Con l’arte a Palais Mamming si rivela la “Luce di donna”

Nell’arco dell’intera storia dell’arte di ogni nazione furono innumerevoli i dipinti che ebbero una donna per soggetto. Assai numerose furono le muse ispiratrici che riuscirono ad essere riconosciute per questo loro ruolo: Frieda Blell, Gusti Bennat, Carmen Schulista, Barbara Hoyer, Ilse Moebius, Anna Pichler.

Questi alcuni nomi di donne che furono amanti, muse e modelle di artisti, di pittori del Modernismo classico nel Tirolo. Rare, purtroppo, e attualmente al vaglio della ricerca, furono invece le pittrici che riuscirono a sopravvivere all’oblio. Delle numerose loro opere alcune furono ascritte ad altri, talune rimasero prive di firma, altre ancora andarono perdute.

Un patrimonio sommerso eppure di valore come valevoli erano le loro creatrici. Una storia fatta di biografie tutte da evidenziare, così come da sottolineare fu la loro passione, la loro costanza, la loro caparbietà nel cercare l’occasione, il luogo e il modo per poter dipingere. Fosse nel buio e nell’anonimato di una bottega, nelle stanze di un palazzo signorile, nell’atelier di qualche artista illuminato e poi finalmente nelle accademie, dapprima in quelle private, come ad esempio l’Académie Julian o l’Académie Colarossi di Parigi, poi in quelle per donne volute dai circoli e dalle leghe femminili, a Vienna come a Monaco di Baviera, quindi in quelle pubbliche di tutta Europa.

Le donne sono il cuore di questa nuova strabiliante esposizione appena inaugurata a Palais Mamming, in cui ben cinquanta opere ritraggono volti e corpi di donna, ma soprattutto ne narrano lo sviluppo intellettuale, le storie personali, i passi di emancipazione. Sono artisti e pittrici, fotografi e fotografe, scultrici, moderni e contemporanei che segnano un percorso variegato con un univoco focus e con una meta importante: la donna, nel suo ambire a una esistenza scevra da lacciuoli e intralci dove poter vivere sé stessa e le proprie competenze, dando vita, nello scorrere del tempo, ad una espressività tutta nuova.

Le protagoniste di “Luce di Donna”, questo il titolo e tema dell’esposizione, rappresentano pertanto un caleidoscopio di storie di vita e d’arte, variopinte come la vita e come l’arte del XX secolo, con esempi per una tematica ricca di tradizione e dalle molteplici sfaccettature, senza la quale la storia della pittura sarebbe decisamente meno ricca.

Percorrendo le sezioni della mostra e leggendo il bel catalogo sarà possibile conoscere le tante storie di queste donne, tanto nel loro ruolo di ritratte che in quelle di artiste. I loro destini sono interessanti e avvincenti, così come carichi di fascino sono i loro dipinti, le loro fotografie le loro sculture.

La mostra abbraccia il vasto arco temporale che si dipana tra il 1900 e il 2026 e in cui i cambiamenti furono numerosi e resi palpabili dal percorso espositivo che li evidenzia con chiarezza e forza espressiva. L’esposizione, infatti, non si limita a stimolare la riflessione sull’evolversi della raffigurazione dalla Belle Époque alla Nuova Oggettività degli anni Venti, fino alle raffigurazioni contemporanee, ma lascia anche spazio a importanti considerazioni sociali e di storia di genere. Le opere in mostra sono di assoluto pregio e appartengono ai seguenti artisti: Ali Paloma, Sylvia Barbolini, Luigi Bartolini, Eduard Bäumer, Alcide Davide Campestrini, Roberta Dapunt, Gerhild Diesner, Josef Durst, Georg Ehrlich, Hilde Goldschmidt, Fritz von Herzmanovsky-Orlando, Christian Hess, May Hofer, Franz Howanietz, Erika Giovanna Klien, Umberto Moggioli, Ernst Nepo, Artur Nikodem, Heinz von Perckhammer, Leo Putz, Thomas Riss, Christian Schad, Karin Schmuck, Werner Scholz, Tullia Socin, Ignaz Stolz, Eduard Thöny, Heinrich Told, Johannes Troyer, Rudolf Wacker, Alfons Walde.

La mostra resterà aperta al pubblico fino al 18 ottobre. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Strike Up, la realtà giovanile è cresciuta insieme a lui

Cosa fanno un prete, un professore e sei giovani? Danno vita a un centro giovanile. E lo fanno nel 1984, in una casa che, in origine, era stata costruita per tutt’altro scopo. Quella casa, in via Roma 1 a Merano, era infatti la ex Casa del fascio, edificata nel 1940, ovvero in pieno regime.

Dopo la guerra era diventata Casa del popolo, poi era passata allo Stato, poi alla parrocchia di Santo Spirito. E il 1° dicembre 1984, attorno a un tavolo in quei locali, nasceva formalmente il Centro giovani Santo Spirito. Quarantadue anni dopo («quarant’anni e un po’…») il centro si chiama Strike Up e l’11 giugno scorso ha festeggiato il suo anniversario.

A raccontarlo è Giorgio Balzarini, presidente del Centro giovani da due mandati non consecutivi (ovvero nel periodo 2000 – 2010 e poi dal 2020 a oggi), ma anche ex assessore alle politiche giovanili e vicesindaco del Comune di Merano. Uno, insomma, che il centro lo conosce da dentro e da fuori.

 La prima domanda, ovviamente, è relativa alla nascita del nome. «Prima si chiamava Centro giovani Santo Spirito, un nome che non era particolarmente attraente per i ragazzi – ricorda Balzarini -. È nata così l’esigenza di trovare qualcosa di nuovo». Una serie di brainstorming con i giovani, e si è arrivati all’immagine della palla da bowling: “strike”, abbattere i birilli. Un termine che ha però una connotazione quasi negativa, ma che cambia completamente se ci aggiungi “up”: cominciare, attaccare a suonare. «Volevamo un nome che non fosse né italiano né tedesco, ma inclusivo. Allora la presenza di ragazzi con background migratorio era al minimo. Oggi la tendenza si è invertita, quel nome si è rivelato più lungimirante di quanto pensassimo», aggiunge Balzarini.

Insieme al nome arrivano anche i murales, per dare un’identità visiva al centro. E la musica, che non era un punto di partenza, ma una conseguenza naturale.

«Gli operatori erano musicisti, quindi si è partiti dalle competenze di chi lavorava lì. La musica è accogliente, non ha una collocazione etnica o linguistica. Volentieri siamo andati su quel filone».

Corsi, sale prove, attrezzature: attorno alla musica lo Strike Up costruisce buona parte della sua offerta, e poi, nel tempo, cresce anche l’attenzione al sociale.

Balzarini ha guidato lo Strike Up in due fasi molto diverse.

«Nei primi anni Duemila c’era da costruire un’identità, trovare risorse, convincere le persone che valesse la pena. C’era anche più energia, da parte mia».

Poi, ci ritornerà nel 2020, in piena pandemia. «Post Covid, ci siamo presi una pausa e ne abbiamo approfittato per ristrutturare gli spazi, coinvolgendo anche i ragazzi, un po’ a distanza, un po’ in presenza. Il risultato è molto bello».

Ma il cambiamento più profondo non è nelle stanze: «I ragazzi sono cambiati. Il rapporto tra loro, con gli educatori, con il Centro stesso. Nuove sfide, ogni volta».

Qual è il senso di un centro giovani oggi? «Rimanere un punto di riferimento in città. Porte aperte, disponibilità ad accogliere ragazzi in ricerca di un luogo, anche solo per svago. Un posto sicuro, dove i genitori possono sapere che i loro figli stanno bene».

Una definizione che dice molto, in un tempo in cui i dati sul benessere psicosociale dei giovani non sono incoraggianti.

Infine, le feste. L’11 giugno la festa del 40°, il 12-14 giugno la Tagliatella Fest: tre giorni in cui parrocchia di Santo Spirito, Strike Up, gruppo scout Agesci e le varie anime intorno al centro si sono ritrovate nella 17a edizione della festa della tagliatella, dove si è confermato il senso del “fare comunità.

Autore: Marco Valente

La letteratura partenopea ha trovato casa sul Passirio

Grazie al lavoro congiunto di Passirio Club e Biblioteca Civica, l’estate meranese porta una ventata d’allegria e calore umano con la letteratura partenopea. Tre importanti scrittori come Maurizio de Giovanni, Viola Ardone e Piera Ventre, sono ospiti della rassegna letteraria “Appuntamento a Merano”.

La serata letteraria con Maurizio de Giovanni, andata in scena nei giorni scorsi a Merano, è stata elettrizzante, per la simpatia dello scrittore ma anche per alcune sue riflessioni profonde sulla valenza della scrittura e della lettura quali attività capaci a tutt’oggi di elevare l’animo umano.

Maurizio de Giovanni, invitando i meranesi ad andare a visitare la sua città natale, Napoli, nella quale vive e lavora, ha spiegato che essa non potrà offrire privacy e silenzio ma molto altro di imperdibile. Con una verve incomparabile ha spiegato come sia arrivato alla scrittura partendo da una base di accanito lettore. Il successo letterario è infatti arrivato nel 2005, all’età di 47 anni, quando partecipò a un concorso per giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus di Napoli. Il racconto vincitore, il suo, “I vivi e i morti”, fu poi la base del suo primo romanzo, “Le lacrime del pagliaccio” (2006), che ripubblicò come “Il senso del dolore”, dando inizio alla saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli degli anni Trenta.

Lo scrittore ha presentato alla sala gremita il suo ultimo libro, “Il tempo dell’orologiaio”, un thriller storico e familiare che esplora l’Italia degli anni Ottanta, il terrorismo e gli intrighi istituzionali. Il romanzo completa l’universo narrativo iniziato con “L’orologiaio di Brest”, chiudendo il cerchio della saga.

Viola Ardone è nota per i suoi romanzi di successo e per il suo impegno sociale. È considerata una delle narratrici italiane più amate della nuova generazione, una voce significativa nella letteratura contemporanea italiana. Ha lavorato nel campo dell’editoria, curando manuali per la scuola e per esami, prima di diventare insegnante di italiano e latino al Liceo Scientifico “De Carlo” di Giugliano in Campania. Ha anche condotto laboratori di scrittura per ragazzi in un istituto penale minorile sull’isola di Nisida. Come autrice ha esordito nel 2012 con il romanzo “La ricetta del cuore in subbuglio”, ma il suo successo internazionale è arrivato con “Il treno dei bambini” (2019), tradotto in oltre trenta lingue. Questo romanzo racconta la storia di bambini portati dal sud al nord Italia nel 1946 per sfuggire alla miseria post-bellica. L’ultimo libro di Viola Ardone è “Grande meraviglia”, pubblicato nel 2023. Qui la scrittrice racconta la storia di Vita, una donna che si trova a dover affrontare la solitudine dopo la perdita del figlio. Ma la sua vita cambia quando incontra Kostya, un bambino ucraino in viaggio per raggiungere la nonna a Napoli. Nonostante la barriera linguistica, l’incontro tra Vita e Kostya diventa un momento di trasformazione e speranza. La scrittrice sarà a Merano il 20 luglio.

Concludiamo il trittico con Piera Ventre, nata a Napoli vive però a Livorno. É la fresca vincitrice del Premio Letterario Merano Europa 2026, del quale abbiamo scritto nella precedente uscita del Qui Merano, concorso al quale ha partecipato con “Stella randagia”, la storia ambientata a Napoli negli anni Dieci del Novecento, la Napoli della Belle Époque. Dove il progresso si fonde con la superstizione e le sedute spiritiche convivono con i salotti letterari. Stella randagia è una storia fiabesca, di riscatto e speranza, in cui la bellezza dell’anima può rovesciare le sorti del mondo e cambiare il destino degli ultimi. La scrittrice sarà a Merano l’8 agosto.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le donne contro la violenza

Nel 1989 un gruppo di donne decide che non basta indignarsi: bisogna fare. Nasce così l’associazione Donne contro la violenza–Frauen gegen Gewalt, che dal 1993 gestisce il centro antiviolenza di Merano e dal 1997 la Casa delle donne, che accoglie donne che subiscono violenza maschile.

Dunque più di trent’anni di porte aperte, di ascolto, di accompagnamento. Abbiamo incontrato Sigrid Pisanu, operatrice d’accoglienza, per capire cosa succede davvero quando qualcuno bussa alla loro porta, facendo anche il punto su una realtà che richiama tutti all’attenzione.

Nel 2025 avete seguito 239 donne, di cui 19 hanno vissuto nella casa rifugio. Le altre 220 hanno fatto percorsi diversi. Come mai questo dato sorprende ancora molte persone?

Perché c’è un’idea diffusa che noi siamo solo un luogo di emergenza, il posto dove si va quando il pericolo è immediato. Ed è vero, quella possibilità c’è ed è fondamentale. Ma i numeri dicono altro: la maggior parte delle donne che vengono da noi non ha bisogno di un tetto per quella notte. Ha bisogno di essere ascoltata, creduta, orientata. L’ospitalità è uno dei bisogni che le donne possono avere, una delle strade che possono intraprendere. Non l’unica.

E chi sono queste donne?

Sono me. Parto sempre da questo. Poi ci metto la mia professionalità, però veramente le donne che incontriamo siamo noi. Hanno una cultura, magari un lavoro, oppure non hanno potuto studiare, vengono da altri paesi.

Eppure l’immagine della “vittima tipo” resiste.

Sì, e fa danni. Tutti noi abbiamo in testa un’idea di come dovrebbe essere una vittima di violenza. Dimessa, disperata. Ma non è questo che mi fa diventare vittima di violenza. Di base è l’essere donna, che è il primo scalino.

Il giudizio. Torna spesso.

Torna sempre. Le donne fanno fatica a raccontare perché sanno che rischiano di non essere credute, o di essere colpevolizzate. E questo accade anche con chi si aspetterebbe di trovare aiuto: la famiglia, le amicizie, chi sta intorno. Quindi già lì c’è questo ostacolo per cui poi le donne fanno tanta fatica a raccontare.

Ha parlato di violenza “sessualizzata”. Può spiegare cosa intende, per chi non conosce il termine?

Non immaginiamoci solo lo stupro, quell’atto finale che avviene al parco da parte di uno sconosciuto. È molto più radicato, ha radici più profonde, e soprattutto avviene molto spesso da chi conosciamo. Già le ragazze di 13 o 14 anni ce l’hanno chiaro: quando subiscono il catcalling si attiva un timore, una paura, e il pensiero va subito al loro corpo. I ragazzi della stessa età, se sono fuori di sera, hanno paura anche loro, ma è la paura di essere rapinati o picchiati. Non hanno la paura che il loro corpo venga violato.

E che effetti ha tutto questo sulla salute mentale?

Tocca tanti aspetti della vita della donna. La socialità, il benessere fisico. E poi una mancanza di autostima, la fatica di viversi la vita in quel momento, di non credere più di farcela, pensieri autodistruttivi in alcune situazioni. E poi, ancora, è tutto collegato a un malessere fisico che spesso tocca anche parti del corpo: l’intestino, lo stomaco, mal di testa. Non possiamo pensare “hai solo ricevuto un pugno”. Spesso quello è solo un punto di una complessità di agiti violenti.

Cosa offre la Casa delle Donne che altri servizi non possono garantire?

Garantiamo l’anonimato, al centro antiviolenza. E il fatto che noi crediamo sempre. Noi non abbiamo bisogno della prova, non siamo un tribunale. Quando le donne vengono, noi crediamo a quello che ci dicono. E questo fa la differenza.

Ci sono anche dei miti, sulla Casa delle Donne, che vorrebbe sfatare?

Tanti. Che obblighiamo a denunciare: non è così. La denuncia è una parte di quello che una donna può fare, non l’unica. E poi che siamo accessibili solo nel momento dell’emergenza e del pericolo. Invece noi ci occupiamo a 360 gradi di quello che è la violenza sulla donna. In quasi trent’anni di lavoro non c’è limite a ciò che abbiamo visto.

Lavorate anche con le scuole?

Sì, proponiamo e veniamo invitate. Negli anni abbiamo capito che il “chi siamo noi” da solo non basta: bisogna nominare la violenza, parlarne concretamente. Lavoriamo molto sulle relazioni rispettose, sui limiti. Con le ragazze in spazi dedicati, perché uno spazio solo loro permette un’immersione nelle emozioni diversa. Con i ragazzi è sempre una sfida: spesso non si sentono coinvolti, fanno fatica a esprimersi. Cerchiamo da anni uomini che vogliano fare un pezzo di strada con questi giovani, ma non è facile.

Una continuità strutturale manca?

Manca. Dipende molto dalle singole scuole, dai singoli dirigenti. Ci sono istituti molto attenti, come il Gandhi, e altri dove è più difficile. E poi c’è la divisione linguistica, che in Alto Adige non è solo questione di lingua, ma di cultura e di struttura.

Cosa consiglia a chi riconosce una situazione di violenza, su di sé o vicino a sé?

Il primo passo è ascoltare. Non dare ricette, non dire “io me ne sarei andata al primo schiaffo”. Quello è il nostro pensiero: lo teniamo per noi, deglutiamo e ascoltiamo. Ascoltare chi subisce violenza è difficile, può fare rabbia, perché non si vede agire. Ma siamo sicuri che noi, al loro posto, faremmo subito? Se chi agisce violenza è qualcuno che conosco, con cui ho una relazione, con cui ho investito parte della mia vita, con cui ho dei figli?

E se non ce la si fa ad ascoltare da soli?

Bisogna essere onesti. Dire: non ce la faccio, questo per me è troppo, ma so che esiste un luogo. Possiamo andare insieme? Non promettere ciò che non si riesce a mantenere è già un atto di rispetto.

C’è un’ultima cosa che vuole dire a chi legge?

Prendiamo posizione. Se vediamo qualcosa, se un amico dice o fa cose umilianti verso una donna, troviamo un po’ di coraggio civile e diciamo: questa cosa non mi va bene. Non solo sui social, vis-à-vis. Tante persone parlano, ma poi non hanno mai il coraggio di prendere posizione. Questo ancora manca. E poi in conclusione, mi sembra giusto evidenziare e ricordare gli elementi informativi fondamentali del servizio: la Casa delle Donne di Merano si trova in Corso Libertà 184A; il numero telefonico verde, gratuito e attivo 24 ore su 24, è l’800 014 008; ci si può rivolgere di persona, per telefono, o anche per conto di qualcuno che si conosce.

Autore: Marco Valente

In Africa sulle orme di Baba Camillo

Da oltre 40 anni Claudio Maccagnan sostiene progetti educativi e sociali a Kipengere, in Tanzania. Dalle scuole all’assistenza sanitaria, il suo impegno coinvolge oggi circa 600 giovani, nel segno dell’eredità del missionario trentino (Baba) Camillo Calliari.

Per Claudio, l’Africa non è mai stata un’esperienza “da volontario di passaggio”, ma una scelta di vita. Oggi ha quasi ottant’anni e da oltre quarant’anni porta avanti progetti educativi e sociali nella missione di Kipengere, nella parte montuosa della Tanzania, ai piedi della catena del Livingstone, a oltre 2200 metri di altitudine.

Tutto è iniziato grazie agli alpini, di cui faceva parte. «Chi va in Africa spesso cambia continuamente posto, perché vuole vedere realtà nuove. Io invece ho sempre pensato che l’impegno lì fosse una cosa seria, non turistica. Quando trovi una comunità che ha bisogno, è giusto restare».

L’incontro decisivo fu quello con padre Camillo Calliari, missionario trentino della Val di Non, conosciuto da tutti come “Baba Camillo”, dove “Baba”, in swahili, significa “padre”. Claudio lo incontrò durante una festa degli alpini a Ruffrè. «Quando l’ho conosciuto mi ha colpito subito. Era un uomo con le mani piene di calli, un lavoratore vero. Ma soprattutto mi colpì il suo modo di parlare dell’Africa: non raccontava la fame o la miseria per fare compassione. Diceva sempre che c’era bisogno di lavorare, di istruire i giovani e dare loro la possibilità di restare nella propria terra». Da quel momento Claudio decise di partire. Doveva essere solo un periodo di ferie. Invece, dopo 42 anni, va ancora lì. 

Negli anni il lavoro si è concentrato soprattutto sui giovani e sulla scuola. Prima una scuola di economia domestica per ragazze, ristrutturata da una situazione di estrema precarietà, poi una grande scuola di falegnameria composta da 16 fabbricati.

Non tutti i progetti però sono andati come sperato. «A un certo punto alcuni ragazzi tentarono di rubare i macchinari della falegnameria, fu una grande delusione. In Africa bisogna capire che non sempre le cose vanno subito bene». Nonostante le difficoltà, il lavoro non si è mai fermato. Nel tempo sono state ristrutturate 17 scuole elementari della missione, è stato creato un orfanotrofio e un centro per la cura dell’AIDS con dispensario medico e servizi sanitari.Alla morte di Baba Camillo, molti gruppi di volontari smisero di frequentare la missione. Claudio, invece, ha scelto di continuare. «Mi sono sentito ancora più responsabile. Ho lasciato anche gli alpini per dedicarmi completamente a questo progetto».

Oggi, insieme al nuovo parroco locale, porta avanti uno dei progetti più importanti: una grande scuola primaria dedicata proprio a Baba Camillo. Due anni fa gli studenti erano 48; oggi sono 272 e il centro potrà arrivare a ospitarne fino a 500. Accanto alla scuola si sta costruendo anche un’aula magna, che servirà sia per gli esami scolastici sia come spazio polifunzionale per tutta la comunità: incontri agricoli, riunioni delle associazioni locali e attività sociali.

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sull’informatica. Sono nate due aule computer: una all’interno di una scuola secondaria con 16 postazioni e una più piccola nella scuola di economia domestica per ragazze. «Se vogliono continuare gli studi devono avere almeno una preparazione di base. Oggi anche lì il mondo sta cambiando».

Coordinare tutto dall’Italia non è semplice. Claudio però può contare sulla propria famiglia, la figlia è la vicepresidente dell’associazione, il genero segue la parte amministrativa e i nipoti partecipano attivamente ai progetti in Tanzania. L’associazione si sostiene soprattutto grazie alle offerte e ai mercatini dell’usato organizzati a Bolzano. «Abbiamo un magazzino dove raccogliamo gli oggetti donati dalla gente. Li sistemiamo e li rivendiamo a prezzi simbolici. Così riusciamo almeno a coprire le spese vive».

Negli anni, Claudio ha imparato anche un altro aspetto fondamentale della cooperazione. All’inizio regalava vestiti, penne e quaderni a tutti. Fu proprio Baba Camillo a fermarlo. «Una sera mi disse: “Tu pensi di fare del bene, ma così rischi solo di creare dipendenza”. Mi spiegò che una camicia lì vale quasi una settimana di lavoro. Da allora ho capito che aiutare non significa regalare tutto, ma creare opportunità».

Secondo Claudio, i cambiamenti nella zona di Kipengere oggi sono evidenti. «Quando arrivai la prima volta vedevo donne lavorare nei campi tutto il giorno mentre molti uomini passavano il tempo a bere, Oggi lavorano famiglie intere. Molti hanno terreni propri, mandano i figli a scuola e quasi tutte le case hanno il tetto in lamiera. Non c’è ricchezza, ma c’è dignità». 

Uno dei temi che Claudio vorrebbe affrontare in futuro è quello delle persone disabili e aiuto agli anziani. «Sono rispettati dalle famiglie, ma spesso vivono in condizioni molto difficili, senza strutture adeguate».

Tra i nuovi progetti c’è anche una mostra dedicata ai giocattoli africani costruiti dai bambini con materiali di recupero: lattine, filo di ferro, pezzi raccolti nelle discariche. Claudio negli anni ne ha raccolti tantissimi e ha appena terminato l’allestimento della mostra. «Vorremmo presentarla nel mese di giugno con il Comune, poi portarla anche a Bronzolo, ad Ala e qui a Bolzano». L’obiettivo è coinvolgere soprattutto le scuole, invitando le classi delle elementari e delle medie a visitare l’esposizione. 

La mostra ha un doppio scopo: raccontare l’Africa, ma anche sensibilizzare sul riciclo. «I bambini riescono a creare giochi incredibili con nulla». Alcuni carretti, costruiti a mano, vengono utilizzati anche per il lavoro quotidiano: possono trasportare fino a 500 o 600 chili di patate o mais.

Nonostante l’età e i problemi alle gambe, Claudio continua a partire almeno una volta all’anno per la Tanzania. Nei viaggi lo accompagna sempre, fin dall’inizio, sua moglie Nora. Uno dei suoi più collaboratori più stretti a Bolzano, è il figlio Marco, che lo aiuta sempre in tutta la parte di preparazione dei mercatini e di montaggi vari. «Muovermi negli aeroporti ormai è un peso per me, ma finché riesco continuo. Oggi, tra le scuole che abbiamo costruito o ristrutturato, gravitano attorno ai nostri progetti circa 600 ragazzi. È questo che mi dà la forza di andare avanti»

Progetto Africa 19-84 è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune.

Autrice: Dania Mosconi COOLtour

Baloo musico, fotografo, poliglotta

«Che Dio ti accolga con la stessa gioia con cui hai accolto me e la mia famiglia tante volte durante la Santa Messa». «Più che un sacerdote, è stato un padre per me». Sono solo due dei molti commenti apparsi sotto l’annuncio pubblicato dalla diocesi di Campo Limpo, nella periferia di San Paolo del Brasile. Don Pier Giorgio Bellucco, conosciuto soprattutto come «Baloo», si è spento il 2 giugno all’età di quasi novant’anni, dopo una vita vissuta da combattente. Allegro e scontroso, capace di slanci improvvisi e di tornare sui propri passi, seppe ogni volta ricominciare il cammino, costellato di ostacoli e di piccole e grandi gioie. Lui stesso portatore di gioia e di voglia di vivere, lui stesso, talvolta, pietra d’inciampo.

Nato a Merano nel 1936, Bellucco partì ancora adolescente per il seminario minore dei Carmelitani veneti e fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1961. Nei primi anni svolse il suo ministero in diverse località italiane. Ma la sua vocazione era quella missionaria. Dopo due anni di preparazione a Vienna, partì per il Giappone, dove operò nella missione di Kanazawa-Minma e fu parroco a Komatsu. Le cronache carmelitane lo ricordano come «musico, fotografo, poliglotta».

Uscito dall’ordine, tornò a Merano nel 1980. Il vescovo Joseph Gargitter lo accolse nel clero diocesano di Bolzano-Bressanone. Furono due o tre anni brevi ma intensi, durante i quali si guadagnò il soprannome di «Baloo». Prete scout indimenticato, lasciò un ricordo vivo lungo le rive del Passirio: i suoi canti giapponesi, la macchina fotografica, la Cinquecento color crema, ma soprattutto il suo slancio nell’annunciare la Buona Notizia in ogni modo e con ogni mezzo. Con quello spirito indomito di cercatore di verità e difensore della giustizia.

Nel 1982 ripartì, dopo aver seminato fiori che altri avrebbero raccolto. Iniziò così la lunga avventura brasiliana, ricca delle esperienze più diverse: dal Paraná all’arcidiocesi di Uberaba, nel Minas Gerais, fino a Campo Limpo, dove dal 1994 fu parroco della comunità di Santa Teresa e San Giovanni della Croce a Embu das Artes.

La sua diocesi adottiva ricorda come Baloo sia stato «insegnante di musica e concertista, ma anche prete-operaio impegnato nella costruzione della propria parrocchia» e sottolinea che, «per la sua dedizione ai più poveri, ha ricevuto il titolo di cittadino onorario di Embu das Artes e la nomina a commendatore». Sono gli anni in cui il «musico poliglotta» compone canti — tra cui l’«Inno dei catechisti» e «Desperta, Campo Limpo!» — entrati stabilmente nel repertorio diocesano. Ancora dal Brasile: «Uomo di fede semplice e profonda, dall’inesauribile amore missionario, don Pier Giorgio ha lasciato scritto che la missione gli aveva insegnato tutto, soprattutto “ad amare e rispettare i fratelli poveri”. La sua testimonianza rimane un segno luminoso di donazione totale a Cristo e ai più bisognosi».

«Hai combattuto la buona battaglia», ha concluso il parroco di Santo Spirito, don Mario Gretter, tracciandone un ritratto vivido tra le colonne gotiche della chiesa nel giorno del funerale. Una battaglia combattuta soprattutto con se stesso dopo il rientro in Alto Adige, nel 2019, lontano dal suo mondo missionario. Fu ospite prima della Casa del Gesù di Cornaiano e poi di Fonti San Martino, a Quarazze, dove amava ripetere («L’unica cosa che non so fare è il pensionato…»).

«Il contributo di padre Pier alla nostra comunità è inestimabile», scrive Igor da Embu. «Il suo lavoro andava oltre i muri della chiesa e raggiungeva il cuore anche di chi non era cattolico. Sognava di essere sepolto qui, nella terra che ha curato con tanto amore e affetto. Purtroppo non ha potuto realizzare questo desiderio, ma certamente se ne va in pace, consapevole di tutto il bene che ha seminato. Grazie di tutto!».

Riposa ora nella sua Merano, che ha amato con nostalgia e cantato in ogni parte del mondo. Porta con sé gioie e amarezze, bellezza e contraddizioni, parole dette e non dette. Da oltre oceano, Vera lo saluta con le parole del Piccolo Principe: «O essencial é invisível aos olhos, e só se vê bem com o coração» («Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi»).

Autore: Paolo Bill Valente

L’arte di Quaresima vola a Capri e Miami

Nei giorni scorsi lo studio dell’artista meranese Paolo Quaresima è stato piacevolmente invaso dai suoi estimatori, per assistere al cosiddetto “varo” delle opere in partenza per Capri. Da molti anni, infatti, su quest’isola piena di storia, arte e cultura, le opere di Paolo Quaresima trovano a cadenza regolare la loro giusta collocazione.

Questo poiché le opere di Quaresima, colte e divertenti al tempo stesso, sono in realtà il risultato di una dotta leggerezza che non ne offusca lo spessore intellettuale o le strabilianti competenze tecniche.

Dunque, l’imminente trasferta. A cavallo fra giugno e luglio, infatti, a Capri la Liquid Art Sistem Gallery ospiterà la nuova mostra di Paolo Quaresima e nell’occasione verrà presentato anche il nuovo catalogo delle sue opere, scaturite nel corso degli ultimi dieci anni di lavoro e impegno. Si tratta di un volume ponderoso, a copertina rigida, elegante nella grafica e ricco di testi colti, evocativi e suggestivi. 

Fra i diversi quadri che partiranno per l’isola, tutti incentrati sulla rivisitazione in chiave contemporanea del mito, è stato sicuramente l’enorme trittico raffigurante “La nascita di Afrodite” a colpire la fantasia e le reminiscenze classiche dei fruitori accorsi nei giorni scorsi allo studio dell’artista, lo stesso che affascinerà i turisti e gli abitanti dell’isola. 

Facendo un passo indietro nella storia, giusto ricordare che numerose sono le versioni del famoso mito della nascita di Afrodite, ma due sono le più antiche: quella di Esiodo nella sua Teogonia, e quella di Omero. Il mito più celebre è forse quello di Esiodo
secondo il quale Crono evirò il padre Urano con un falcetto per vendicare la madre Gea, la Terra, e butto i genitali del padre in mare. Dall’aphros, ossia dalla spuma, scaturita dal sangue divino e dall’acqua, fu generata Afrodite. La dea, già adulta e bellissima, fu spinta dalle onde verso l’isola di Citera e poi verso Cipro, dove venne accolta e vestita dalle Ore, le dee delle stagioni. Per questa sua origine, è anche nota con l’appellativo di “Nata dalla spuma”.

Questo mito, nel corso dei secoli, ha ispirato capolavori immortali dell’arte, tra cui il celebre dipinto La nascita di Venere di Sandro Botticelli, in cui la dea è ritratta in piedi su una gigantesca conchiglia mentre viene sospinta a riva dai venti.

Tornando ai giorni nostri e alla nostra realtà meranese, “La Nascita di Afrodite” di Paolo Quaresima (eccolo, nella foto qui a destra, a fianco dell’opera) prende spunto dal mito di Esiodo e dalla citazione iconografica del Botticelli, per allontanarsene immediatamente e spingere il fruitore in un universo di utensili e oggetti d’uso quotidiano, armonicamente disparati, desemantizzati e piegati ad essere frammento di una realtà del tutto nuova: a prima vista iperrealista per profilarsi poi come surreale e magica al contempo. Oggetti che, apparentemente incongruenti fra loro, sono però capaci di riecheggiare l’illusione dei flutti di una tranquilla marina. In questo mare di oggetti smaltati nelle numerose nuance dell’azzurro appare la grande conchiglia perlifera che, ahimè, è in realtà una sbeccata decorazione da giardino che ha visto tempi migliori, le onde sono ancora ricordate dalle decorazioni di maiolica prestate da una delle favolose ville di Capri. Il fascino immortale della dea della bellezza si sostanzia attraverso un manichino e uno splendido ritratto incorniciato di una giovane donna dagli indimenticabili tratti mediterranei.

Vicino alla rilettura del mito di Afrodite da parte di Quaresima, a Capri giungeranno altri dipinti dell’artista, come ad esempio due Cariatidi e una Gorgone (che vediamo nella foto qui a sinistra) davvero notevole per il monocromo che ne ritrae il volto scolpito nella pietra serena e gli innumerevoli oggetti variopinti che ne sostituiscono la chioma serpentina.

I dipinti in mostra a Capri, poi, nel primo autunno prenderanno il volo per gli Stati Uniti, Miami, dove La Liquid Art Sistem possiede la sesta delle sue Gallerie, partecipando alla kermesse della Miami Art Basel di dicembre. Mostra per la quale, nell’arco dell’estate, Paolo Quaresima realizzerà un ciclo di altri quattro dipinti.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gli anziani come “maestri”

Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso nel modo in cui una comunità si prende cura dei suoi anziani. Nel nostro viaggio tra le buone pratiche della cura in provincia di Bolzano, il nome di Aurora Benitez è tornato più volte: ex collaboratrice dell’Azienda Servizi Sociali di Bolzano, è stata incoraggiata da professionisti del settore a mettere a disposizione anche al di fuori dell’ente una visione della cura maturata in anni di lavoro accanto agli anziani e alle loro famiglie. Fino alla scelta di lasciare un lavoro sicuro per provare a costruire qualcosa di diverso. La sua storia personale si intreccia con una domanda che oggi riguarda molte famiglie: come accompagnare la vecchiaia senza arrivare sempre all’emergenza?

L’INTERVISTA

Aurora Benitez, lei è arrivata in Italia dal Perù nel 1991. Da dove comincia la sua storia?

Avevo diciannove anni e dentro una spinta enorme: volevo cambiare il mondo. Venivo da un Perù ferito, segnato dalla violenza e dalla paura. La mia insegnante di filosofia mi diceva sempre: “Non smettere mai di sognare, perché sono i sogni che ti salvano nei momenti difficili”. Credo che quella frase mi abbia accompagnata per tutta la vita. Arrivai a Ischia con un contratto di lavoro. Facevo un po’ di tutto — lavoravo dodici, tredici, quattordici ore. Oggi direi che non tutte le regole erano rispettate, ma allora non lo sapevo e non avevo gli strumenti per capirlo. Mi trovai davanti a un mondo che non conoscevo: da una parte venivo da un Paese dove mancava tutto, dall’altra vedevo feste, barche, tavole piene di cibo. Il primo giorno mi venne da piangere.

E poi?

Poi a Napoli trovai lavoro presso una famiglia. La signora mi mostrò un mestolo su cui c’erano scritte tre parole: pazienza, amore, volontà. Mi chiese: “Tu credi di avere queste cose?”. Io risposi: “Penso di sì”. Quella casa è stata una scuola: ho imparato a stirare bene, a pulire, a cucinare, a organizzare. E non fu solo un lavoro: quella famiglia aveva perso un figlio di diciannove anni, la mia età. Penso che in qualche modo la loro ferita abbia incontrato la mia.

Come è approdata al mondo dell’assistenza?

Per una serie di circostanze finii a Bolzano invece che a Milano. Dopo qualche lavoro in montagna e in città, una famiglia mi propose di occuparmi di una persona malata di sclerosi multipla. Era un medico, e fu lui a insegnarmi come si muove un corpo, come si rispetta una persona fragile. Mi spinse anche a studiare, a non fermarmi lì.

Poi arriva il lavoro nelle strutture per anziani.

Il primo fu a Villa Serena, poi mi trasferii a Egna, dove ho lavorato fino al 2011 nell’assistenza diretta. Lì ho imparato moltissimo. Io dico sempre che gli anziani sono stati i miei maestri. Quando lavori con loro devi essere vera. Loro non guardano la perfezione, guardano se ci sei. Si accorgono dalla voce se sei triste, se sei stanca. E sanno tirarti fuori una parola, un consiglio, una carezza anche quando sei tu a doverli assistere.

Che cosa le hanno insegnato?

Che la cura non è solo fare una prestazione. Non è solo lavare, vestire, dare da mangiare. È relazione. È portare il fuori dentro. Io facevo le cose necessarie, ma cercavo anche di dare tempo alla persona: una canzone, una chiacchiera, un ricordo. Gli anziani mi dicevano: “Tu ci capisci perché anche tu hai vissuto cose difficili”. Loro avevano conosciuto la guerra, la nostalgia, la perdita. Io avevo conosciuto la migrazione, la fatica, la lontananza. Ci riconoscevamo.

Nel 2011 cambia ruolo. 

Mi proposero di seguire i soggiorni marini per persone non autosufficienti, gestiti dall’Azienda Servizi Sociali per il Comune di Bolzano. Dal 2011 al 2017 mi occupai del coordinamento: non incontravo più solo l’anziano, ma anche le famiglie, le case di riposo, i servizi. Ho cominciato a vedere il territorio nel suo insieme. Il primo giorno dei soggiorni l’autobus era silenzioso, tutti chiusi, quasi tristi. Dopo due giorni cambiava tutto. Era come vedere degli uccellini che all’improvviso ricominciano a cantare.

Da qui nasce la sua idea di cura?

Sì. Io da anni sognavo un centro diurno dove gli anziani potessero stare durante il giorno e poi tornare a casa la sera. Perché l’assistenza uno a uno è importante, ma quando sei in gruppo c’è un’altra vita. Puoi parlare, litigare, fare pace, ascoltare musica, incontrare associazioni, scuole, parenti. Se gli anziani non possono uscire nel mondo, dobbiamo far arrivare il mondo da loro. Il punto è costruire una regia tra casa, assistenza domiciliare e comunità. Da lì è nata Domus Care 24, una cooperativa sociale di assistenza domiciliare. Sentivo che dovevo mettere a disposizione quello che avevo imparato.

Qual è l’errore che vede più spesso nelle famiglie?

Aspettare troppo. Spesso si arriva quando la situazione è già ingestibile, invece bisognerebbe inserire un aiuto prima, poche ore al giorno, in modo graduale. La vecchiaia è un processo, e accettare di essere fragili è un lutto. Anche quando c’è demenza, la persona continua a sentire: può perdere memoria, ma non perde tutto. Bisogna fare passi piccoli, preparare le possibilità — compresa la casa di riposo — senza viverle come una sconfitta. Vedo tanta solitudine, nelle famiglie che incontro. Figli che si trovano per la prima volta ad accompagnare un genitore fragile, senza che nessuno li abbia preparati. Fanno quello che possono, e per questo non devono sentirsi in colpa. Servirebbe una guida, non uno che giudica, ma qualcuno che dica: facciamo un passo alla volta. La cura non può essere lasciata all’improvvisazione, e non può essere solo un problema privato. Dovrebbe essere una rete.

Da dove prende ancora energia?

Dalle storie. Dagli anziani, prima di tutto. Dalla mia famiglia. E forse anche da quella ragazza di diciannove anni che è partita dal Perù con il sogno di cambiare il mondo. Oggi non penso di cambiare il mondo intero. Però penso che si possa cambiare un pezzo di mondo: una casa, una famiglia, una persona che si sente meno sola. Per me questo è già molto.

Autore: Till Antonio Mola

Volontariato: “prestazione d’eccellenza”

Il 13 maggio al NOI Techpark di Bolzano sono stati consegnati i premi “Prestazione d’eccellenza 2026”: 21 persone, otto progetti e un progetto transfrontaliero. Sport, musica, inclusione, digitale, pace. Un ritaglio di quello che succede, in silenzio, in questo territorio. Tra le premiate c’è anche Giulia Salvi, responsabile regionale AGESCI per il Trentino-Alto Adige, riconosciuta per il volontariato giovanile. L’abbiamo incontrata per capire cosa c’è dietro un premio come questo. E soprattutto cosa c’è dietro una scelta come la sua.

L’INTERVISTA

Giulia, come ci si avvicina al mondo dello scautismo? Com’è andata per te?

Al mondo dello scautismo ci si avvicina per conoscenza: familiare, di quartiere, di parrocchia. Perché lo si è stati da piccoli e i genitori cercano un gruppo anche se si trasferiscono. Perché i compagni di classe lo fanno, o i fratelli dei compagni. Per me è andata che una buona parte dei miei cugini era scout, alcuni già capi. E ricordo bene una mia cugina, Federica, che a un certo punto mi dice: “Allora ti metto in lista.” Ed è andata così.

E come si finisce per diventare responsabile regionale?

Dando la propria disponibilità. Ma prima bisogna avere dimestichezza con le strutture associative, aver già prestato servizio in qualche ruolo da quadro. Io avevo fatto l’incaricata regionale per la fascia di età 16-21 anni, quindi conoscevo un po’ le dinamiche. C’era bisogno di qualcuno che ricoprisse questa carica, e io ho detto sì.

Che cosa insegna il metodo scout che difficilmente si trova altrove?

La capacità di progettarsi. Di ragionare su sé stessi, sulla propria crescita in un’ottica progettuale. E poi lo stare insieme, il vincere insieme, il non dover primeggiare come singoli. L’idea che l’importante è partecipare e fare a propria parte. Che si può anche non essere al top, che si può (o si deve!) sbagliare per imparare dai propri sbagli. Che possiamo perderla una partita ogni tanto, e che non è poi una tragedia.

Guidare una realtà come l’AGESCI regionale significa fare i conti con territori diversi tra loro, ognuno con le proprie particolarità. Come si lavora su questa eterogeneità?

Sono onestamente nuova in questo ruolo, e quindi non lo so ancora troppo bene come si fa. Credo che prima di tutto bisogna conoscere le realtà in cui si è. Nel lavoro con i gruppi locali, già solo fare attenzione alle peculiarità significa accorgersi che nella nostra regione ci sono due calendari scolastici diversi. E poi credo che la chiave sia entrare in relazione con le istituzioni, farsi conoscere, fare in modo che abbiano i propri contatti. In provincia di Trento, dove abbiamo anche la sede legale, ci riesce meglio. Qui in Alto Adige sono conosciuti i singoli gruppi, ma forse facciamo più fatica a interfacciarci come associazione regionale. Ci vogliamo e dobbiamo lavorare.

Perché una società come quella di oggi ha ancora bisogno del volontariato, della gratuità?

Perché viviamo in una società sempre più individualista, ma la forza per superare le problematiche sta nel noi, non nell’io. “Nessuno si salva da solo”. E nessuno si salva a pagamento. Riconoscere che è importante aiutare la comunità, che il bene comune senza comunità non si realizza: questo è fondamentale. E lo scautismo lo porta dentro, questo: lo stare insieme, la fraternità internazionale, la pace… 

In controtendenza rispetto al mondo là fuori in cui… si bisticcia parecchio…  

Già. Per noi è centrare educare cittadine e cittadini del mondo capaci di disinnescare, invece che di innescare, capaci di accogliere, e a utilizzare un linguaggio nonviolento.

Guardando ai prossimi anni, su cosa vorresti puntare come responsabile regionale?

Vorrei riuscire a farci conoscere di più in Alto Adige e a collaborare di più con gli altri gruppi del territorio, soprattutto con quelli di lingua tedesca, ma anche con CNGEI e FSE (le altre associazioni scout presenti sul territorio regionale).

Il premio che hai ricevuto parla di “prestazione d’eccellenza”. Ti considereresti un’eccezione?

Assolutamente no e non mi sento nemmeno un’eccellenza. Mi sento una persona che prende molto seriamente gli impegni. Se mi sono impegnata in qualcosa, non lo metto mai in secondo piano. E ci metto passione, perché il metodo educativo scout è una cosa in cui credo davvero, credo nell’educare le nuove generazioni con uno sguardo aperto. Se restiamo sempre fatti così, non andiamo da nessuna parte. Quindi no, non mi sento un’eccezione. Mi faccio entusiasmare, mi faccio coinvolgere, e sono arrivata a fare la responsabile regionale. Ma sono semplicemente una che prende gli impegni sul serio.

Insieme a Giulia, la cerimonia ha premiato dall’Alto Adige Alexandra Felderer (Katholische Jungschar), Fabian Haas (Società Calcistica Ora), Jacqueline Kneissl (Centro giovanile Parcines INSIDE EO) e Christian Mair (Blindenapostolat). Tra i progetti: il coro giovanile Kyrios di Badia, che da oltre cinquant’anni unisce qualità musicale e comunità intergenerazionale; DUNG VFG di Bolzano, che lavora per far riconoscere il gaming come forma di cultura e formazione, promuovendo un rapporto consapevole con i media digitali; e “8-13 Peace & CRI” della Croce Rossa, che trasmette a bambini e ragazzi valori come solidarietà, responsabilità e cittadinanza attiva. Come progetto transfrontaliero è stata premiata l’EuregioYoungJury del Filmclub Bolzano, che riunisce giovani da Tirolo, Alto Adige e Trentino per guardare film, discuterli e assegnare insieme un premio. Storie diverse, ambiti diversi, un filo comune: qualcuno che ha deciso di esserci e fare la propria parte.

Autore: Marco Valente

L’intelligenza artificiale e gli stereotipi di genere

La Libera Università di Bolzano pone una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale e alle sue declinazioni tecniche, etiche e sociali. Propone ad esempio corsi di formazione che mirano a fornire gli strumenti necessari alle imprese per rispondere con efficacia e tempestività alle sfide digitali, migliorando le competenze dei propri collaboratori, velocizzando i propri processi, approfondendo le conoscenze che permettano di modificare o implementare le proprie strategie per rimanere competitivi nel rispetto delle normative italiane ed europee. Sempre alla LUB insegna la professoressa Antonella de Angeli che si occupa di Intelligenza Artificiale partendo da un approccio sociale del tutto inaspettato,  nuovo e molto interessante. 

La professoressa Antonella De Angeli è docente ordinaria di ruolo di “Interazione Persona-Macchina” presso la LUB. Bolzano è per lei l’ennesima delle numerose stazioni del lungo viaggio di una studiosa di spessore. L’itinerario aveva preso avvio dopo il suo conseguimento del dottorato di ricerca in Psicologia Sperimentale presso l’Università di Trieste e dove aveva completato il percorso con una ricerca post-dottorale in Psicologia Cognitiva Applicata. 

Da lì in poi è stato un continuo trasferimento nelle Università più prestigiose inglesi e americane per le altrettanto numerose collaborazioni di successo da lei compiute. 

Professoressa De Angeli di cosa si occupa attualmente la Sua ricerca scientifica?

Mi interesso di intelligenza artificiale e genere. Ossia come le IA rappresentano il genere, e come veda rispettivamente le donne e gli uomini ma anche i transgender e le altre forme di identità sessuale. Gli studi approfonditi che sto conducendo ci dimostrano come l’IA veda la differenza di genere accogliendo tutti gli stereotipi e come invece non sappia ancora muoversi nelle differenze del variegato mondo identitario sessuale. Lo studio è condotto con il mio dottorando Federico Simeoni. 

Cosa emerge con forza?

Che gli algoritmi dell’intelligenza artificiale imparano da un gran numero di dati anche tratti dai social. Si tratta di costrutti stabili ma anche superati oltre che di livello intellettuale medio-basso. Così, se da un lato ha imparato e utilizza un linguaggio forbito e politicamente corretto, dall’altro emergono tutti gli stereotipi di genere afferenti ad una popolazione che ha sviluppato solo in parte conoscenze e approfondito valori etici. Il materiale riguardante il liquido mondo dell’identità sessuale non binaria che l’AI può processare è in realtà assai scarso e per questo motivo le sue risposte sono davvero limitate o addirittura errate.  Si tratta di uno specchio spietato della nostra società.  

Nei numerosi luoghi in cui ha lavorato, ha mai trovato intralci o veri e propri blocchi dovuti al fatto di essere donna? 

Fin dalla mia educazione data da un padre femminista ho potuto essere sempre me stessa e libera, ma intorno ai cinquant’anni mi sono resa conto solo una piccola parte di persone la pensavano così. 

Come si trova a Bolzano? 

La facoltà di ingegneria e in generale la LUB è un’ottima Università e con molto potenziale. Anzi, Bolzano stessa ha grandi potenzialità ma mi pare strangolata dalle complessità che caratterizzano questa terra. Guardando con oggettività, e scevri da polemiche d’ogni sorta, spesso vien fatto di constatare che tutto è molto complesso a causa del bi o trilinguismo che però è spesso solo sulla carta ma non nei fatti. Cioè non tutti gli interlocutori sono effettivamente bilingui o trilingui.  Certamente usare l’inglese come lingua franca nelle lezioni, nelle relazioni, nei convegni, è una ottima soluzione ed è anche una importante sollecitazione che stiamo operando nel territorio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli