Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Quando la solidarietà è uno stile di vita

Sara Schena e Renata Schwendtner: sono loro le due vincitrici del Premio Solidarietà 2025 del Comune di Merano. E già qui viene un po’ da pensare: la solidarietà di per sé non è una medaglia da appuntarsi al petto, non è un podio, non è un “il vincitore è…”. Eppure ogni tanto serve anche questo, un gesto pubblico che dica chiaramente: guardate che vivere così è possibile.

Vado a trovare Sara Schena per farle due domande e lei sta cucinando… i cannelloni. Sì; mentre la interrogo su servizio, gratuità, cura degli altri, lei che fa? Mi prepara la cena.
Chi la conosce non ha dubbi: Sara non cerca i riflettori, eppure da anni illumina alcuni pezzi della città di Merano: in parrocchia, nel gruppo scout, al consiglio pastorale cittadino, all’emporio solidale Tenda di Abramo (nato nel luglio 2020, nel pieno della pandemia), in occasione delle iniziative organizzate dal Pozzo di Giacobbe con progetti e dialogo interreligioso in Africa occidentale… e un’infinità di altre “piccole” cose che piccole non sono mai.
Sara è maestra elementare, da oltre venticinque anni attiva nello scautismo e da quindici educatrice con ragazze e ragazzi nella fascia d’età 8-20 anni. Un curriculum? No: uno stile.

Quando hai ricevuto la notizia del Premio Solidarietà 2025? Dove eri, cosa stavi facendo?

Ero sotto casa. Stavo rientrando, ero lì a un passo dal portone. Mi chiamano e io… non ci credevo. Non me l’aspettavo proprio. Ci ho messo un attimo a realizzare. Poi non riuscivo più ad andare a casa: ero troppo felice. Ho iniziato a correre e saltellare per la città. Avrei voluto urlarlo al mondo… ma mi hanno chiesto di non dirlo a nessuno.

Com’è stato tenersi questa notizia tutta per sé?

Un po’ assurdo. Il giorno dopo sono andata a firmare, e dopo la firma sono andata a prendermi una camomilla da un’amica… senza poterle dire nulla. Ero contentissima, ma… acqua in bocca.

Da maestra elementare, come spiegheresti i concetto di solidarietà a un bambino o una bambina delle tue classi?

Direi loro che è cercare di fare del proprio meglio per rendere più bella la vita delle persone attorno. Se vedi qualcuno che ha bisogno e tu hai gli strumenti per aiutarlo semplicemente li condividi, non te li tieni per te. E in questo cresci anche tu. Perché poi ci si accorge sempre di più di ricevere tanto, mentre si dona.

Dove si incarna oggi, concretamente, la tua solidarietà?

Nel gruppo scout, alla Tenda di Abramo, in ambito parrocchiale. In cose semplici: leggere in chiesa, pulire la chiesa. E nel Pozzo di Giacobbe, nel team ecumenico… insomma, in tutto ciò che ha a che fare con il mettersi al servizio degli altri.

Quali sono i temi ti toccano più spesso?

Educazione, sostegno a chi è in difficoltà… E anche dialogo interreligioso e progetti di cooperazione internazionale.

Un episodio concreto: dov’è che hai “visto” la solidarietà, non solo pensata ma toccata con mano?
Alla Tenda di Abramo. All’inizio, durante il periodo della pandemia, nel vedere così tanta gente in fila. Persone che stavano lì ore. E capire che anche persone vicine a noi possono trovarsi a non avere abbastanza cibo, a dover chiedere,,, mentre per me avere da mangiare è sempre stato scontato. È una cosa davvero vicina, concreta.

Immaginiamo uno scenario assurdo: a Merano la solidarietà sparisce. Cosa succede?

Diventerebbe un mondo triste. Una città segnata dall’egoismo. Le persone sarebbero più sole. E alla fine ci perderebbero tutti. Anche chi pensa di “farcela da solo”.

Quindi possiamo dirlo: la solidarietà fa bene?

Decisamente. Fa bene a chi la fa, a chi la riceve… a tutti. Possiamo considerarla un bell’investimento nel futuro.

E può essere un anticorpo alla solitudine?

Sì. Per chi la fa e per chi la riceve.

Cosa manca, allora? Come si rende più accessibile la solidarietà a chi non sa da dove cominciare?
Le opportunità ci sono, in realtà. A volte le persone sono troppo prese dalla loro vita. Io, invece, vi dico che da queste cose si riceve tanta energia: motivano, non stancano.

C’è chi urla durante i vari comizi “Make America/Europe/Italy Great Again”… tu cosa rispondi? Quale slogan suggeriresti?

Io ripeterei quello che ci ha insegnato Baden Powell: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato”. Fa bene al mondo che ci circonda, ma fa bene anche a noi. E spero di essere contagiosa: contagiare gli altri con la gioia del servizio.
C’è una cosa che mi rimane addosso, uscendo da questa cucina: Sara non parla di solidarietà come di un dovere morale, ma come di uno stile di vita che dà ossigeno. Non l’ossigeno retorico delle grandi parole (quello brucia e si consuma in fretta) ma quello concreto dei gesti: ascolto, presenza, tempo.
E allora forse questo premio è davvero un “premio-non-premio”: non incorona una persona, ma ci dice chiaramente che se si vuole, si può vivere anche così, e che fa bene.

Autore: Marco Valente

In viaggio, da Merano a Sarajevo

Due meranesi nei giorni scorsi hanno fatto un viaggio verso la Bosnia e la sua capitale Sarajevo, riscoprendo legami e similitudini spesso molto più evidenti di quel che siamo portati a pensare. I confini che hanno attraversato hanno il sapore della consuetudine, anche per noi. Oggi.

Quelli che seguono sono appunti di un viaggio lento: una traversata in Bosnia-Erzegovina fatta più di immagini che di parole, compiuta dal 28 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026 da Marco Valente insieme a suo padre Paolo.
Il viaggio è stato compiuto a bordo di un vecchio van color argento, seguendo una rotta che metteva in comunicazione tra loro le seguenti località: Merano – Bihac – Jajce – Travnik – Busovaca – Sarajevo – Mostar – Banja Luka – Merano.
Non è un diario completo. Sono considerazioni a margine, note a piè di pagina raccolte lungo la strada.

lu.s.

ATTRAVERSO I CONFINI

Merano–Sarajevo-Merano: confini che si vedono. E confini che restano sotto terra, carsici, ostinati, quelli a cui è più difficile dare un nome.

Per noi altoatesinosudtirolesi il tema non è esotico. Qui il confine è pane quotidiano: lingue che si incrociano, cartelli doppi (a volte tripli), appartenenze che si sfiorano, che si sovrappongono e… che si urtano. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina, e Sarajevo in particolare, esercitano un certo magnetismo: una “terra plurale” dove il confine, o meglio, i confini, sono cicatrici ancora leggibili.

L’inverno bosniaco è impattante: distese innevate, ghiacci che gelano il respiro, fiumi interminabili, boschi di abeti rossi che ti accolgono con aria familiare e che potrebbero stare tranquillamente nella nostra Val Pusteria (terra che, nei secoli, ha incrociato anche presenze slave). Non è lontano come si pensa… se ci si pensa. Ma ci si pensa? Ci si pensava?

Merano e Sarajevo, in linea d’aria, sono circa 650 chilometri. Per capirci, la distanza tra Merano e Napoli è attorno ai 690 chilometri. Eppure di mezzo c’è il mare. Letteralmente. Quel mare che trent’anni fa ha tenuto “distante” una brutale guerra che ancora oggi ci fa fare i conti con la nostra coscienza. La coscienza dell’Europa della pace. Insomma né là né qua il capitolo è ancora chiuso.

La pluralità si manifesta (e si realizza), tra le altre cose, anche con i cartelli bilingui. Belli e necessari. Ma poi… cancellature, spray, parole negate. Come a dire: io esisto, tu no. Un déjà-vu? Forse. 

Eppure ci sono scene che alleviano la rassegnazione. A Travnik, a mezzogiorno, salgono insieme il suono dolce delle campane della chiesa e il canto di richiamo alla preghiera del muezzin. Non è concorrenza, nemmeno una gara a chi copre l’altro, ma due melodie, che per un attimo stanno nello stesso spazio. Per un attimo scelgono di con-vivere.

“Merano–Sarajevo–Merano” scelto “lento”, diventa quasi un metodo. Strade impervie, paesaggi che sembrano non finire, paesi che obbligano a rallentare a passo d’uomo. La lentezza impedisce di consumare i luoghi come fossero contenuti per i social media: costringe a guardare meglio, anche le brutture, sì, ma soprattutto le ricchezze non raccontate.

Per esempio. In Bosnia-Erzegovina l’istruzione è ancora organizzata su un impianto “etnico”: programmi diversi, storie diverse, memorie che non si parlano e non si toccano, che nella versione nostrana sarebbe “due scuole sotto lo stesso tetto”. In questo scenario però dà speranza l’esperimento delle scuole cattoliche, che prova a far sedere allo stesso banco ragazzi e ragazze della comunità serba, croata e bosgnacca.  “Scuole per l’Europa” si chiamano, seguendo un’intuizione del vescovo Pero Sudar, una scommessa che è diventata missione: insegnare ai bambini a vivere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. 

Qui lo specchio si gira automaticamente verso l’Alto Adige, dove la scuola è un campo sensibile: insegnamento della lingua/delle lingue, senso di appartenenza… temi più che attuali, evidentemente. E proprio mentre si discute di come tenere insieme pluralità e coesione, il 5 gennaio l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha incontrato a Bolzano il presidente Arno Kompatscher: al centro del colloquio le sfide delle società multietniche, il ruolo centrale dell’istruzione, la comprensione tra gruppi linguistici ed etnici e la tutela delle minoranze. “L’autonomia vive di dialogo e rispetto reciproco” dice il comunicato stampa. Non a caso si sottolinea che Schmidt si è interessato “in particolare della gestione della pluralità e del sistema scolastico”. 

C’è un altro filo che lega. Senza la retorica delle parole pronunciate tanto per parlare: i viaggi studio. In regione, da anni, Arci propone “Ultima fermata Srebrenica”, un percorso che porta a Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, per studiare, ascoltare, toccare con mano ciò che la distanza tende a rendere astratto, troppo lontano per sentirlo proprio. Perché la memoria, se resta solo commemorazione, diventa un monumento muto. Se invece è incontro, può diventare parola.

C’è poi la grande diaspora bosniaca, che è un altro confine, fatto di partenze. Secondo la Banca Mondiale, circa 1,7 milioni di persone originarie della Bosnia-Erzegovina vivono oggi in un altro Paese. E qui, ancora una volta, lo specchio non è comodo: anche l’Alto Adige sente la tentazione della valigia. Si parla di circa diecimila persone partite in tre anni (2022–2024) e di un tasso di emigrazione tra i più alti in Italia, in rapporto alla popolazione.

“Sarajevo, Gerusalemme d’Europa” diceva, Alexander Langer (a cui è dedicato un sentiero proprio sulle montagne della capitale bosniaca). E tra nuove guerre, dazi, diritto internazionale c’è da chiedersi… ma quale Europa? Quale sogno europeo? Quello capace di tradursi in desiderio di pace tra i popoli e per i popoli?

Alla fine resta una convinzione poco comoda ma molto concreta: la pace non si cerca, si costruisce. Perché è un mestiere fare ponti. Ma un ponte, da solo, non basta. Serve qualcuno che lo attraversi.

Autore: Marco Valente

Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti

Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

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La salute mentale? E’ un diritto!

In un lunedì mattina di ottobre duecento ragazzi e ragazze si sono ritrovati nel Teatro di Gries. è un numero che fa notizia, soprattutto in un momento in cui la scuola altoatesina fatica a garantire partecipazioni extracurricolari. Ma quel giorno, in quel luogo, c’era un’urgenza più forte: parlare di salute mentale. Con loro. Non solo di loro.

Il convegno, promosso da UNICEF Alto Adige e ASSB, si è presentato fin dal titolo come una presa di posizione: “La salute mentale è un diritto. Giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. E già il sottotitolo valeva una dichiarazione politica. Perché sì, di salute mentale si parla (sempre più spesso, per fortuna) ma quanti davvero ascoltano i giovani, con attenzione autentica, senza soluzioni preconfezionate?

“Il 40% dei ragazzi ha un disturbo psichico. Ma solo il 6% è trattato” – ha esordito Hubert Messner, assessore provinciale alla salute. Numeri che fanno tremare. E che trovano eco nella voce della dott.ssa Francesca Schir, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Alto Adige, che ha ricordato: “La salute mentale è un diritto… ma rischia di diventare un privilegio. Non possiamo permettercelo”. C’è chi si ritira dalla scuola, chi vive l’ansia come un compagno di banco invisibile, chi sente di dover “valere qualcosa”. E poi, c’è la solitudine. Una solitudine acuita da un mondo che corre, che promette tutto ma non dà radici. “Da una parte abbiamo tutte le possibilità del mondo – ha continuato Schir – dall’altra non ci siamo mai sentiti così soli”.

“CHIEDIMI COME STO”

Schir ha raccontato di una ragazza che un giorno le ha detto: “Qualche volta mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come sto. E che mi ascoltasse. Senza già avere la risposta pronta.” È qui che si gioca la sfida educativa. Non sulle diagnosi, ma sulle relazioni. Sul diritto a esistere in un mondo che ti riconosca.

Un diritto che riguarda anche le famiglie, come ha sottolineato Liliana Di Fede, direttrice di ASSB: “La salute mentale è “normale”. Fa parte della storia di vita di molti di noi. Le famiglie si sentono in colpa, ma non dovrebbero. Mi sentirei in colpa per essermi rotto una gamba?” Tra gli interventi, anche quello vivace e interattivo di Lorenzo Tondo, che ha rovesciato una delle domande più gettonate tra gli adulti: “I videogiochi fanno male?” La risposta? Dipende. Dipende dal contesto, dalla finalità, dal modo in cui vengono usati.

“Immaginate un ragazzo di 16 anni, depresso. Per lui il gioco di ruolo può diventare uno strumento terapeutico, uno spazio protetto dove esplorarsi. E ci sono studi in psichiatria che lo confermano”. E se il linguaggio cambia, è bene ascoltarlo. Come hanno fatto Samy, Manuel e Andrea, tre giovani videomaker che hanno presentato un cortometraggio di grande impatto. “Ci siamo divertiti a realizzarlo” – hanno detto. Ma quel divertimento ha creato un velo di emozione oltre che gli applausi più sonori della mattinata.

Subito dopo: un podcast, un fumetto, dei cartelloni sul bullismo. Tutto frutto del lavoro delle classi dell’IIS Claudia de’ Medici. Spazi creativi, certo, ma soprattutto spazi di protagonismo. A conclusione della mattinata, la parola è passata alla rete dei servizi territoriali. Il dott. Michael Rainer, responsabile dello sportello Young+Direct, ha detto chiaro: “Il problema non è solo che pochi chiedono aiuto. Il problema è: dove sono tutti gli altri?”. Ci vuole coraggio a chiedere. Ma anche responsabilità, da parte degli adulti, nel creare un clima in cui chiedere non sia un atto di debolezza, ma di consapevolezza. Lo hanno ribadito anche le voci dello Jugenddienst Merano, del Forum Prevenzione, dello Streetwork Bolzano, dello sportello di consulenza psicologica scolastica, e infine della Garante per l’infanzia e l’adolescenza che hanno partecipato alla tavola rotonda conclusiva. Parlare di salute mentale non è una moda, né un lusso. È una questione di diritti fondamentali. E non solo per i “giovani fragili”, ma per chiunque viva in questo tempo confuso, dove futuro e incertezza sembrano sinonimi. In fondo, come diceva Winnicott, “esistiamo sempre in relazione con qualcuno”. La salute mentale non è una faccenda individuale: è il riflesso delle nostre relazioni, del tessuto sociale che costruiamo. Nessun convegno può risolvere tutto. Ma può ricordarci che la salute mentale non è solo un diritto da rivendicare, ma anche un dovere verso noi stessi, come dicevano i ragazzi in sala.  Un dovere che comincia con un gesto semplice: chiedere all’altro, senza fretta né giudizio, “come stai?” E restare lì, in ascolto.

Autore: Marco Valente