. Non è un pezzo “su” Antonio Rovito. È un pezzo su Merano e su ciò che passa dal suo osservatorio. Qui a Merano, in pochi seguono questa materia ogni giorno.

Avvocato…?

No, per favore. Antonio. Mi chiamano così anche i miei clienti.

Antonio, quando uno “ce l’ha con i migranti”… lei da dove comincia?

Dalla pizza. A te piace la pizza? E come la mangi? Rossa. E allora: quel pomodoro chi l’ha raccolto? È in regola? Quanto ha guadagnato per raccogliere 100, 200, fino a 700 chili sotto il sole a quaranta, quarantacinque gradi? Magari è un padre di famiglia dello Sri Lanka, sfruttato, pagato 25 o 30 euro al giorno. Poi chiedo: vai nei ristoranti? E chi ha lavato i piatti dove stai mangiando? Questa domanda spiazza.

Perché spiazza così tanto?

Perché ti porta dove non guardi. La città vive anche di lavoro invisibile. Nelle cucine, anche quelle rinomate e super lussuose, spesso trovi squadre fatte in gran parte da lavoratori di origine straniera. Nel Meranese ho visto decine di contratti di cuochi e aiuto cuochi bengalesi. A quel punto l’offesa gratuita si inceppa.

C’è chi dice: sì, però ci sono anche i reati…

È vero che una parte dei reati è commessa anche da cittadini extracomunitari. Ma se arrivano migliaia di persone all’anno, è fisiologico che una percentuale piccola faccia danni. Non è quello che descrive la maggioranza.

Sotto la superficie, quali sono gli ingrranaggi che decidono se una persona riesce a vivere “normale”?

Dipende anche da come arrivi. C’è chi arriva regolarmente, per esempio con il decreto flussi. E lì i primi passaggi sono quasi sempre quelli: permesso di soggiorno, iscrizione al servizio sanitario, residenza. Tre porte. E dalla residenza discendono diritti molto concreti.

Negli ultimi anni qual è stata la porta più pesante?

I ritardi nel rilascio dei permessi. Si parla di tempi oltre l’anno, in alcuni casi vicini ai due. Ultimamente sta migliorando, ma l’attesa non è un numero: è ansia, stress, incertezza.

In concreto, cosa blocca davvero?

La “ricevuta”. Per molti è un foglio che non vale niente. In realtà spesso ti consente di restare regolarmente sul territorio mentre la pratica va avanti. Solo che non tutti lo sanno. Se cerchi casa con la ricevuta in mano, spesso ti dicono no. Se vai da un piccolo datore di lavoro, magari non ti assume. E intanto la vita resta ferma.

Quindi il tema non è solo la legge, è l’informazione.

Esatto. Se l’informazione è irraggiungibile, la regolarità diventa un percorso a ostacoli. Ho visto persone perdere mesi perché una pratica era impostata male e quando arrivi all’appuntamento ti dicono: rifai. E il rischio è grosso, perché qui c’è di mezzo la possibilità di diventare irregolari. Le norme cambiano spesso, i dettagli contano, e chi arriva investe sacrifici di una vita per essere qui.

Anche lei, in fondo, ha una storia di spostamento.

Io vengo da un paese vicino a Tropea. Sono arrivato a Merano grazie alla mia compagna, senza conoscere nessuno, con tante paure. Poi ho scoperto che poteva funzionare. Oggi ho famiglia, tre figli, lavoro, associazionismo. È una storia normalissima, ma mi aiuta a capire cosa significa ricominciare.

A questo punto Antonio mi apre una porta in più, e mi fa incontrare le storie di Rahim e Amadu (nomi di fantasia).

Rahim, quando è arrivato in Italia?

Nel 2003 o 2004. Sono partito da solo. Ho lavorato, mi sono inserito, ho preso casa in affitto.

Poi è arrivato il ricongiungimento con la sua famiglia.

Mia moglie stava molto male. Aveva bisogno di terapie urgenti.

Cosa ha fatto la differenza, qui a Merano?

La rete. Antonio ha preso contatti con l’ospedale prima che lei arrivasse. Cartelle cliniche, reparto, medici. Quando è arrivata siamo andati subito in ospedale e le cure sono ripartite. L’iscrizione sanitaria è stata sistemata dopo. Quella settimana non la dimentico.

E oggi?

Oggi i figli sono qui. Scuola, sport. Uno ha scelto la scuola tedesca e parla tedesco fluentemente.

Amadu, la sua storia è diversa, ma parla della stessa città.

Io lavoro in cucina. Tante ore. Mando i soldi a casa. Una volta ho mandato 7 euro e ho pagato quasi 5 euro di commissioni. Alla fine sono arrivati 2 euro. Con quei soldi mia madre ha comprato riso e a casa hanno mangiato per settimane.

È riuscito a rimettere in ordine i documenti?

Sì, dopo anni. Quando ho ottenuto il permesso e sono tornato a casa, ho riabbracciato mia figlia. Sto costruendo una casa in mattoni, sono al piano piano.

Antonio, in mezzo a queste storie e queste difficoltà, esiste anche qualcosa che funziona come sistema?

Sì. Il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) qui funziona molto bene. Vedi persone che imparano la lingua, entrano nel mondo lavoro, trovano una sistemazione. È un modello serio, con esiti quasi sempre positivi: persone che ne escono con lingua, lavoro e una casa.

E cosa la fa più arrabbiare?

Quando qualcuno si approfitta dello straniero. Una stanza in soffitta, non abitabile, 14 metri quadri, indicata come “uso deposito”, a 500 euro al mese, con bagno condiviso. E i locatori sono persone nate qui. Non è solo un problema di chi arriva. È un problema di chi è già qui e sceglie di sfruttare.

Merano convive già. Nelle scuole, nelle cucine, negli uffici, nei condomini. Convivere è una cosa concreta che ti costringe a rivedere idee, a capire meglio come funzionano le regole e dove si inceppano. La diversità può essere vista come ostacolo oppure come opportunità, un arricchimento. Dipende da noi.

Autore: Marco Valente