Due opere dedicate a Mandel e Pichler sul Lungo Passirio

Prosegue il progetto “Figure umane” la galleria a cielo aperto sulle Passeggiate Lungo Passirio.

Il progetto nato nel 2014 ha fatto molta strada ripercorrendo le biografie di cittadine e cittadini illustri o di ospiti che hanno poi reso famosa la città. Non si tratta di busti nel senso più stretto del termine ma di reinterpretazioni create con i diversi linguaggi dell’arte contemporanea. Si tratta di una sfilata di personaggi che la città non ha lasciato cadere nell’oblio ricordando le loro azioni, i loro scritti, la loro musica e – in una parola – la loro attività. Ma si tratta anche di una importante passerella di scultori e artisti di fama internazionale, nazionale e locale, che fanno di questa galleria a cielo aperto una importante occasione di conoscenza e crescita culturale. Al cittadino meranese e agli ospiti che ogni anno si riversano in città non sfuggirà l’occasione di avere a portata di mano le opere di artisti che hanno esposto alla Biennale di Venezia, ad Art Basel piuttosto che a Manifesta. Una occasione unica gratuita, una fortuna da tramandare alle giovani generazioni.    

Le due nuove opere che arricchiscono la galleria sono dedicate l’una ad una artista poliedrica, cittadina del mondo e affascinante interprete della tavolozza ma anche della materia, Aliza Mandel (1927–2007) e alla poetessa che, con i suoi versi seppe parlare a più cuori e a più generazioni segnando profondamente la cultura altoatesina e non solo nella sua pur breve vita, Anita Pichler (1948–1997). 

A Merano Aliza Mandel visse l’esclusione dovuta alle leggi razziali, ma a Merano tornò dopo un lungo viaggio di vita, arte e  paesaggi geografici. Da Merano a Israele, a Venezia, New York e Santa Fe nel New Mexico e ritorno a Merano per vivere l’ultima fase della propria creatività, della propria spiritualità. 

Anita Pichler, voce pionieristica della letteratura altoatesina contemporanea, autrice di opere fondamentali come Haga Zussa e Le donne di Fanis, sviluppò una scrittura densa e accurata, caratterizzata da una forte attenzione al linguaggio e al ritmo narrativo. Fu tra le prime a ottenere riconoscimento oltre i confini del nostro territorio. Dopo una formazione che la condusse in numerose città come Trieste, Venezia e Praga visse a Berlino, Vienna e Venezia fece ritorno a Bolzano negli ultimi anni della sua vita. 

Si tratta di due donne forti, due modelli intensi e indelebili che, grazie a queste sculture sapranno parlare ancora alle giovani generazioni. Le statue che le ricordano sono l’opera di altre due donne più che interessanti quali Marianne Vitali e Elisabeth Hölzl. La prima ha elaborato la sua “Senza titolo, omaggio a Aliza Mandel” e la seconda “Il cuore che intendo è la radice nell’occhio… omaggio a Anita Pichler”. Marianne Vitale è una artista statunitense attiva a New York. La sua ricerca scultorea riflette su concetti come paesaggio, memoria e trasformazione, utilizzando materiali industriali e forme architettoniche. Elisabeth Hölzl – attiva fin dagli anni ’90 con sculture e installazioni di impronta minimalista – nel corso degli anni ha poi sviluppato progetti fotografici e installazioni variegate ma sempre azzeccate per gusto, empatia, intelligenza, espressività. Sensibile e capace di cogliere l’essenza di citazioni e frammenti poetici, ha saputo interpretare tridimensionalmente le parole della poetessa. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Vent’anni di Soroptimist Merania

Il Soroptimist International Club Merania compie vent’anni: grazie a un gruppo di donne accomunate dalla volontà di mettere competenze, professionalità e passione al servizio della comunità.

Vent’anni per un sodalizio di volontariato sono certamente un gran bel traguardo, ma sono soprattutto le attività che in questo arco di tempo si sono svolte, a raccontare una storia di collaborazione, passione, attenzione ad ampio raggio verso la città, verso le concittadine, verso le donne. Una avventura lunga vent’anni e fatta di incontri con donne interessanti e impegnate nelle più diverse attività professionali, fatta di progetti costruiti e realizzati con grande impegno, di lavoro in rete fra donne per far conoscere, apprezzare e valorizzare giovani imprenditrici, intellettuali, professioniste. Nei suoi primi venti anni di attività, il Club Merania ha realizzato numerosi progetti nazionali e internazionali e supportato anche importanti iniziative locali. All’attivo del Club infatti vanno ricordate le due “Stanze tutte per sé” nelle stazioni dei Carabinieri di Merano e Silandro, i tre “Baby pit stop” realizzati nella biblioteca civica di Merano, nel Municipio e nella Biblioteca civica di Sinigo. Le numerose postazioni del “Un posto occupato” che, in occasione del 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, vengono allestite in numerosissimi luoghi pubblici e nelle scuole. L’importante Corso Bocconi che a partire da 2015 ha dato l’opportunità a tante giovani in possesso della laurea magistrale di apprendere utili strategie per una leadership al femminile. 

Fondato il 6 maggio 2006, nel maggio 2016 era stato festeggiato il decennale e in quella importante occasione era stata istituita una borsa di studio, dedicata ad una giovane che si fosse cimentata negli studi di ambito artistico intitolata ad Aliza Mandel, l’artista meranese di origine ebraica che subì l’esclusione e le persecuzioni delle Leggi razziali del 1938, scomparsa nel 2008 e sepolta accanto alla madre nel cimitero ebraico cittadino. Quest’anno le tre giornate dedicate al ventennale sono il 15, 16 e 17 maggio. venerdì 15 alle 18.00, nella splendida cornice del Teatro Puccini appena restaurato, si terrà l’importante concerto pianistico di Ester Ferrario la giovane studentessa del Conservatorio di Bolzano, che ha vinto il premio speciale “Emilia Gubitosi” nel XIV Concorso Nazionale Giovani Talenti Femminili della Musica “Alda Rossi da Rios”, svoltosi a Genova lo scorso 12 ottobre scorso. Ester ha iniziato giovanissima gli studi musicali e attualmente è allieva di Cristiano Burato e Bruna Pulini presso il “Monteverdi” di Bolzano. Ha già ottenuto importanti riconoscimenti e vinto importanti premi in Italia e all’estero. 

Nella giornata di sabato oltre alle interessanti visite guidate per le ospiti che giungeranno da Austria, Germania e Italia, a Palais Mamming si terranno i saluti inaugurali della Vice Presidente Nazionale Isabella Cominato e l’importante prolusione della Professoressa Antonella de Angeli della Libera Università di Bolzano, dal titolo “Donne, uomini e intelligenza artificiale”. Auguriamo al Club Merania altri numerosi lustri di attività rivolta alle donne e alla Città di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I soggiorni meranesidi Fritz von Herzmanovsky-Orlando

Fra i numerosi scrittori, musicisti, artisti che scelsero Merano per lunghi periodi di soggiorno o decisero proprio di trasferirsi ci fu lo scrittore e disegnatore Fritz von Herzmanovsky-Orlando (Vienna, 30 aprile 1877 – Merano, 17 maggio 1954).

Formatosi per intraprendere la carriera di ingegnere, von Herzmanovsky-Orlando aveva infatti frequentato al Politecnico della sua città natale, Vienna, dove era cresciuto nella casa di famiglia, situata al numero 3 della Marokkanergasse, ma lavorò in quell’ambito per soli pochi anni. L’aver contratto la tubercolosi cambiò il corso delle cose, della vita, della carriera. L’amico Alfred Kubin fu in quel momento un importante via d’uscita, aiutandolo a scegliere una nuova strada, quella della scrittura, della grafica artistica e del disegno satirico. Nel 1911 aveva sposato Carmen Maria Schulista (1891-1962) e con lei, iniziò a viaggiare per raggiungere località climaticamente più adeguate al suo stato. Nel 1913 la coppia raggiunse la costiera nord orientale del mar Adriatico. In seguito visitarono l’Egitto, la Sicilia e l’Italia meridionale, in un viaggio di circa quattro mesi intrapreso nel 1914. Ma la malattia che continuava ad aggravarsi, nel 1916 costrinse la coppia a lasciare Vienna e stabilirsi a Merano. Nel 1938 a causa delle Opzioni, Herzmanovsky-Orlando fu costretto ad abbandonare il territorio tirolese, trasferendosi a Malcesine del Garda, ma riuscì a rientrare a Merano nel 1949. Trascorse i suoi ultimi anni a castel Rametz, un maniero di origine medievale che si trova a Maia Alta, le cui prime notizie storiche risalivano al 1269. Tra il XIV e il XV secolo il castello fu di proprietà della famiglia Rametz, passò poi agli Aichner, quindi ai Quaranta, ai Planta, ai Travers e ai Parravicini. Nel 1836 venne acquistato da Francesco Flarer (1791 – 1859), professore all’Università di Pavia, che fu  un oculista, e tenne e rese famosa la cattedra di oculistica all’Università degli Studi di Pavia. Mantenendo i contatti con i ricercatori europei e premiato dall’Accademia francese nel 1836, contribuì all’evoluzione degli studi sulle membrane interne dell’occhio. La figlia di Flares sposò il politico italiano Agostino Depretis che trasformò il castello nella propria abitazione, eseguendo un radicale restauro che portò il castello all’aspetto attuale, caratterizzato da torrette e merlature ghibelline. Durante la Seconda guerra mondiale il maniero fu requisito dalle truppe tedesche insieme a Castel Labers e usato come base logistica per l’Operazione Bernhard. Il 17 maggio 1954 lo scrittore Fritz von Herzmanovsky-Orlando morì nel castello.

La sua vasta produzione letteraria, costituita principalmente da lavori in prosa e opere teatrali, divenne nota al grande pubblico solamente dopo la sua morte poiché solo poche delle sue opere vennero pubblicate mentre lo scrittore era in vita. Le opere sono caratterizzate da uno stile barocco così come al barocco sembrano alludere i suoi disegni. Altre opere risentivano invece delle influenze del gruppo esoterico che frequentava a Monaco di Baviera. Purtroppo solo una delle sue opere è stata tradotta nel 1962, cinque anni dopo la sua morte. Di “Der Gaulschreck im Rosennetz. Eine Wiener Schnurre aus dem modernden Barock” esiste una traduzione italiana, con il titolo “Lo spaventa cavalli nel roseto” (Rizzoli, 1962).

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nicolai Leimer: imprigionare gli angeli. La nuova idea di serialità sui social

Nicolai Leimer, giovane creatore di contenuti altoatesino conosciuto come Unearthly Hub, è uno dei precursori della mini-serialità verticale sulle reti sociali. Si tratta di episodi brevi, da 1-2 minuti l’uno, a cadenza settimanale, da seguire comodamente dal cellulare, su Instagram o TikTok. È autore di Angel Engine, una storia che racconta con toni horror-postapocalittici la nostra attualità.

Nicolai Leimer è un nome che sicuramente sentiremo negli anni a venire. Ha 23 anni e abita a Postal, ma il suo pubblico è internazionale, cosa che gli ha permesso di raggiungere numeri astronomici: oltre 2 milioni di seguaci e 500 milioni di visualizzazioni complessive. Nonostante la giovane età, può già vantare importanti collaborazioni e ha iniziato a dialogare con i colossi del settore dell’animazione. Durante una chiacchierata a quattr’occhi, si è raccontato.

Nicolai, sei diventato famoso sui social in breve tempo e hai già avviato vari progetti. Ci potresti parlare del tuo percorso?

Certo. Da bambino facevo video a tema videogiochi su YouTube, poi ho avuto una pagina sulla Marvel e infine ho aperto un profilo dedicato alla creazione di arte con l’intelligenza artificiale. Quindi è da tempo che creo contenuti su internet, ma è da soli tre anni che lo faccio a livello professionale. Da circa un anno sta andando molto bene grazie ad Angel Engine, la mia mini-serie su Instagram e TikTok. Avevo anche iniziato a studiare letteratura, ma poi ho interrotto gli studi quando la serie ha avuto successo.

Giustamente ti sarai dedicato anima e corpo alla sua realizzazione. In cosa consiste il tuo lavoro?

Infatti. Tante persone non capiscono quanto tempo ci voglia per creare questi video. Nonostante io realizzi i miei video con l’intelligenza artificiale, il procedimento è lungo e devo usare vari programmi: Midjourney, Photoshop e After Effects. Un solo video necessita di 40 ore di lavoro. Solitamente, per un video ci metto una settimana. È un lavoro a tempo pieno. Senza contare tutto l’aspetto burocratico: accordi commerciali, e-mail, chiamate, contratti, etc. Per fortuna posso contare sull’aiuto delle mie sorelle. Inoltre, partendo dalla serie animata, ho anche sviluppato e pubblicato un videogioco su Steam, e ciò ha ovviamente comportato ulteriore lavoro.

Passiamo ad Angel Engine, la tua opera che sta spopolando su internet. Parte dalla premessa che gli esseri umani, se solo potessero, sfrutterebbero persino gli angeli per i propri scopi. Spiegaci che piega prende la storia.

La storia inizia nel 2033. Gli esseri umani sono sull’orlo dell’estinzione perché hanno drenato le risorse del pianeta, quindi pregano Dio per salvarli e lui manda loro un angelo di nome Uriel. L’umanità, però, lo cattura e lo imprigiona in un macchinario chiamato ‘Angel Engine’, che funge da generatore di energia, ma non solo. Infatti, compie anche miracoli grazie ai poteri angelici; per esempio, può rigenerare il pianeta. La storia segue due piani temporali: la premessa che ho raccontato è nel passato, ma poi c’è anche il suo sviluppo nel futuro.

Uno dei personaggi principali, il dr. Ernstmann, è nato a Bolzano. C’è un motivo specifico dietro a questa scelta? Dicci di più sul suo conto.

Non ho scelto di farlo nascere qui per un motivo preciso. Ho solo pensato che fosse un dettaglio simpatico e volevo lasciare un indizio su di me. 

Il dr. Ernstmann è il personaggio più popolare della serie, ma non posso dire troppo su di lui perché il suo passato non è ancora stato rivelato completamente. Si tratta dell’uomo più intelligente del pianeta: è lui, infatti, che costruisce l’‘Angel Engine’ e che imprigiona l’angelo. In seguito, viene assassinato, ma risorge grazie alla sua macchina miracolosa. Però, di ritorno dal mondo dei morti, qualcosa in lui è cambiato. 

Pensi di sviluppare questa storia ulteriormente dopo la conclusione della serie su Instagram o stai lavorando ad altri progetti?

Attualmente sono in trattativa con alcune grandi case di produzione per rendere Angel Engine una vera e propria serie, probabilmente animata. Mi piacerebbe anche ampliare la storia e sviluppare un antefatto riguardante la guerra tra gli angeli. Oltre a ciò, ho altre due storie che vorrei proporre sulle mie pagine, ma c’è tempo, dato che Angel Engine è ancora in corso.

Autore: Tommaso Calamaro

In fuga dalla guerra

Negli ultimi anni le conseguenze delle guerre in paesi non molto lontani da noi, hanno iniziato a condizionare anche le nostre vite. Ma non è niente in confronto a quello che hanno vissuto e vivono coloro che queste guerre le hanno vissute dall’interno, dovendo ad un certo punto fuggire, insieme alle loro famiglie. Questo è quello che è accaduto a Diana, una studentessa del Liceo Linguistico in lingua tedesca Gymme di Merano, che abbiamo intervistato. 

Quando sei arrivata a Merano? 

Sono arrivata il 3 marzo 2022.

Dove sei nata e quando? 

Sono nata a Mariupol, nella regione di Donetsk, in Ucraina, il 15 novembre 2005.

Come mai ti trovi a Merano?  

Dopo il primo conflitto del 2014 nel Donbass, la guerra è arrivata per la seconda volta alle porte di casa mia, quindi la mia famiglia è stata costretta a fuggire. Per fortuna mio padre lavorava a San Martino in Passiria e il titolare dell’azienda per cui lavora tuttora ha permesso ai propri dipendenti di portare le loro famiglie da loro, promettendo il proprio sostegno. 

Cosa hai lasciato alle tue spalle? 

Nel 2022 ho lasciato in Ucraina molto più di quanto avessi fatto la prima volta nel 2014, quando per la prima volta ero fuggita dalla guerra. Ho lasciato gli amici, la scuola, la casa che i miei genitori avevano costruito e nella quale in realtà non siamo mai riusciti a trasferirci. Ho lasciato lì anche i miei progetti per il futuro: frequentavo il penultimo anno delle superiori, pensavo di iscrivermi all’università a Kiev o a Leopoli e sognavo di andare a vivere in una città con una mia amica per affittare un appartamento insieme e continuare la nostra amicizia. In un primo momento tutti i miei parenti sono rimasti in Ucraina. Le mie nonne infatti vivevano nella città dove sono nata, che nei mesi successivi è stata occupata e abbiamo perso i contatti con loro. Solo grazie ai vicini alla fine siamo riusciti a metterci in contatto con le nonne e a organizzare il loro trasferimento in Italia. 

Che tipo di città era la tua? E la regione? 

La mia città natale contava 45.000 abitanti. Vi erano due acciaierie, che rappresentavano la principale fonte di reddito della città. I miei genitori e i parenti di mia madre lavoravano in una di esse. Mariupol era una città in costante sviluppo. Quattro anni prima dello scoppio della guerra, venne costruita una grande fontana colorata. Il vicino enorme centro culturale ospitava spesso famosi cantanti ucraini e russi, musicisti e spettacoli di vario genere. L’evento più atteso per me era l’“albero di Natale”, quando i bambini si riunivano, partecipavano a concorsi con Did Moroz (Babbo Natale) e Snigurognc a(la Neve, la sua nipote), e alla fine ricevevano dolci regali. Come dicevo la mia regione era bella e sviluppata e portava grandi entrate al paese grazie alle sue fabbriche, la prima delle quali fu costruita e poi fondata nella città regionale di Donetsk dall’imprenditore inglese John Hughes. L’unica cosa che preoccupava il resto del paese era che nella mia regione si parlasse la lingua russa, a causa del dominio russo sulle nostre terre avveniva in passato. Questo anche se la nostra gente parlava ucraino. 

Nel 2014, a causa dell’invasione russa, mi ero trasferita in una città che si chiama Radomyshl e si trova nella regione di Zhytomyr. Considero questa città la mia casa tanto quanto la città in cui sono nata, dato che ho vissuto esattamente otto anni in ciascuna di esse. Radomyshl è una piccola cittadina di 15.000 abitanti, dove tra i luoghi di svago ci sono un enorme bosco, un fiume e un “isola” artificiale, dove si tenevano tutte le feste dei giovani. Radomyshl ha una storia particolare, poiché è stata prima una città ucraina, poi polacca, poi di nuovo ucraina, e infine occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. La prima menzione della città risale al 1150. Questa storia variegata ha lasciato tracce sotto forma di diversi monumenti. Ad esempio, la Cartiera (mulino della carta) di Radomyshl, fondata dalla Lavra di Kiev-Pechersk, che iniziò la sua attività all’inizio del XVII secolo. Questa carta veniva prodotta per il monastero della Lavra ed era nota per la sua alta qualità. Purtroppo la cartiera è stata demolita e al suo posto è stato costruito un castello, e della sua esistenza si sa solo grazie ai documenti trovati al suo interno. A Radomyshl c’è anche un’enorme rete di cunicoli sotto la città, la cui origine rimane ancora un mistero, ma gli archeologi sottolineano che una struttura del genere è tipica del Medioevo. Un altro luogo di interesse è la Cattedrale di San Nicola a Radomyshl, costruita negli anni ‘80 del XIX secolo. In generale, la regione di Zhytomyr è conosciuta come un “cuore verde”, poiché è la zona con le maggiori risorse forestali dell’Ucraina. È anche la patria della famosa scrittrice ucraina, il cui volto è raffigurato sulla banconota da 200 grivna, ed è proprio qui che è nato l’illustre ingegnere Sergei Korolev responsabile del volo di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Korolev progettò il razzo vettore e la navicella spaziale Vostok-1, grazie ai quali Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio. In ogni caso Ma la prima cosa che viene in mente quando si parla di Zhytomyr sono i calzini di Zhytomyr. Si tratta dei calzini di migliore qualità di tutta l’Ucraina, noti anche per il loro prezzo accessibile. 

Come è composta la tua famiglia? Ora siete tutti qui a Merano? 

I miei genitori, le mie sorelle, mio fratello e la madre di mio padre sono qui con me. La madre di mia madre è arrivata insieme alla seconda nonna, ma non è riuscita a restare a lungo in un ambiente estraneo ed è tornata a casa, in territorio occupato. Una parte dei parenti è ancora in Ucraina, nei territori occupati. Alcuni parenti, tra cui fratello e il cugino di mio padre, vivono invece in Russia da più di 20 anni. 

Quale pensi possa essere il tuo futuro? Tornare in Ucraina o proseguire la tua vita qui in Alto Adige? 

Desidero con tutto il cuore tornare in patria, ma non ho la forza di vivere in un luogo dove il rumore degli elicotteri porta con sé paura e morte. La realtà è che la società si è divisa tra chi è rimasto e chi se n’è andato. E chi se n’è andato è cambiato a causa delle circostanze e non è più la persona che era prima di partire. Non vedo il mio futuro in Ucraina finché dura la guerra, quindi ho intenzione di studiare e lavorare in Europa. E non sono sicura di come costruirò la mia vita in seguito. Pertanto, sono pronta sia a vivere in Europa per la maggior parte della mia vita, sia a tornare a casa prima o poi.  

Come hai trovato l’accoglienza della scuola e dei compagni al tuo arrivo? 

Sono stato accolta molto calorosamente. La scuola mi ha assegnato una collaboratrice che lavora ancora oggi con me e che mi ha aiutato moltissimo nell’apprendimento del tedesco. Mi ha sempre spiegato con competenza ciò che non capivo, mi chiedeva se andasse tutto bene e mi aiutava in caso di qualsiasi dubbio. Il benvenuto da parte dei miei compagni di classe mi ha piacevolmente colpito, perché hanno preparato un regalo composto da articoli di cancelleria indispensabili e dolciumi. Tutti i compagni di classe si sono interessati a me e alla mia vita, il che, sebbene insolito, è stato molto piacevole. Ognuno era pronto ad aiutarmi ed è sempre stato gentile con me.  

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare? 

La cosa più difficile per me è stata la mancanza di conoscenza della lingua straniera. La mia intelligenza e la mia cultura sono sempre state i miei punti di forza, ma una volta arrivata in Italia non riuscivo a esprimere appieno le mie opinioni e sembravo quasi una bambina. Per fortuna, tutti sono stati molto pazienti con me. La difficoltà successiva è stata l’integrazione in classe. Da un lato c’erano altri ucraini con cui non avevo difficoltà a parlare, dall’altro c’erano compagni di classe con cui volevo trovare un linguaggio comune. E stare con entrambi si è rivelato impossibile. Queste difficoltà sono ormai alle spalle, ma il divario più grande rimane ancora: la cultura. Anche se l’Ucraina non è lontana, abbiamo culture, usanze e tradizioni completamente diverse. E questo a volte mi confonde, perché è proprio la cultura a plasmare il nostro modello di comportamento e il nostro modo di pensare, quindi a volte mi è difficile capire i miei compagni di classe e le loro azioni. 

In classe avete mai tematizzato la guerra in Ucraina e la tua storia? 

La guerra in Ucraina è stata menzionata diverse volte dagli insegnanti durante le lezioni di tedesco, filosofia e storia. Ma come argomento di discussione è stata affrontata solo una volta, durante l’educazione civica, dove il tema principale era la guerra. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Stefano e il suo Bubble Learning: un gioco per imparare le lingue

Stefano Ninno, 35enne bolzanino, spinto dalla passione per tutto ciò che riguarda il costruire, inventare e trasformare un’idea in qualcosa di concreto e utile, ha creato un’applicazione per imparare le lingue. 

L’idea come ti è venuta?

È nata da un’esigenza personale. Quando volevo imparare una nuova lingua, ho provato diverse app e metodi, ma ho notato che erano molto concentrati sulla grammatica. Per me, invece, la difficoltà principale era un’altra: spesso non riuscivo a farmi venire in mente i vocaboli.

Come hai pensato Bubble Learning?

L’ho creata per aiutare le persone a imparare una lingua attraverso i vocaboli in modo semplice, progressivo e coinvolgente. Un aspetto per me importante è che può essere usata gratuitamente, senza obbligare l’utente a spendere.

Che tipo di app è?

È un’app-gioco. Permette di imparare fino a 5000 parole per lingua e include sei lingue: italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo e russo. Il funzionamento è semplice: si sceglie la lingua madre e quella da imparare, poi si procede per lezioni e livelli organizzati per categorie di vocaboli.

Il gioco come funziona?

Durante la partita cadono bolle con parole da tradurre prima che lo schermo si riempia. Se lo spazio si esaurisce, la lezione termina; se si traducono abbastanza vocaboli, il livello è superato. Alla fine si può vedere un riepilogo con errori e traduzioni per migliorare.

Com’è nata l’idea delle bolle?

All’inizio avevo pensato a qualcosa di simile a Tetris, con elementi che cadevano. Poi, provando, ho capito che le bolle rendevano tutto più naturale, soprattutto per il gesto dello “scoppio”, e anche più gradevole graficamente.

E l’approccio game?

Volevo eliminare la noia dello studio a memoria e degli esercizi ripetitivi, rendendo l’apprendimento più leggero e coinvolgente.

Quanto tempo ci hai messo a realizzarla?

Circa un anno e mezzo. L’ho sviluppata interamente da solo, lavorandoci nel tempo libero e durante le ferie.

Qual è stato l’aspetto più difficile?

Soprattutto il lavoro sui vocaboli: selezione, organizzazione, traduzione e controllo delle liste.

Hai ricevuto feedback?

Sì, durante la fase di test prima della pubblicazione. Ho raccolto osservazioni da diversi utenti e mi ha colpito ricevere riscontri positivi fin da subito sul gioco e sul metodo.

Pensi che possa esserci un futuro per quest’app?

Le possibilità di sviluppo sono molte. Preferisco però attendere di capire prima le necessità degli utenti che la utilizzeranno, così da orientare gli eventuali miglioramenti nella direzione più utile e concreta possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

LanaLive esplora la topografia delle emozioni

L’edizione 2026 di LanaLive, in programma dall’8 al 17 maggio, si concentra su un fenomeno che interessa e coinvolge ogni persona, ma che spesso non “appare in superficie”: le emozioni. Con il titolo Topografia delle emozioni, la manifestazione esplora cosa in questa sfera prova la cittadina di Lana e come lo prova. ovvero: in che modo le emozioni plasmano la memoria collettiva, le relazioni sociali e i gesti quotidiani di una comunità? Quali sentimenti diventano visibili e quali restano nascosti?

Tra incontri intimi ed esperienze collettive, tra radici locali e influenze globali, LanaLive propone un programma multiforme di musica, arti visive, performance, film, conferenze e workshop. L’arte è intesa non solo come espressione di sentimenti, ma come mezzo che genera, trasforma e rende condivisibili le emozioni. Per catturare la sfera emozionale “nostrana”, quest’anno LanaLive collabora anche con un numero particolarmente elevato di artisti del territorio.

Il progetto partecipativo “l’h per vergognArti” di Mona Lisa Tina, in programma venerdì 8 maggio, esplora il tema della vergogna. In occasione di conversazioni intime sulla “vergogna familiare”- da tenersi nello spazio privato delle abitazioni dei partecipanti – saranno oggetto di attenzione quei sentimenti spesso inespressi, tramandati e nascosti all’interno delle famiglie. Per iscriversi, basta mandare un’email a info@lanalive.it

Il programma culmina con la mostra “Emozioni, il dietro le quinte”, ospitata nel cuore pulsante della cultura di Lana, l’edificio “Raiffeisenhaus”, casa della cultura progettata da Willy Gutweniger e inaugurata nel 1973. Poco prima dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, Hannes Egger e Annika Terwey cureranno un’esperienza espositiva immersiva che intreccia arte visiva, video, musica e performance. Negli spogliatoi, nei ripostigli e nei corridoi serpeggerà  uno spettro sensorialmente percepibile di emozioni umane: dalla paura e dall’amore alla gioia, al disgusto e al dolore. Gli artisti Laurin Böhm, Franziska Egger, Mariam Giunashvili, En Kitane, Amanda SRGE Lindsay, Sabrina Mandelli, Sofia Margesin, Mahsa Naraghipour, Hyunjin Park, Nadia Tamanini, Mona Lisa Tina, Sissel Tolaas e Cass Yao, intrecceranno nelle loro opere emozioni personali, sociali e politiche in uno spazio esperienziale denso e coinvolgente. La mostra verrà inaugurata sabato 9 maggio alle ore 11 alla presenza del sindaco Helmut Taber e sarà aperta tutti i giorni dalle 15 alle 19 fino al 17 maggio. 

La prima dello spettacolo dello Junge Braunsbergbühne Zwischen uns, si terrà lo stesso giorno, alle ore 11.30. Attraverso una fusione di movimento, linguaggio e silenzio, prenderà forma un’atmosfera densa, in cui vicinanza e distanza, controllo e perdita di controllo diventano palpabili. Tematicamente, l’opera, in cui il pubblico è posizionato al centro, si collega direttamente al tema del festival, ovvero Topografia del sentimento. Repliche domenica 10 maggio alle 17 e venerdì 15 maggio alle 18.

Manuel Oberkalmsteiner esplorerà quindi la dimensione emotiva del nostro presente digitale nella sua conferenza #Touched – Wie das Digitale uns bewegt (#Touched – Come la tecnologia digitale ci emoziona), che si terrà martedì 12 maggio alle 19. La conferenza, sempre alla Raiffeisenhaus, si concentrerà sui meccanismi psicologici dei social network e su come le tecnologie digitali influenzano e plasmano le nostre emozioni.

La proiezione del film It Follows, organizzata da LanaFilm, mercoledì 13 maggio a partire dalle ore 20, renderà tangibile poi la paura come emozione determinante, un qualcosa di cui non ci si può scrollare di dosso e che ha un impatto duraturo sulla nostra percezione.

Giovedì 14 maggio alle ore 18, il circo contemporaneo incontrerà successivamente la narrazione emozionale: in Fate largo al “Restaurant Verde”! di Animativa, nella piazza del Municipio. In questo caso il broccolo è l’insolito protagonista e guida per il pubblico nella scoperta di un complesso paesaggio emotivo che abbraccia disgusto, gioia, rabbia e speranza. A seguire, alle ore 19, presso Kultur.Lana, la storica Ute Frevert terrà una conferenza dal titolo Politica e sentimento – un’alleanza empia, nella quale esplorerà l’intreccio storico e contemporaneo tra emozioni e azione politica (in lingua tedesca).

Il tema di LanaLive 2026 verrà anche esplorato musicalmente dal duo di musica elettronica sperimentale The Bugfix, che creerà un “”paesaggio sonoro” venerdì 15 maggio alle 18 e inviterà il pubblico in un viaggio attraverso diversi stati emotivi nel cuore emotivo di Lana: la Sala Rossa della Raiffeisenhaus. Partecipazione ed esperienza personale sono poi al centro del laboratorio di pittura GIOIA, condotto da Anita Kröss e Karin Mittersteiner sabato 16 maggio dalle 9 alle 12. In questa occasione pittura intuitiva e movimento potranno essere vissuti come forme dirette di espressione delle emozioni (iscrizioni a info@lanalive.it)

Dalle 19 in poi, lo spettacolo Arsenal di Kineret Haya Max unirà esperienza personale, realtà politica e immagini poetiche in una potente riflessione sui conflitti interiori ed esteriori. La serata si concluderà alle 20 con il concerto Klang in Bewegung, in cui la Bürgerkapelle Lana reinterpreterà brani tradizionali per banda di ottoni, inserendola in un contesto emotivo insieme a numeri di danza e circo.

A conclusione di LanaLive, il 6 e 7 giugno alle 19.30, il coro femminile Raindrops metterà il suo accento musicale con Tu mi fai girar. La musica corale multilingue unirà suono e testo per creare una risonanza emotiva che riflette esperienze individuali e stati d’animo collettivi.

LanaLive 2026 si propone in definitiva come un invito a ridefinire le emozioni, sia dentro di noi che negli spazi pubblici. Il festival rende visibile ciò che spesso rimane nascosto e crea spazi in cui i sentimenti non solo possono essere percepiti, ma anche vissuti nella dimensione personale e su cui si può riflettere in quella collettiva.

Autore: Luca Masiello

Ando’s Barzoletti: raccontare barzellette su internet

Abbiamo dialogato con Andreas Lercher, noto su internet come Ando’s Barzoletti, creatore di contenuti altoatesino molto amato tra i giovani per i suoi video comici. La sua specialità sono i ‘barzoletti’ o ‘barzellotte’, barzellette e freddure di tutti i tipi che racconta sempre con un sorriso contagioso. 

Parlaci di te e della tua attività su internet.

Ho più di quarant’anni e lavoro in fabbrica. Sono appassionato di barzellette. Nel 2018 ho deciso di aprire un canale YouTube, perché un mio amico mi aveva parlato della possibilità di guadagnare qualcosa con i video. Ho pensato a quali contenuti fare e poi, un giorno, mentre raccontavo una barzelletta, ho visto che tutti si divertivano molto e mi sono detto: “Perché no?”. Così ho pubblicato il mio primo video comico e da allora ho continuato a far divertire la gente su internet.

Pur essendo di madrelingua tedesca, racconti barzellette in italiano. Spiegaci questa scelta.

Inizialmente facevo video solo in tedesco, ma un giorno un mio amico italiano mi ha detto che non riusciva a capire niente. Così ho cominciato a pubblicare video in italiano, che hanno avuto un successo immediato. 

Ed è così che è cominciata la tua carriera su internet?

Sì. Ho iniziato con YouTube, ma il vero momento di popolarità ce l’ho avuto grazie a una pagina Facebook che ha ripubblicato un mio video, facendomi raggiungere un milione di visualizzazioni; in un primo periodo mi ha anche aiutato a gestire gli altri profili social, soprattutto Instagram. Oggi mi occupo da solo di tutte le mie pagine. Dopo un primo momento di grande popolarità, ora la situazione si è stabilizzata.

Sei contento della situazione attuale o vorresti rendere la tua attività su internet un impiego a tempo pieno?

All’inizio volevo guadagnare soldi con i social, ma ora ho cambiato idea e preferisco mantenerlo come passatempo. Mi sono reso conto che avere successo su internet è molto impegnativo e ho capito che non voglio diventare più famoso di così. Per esempio, all’inizio non riuscivo a rispondere a tutti i messaggi e i commenti che ricevevo perché erano troppi, mentre ora sì e preferisco così. Poi, se fosse a tempo pieno, dovrei reimparare a fare le cose, ripartire da capo con una nuova attività e magari avrei successo solo per qualche anno. Ciò non mi garantirebbe una stabilità economica come il mio attuale lavoro, nel quale mi trovo bene.

Hai mai pensato di impiegare le tue doti comiche al di fuori dei social? Magari dal vivo o in televisione?

In passato ho ricevuto qualche invito per raccontare barzellette nei locali, ma non ho mai pensato di organizzare spettacoli dal vivo o di prendere parte a fiere. L’evento più importante a cui ho partecipato è stato Tú sí que vales, dove ho potuto raccontare le mie barzellette. È stata una bella esperienza, e se mi dovessero ricontattare ci tornerei, ma non penso che in futuro mi dedicherò attivamente a questo mondo.

Qual è il tuo tipo di umorismo preferito e quello più apprezzato da chi ti segue?

Mi piacciono le barzellette, soprattutto quelle sporche. Devo stare attento, però, perché alcune cose non si possono dire su internet. Al pubblico piacciono molto le parolacce, ma io preferisco evitare di dirle, perché non voglio che qualcuno possa sentirsi offeso. A volte quest’autocensura mi ha danneggiato in termini di visibilità, ma a me va bene lo stesso. Voglio che i miei video piacciano a tutti e divertano senza offendere.

Ci vuoi salutare con uno dei tuoi ‘barzoletti’?

Certo! Un boscaiolo entra in un negozio per comprare una camicia. La commessa gli chiede: “Che taglia?”. E lui risponde: “La legna!”.

Autore: Tommaso Calamaro

Daniel, una vita in campagna a comporre musica e…

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo. Oggi il protagonista delle nostre storie è Daniel, che da Bolzano si è trasferito nella campagna umbra.

Daniel, classe 2000, è l’antieroe di cui abbiamo tutti bisogno, l’anti-FOMO (paura di essere tagliati fuori) per antonomasia, il rifuggitore di like e dell’iperconnessione, il vero rivoluzionario — sebbene sono certa che lui non si definirebbe così — dei nostri tempi.

Daniel quattro anni fa ha preso in mano quel set di carte da giocare che gli hanno messo in mano a scuola a Bolzano — università, tirocinio, stage, lavoro (forse), casa (ancora più in forse) — le ha guardate di sbieco, se le è messe in tasca e se n’è andato. A fare tutt’altro, si capisce.

Daniel adesso vive nell’entroterra umbro, in una casa in mezzo alla campagna, a pochi chilometri da un paese di 7.000 abitanti. 

Fermi tutti però: questo non è il classico articolo della serie “Uomo di 25 anni lascia il lavoro e va a ristrutturare un casolare nel bosco, ora è felice”. Daniel non ha scelto questa strada per un nostalgico anelito per i bei tempi andati in cui si zappava la terra e si stava meglio perché si stava peggio. È molto schietto su questo punto: “Io a scuola ero una pippa. Bocciato due volte, cambiato scuola quattro. 

Ci ho provato all’inizio a fare l’università, ma semplicemente non funzionava per me”.

A questo punto Daniel si è confrontato con sé stesso in una seduta di onestà radicale e si è chiesto: ma io cosa so fare? A me cosa piace veramente? 

La risposta era chiarissima: la musica. Farla, comporla, costruire l’architettura sonora dietro alle scene dei film, essere l’alchimista che con la tecnica e con l’immaginazione distilla ciò che fa scaturire nello spettatore l’emozione, il pianto, la paura, il pathos.

“Il mio idolo? Miyazaki. Io sono partito con l’idea di fare quella cosa lì. Facevo già musica per conto mio, dovevo solo acquisire il set di skill giusto: imparare a usare i DAW (software per produrre musica), lavorare con le librerie orchestrali, capire il sound design, il mixing, il mastering”. 

E allora Daniel è partito alla volta di Roma, città eterna del cinema e della cacio e pepe, alla ricerca di compagni, di collaboratori, del network per realizzare il suo sogno. Roma però è pur sempre la capitale del nostro Paese, e come tale non può che esserne capofila nelle sue logiche e nelle sue contraddizioni: le produzioni passano sempre dalle stesse quattro scrivanie, il lavoro va all’amico dell’amico che è anche suo cugino, la commissione al figlio di, al nipote di, al figlio del nipote di. Non avendo trovato ciò che cercava, il Nostro, dopo un primo inevitabile momento di sconforto, si è rimboccato le maniche e si è addentrato nel mondo dell’online — annunci di lavoro, commissioni da remoto, e forse l’ultimo avamposto rimasto della meritocrazia (per chi non ha la fortuna di essere “figlio di”, si capisce).

“Alla fine ho capito che non c’era solo il cinema — beninteso, quello rimane sempre il grande sogno-. Tutto ciò che ci circonda, da Instagram alla radio, dalle pubblicità alla televisione, è fatto in gran parte di musica. E allora dovevo partire da lì”.

Il cerchio si chiude: Daniel adesso vive della sua passione, compone musica per documentari, per video YouTube, per pubblicità e per cortometraggi, e lo fa dalla sua casa in campagna, dove vive con la sua ragazza in una quotidianità fatta di “caffè, passeggiate, mercati di paese e composizione”.

“Ho iniziato solo tre anni fa, mi considero ancora agli inizi. So che sono stato fortunato, ma so anche che il mio percorso è stato ed è frutto di una scelta fondamentale: quella di essere stato onesto con me stesso fin dall’inizio”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba

A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente