“Coaching”: assieme per il primo passo

C’è chi lo associa a performance aziendali, chi a frasi motivazionali da palestra, chi ancora non ha ben capito se si tratti più di una moda o di una metodologia seria. Parliamo di coaching, un mondo tanto citato quanto spesso frainteso. Ma cosa significa davvero “fare coaching”? A spiegarlo è Christa Delmonego, presidente dell’Associazione Business & Managementcoaches da marzo 2025, ma prima ancora educatrice, streetworker, responsabile in comunità per minori, donna dalle molte vite professionali e dotata di una sola bussola: accompagnare le persone verso il loro prossimo passo.

Christa Delmonego, lei ha un percorso molto variegato. Come si è avvicinata al coaching?

È stato un percorso di ascolto e di incontro. Ho cominciato con all’interno del mondo dei centri giovani a Caldaro negli anni Novanta, un lavoro educativo molto libero, di relazione.

Poi ho fatto la streetworker a Innsbruck, con giovani fuori da ogni rete sociale. Lì ho imparato cosa significa esserci davvero per qualcuno, anche quando sembra che non ci sia nulla da fare. E più tardi, come responsabile al Kinderdorf, mi sono trovata accanto a bambini e ragazzi che avevano già vissuto più traumi di quanti noi ne vivremo in tutta la vita. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato una cosa fondamentale: accompagnare non significa solo guidare, ma creare relazione, fiducia, ascolto profondo. E questo è anche il cuore del coaching.

Cos’è, in parole semplici, il coaching?

È un accompagnamento strutturato, orientato al futuro. Non si danno “consigli”, non si risolvono problemi al posto dell’altro, non si danno soluzioni preconfezionate. Si pongono domande, anche scomode, si fanno proposte, si visualizzano scenari. Si cerca insieme di capire: come ti senti? Cosa vuoi davvero? Qual è l’obiettivo di questo percorso? E quali passi concreti possiamo immaginare? Il coaching non ti dà risposte immediate, ma ti aiuta a rallentare, a mettere in “slow motion” ciò che ti succede, per vedere meglio. E, cosa importante, il coach si sceglie! Senza “feeling” non funziona.

C’è differenza tra coaching, consulenza e terapia?

Sono tre cose molto diverse, anche se possono avere punti di contatto. Il coaching è orientato al futuro e agli obiettivi, spesso in ambito lavorativo, anche se tocca pure aspetti personali. La terapia affronta tematiche profonde, traumatiche, esistenziali, che richiedono un altro tipo di sostegno. La consulenza, invece, fornisce soluzioni pratiche e strumenti tecnici. Talvolta, nel coaching, si possono offrire elementi di consulenza – per esempio, spiegare un modello comunicativo su cui lavorare – ma sempre al servizio di un obiettivo scelto dalla persona accompagnata.

Chi si rivolge al coaching? Serve solo ai manager?

Assolutamente no. Si rivolge a chi vuole fare chiarezza, cambiare qualcosa, sviluppare competenze, migliorare una situazione lavorativa o relazionale. Certo, spesso sono persone con responsabilità – leader, dirigenti, responsabili di team – ma può essere utile anche a singoli dipendenti, o a professionisti in cerca di nuovi input. Il coaching ti aiuta a capire dove sei, dove vuoi andare e come arrivarci. Anche nel mondo sociale o terapeutico, si lavora molto su questo confine tra supervisione e coaching, per accompagnare i team in modo più riflessivo.

Ci racconta un esempio concreto che aiuti a capire l’impatto del coaching?

Mi viene in mente il caso di un amministratore che aveva preso il posto di un predecessore molto stimato. Il team faceva resistenza, ogni proposta diventava un conflitto. Perfino gli orari di apertura degli uffici erano diventati terreno di scontro. In realtà, sotto quel tema si nascondevano paure, dinamiche irrisolte, relazioni congelate. Il coaching gli ha permesso di vedere tutto questo, di trovare strumenti per affrontarlo e, nel giro di pochi mesi, la situazione si è trasformata. La collaborazione è migliorata, le energie sprecate si sono ridotte. È stato un caso “da manuale”.

Nota delle particolarità nel modo di fare coaching qui in Alto Adige?

Sì, direi che ci sono alcune caratteristiche. La multiculturalità, il bilinguismo, ma anche una certa ritrosia culturale. In alcuni ambienti parlare dei propri problemi è ancora visto come un segno di debolezza. Il coaching, invece, richiede apertura, fiducia, disponibilità a mettersi in gioco. Come associazione, cerchiamo di sensibilizzare proprio su questo: il coaching non è una bacchetta magica, ma uno spazio protetto per esplorare possibilità.

Quali sono, secondo lei, i falsi miti più comuni da sfatare?

Che sia solo per chi ha problemi. Che sia una moda. Che basti un weekend per diventare coach. In realtà, servono anni di formazione, esperienza, lavoro su di sé. E poi: il coaching non è una formula pronta, ma un processo artigianale, cucito su misura. Non funziona se manca la volontà di cambiare. E non funziona se manca la fiducia.

Lei ora è presidente dell’associazione Business & Managementcoaches…

Esatto. È un ruolo che mi stimola molto, anche perché siamo un team nuovo e stiamo imparando a conoscerci. Stiamo riflettendo su come comunichiamo, su come collaboriamo e su come gestiamo eventuali conflitti. Accompagniamo persone e gruppi: non possiamo permetterci di predicare bene e razzolare male. Ci serve tempo per costruire fiducia anche al nostro interno, ma la mia speranza è che possiamo essere di esempio. Siamo in cinque, tutti volontari, e questo rende il lavoro ancora più prezioso.

C’è qualcosa di profondamente umano nel coaching, se praticato con cura: l’idea che nessuno debba cavarsela da solo, ma che ognuno possa trovare dentro di sé le risorse per crescere. Magari con uno sguardo esterno, capace di fare domande giuste al momento giusto.

Autore: Marco Valente

Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

Terme di Levico, dove l’acqua cura

Inserzione pubblicitaria – Specializzazione in dolori articolari e reumatici, cura della fibromialgia, cura del sonno.

PATOLOGIE ARTROREUMATICHE
Dolori alle articolazioni e alle ossa:
• artrosi generalizzata
• artrosi localizzata, primaria
• artrosi non specificata, sede non precisata
• fibromialgia e reumatismi extra articolari
diffusi, non specificati

TERAPIE
Immersione in acque termali e/o applicazione di fanghi sulle articolazioni colpite:
• ciclo di 12 fanghi
terapeutici o
• ciclo di 12 bagni
terapeutici o
• ciclo di 12 fanghi

  • 12 bagni
    terapeutici

FIBROMIALGIA
Un percorso dedicato a pazienti affetti da sindrome fibromialgica, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 6 trattamenti massofibro
• 3 sedute di psicoterapia collettiva
-possibile abbinamento con consulenza nutrizionale
• possibile integrazione con fango termale

CURA DELL’ANSIA E DEL SONNO
Per una migliore qualità della vita, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico la conferma del ruolo complementare dell’Acqua Forte nel trattamento dell’ansia e dei disturbi del sonno.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 3 sedute di dry floating experi ence con percorso guidato di meditazione
• 3 massaggi in acqua
• possibile abbinamento con 3 trattamenti di crioterapia sistemica.
I percorsi sono personalizzabili.

ACCESSO IN CONVENZIONE
Per accedere alle terapie delle Terme di Levico in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale è necessario:
• prenotare la visita medica di ammissione al numero 0461-706077 oppure scrivendo a info@termedilevico.it ;
• presentarsi alla visita medica presso le Terme con l’impegnativa rilasciata dal medico di base o specialista, l’eventuale documentazione clinica, un documento di identità e la tessera sanitaria.

L’INTERVISTA

Artrosi, fibromialgia, ansia e sonno non riposante si curano alle Terme di Levico. Vi proponiamo un’intervista al direttore sanitario Patrizia Manica.
La dottoressa Patrizia Manica è direttore sanitario delle Terme di Levico dal 2012. È specialista in idrologia medica, autrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche in medicina termale.

Dottoressa, quali sono le comuni e più diffuse patologie artroreumatiche?
Nel linguaggio comune questa patologia la chiamiamo artrosi, localizzata oppure generalizzata. è caratterizzata da infiammazione agli arti, ai muscoli ed alle ossa, e provoca dolore e progressiva difficoltà di movimento, anche la deformazione degli arti.

I trattamenti praticati alle Terme di Levico curano le artrosi?
Sono particolarmente indicate perché hanno azione anti-infiammtoria, analgesica e miorilassante con riduzione del dolore. Importante è la visita medica di ammissione in quanto individua lo stadio della patologia prescrivendo i trattamenti più adeguati.

Quali sono le terapie adatte per la cura delle patologie artroreumatiche?
Fanghi e bagni, meglio se in abbinata, ma è il medico al momento della visita inziale a decidere quali dei due è adeguato o se è bene siano abbinati. Un suggerimento pratico: meglio è se l’impegnativa prevede il trattamento in abbinata fango con bagno per poter scegliere quello più adatto.

Dottoressa, cos’è la fibromialgia?
è una patologia che appartiene alle reumatiche, caratterizzata da dolore diffuso e sintomi di stanchezza profonda, da sonno non riposante, colon irritabile, digestione difficile, sensazione di memoria labile, ecc.

Perché le Terme di Levico sono particolarmente adatte per la cura della fibromialgia?
Perché le terapie che vi si praticano sono ben tollerate. Infatti, riducono l’intensità del dolore e sono di supporto al controllo del sonno.

Qual è la terapia specifica per la cura della fibromialgia?
Soprattutto la balneoterapia, validata scientificamente da ricerche mirate, effettuate presso le nostre terme.

Alle Terme di Levico si pratica anche la cura dell’ansia e del sonno. Con quale terapia?
La balneoterapia è un toccasana in proposito, particolarmente consigliata per chi soffre di tali disturbi. Tanto più che le patologie derivate da ansia e sonno non riposante sono assai diffuse e sono aumentate nel periodo post-pandemico.

TERME DI LEVICO
Viale Vittorio Emanuele, 10
38056 – Levico Terme (TN)
Ufficio informazioni e prenotazioni
Dal lunedì al venerdì
ore 8 – 12.30 e 14 – 17.30
Il sabato ore 8 – 12.30
Tel. 0461 706077
info@termedilevico.it
www.termedilevico.it

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BattBull, un’app contro il bullismo

“Se sto bene a scuola, ho voglia di imparare. Se sto male, anche quella voglia lì svanisce” : parte da qui il ragionamento di Marco Fontana, dirigente scolastico dell’Istituto Battisti di Bolzano. Il benessere scolastico non è un lusso accessorio, ma la base di ogni apprendimento. E nel mezzo di questa consapevolezza nasce BattBull, un’app ideata e realizzata da un gruppo di studenti per segnalare episodi di bullismo.

L’Istituto Battisti, racconta il dirigente, è una piccola Bolzano: studenti di ogni provenienza e storia che si incrociano ogni giorno tra le aule e i corridoi dell’edificio scolastico. Con tutte le potenzialità, ma anche le tensioni, che un microcosmo del genere porta naturalmente con sé. “Non parliamo solo di bullismo conclamato”, spiega, “ma anche di quelle piccole prevaricazioni che spesso passano sotto traccia: scherzi maldigeriti, paure, tensioni. Tutti segnali di un disagio che va preso sul serio. Sempre e comunque.” E se stare bene a scuola viene prima di imparare, allora serve agire. Non a parole, ma con strumenti concreti. Da questa intuizione è nata la app BattBull, una efficace combinazione tra “Battisti”, “battersi” e “bullismo.

Più visibilità, non meno problemi

È qui che entra in scena BattBull, l’app contro il bullismo. “BattBull non ha cancellato il disagio. Chiaramente. Ma ci ha permesso di vederlo meglio e di lavorarci insieme. Soprattutto, ci ha convinti a mettere gli studenti al centro”, sottolinea il dirigente “perché è da loro e con loro che bisogna agire.”

È uno dei tratti più interessanti del progetto: non è stato semplicemente calato dall’alto. È nato dai ragazzi, per i ragazzi, con il sostegno e l’entusiasmo contagioso della professoressa Tina Iuzzolino, ideatrice, e del professor Leonardo Martino, che ha fatto da coach programmatore… talvolta fino a notte fonda.

Una piccola software house in classe

“Io sono stato il referente tecnico”, racconta il professor Martino. “Ho insegnato loro a programmare il front-end, il back-end… mentre per la grafica erano già molto autonomi.

La parte più bella? Vederli lavorare come in una vera software house. Discutere, confrontarsi, trovare compromessi.”

Dietro le righe di codice, infatti, si sono sviluppate anche quelle competenze trasversali, le famose soft skills, che a scuola come nella vita sono essenziali. Il lavoro di squadra, la gestione dei conflitti, la resilienza. E pure un po’ di ironia:

“Sì, perché quando alle tre di notte mi arrivava una mail con ‘prof, ci aiuta con questo bottone?’, io rispondevo con un video tutorial, magari con gli Iron Maiden in sottofondo.”

Dall’idea alla realtà (nazionale)

Simone Sartore lo dice senza troppi giri di parole: “Non pensavo sarebbe andata così. Pensavo a una cosa utile per la scuola, magari un po’ popolare qui a Bolzano. Ma poi… il ministro Valditara, il premio nazionale, lo stand a Firenze… mai me lo sarei immaginato.”

In effetti l’app non è solo rimasta confinata dentro le mura scolastiche, ma si è aperta anche ad altre realtà. Altre scuole italiane sono già in contatto con il gruppo di lavoro di BattBull, pronte ad adottare o replicare l’esperienza.

E nel futuro? Chissà. Il progetto continua a evolversi. Magari ci saranno nuove lingue, nuove funzionalità, una nuova generazione di studenti pronti a prenderne il testimone.

Uno strumento semplice ma potente

“BattBull serve a segnalare atti di bullismo. Anche in forma anonima. Ma è stata usata anche per altre segnalazioni, come comportamenti illeciti. È facile da usare, gratuita, accessibile a tutti”, racconta Raffaele Di Sarno.

Ma oltre la tecnologia, c’è qualcosa di più. 

“Questa app dà voce a chi ha paura di parlare. A chi si sente solo. È uno strumento che aiuta davvero. E noi lo abbiamo creato partendo quasi da zero” afferma con orgoglio Sharon Limoncella.

Ed è forse questo l’aspetto più potente: che una classe di ragazzi, armata di entusiasmo e nottate insonni, abbia trasformato un’idea in qualcosa che può davvero fare la differenza.

Scriveva Don Milani in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica.”

Ecco, BattBull è tutto questo. È un piccolo atto politico, nel senso più nobile del termine. È un’educazione alla responsabilità condivisa. Perché “se sto bene a scuola, ho voglia di imparare”.

Autore: Marco Valente

L’eccidio del 3 maggio: una ferita rimossa

L’8 maggio 2025 il Circolo cittadino di Bolzano era gremito per la presentazione di Italiani Kaputt. La strage degli operai. Storia di un eccidio a guerra finita, nuovo libro del giornalista e scrittore bolzanino Luca Fregona.

L’opera, costruita su fonti e testimonianze reali, ricostruisce una pagina tragica rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica: l’eccidio del 3 maggio 1945, quando a Bolzano, a guerra praticamente finita, vennero uccisi 36 civili, molti dei quali operai.
Fregona ha scelto un taglio narrativo, dando voce a quattro degli operai che sono stati messi al muro, ispirati a figure reali, per raccontare quell’ora e mezza di violenza e caos. Durante l’intervista concessa a QuiBolzano, l’autore ha ricostruito il contesto:
“Si tratta di una giornata tremenda per Bolzano, perché in teoria, a guerra finita, si è scatenata una battaglia in diverse zone della città, tra soldati tedeschi in ritirata e forze partigiane locali. Ma la cosa tragica è stato un rastrellamento di rappresaglia in zona industriale: i tedeschi hanno preso 18 operai a caso, li hanno portati davanti al muro dello stabilimento Lancia e li hanno abbattuti con due raffiche di mitragliatrice. Dieci sono morti lì. Gli altri si sono salvati, benché gravemente feriti, solo perché protetti dai corpi delle vittime e per l’intervento di un ufficiale che ha fermato il colpo di grazia. In tutta Bolzano, quel giorno, sono state uccise 36 persone, quasi tutte operai.”
La città, per molti anni, non è riuscita ad affrontare questa vicenda. “Dobbiamo calarci nella Bolzano di allora – aggiunge Fregona – dove si sommavano i torti subiti dalla popolazione sudtirolese sotto il fascismo e quelli patiti dagli italiani dopo l’8 settembre, con rastrellamenti, collaborazionismo, occupazione tedesca. Ognuno aveva qualcosa da imputare all’altro.”
Alla fine, emerge un messaggio forte per chi oggi vuole guardare al futuro con consapevolezza: “Le nuove generazioni dovrebbero sapere su cosa si fondano l’Europa, la Repubblica e la nostra democrazia. Dovrebbero rileggersi la Costituzione nata dalla Resistenza: è un testo aperto, ma anche molto realista. E parla anche al nostro presente.”

Autore: Till Antonio Mola

IL COMMENTO

Leggendo le prime pagine del libro scritto da Luca Fregona mi sono commosso. Il pregio di raccontare quella giornata partendo dalle memorie vive di coloro che ne furono le vittime sta nella possibilità di trasmettere la dignità e l’umanità con cui quei ricordi sono stati vissuti e tramandati.
Decine sono state le famiglie che hanno avuto il loro futuro segnato, da quella giornata di ordinario orrore di guerra. A trasparire è l’assurdità di quanto è avvenuto, con numerose vite interrotte, spesso nel fiore degli anni, senza alcuna “colpa” apparente, se non quella di essere lì, per caso, in quel drammatico giorno di passaggio tra la guerra e la pace. A tutti coloro che avranno letto questo libro – davvero indispensabile, per ricostruire una pagina di storia dell’Alto Adige per troppo tempo rimasta sotto traccia – ricordo anche che tre anni orsono dall’Archivio storico di Bolzano è stato pubblicato un saggio bilingue che ricostruisce la vicenda. Ora sarebbe davvero auspicabile che anche il libro di Luca Fregona venisse tradotto in lingua tedesca, per consentire anche ai bolzanini che non padroneggiano la lingua italiana, di venire a conoscenza dei racconti tramandati delle famiglie bolzanine protagoniste della tragedia.

Autore: Luca Sticcotti

Calcio in piazza: inclusione e socialità

Un tempo, almeno fino alla metà degli anni ‘80, era una consuetudine ovunque: ci si trovava in piazza, un Supertele dalla traiettoria che sfidava le leggi della fisica, due squadre improvvisate e il più scarso in porta. Non era il punteggio che si cercava, quello che contava era stare fra amici e divertirsi. Ed è esattamente quello che è successo nei giorni scorsi a Bressanone, dove due classi delle scuole professionali si sono “sfidate” in piazza Duomo.

Per una mattinata quello che viene definito “il salotto buono” della città vescovile è tornato indietro nel tempo, quando la piazza Duomo non luccicava di lucine artificiali come una vetrina acchiappaturisti, aveva ancora le sue due aiuole ma soprattutto rispecchiava in pieno il concetto di piazza, vale a dire un luogo che crea socialità, incontro e scambio: ci si lanciava il freesbee, si suonava la chitarra e si giocava a pallone, come in un’altra qualsiasi piazza di paese di un tempo. 

Un tempo che è tornato a respirare grazie ad un’iniziativa organizzata nell’ambito di un progetto denominato “Calcio di strada” coordinato dall’Urban artist Simone Ferrarini, capace di creare inclusione, socialità e rete. E in mezzo, una partita di calcio tra scuole in piazza per rafforzare questi valori. È così che gli alunni di una classe della scuola Professionale “Enrico Mattei” di Bressanone e quelli di un’altra classe della scuola professionale “Guglielmo Marconi” di Merano si sono incontrate per dare vita allo spazio pubblico attraverso una partita di calcio popolare. 

Una mattinata in cui tutti si sono divertiti, al di là delle proprie competenze calcistiche, della propria passione per lo sport o del proprio talento atletico. E non certo solo gli studenti: un folto gruppo di brissinesi si è fermato ad osservare questa situazione: per una mattinata il calcio di strada si è, dunque, infiltrato nel rapporto cittadino–città, permettendo di vivere lo spazio pubblico come situazione di relazione attraverso il gioco collettivo, che ha un potere trasversale attrattivo verso le diverse comunità, classi sociali, età.

Autore: Luca Masiello

Invecchiare in casa? Oggi si può!

Da qualche settimana le famiglie altoatesine possono contare su un nuovo servizio volto a sostenere gli anziani attraverso visite domiciliari svolte da infermieri qualificati che monitorano la loro salute. Si tratta di un’iniziativa della nuova azienda bolzanina Sanevo, proposta con il supporto di Croce Bianca. Vediamo insieme come funziona.

Sono tantissime le famiglie altoatesine che si trovano presto o tardi davanti ad un dilemma: qual è la migliore soluzione per prendersi cura dei loro anziani? è meglio privilegiare il percorso che porta al trasferimento in una casa di riposo oppure trovare un modo per garantire al congiunto una maggiore assistenza sanitaria presso il suo domicilio?

Tutti gli studi e le ricerche oramai da anni propendono  per la seconda soluzione, se praticabile. A livello internazionale è stato addirittura coniato un concetto specifico in lingua inglese: “aging in place”, ovvero invecchiare sul posto.  

Il problema che nasce però è come fare a garantire a domicilio questa necessaria assistenza. Per rispondere a questa specifica domanda qualche anno orsono a Bolzano è nata una startup, ovvero un’azienda innovativa, sulla spinta di quattro giovani imprenditori. Da Raffaele Fusaro, uno di loro, ci facciamo spiegare com’è nata l’azienda e come funzionano i suoi servizi. 

L’INTERVISTA

Sanevo quand’è nata?

Siamo partiti nel 2022. Insieme a me i soci fondatori sono Federico Bortolotti, Davide Ioris e Mark Gutzmer. La nostra idea era quella di portare innovazione in questo settore e siamo partiti consegnando gratuitamente a domicilio prodotti sanitari per l’igiene personale e l’incontinenza. Così abbiamo avuto modo di avvicinarci al mondo degli anziani e delle esigenze loro e delle loro famiglie.

Ben presto abbiamo trovato un investitore nella figura di un medico, un ex primario, che ci ha dato un po’ di capitale per partire. Subito ci siamo mossi per riuscire a fornire più servizi possibili a domicilio. In seguito abbiamo iniziato a confrontarci con Croce Bianca per avviare quello che oggi è diventato il progetto Vivacare.  

Croce  Bianca ha creduto nell’interlocuzione con noi, vedendo  che c’erano delle potenzialità. In futuro il settore della terza età sarà orientato sempre di più verso l’assistenza domiciliare, per ovviare al sovraccarico delle strutture sanitarie. 

Cosa offre al momento il servizio Vivacare organizzato insieme a Croce Bianca?

Si tratta di un pacchetto di servizi con incluse visite infermieristiche domiciliari effettuate una volta alla settimana da infermieri qualificati che si spostano a bordo di biciclette elettriche. 

Gli interventi infermieristici e la gestione del servizio sono supportati da una piattaforma digitale all’avanguardia che permette la digitalizzazione delle visite e degli esami, come ad esempio prelievi del sangue, misurazione di pressione, glicemia e saturazione. 

Il costo mensile del pacchetto è di 399 euro e la spesa può essere sostenuto attraverso l’assegno di cura e detratto  nella dichiarazione dei redditi. 

Per il futuro la nostra idea è quella di ampliare sempre più i servizi. In prospettiva c’è infatti l’intenzione di portare a domicilio anche fisioterapie, visite di medici specialistici, e molto altro. 

Quali sono in sintesi i benefici del pacchetto di servizi che offrite? 

Il pacchetto ‘Vivacare’ consente alle persone assistite di continuare a vivere serenamente a casa propria, anche se non sono più in grado di gestire tutto da sole a causa di difficoltà fisiche o psicologiche. Il servizio offerto consente di monitorare costantemente lo stato di salute dell’anziano, con una gestione preventiva e reattiva che assicuri continuità delle cure e interventi tempestivi. 

Ad ogni assistito viene assegnata un’infermiera di riferimento, reperibile anche telefonicamente in caso di necessità. Sarà sempre la stessa professionista a seguirlo lungo l’intero percorso di cura, garantendo continuità e un rapporto di fiducia.

Vengono inoltre sviluppati programmi di assistenza personalizzati, pensati per rispondere in modo mirato alle esigenze specifiche di ciascun paziente.Inoltre, i familiari potranno contattarci in qualsiasi momento e ricevere aggiornamenti puntuali sulla situazione del proprio caro.

Tutti i protocolli delle visite possono essere inviati digitalmente al medico di base, assicurando così una comunicazione costante ed efficace tra i diversi professionisti coinvolti nella cura.

Per i familiari, il pacchetto Vivacare rappresenta una preziosa risorsa: solleva dalle incombenze quotidiane, permettendo di concentrarsi su ciò che davvero conta nel rapporto con i propri cari, momenti di qualità e ricordi da custodire. Sapere che i propri familiari sono seguiti con competenza e attenzione diventa una fonte di serenità e rassicurazione.

Qual è il ruolo di Croce Bianca nel servizio che offrite? 

Grazie all’esperienza maturata negli anni nel territorio offrendo i propri servizi, Croce Bianca ci ha aiutati a capire come muoverci e  comprendere le reali esigenze dei pazienti. I nostri servizi e quelli di Croce Bianca si integrano perché ci rivolgiamo ai medesimi assistiti. 

Com’è nata l’idea di Sanevo? 

L’idea ci è nata sulla scia di esperienze personali in famiglia, nello specifico abbiamo vissuto le difficoltà che i nostri genitori hanno dovuto affrontare per gestire i nostri nonni. 

Ci siamo resi conto della mancanza di servizi assistenziali e per l’anziano sul territorio e siamo partiti nello sviluppo di un modello assistenziale innovativo.

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Merano – Londra per la propria formazione 

Lisa Laudieri ha iniziato la sua carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove si è laureata con lode, ha poi iniziato ad avvicinarsi al design spaziale come mezzo di commento sociale e pensiero speculativo attraverso il quale sfidare le narrazioni dominanti e reimmaginare futuri alternativi. Tutto questo l’ha portata al Royal College of Art di Londra.

Ci parli della sua intera carriera scolastica e formazione.

Ho iniziato la mia carriera accademica con una laurea in Interior and Furniture Design presso l’Istituto Europeo di Design (IED) di Firenze, dove mi sono laureata con lode. Gli studi mi hanno poi portato al Royal College of Art di Londra, dove ho recentemente completato un master in interior design. 

Lei non è la prima creativa sudtirolese che studia a Londra anzi in quella città vive una vera e propria colonia di artisti, architetti e intellettuali tirolesi. Lei è in contatto con loro? 

So che c’è una comunità al di fuori dell’Alto Adige, e credo che sia una cosa fantastica. È una comunità di cui mi piacerebbe far parte e che ho intenzione di cercare presto. Credo che provenire dallo stesso luogo crei una connessione immediata e una rassicurazione in un posto straniero. Detto questo, spesso gravito verso la dissonanza piuttosto che verso la familiarità.

Londra è una città ricca di opportunità e di fascino senza tempo. Dopo gli studi, pensa di lasciare Londra per tornare a Merano?

Non penso più alle opportunità come a qualcosa di legato solo al luogo. Con il lavoro a distanza, le comunità online e le piattaforme accessibili, il lavoro creativo è accessibile indipendentemente dal luogo in cui si vive. Londra è stata importante per me, non solo per le sue opportunità, ma anche per le sue dimensioni, il suo attrito, la sua pluralità. Che io rimanga a Londra per un po’ o che scopra altre città, Merano sarà sempre la mia casa, ma non in senso statico. La vedo più come un punto di riferimento.

A cosa sta lavorando attualmente? 

Il mio lavoro recente si concentra sulla nozione di ingiustizia spaziale, affrontando i modi in cui gli ambienti architettonici possono rafforzare o interrompere le strutture di disuguaglianza. Ciò include sia gli aspetti visibili e sistemici della politica spaziale, come l’accesso, lo spostamento e l’esclusione, sia le esperienze più intime e psicologiche dello spazio. Sto lavorando a diversi progetti nel campo del design e delle arti. Sto costruendo la mia carriera come fotografo e designer, all’incrocio tra la ricerca spaziale e il cinema, la fotografia e il design. Attualmente sto producendo un cortometraggio che affronta il tema della violenza di genere, una rappresentazione della storia di persecuzione delle donne attraverso un processo che esamina come le donne siano state e continuino a essere sottoposte a scrutinio, giudizio e cancellazione. Il film abbandona la questione della colpevolezza o dell’innocenza, per analizzare invece l’apparato sociale, emotivo e psicologico che isola e smantella una donna presa nell’occhio della paranoia collettiva.

Nonostante una lotta serrata alla violenza contro le donne il problema continua a dilagare. Perché, secondo lei? 

La violenza contro le donne persiste perché è sistemica, radicata nel linguaggio, nella legge, nella politica e nello spazio. Ciò che mi colpisce maggiormente è la persistenza di narrazioni patriarcali, spesso mascherate dietro un falso senso di neutralità. Le storie delle donne sono spesso filtrate da uno sguardo maschile o liquidate come semplici aneddoti, il che diluisce la loro urgenza. Quando le società normalizzano i media misogini e lasciano alle donne una limitata indipendenza finanziaria o un ricorso legale, i comportamenti abusivi trovano rifugio. Finché non ristruttureremo radicalmente queste dinamiche di potere, il ciclo della violenza continuerà a persistere.

Oltre allo studio come passa il suo tempo libero a Londra? 

Mi piace circondarmi di ispirazione, sia visitando musei e mostre che conversando con gli amici. A dire il vero, spesso confondo il confine tra lavoro e tempo libero. In questo senso sono un po’ uno stacanovista, ma non mi dispiace. Tutte queste esperienze alimentano la mia pratica creativa e fanno parte di una curiosità più ampia che modella il mio modo di pensare, sentire e lavorare.

Londra è una città pericolosa per le donne? 

Come ogni grande città, anche Londra ha i suoi problemi di sicurezza. Ci sono aree e situazioni – soprattutto sui mezzi pubblici – in cui le donne devono stare all’erta perché la città non è sempre uno spazio sicuro. La risposta tende a essere reattiva piuttosto che proattiva. Sebbene esistano campagne e app, spesso scaricano la responsabilità sulle donne. Quando viaggio di sera, apro Uber, pago la tariffa maggiorata e condivido il mio viaggio in modo che gli amici possano vedere l’icona della macchinina scorrere sui loro schermi. Prima di andare a letto ci scambiamo un rapido “a casa?”. Questa precauzione è diventata una memoria muscolare, ma è un costo aggiuntivo che le donne assorbono quando le città e i governi non riescono a farci sentire protette.

Londra è sempre stata ed è tuttora leader nella moda dei giovani, cos’è attuale ora? 

La moda come dichiarazione politica consapevole. Le tendenze sono indicatori del tempo, del panorama socioeconomico e politico. Ciò che indossiamo riflette ciò che stiamo attraversando.

Negli ultimi tempi, con il passaggio al conservatorismo, all’instabilità economica e a una maggiore incertezza, la moda ha iniziato a rispecchiare questa tendenza attraverso orli più lunghi, silhouette più modeste, estetica “pulita”. Allo stesso tempo, c’è una corrente contraria. Silhouette fluide, decostruttivismo, stile non convenzionale e stratificazione. 

Ciò che mi affascina di più è come la moda possa diventare una porta d’accesso. Per molti giovani è un punto di ingresso nella politica, le tendenze diventano un modo per esprimere idee politiche su classe, genere, razza, lavoro, politica del corpo in un linguaggio che sembra immediato. Ho visto come la moda permetta alle persone di comunicare la propria identità e le proprie convinzioni, rendendo le conversazioni politiche più accessibili.

Che consiglio darebbe agli studenti che frequentano il Kunstgymnasium?

Esplorate non solo ciò che vi ispira, ma anche ciò che vi infastidisce. Il disagio indica qualcosa che vale la pena indagare. Non sentitevi obbligati a definirvi troppo presto; non è una decisione, ma emerge dal processo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo saluto a Papa Francesco

Nei giorni scorsi è deceduto papa Bergoglio, dopo 12 anni di pontificato, e a Roma si sono svolti i suoi funerali.
A Paolo Valente, meranese e vicedirettore di Caritas Italiana, abbiamo chiesto come sono stati vissuti questi delicati giorni di passaggio per la chiesa cattolica.

Nella vita della chiesa cattolica la scomparsa del vescovo di Roma e l’elezione del suo successore rappresentano sempre una chiave di volta, non solo per il miliardo e 400 milioni di fedeli ma per tutto il mondo, in generale. Papa Francesco come sappiamo ha fortemente caratterizzato il suo pontificato attraverso una grande attenzione ai poveri, gli ultimi e i dimenticati, che sono il focus operativo della Caritas Internationalis, una confederazione cattolica che raggruppa 162 membri affiliati, distribuiti in diversi paesi del mondo. Vicedirettore di Caritas Italiana, da qualche tempo, è Paolo Valente, meranese, che abbiamo interpellato per farci raccontare questi giorni.
Nell’intervista mi rivolgo a Paolo Valente dandogli del tu, come si usa tra colleghi giornalisti.


L’INTERVISTA
Paolo, ci racconti i momenti in cui hai saputo della morte di papa Francesco e come la cosa è stata vissuta in Caritas?
Era chiaro che Francesco non stesse bene. Ma tutti eravamo convinti che fosse sulla via della ripresa. L’ho saputo mentre, il Lunedì dell’Angelo, stavo viaggiando in treno da Merano a Roma. È stato un colpo, sul piano emotivo. Poi, dal momento che la comunicazione di Caritas Italiana fa capo a me, ho subito coordinato le azioni previste in queste situazioni. Non è un caso che subito molti colleghi giornalisti hanno cercato proprio la Caritas per un primo commento: la testimonianza della carità è stata una dimensione centrale in tutta la vita di papa Francesco. Caritas Italiana vive questo evento con dolore e speranza. Come ha detto il nostro direttore: “Il seme che ha piantato in questi anni continuerà a germogliare”.

Bergoglio ha avuto occasione di dire che la Caritas è “la carezza della Chiesa al suo popolo”…
Lo ha detto poco dopo la sua elezione nel 2013: “La Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo, la carezza della Chiesa madre ai suoi figli; la sua tenerezza e la sua vicinanza”. La Caritas infatti non è in primo luogo un’organizzazione umanitaria, ma è un organismo pastorale. Cioè ha il compito di ricordare ai cristiani e alla comunità cristiana che senza l’amore per il prossimo, soprattutto per gli ultimi, la Chiesa non è Chiesa. E che ognuno è chiamato a fare la sua parte. La Caritas è espressione (concreta, non solo a parole) di una comunità consapevole del fatto che solo l’amore salva.

“A San Pietro i ‘primi’ lo hanno congedato, a Santa Maria Maggiore gli ‘ultimi’ lo hanno accolto”


Il tuo ruolo di vicedirettore di Caritas italiana senz’altro ti ha dato la possibilità di incontrare personalmente papa Francesco. Qual è il tuo ricordo personale di questa persona speciale?
Se nel 2014 ho accolto la proposta di assumere la responsabilità di direttore della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone è perché papa Francesco ha avuto da subito, per la Chiesa universale, parole chiare che mi convincevano. Parole e gesti, come quel suo primo viaggio a Lampedusa. In questi anni l’ho incontrato tre volte, con i colleghi, e ogni volta ci sono stati interventi da parte sua che hanno poi segnato il cammino successivo. Ad esempio a Caritas Italiana ha consegnato le “tre vie”. La via degli ultimi, quella del Vangelo, quella della creatività. Le sue parole sono anche all’origine di progetti profetici, come quello dei corridoi umanitari, che vede impegnate in Italia molte comunità diocesane.

Secondo te quali sono stati i maggiori pregi del pontificato di papa Francesco?
Potrei cavarmela citandolo: “Chi sono io per giudicare…”. Vorrei però dire che Francesco è un vescovo e un papa che non ha usato il Vangelo come pretesto per altre cose, ma ha lavorato a ricondurre tutti noi alla sostanza del Vangelo stesso. Vangelo significa “buona notizia” e questa buona notizia è che Dio è amore. In questo c’è una bella continuità tra Benedetto e Francesco. Stili e carismi diversi, ma stesso contenuto. Francesco, di suo, ha sicuramente avuto la forza dei segni.

La morte del papa è un evento che ogni volta rivoluziona la vita della chiesa e dei suoi organismi. Voi come Caritas Italiana come siete state coinvolti nella preparazione e gestione dei funerali di Bergoglio?
Fin dall’elezione Francesco ha voluto sottolineare il suo ruolo di vescovo di Roma. Per questo è stata coinvolta la Caritas diocesana di Roma, in particolare per il momento finale, la tumulazione della salma nella basilica di S. Maria Maggiore. Lì una quarantina di persone in situazione di povertà, alcuni ospiti proprio della Caritas, hanno accolto la bara con una rosa bianca. A San Pietro i “primi” lo hanno congedato, a S. Maria Maggiore gli “ultimi” lo hanno accolto.

A tuo avviso qual è stata la peculiarità di papa Francesco rispetto ai suoi predecessori?
Credo che lo abbiano caratterizzato almeno due aspetti legati alla sua biografia. Il fatto di essere un gesuita e la provenienza dall’America Latina. La Chiesa latino-americana ha vissuto tempi di grande vivacità, oggi forse un po’ meno. E i gesuiti da sempre hanno avuto la capacità di tradurre il Vangelo nel linguaggio e nelle culture delle persone a cui veniva annunciato. Un terzo aspetto: come discendente di migranti, ha avuto, per chi è costretto a lasciare la propria terra, un’attenzione e una tenerezza del tutto particolari. Credo che, rispetto ad altri, lo ricorderemo molto per i suoi gesti e per le sue parole-chiave. Un po’ come Gesù, del resto.

Dopo i funerali di Francesco ora si apre un periodo cruciale che nel giro di pochi giorni porterà all’elezione del nuovo vescovo di Roma. In merito quali sono gli auspici tuoi personali e della Caritas Italiana?
Sono stato al funerale, sabato scorso. C’era presente il mondo, e non mi riferisco a quegli alcuni “grandi” i quali avranno avuto di che riflettere ascoltando l’omelia dell’anziano ma vigoroso cardinale Re. Voglio dire che oggi più che mai abbiamo bisogno di istanze, non solo religiose, capaci di guardare il mondo a 360 gradi, capaci di lungimiranza e di visioni che riescano a risollevarci da una crisi che non è solo climatica, sociale, economica, ma soprattutto etica, umana, di senso. Serve luce nel buio.

A tuo avviso quali sono le principali sfide per la chiesa cattolica che guarda al futuro?
Credo che la sfida principale sia quella di organizzare diocesi e parrocchie in modo tale che le comunità possano essere vive, protagoniste, giovani, coraggiose. Capaci di leggere insieme il Vangelo e di tradurlo nella vita personale, familiare, del quartiere. Una Chiesa, direbbe Francesco, che non ceda alla logica della paura che chiude, che sia invece orientata a iniziare processi, anziché a occupare spazi. Che non sia autoreferenziale ma orientata al bene comune. Pronta a mettere a frutto i doni preziosi di cui dispone – ad esempio le donne (non nel senso delle “quote rosa” ma della pari dignità integrale), i giovani, quelli che bussano e tanti altri – perché il mondo riconosce e accoglie il vero Bene – come a Emmaus – solo nell’atto dello spezzare il pane (cioè: si diventa credibili non nell’esibizione, ma nella condivisione dei doni).

Autore: Luca Sticcotti