2 giugno: 80 anni dalla Repubblica e dal primo voto femminile

Nel 1945 l’Italia raggiunse finalmente un traguardo storico e a lungo inseguito: l’approvazione del suffragio femminile. Una conquista che coronava una lotta nata ben prima, fin dai primi passi dell’Unità d’Italia (1861).

Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, petizioni e proposte di legge per i diritti delle donne si erano susseguite invano. All’inizio del Novecento il movimento crebbe d’intensità: a Milano nacquero l’Unione femminile nazionale (1899) e i primi Comitati pro suffragio (1904), mentre Maria Montessori lanciava il suo celebre proclama: “Donne tutte, sorgete!”, ricordando come nessuna legge vietasse esplicitamente alle donne l’accesso alle urne. Nel 1908, il Primo Congresso nazionale delle donne italiane a Roma mise nero su bianco la richiesta del suffragio alle stesse condizioni degli uomini. Con l’avvento del fascismo negli anni Venti, tuttavia, il movimento subì una brusca battuta d’arresto: le promesse di Mussolini sul voto amministrativo alle donne non furono mai mantenute e le organizzazioni emancipazioniste vennero sciolte.

Con la caduta del fascismo moltissime donne si unirono alla Resistenza e, dopo la Liberazione, forti di quell’esperienza, rivendicarono la piena cittadinanza politica. Tra il 1944 e il 1945 l’Unione Donne Italiane e il Comitato pro-voto mobilitarono i partiti fino a ottenere, il 30 gennaio 1945, il decreto del governo Bonomi che riconosceva il diritto di voto alle donne sopra i 21 anni. Nel marzo 1946 arrivò anche l’eleggibilità: nello stesso mese, le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative, portando nei consigli comunali circa 2.000 donne.

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. L’affluenza femminile superò l’89% e vennero elette 21 donne alla Costituente. Tra i banchi della Costituente sedeva anche la trentina Elsa Conci, figura chiave per la nostra regione, fortemente impegnata nella difesa della tutela altoatesina. Fu proprio quell’Assemblea ad approvare, nel 1948, il primo Statuto di autonomia per le province di Bolzano e Trento.

Nel panorama nazionale emerge però un’eccezione significativa: quella dell’Alto Adige. La  nostra provincia, infatti, non partecipò al referendum del 1946 poiché era ancora considerata un territorio conteso, in attesa della definizione dei trattati di pace. A questa eccezione si aggiunse un’ulteriore particolarità: la Bassa Atesina risultava ancora appartenente alla Provincia di Trento secondo i confini del 1927. Per questo motivo poté partecipare al referendum istituzionale, ma non all’elezione dell’Assemblea Costituente.

La particolare situazione internazionale sudtirolese costrinse le donne altoatesine ad attendere il 18 aprile 1948, data delle prime elezioni del Parlamento repubblicano, per poter finalmente recarsi alle urne e diventare cittadine a pieno titolo.

Questo anniversario ci ricorda che la libertà non è mai un dato acquisito una volta per tutte e che il voto non va percepito come un diritto e un dovere scontato. Votare significa esercitare la propria libertà e partecipare alla vita pubblica del Paese. Come suggeriscono le etimologie stesse delle parole: “Repubblica” – dal latino res publica, cioè “cosa pubblica” – e “politica” – dal greco politikós, termine che indica ciò che è “civico” e “sociale”, derivato da polis, la comunità dei cittadini — siamo chiamati a partecipare perché essa riguarda ciascuno di noi e il futuro che abbiamo davanti, anche in nome di chi ha lottato in passato. Possiamo votare perché siamo liberi, ma non dimentichiamo che siamo liberi anche perché votiamo.

Autrice: Anna Michelazzi

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un gruppo di infermiere dalla Bolivia in Alto Adige

Anabel, Evangelina, Sonia, Susana e Ximena sono cinque infermiere boliviane arrivate a Bolzano da pochi mesi e oggi impiegate in varie residenze per anziani. Ci hanno raccontato la loro esperienza: tra difficoltà, sogni e tanta voglia di integrarsi. 

Le infermiere Lavorano presso S.O.S. ONLUS — Cooperativa Operatori Socio Sanitari e attualmente frequentano un corso di italiano gratuito organizzato dalla scuola di lingue AZB Cooperform — all’interno del progetto “ESF3_h1_0084 – Lingue & Integrazione” finanziato dal Fondo sociale europeo (FSE+) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano. L’obiettivo è quello di fornire loro un livello di lingua italiana sufficiente per potersi muovere con agio sul lavoro e nella quotidianità. 

Qual è stato il momento in cui avete deciso di partire per l’Italia?

Sonia – Sei mesi fa, quando una mia amica è venuta a lavorare qui. Mi diceva di raggiungerla e di imparare l’italiano, ma non pensavo di potercela fare. Alla fine mi sono detta: “Bene, perché no?”. Ed eccomi qua. Ora sta andando meglio: sto imparando la lingua e sono contenta della mia scelta.

Anabel – Il nostro Paese non funziona né economicamente né politicamente e c’è tanta corruzione. Se sono qui, è solo grazie a mia mamma, che mi ha dato la forza di allargare i miei orizzonti. Mi diceva sempre: “Vai, apri le ali e spicca il volo. Non accontentarti. Sii forte e sogna!”.

Qual è stata la vostra prima impressione dell’Italia? Cosa ne pensate ora?

Evangelina – Inizialmente ero spaventata. Sono venuta da sola e senza nulla, solo con uno zaino. La persona che doveva venirmi a prendere mi aveva dato un indirizzo, ma non riuscivo a trovarlo perché non capivo bene l’italiano. In quel momento mi sono resa conto della barriera linguistica. Ora non ho più paura perché riesco a comunicare nella vita di tutti i giorni e sul lavoro. Ho capito che la lingua è un ostacolo che si può superare con pazienza e studio. Vedo già dei miglioramenti!

Sonia – Io invece sono arrivata con le altre. Appena ho messo piede in Alto Adige e ho visto le vigne, mi sono sentita un po’ a casa. C’è una città in Bolivia, Tarija, che ha un paesaggio simile a questo. A volte dimentico di essere lontana dal mio Paese. Mi sembra di essere a Cochabamba, la mia città, e che mia mamma che si trova a a Santa Cruz, sia in realtà qui vicino a me.

Raccontateci una vostra giornata tipo. Avete dovuto cambiare le vostre abitudini?

Anabel – Ho notato che le persone qui sono sempre di fretta, così sto cercando di abituarmi a fare lo stesso. Casa, lavoro, casa, lavoro… Non ho molto tempo libero. Ma quando ho un attimo, vado a fare un giro in bicicletta. Mi sento in pace. La natura è bellissima! È una cosa nuova per me, perché in Bolivia ci si sposta sempre in macchina o con i mezzi pubblici. Non importa se la destinazione sia a cinque minuti di distanza: siamo abituati così.

E il vostro lavoro? In cosa consiste?

Susana e Sonia – In Bolivia lavoravamo come infermiere negli ospedali. Spesso ci capitava di dover prendere decisioni importanti al posto dei dottori e di lavorare in chirurgia e in terapia intensiva. Qui lavoriamo nelle residenze per anziani e per ora ci troviamo bene, ma speriamo un giorno di poter tornare a quella che è la nostra vera professione.

Cosa vi manca di più del vostro Paese?

Tutte – La famiglia e gli amici. È triste essere così lontane dai propri cari.

Sonia – Anche il cibo! Il cibo è molto diverso da quello a cui siamo abituate; in Italia non mi sembra che ci sia l’abitudine di mangiare tanta carne e per noi è strano. Ogni tanto mi mancano i piatti del mio paese: pique macho, chicharrones e i dolci tipici boliviani.

C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe prendere dalla Bolivia e qualcosa che la Bolivia dovrebbe prendere dall’Italia?

Tutte – Il cibo!

Ximena – Ora mi trovo in Italia e preferisco adattarmi alla vita qui per potermi integrare al meglio. Quindi non cambierei niente. Invece, penso che la Bolivia dovrebbe importare varie cose: il sistema sanitario, la sicurezza, la pulizia, l’impegno per l’ecologia e la tutela della natura. Penso che una mentalità diversa sarebbe utile. Ci vorrebbe una volontà collettiva di miglioramento. 

Quali sono le vostre speranze per il futuro?

Evangelina – Portare qui la mia famiglia e poter vivere insieme a loro. Mostrare loro la città e tutte le cose che da noi non ci sono. Condividere queste nuove esperienze con mio marito Nicolas e con i miei figli Nicolas ed Eva Nicol. Questo è il mio desiderio più grande.

Autore: Tommaso Calamaro

Anvidalfarei, l’arte unisce padre e figlia

Un grande braccio caratterizza da questa settimana la piazza di Merano antistante Palais Mamming, ad annunciarne la nuova mostra dello spazio contemporaneo del museo, ossia “Mamming Now” all’ultimo piano.

 “MANS”, ossia mani, è il titolo dell’esposizione curata da Ursula Schnitzer, un allestimento artistico che vede padre e figlia per la prima volta insieme, con i loro lavori, in una mostra da assoluti protagonisti.

Si tratta dello scultore gardenese Lois Anvidalfarei e della figlia Anna, giovane artista vincitrice del Max Ernst Stipendium della Città di Brühl in Germania. La mostra allestita nella città del Passirio vede un intreccio di opere che evidenziano le parti del corpo quali mani, braccia piedi e teste.

Lois e Anna Anvidalfarei si incontrano qui in un dialogo fra mani. Sentimenti emozioni, questioni esistenziali, creatività scaturiscono da queste opere consentendo una riflessione fra gli artisti ma anche con i fruitori che visiteranno l’esposizione e si lasceranno rapire dalle opere e dal loro linguaggio. 

Lois Anvidalferei è nato a in Val Badia nel 1962. Dal 1976 al 1981 ha frequentato la scuola d’arte a Ortisei per continuare poi la propria formazione artistica all’Accademia di Belle Arti di Vienna, che frequentò fra il 1983 e il 1989. Affermato scultore, riconosciuto per le sue opere a livello nazionale e internazionale, è stato oggetto di un catalogo scritto dal grande critico lombardo Philippe Daverio, “Lois Anvidalfarei”, Milano: Skira, 2013.

La figlia Anna, nata a Bressanone nel 1996, realizza oggetti tessili e studia con Christian Schwarzwald all’Accademia di Belle Arti di Vienna. E’ la vincitrice del  Max Ernst Stipendium della Città di Brühl in Germania. Anna è risultata vincitrice tra le 231 candidature presentate e la giuria ha commentato così: “L’approccio audace e sensibile di Anna Anvidalfarei al tema del corpo è toccante e intenso, e lei raggiunge un grado di astrazione emozionante che non appare distanziato, ma anzi attiva ancora di più lo spettatore (…). Anvidalfarei carica poeticamente il corpo come spazio di risonanza individuale e sociale”. 

La mostra sarà visibile dal 29 maggio fino al 16 agosto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Park’o delle generazioni

C’è un parco nel mezzo di Merano che d’estate cambia faccia. Non è solo un’area verde: è un contenitore di musica, cultura, relazioni e generazioni che si mischiano. Si chiama Park’o, è al Parco Marconi, ed è alla terza stagione di vita. A coordinarlo per Arci è Miruna Andrei, che lo racconta con la passione di chi si prende cura.

Ci incontriamo al bar accanto al Coworking della Memoria — il “Cowo”, come lo chiama lei affettuosamente — sede di Arci nel centro di Merano, dove lavora. Mi offre un caffè, e tra un sorso e l’altro mi parla di un parco, di una città e di cosa vuol dire prendersi cura di uno spazio pubblico.

Come è nata la collaborazione tra Arci, il Comune e Strike Up? Cosa ha reso possibile mettersi insieme?

Abbiamo intercettato uno spazio che rischiava di non essere più utilizzato. Il Comune ha aperto alla possibilità di fare qualcosa, e per noi era anche evidente che ce n’era bisogno: la prima estate che abbiamo aperto, la gente del quartiere ci guardava quasi sollevata. “Per fortuna”, ci dicevano, “non è abbandonato.” Il centro giovani Strike Up gioca praticamente in casa essendo a due passi. Loro lavorano con i bambini e i più piccoli, mentre noi ci occupiamo di giovani e adulti. Era naturale dividersi le fasce orarie: la mattina per i più piccoli, il pomeriggio e la sera per tutti gli altri.

“Parco delle generazioni” suona bene, ma nella pratica chi frequenta questo spazio?

Proprio tutti. Bambini con i genitori, adolescenti, adulti. Gli infermieri della casa di riposo vicina che d’estate si siedono sulle panchine durante la pausa pranzo. Le persone della casa di riposo, ogni tanto. Quando metti su la musica, le fasce d’età si mescolano in modo naturale, non c’è mai stato un confine netto. E questo, per me, è già una risposta.

Merano ha tante anime diverse. Park’o riesce a farle incontrare… anche sul piano linguistico?

Non è facilissimo, e preferisco dirlo chiaramente. Non abbiamo ancora tutte le connessioni che vorremmo. La musica funziona meglio di tutto il resto: che il DJ o la cantante parli italiano o tedesco, non cambia niente, la gente balla e si diverte. Le presentazioni di libri in un’altra lingua, invece, faticano a portare pubblico. Ma è anche una critica che mi faccio: bisogna cercare di più, trovare partner “dall’altro mondo”. Anche se non voglio chiamarlo “altro mondo”, perché non lo è.

Quindi la musica resta il formato che funziona di più?

Sì, in assoluto. Sia per la partecipazione, sia per la qualità dei momenti che si creano. C’è qualcosa nella musica che abbassa le barriere senza che tu debba fare nulla di speciale. Funziona e basta.

C’è un’iniziativa dell’anno scorso che ti è rimasta in mente?

Due, in realtà. La serata con Ivana Zanini sul flamenco: non era uno spettacolo e basta, era un racconto. Lei ha spiegato cos’è il flamenco davvero. Ha cantato, ha raccontato cosa stava cantando. Vedere la gente scoprire qualcosa che pensava di conoscere già: quello mi ha emozionata. E poi la serata con Sally Bumbs, musica elettronica. Non avrei scommesso su quella serata, e invece mi ha fatto venire i brividi. Se la musica ti commuove, vuol dire che sta funzionando qualcosa di importante.

Questi spazi richiedono cura costante. Come si costruisce nel tempo?

I luoghi, come le relazioni, hanno bisogno di attenzione continua. Se non ci stai dietro, non ti danno nulla. Il frutto più bello che il parco può portare è che la gente lo viva, e poi che cominci a prendersene cura anche lei. Ci sono anziani della casa di riposo che, quando vedono qualcosa fuori posto, lo sistemano. Ragazzi che stanno lì tutto l’anno, non solo d’estate, e che trovi sempre perché si sentono a casa. Quello è il segnale che lo spazio sta funzionando.

E sul piano più concreto, fisico: chi si occupa della manutenzione?

È lavoro vero: pulire il bancone, dipingere, sistemare. Quest’anno per il 25 aprile abbiamo già rimesso a posto qualcosa, e la giardineria ci sta dando una mano. Anche gli enti pubblici si stanno muovendo: i giardinieri che ti portano i sassi, che ti offrono i fiori. Piccole cose, ma che rendono evidente che lì succede qualcosa, e che vale la pena tenerlo bello.

Uno spazio pubblico con una programmazione culturale: perché è ancora una necessità?

Perché la cultura porta curiosità. Più approfondisci, più cresci, come persona e come cittadina. E poi perché puoi veicolare certi valori attraverso una canzone, attraverso una presentazione, attraverso l’incontro con chi la pensa diversamente da te. C’era una vecchia campagna di Arci che diceva “la cultura è la cura”. Continua a sembrarmi vera e attuale.

Se potessi aggiungere qualcosa a Park’o, cosa vorresti portare?

Vorrei che diventasse davvero il parco di tutte le realtà che fanno cultura e terzo settore a Merano. Tante associazioni non hanno spazi: se venissero qui, porterebbero pubblico diverso, persone che al Parco Marconi non sarebbero mai arrivate. L’anno scorso, quando abbiamo coinvolto alcune piccole compagnie teatrali, si vedeva gente nuova. Quella è la direzione. E poi i giovani: tre ragazzi arrivati per l’alternanza scuola-lavoro sono rimasti tutta l’estate a lavorare con noi. Non solo al bar, si sono presi cura del posto. Quest’anno sono ancora lì. Vederli crescere, vederli proporre, sentire che sono loro i primi ad avere a cuore quel luogo: questo è il traguardo.

Autore: Marco Valente

“La bambina di Chernobyl”

C’è un cinema che non chiede permesso. Un cinema che trae la propria origine ai margini delle grandi produzioni. Un cinema che senza scorciatoie sa farsi notare conquistando pubblico e critica con la forza delle immagini e la coerenza del proprio sguardo. Massimo Nardin lo racconta con molta chiarezza ed altrettanta trasparenza nel film “La bambina di Chernobyl”, la sua opera prima. 

Un’opera prima per il regista e docente universitario a Roma, ma oriundo di Salorno, in cui è molto chiaro il ritratto di un autore in grado di concepire il cinema come spazio di ricerca e di resistenza, dove l’esperienza individuale si converte entro l’immensità di un racconto universale. Si parla dunque di una nuova, e si spera prolifica, voce nel panorama del cinema d’autore.

Nardin: se l’aspettava o ci contava in questo marcato interesse da parte della critica? 

Ci contavo, ma non me lo aspettavo. Il film ha avuto un percorso complesso, con diverse limitazioni sia nella preparazione sia nella promozione. Ho cercato di compensarle lavorando intensamente su ogni fase: scrittura, riprese, montaggio e produzione. Anche la distribuzione ha contato su tempi molto stretti tra la fine del film e l’uscita in sala. Non abbiamo avuto il supporto delle grandi reti promozionali, ma sono arrivati comunque riscontri importanti, soprattutto dal pubblico più appassionato. In alcune realtà, come Trento, le reazioni sono state profonde e molto significative. Vedere la sala due del cinema Modena piena – anche di ex compagni e insegnanti del liceo, amici e parenti – è stato davvero emozionante.

E della presenza di così tanti suoi concittadini? 

Mi ha riempito il cuore. Anche nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi e riflessioni. Alcuni spettatori hanno colto aspetti profondi del film e questo mi ha colpito molto. È stata una risposta sincera e spontanea, che ho preferito non enfatizzare troppo, ma che porto con me.

Da dove è arriva la sua ispirazione? 

Soggetto e sceneggiatura li ho  scritti con Luca Caprara. Volevamo raccontare una storia essenziale, ambientata in un unico spazio, dove solitudini diverse si incontrano. Mia l’idea di costruire personaggi agli antipodi, quasi estremizzati. L’idea della protagonista è legata anche a esperienze personali, quando negli anni ’90 ho conosciuto alcuni bambini di Chernobyl ospitati da famiglie di Salorno. Mi avevano colpito per la determinazione e lo sguardo pieno di vita. Da lì è nata una riflessione più ampia, anche simbolica: le radiazioni come elemento invisibile che, anche in senso metaforico, segna e condiziona le vite dei due protagonisti.

Quanto ci è voluto per scrivere e dirigere questo film? 

Il processo è stato lungo e non lineare. La scrittura è nata a fasi alterne, poi il sostegno del Ministero ha aiutato a realizzare la sceneggiatura. Dal 2020 alla realizzazione sono passati diversi anni. Le riprese, inizialmente previste per l’autunno 2024, sono iniziate nel maggio 2025. La produzione ha coinvolto per la gran parte una troupe marchigiana. Vincenzo Pirrotta e Yeva Sai sono gli attori protagonisti.

Quali sono state le difficoltà incontrate in corso d’opera? 

Sono state soprattutto legate alle risorse limitate e alla necessità di portare avanti il progetto con continuità. Ogni fase ha richiesto adattamento e determinazione.

Quando ha capito che questa sarebbe stata la sua professione? 

Già nei primi anni del liceo, quando spendevo i fine settimana a guardare molti film su videocassette con grande interesse. Dopo il diploma ho studiato la fotografia in ogni suo aspetto e ho iniziato ad approfondire il linguaggio cinematografico, realizzando i primi cortometraggi con mezzi semplici, insieme ad amici e familiari. Nella prima decade degli anni 2000 ho realizzato diversi lavori indipendenti.

Di lei si parla come di un regista costruttore d’immagini che restano. Come mai? 

È il risultato di un lavoro molto attento sulla messa in scena. Cerco di trasformare la realtà attraverso l’immagine, curando scenografie e inquadrature. La macchina da presa è spesso stabile, con movimenti controllati. Mi ispiro alla lezione di Andrej Tarkovskij, cercando di creare immagini autonome ma allo stesso tempo collegate tra loro, quasi dei micromondi. Fondamentale è il ruolo del montaggio.

Quale significato dà al fare cinema cosiddetto “d’autore” nell’Italia d’oggi? 

È una scommessa ma anche una necessità. Ho notato, anche nell’insegnamento, che quando si propongono opere forti e coerenti, anche i giovani rispondono. Se c’è una poetica chiara e un messaggio autentico l’attenzione arriva. Il cinema d’autore può essere un contraltare importante nel panorama attuale.

Ha degli autori di riferimento? 

Sicuramente: Andrej Tarkovskij, Luis Buñuel, David Lynch, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Robert Bresson. Sono autori che hanno segnato profondamente il linguaggio cinematografico.

Questo è un percorso costruito contando sulle sue forze. Che consiglio darebbe a un giovane con questa vocazione? 

La prima cosa è capire se si tratta davvero di una vocazione, perché richiede sacrifici e costanza. Se la risposta è sì, serve trovare la propria poetica e difenderla, senza seguire le mode. Oggi è possibile iniziare anche con pochi mezzi, persino con uno smartphone. È importante studiare i grandi maestri, esercitarsi, scrivere, avere pareri sui propri lavori. Poi serve cercare un produttore, partecipare a concorsi, non porsi limiti. È un percorso difficile e spesso frustrante, ma se ci si crede davvero vale la pena portarlo avanti fino in fondo.

Autore: Daniele Bebber

Un ponte tra due mondi

Julè e Namastè è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune. Di questa associazione che mette in contatto Bolzano e l’Himalaya, parliamo con Luciano Guariento, che ne è uno degli ispiratori e coordinatori. 

Il 23 marzo 2026 l’associazione di volontariato “Julè e Namastè” ha inaugurato presso la sala espositiva di “Casa Goethe” a Bolzano (Via Goethe 42) una mostra dedicata al concorso fotografico “Infinito Rosso, il colore della civiltà”. Visitandola mi hanno subito colpito la presenza del colore rosso in ogni fotografia e i fiori galleggianti nelle ciotole di vetro che davano un sapore orientale all’allestimento. Luciano Guariento ha spiegato che il rosso, nella cultura orientale è simbolicamente molto importante. Rappresenta la spiritualità, l’energia e la trasformazione. Dopo aver votato la fotografia che più mi piaceva, Guariento ci ha raccontato come è nata l’associazione.

Come siete partiti?

La nostra associazione è nata nel dicembre del 2018 dopo l’incontro tra me e Luciano Casagrande: portavamo avanti entrambi da diversi anni due filoni di progetto sull’Himalaya. Luciano ha dato inizio a tutto nell’anno 2000 dopo un viaggio nella valle dello Spiti, a nord di Delhi nell’Himachal Paradesh nel paese di Tabo. Lì ha incontrato un gruppo di monaci e ha raccolto da loro l’invito arrivato direttamente dal Dalai Lama, il quale voleva fondare in questo piccolo villaggio una scuola per sostenere e garantire la cultura e le tradizioni del popolo tibetano.

Nel 2018 Luciano aveva bisogno di definire la sua attività di volontariato all’interno di una associazione. E noi dell’altro filone dell’associazione, la parte Namastè, avevamo le stesse necessità. Dal 1988 per ragioni alpinistiche di viaggio per trekking, ci era capitato di frequentare moltissimo la zona himalayana del Nepal.  Il 25 aprile del 2015 c’è stata poi proprio in quelle zone la terza più grande frana mai documentata al mondo. Dopo il grande terremoto noi sei alpinisti, in seguito soci dell’associazione, ci siamo incontrati con la volontà di costruire una casa o un piccolo rifugio per i pastori. Dieci anni dopo è stato proprio questo gruppo a mettere in piedi la prima mostra fotografica a Bolzano in Piazza Domenicani nella Galleria Civica. Come detto alla fine del 2018 anche noi avevamo bisogno di un contesto giuridico che normalizzasse il flusso delle donazioni e quindi insieme a Luciano abbiamo fondato Julè Namastè.

Qual è la missione principale dell’associazione?

La nostra missione principale, come è scritto nello statuto, è quella creare ponti. Cioè promuovere opportunità e occasioni di incontro tra persone di diverse culture tra l’Alto Adige, il nord dell’India ed il Nepal. Il fine ultimo concreto è quello di sostenere la cultura e la vita delle popolazioni tibetane nell’Himalaya.

Qual è l’obiettivo della mostra di quest’anno? È una raccolta fondi o ha un intento puramente divulgativo e culturale?

Lo scopo è principalmente divulgativo e culturale. L’obiettivo è appunto quello di far conoscere il più possibile la nostra attività alla cittadinanza di Bolzano. Il fine ultimo è di sostenere il nostro ultimo progetto fatto nel nord del Nepal vicino alla valle del Langtang, attraverso delle offerte che le persone possono lasciarci. L’idea è quella di realizzare una cucina, una mensa e assumere un cuoco in questo piccolo villaggio rurale agricolo che si chiama Gatlang Gatlang. Questo paese è la capitale dell’etnia Tamang: in Nepal ci sono 112 etnie diverse. Lì hanno il problema della dispersione scolastica dei ragazzi. I genitori agricoltori la mattina partono e fanno anche ore a piedi per andare nei campi. Il problema è che quando i bimbi a mezzogiorno o all’una terminano le lezioni, restano senza pasto e persone di riferimento. Con il nostro contributo la scuola potrebbe diventare maggiormente un centro culturale di insegnamento, di svago e di attività pomeridiane legate sempre alla scuola.

Le immagini esposte in questa mostra fotografica sono frutto dell’esperienza diretta dei volontari?

No, le immagini, da regolamento, non possono essere di noi soci volontari. Noi proponiamo il bando il primo di settembre e lo divulghiamo in tutta Italia e anche oltre. Chiediamo un genere di immagini o un tema ogni anno, ma lasciamo libera creatività al fotografo. Il concorso non è indirizzato solo a fotografi professionisti, anzi, si tratta  per lo più di normalissimi viaggiatori, appassionati. Noi diamo loro l’opportunità di mostrare pubblicamente i loro scatti più belli realizzati durante i loro viaggi. Segue quindi una votazione fatta dai visitatori della mostra. Anche questo è un modo per creare ponti e legami con persone esterne.

Come si può sostenere l’associazione? Avete programmi di viaggi solidali o altre forme di partecipazione attiva come delle bancarelle?

I nostri finanziamenti al 99% li raccogliamo o con donazioni dirette o e soprattutto attraverso le bancarelle. Ogni volta che andiamo o a Kathmandu o a Delhi o al villaggio di Tabo acquistiamo artigianato locale, lo portiamo qui e lo vendiamo. Quest’anno per il quinto anno siamo stati presenti in Piazza del Grano al mercatino solidale di Natale.

C’è una storia di successo che vorrebbe raccontarci?

Sì! Cinque medici dentisti e un odontoiatra – perciò una piccola equipe di dentisti, soci dell’associazione – ogni anno si recano alla scuola di Tabo. Nel 2023 siamo riusciti a raccogliere i fondi per uno studio dentistico all’interno della scuola. Tutti gli anni i dentisti si recano lì e lavorano gratuitamente per 10 giorni, 10 ore al giorno perché devono controllare i denti di 320 bambini. I materiali con la raccolta fondi li compriamo noi e loro prendono le ferie e vanno.

I dentisti si erano conosciuti più di dieci anni fa ad un corso specialistico di medicina di emergenza. Dovevano quindi operare a livello di sanità e igiene dentale in zone disagiate o di guerra o di emergenze alluvionali. Hanno messo in piedi questa bella iniziativa e questa è di sicuro una cosa rilevante fatta lo scorso anno.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour

Vent’anni di Soroptimist Merania

Il Soroptimist International Club Merania compie vent’anni: grazie a un gruppo di donne accomunate dalla volontà di mettere competenze, professionalità e passione al servizio della comunità.

Vent’anni per un sodalizio di volontariato sono certamente un gran bel traguardo, ma sono soprattutto le attività che in questo arco di tempo si sono svolte, a raccontare una storia di collaborazione, passione, attenzione ad ampio raggio verso la città, verso le concittadine, verso le donne. Una avventura lunga vent’anni e fatta di incontri con donne interessanti e impegnate nelle più diverse attività professionali, fatta di progetti costruiti e realizzati con grande impegno, di lavoro in rete fra donne per far conoscere, apprezzare e valorizzare giovani imprenditrici, intellettuali, professioniste. Nei suoi primi venti anni di attività, il Club Merania ha realizzato numerosi progetti nazionali e internazionali e supportato anche importanti iniziative locali. All’attivo del Club infatti vanno ricordate le due “Stanze tutte per sé” nelle stazioni dei Carabinieri di Merano e Silandro, i tre “Baby pit stop” realizzati nella biblioteca civica di Merano, nel Municipio e nella Biblioteca civica di Sinigo. Le numerose postazioni del “Un posto occupato” che, in occasione del 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, vengono allestite in numerosissimi luoghi pubblici e nelle scuole. L’importante Corso Bocconi che a partire da 2015 ha dato l’opportunità a tante giovani in possesso della laurea magistrale di apprendere utili strategie per una leadership al femminile. 

Fondato il 6 maggio 2006, nel maggio 2016 era stato festeggiato il decennale e in quella importante occasione era stata istituita una borsa di studio, dedicata ad una giovane che si fosse cimentata negli studi di ambito artistico intitolata ad Aliza Mandel, l’artista meranese di origine ebraica che subì l’esclusione e le persecuzioni delle Leggi razziali del 1938, scomparsa nel 2008 e sepolta accanto alla madre nel cimitero ebraico cittadino. Quest’anno le tre giornate dedicate al ventennale sono il 15, 16 e 17 maggio. venerdì 15 alle 18.00, nella splendida cornice del Teatro Puccini appena restaurato, si terrà l’importante concerto pianistico di Ester Ferrario la giovane studentessa del Conservatorio di Bolzano, che ha vinto il premio speciale “Emilia Gubitosi” nel XIV Concorso Nazionale Giovani Talenti Femminili della Musica “Alda Rossi da Rios”, svoltosi a Genova lo scorso 12 ottobre scorso. Ester ha iniziato giovanissima gli studi musicali e attualmente è allieva di Cristiano Burato e Bruna Pulini presso il “Monteverdi” di Bolzano. Ha già ottenuto importanti riconoscimenti e vinto importanti premi in Italia e all’estero. 

Nella giornata di sabato oltre alle interessanti visite guidate per le ospiti che giungeranno da Austria, Germania e Italia, a Palais Mamming si terranno i saluti inaugurali della Vice Presidente Nazionale Isabella Cominato e l’importante prolusione della Professoressa Antonella de Angeli della Libera Università di Bolzano, dal titolo “Donne, uomini e intelligenza artificiale”. Auguriamo al Club Merania altri numerosi lustri di attività rivolta alle donne e alla Città di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I soggiorni meranesidi Fritz von Herzmanovsky-Orlando

Fra i numerosi scrittori, musicisti, artisti che scelsero Merano per lunghi periodi di soggiorno o decisero proprio di trasferirsi ci fu lo scrittore e disegnatore Fritz von Herzmanovsky-Orlando (Vienna, 30 aprile 1877 – Merano, 17 maggio 1954).

Formatosi per intraprendere la carriera di ingegnere, von Herzmanovsky-Orlando aveva infatti frequentato al Politecnico della sua città natale, Vienna, dove era cresciuto nella casa di famiglia, situata al numero 3 della Marokkanergasse, ma lavorò in quell’ambito per soli pochi anni. L’aver contratto la tubercolosi cambiò il corso delle cose, della vita, della carriera. L’amico Alfred Kubin fu in quel momento un importante via d’uscita, aiutandolo a scegliere una nuova strada, quella della scrittura, della grafica artistica e del disegno satirico. Nel 1911 aveva sposato Carmen Maria Schulista (1891-1962) e con lei, iniziò a viaggiare per raggiungere località climaticamente più adeguate al suo stato. Nel 1913 la coppia raggiunse la costiera nord orientale del mar Adriatico. In seguito visitarono l’Egitto, la Sicilia e l’Italia meridionale, in un viaggio di circa quattro mesi intrapreso nel 1914. Ma la malattia che continuava ad aggravarsi, nel 1916 costrinse la coppia a lasciare Vienna e stabilirsi a Merano. Nel 1938 a causa delle Opzioni, Herzmanovsky-Orlando fu costretto ad abbandonare il territorio tirolese, trasferendosi a Malcesine del Garda, ma riuscì a rientrare a Merano nel 1949. Trascorse i suoi ultimi anni a castel Rametz, un maniero di origine medievale che si trova a Maia Alta, le cui prime notizie storiche risalivano al 1269. Tra il XIV e il XV secolo il castello fu di proprietà della famiglia Rametz, passò poi agli Aichner, quindi ai Quaranta, ai Planta, ai Travers e ai Parravicini. Nel 1836 venne acquistato da Francesco Flarer (1791 – 1859), professore all’Università di Pavia, che fu  un oculista, e tenne e rese famosa la cattedra di oculistica all’Università degli Studi di Pavia. Mantenendo i contatti con i ricercatori europei e premiato dall’Accademia francese nel 1836, contribuì all’evoluzione degli studi sulle membrane interne dell’occhio. La figlia di Flares sposò il politico italiano Agostino Depretis che trasformò il castello nella propria abitazione, eseguendo un radicale restauro che portò il castello all’aspetto attuale, caratterizzato da torrette e merlature ghibelline. Durante la Seconda guerra mondiale il maniero fu requisito dalle truppe tedesche insieme a Castel Labers e usato come base logistica per l’Operazione Bernhard. Il 17 maggio 1954 lo scrittore Fritz von Herzmanovsky-Orlando morì nel castello.

La sua vasta produzione letteraria, costituita principalmente da lavori in prosa e opere teatrali, divenne nota al grande pubblico solamente dopo la sua morte poiché solo poche delle sue opere vennero pubblicate mentre lo scrittore era in vita. Le opere sono caratterizzate da uno stile barocco così come al barocco sembrano alludere i suoi disegni. Altre opere risentivano invece delle influenze del gruppo esoterico che frequentava a Monaco di Baviera. Purtroppo solo una delle sue opere è stata tradotta nel 1962, cinque anni dopo la sua morte. Di “Der Gaulschreck im Rosennetz. Eine Wiener Schnurre aus dem modernden Barock” esiste una traduzione italiana, con il titolo “Lo spaventa cavalli nel roseto” (Rizzoli, 1962).

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nicolai Leimer: imprigionare gli angeli. La nuova idea di serialità sui social

Nicolai Leimer, giovane creatore di contenuti altoatesino conosciuto come Unearthly Hub, è uno dei precursori della mini-serialità verticale sulle reti sociali. Si tratta di episodi brevi, da 1-2 minuti l’uno, a cadenza settimanale, da seguire comodamente dal cellulare, su Instagram o TikTok. È autore di Angel Engine, una storia che racconta con toni horror-postapocalittici la nostra attualità.

Nicolai Leimer è un nome che sicuramente sentiremo negli anni a venire. Ha 23 anni e abita a Postal, ma il suo pubblico è internazionale, cosa che gli ha permesso di raggiungere numeri astronomici: oltre 2 milioni di seguaci e 500 milioni di visualizzazioni complessive. Nonostante la giovane età, può già vantare importanti collaborazioni e ha iniziato a dialogare con i colossi del settore dell’animazione. Durante una chiacchierata a quattr’occhi, si è raccontato.

Nicolai, sei diventato famoso sui social in breve tempo e hai già avviato vari progetti. Ci potresti parlare del tuo percorso?

Certo. Da bambino facevo video a tema videogiochi su YouTube, poi ho avuto una pagina sulla Marvel e infine ho aperto un profilo dedicato alla creazione di arte con l’intelligenza artificiale. Quindi è da tempo che creo contenuti su internet, ma è da soli tre anni che lo faccio a livello professionale. Da circa un anno sta andando molto bene grazie ad Angel Engine, la mia mini-serie su Instagram e TikTok. Avevo anche iniziato a studiare letteratura, ma poi ho interrotto gli studi quando la serie ha avuto successo.

Giustamente ti sarai dedicato anima e corpo alla sua realizzazione. In cosa consiste il tuo lavoro?

Infatti. Tante persone non capiscono quanto tempo ci voglia per creare questi video. Nonostante io realizzi i miei video con l’intelligenza artificiale, il procedimento è lungo e devo usare vari programmi: Midjourney, Photoshop e After Effects. Un solo video necessita di 40 ore di lavoro. Solitamente, per un video ci metto una settimana. È un lavoro a tempo pieno. Senza contare tutto l’aspetto burocratico: accordi commerciali, e-mail, chiamate, contratti, etc. Per fortuna posso contare sull’aiuto delle mie sorelle. Inoltre, partendo dalla serie animata, ho anche sviluppato e pubblicato un videogioco su Steam, e ciò ha ovviamente comportato ulteriore lavoro.

Passiamo ad Angel Engine, la tua opera che sta spopolando su internet. Parte dalla premessa che gli esseri umani, se solo potessero, sfrutterebbero persino gli angeli per i propri scopi. Spiegaci che piega prende la storia.

La storia inizia nel 2033. Gli esseri umani sono sull’orlo dell’estinzione perché hanno drenato le risorse del pianeta, quindi pregano Dio per salvarli e lui manda loro un angelo di nome Uriel. L’umanità, però, lo cattura e lo imprigiona in un macchinario chiamato ‘Angel Engine’, che funge da generatore di energia, ma non solo. Infatti, compie anche miracoli grazie ai poteri angelici; per esempio, può rigenerare il pianeta. La storia segue due piani temporali: la premessa che ho raccontato è nel passato, ma poi c’è anche il suo sviluppo nel futuro.

Uno dei personaggi principali, il dr. Ernstmann, è nato a Bolzano. C’è un motivo specifico dietro a questa scelta? Dicci di più sul suo conto.

Non ho scelto di farlo nascere qui per un motivo preciso. Ho solo pensato che fosse un dettaglio simpatico e volevo lasciare un indizio su di me. 

Il dr. Ernstmann è il personaggio più popolare della serie, ma non posso dire troppo su di lui perché il suo passato non è ancora stato rivelato completamente. Si tratta dell’uomo più intelligente del pianeta: è lui, infatti, che costruisce l’‘Angel Engine’ e che imprigiona l’angelo. In seguito, viene assassinato, ma risorge grazie alla sua macchina miracolosa. Però, di ritorno dal mondo dei morti, qualcosa in lui è cambiato. 

Pensi di sviluppare questa storia ulteriormente dopo la conclusione della serie su Instagram o stai lavorando ad altri progetti?

Attualmente sono in trattativa con alcune grandi case di produzione per rendere Angel Engine una vera e propria serie, probabilmente animata. Mi piacerebbe anche ampliare la storia e sviluppare un antefatto riguardante la guerra tra gli angeli. Oltre a ciò, ho altre due storie che vorrei proporre sulle mie pagine, ma c’è tempo, dato che Angel Engine è ancora in corso.

Autore: Tommaso Calamaro