Un caro abbraccio alla nostra amata collega Barbara Sonetti

A fine luglio, all’improvviso, è mancata Barbara Sonetti, nostra collega responsabile del settore della pubblicità. Barbara stava coraggiosamente lottando contro una malattia importante, ma niente avrebbe fatto presagire l’accelerazione che purtroppo l’ha portata via prematuramente alla sua famiglia e anche a noi che abbiamo condiviso assieme anni di lavoro. La scomparsa di Sonetti ha lasciato nel dolore il marito, i figli, i genitori e anche un piccolo nipotino che negli ultimi tempi era arrivato portandole tanta gioia. Molti sono stati gli amici, i conoscenti e anche i clienti che in questi giorni l’hanno ricordata, esprimendo la loro vicinanza e il loro dolore. 

Non è facile per me esprimere il vuoto che lascia Barbara nei nostri giornali. Personalmente ho lavorato fianco a fianco con lei per 9 anni. Per tutto questo tempo abbiamo costruito insieme il profilo delle notizie, approfondimenti e consigli per gli acquisti (ma anche idee per vacanze e escursioni) che costituiscono il cuore dei nostri giornali gratuiti. Ognuno di noi ha agito nel suo ambito (io quello giornalistico e lei quello commerciale) ma poi abbiamo lavorato soprattutto insieme, delineando la delicata alchimia del freepress, in un dialogo costante che mano a mano, giorno per giorno, ridefiniva quello che doveva e poteva essere “venduto” da quello che invece viene “regalato”. Nel confronto tra noi c’erano i “paletti” che ponevamo vicendevolmente per difendere ognuno le necessità del proprio settore, ma anche delicate “invasioni di campo” volte a sostenere il lavoro dell’altro. Così in certi frangenti era Barbara a segnalarmi notizie e storie da raccontare, così come io mi prodigavo a segnalare potenziali interlocutori per la parte commerciale. 

Anche nei momenti più impegnativi mai è mancato da parte di Barbara il rispetto per il profilo giornalistico del nostro quindicinale e di questo gliene sarò sempre grato. Già dai primi giorni dopo la sua scomparsa mi è sembrato ancora più chiaro il grande contributo che il suo essere interlocutrice attenta e rigorosa rappresentava per la qualità di nostri giornali. La natura dei nostri periodici non ci ha mai impedito di considerarli grandi, grazie all’approccio professionale nella loro realizzazione, l’importante tiratura concessaci dall’editore e – soprattutto – le esigenze e le sollecitazioni costantemente segnalate da voi affezionati lettori. 

Ogni giorno quando arrivavo in redazione mi bastavano pochi secondi per capire se Barbara era nel suo ufficio oppure se invece era “in giro da clienti”. Guardavo nella direzione della sua porta di vetro e se vedevo i suoi piedi sapevo che era al telefono oppure al computer per preparare preventivi. Molto spesso invece stava conversando con i colleghi, spesso raccontando della famiglia oppure ridendo. Ecco: la sua risata gioiosa non la dimenticherò mai, era piena di vita e quasi sempre di entusiasmo. Ogni tanto si arrabbiava, ma succedeva perché Barbara Sonetti aveva il cuore in mano, sempre, ed era davvero una colonna portante sia per la sua grande e bella famiglia che per la nostra famiglia QuiMedia. 

Non la dimenticheremo mai.
Proprio mai.  

Autore: Luca Sticcotti

Nell’Alto Adige di Bernhard luoghi cupi e storie di famiglia

Thomas Bernhard (1931-1989) fu lo scrittore del perturbamento. Austriaco e più grande odiatore dell’Austria, si distinse già in vita per opere quali “Il nipote di Wittgenstein”, “Amras” o lo stesso “Perturbamento”. Il suo rapporto contrastato nei confronti dei paesaggi austriaci e della vita di provincia alimentò in lui un rapporto di odiamore anche per le montagne altoatesine e per le persone che le infestano con le proprie ossessioni.

Nelle storie di Bernhard il monologo è alla base del narrare anche quando vorrebbe vestirsi da dialogo. Il punto fermo è una rarità che va dosata con parsimonia, rendendo la prosa un enorme serpente che avviluppa il lettore con circonvoluzioni di pensieri ripetuti fino al parossismo, tutti apparentemente uguali, ma gradualmente diversi. L’ossessione si fa pensiero e il pensiero, spesso, si fa camminare. Camminare, pensare e ripetere. Camminare in campagna, nel bosco, in montagna, incontrando pazzi che costruiscono la propria vita di lucida razionalità. Parlare con questi pazzi e camminare con le parole, girando attorno al nocciolo dello stesso unico pensiero senza mai raggiungerlo completamente nonostante i tanti passi fatti.

Camminare è fondamentale, ma altrettanto importante è avere uno spazio che contenga il pensare. E anche quando tale posto è all’aperto, immerso nella natura, è fortemente claustrofobico. Le montagne – tirolesi e altoatesine – sono descritte come luoghi cupi, opprimenti, che isolano l’individuo e lo immergono nelle proprie paranoie solipsistiche. L’Alto Adige, con le sue piccole comunità insediate su cime altissime, diventa quindi il palcoscenico perfetto per i racconti asfissianti di Bernhard.

È soprattutto nella raccolta “Midland a Stilfs” (1971) che si possono trovare riferimenti all’Alto Adige. Nell’omonimo racconto, una famiglia che vive isolata sullo Stelvio si prepara a ricevere la visita di Midland, un signorotto inglese che annualmente trascorre qualche giorno nella loro fattoria. Per il visitatore occasionale Stilfs può sembrare un luogo ideale, ma per i suoi abitanti è solo “disgusto, apatia e disperazione”. L’ospite crede che nella quiete dello Stelvio i contadini abbiano elaborato scienze di altissimo valore, ma in realtà la solitudine isterilisce il pensiero e tutto ciò che possono fare è ammazzarsi di lavoro, perché ammazzarsi davvero non è contemplato: “Facciamo del pensiero del suicidio il nostro unico pensiero, ma il suicidio non lo commettiamo”. Nonostante il fraintendimento, non possono comunicare a Midland la reale natura del luogo, perché in tal caso smetterebbe di far loro visita e con lui verrebbe meno anche quell’elemento esterno di novità che li tiene ancora in vita.

In “Sull’Ortles. Notizie da Gomagoi”, due fratelli, un acrobata e un meteorologo, si incamminano verso la malga di famiglia. Durante l’ascesa, i due discutono della propria esistenza e di come avessero cercato di perfezionare le rispettive arti. La malga sull’Ortles diventa, come la fattoria di Stilfs, un luogo dove poter approfondire il proprio sapere, ma che in realtà lo opprime con la sua estrema solitudine. Nonostante la stanchezza, non vogliono fermarsi, anzi, bisogna accelerare, perché interrompere la marcia equivarrebbe a interrompere il pensiero. E se il pensare e il camminare sono due facce della stessa medaglia, Bernhard ci tiene a specificare che essi non sono totali: non è possibile pensare e camminare con la stessa intensità, ma, da come uno cammina si può capire come pensa, e viceversa. Paesaggio e mente si riversano l’uno nell’altra: “Quanto paesaggio! Quanta malattia mentale!”. La destinazione non importa più; è l’ascesa ciò che conta. Ma l’obiettivo diventa dubbio e, quando arrivano, trovano solo un ammasso di macerie, specchio della condizione mentale del fratello acrobata che, una volta tornato a valle, viene ricoverato in un istituto.

Le montagne altoatesine sembrano dunque paradiso terrestre e momento di raccoglimento a chi le visita, luogo di reclusione, follia e tragedie a chi le abita. La montagna diventa lo specchio della mente dell’osservatore. Con la sua solitudine esaspera le ossessioni, dando forma alle manie di chi vi si avventura: “Abbiamo paura del vuoto della nostra mente e del vuoto del paesaggio causato dal vuoto della nostra mente”, dicono i due fratelli sull’Ortles.

Insomma, i personaggi bernhardiani, nonostante il tanto camminare e ascendere, continuano a girare attorno al vuoto della propria mente, fino a ritrovarne il riflesso nel paesaggio stesso.

Autore: Tommaso Calamaro

Coreografia e danza, nel cuore di Sabine Raffeiner

Il nostro focus sull’universo femminile questa volta interseca il mondo della danza e del teatro-danza incontrando un personaggio di riferimento in questo settore del nostro panorama locale. La danza e poi la coreografia sono state per Sabine Raffeiner un impegno costante, una dedizione inesausta, una passione che ancora le fa palpitare il cuore e illuminare lo sguardo.

Lei conta su una formazione in giurisprudenza, quindi un ambito assai complesso, eppure la danza e la coreografia hanno fatto parte integrante della sua quotidianità. 

Vero, ho studiato giurisprudenza a Bologna, città che mi offriva anche l’opportunità di approfondire e studiare diversi stili di danza, passione coltivata  fin da piccolina. Il rigore e la costanza richiesta nello studio universitario parallelamente sono necessari anche nello studio della danza. Sono riuscita a coniugare entrambi le mie specializzazioni trovando realizzazione sia nel lavoro amministrativo che nella danza come danzatrice, coreografa e insegnante ormai da oltre 40 anni.

Come e a che età è avvenuto il colpo di fulmine con la danza? 

Un colpo di fulmine veramente non c’è stato. Già mamma ha studiato danza  classica e a 6 anni ho seguito le sue orme presso la Scuola di Grete von Heimburg Kebat e l’insegnante Maria Pia Saltern. Successivamente alle scuole superiori ho avuto l’opportunità di  praticare la Jazz Dance, stile che mi ha veramente appassionato. A Bologna poi ho continuato con la danza moderna, contemporanea e afro. Negli anni ho svolto anche molteplici formazioni specifiche per l’insegnamento della danza. 

Nel tempo lei si è dedicata con passione alla coreografia, quando e come ha iniziato questo percorso creativo? 

Dal 1986 insegno danza modern jazz presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano, e fin da subito ho potuto creare coreografie per i saggi di fine anno. Grazie a  innumerevoli collaborazioni con diverse associazioni meranesi e non, ho poi avuto l’opportunità di creare coreografie per rassegne di danza, concerti, operette, opere, spettacoli di cabaret. A partire dal 2006, con lo spettacolo di teatro danza, “Il canto della terra”, partecipo al Festival Alps Move sia come ballerina che come coreografa. Dopo questa prima importante esperienza, con ben diverse rappresentazioni in Provincia, la voglia, anzi l’esigenza di creare opere mie personali è cresciuta esponenzialmente, e così, oltre alla mia attività didattica e di coreografa per la Scuola di danza, da ormai 20 anni produco spettacoli di teatro danza curandone sia la coreografia che la regia, potendo portare in scena diverse produzioni anche fuori provincia (Milano, Chiavenna). 

Come nasce una coreografia? Si occupa anche della creazione dei costumi di volta in volta adatti ad un determinato balletto? 

La  coreografia viene creata in base a una drammaturgia elaborata  con riferimento a un tema specifico,  dopo aver svolto delle ricerche e studiato approfondendo gli argomenti scelti, a volte anche procedendo a raccolte di materiale e ricevendo diverse interviste; ma può essere creata anche  interpretando i testi delle musiche scelte. La drammaturgia si traduce in una realizzazione coreografica attraverso sequenze di passi, assoli, duetti, ecc.; in particolare, vengono messe in evidenza le diverse atmosfere, e stati d’animo ed emozioni possono essere anche rappresentati attraverso  movimenti astratti. Inoltre anche la scelta delle musiche così come dei costumi o oggetti di scena è parte integrante del lavoro creativo. La regia sceglie se integrare la rappresentazione con proiezioni video o fotografie e collabora in modo stretto con i tecnici anche per la regia luci.

Lei ha collaborato per decenni con Arabesque ma ha anche un suo gruppo di danza, in cosa si differenzia? 

Come descritto sopra dal 1986 insegno presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano. Arabesque quest’anno festeggia il 40 anniversario sotto la direzione di Irmtraud Filippi. In questo anni di attività pedagogica della danza ho avuto il privilegio di insegnare, accompagnare e sostenere numerose allieve e numerosi allievi nel loro percorso artistico. La maggior parte di loro danza ancora oggi – alcuni a livello professionale, molti per pura gioia del movimento. Quasi tutti hanno sviluppato una passione profonda per la danza e il desiderio di esprimere emozioni attraverso il corpo. L’esperienza e la disciplina acquisite nella danza hanno inoltre fornito a molti di loro, nel corso del proprio cammino, sia nelle carriere professionali sia nella vita privata e personale, la forza, la perseveranza e l’orientamento necessari. Poter assistere a questo percorso rappresenta per me una grande soddisfazione e gioia. 

Le mie compagnie di danza invece nascono ad hoc per ogni singolo progetto di teatro danza. A volte coinvolgo danzatrici da me formate, recentemente invito a collaborare anche ballerine e ballerini professioniste/i. Il lavoro concettuale della creazione di una pièce di  teatro danza è simile a quello che svolgo per le coreografie montate per le mie classi. Si differenzia forse nella complessità del progetto, anche perché di regola la durata del pezzo cambia (20- 30 minuti o più). Inoltre mi piace collaborare con diverse realtà artistiche; oltre a  ballerine e ballerini,  collaboro con drammaturghe/i, artiste/i materiche/ci, scultrici/scultori, attrici e attori, musiciste/i, fotografe/i e videomaker. 

Entrambe le attività rappresentano per me un mezzo per trasmettere emozioni. 

La cosa più importante è riuscire, attraverso il mio lavoro, ad arrivare alle persone, suscitare qualcosa dentro di loro e creare una connessione con il pubblico. Quando questo accade, sento di aver raggiunto il mio obiettivo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I Compagni della Lancia

Alessio Fonte è un regista e sceneggiatore bolzanino di 24 anni che recentemente ha diretto il film I Compagni della Lancia. Si tratta di un docufilm tratto dal libro Italiani Kaputt di Luca Fregona. Racconta la nota vicenda avvenuta a Bolzano il 3 maggio 1945, quando i nazisti in ritirata fucilarono 18 operai civili davanti allo stabilimento della Lancia, in via Volta. Con la casa di produzione Eagle Service il regista si è posto l’obiettivo di rendere I Compagni della Lancia la scintilla che faccia partire il motore della scoperta nelle storie di Bolzano.

L’INTERVISTA

Quando è nata la tua passione per il cinema?

Quasi dieci anni fa ho capito che sarebbe stato il mio destino e da quel giorno non ho mai smesso di crederci.

Come è nata l’idea di realizzare I Compagni della Lancia?

È una storia che è sempre stata presente nella mia vita fin dall’infanzia. Mio nonno mi raccontava spesso dell’orologio a cipolla che salvò la vita a suo nonno Vittorio durante la guerra. Poi il 3 maggio 2025 è uscito il romanzo Italiani Kaputt di Luca Fregona e assieme alla mia responsabile Valentina Iagrossi di Eagle Service abbiamo deciso di dar vita a questo progetto.

Come ti sei rapportato al testo originale durante la scrittura e la regia?

Il romanzo Italiani Kaputt è stato fondamentale per me. Luca è riuscito a trasmettere ogni emozione provata dalle vittime dell’eccidio e questo ha facilitato molto la scrittura della sceneggiatura. Conoscere bene la storia è stato importante per creare un legame molto forte con i parenti dei protagonisti della vicenda, questo ha fatto si che sul set le interviste si trasformassero in un racconto più intimo in stile nonno-nipote e credo che sia il punto forte del film. Inoltre lavorare con Luca è stato stimolante e divertente, l’impegno e l’entusiasmo che ha messo per la produzione del film ci ha aiutato a realizzarlo al meglio.

Quale pensi possa essere il contributo del cinema alla valorizzazione della storia e della memoria locale?

Può dare un contributo enorme. Molte storie purtroppo sono ancora sconosciute o poco tramandate e credo che nella società moderna non esista strumento migliore per coinvolgere tante generazioni al ricordo e scoperta di vicende che hanno segnato la storia della nostra città.

Perché la vicenda di via Lancia è ancora oggi poco conosciuta o spesso passa inosservata?

è poco conosciuta per via di come è stata gestita nel Dopoguerra. L’inglobamento della memoria del 3 maggio all’interno della giornata del 25 aprile ha spostato la vicenda su un secondo piano. Il tempo ha fatto sì che la vicenda sprofondasse sempre di più nel dimenticatoio. Per fortuna persone come Marco Cavattoni, Luca Fregona e i parenti delle vittime hanno lottato per mantenere viva questa memoria.

Qual è il futuro che immagini per il tuo film e per la memoria di questo evento storico?

Fin dal primo giorno il mio obiettivo è sempre stato quello di far conoscere questa storia soprattutto alle nuove generazioni. È la storia del sacrificio dei nostri nonni e nonne per la nostra città e non può non essere celebrata. Per questo porteremo I Compagni della Lancia nelle scuole superiori, faremo scoprire la vicenda ai ragazzi con la speranza che magari qualcuno di loro contribuirà al ricordo del 3 maggio 1945.

IL FILM

Il progetto convince da subito: sia Rai Alto Adige sia il Centro Audiovisivi ne acquisiscono i diritti. Grazie al supporto di Fregona, Fonte entra in contatto con i familiari dei protagonisti della storia i quali accolgono il progetto con entusiasmo e disponibilità.

La sceneggiatura viene completata a febbraio 2026. Le riprese iniziano il 2 marzo e si concludono il 6, dopo cinque giorni intensi segnati anche da qualche imprevisto. Nonostante tutto il film riesce a prendere forma esattamente come il regista lo aveva immaginato.

A caratterizzare il progetto è una troupe giovane. Oltre a Fonte ne fanno parte Vettorato, aiuto regista, Fusaro alla direzione della fotografia, Ferrari come operatore di macchina, Tinebra al montaggio, Emil Da Soghe alla produzione e Iagrossi al coordinamento. Accanto a loro anche Bruno Da Soghe, producer assistant. Un gruppo di professionisti accomunati dalla voglia di lavorare con serietà senza rinunciare a un clima sereno e collaborativo, un equilibrio non scontato.

La realizzazione del docufilm viene segnata dalla morte di Marco Cavattoni, nipote di Andrea, uno dei sopravvissuti e maggiori testimoni impegnati nel mantenimento della memoria del 3 maggio. La sua scomparsa porta la produzione a dedicargli il film.

Il 5 maggio al Cineplexx di Bolzano si tiene la prima che registra il tutto esaurito. Il 15 maggio, il film viene riproposto al Centro Trevi davanti a circa duecento persone. Il 24 maggio arriva infine la messa in onda su Rai Alto Adige.

Tra i ricordi più vividi di Fonte c’è anche un episodio che riguarda l’oggetto simbolo dell’intera vicenda: l’orologio a cipolla del trisnonno Vittorio Luise, l’operaio sopravvissuto alla fucilazione del 3 maggio 1945 grazie a quel segnatempo che deviò il proiettile a lui destinato. Alessio aveva circa dodici anni quando il nonno Giuliano glielo mostrò per la prima volta. Gli sfuggì dalle mani e il vetro andò in frantumi. «Ricordo ancora quel rumore», racconta oggi. «Evidentemente non gli bastava essersi preso un proiettile».

Autrice: Anna Michelazzi

Ester, il suo sogno… e il suo pianoforte

Ester Ferrario è una giovanissima pianista, studentessa del Conservatorio di Bolzano, con un curriculum già molto importante e con all’attivo già numerosi riconoscimenti e premi. Il 12 ottobre 2025 Ester Ferrario ha vinto a Genova il Premio speciale dedicato a „Emilia Gubitosi” al XIV Concorso Nazionale Giovani Talenti della Musica” del Soroptimist International d’Italia. Ester attualmente è allieva di Cristiano Burato e Bruna Pulini presso il “Monteverdi” di Bolzano. 

A quanti anni hai iniziato a suonare?

Ho iniziato a suonare il violino a quattro anni, ma dopo un po’ ho capito che il pianoforte era lo strumento che mi piaceva davvero. Così, a cinque anni, ho cambiato strumento e ho scelto il pianoforte. 

Quale fu il tuo primo approccio allo strumento? Cosa ti affascinava?

Sono nata in una famiglia di musicisti, per questo la musica è sempre stata parte della mia vita e, in un certo senso, ho iniziato ad ascoltarla già nel grembo di mia madre. Una delle cose che mi ha sempre colpita del pianoforte era il suo suono. Mia madre suonava spesso brani molto difficili e, ogni volta che la ascoltavo, rimanevo affascinata. Quei pezzi creavano un’atmosfera speciale e il suono del pianoforte mi sembrava forte, intenso e capace di trasmettere tantissime emozioni. 

Qual è oggi il tuo compositore preferito? 

Il mio compositore preferito è Chopin. Mi piace, perché la sua musica è piena di emozioni e ogni volta che suono un suo brano riesco a provare e trasmettere qualcosa di diverso.

Il pianoforte compete con l’impegno a scuola e con il tempo libero: come suddividi questi tre aspetti della tua vita? 

Non è facile, ma cerco di organizzare le mie giornate in modo da riuscire a fare tutto. La scuola viene prima, poi dedico ogni giorno del tempo allo studio del pianoforte. Durante la settimana non riesco a uscire molto con i miei amici, per via dello studio. Nel fine settimana, invece, ho più tempo libero e cerco quasi sempre di organizzare qualcosa con loro.

Inseguendo i tuoi sogni, dove ti vedi fra cinque anni?

Tra cinque anni mi vedo a studiare in un’importante università di musica. Spero di continuare a crescere come pianista e di trasformare questa mia passione in una professione. Pur rimanendo aperta a nuove opportunità, il mio obiettivo è continuare a dedicarmi alla musica con impegno e determinazione.

Hai mai considerato la direzione d’orchestra? Potrebbe piacerti?

Sì, ci ho pensato e credo che mi piacerebbe. È un ruolo molto importante, con tante responsabilità e penso che potrebbe essere un’esperienza davvero interessante. Credo sia impegnativo, dato che il direttore d’orchestra deve preparare e guidare tanti strumentisti diversi, però l’idea di avere la visione generale di un pezzo orchestrale, mi affascina molto.

Cosa consigli a una bambina che inizia ora a suonare?

 Le consiglierei di cercare di trovare piacere nel suonare.All’inizio io ero incuriosita in quello che imparavo, però non mi sentivo tanto coinvolta mentre suonavo. Tuttavia dopo un po’, quando ho iniziato a imparare pezzi più difficili e accattivanti mi sono sentita più parte della musica e sono riuscita a esprimere le mie emozioni suonando.Con impegno, pazienza e voglia di imparare e di fare si possono raggiungere grandi risultati.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ecco i consigli di lettura per l’estate

Con l’estate ormai alle porte, abbiamo chiesto ai bibliotecari e librai della provincia di dare ai nostri lettori qualche consiglio di lettura per affrontare l’afa estiva. Che siano libri da leggere all’ombra dell’ombrellone o nel chiarore della sera, questa agevole lista vi fornirà qualche spunto interessante. E non ci siamo dimenticati dei più giovani!

Sette volte bosco di Caterina Manfrini (Neri Pozza)

Alessia Piccolin – Biblioteca provinciale italiana ‘Claudia Augusta’

Caterina Manfrini in Sette volte bosco intreccia storia, natura e rinascita in una vicenda intensa e poetica. Attraverso gli occhi di Adalina ci fa scoprire il Trentino del primo dopoguerra, tra ferite, speranza e appartenenza con una scrittura evocativa, personaggi memorabili e paesaggi che restano nel cuore.

Il mio tavolo finisce qui di Andrea Rossi (Alphabeta)

Eleonora Busà – Biblioteca provinciale italiana ‘Claudia Augusta’

Una corsa senza sosta per le vie di Merano nel tentativo di procrastinare l’inevitabile: la morte del padre. Il mio tavolo finisce qui di Andrea Rossi è un intenso viaggio nella memoria familiare, che intreccia affetti, perdita e ricerca della propria identità.

E così per non morire di Paolo Roversi (SEM)

Luisella Raveane – Biblioteca Don Bosco di Laives

Il romanzo segna il ritorno della profiler Gaia Virgili, chiamata a indagare su una serie di omicidi nella Milano del febbraio 2020, dove delitti del presente sembrano riecheggiare un mistero irrisolto del passato. Con una trama avvincente e ricca di suspense, Roversi conferma ancora una volta la sua capacità di costruire gialli coinvolgenti e mai scontati. Se cercate una lettura per l’estate, questo è il libro giusto.

Ombre senza voce di Tokurō Nukui (Longanesi)

Alessia Curet – Libreria Athesia Merano

In Ombre senza voce ci viene raccontata la storia del sovraintendente della polizia Saeki, alle prese con un caso difficile, e di Matsumoto, una figura fragile che cerca disperatamente di colmare un vuoto interiore. Due vite destinate ad incrociarsi. Un romanzo in cui oscurità e silenzio si intrecciano.

La bugia dell’orchidea di Donato Carrisi (Longanesi)

Marika De Podestá – Libreria Athesia Twenty

Dal maestro del thriller un altro capolavoro che gioca sul confine tra verità, memoria e manipolazione. Una storia di cronaca nera, un massacro, un colpevole senza nessun dubbio. Ma Carrisi costruisce questa storia proprio per smontare ogni certezza del lettore con un senso di instabilità continuo. Una tensione costante, dettagli inquietanti e colpi di scena. I personaggi, soprattutto la protagonista, sono volutamente ambigui, il che rende la lettura molto coinvolgente. Un finale che sicuramente dividerà i lettori, tra verità e dubbi.

Ci sono anche i giorni di Primavera di Mélissa Da Costa (Rizzoli)

Donata Pricci – Libreria Athesia Brunico

Mélissa da Costa torna in libreria con un romanzo che non smentisce l’intensità emotiva delle sue storie e dei suoi personaggi. 

Ci sono anche i giorni di Primavera è una storia che parla di come la vita non rispetti i programmi che facciamo, di come talvolta gli eventi ci piombino addosso e stravolgano tutti i nostri piani. Ma ci racconta anche fin dove siamo disposti a spingerci per Amore. Una lettura consigliata a chi cerca una storia intensa, capace di scavare nei sentimenti.

Tygre di S.F. Said (Einaudi Ragazzi)

Mara Barbierato – Biblioteca Civica ‘C. Battisti’, sezione ragazzi

Alle ragazze e ai ragazzi che amano l’avventura in un futuro distopico, ricco di magia, coraggio e speranza, consiglio Tygre di S.F. Said, ambientato nella Londra di un futuro tragico, dove tutti sono prigionieri di un tiranno che priva ognuno della propria identità e libertà. Il ragazzo protagonista, Adam, trova qualcosa di incredibile in una discarica. Un animale misterioso, mitico, magico. Una Tygre. Una Tigre gigante in pericolo che, assieme all’amica Zadie, decide di curare, perché solo lei potrà aiutare i ragazzi a fermare le forze del male, che hanno stregato la città. Ci riusciranno soltanto con l’aiuto della bibliotecaria Judit, che custodisce nella biblioteca sotterranea le mappe antiche di Londra e i segreti dei maligni oppressori.

Real di Takehiko Inoue (Panini Comics)

Libreria Mardi Gras

Tantissimi sono i manga (ndr: i fumetti giapponesi) a tema sportivo in circolazione, ma uno in particolare occupa un posto speciale nei nostri cuori. Si tratta di storie drammatiche e potenti di ragazzi appassionati di basket, ma costretti a vivere su una sedia a rotelle. I due protagonisti, Kiyoharu e Hisanobu, non sono certo dei santi e tante volte vorrebbero arrendersi. Ma l’amore per la pallacanestro è più forte della rabbia e del dolore.

Autore: Tommaso Calamaro

Stelle e argonauti crescono

Con l’arrivo dell’estate sono andate in archivio anche due ricorrenze “tonde”, o quasi, per due importanti progetti che puntano allo svago formativo degli scolari meranesi. Una realtà di valore anche sociale che merita un approfondimento e che qui raccontiamo nei dettagli.

Infatti nello scorso mese sono giunti al termine il decimo e il ventunesimo anno di attività dei progetti denominati “Gli Argonauti” (per la scuola secondaria di primo grado) e “1,2,3…stella” (per la scuola primaria). Nomi che da soli rimandano alla mitologia greca e al gioco e dunque il collegamento con la cultura scolastica e lo svago scatta in automatico: infatti si tratta di attività di accompagnamento allo studio, organizzate dal Punto d’incontro per giovani “Cilla” presso la Scuola secondaria di primo grado “L. Negrelli” di Merano e la Scuola primaria “Giovanni XXIII” di Sinigo. Il nome “1,2,3…stella” trae origine dal gioco che un tempo animava i cortili, mentre “Gli Argonauti” si sono ispirati al mito greco dei navigatori che hanno intrapreso il loro viaggio ricco di imprevisti e di insidie ma in compagnia. E la compagnia, il gruppo, è la base di partenza di questi progetti che rispettivamente da oltre quattro e da due lustri sono importanti per la formazione degli scolari meranesi: infatti, grazie alla convenzione stipulata con l’Istituto comprensivo Merano 2, durante tutto l’anno scolastico appena concluso sono stati coinvolti 60 bambini e 9 educatori per tre pomeriggi a settimana nella scuola primaria e 24 ragazzini e 5 educatori per due pomeriggi nella scuola secondaria, per progetti che hanno beneficiato del contributo dell’Agenzia Provinciale per la famiglia e dell’Assessorato comunale ai giovani.

Affrontare la fatica dello studio con un lavoro costante sulle motivazioni, favorire l’acquisizione di un metodo e accettare la sfida che studiare in compagnia è un’avventura che aiuta ad andare fino in fondo e a non arrendersi di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, assieme ad adulti pronti a coinvolgersi e ad imparare assieme, sono stati i punti qualificanti dei due progetti.

Entrando nel dettaglio e ripercorrendo l’edizione 2025-’26 di questi progetti, alla scuola primaria di Sinigo l’anno scolastico si è aperto con una gita impegnativa da Verano fino al Knöttnkino, camminando per 12 chilometri immersi in un bosco incontaminato, per verificare ancora una volta che da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano, perché ci si aiuta a non arrendersi e ad alzare lo sguardo e ci si sostiene a vicenda. Sempre a Sinigo l’anno di attività extrascolastiche si è concluso con una festa molto partecipata alla presenza di un pubblico eterogeneo. E’ stato proposto un video con le foto più significative di tutto l’anno, per poi uscire in cortile e raccontare, con l’aiuto dei cartelloni, le esperienze vissute: la tradizionale cena multietnica, il progetto d’arte, “I germogli di poesie” scritte dai bambini, “I numeri felici”, la festa di Carnevale, la visita – particolarmente significativa – ai laboratori di Casa Basaglia con l’aiuto dei nuovi amici Davide e Chiara, e tanto altro. I ragazzi della classe V hanno poi salutato in un clima di grande silenzio ed emozione pronunciando parole molto sincere e sentite.

Uno dei momenti più attesi nel corso dell’anno è stato il cantare assieme prima dei compiti, iniziativa proposta grazie a una volontaria che ha accompagnato il gruppo insegnando canzoni sempre nuove. Il canto ha una potenza educativa impressionante, perché va al cuore dell’esperienza e risveglia una consapevolezza importante. Particolarmente significativa, in questo senso, parole e strofe come “…non è mica vero che fa lo stesso se resti insieme a noi o ci pianti in asso, se zitto e in disparte già ti sei messo, oppure se ti impegni a più non posso…”, oppure “…goccia dopo goccia nasce un fiume, un passo dopo l’altro si va lontano…e se una voce sola si sente poco, insieme a tante altre diventa un coro…non è importante se non siamo grandi come montagne, quello che conta è stare tutti insieme per aiutare chi non ce la fa!”.

Lo slogan che ha accompagnato questo anno di intenso lavoro è stato “Cosa vuoi fare DI grande?”, con un bel gioco di parole davvero eloquente, tema portante che si è ritrovato dentro ogni momento, dalla sfida dei compiti al gioco, dalle feste alle uscite, dai… litigi alla pace ritrovata. E anche quest’anno, come i precedenti, ha riservato in entrambi i doposcuola una serie di sorprese, incontri e fatti che lasciano un segno in chi li ha vissuti e tanta gratitudine nel cuore di tutti.

Anche con “Gli Argonauti” della scuola secondaria di primo grado è stato seguito un percorso strutturato, con un momento iniziale dedicato alla parola della settimana, proposta dai ragazzi, che ha stimolato la riflessione, l’ascolto e la condivisione di esperienze personali; il tutto seguito dall’esecuzione dei compiti assegnati con un sostegno mirato e personalizzato da parte degli educatori; per finire con un minuto di raccoglimento per lasciare una parola significativa, che rappresentava il pomeriggio trascorso insieme. Il progetto è stato sempre e costantemente rivolto all’acquisizione di un metodo di studio attraverso la curiosità e il desiderio di prendere coscienza di sé e degli altri, alla scoperta dei propri punti di forza; alla disponibilità e all’empatia che hanno stimolato significativamente le amicizie che sono nate e cresciute insieme a loro. La festa finale quest’anno è stata particolarmente emozionante, perché si è concluso il decimo e ultimo anno del doposcuola: una festa semplice ma ricca di significato, con una buona merenda, foto e consegna a tutti dei diplomi personalizzati, perché niente rende più felici i ragazzi, di sentirsi protagonisti e apprezzati in tutta la loro unicità. Un ragazzo di terza media ha preso la parola e ha detto: “Quando ho iniziato questo doposcuola avevo paura di tutto, adesso sono cambiato. Grazie!”. Sguardi, avventura, coraggio, gratitudine, esperienza, ricordo, tesoro, sono alcune delle bellissime parole lasciate dai ragazzi. Queste gemme di conoscenza sono la testimonianza del viaggio meraviglioso che è stato quello degli “Argonauti” meranesi. L’incontro è per sempre, il ricordo lo alimenta dolcemente.

E poi, come abbiamo riportato nello scorso numero del Qui Merano, in chiusura dell’annata di attività, alle Terme c’è stato un festoso e divertente pomeriggio trascorso insieme in piscina, al quale hanno partecipato circa 55 tra bambini e ragazzi e 20 adulti volontari.

IL BILANCIO POSITIVO DEI POLI EDUCATIVI


Si è concluso nei giorni scorsi anche il primo anno dei Poli educativi territoriali, nuovo percorso educativo e sociale in collaborazione tra il Punto d’incontro per giovani “Cilla” e la Scuola secondaria di primo grado “Negrelli”. I Poli educativi sono un nuovo modo di lavorare insieme, in cui i diversi soggetti coinvolti condividono responsabilità e risorse per promuovere il benessere, l’apprendimento e la partecipazione dei ragazzi.  Le alunne e gli alunni coinvolti in questa rete educativa sono stati 28, divisi in tre gruppi, seguiti da un educatore del “Cilla”. Si è cercato di proporre uno spazio di crescita diverso da quelli tradizional, con laboratori guidati da esperti di cucina, scacchi, fotografia, musica.  E poi uscite didattiche alla mediateca, alla caserma dei vigili del fuoco (foto qui a fianco) e alla Questura, per rafforzare la conoscenza del territorio e delle sue istituzioni. Tutto con una chiara direzione educativa, volte a valorizzare i talenti e le competenze dei giovani.

Il Venezuela dovrebbe insegnarci a essere più umani

Mariham Aveledo è nata a Maracay, in Venezuela e vive in Italia da quando aveva 18 anni. Dieci anni fa, a causa del peggioramento della situazione venezuelana, è arrivata in Italia in cerca di un futuro migliore. Ha dovuto ricostruire la sua vita da zero lontana dai suoi cari, senza però  smettere mai di sentirsi profondamente legata al suo Paese.

Cosa significa essere venezuelana all’estero?

Da una parte c’è la quotidianità. Dall’altra c’è il Venezuela. Ogni giorno succede qualcosa che mi preoccupa, c’è un ricordo, una notizia o una nostalgia che porto dentro senza parlarne troppo, perché è difficile far capire cosa significa. Mi manca condividere i momenti con le persone che amo. Ho perso matrimoni, compleanni, nascite, addii. Ho visto i miei amici sposarsi e diventare genitori attraverso uno schermo. La mia famiglia oggi è divisa in diversi Paesi. La persona che è stata il mio punto di riferimento qui in Italia è una delle mie sorelle. I miei nonni sono morti senza che potessi salutarli. Questo è uno dei dolori più grandi per ogni emigrato: sapere che il tempo passa anche per i tuoi cari e non poter esserci quando hanno più bisogno di te.

Come descriveresti la situazione attuale del tuo paese?

Molti conoscono il Venezuela per il petrolio o per la crisi economica, ma oggi si tratta soprattutto di una crisi umanitaria. Da oltre 20 anni milioni di persone convivono con difficoltà enormi. Non si tratta più di una questione politica: quando un popolo soffre da così tanto tempo, non esistono più destra o sinistra, esistono persone. Si racconta poco il costo umano. Mia nonna è morta in ospedale dove i medici hanno dovuto scegliere a chi dare la priorità, hanno fatto quello che potevano: il problema è un sistema che costringe a gerarchizzare i pazienti. Questa è la parte della crisi che raramente arriva fino a qui. Oggi si parla del terremoto che è un evento naturale inevitabile, ma le conseguenze dipendono anche dalla capacità di un Paese di proteggere i propri cittadini. Noi venezuelani all’estero stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto: ci aiutiamo. Stiamo organizzando raccolte fondi e beni di prima necessità senza la sicurezza di riuscire a raggiungere chi ne ha bisogno, ma continuiamo a provarci.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai lettori?

Vorrei chiedere una cosa molto semplice: informatevi. Spesso scegliamo da che parte stare invece di scegliere le persone. Quando degli esseri umani vengono privati della loro dignità, della libertà o della possibilità di ricevere cure mediche, non dovrebbe più esistere una parte politica da difendere, dovrebbe esistere soltanto l’umanità. Come emigrata convivo ogni giorno con un senso di colpa difficile da spiegare. Mi chiedo se partire sia stato davvero l’unico modo per sopravvivere. Razionalmente so che è così, ma il cuore continua a sentirsi in debito con la terra in cui è nato. Per questo il mio appello è: non dimenticate il Venezuela. Non dimenticate nessun popolo che sta soffrendo. L’indifferenza è la peggior cosa. Anche solo informandoci abbiamo già iniziato a fare la differenza. Prima di qualsiasi confine, bandiera o idea politica, siamo tutti esseri umani. Spesso ci sentiamo impotenti, ma la solidarietà non ha un’unica forma. Si può donare del denaro, ma anche medicinali, vestiti, alimenti, coperte, tempo, competenze o dare visibilità a ciò che sta accadendo. Dietro ogni azione c’è una famiglia che può mangiare, un bambino che può ricevere cure, una persona che può sentirsi meno sola. Non serve essere ricchi per aiutare qualcuno: serve decidere di non voltarsi dall’altra parte. Il Venezuela oggi ha bisogno del mondo. Non aspettiamo che una tragedia diventi una notizia per interessarcene.

Autrice: Anna Michelazzi

Al via la Stagione estiva del Teatro Sociale

Inserzione pubblicitaria – È arrivata l’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è giunto il momento di pensare alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale, che si svolgerà nei mesi di luglio e agosto.

Giovedì 2 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam dedicato alla memoria di David Wilkinson, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della grande comicità e, soprattutto, del sano divertimento.

Un’offerta di appuntamenti come sempre articolata, distribuita su ben cinquanta serate, che per il settimo anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Si tratta di una veste oramai definitivamente entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo. Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno esibirsi a Trento artisti di grande rilievo come Frida Bollani Magoni, Claudio “Greg” Gregori (del duo Lillo & Greg) e il suo rock’n’roll anni ‘50, Frankie hi-nrg mc con il nuovo tour “Voce e batteria”, e lo storico chitarrista e fondatore dei CCCP-Fedeli alla linea e dei CSI, Massimo Zamboni, con un reading-concerto ispirato a Pier Paolo Pasolini. 

E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, il Corpo Musicale Città di Trento, l’Associazione MusicaRiva, l’Orchestra giovanile di fiati dell’Euregio, oltre a ensemble internazionali impegnati tra la world music e il jazz come EuroBalkan e Nubras Ensemble, e realtà del territorio come il Coro Calicantus di Pergine e gli Apocrifi, band tributo trentina di Fabrizio De André. 

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta in collaborazione con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, sotto la direzione artistica di Donatella Zampiero e Paolo Golser (Club La Fourmie), e non poteva mancare un’attenzione particolare al teatro, con spettacoli all’insegna della comicità e del divertimento, che vedranno esibirsi sul palco di Piazza Cesare Battisti volti noti al grande pubblico come Natalino Balasso e Alessandro Fullin, e stand up comedian di assoluto valore come Annagaia Marchioro, Daniele Gattano e Alessandro Ciacci, oltre al monologo tutto da ridere di Lucio Gardin, e lo spettacolo autobiografico di Pietro Cerchiello, giovane attore e autore, direttore artistico dell’Associazione Teatrale Dimore Creative.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati a tutti gli appassionati della settima arte. Immancabile, torna il “Cinema Capovolto”, al via con un calendario di ben sedici appuntamenti (dal 7 luglio al 16 agosto) che porteranno in piazza Battisti alcuni tra i migliori film italiani ed europei usciti di recente in sala e non solo, grazie alla rinnovata collaborazione con Cineworld Trento. E tra le novità di quest’anno, a completare l’offerta dedicata al cinema è inoltre prevista una programmazione interamente dedicata ai documentari, proposta in collaborazione con Cinema Mezzanotte (CSDC – Cooperativa Spettatrici e Distributrici Cinematografiche).

Infine, ad arricchire la programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e il premio intitolato a David Wilkinson (poeta, letterato e docente scomparso prematuramente nel 2021) – giunto quest’anno alla quinta edizione – e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’estate avrà il piacere di ospitare un appuntamento dedicato al teatro del compianto scrittore e drammaturgo Vitaliano Trevisan e alla diffusione della sua scrittura teatrale, oltre ad uno spettacolo che proverà a confrontare le guerre del passato con quelle del presente, grazie alle voci dell’inviata di guerra Francesca Mannocchi e del violinista e compositore Rodrigo D’Erasmo. 

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2026 – Che bella libertà!”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Una ricca offerta da non lasciarsi sfuggire per vivere l’estate all’insegna del divertimento.

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

La letteratura partenopea ha trovato casa sul Passirio

Grazie al lavoro congiunto di Passirio Club e Biblioteca Civica, l’estate meranese porta una ventata d’allegria e calore umano con la letteratura partenopea. Tre importanti scrittori come Maurizio de Giovanni, Viola Ardone e Piera Ventre, sono ospiti della rassegna letteraria “Appuntamento a Merano”.

La serata letteraria con Maurizio de Giovanni, andata in scena nei giorni scorsi a Merano, è stata elettrizzante, per la simpatia dello scrittore ma anche per alcune sue riflessioni profonde sulla valenza della scrittura e della lettura quali attività capaci a tutt’oggi di elevare l’animo umano.

Maurizio de Giovanni, invitando i meranesi ad andare a visitare la sua città natale, Napoli, nella quale vive e lavora, ha spiegato che essa non potrà offrire privacy e silenzio ma molto altro di imperdibile. Con una verve incomparabile ha spiegato come sia arrivato alla scrittura partendo da una base di accanito lettore. Il successo letterario è infatti arrivato nel 2005, all’età di 47 anni, quando partecipò a un concorso per giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus di Napoli. Il racconto vincitore, il suo, “I vivi e i morti”, fu poi la base del suo primo romanzo, “Le lacrime del pagliaccio” (2006), che ripubblicò come “Il senso del dolore”, dando inizio alla saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli degli anni Trenta.

Lo scrittore ha presentato alla sala gremita il suo ultimo libro, “Il tempo dell’orologiaio”, un thriller storico e familiare che esplora l’Italia degli anni Ottanta, il terrorismo e gli intrighi istituzionali. Il romanzo completa l’universo narrativo iniziato con “L’orologiaio di Brest”, chiudendo il cerchio della saga.

Viola Ardone è nota per i suoi romanzi di successo e per il suo impegno sociale. È considerata una delle narratrici italiane più amate della nuova generazione, una voce significativa nella letteratura contemporanea italiana. Ha lavorato nel campo dell’editoria, curando manuali per la scuola e per esami, prima di diventare insegnante di italiano e latino al Liceo Scientifico “De Carlo” di Giugliano in Campania. Ha anche condotto laboratori di scrittura per ragazzi in un istituto penale minorile sull’isola di Nisida. Come autrice ha esordito nel 2012 con il romanzo “La ricetta del cuore in subbuglio”, ma il suo successo internazionale è arrivato con “Il treno dei bambini” (2019), tradotto in oltre trenta lingue. Questo romanzo racconta la storia di bambini portati dal sud al nord Italia nel 1946 per sfuggire alla miseria post-bellica. L’ultimo libro di Viola Ardone è “Grande meraviglia”, pubblicato nel 2023. Qui la scrittrice racconta la storia di Vita, una donna che si trova a dover affrontare la solitudine dopo la perdita del figlio. Ma la sua vita cambia quando incontra Kostya, un bambino ucraino in viaggio per raggiungere la nonna a Napoli. Nonostante la barriera linguistica, l’incontro tra Vita e Kostya diventa un momento di trasformazione e speranza. La scrittrice sarà a Merano il 20 luglio.

Concludiamo il trittico con Piera Ventre, nata a Napoli vive però a Livorno. É la fresca vincitrice del Premio Letterario Merano Europa 2026, del quale abbiamo scritto nella precedente uscita del Qui Merano, concorso al quale ha partecipato con “Stella randagia”, la storia ambientata a Napoli negli anni Dieci del Novecento, la Napoli della Belle Époque. Dove il progresso si fonde con la superstizione e le sedute spiritiche convivono con i salotti letterari. Stella randagia è una storia fiabesca, di riscatto e speranza, in cui la bellezza dell’anima può rovesciare le sorti del mondo e cambiare il destino degli ultimi. La scrittrice sarà a Merano l’8 agosto.

Autrice: Rosanna Pruccoli