Più prevenzione e meno incidenti

Più ritiri di patente per l’uso del cellulare, ma meno per l’abuso di alcool. Più incidenti, ma meno feriti. Sono i dati del bilancio delle molteplici attività svolte dal Corpo della Polizia locale Merano –  Burgraviato nel corso del 2025. Si tratta di dati che sorprendono, sia in positivo che in negativo, ma che testimoniano anche una maggior presenza delle forze dell’ordine locali sul territorio.

Osservando i grafici ci si chiede che cosa possa essere successo  nell’arco di questi ultimi anni: i casi di guida in stato d’ebrezza si sono più che dimezzati dal 2019 a oggi, e dalle quasi 5.400 infrazioni per eccesso di velocità del 2022 si è passati a poco più di 250. “Sono risultati che confermano una maggiore presenza operativa della Polizia locale sul territorio, un progressivo aumento dei controlli nei luoghi più sensibili (scuole, parchi e centro città), l’impegno costante nella prevenzione, nel controllo della velocità e nel contrasto ai comportamenti pericolosi alla guida”, spiega la sindaca Katharina Zeller, a cui risponde il comandante della Polizia locale Merano – Burgraviato Alessandro De Paoli. “Nelle zone scolastiche – ha spiegato – sono stati effettuati 291 controlli (276 nel 2024), con 141 sanzioni complessive. Anche nei parchi pubblici si è registrato un forte incremento delle attività preventive: 847 controlli (663 nel 2024), con 2 sanzioni per violazioni del regolamento di Polizia urbana”.

Sicurezza stradale

“Nel 2025 abbiamo rilevato 389 incidenti stradali, in crescita rispetto al 2024 (368) e al 2023 (355). Tra questi non vi è stato  nessun incidente mortale, registrando una diminuzione rispetto agli anni precedenti (1 nel 2023 e nel 2024). Ci sono stati poi 134 incidenti con lesioni (dato stabile rispetto al 2024), 238 incidenti con soli danni e 5 incidenti che hanno coinvolto pedoni (dato in calo rispetto agli anni precedenti). La diminuzione degli infortuni gravi si accompagna all’aumento della presenza sul territorio e dei controlli mirati alla prevenzione”, ha sottolineato De Paoli.

Ritiri patente per uso del cellulare 

Nel 2025 sono stati registrati 119 ritiri di patente per violazioni gravi del Codice della Strada, 299 ritiri ai sensi dell’art. 173 (uso del cellulare alla guida), con oltre 6.978 punti patente decurtati complessivamente. “L’uso del cellulare alla guida – ha ribadito il comandante – continua a rappresentare una delle principali cause di distrazione: le violazioni accertate sono infatti più che raddoppiate rispetto al 2024.

Guida in stato di ebbrezza 

Nel corso dell’anno le violazioni per guida in stato di ebbrezza sono scese a 53 (erano 76 nel 2024), mentre le violazioni per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti sono aumentate a 7 (da 2 nel 2024).

Controlli velocità

Il numero di infrazioni accertate tramite autovelox e telelaser è diminuito drasticamente, passando da 1.336 nel 2024 a 261 nel 2025, anche soprattutto in conseguenza delle più recenti norme che hanno imposto regole più severe per l’utilizzo degli apparecchi autovelox nei centri urbani.

Attività sanzionatoria 

Nel 2025 sono state elevate 27.162 sanzioni, un dato in aumento rispetto alle 24.371 del 2024. Tra le principali tipologie: 10.063 sanzioni per sosta irregolare, 12.181 violazioni della Ztl, 1.296 violazioni per il mancato rispetto di semafori e segnaletica, 309 sanzioni per uso del cellulare alla guida, 69 violazioni in materia assicurativa.

Veicoli rimossi o sequestrati 

Nel 2025 sono stati rimossi 936 veicoli per sosta irregolare, mentre sono stati effettuati 27 fermi amministrativi, 55 sequestri amministrativi e 2 sequestri penali. Inoltre sono stati recuperati 3 veicoli oggetto di furto e rimossi 47 veicoli abbandonati (un dato, questo, in forte aumento).

Polizia giudiziaria

L’attività di Polizia giudiziaria conferma un impegno costante: 87 informative all’Autorità Giudiziaria, 3 persone arrestate, 49 sequestri per stupefacenti, 569 atti delegati dall’Autorità Giudiziaria, 75 denunce di smarrimento documenti, 314 accertamenti anagrafici.

Autore: Luca Masiello

Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi

Hockey italiano: quale destino dopo Milano Cortina 2026?

I Giochi Olimpici invernali si sono appena conclusi e l’emozione di vedere gli Azzurri dare tutti sé stessi lascia il posto alla nostalgia dell’atmosfera entusiasmante dei Giochi, la gioia di accendere la televisione e saper sempre cosa guardare e festeggiare per ogni successo. Oltre a questo, però, la fine dell’Olimpiade porta con sé anche una serie di riflessioni sul nostro mondo sportivo e il suo futuro. Con Jonny Vallini, portiere del Bolzano e della nazionale di hockey su ghiaccio, abbiamo parlato degli obiettivi olimpici della nazionale e delle speranze future per questo sport. 

Come ti sei sentito alla vigilia di Milano Cortina 2026?

“Gioco in nazionale da 12 anni ed è sempre un onore grandissimo. Soprattutto con le Olimpiadi in casa si sente una responsabilità enorme, che ti dà più carica per arrivare al massimo delle tue possibilità. Col Bolzano non puoi permetterti di perdere partite, c’è una pressione diversa. Alle Olimpiadi siamo visti come una squadra senza possibilità di medaglia, ma è l’emozione la vera incognita da gestire: affrontare il palcoscenico olimpico non è facile.

L’Italia di hockey su ghiaccio si è scontrata con alcune delle squadre migliori del mondo con il proprio roster al completo. Per la prima volta dal 2014 infatti la lega nordamericana (NHL) ha permesso ai propri giocatori di prendere parte ai Giochi: il livello è stato altissimo.”

Quali sono stati i vostri obiettivi per questi Giochi?

“Far vedere alla gente che sappiamo giocare. Ci siamo concentrati partita per partita. Gli alti e i bassi sono sempre presenti, ma l’importante è crederci e dimostrare al mondo che sappiamo giocare, dare visibilità e uno slancio all’hockey italiano.”

La nostra nazionale — che comprendeva otto dei nostri Foxes — si è scontrata con Svezia, Slovacchia, Finlandia e Svizzera. La squadra ha dimostrato grande capacità e grinta contro gli svedesi e ha fatto sperare a tutti noi spettatori in una vittoria tenendo testa alla Slovacchia. Lo scontro con la Finlandia non si è concluso nel migliore dei modi, ma la nostra squadra aveva già dimostrato una grande abilità che ha portato in pista contro la Svizzera: la partita è stata persa 3-0, ma complessivamente quello che gli Azzurri si portano a casa non è una sconfitta. Le grandi prestazioni dei portieri, il milanese Davide Fadani e l’altoatesino Damian Clara non sono passate inosservate né in casa né all’estero, ma non sono state l’unico risultato dell’avventura olimpica della nazionale che ha dimostrato di poter competere su palcoscenici internazionali di alto livello. L’entusiasmo del pubblico ha riacceso la speranza che i Giochi possano dare una nuova spinta allo sviluppo e alla promozione dell’hockey su ghiaccio sul territorio nazionale cogliendo l’occasione persa dopo Torino 2006. La città di Milano si sta già attivando e ha espresso la volontà di ricreare una squadra milanese che possa competere in Italia e, magari, nella lega internazionale ICEHL, in cui gioca l’Hockey Club Bolzano.

Non resta che chiedersi se qui in Alto Adige, dove il mondo hockeistico è un passo avanti rispetto ad altre aree, questa nuova ondata di entusiasmo riuscirà a far germogliare non solo un nuovo interesse nei confronti di questo sport, ma anche una nuova promozione mirata a formare giocatori che un giorno potrebbero diventare le nuove stelle italiane dell’hockey. 

Jonny: che messaggio vorresti arrivasse grazie a queste Olimpiadi?

“Per chi non conosce l’hockey, cercate di guardarlo! È uno sport bellissimo, veloce, fisico. Come squadra speriamo di essere riusciti a far interessare le persone a questo sport, sogniamo di far iniziare a giocare i bambini. Vogliamo mettere in mostra l’hockey e magari trovare qualche nuova leva, perché abbiamo bisogno di nuova gente: qui si diventa vecchi!”

Autrice: Anna Michelazzi

Mobilità: rivoluzioni possibili e città vivibili?

Per ripensare la mobilità non bisogna essere Parigi (che in dieci anni ha ridotto le emissioni di CO2 dal traffico stradale del 35%), né Pontevedra in Spagna (che è passata da 80.000 a 7.000 veicoli al giorno, registrando zero morti stradali tra 2011 e 2018). Basterebbe un Alto Adige che investa nel trasporto pubblico e metta al centro le persone. Facile, no? Di questo tema ne abbiamo parlato con Madeleine Rohrer (consigliera provinciale dei Verdi), Barbara Hölzl (assessora alla mobilità del Comune di Merano) e Daniel Alfreider (assessore alla mobilità della Provincia di Bolzano). Tre prospettive diverse, politica di opposizione, amministrazione comunale, esecutivo provinciale, per capire dove si può intervenire, a quale livello e con quale coraggio.

Guardando all’Alto Adige, qual è la priorità politica più urgente sulla mobilità oggi?

Madeleine Rohrer – Serve un cambio di rotta: il trasporto pubblico deve diventare la priorità. Oggi si investe nella ferrovia, lo dimostrano l’elettrificazione della ferrovia della Val Venosta o la variante ferroviaria della Val di Riga, che ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza per la Val Pusteria. Gli investimenti nelle strade, però, restano tuttora i più consistenti, finendo così per vanificare questi sforzi. Strade più larghe significano più auto e, inevitabilmente, una qualità della vita peggiore per chi vive nelle vicinanze.

Barbara Hölzl – Guardando a Merano, la priorità politica più urgente in tema di mobilità è una scelta chiara a favore di una città a misura di persona. Questo significa innanzitutto rafforzare il ruolo dei pedoni, puntando su percorsi brevi, continui e sicuri, che rendano il centro e i quartieri facilmente accessibili nella vita quotidiana.

Parallelamente, è fondamentale continuare ad ampliare e migliorare la rete ciclabile e promuovere in modo più deciso la mobilità in bicicletta come vera alternativa all’auto, soprattutto per gli spostamenti brevi e medi. Un altro elemento centrale è il costante potenziamento del trasporto pubblico urbano, che deve essere semplice da usare, affidabile e ben integrato.

Daniel Alfreider – La priorità è offrire un’alternativa che funzioni davvero, ogni giorno. Non si tratta di andare contro chi usa l’auto: molti continueranno a guidare, perché l’autobus non può raggiungere ogni luogo ad ogni ora o perché certe necessità lo fanno obbligatorio. Ma in città come Bolzano e Merano dobbiamo rendere più semplice scegliere il trasporto pubblico, con il treno come spina dorsale, perché quando il servizio è affidabile si guadagna tempo, si riduce lo stress e si vive meglio.

Se si potesse avviare subito una misura concreta (una sola) che migliorerebbe la vita quotidiana di chi si sposta, quale potrebbe essere?

Madeleine Rohrer – Abbiamo proposto in Consiglio provinciale un abbonamento da 100 euro all’anno per treni, autobus e funivie. Alla fine, la giunta provinciale ha scelto invece una tariffa annuale di 250 euro. Sicuramente è conveniente per chi viaggia molto, ma per chi utilizza il trasporto pubblico solo saltuariamente resta una soluzione troppo costosa e poco attrattiva. Per avere meno auto sulle strade, il trasporto pubblico deve diventare interessante proprio per quelle persone che oggi lo utilizzano poco.

Barbara Hölzl – Se avessi una bacchetta magica, anticiperei la realizzazione del Centro della Mobilità di Merano, in modo che potesse entrare in funzione contemporaneamente all’apertura della circonvallazione nord-ovest. Sappiamo già oggi che su questo fronte siamo in ritardo e, per quanto l’apertura della circonvallazione sia molto attesa, siamo anche consapevoli che nella fase iniziale continueranno a verificarsi criticità e colli di bottiglia nell’area del nodo della stazione ferroviaria, finché il Centro della Mobilità non sarà completato.

Daniel Alfreider – Il secondo binario tra Bolzano e Merano. Quando lo avremo realizzato, viaggeranno più persone in treno e questo significherà, soprattutto, meno auto a Bolzano.

C’è una scelta “difficile”, potenzialmente impopolare, che ritenete necessaria per fare un salto di qualità?

Madeleine Rohrer – Per rendere i centri urbani più attrattivi, a misura d’uomo e di donna, e quindi anche più sicuri per chi si muove a piedi e in bicicletta, è necessario limitare l’accesso alle auto di chi non ci abita. Questo vale innanzitutto per chi arriva da fuori, come i turisti. Non tutti devono poter entrare nei centri delle nostre città con la propria auto.

Barbara Hölzl – In questo momento Merano si trova di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Con l’apertura della circonvallazione nord-ovest abbiamo un’opportunità concreta per trasformare in modo sostenibile la mobilità cittadina. Questo comporta anche la necessità di prendere decisioni difficili e, in alcuni casi, potenzialmente impopolari, che non saranno immediatamente comprensibili o condivise da tutti. Per migliorare la qualità urbana sarà indispensabile ridurre il traffico individuale nel centro cittadino e rendere più tranquille alcune delle principali assi viarie. Allo stesso tempo dovremo ripensare, insieme ai Comuni limitrofi, il tracciato e l’organizzazione di tutte le linee di autobus che attraversano Merano, con l’obiettivo di rendere il trasporto pubblico più efficiente, attrattivo e competitivo.

Daniel Alfreider – Sì. Nelle aree urbane lo spazio è limitato e va gestito meglio. Questo significa dare priorità a soluzioni che muovono più persone con meno ingombro, quindi trasporto pubblico e intermodalità. Allo stesso tempo, è giusto dirlo chiaramente: continuiamo a investire anche su sicurezza e resilienza delle infrastrutture stradali, perché non tutti possono rinunciare all’auto. Le due cose non si escludono: si completano.

Ha in mente una buona pratica vista altrove (in Italia, in Europa o nel mondo) che sarebbe davvero replicabile in Alto Adige? Quale e perché?

Madeleine Rohrer – Quello che ci accomuna è una cosa molto semplice: siamo tutte e tutti pedoni. Lo siamo quando andiamo alla fermata dell’autobus o in stazione, quando raggiungiamo il parcheggio per salire in auto e persino quando prendiamo la bicicletta. In ogni comune esistono esempi di spazi pensati prima di tutto per le persone: luoghi che invitano a fermarsi, con superfici piacevoli, marciapiedi ampi e alberi che offrono ombra, sempre più preziosa nelle estati rese calde dal cambiamento climatico. A Merano, per esempio, via Leopardi combina un marciapiede largo, una ciclabile con asfalto chiaro e l’alberatura. Non si tratta nemmeno di inventare qualcosa di nuovo: già chi ha progettato le nostre città in passato aveva chiaro quanto fossero importanti spazi pubblici ampi, alberati e accoglienti. È una visione che abbiamo già sotto gli occhi e che oggi dovremmo semplicemente estendere a tutto il territorio.

Daniel Alfreider – Sono stato a Copenaghen per studiare la mobilità ciclistica. È una città modello, però la lezione più utile è che non hanno cambiato tutto subito: hanno lavorato in modo coerente, pezzo a pezzo, strada per strada, dando più spazio e più sicurezza a bici e mobilità pedonale. È un approccio replicabile anche da noi, perché in Alto Adige esiste già una base solida: la rete ciclabile intercomunale supera i 500 km e negli ultimi anni abbiamo messo in campo investimenti record. Dal 2022 al 2024 la Provincia ha stanziato 67,8 milioni di euro, con quasi 60 km di nuove ciclabili o miglioramenti in corso, grazie a un mix di risorse provinciali, fondi UE e PNRR.

Guardando al futuro, tra 15–20 anni, che tipo di mobilità vorrebbe per la provincia?

Madeleine Rohrer – Tra 15–20 anni vorrei una mobilità in Alto Adige che renda l’auto privata non più necessaria. Treni frequenti, comodi e veloci — a partire dal collegamento ogni 15 minuti tra Merano e Bolzano —, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, continui e ben progettati: così muoversi senza macchina diventa naturale e conveniente. I soldi che oggi spendiamo per carburante, parcheggi, manutenzione o per acquistare una seconda auto potrebbero restare nelle nostre tasche, riducendo la pressione economica sulle famiglie e aumentando la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Vorrei che, soprattutto a Bolzano e Merano, il trasporto pubblico fosse la scelta più naturale: treni frequenti dove serve, stazioni comode e accessibili, e nodi intermodali che rendono semplice cambiare mezzo. E la mobilità funziona davvero quando è anche facile da capire e conveniente: per questo sono importanti tariffe chiare, come il pass a prezzo fisso Fix365 a 250 euro l’anno e l’opzione Fix30 a 39 euro al mese, che rendono più semplice scegliere ogni giorno treno e autobus.

Nella transizione, chi rischia di restare penalizzato, e come evitarlo?

Madeleine Rohrer – Già oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Pensiamo ai giovani o alle persone anziane senza patente, costretti a dipendere dall’offerta del trasporto pubblico o dalla disponibilità di parenti e amici muniti di auto. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Rischiano di restare indietro le persone che hanno meno alternative: chi vive lontano dalle stazioni, chi ha orari rigidi, anziani e persone con disabilità. Per questo servono misure pratiche: stazioni e mezzi accessibili, collegamenti bus affidabili verso le stazioni, e soluzioni mirate dove una linea tradizionale non è efficiente. Anche l’aspetto economico è decisivo: tariffe semplici e sostenibili aiutano a non lasciare indietro nessuno. Per i senior, ad esempio, il 65+ Pass arriva a 5 centesimi al giorno per chi ha più di 75 anni.

Alla fine, il punto non è solo tecnico, né solo ambientale. È anche una questione sociale e di libertà quotidiana. Come lo dice Rohrer: “oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.”

Ci vediamo nel 2046.

Autore: Marco Valente

Sogni olimpici e dintorni

Nel momento in cui scriviamo (martedì 17 febbraio) le Olimpiadi non si sono ancora concluse, ma una serie di momenti, pensieri, emozioni, e immagini sono già impressi nella nostra mente. 

I fortunati che hanno avuto occasione di assistere dal vivo alle gare ci potrebbero dire qual è stata l’aria che hanno respirato, facendo il tifo per i propri beniamini e poi applaudendo i vincitori. Gli spettatori potrebbero anche raccontarci dettagli in realtà non marginali, ovvero come è a loro sembrata l’organizzazione degli eventi. Per quel che sappiamo ad Anterselva la macchina organizzativa sulla scia dell’evento annuale di coppa del mondo con il biathlon ha avuto modo di dimostrare la propria esperienza, messa però a dura prova dal valore aggiunto dell’impronta olimpica. Sappiamo che i problemi principali sono venuti dalla gestione della mobilità in una valle, la Pusteria, che già normalmente in diversi periodi dell’anno risulta congestionata dal traffico. Ci sarà naturalmente modo di riparlarne, a giochi conclusi. 

A me personalmente sono rimaste impresse le imprese compiute da alcune atlete che da poco si erano riprese da infortuni, come l’incredibile Federica Brignone nello sci alpino e Flora Tabanelli nel freestyle. Ma anche la grande dignità e il giusto spirito manifestato da una campionessa del calibro di Linsey Vonn, gravemente infortunatasi a Cortina. Ad Anterselva splendida è risultata la vittoria di Lisa Vittozzi; una vittoria non urlata e gestita con grande compostezza e stile. 

Splendidi sono stati i tantissimi sorrisi di queste centinaia e centinaia di giovani, alle prese con il loro sogno sportivo. Sia quelli dei vincitori che quelli degli sconfitti o di coloro che – per forza di cose – hanno solo avuto ruoli di comparse. 

Come già era avvenuto 4 anni fa mi ha colpito moltissimo la dignità di coloro che sono arrivati solo ad un passo dalla medaglia. Sono stati tanti i quarti posti nella squadra azzurra e io ho ancora stampato negli occhi il volto di Lara Della Mea, arrivata quarta nello slalom gigante che ha visto il secondo oro di Federica Brignone. Sui social sono stati in molti a voler abbracciare, virtualmente, la giovane friulana, che proprio con quel quarto posto ha fatto segnare il miglior risultato (finora) in carriera. 

Forse però l’atleta che mi ha colpito di più è stato Atle McGrath, lo slalomista norvegese che – uscito nella seconda manche dopo aver fatto registrare il miglior tempo nella prima – ha lanciato i bastoncini, sganciato gli sci e a piedi si è diretto ai margini del bosco per sdraiarsi e in qualche modo riprendersi dalla grande delusione appena vissuta. In quel momento era solo un giovane uomo, solo, su sfondo bianco. Al quale tutti noi abbiamo voluto bene. 

Autore: Luca Sticcotti

La cura degli anziani #2

Proseguiamo nel nostro percorso volto a conoscere meglio il sistema complesso di servizi pubblici e associazioni che – nella nostra provincia – vengono incontro alle famiglie nel percorso di cura degli anziani alle prese con disabilità più o meno marcate. Questa volta il focus è su ANMIC e Centro tutela per i diritti del malato. 

Ho conosciuto il sistema della cura non da esperto, ma da figlio: accompagnando i miei genitori anziani nell’ultima fase della loro vita. È un’esperienza che costringe a orientarsi tra regole, procedure e percorsi non sempre immediati da capire, e che fa toccare con mano quanto il rapporto tra cittadini e servizi dipenda anche dal contesto. Ci sono operatori che si “fanno in quattro” – assistenti sociali, professionisti dell’Azienda sanitaria e dei servizi sociali – e che sanno davvero accompagnare. Ma il sistema, nel suo insieme, resta complesso: basta un’informazione mancante, un appuntamento rimandato o un passaggio interpretato in modo diverso per rendere tutto più difficile.

Le due interviste che seguono non raccontano soluzioni miracolose, ma due esperienze concrete. Mostrano come alcune associazioni possano fare da ponte, aiutando le persone a orientarsi tra le regole e a non restare sole: l’ANMIC e il Centro di Tutela dei Diritti del Malato.

L’ANMIC IN ALTO ADIGE

Con circa 6.000 soci in tutta la provincia, l’ANMIC Alto Adige – sede provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili – rappresenta un punto di riferimento insostituibile per chi affronta il percorso dell’invalidità civile o della disabilità. Tra burocrazia, normative complesse e bisogni concreti, l’associazione offre orientamento, assistenza pratica e ascolto.

Ne abbiamo parlato con Giulia Ferrarese e Karin Klotz, referenti della sede di Bolzano

Che cos’è l’ANMIC e a chi si rivolge?

Siamo un’associazione di categoria riconosciuta a livello nazionale, con oltre cento sedi in tutta Italia. A Bolzano seguiamo esclusivamente persone con invalidità civile, ovvero patologie o disabilità che non derivano da cause di guerra o lavoro. Offriamo supporto per ottenere il riconoscimento dell’invalidità, per la Legge 104, per eventuali aggravamenti o ricorsi, e aiutiamo a conoscere i propri diritti.

Quali sono i servizi più richiesti?

Ci occupiamo della compilazione e dell’invio delle domande agli uffici competenti, seguiamo la persona prima e dopo la visita della commissione medica, interpretiamo insieme il verbale e le accompagniamo anche nelle domande successive.

Che differenza c’è tra ANMIC e un patronato? 

I patronati gestiscono molti tipi di pratiche per un’utenza molto ampia. Noi invece siamo specializzati esclusivamente nell’invalidità civile. Questo ci permette di offrire una consulenza mirata, individuale, approfondita. Ogni appuntamento è dedicato a entrare nel merito del caso specifico.

Chi sono i vostri soci?

Abbiamo soci in tutta la provincia, e la maggioranza sono anziani, perché molte patologie insorgono con l’età. Ma il 30% della nostra utenza sono adulti in età lavorativa e bambini con disabilità dalla nascita, come l’autismo o la sindrome di Down.

Il vostro lavoro ha anche una forte componente umana.

Assolutamente. Spesso accogliamo persone smarrite, che non sanno dove andare né cosa fare. Alcune sono preoccupate, altre addirittura disperate. Il nostro ruolo è anche quello di rassicurarle, ascoltarle, far capire che non sono sole. E questo vale non solo per le persone invalide, ma anche per i loro familiari, che spesso si trovano a gestire situazioni difficili senza strumenti. Cerchiamo di dar loro sicurezza, li aiutiamo a capire come muoversi. A volte basta sapere che c’è qualcuno disposto ad ascoltare, per ritrovare un po’ di fiducia.

L’ANMIC non si occupa solo di assistenza amministrativa. Quali sono le altre attività che portate avanti?

Oltre al supporto individuale, promuoviamo percorsi gratuiti di formazione professionale per invalidi civili disoccupati. L’anno scorso abbiamo attivato un corso di contabilità e uno di marketing, con tirocinio finale. Molti partecipanti hanno trovato lavoro proprio nelle aziende ospitanti.

Realizzate anche progetti legati alla sensibilizzazione?

Sì, da cinque anni assegniamo il Premio Ottone Nigro ad aziende, enti o persone che si distinguono per l’inclusione degli invalidi civili. È un modo per dare visibilità a chi crea opportunità, spesso senza clamore.

Come si può accedere ai vostri servizi?

I nostri servizi sono rivolti a chi decide di associarsi all’ANMIC. Accompagniamo anche le persone che si avvicinano per la prima volta al percorso di riconoscimento dell’invalidità, fin dalla prima domanda. A volte si associano anche familiari: è un gesto di sostegno, ma anche un modo per sentirsi parte attiva di un percorso che riguarda da vicino una persona cara.

Dove si trova la sede e come si può entrare in contatto con voi?

Siamo a Bolzano, in via Dante 20/B, ma lavoriamo per tutta la provincia. Tutte le informazioni, i contatti e gli aggiornamenti sono sul nostro sito: www.anmic.bz

CENTRO TUTELA DIRITTI DEL MALATO

Stefano Mascheroni: qual è il cuore del vostro lavoro?

Aiutiamo i cittadini a orientarsi e a far valere i propri diritti. Ascoltiamo i bisogni delle persone: quelli espressi in modo chiaro, ma anche quelli più nascosti, che emergono solo con un po’ di dialogo in più. Le accompagniamo in un percorso per cercare una soluzione, che può essere sanitaria, socio-sanitaria o assistenziale. Oggi questo è ancora più importante, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità legate all’età, alla disabilità o alla solitudine.

Si può dire che siete un po’ gli “avvocati del malato”? 

Forse è una definizione eccessiva, ma in parte sì: siamo un’associazione di tutela. Da oltre sedici anni aiutiamo malati e familiari a far valere i propri diritti. Non tutti hanno gli strumenti per orientarsi nel sistema o per farsi ascoltare. Noi cerchiamo di colmare questo divario, mettendo a disposizione competenze ed esperienza.

Che tipo di situazioni vi vengono segnalate? 

Spesso si tratta di difficoltà burocratiche, di accesso ai servizi o di incomprensioni con le strutture. A volte basta poco per sbloccare una situazione ferma: una spiegazione, una telefonata, un chiarimento. Altre volte serve più tempo. Il primo passo, comunque, è sempre l’ascolto.

Ci sono storie che l’hanno colpita in modo particolare?

Molte. Ma ciò che colpisce di più è quando le persone tornano da noi per ringraziare. A volte anche da lontano, solo per dire che ce l’hanno fatta. È il segno che il nostro lavoro ha avuto un senso.

Come si può entrare in contatto con voi?

La nostra sede principale si trova a Bolzano, presso il Distretto socio-sanitario Gries, in Piazza A. W. Löw Cadonna 12 (ex via Amba Alagi 20), al primo piano, stanza 103. Tutte le informazioni sono disponibili sul nostro sito: tdmaa.org. Chi ha bisogno, può bussare: siamo qui per ascoltare.

Autore: Till Antonio Mola

Merano e i “suoi” immigrati

Merano è una città abituata ai passaggi. Da sempre. Passaggi di lingue, di persone, di confini. C’è chi arriva per restare e chi arriva “solo per un po’”. Qui le storie di spostamento non sono una novità: la città delle cure, del turismo, delle stagioni, ha visto arrivare gente da fuori molto prima che la parola “migrazione” diventasse un tema da dibattito. Per questo parlarne può essere facile (perché le vedi) e difficilissimo allo stesso tempo.

// Di Marco Valente

Le storie che seguono sono reali, ma nomi e dettagli identificativi sono stati cambiati o omessi per motivi di privacy. Il filo rosso è Antonio Rovito, avvocato che da oltre dieci anni accompagna persone straniere tra permessi, residenze, ricongiungimenti. Non è un pezzo “su” Antonio Rovito. È un pezzo su Merano e su ciò che passa dal suo osservatorio. Qui a Merano, in pochi seguono questa materia ogni giorno.

Avvocato…?

No, per favore. Antonio. Mi chiamano così anche i miei clienti.

Antonio, quando uno “ce l’ha con i migranti”… lei da dove comincia?

Dalla pizza. A te piace la pizza? E come la mangi? Rossa. E allora: quel pomodoro chi l’ha raccolto? È in regola? Quanto ha guadagnato per raccogliere 100, 200, fino a 700 chili sotto il sole a quaranta, quarantacinque gradi? Magari è un padre di famiglia dello Sri Lanka, sfruttato, pagato 25 o 30 euro al giorno. Poi chiedo: vai nei ristoranti? E chi ha lavato i piatti dove stai mangiando? Questa domanda spiazza.

Perché spiazza così tanto?

Perché ti porta dove non guardi. La città vive anche di lavoro invisibile. Nelle cucine, anche quelle rinomate e super lussuose, spesso trovi squadre fatte in gran parte da lavoratori di origine straniera. Nel Meranese ho visto decine di contratti di cuochi e aiuto cuochi bengalesi. A quel punto l’offesa gratuita si inceppa.

C’è chi dice: sì, però ci sono anche i reati…

È vero che una parte dei reati è commessa anche da cittadini extracomunitari. Ma se arrivano migliaia di persone all’anno, è fisiologico che una percentuale piccola faccia danni. Non è quello che descrive la maggioranza.

Sotto la superficie, quali sono gli ingrranaggi che decidono se una persona riesce a vivere “normale”?

Dipende anche da come arrivi. C’è chi arriva regolarmente, per esempio con il decreto flussi. E lì i primi passaggi sono quasi sempre quelli: permesso di soggiorno, iscrizione al servizio sanitario, residenza. Tre porte. E dalla residenza discendono diritti molto concreti.

Negli ultimi anni qual è stata la porta più pesante?

I ritardi nel rilascio dei permessi. Si parla di tempi oltre l’anno, in alcuni casi vicini ai due. Ultimamente sta migliorando, ma l’attesa non è un numero: è ansia, stress, incertezza.

In concreto, cosa blocca davvero?

La “ricevuta”. Per molti è un foglio che non vale niente. In realtà spesso ti consente di restare regolarmente sul territorio mentre la pratica va avanti. Solo che non tutti lo sanno. Se cerchi casa con la ricevuta in mano, spesso ti dicono no. Se vai da un piccolo datore di lavoro, magari non ti assume. E intanto la vita resta ferma.

Quindi il tema non è solo la legge, è l’informazione.

Esatto. Se l’informazione è irraggiungibile, la regolarità diventa un percorso a ostacoli. Ho visto persone perdere mesi perché una pratica era impostata male e quando arrivi all’appuntamento ti dicono: rifai. E il rischio è grosso, perché qui c’è di mezzo la possibilità di diventare irregolari. Le norme cambiano spesso, i dettagli contano, e chi arriva investe sacrifici di una vita per essere qui.

Anche lei, in fondo, ha una storia di spostamento.

Io vengo da un paese vicino a Tropea. Sono arrivato a Merano grazie alla mia compagna, senza conoscere nessuno, con tante paure. Poi ho scoperto che poteva funzionare. Oggi ho famiglia, tre figli, lavoro, associazionismo. È una storia normalissima, ma mi aiuta a capire cosa significa ricominciare.

A questo punto Antonio mi apre una porta in più, e mi fa incontrare le storie di Rahim e Amadu (nomi di fantasia).

Rahim, quando è arrivato in Italia?

Nel 2003 o 2004. Sono partito da solo. Ho lavorato, mi sono inserito, ho preso casa in affitto.

Poi è arrivato il ricongiungimento con la sua famiglia.

Mia moglie stava molto male. Aveva bisogno di terapie urgenti.

Cosa ha fatto la differenza, qui a Merano?

La rete. Antonio ha preso contatti con l’ospedale prima che lei arrivasse. Cartelle cliniche, reparto, medici. Quando è arrivata siamo andati subito in ospedale e le cure sono ripartite. L’iscrizione sanitaria è stata sistemata dopo. Quella settimana non la dimentico.

E oggi?

Oggi i figli sono qui. Scuola, sport. Uno ha scelto la scuola tedesca e parla tedesco fluentemente.

Amadu, la sua storia è diversa, ma parla della stessa città.

Io lavoro in cucina. Tante ore. Mando i soldi a casa. Una volta ho mandato 7 euro e ho pagato quasi 5 euro di commissioni. Alla fine sono arrivati 2 euro. Con quei soldi mia madre ha comprato riso e a casa hanno mangiato per settimane.

È riuscito a rimettere in ordine i documenti?

Sì, dopo anni. Quando ho ottenuto il permesso e sono tornato a casa, ho riabbracciato mia figlia. Sto costruendo una casa in mattoni, sono al piano piano.

Antonio, in mezzo a queste storie e queste difficoltà, esiste anche qualcosa che funziona come sistema?

Sì. Il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) qui funziona molto bene. Vedi persone che imparano la lingua, entrano nel mondo lavoro, trovano una sistemazione. È un modello serio, con esiti quasi sempre positivi: persone che ne escono con lingua, lavoro e una casa.

E cosa la fa più arrabbiare?

Quando qualcuno si approfitta dello straniero. Una stanza in soffitta, non abitabile, 14 metri quadri, indicata come “uso deposito”, a 500 euro al mese, con bagno condiviso. E i locatori sono persone nate qui. Non è solo un problema di chi arriva. È un problema di chi è già qui e sceglie di sfruttare.

Merano convive già. Nelle scuole, nelle cucine, negli uffici, nei condomini. Convivere è una cosa concreta che ti costringe a rivedere idee, a capire meglio come funzionano le regole e dove si inceppano. La diversità può essere vista come ostacolo oppure come opportunità, un arricchimento. Dipende da noi.

Autore: Marco Valente

Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Quando la solidarietà è uno stile di vita

Sara Schena e Renata Schwendtner: sono loro le due vincitrici del Premio Solidarietà 2025 del Comune di Merano. E già qui viene un po’ da pensare: la solidarietà di per sé non è una medaglia da appuntarsi al petto, non è un podio, non è un “il vincitore è…”. Eppure ogni tanto serve anche questo, un gesto pubblico che dica chiaramente: guardate che vivere così è possibile.

Vado a trovare Sara Schena per farle due domande e lei sta cucinando… i cannelloni. Sì; mentre la interrogo su servizio, gratuità, cura degli altri, lei che fa? Mi prepara la cena.
Chi la conosce non ha dubbi: Sara non cerca i riflettori, eppure da anni illumina alcuni pezzi della città di Merano: in parrocchia, nel gruppo scout, al consiglio pastorale cittadino, all’emporio solidale Tenda di Abramo (nato nel luglio 2020, nel pieno della pandemia), in occasione delle iniziative organizzate dal Pozzo di Giacobbe con progetti e dialogo interreligioso in Africa occidentale… e un’infinità di altre “piccole” cose che piccole non sono mai.
Sara è maestra elementare, da oltre venticinque anni attiva nello scautismo e da quindici educatrice con ragazze e ragazzi nella fascia d’età 8-20 anni. Un curriculum? No: uno stile.

Quando hai ricevuto la notizia del Premio Solidarietà 2025? Dove eri, cosa stavi facendo?

Ero sotto casa. Stavo rientrando, ero lì a un passo dal portone. Mi chiamano e io… non ci credevo. Non me l’aspettavo proprio. Ci ho messo un attimo a realizzare. Poi non riuscivo più ad andare a casa: ero troppo felice. Ho iniziato a correre e saltellare per la città. Avrei voluto urlarlo al mondo… ma mi hanno chiesto di non dirlo a nessuno.

Com’è stato tenersi questa notizia tutta per sé?

Un po’ assurdo. Il giorno dopo sono andata a firmare, e dopo la firma sono andata a prendermi una camomilla da un’amica… senza poterle dire nulla. Ero contentissima, ma… acqua in bocca.

Da maestra elementare, come spiegheresti i concetto di solidarietà a un bambino o una bambina delle tue classi?

Direi loro che è cercare di fare del proprio meglio per rendere più bella la vita delle persone attorno. Se vedi qualcuno che ha bisogno e tu hai gli strumenti per aiutarlo semplicemente li condividi, non te li tieni per te. E in questo cresci anche tu. Perché poi ci si accorge sempre di più di ricevere tanto, mentre si dona.

Dove si incarna oggi, concretamente, la tua solidarietà?

Nel gruppo scout, alla Tenda di Abramo, in ambito parrocchiale. In cose semplici: leggere in chiesa, pulire la chiesa. E nel Pozzo di Giacobbe, nel team ecumenico… insomma, in tutto ciò che ha a che fare con il mettersi al servizio degli altri.

Quali sono i temi ti toccano più spesso?

Educazione, sostegno a chi è in difficoltà… E anche dialogo interreligioso e progetti di cooperazione internazionale.

Un episodio concreto: dov’è che hai “visto” la solidarietà, non solo pensata ma toccata con mano?
Alla Tenda di Abramo. All’inizio, durante il periodo della pandemia, nel vedere così tanta gente in fila. Persone che stavano lì ore. E capire che anche persone vicine a noi possono trovarsi a non avere abbastanza cibo, a dover chiedere,,, mentre per me avere da mangiare è sempre stato scontato. È una cosa davvero vicina, concreta.

Immaginiamo uno scenario assurdo: a Merano la solidarietà sparisce. Cosa succede?

Diventerebbe un mondo triste. Una città segnata dall’egoismo. Le persone sarebbero più sole. E alla fine ci perderebbero tutti. Anche chi pensa di “farcela da solo”.

Quindi possiamo dirlo: la solidarietà fa bene?

Decisamente. Fa bene a chi la fa, a chi la riceve… a tutti. Possiamo considerarla un bell’investimento nel futuro.

E può essere un anticorpo alla solitudine?

Sì. Per chi la fa e per chi la riceve.

Cosa manca, allora? Come si rende più accessibile la solidarietà a chi non sa da dove cominciare?
Le opportunità ci sono, in realtà. A volte le persone sono troppo prese dalla loro vita. Io, invece, vi dico che da queste cose si riceve tanta energia: motivano, non stancano.

C’è chi urla durante i vari comizi “Make America/Europe/Italy Great Again”… tu cosa rispondi? Quale slogan suggeriresti?

Io ripeterei quello che ci ha insegnato Baden Powell: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato”. Fa bene al mondo che ci circonda, ma fa bene anche a noi. E spero di essere contagiosa: contagiare gli altri con la gioia del servizio.
C’è una cosa che mi rimane addosso, uscendo da questa cucina: Sara non parla di solidarietà come di un dovere morale, ma come di uno stile di vita che dà ossigeno. Non l’ossigeno retorico delle grandi parole (quello brucia e si consuma in fretta) ma quello concreto dei gesti: ascolto, presenza, tempo.
E allora forse questo premio è davvero un “premio-non-premio”: non incorona una persona, ma ci dice chiaramente che se si vuole, si può vivere anche così, e che fa bene.

Autore: Marco Valente

In viaggio, da Merano a Sarajevo

Due meranesi nei giorni scorsi hanno fatto un viaggio verso la Bosnia e la sua capitale Sarajevo, riscoprendo legami e similitudini spesso molto più evidenti di quel che siamo portati a pensare. I confini che hanno attraversato hanno il sapore della consuetudine, anche per noi. Oggi.

Quelli che seguono sono appunti di un viaggio lento: una traversata in Bosnia-Erzegovina fatta più di immagini che di parole, compiuta dal 28 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026 da Marco Valente insieme a suo padre Paolo.
Il viaggio è stato compiuto a bordo di un vecchio van color argento, seguendo una rotta che metteva in comunicazione tra loro le seguenti località: Merano – Bihac – Jajce – Travnik – Busovaca – Sarajevo – Mostar – Banja Luka – Merano.
Non è un diario completo. Sono considerazioni a margine, note a piè di pagina raccolte lungo la strada.

lu.s.

ATTRAVERSO I CONFINI

Merano–Sarajevo-Merano: confini che si vedono. E confini che restano sotto terra, carsici, ostinati, quelli a cui è più difficile dare un nome.

Per noi altoatesinosudtirolesi il tema non è esotico. Qui il confine è pane quotidiano: lingue che si incrociano, cartelli doppi (a volte tripli), appartenenze che si sfiorano, che si sovrappongono e… che si urtano. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina, e Sarajevo in particolare, esercitano un certo magnetismo: una “terra plurale” dove il confine, o meglio, i confini, sono cicatrici ancora leggibili.

L’inverno bosniaco è impattante: distese innevate, ghiacci che gelano il respiro, fiumi interminabili, boschi di abeti rossi che ti accolgono con aria familiare e che potrebbero stare tranquillamente nella nostra Val Pusteria (terra che, nei secoli, ha incrociato anche presenze slave). Non è lontano come si pensa… se ci si pensa. Ma ci si pensa? Ci si pensava?

Merano e Sarajevo, in linea d’aria, sono circa 650 chilometri. Per capirci, la distanza tra Merano e Napoli è attorno ai 690 chilometri. Eppure di mezzo c’è il mare. Letteralmente. Quel mare che trent’anni fa ha tenuto “distante” una brutale guerra che ancora oggi ci fa fare i conti con la nostra coscienza. La coscienza dell’Europa della pace. Insomma né là né qua il capitolo è ancora chiuso.

La pluralità si manifesta (e si realizza), tra le altre cose, anche con i cartelli bilingui. Belli e necessari. Ma poi… cancellature, spray, parole negate. Come a dire: io esisto, tu no. Un déjà-vu? Forse. 

Eppure ci sono scene che alleviano la rassegnazione. A Travnik, a mezzogiorno, salgono insieme il suono dolce delle campane della chiesa e il canto di richiamo alla preghiera del muezzin. Non è concorrenza, nemmeno una gara a chi copre l’altro, ma due melodie, che per un attimo stanno nello stesso spazio. Per un attimo scelgono di con-vivere.

“Merano–Sarajevo–Merano” scelto “lento”, diventa quasi un metodo. Strade impervie, paesaggi che sembrano non finire, paesi che obbligano a rallentare a passo d’uomo. La lentezza impedisce di consumare i luoghi come fossero contenuti per i social media: costringe a guardare meglio, anche le brutture, sì, ma soprattutto le ricchezze non raccontate.

Per esempio. In Bosnia-Erzegovina l’istruzione è ancora organizzata su un impianto “etnico”: programmi diversi, storie diverse, memorie che non si parlano e non si toccano, che nella versione nostrana sarebbe “due scuole sotto lo stesso tetto”. In questo scenario però dà speranza l’esperimento delle scuole cattoliche, che prova a far sedere allo stesso banco ragazzi e ragazze della comunità serba, croata e bosgnacca.  “Scuole per l’Europa” si chiamano, seguendo un’intuizione del vescovo Pero Sudar, una scommessa che è diventata missione: insegnare ai bambini a vivere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. 

Qui lo specchio si gira automaticamente verso l’Alto Adige, dove la scuola è un campo sensibile: insegnamento della lingua/delle lingue, senso di appartenenza… temi più che attuali, evidentemente. E proprio mentre si discute di come tenere insieme pluralità e coesione, il 5 gennaio l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha incontrato a Bolzano il presidente Arno Kompatscher: al centro del colloquio le sfide delle società multietniche, il ruolo centrale dell’istruzione, la comprensione tra gruppi linguistici ed etnici e la tutela delle minoranze. “L’autonomia vive di dialogo e rispetto reciproco” dice il comunicato stampa. Non a caso si sottolinea che Schmidt si è interessato “in particolare della gestione della pluralità e del sistema scolastico”. 

C’è un altro filo che lega. Senza la retorica delle parole pronunciate tanto per parlare: i viaggi studio. In regione, da anni, Arci propone “Ultima fermata Srebrenica”, un percorso che porta a Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, per studiare, ascoltare, toccare con mano ciò che la distanza tende a rendere astratto, troppo lontano per sentirlo proprio. Perché la memoria, se resta solo commemorazione, diventa un monumento muto. Se invece è incontro, può diventare parola.

C’è poi la grande diaspora bosniaca, che è un altro confine, fatto di partenze. Secondo la Banca Mondiale, circa 1,7 milioni di persone originarie della Bosnia-Erzegovina vivono oggi in un altro Paese. E qui, ancora una volta, lo specchio non è comodo: anche l’Alto Adige sente la tentazione della valigia. Si parla di circa diecimila persone partite in tre anni (2022–2024) e di un tasso di emigrazione tra i più alti in Italia, in rapporto alla popolazione.

“Sarajevo, Gerusalemme d’Europa” diceva, Alexander Langer (a cui è dedicato un sentiero proprio sulle montagne della capitale bosniaca). E tra nuove guerre, dazi, diritto internazionale c’è da chiedersi… ma quale Europa? Quale sogno europeo? Quello capace di tradursi in desiderio di pace tra i popoli e per i popoli?

Alla fine resta una convinzione poco comoda ma molto concreta: la pace non si cerca, si costruisce. Perché è un mestiere fare ponti. Ma un ponte, da solo, non basta. Serve qualcuno che lo attraversi.

Autore: Marco Valente