Lo skiman: l’artista invisibile nel biathlon 

Diamo uno sguardo dietro le quinte delle più importanti gare di biathlon del mondo parlandone con Luca Tomasi, originario di Predazzo, uno degli skiman della nazionale di statunitense.

Cosa significa essere uno skiman?

Significa tante cose: seguiamo tutta la parte dell’attrezzatura dell’atleta, dalle scarpe ai bastoncini agli sci. Siamo fondamentali. Ci alziamo presto, circa cinque ore prima della gara, per preparare gli sci da test e mettere l’atleta nelle migliori condizioni per gareggiare. Nel mio lavoro ci sono tre cose fondamentali: i prodotti che applichiamo agli sci, le rigature – ovvero i disegni che sono sotto lo sci che in base alla condizione della neve consentono di essere più veloci – e lo sci vero e proprio. Ogni atleta ha tra le trenta e le quaranta paia di sci. Noi dobbiamo scegliere le migliori componenti in base alle condizioni (neve, meteo…). Io precisamente sono responsabile dei prodotti. È tutto un lavoro di squadra: lavoro con gli allenatori, Emil Bormetti e Armin Auchentaller, il capo skimen Federico Fontana e il responsabile strutture Giovanni Ferrari. 

E’ la carriera a cui aspiravi?

Siamo stati quasi tutti degli atleti, io ho iniziato quando gareggiavo: mi divertiva provare le varie scioline. Già durante la mia carriera ho capito di avere una grande sensibilità del piede per poter  essere in grado di scegliere correttamente. Avere sensibilità è davvero importante. Lavoro come skiman dal 2013. Ho iniziato con la squadra di Predazzo, poi sono passato al Comitato e conoscendo persone mi sono messo in contatto con una ditta e poi la nazionale thailandese; contemporaneamente ho iniziato a lavorare per quella statunitense. Ora sono cinque anni che lavoro solo per questi ultimi. 

E’ strano lavorare per una nazionale che non è la tua?

Sicuramente. Per fare un esempio: alla cerimonia d’apertura a Oberhof tutti i fan ci facevano le foto pensando fossimo tutti americani e invece siamo italiani, tedeschi, finlandesi: anche se tra i tecnici ci sono pochi americani, in squadra teniamo alla bandiera come se lo fossimo. Quando siamo in gara vogliamo tutti fare dei bei risultati con gli atleti americani, ma alla fine siamo contenti anche se l’Italia raggiunge buoni risultati. 

Come si lavora sotto pressione, sapendo che una scelta sbagliata può compromettere una gara?

ìSei costantemente sotto stress. Finché non parte la gara sei davvero sotto pressione. È molto difficile perchè non c’è niente di matematico, lavori con la natura e quindi è tutto artigianalità, creatività e sensibilità. L’errore è sempre dietro l’angolo. Se sbagli, i risultati non arrivano.

Qual è il momento più emozionante che hai vissuto grazie al tuo lavoro?

E’ stato sicuramente l’anno scorso quando abbiamo vinto due medaglie d’argento ai mondiali in Svizzera con Campbell Wright. La triade di figure importanti per raggiungere questo risultato è composta dall’allenatore, l’atleta e gli skimen. Siamo parte della medaglia.

Milano Cortina 2026 si avvicina: cosa significa per te?

Sono orgoglioso di avere l’onore di poter lavorare in un’Olimpiade in casa anche se sono in un’altra squadra. Sono contento. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un anno di notizie

Anche quest’anno ripercorriamo i fatti principali dell’anno appena concluso con un collega giornalista del nostro panorama locale. Questa volta si tratta di Elmar Pichler Rolle, direttore del quotidiano di lingua tedesca Dolomiten.

Qual è stato l’evento più importante del 2025?

Al di là della dimensione locale direi la morte di papa Francesco, una figura straordinaria, e l’elezione del nuovo papa. Eventi avvenuti, tra l’altro, durante l’anno santo. 

A livello locale direi invece le elezioni comunali; si è votato in quasi tutti i comuni e c’è stato un cambio al vertice anche del Consorzio dei comuni. Poi ci sono le modifiche che sono state apportate allo statuto di autonomia e che, nonostante qualche scetticismo, pare stiano andando avanti. 

A Bolzano appunto le elezioni comunali hanno portato un grande cambiamento: per la prima volta il centrodestra è riuscito ad andare al governo della città

Il sindaco di Bolzano Corrarati prima delle elezioni era un possibile candidato anche per il centrosinistra e questo dice tutto. Non è un sindaco espressione di un’area politica estremista e si tratta di una persona equilibrata. In ogni caso l’affermazione di Corrarati al ballottaggio è stata meno chiara del previsto anche grazie alla posizione non schierata assunta dalla SVP. Possiamo dire che nei mesi dopo le elezioni il sindaco ha confermato la sua forza alla guida di una giunta centrista, con un vicesindaco SVP che secondo me se la sta cavando molto bene. Spero che in futuro il sindaco per alcune decisioni sia così abile da raccogliere una maggioranza in consiglio comunale anche superiore ai numeri attuali. Questo potrebbe dare maggiore forza al primo cittadino di Bolzano nel confronto con il presidente della giunta provinciale, per la definizione di alcuni importanti futuri obiettivi per la città capoluogo.

In effetti in questi primi mesi Corrarati è riuscito ad arginare rapidamente e molto bene alcune derive estremiste della sua maggioranza di centrodestra. Questo lascia ben sperare nell’ottica soprattutto dell’ipotetico coinvolgimento della forza politica che fa capo ad Angelo Gennaccaro, che al momento resta in una posizione di opposizione e anche di significativo contrasto rispetto all’attuale maggioranza. Sulle elezioni di Merano invece cosa possiamo dire?

A Merano senz’altro non ha fatto bene la polemica della fascia tricolore. Sarebbe bello se potessimo cancellarla a posteriori. Non doveva accadere in quella forma;  in quei giorni alcuni commenti da ambo le parti ci hanno riportato indietro di decenni. Queste cose sono da evitare e ci vuole maggiore responsabilità. La sindaca comunque in questi mesi non è sembrata protagonista come il suo omonimo a Bolzano. Il suo è uno stile diverso. 

Lo sport è stato in primo piano nel 2025, grazie ai successi di Jannik Sinner, ma anche per il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, del quale in qualche modo tu stesso sei stato protagonista.  

Per quanto riguarda le Olimpiadi si è trattato di una consulenza che ho prestato. Ho seguito man mano l’iter della candidatura ai giochi olimpici che ha avuto un percorso piuttosto complesso e in gran parte inaspettato. Si è passati dall’ipotetica candidatura di Roma per i giochi estivi a quella di Milano presto riconvertita su quelli invernali in modalità diffusa insieme a Cortina. Noi siamo entrati in gioco quando il Tirolo –  che in precedenza si era candidato – ha deciso invece di fare un passo indietro dopo un voto popolare contrario. Con Anterselva siamo saltati sul carro all’ultimo secondo. E a Losanna ho assistito alla inaspettata vittoria della nostra candidatura. Si è trattato di un’esperienza molto interessante. 

Jannik Sinner invece è venuto alla festa del nostro giornale, non ce lo saremmo mai aspettati. è stato davvero molto bello, è rimasto con noi per ore. è davvero n grande personaggio. Il modo in cui è riuscito a sollevarsi e vincere a Wimbledon dopo quell’incredibile sconfitta a Parigi è stato davvero pazzesco. 

L’FC Südtirol invece nel 2025 ha zoppicato, dopo un bellissimo 2024 in serie B.

Non esiste una ricetta. Il campionato di serie B è difficilissimo. Capita che retrocedano squadre che hanno speso il triplo del Südtirol. I soldi non sono una garanzia. Speriamo che la fortuna ci assista nel prosieguo del campionato perché nella squadra le capacità ci sono. 

A Bolzano il 2025 ha portato una certa inquietudine per quanto riguarda il futuro delle acciaierie. Lì come la mettiamo?

è una cosa molto strana. Credo ci siano stati alcuni errori, probabilmente anche da parte dell’azienda stessa. Si è parlato di una possibile proroga della concessione del terreno per 50 anni; ecco, forse andrà accorciata. Occorre sempre considerare che si tratta di quasi 20 ettari, si tratta di un’enormità. Come superficie è pari a tutto il centro storico, e ci lavorando circa 500 addetti. Naturalmente dietro c’è una storia, ecc. ecc. Ci sono stati finora alcuni errori di valutazione; nelle prossime settimane la giunta sarà chiamata a prendere una decisione, tutti ora hanno capito l’importanza della questione  e quindi mi auguro che si possa trovare una buona soluzione, anche sull’entità del canone d’affitto del terreno. 

Il 2025 ha portato anche una serie di novità per quanto riguarda i contratti dei dipendenti provinciali e un certo malumore da parte degli insegnanti…

La Provincia ha recuperato gran parte dell’inflazione e ora è a buon punto per il nuovo contratto dei dipendenti provinciali. Cosa giusta, dicono i sindacati, ed è vero. Ma questo ora crea un disequilibrio rispetto ai salari dei dipendenti statali, per non parlare poi dei dipendenti del settore privato. Il quadro complessivo dovrà essere in qualche modo riequilibrato. Ci sono poi gli insegnanti che oltre al recupero dell’inflazione e al nuovo contratto volevano vedersi riconosciuti altri aspetti del loro lavoro. Qui ho imparato che il ruolo dei giornali è molto delicato; ci è capitato molto spesso in questo periodo che voci nei social sostenessero che noi avevamo scritto cose che non avevamo scritto. 

A Bolzano è stato appena inaugurato il Waltherpark, ma il 2025 è stato anche l’anno della cosiddetta inchiesta Romeo incentrata su presunti intrecci tra politica e affari immobiliari, anche relativi alla realizzazione dei nuovo centro commerciale bolzanino. 

Il Waltherpark è una grande opportunità nel senso che segna l’inizio di una fase di sviluppo della città di Bolzano che andrà anche oltre il centro storico, ad esempio con il Polo Bibliotecario e il nuovo parcheggio interrato di Piazza Vittoria. Per quanto riguarda l’indagine dobbiamo attendere la fine per poter giudicare quello che è successo. Come giornale Dolomiten preferiamo aspettare che l’indagine arrivi appunto alla sua conclusione, prima di trarre le conclusioni. 

Gli abusi nella chiesa. La diocesi si è mossa, però, tra luci e ombre.

è stata l’unica diocesi in Italia – tra l’altro spendendo molti soldi – a cercare di fare i conti con il passato. è una situazione molto difficile, la chiesa dovrebbe essere meglio della società, così come pure la politica, e invece… Posso solo augurarmi che il vescovo riesca nel suo intento. 

Nel 2025 è scoppiato il problema della casa che è collegato con il futuro dei giovani e la possibilità per loro di farsi delle famiglie in Alto Adige.

L’assessora Mair e l’assessore Brunner si sono mossi molto velocemente. Ora bisognerà vedere se gli interventi proposti porteranno dei frutti. Tutti sono chiamati a fare la loro parte. Sul problema della casa bisogna lavorare molto più intensamente e più velocemente, soprattutto a Bolzano e dintorni. Sugli airbnb occorre intervenire, non può essere che senza regole e niente oneri un proprietario faccia quello che vuole. Per quanto riguarda i nostri giovani, va considerato che molti di loro sono bilingui o trilingui e quindi è abbastanza normale che si muovano in un mercato del lavoro sovranazionale.

L’overtourism è un altro tasto dolente.

A Braies una soluzione l’hanno trovata e stanno lavorando anche sui passi dolomitici. L’Alto Adige punta più sulla qualità che sulla massa, ma in alcune zone bisogna intervenire. Il turismo è in crescita a livello mondiale, per forza di cose. Ci vuole organizzazione e la provincia di Bolzano è in grado di rispondere adeguatamente a questa esigenza. Va anche ricordato che ci sono comunque zone della nostra provincia in cui è possibile camminare per ore senza incontrare anima viva. 

Autore: Luca Sticcotti

Alessandro Loreggia, una vita in pista

Alessandro Loreggia, 21 anni, è una delle stelle nascenti dello short track italiano. Atleta delle Fiamme Oro, affronta il presente con passione e adrenalina, con lo sguardo rivolto al futuro.

Come hai iniziato?

Da piccolo ho alternato pattinaggio e sci, poi il salto a Vaselga di Piné e il nuovo gruppo sportivo mi ha portato ai primi successi internazionali. A 17 anni ho vinto l’oro al Mondiale Junior in staffetta e un oro, un argento e un bronzo alle Olimpiadi giovanili europee. Da lì sono entrato nelle Fiamme Oro, diventando professionista. Oggi vivo e mi alleno a Bormio con la nazionale: nel 2025 ho esordito in Coppa del Mondo senior e ora sono riserva olimpica.

Quali sono le complessità dello short track?
È fisicamente molto faticoso — richiede potenza, ma anche grande resistenza — e tatticamente complesso — non vince il più forte, ma chi sa gareggiare meglio. Mentalmente serve accettare l’imprevedibilità: siamo su lame di 1mm, le cadute fanno parte del gioco, è necessario accettare di non poter avere tutto sotto controllo.

Come gestisci la pressione?
A me piace: la cerco, non la devo gestire. In allenamento se sono poco attivo mi metto pressione da solo: ascolto la musica che mettono in gara e mi scaldo come se fossi lì. Ho sempre voglia di performare, ho dovuto imparare ad andare in vacanza! 

Quale gara ricordi con più emozione?
I Mondiali Junior, perché sono stati un risultato inaspettato: era il mio primo mondiale e abbiamo vinto. Poi le Universiadi 2024: ho vinto la finale B davanti al pubblico di casa, ai miei genitori; lo stadio è esploso. Quando ho provato a salire sugli spalti non riuscivo a passare da quanta gente c’era a chiedermi le foto, è stato incredibile: non siamo abituati in questo sport poco seguito a trovarci in situazioni così. È stato tutto un altro tipo di emozione. 

Preferisci gareggiare da solo o in staffetta?

Sono esperienze troppo diverse per sceglierne una. È uno sport individuale, ma in Italia ci alleniamo e viviamo insieme in un contesto molto ristretto: si crea, nel bene e nel male, un legame fortissimo, vincere qualcosa insieme assume un significato speciale.

Come si decide la strategia?

Conosco i miei avversari e in base a questo prima di entrare in pista ho già in mente una tattica. Vista l’imprevedibilità bisogna mettere in conto che le cose cambiano allora entra in gioco l’esperienza. 

E se cadi?

Mi è successo agli ultimi Mondiali Junior: ero terzo e sono caduto da solo in rettilineo. Fa male, ma succede. Se hai dato il massimo in allenamento e in gara, ti rialzi e vai avanti. Una gara prevede 3 distanze e 2 staffette, quindi un errore non compromette tutto. Non c’è un modo di gestirlo, non è razionale: ci si fa sistemare le lame e si torna in pista.

Con le Olimpiadi in vista come ti senti?

Essere riserva è un successo inaspettato. Sono un underdog: dal niente sono arrivato a questo. Vivo con gli altri atleti selezionati, vedere tutti pronti per le Olimpiadi è stato emozionante. Mi sento parte del gruppo e spero sia l’Olimpiade migliore, soprattutto perché si gioca in casa!

Autrice: Anna Michelazzi

Andrea Götsch direttore d’orchestra e clarinettista di fama

La giovane meranese Andrea Götsch ha diretto concerti in Austria, Italia, Bulgaria, Croazia e Corea. Come clarinettista, è membro della Filarmonica di Vienna e dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna, nonché membro del comitato della Società Filarmonica. Insegna all’Università di Musica e Arti Performative di Vienna e al Mozarteum di Salisburgo. 

Da liceale avrebbe immaginato una carriera tanto fulgida?

Da studentessa speravo di poter vivere un giorno di musica; ero diligente e curiosa di vedere dove mi avrebbe portato il mio percorso. Diventare membro dell’Orchestra Filarmonica di Vienna e direttrice d’orchestra, ma tutto questo era al massimo un sogno. Ho ottenuto molto, molto più di quanto avrei mai pensato di poter raggiungere. 

Nella sua brillante carriera ha mai trovato ostacoli dovuti al tuo essere donna? 

In linea di massima non ho mai avuto la sensazione di essere stata discriminata a causa del mio sesso. Tuttavia, forse ho visto e vedo ancora oggi, come una sorta di sfida il fatto che, essendo una giovane donna cresciuta tra i meleti, io debba continuamente affermarmi anche nei confronti degli uomini, senza lasciarmi intimidire e continuando a credere in me stessa.  

Trova più appoggio nei colleghi maschi o nelle colleghe donne? 

Ho ricevuto un grande sostegno sia dagli uomini che dalle donne, e ne sono infinitamente grata. L’orchestra è come una grande famiglia; ho molti amici con cui posso parlare apertamente e trascorrere momenti meravigliosi anche lontano dal palcoscenico; questo significa molto per me.

In quale veste si sente più a suo agio da direttore d’orchestra o da strumentista? 

Il clarinetto mi accompagna da molto tempo e mi piace molto suonarlo e integrarmi nel suono dell’orchestra, anche come solista o con ensemble di musica da camera. Come direttrice d’orchestra mi considero però almeno altrettanto musicista: mi occupo intensamente di opere sinfoniche e opere liriche, cerco di comprendere ogni singola voce della partitura e di immergermi completamente nella musica, di conferirle senso e carattere e di ispirare i musicisti dell’orchestra. Alla fine imparo molto da ambo i lati, e sono molto felice di poter vivere questo cambio di prospettiva. 

Le sue giornate devono essere assai dense, che cosa La aiuta a rilassarsi, a distrarsi? 

Molto spesso vorrei che la giornata avesse più ore, ma probabilmente anche questo non risolverebbe i “problemi fondamentali” dei musicisti: potremmo infatti continuare ad esercitarci e a lavorare su noi stessi, la preparazione e lo sviluppo non sono mai completi, si potrebbe continuare ad esercitarsi e imparare di più. Inoltre, la musica è la nostra passione, ci dà tanta forza, gioia e sostegno che siamo disposti a lavorare costantemente. Ultimamente, però, mi rendo sempre più conto di quanto sia importante trovare comunque dei momenti di tranquillità, incontrare la famiglia e gli amici o dedicarsi ad altre passioni. Il calcio gioca naturalmente un ruolo importante per me, mi permette di staccare la spina e ricaricare le batterie.

Che consiglio darebbe ad una bambina che si accosta allo studio di uno strumento e volesse imitarla per la carriera? 

Sii pronta a lavorare sodo su te stessa e non lasciarti scoraggiare dai momenti difficili. Proprio le sconfitte sono state esperienze importanti per me, che alla fine mi hanno fatto crescere e mi hanno aiutato ad andare avanti. Ci vogliono passione e perseveranza, accetta con gratitudine l’aiuto di chi ti circonda, ma prendi le tue decisioni, trova la tua strada e credi in te stessa. 

Qual è il Suo attuale sogno?

Il mio sogno è continuare a toccare il cuore delle persone attraverso la musica, donando loro forza, solidarietà ed emozioni. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Se dico no, cosa mi perdo?”

Vi è mai capitato di avere paura di esservi persi qualcosa? Un treno che non passa più. Un’occasione che (forse) vi avrebbe potuto cambiare la vita. O, più banalmente, quella festa a cui non siete andati e… chissà cosa pensano gli altri ora di voi? Ecco: quando questa sensazione diventa un bisogno costante, ha un nome preciso. Si chiama paura di perdersi qualcosa, in inglese “fear of missing out”, cioè FOMO.

// Di Marco Valente

È un tema affascinante quanto attuale e, prima di parlarne con chi ne sa più di me, mi sono fatto una domanda che mi faccio spesso quando maneggio certi temi: cosa dicono i dati?

Le ricerche internazionali raccontano che circa il 70% degli adulti dice di aver provato almeno una volta FOMO, cioè la sensazione di essere “rimasti fuori” da qualcosa che gli altri stanno vivendo. 

Studi più recenti su adolescenti e giovani adulti raccontano che metà dei ragazzi vorrebbe disconnettersi dai social… ma non ci riesce proprio per paura di perdersi qualcosa, mentre circa un terzo si sente sotto pressione per dover restare aggiornato su tutto.

Vari studi collegano la FOMO all’uso problematico dei social, dipendenza da smartphone e minore soddisfazione per la propria vita.

Negli adolescenti, poi, la FOMO sembra aumentare la vulnerabilità online: più paura di restare fuori significa spesso più fatica a proteggersi, a dire dei no, a tenere dei confini. 

Ok, i numeri ci sono. Ma come si sente davvero la FOMO nella vita di tutti i giorni? Per capirlo meglio, ho chiesto a Michael Reiner, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore del servizio di consulenza per giovani Young+Direct, e ad Anna Cerrato, fotografa e operatrice culturale che lavora a Spazio, progetto di BeYoung in via Torino a Bolzano.

Dottor Reiner, se dovesse spiegare la FOMO a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare, da dove partirebbe?

Partirei proprio dal significato del termine. FOMO: fear of missing out, ovvero paura di perdersi qualcosa. Ma non è solo “mi dispiace non esserci”, è un’illusione più profonda: l’idea di perdersi “qualcosa che potrebbe essere meglio”. FOMO dunque è non accettare che non c’è sicurezza in tutto.

Oltre un certo punto le cose non dipendono più da me. E le conseguenze sono concrete: alcune decisioni ne tagliano fuori altre. Scelgo questa università e non quell’altra, scelgo questo ragazzo e non quell’altro… e nel momento in cui decido, scatta il pensiero: “E se poi scopro che non fa per me e, per questa scelta, mi perdo qualcosa di meglio?” Una scelta esclude altre possibilità. Sempre. E la FOMO nasce anche dal non voler accettare questa cosa semplice e scomoda.

Ha un esempio concreto, di quelli che vede nel suo lavoro con ragazze e ragazzi?

Per esempio, seguo una ragazza con tante insicurezze. Una riguarda una cosa che, a prima vista, sembra piccola: la scelta del vestito per una festa. La domanda è: cosa indosso? Cosa compro? Il punto è che alla fine non cerca ciò che sta bene a lei. Vuole trovare il vestito che, quando lo indossa, piace agli altri. Non ciò che è meglio per lei, ma ciò che, secondo lei, va bene agli altri. È un’illusione: a un certo punto non guardo più a ciò che voglio io, a ciò che fa bene a me, ma solo a come penso che gli altri potrebbero vedermi.

Il medesimo meccanismo lo vedo con la scelta dell’università: “Se non passo il test di medicina sono finita”. L’idea è che una scelta “sbagliata” ti condanni per tutta la vita.

Quando qualcuno mi dice: “Non ce la faccio a decidermi per qualcosa”, il rischio è proprio questo: alla fine mi perdo tutto, perché non mi concedo mai di scegliere davvero.

Anna Cerrato, passiamo ora alla tua esperienza personale: quando hai capito che quella sensazione che provavi aveva a che fare con la FOMO?

Quando io la subivo, ai tempi del liceo, non si parlava ancora di FOMO. Per me era la paura di rimanere esclusa, di dovermi guadagnare la mia posizione sociale. L’idea di dover esserci sempre. Chi non la subiva rischiava di venire isolato.

Il concetto di FOMO è comparso più tardi, tra gli ultimi anni di liceo e i primi dell’università.  È stato interessante sentirmi letta così. Capire che si tratta di una paura, non di un vero desiderio. Con questa definizione mi si aprirono un po’ gli occhi.

E oggi, da adulta, dove senti di più la FOMO?

La vedo tanto sul lavoro. C’è l’idea che, se sul lavoro non fai proprio tutto quello che viene richiesto o proposto, rischi di passare per una che non è davvero interessata. Se non ci sei tu, ci sono i colleghi, quindi ti senti di sovraccaricare gli altri.

Come libera professionista, come fotografa, questa cosa l’ho subita anche sui social: “Se non esisti sui social, non esisti”. Ho fatto mille corsi di aggiornamento per usarli “al meglio”, questo l’ho proprio vissuto sulla mia pelle. A un certo punto, però, sono diventata più consapevole: mi sono detta che quella cosa, semplicemente, non la so fare come dicono “loro”.

Allora ho deciso: provo a esserci come so fare io.  Se voglio essere sui social ci sono, se non ci riesco faccio a meno. Senza un’identità grafica perfetta. Un po’ come succede ai ragazzi più giovani: profili diversi, quello più formale e quello più “easy” per gli amici, tutti da curare seguendo certe regole. Ma è tanta la pressione.

Cosa ti ha aiutata, concretamente, a cambiare prospettiva sulla FOMO?

Io sono stata, in un certo senso, costretta a uscirne. Convivo con patologie croniche e problemi clinici che mi hanno costretta a rallentare. La priorità di mantenere la mia posizione sociale è passata immediatamente in secondo piano. Per me è diventata una priorità poter contare su me stessa. All’inizio c’era tanto senso di colpa: per esserci per me stessa, avevo paura che gli altri si sentissero trascurati.

Poi invece ho notato questo: più stavo bene, più avevo cognizione di quali erano i modi migliori per prendermi cura degli altri. Il non esserci non va a discapito delle relazioni sociali, anzi. Permette di dare di più quando ci sei, perché non c’è più quel senso di colpa: ho scelto di esserci, perché voglio curare quella relazione. È un beneficio a tutto tondo.

La FOMO la senti anche rispetto ai viaggi, alle “esperienze di mondo”?

Sì, questa domanda la sento molto mia. Uno dei miei principali interessi è viaggiare. Ho iniziato a viaggiare da sola perché mi dava più possibilità di movimento. La prima volta per necessità, poi ho capito che era una modalità di viaggio che mi piaceva.

All’inizio mi pesava non poter fare il grande viaggio dall’altra parte del mondo, il mese in India, per intenderci. Per necessità, ho iniziato a scoprire l’Italia, cercando piccoli posti non necessariamente adatti ai social. Per me è diventato totalizzante.

Però sì, c’è questa spinta: se non sei andato dall’altra parte del mondo non sei un “vero viaggiatore”. A volte mi sento in colpa a raccontare sui social la mia modalità di viaggio con patologie croniche, perché ho timore che il mio viaggiare “slow” sembri giustificato solo dalle mie difficoltà, quando invece il messaggio è tutt’altro: non serve andare dall’altra parte del mondo per vivere esperienze profonde.

Nel tuo lavoro a Spazio, come provate a offrire un’alternativa alla logica del “devo esserci sempre e performare”?

Secondo me fa tantissimo come è impostato l’ambiente, come ci poniamo come operatrici giovanili e culturali. Spazio è un ambiente che vogliamo accogliente e accessibile. Ogni persona ha esigenze specifiche e va ascoltata e accolta; e se non ce lo dice esplicitamente, cerchiamo di ascoltare anche il non detto.

Non deve esserci la sensazione di dover performare. È uno spazio con tisane, luci soffuse, cioccolata calda: accoglienza è la parola d’ordine.

Abbiamo realizzato, per esempio, un murale insieme a chi era interessato a lavorare con l’artista Christian Luccarini e a provare questa tecnica. È molto emblematico: stare insieme, “stare” e basta. Non perdersi niente… se non l’ansia di dover dimostrare qualcosa.

In fondo, questa FOMO ci chiede sempre: “E se là fuori ci fosse qualcosa di meglio?”

E allora la domanda forse è da ribaltare: “Che cosa rischiamo di perderci di noi, quando vogliamo provare tutto e nulla ci basta?”.

Forse questa è la domanda da porsi, magari davanti a una cioccolata calda.

Autore: Marco Valente

Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

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La salute mentale? E’ un diritto!

In un lunedì mattina di ottobre duecento ragazzi e ragazze si sono ritrovati nel Teatro di Gries. è un numero che fa notizia, soprattutto in un momento in cui la scuola altoatesina fatica a garantire partecipazioni extracurricolari. Ma quel giorno, in quel luogo, c’era un’urgenza più forte: parlare di salute mentale. Con loro. Non solo di loro.

Il convegno, promosso da UNICEF Alto Adige e ASSB, si è presentato fin dal titolo come una presa di posizione: “La salute mentale è un diritto. Giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. E già il sottotitolo valeva una dichiarazione politica. Perché sì, di salute mentale si parla (sempre più spesso, per fortuna) ma quanti davvero ascoltano i giovani, con attenzione autentica, senza soluzioni preconfezionate?

“Il 40% dei ragazzi ha un disturbo psichico. Ma solo il 6% è trattato” – ha esordito Hubert Messner, assessore provinciale alla salute. Numeri che fanno tremare. E che trovano eco nella voce della dott.ssa Francesca Schir, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Alto Adige, che ha ricordato: “La salute mentale è un diritto… ma rischia di diventare un privilegio. Non possiamo permettercelo”. C’è chi si ritira dalla scuola, chi vive l’ansia come un compagno di banco invisibile, chi sente di dover “valere qualcosa”. E poi, c’è la solitudine. Una solitudine acuita da un mondo che corre, che promette tutto ma non dà radici. “Da una parte abbiamo tutte le possibilità del mondo – ha continuato Schir – dall’altra non ci siamo mai sentiti così soli”.

“CHIEDIMI COME STO”

Schir ha raccontato di una ragazza che un giorno le ha detto: “Qualche volta mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come sto. E che mi ascoltasse. Senza già avere la risposta pronta.” È qui che si gioca la sfida educativa. Non sulle diagnosi, ma sulle relazioni. Sul diritto a esistere in un mondo che ti riconosca.

Un diritto che riguarda anche le famiglie, come ha sottolineato Liliana Di Fede, direttrice di ASSB: “La salute mentale è “normale”. Fa parte della storia di vita di molti di noi. Le famiglie si sentono in colpa, ma non dovrebbero. Mi sentirei in colpa per essermi rotto una gamba?” Tra gli interventi, anche quello vivace e interattivo di Lorenzo Tondo, che ha rovesciato una delle domande più gettonate tra gli adulti: “I videogiochi fanno male?” La risposta? Dipende. Dipende dal contesto, dalla finalità, dal modo in cui vengono usati.

“Immaginate un ragazzo di 16 anni, depresso. Per lui il gioco di ruolo può diventare uno strumento terapeutico, uno spazio protetto dove esplorarsi. E ci sono studi in psichiatria che lo confermano”. E se il linguaggio cambia, è bene ascoltarlo. Come hanno fatto Samy, Manuel e Andrea, tre giovani videomaker che hanno presentato un cortometraggio di grande impatto. “Ci siamo divertiti a realizzarlo” – hanno detto. Ma quel divertimento ha creato un velo di emozione oltre che gli applausi più sonori della mattinata.

Subito dopo: un podcast, un fumetto, dei cartelloni sul bullismo. Tutto frutto del lavoro delle classi dell’IIS Claudia de’ Medici. Spazi creativi, certo, ma soprattutto spazi di protagonismo. A conclusione della mattinata, la parola è passata alla rete dei servizi territoriali. Il dott. Michael Rainer, responsabile dello sportello Young+Direct, ha detto chiaro: “Il problema non è solo che pochi chiedono aiuto. Il problema è: dove sono tutti gli altri?”. Ci vuole coraggio a chiedere. Ma anche responsabilità, da parte degli adulti, nel creare un clima in cui chiedere non sia un atto di debolezza, ma di consapevolezza. Lo hanno ribadito anche le voci dello Jugenddienst Merano, del Forum Prevenzione, dello Streetwork Bolzano, dello sportello di consulenza psicologica scolastica, e infine della Garante per l’infanzia e l’adolescenza che hanno partecipato alla tavola rotonda conclusiva. Parlare di salute mentale non è una moda, né un lusso. È una questione di diritti fondamentali. E non solo per i “giovani fragili”, ma per chiunque viva in questo tempo confuso, dove futuro e incertezza sembrano sinonimi. In fondo, come diceva Winnicott, “esistiamo sempre in relazione con qualcuno”. La salute mentale non è una faccenda individuale: è il riflesso delle nostre relazioni, del tessuto sociale che costruiamo. Nessun convegno può risolvere tutto. Ma può ricordarci che la salute mentale non è solo un diritto da rivendicare, ma anche un dovere verso noi stessi, come dicevano i ragazzi in sala.  Un dovere che comincia con un gesto semplice: chiedere all’altro, senza fretta né giudizio, “come stai?” E restare lì, in ascolto.

Autore: Marco Valente

Abitare: giovani e famiglie sono fuori mercato

Affitti che salgono, stipendi che… restano fermi. In Alto Adige la casa per alcuni è diventato un tormento: studenti costretti a cambiare di continuo stanza, giovani coppie con un tempo indeterminato che “non basta più”, nuovi arrivati che pagano di più per stare peggio. La domanda che risuona potrebbe essere: vogliamo città belle per pochi o quartieri vivibili per tutti?

Non è solo una questione di mercato. L’Onu parla di diritto a “un alloggio adeguato” come parte del diritto a una vita dignitosa. In poche parole, avere “una casa” non è un premio per i migliori, non è appannaggio di chi sta in Serie A, ma un diritto sacrosanto.

Eppure la percezione è che, senza eredità o qualche altro tipo di spintarella, il biglietto d’ingresso stia diventando proibitivo per i più.

I numeri, quando sono chiari, parlano. In Alto Adige, secondo Astat ed Eurac, più di una persona su tre dice che le spese abitative mettono in crisi il bilancio familiare: è il contesto quotidiano in cui si muovono studenti, giovani coppie, lavoratori stagionali e nuovi residenti. Secondo il portale Idealista, in Alto Adige servono 9,3 annualità di stipendio per acquistare casa; già nel vicino Trentino gli anni si abbassano a 6,5. È anche il motivo per cui tanti progetti di vita (figli, formazione) si decidono guardando prima la rata o il canone e solo dopo il resto. Nel 2024 si sono stati meno permessi di costruire e un crollo delle opere ultimate. Tradotto: arrivano meno case sul mercato, e quelle poche tengono i prezzi rigidi. E alti. Intanto, però, il turismo vola: 37,1 milioni di presenze nell’ultimo anno e un’intensità di 18,8 ospiti ogni 100 abitanti. Bene per l’economia, certo; ma gli appartamenti diventano terreno conteso.

Cosa fa la politica?

Edilizia sociale Ipes, convenzionata per il ceto medio, canoni calmierati per chi affitta lungo, qualche freno agli affitti turistici dove la pressione è più forte. Il punto, oggi, è far funzionare (e in fretta) ciò che già c’è. Anche perché l’idea che bastino incentivi o mutui agevolati a sistemare tutto è, da sola, illusoria. L’economista Mirco Tonin lo ha detto con chiarezza su salto.bz (4 novembre): se non cresce l’offerta, i sussidi tendono a spingere i prezzi e a favorire i proprietari; servono più case e un vero piano per l’affitto, non solo accordi con le banche. 

Per chi riesce ad accendere un mutuo, gran parte della vita ruota attorno alla rata: lavoro il più stabile possibile, meno libertà di scegliere o cambiare, progetti familiari appesi. Ma quanto è sano un sistema in cui la casa decide tutto il resto?

C’è un pezzo dell’abitare che spesso non si vede: quello che unisce casa, salute e vicinato. Il progetto Genea Plus aveva puntato su questo. Oggi Reinhard Mahlknecht (Croce Bianca) ricorda due idee ancora importanti: i posti letto di cure intermedie (letti temporanei per chi non ha più bisogno di ospedale ma non è ancora pronto a stare da solo a casa) e uno studio medico dentro il quartiere. “Sono obiettivi che ora l’Azienda sanitaria realizza anche con il PNRR; nel nostro cronoprogramma sarebbero già dovuti essere attivi e oggi sarebbero urgentemente necessari”.

Intanto l’esperienza di Genea ha spostato l’attenzione lì dove viviamo: a casa. “Stiamo cambiando l’assistenza agli anziani che restano al domicilio: servizi che vengono a casa, orari flessibili, un telesoccorso più semplice e sicuro, accompagnamenti e visite di volontari”. Un esempio concreto è Vivacare, partito da poco.

In poche parole: se l’abitare è anche prendersi cura, servono luoghi di supporto vicino a casa e aiuti flessibili che arrivano a domicilio.

Vivere assieme con il cohousing

E l’abitare collaborativo? Teresa Pedretti, direttrice di Irecoop, riavvolge il nastro: “Nel 2017 qui si sperimentava un cohousing con giovani che, in cambio di un affitto molto basso, restituivano tempo al quartiere. Da allora le pratiche si sono moltiplicate in Europa, ma ogni territorio deve trovare la sua ricetta”. La cosa comune a tutte? “Politiche che ci credono davvero, che trattano la casa come una componente centrale della vita delle persone”. Gli ostacoli, nelle nostre province, non sono solo normativi: “Manca spesso il coraggio pubblico di studiare, provare e soprattutto monitorare le sperimentazioni. L’abitare è complesso: sociale, culturale, economico. Serve capire cosa migliorare, non limitarsi ad avviare e poi dimenticare”. E dal lato dei cittadini non aiuta la confusione delle parole: “Si parla di co-abitazione senza un linguaggio condiviso sulle forme e sugli obiettivi”.

Si può fare in città, a Bolzano o Merano? “Più che possibile, doveroso – dice Pedretti –.  Non solo per i prezzi, ma perché troppi giovani se ne vanno. I fattori che trattengono sono sempre due: lavoro e casa. Il lavoro c’è; la casa rischia di diventare un’emergenza anche per i redditi medi”. Il ruolo della Provincia, in questo quadro, non è decorativo: avviare, supportare e monitorare “player” differenti (anziani, giovani, misti) senza confinare la coabitazione alla sola risposta all’emergenza.

E qui arriva il punto forse più concreto: “Quando le persone si candidano a coabitare sono individui soli; la prima necessità è costruire una comunità. Non credo alla sostenibilità nel tempo di progetti basati su valori astratti: coabitare è faticoso. Regge se c’è un obiettivo comune: crescere i figli con più servizi, dividere costi che da soli non si reggono, ottenere servizi specifici. La formazione serve se aiuta a definire scopi condivisi, non se resta teoria.”

Che cosa si potrebbe fare

Sul fronte “offerta”, dunque, l’orizzonte è duplice e molto pragmatico. Da un lato sbloccare alloggi a canone lungo con regole semplici perché senza case il resto è retorica. Dall’altro, attivare piccoli esperimenti di co-abitazione in immobili esistenti, dove i gruppi sono accompagnati davvero: se funziona, bene; se non funziona, si adatta. In mezzo, c’è l’ordinaria manutenzione: la rigenerazione urbana, per esempio. Dove anche gli spazi hanno bisogno di una conversione, di cura, per permettere al quartiere di appropriarsene. Forse la domanda giusta è ancora la più semplice: l’abitare è un privilegio o un diritto che vogliamo rendere veramente reale? Se scegliamo la seconda risposta, c’è da sperimentare, anche a costo di sbagliare, e guardare la città dagli occhi di chi sta ai margini.

Autore: Marco Valente

Don Gioele, il ritorno a casa (ma da straniero)

Il telefono di don Gioele Salvaterra squilla almeno tre volte mentre parliamo. Segno che, anche se da poco arrivato, la sua agenda è già piena. Ma oggi non siamo più nella sua canonica di Merano. Siamo a Bolzano, accanto al Duomo, nella sua nuova casa, dove ci sediamo a chiacchierare “come ai vecchi tempi”. Ci conosciamo da quando era giovane diacono, e ci diamo del tu.

Don Gioele Salvaterra è tornato a casa, almeno sulla carta. Bolzanino di nascita, figlio di maestri (nel senso più pieno del termine), oggi è parroco “in solidum” della parrocchia del Duomo di Bolzano, parroco anche di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana di Rencio. Ma il ritorno non è stato una semplice rimpatriata: “In realtà non mi sono mai sentito un bolzanino doc – confessa con quel suo modo un po’ schivo, un po’ ironico – Non conoscevo la città nemmeno prima. Adesso è tutto nuovo. È come se fossi arrivato in un’altra terra”.

Quali sono le prime cose che hai notato?

Sono cambiate tante cose. Mi accorgo che tutto è diverso… anche perché lo guardo con occhi nuovi. Diciamo che prendo un po’ da ogni luogo dove sono stato: sono un po’ bolzanino, un po’ meranese, un po’ “bersabeo”, si può dire così.

Figlio di maestri: quanto ha inciso questo sul tuo modo di essere prete?

Tanto. Mio padre era maestro e anche “padre” nel senso pieno del termine, e quando Gesù dice “non chiamate nessuno maestro o padre sulla Terra”, io mi sono trovato in crisi… Non sapevo come rivolgermi a lui! Ma, battute a parte, credo di aver ereditato due cose: una particolare attenzione ai giovani, ai bambini, ai ragazzi, e l’idea che nessun contenuto sia troppo difficile. Bisogna solo saperlo dire bene, senza infantilizzare, ma nemmeno complicare.

Ora sei parroco “in solidum” del Duomo di Bolzano. Cosa significa esattamente?

È un’espressione giuridica che indica la presenza di due (o più) parroci per una stessa parrocchia. Da noi succede quando si tratta di comunità bilingui: in pratica ogni gruppo linguistico ha il proprio riferimento, ma si lavora insieme.

E non solo Duomo…

Esatto, oltre a Santa Maria Assunta (Duomo), sono anche parroco della parrocchia di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana a Rencio.

Dopo quattordici anni a Merano e cinque a Beersheva, in Terra Santa, cosa ti porti dietro?

Il senso della periferia. Sia Beersheva che Merano, anche se in modo diverso, sono luoghi che si percepiscono ai margini. E da lì lo sguardo cambia. Porti al centro quelli che sono ai bordi. Credo sia una delle eredità più forti di quelle esperienze.

E alcune esperienze concrete che vorresti portare qui?

La pastorale cittadina, l’esperienza dell’emporio solidale Tenda di Abramo, il team ecumenico… A Merano abbiamo costruito molto, anche grazie a un forte lavoro di squadra. Qui sarà diverso, è un contesto che sto ancora conoscendo, ma quegli ingredienti, relazioni, ascolto, apertura, sono importanti ovunque. Bisognerà capire come adattarli.

Come si costruisce una pastorale che tenga insieme italiano, tedesco e le tante lingue delle nuove cittadinanze?

Si parte dall’ascolto. Serve un orecchio (e un cuore) attento. Bisogna saper vedere le realtà più piccole, quelle che non fanno rumore. E trovare ciò che unisce, senza nascondere ciò che divide, ma avendo rispetto per entrambe le cose. Non è facile, ma è lì che si cresce insieme.

A due mesi dal tuo insediamento, che sfide vedi in questo territorio?

Le sfide non mancano: la diminuzione delle persone attive, la fatica nella pastorale giovanile, il dialogo ecumenico e interreligioso… ma anche un enorme potenziale, se si ha il coraggio di ripensare alcune cose.

Parliamo di ecumenismo: oggi dove vedi i passi più concreti?

A livello locale, senza troppi convegni. Nella cura condivisa dei poveri, nella custodia del creato, nella preghiera comune. La vera sfida è avere uno stile comune di pastorale, partendo da queste priorità.

(L’ecumenismo è il movimento volto a promuovere l’unità tra i cristiani appartenenti a Chiese e comunità ecclesiali diverse, attraverso il dialogo, la preghiera e la collaborazione concreta, ndr).

Fonderesti un team ecumenico diocesano?

Sì, sarebbe bello. L’esperienza fatta a Merano è stata molto significativa. Credo possa funzionare anche a livello provinciale, se ci si mette in ascolto e si lavora insieme su ciò che davvero conta.

I giovani cercano spiritualità ma faticano con le istituzioni. Tu come leggi questa distanza?

Il punto non è “riempire le chiese” di giovani, ma avere un rapporto autentico con loro. Ascoltarli davvero, senza volerli subito “incasellare”. Se si sentono accolti, ascoltati, rispettati, è già un passo enorme.

Il ruolo dei laici nella Chiesa: c’è una corresponsabilità vera o è solo di facciata?

Che sia corresponsabilità vera me lo auguro con tutto il cuore. Ma serve attenzione a non cadere nella clericalizzazione dei laici, come ha detto anche Papa Francesco. I laici hanno un ruolo centrale e fondamentale: devono essere valorizzati per ciò che sono, non trasformati in “brutte copie” dei preti.

Nel 2025 ha ancora senso parlare di “vocazioni”?

Sì, se capiamo che vocazione non vuol dire solo prete o suora. È ogni vita vissuta come risposta al bene, al servizio, alla volontà di Dio dentro la realtà. È fare bene ciò che ci è dato da fare. È porsi al servizio dell’umanità.

In questo momento, qual è il passo evangelico che ti “risuona” di più?

Quello della lavanda dei piedi. Dio che si fa ultimo. È lì che ci si incontra. E che si capisce cosa significa davvero servire. Poi che ci si riesca, è un altro discorso… ma il senso sta tutto lì.

Autore: Marco Valente

Anita, “Il mondo è donna” e Nilde Iotti

“Il mondo è donna” è un progetto che ogni anno sceglie una figura femminile da un diverso continente come protagonista di un murales. Anita Danese, autrice dell’opera di quest’anno, racconta la sua esperienza.

Quest’anno il progetto ha scelto di rappresentare l’Europa attraverso la figura di Nilde Iotti. Cosa ti ha colpita di più di lei e come hai deciso di interpretarla nel tuo murales?

All’inizio ero indecisa tra due figure: Margherita Hack e Nilde Iotti. La scelta è poi ricaduta su Nilde Iotti perché come donna attiva in politica, mi è sembrato importante ridarle visibilità, soprattutto nel contesto politico attuale, in cui la Storia è troppo spesso dimenticata o cancellata. Rappresentarla è stata una vera sfida: è una figura complessa, una donna che ha lottato per i propri ideali ma che ha anche vissuto momenti difficili, sia pubblici che personali. Poterle dedicare un muro, uno spazio visibile e pubblico, è stato per me un grande onore.

Da dove sei partita per progettare il murales e come si è sviluppata l’idea fino al risultato finale?

La prima fase è stata una ricerca approfondita sulla sua vita e attività politica, cercando di capire chi fosse davvero e cosa rappresentasse. Era importante per me partire da una conoscenza reale della persona prima ancora che del personaggio. Poi è iniziata la parte più complessa, quella della sintesi visiva.

Ho sperimentato stili e idee diverse, lasciandomi ispirare anche da altri muralisti. Il confronto con Cristian Luccarini (Oakmood) e con il team di COOLtour è stato fondamentale: mi ha aiutata a capire come trasformare la mia idea in un murales concreto. Era la mia prima esperienza di pittura su parete, e lavorare su una scala così grande, con un’opera destinata a restare pubblicamente visibile, è stato emozionante e anche un po’ spaventoso. Ma proprio per questo è stato un percorso di grande crescita personale e artistica.

Citando COOLtour, in che modo il percorso con questo servizio ti ha aiutata?

Ho iniziato a collaborare con loro nel 2022, un po’ per caso, grazie ad alcune amiche che già partecipavano ai progetti e da allora ho preso parte a diverse iniziative legate all’arte visiva. Per me è stata un’esperienza fondamentale. Non vengo da un percorso artistico tradizionale — prima dell’Accademia di Belle Arti non avevo mai avuto occasioni concrete per esprimermi — e COOLtour mi ha dato lo spazio per sperimentare. È stato anche un modo per costruire una rete e trovare una mia voce artistica. Lavorare su progetti reali, con un obiettivo condiviso, mi ha fatto capire che avevo davvero qualcosa da dire, e che già possedevo gli strumenti per farlo.

Quale significato volevi trasmettere con l’opera?

Il murales è composto da tante micro scene che insieme raccontano la complessità di Nilde Iotti. Ho realizzato diversi bozzetti prima di trovare un equilibrio tra la sua forza politica e la sua umanità. Una ricerca di equilibrio tra la sua forza personale e il suo ruolo pubblico, tra libertà e responsabilità. Le molte sfaccettature che ognuno di noi porta dentro, i diversi ruoli e le diverse identità che convivono in una stessa persona.

Quale reazione o riflessione speri di suscitare in chi vedrà il murales?

Ciò che volevo davvero, rappresentando Nilde Iotti, era restituirle visibilità e il riconoscimento che merita. Averla esposta allo sguardo di tutti, è già per me un gesto simbolico importante. Volevo che le persone la vedessero, la ricordassero, insieme a simboli riconoscibili per tutti, come i papaveri, che richiamano memoria, fragilità e resistenza. Mi piace pensare che la sua storia resti aperta, che continui attraverso le nostre, e che questo murales possa trasmettere un senso di lotta comune e di impegno ancora vivo.

Autrice: Salma Sammah COOLtour