34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

Sinigo torna a vivere grazie al Paloo Fest

Sinigo non è solo un quartiere di Merano: negli ultimi due anni sta diventando un laboratorio a cielo aperto di rigenerazione urbana e partecipazione. Il Paloo Fest, in programma il 5 e 6 settembre, ne è la dimostrazione più vibrante. Organizzato dal Centro Giovani Tilt insieme a numerose realtà locali, l’evento non è una semplice festa, ma la tappa conclusiva di un percorso iniziato nel 2024, che mira a riscrivere la narrazione del quartiere puntando su cultura, creatività e coinvolgimento diretto degli abitanti.

Per un anno intero, infatti, Paloo non è stato soltanto un “festival”, ma un vero e proprio contenitore di attività, incontri, laboratori e azioni diffuse che hanno messo al centro la comunità. 

Passeggiate urbane, workshop di arte pubblica, attività di cura degli spazi e percorsi di cittadinanza attiva hanno preparato il terreno per l’appuntamento di settembre, quando le strade e le piazze si trasformeranno in un mosaico di suoni, colori e relazioni.

Venerdì sarà la giornata delle sfide

Venerdì 5 settembre sarà la giornata delle sfide, dei laboratori e della musica dal vivo: bambini, ragazzi e adulti troveranno attività pensate per tutte le età, dai laboratori creativi di ÓPLab alle sfide di scacchi del Csk Merania, dalle letture ad alta voce curate dalla Biblioteca civica di Merano ai progetti di mobilità inclusiva di Adlatus, Independent e Roland. La danza e il canto animeranno la serata con la scuola Lunika, le Gypsymoonsisters e il coro multilingue di Trait d’Union, fino ad arrivare alla musica dei giovani talenti di MusicaBlu e BluSpace, passando per l’energia dei The Decades e del Dj Alex Stan. Tutto partirà tra l’altro con una sfida per giovani volontari di tutta la città di Merano: giochi senza frontiere a squadre per divertirsi insieme e dedicare la giusta importanza all’impegno civico dei giovani della città.

Sabato: dal mercatino alla musica dal vivo

Sabato 6 settembre il quartiere si risveglierà con il Mercatino Hobby & Second Hand, tra vintage, artigianato e oggetti unici. Non mancheranno momenti di comunità come il cerchio di mamme proposto dalle doule, le attività solidali delle associazioni Geko, Basaglia e Scalda Cuore, e l’uscita di plogging organizzata da Plastic Free. Con Belva Studio, invece, chiunque potrà contribuire a un grande workshop di pittura collettiva. La giornata culminerà in piazza, prima con i giovani musicisti locali e poi con il gran finale dei Litfibeer, pronti a trasformare Sinigo in una grande pista da ballo sotto le stelle.

Ad accompagnare le attività, anche lo stand gastronomico degli Alpini di Sinigo e Marlengo, che porteranno convivialità e sapori della tradizione.

Trasformare il rione in un luogo vivo e condiviso

“Il Paloo non è un evento che arriva dall’alto, ma nasce dal quartiere e per il quartiere – spiega Adele Aderenti, coordinatrice del Centro Giovani Tilt –. In questi mesi abbiamo visto crescere un senso di appartenenza e di fiducia reciproca: abitanti, associazioni e realtà diverse si sono incontrati e hanno costruito insieme. Il festival è solo la punta dell’iceberg di un processo che dura tutto l’anno e che continuerà a trasformare Sinigo in un luogo vivo e condiviso”.

Il Paloo Fest è festa e riflessione, intrattenimento e costruzione di futuro. Ogni edizione aggiunge un tassello a un progetto di comunità che non si esaurisce nei due giorni di musica, ma prosegue con iniziative permanenti. A Sinigo, il 5 e 6 settembre, non si partecipa solo a un evento: si entra in un processo collettivo di cambiamento. 

E la musica, stavolta, sarà la colonna sonora di un quartiere che sta finalmente  riscoprendo se stesso.

Autore: Luca Masiello

La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Vacanze, ansie e libertà: diario dell’estate 

Che succede quando finisce la scuola? Succede che hai diciotto anni, o quindici, o diciannove, insomma, sei giovane, e ti ritrovi sospeso in una terra di mezzo fatta di lavoretti estivi, vacanze, per qualcuno anche test d’ammissione all’università, voglia di libertà e un pizzico (a volte un sacco intero) di paura. Abbiamo chiesto a cinque ragazze e ragazzi di descriverci in breve la loro estate. Ne esce una piccola fotografia di una generazione che si muove tra desiderio di autonomia e ansia da prestazione, tra aspettative e scelte ancora aperte.

Emma, 18 anni, si divide tra amici, fidanzato e qualche occupazione estiva. Ma la testa è già sul prossimo anno: “Ho paura per la quinta superiore, ma paradossalmente sono prontissima per l’università. Mi sto informando, vedo se ci sono esami da dare, non vedo l’ora di iniziare”. La pressione però si sente: “Ce l’hanno messa da subito, sarà così già da settembre. I professori sono fatti così, non ci posso fare nulla”.

Sta affrontando un percorso Esabac, doppio diploma italo-francese che comporta due prove in più alla maturità. Un impegno in più, ma anche un’opportunità.

Secondo una ricerca condotta nel 2024 da Unisona Live e Unicef, il 75% degli studenti delle scuole superiori vive spesso situazioni di stress scolastico, legate all’ipercompetizione e alla pressione sui risultati. Il 44% si sente inadeguato, con effetti negativi anche sull’apprendimento.

In vacanza prima di andare a lavorare

Davide, anche lui diciottenne, ha in programma una vacanza con i genitori. Un po’ di respiro prima del debutto lavorativo. “Sono curioso di vedere se riesco a gestirmi da solo, senza qualcuno che mi stia dietro”.

Nel 2024, meno del 30% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni ha un lavoro stabile (fonte: Eurostat). 

Secondo diverse indagini qualitative, molti giovani vedono il lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come occasione di crescita personale. Non per forza in modo epico: a volte basta cominciare a mettere ordine tra orari, doveri e libertà nuove.

Il grande dubbio del cambio di scuola

Jacopo ha 15 anni. Un’estate tra volontariato e un viaggio in Indonesia con la famiglia. Ma in testa gira un pensiero fisso: “Cambio scuola. Alcuni mi hanno detto che quella dove andrò non è una buona scuola. Ho paura di non fare niente. Però sto anche studiando da solo, traduco i termini in tedesco. Altri invece dicono che l’indirizzo è il migliore. Chi ha ragione? Boh.”

I passaggi scolastici, come quello tra medie e superiori, sono tra i momenti più fragili per il benessere mentale. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2018 e il 2022 l’ansia tra gli adolescenti è aumentata del 20%. Le cause? Isolamento, uso intensivo dei social, pressioni scolastiche e incertezza sul futuro. Un mix che rende i “salti” più spaventosi, ma anche più carichi di aspettative.

Fatta la maturità si torna subito sui libri

Laura, 19 anni, lavora e studia per il test d’ammissione all’università. Le sue parole arrivano quasi come un mantra: cambiamento, sfida, incertezza… un po’ di paura. “È la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. Cambio città, andrò a vivere da sola, conoscerò persone nuove. Dopo la maturità ci sarebbe da riposarsi, e invece bisogna ancora studiare. Ma anche questa è una grande occasione”.

Ogni anno migliaia di ragazze e ragazzi affrontano i test universitari. Non tutti li passano al primo colpo, ma chi sceglie di proseguire gli studi apre una porta importante: secondo l’ISTAT, nel 2023 il tasso di occupazione tra i laureati è stato dell’84,3%, ben 11 punti in più rispetto a chi si ferma al diploma.

La scelta per il futuro: la libertà

Mara, anche lei 18 anni, non ha piani di vacanza. Lavora, e riflette: “La scuola non è per forza un luogo dove mi sento libera. Voglio vedere cosa succede dopo. Cosa posso scegliere io. Quindi se penso al prossimo anno, penso alla libertà”.

Secondo una consultazione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (2024), oltre la metà degli studenti delle scuole superiori vive la scuola come fonte di ansia, tristezza o forte stanchezza. Il 39% pensa che non prepari davvero al futuro, mentre il 44% si sente sopraffatto dalla competizione e dalle aspettative.

Crescere fra gli spazi da esplorare

E allora cosa raccontano queste voci? 

Che il futuro fa paura, ma anche “desiderio”. Che il lavoro, la scuola, l’università non sono solo tappe da superare, ma spazi da esplorare, da abitare, da cambiare. Che non si tratta solo di crescere, ma di decidere come farlo.

Certo, l’incertezza pesa. 

Ma in mezzo a tutto questo spunta qualcosa di semplice e potente: il desiderio. Il desiderio di capire, di muoversi, di fare qualcosa di proprio. E anche quando non sanno esattamente cosa, sanno che vogliono provarci.

E forse è questa, l’unica vera maturità.

Autore: Marco Valente

Un altoatesino fra i big della musica

Si è laureato pochi giorni fa in Tecnico del Suono al Conservatorio “Verdi” di Milano ed è solo la ciliegina su una torta succulenta, che negli ultimi anni l’ha visto lavorare con artisti italiani e internazionali. Giuseppe Federico, giovane meranese, di mestiere fa il produttore musicale, lavora principalmente nell’ambito hip hop, rap e trap ed è sempre alla ricerca di un suono personale e riconoscibile. Che lo porterà lontano.

Giuseppe Federico, dai primi passi a Merano fino alla Grande Mela: come nasce un produttore musicale, e di che cosa si occupa, nello specifico? 

Ognuno ci arriva in modo diverso, ma credo che alla base di ogni produttore musicale ci sia una cosa: la voglia di creare musica. Di qualsiasi genere, stile o forma, l’obiettivo è sempre dare vita a qualcosa che parli e faccia emozionare. Nel mio caso il lavoro del produttore è un mix di creatività, tecnica e tanta curiosità: significa comporre, arrangiare, sperimentare con strumenti sia digitali che analogici, e collaborare con artisti, etichette, editori, realtà che organizzano eventi… iInsomma, è un ruolo che sta un po’ a cavallo tra l’artista e il tecnico, e proprio per questo ogni progetto è diverso e stimolante. 

Immagino che con un papà musicista e direttore d’orchestra, in casa sua le sette note devono essere state pane quotidiano…

Assolutamente sì, la musica c’è sempre stata, in modo molto naturale. Mio padre è musicista, ma anche il resto della famiglia ha sempre avuto un legame forte con questo mondo: tra zii musicisti e parenti appassionati, era difficile starne lontano. È un qualcosa che mi ha accompagnato da sempre, anche se poi ho trovato un mio modo personale di viverla, la musica, un modo un po’ diverso da quello a cui erano abituati in famiglia. 

Però il suo strumento è il computer. Come lavora ai pezzi?

Non ho un metodo fisso, ogni pezzo nasce in modo diverso. A volte parto da un suono che mi colpisce o che creo io stesso, e da lì inizio a costruire: melodie, armonie, texture, effetti… Altre volte invece inizio pensando a un’atmosfera che possa funzionare per un artista, ma sempre mantenendo il mio stile. Una parte del mio lavoro oggi è legata soprattutto alla scrittura di melodie, che condivido con produttori in tutto il mondo. Se le trovano interessanti, le sviluppano, completano il beat e le propongono agli artisti con cui lavorano. Ma il mio obiettivo è quello di essere coinvolto in modo sempre più completo nei progetti, dalla prima idea fino alla produzione finale. 

Come è arrivato alle collaborazioni che sta portando avanti?

Tutto è nato grazie a Internet, soprattutto tramite Instagram. Tutte le collaborazioni internazionali a cui ho lavorato finora sono partite da lì. Ho conosciuto produttori da ogni parte del mondo semplicemente scrivendoci o condividendo la musica. In gergo si parla di “networking”, ma spesso poi diventa qualcosa di più: molte di queste connessioni si trasformano in vere amicizie. Incontrare di persona qualcuno con cui hai condiviso progetti e passione solo online è sempre una sensazione speciale. 

Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione?

Probabilmente la soddisfazione più grande, finora, è stata riuscire a costruirmi un percorso da solo, partendo da zero dalla mia cameretta a Lagundo. Trovare qualcosa che avesse senso per me, in cui valesse la pena investire tempo, energie, sacrifici, notti. Non è sempre facile, ma riuscirci, con l’aiuto delle persone con cui lavoro e di chi mi sostiene, è quello che mi rende più orgoglioso.

E la più grande emozione?

La più grande emozione, finora, è stata scoprire di avere fornito la base per una canzone con uno degli artisti rap/hip hop più importanti a livello mondiale, che ha segnato davvero l’evoluzione del genere: Roddy Ricch. Ricordo che ero in metropolitana quando ho ascoltato per la prima volta quello che aveva registrato su una strumentale costruita a partire da una mia melodia. Qualche settimana dopo quel brano è uscito ufficialmente nel suo progetto. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò. 

E non dimentichiamo la laurea, conseguita a Milano nei giorni scorsi. Qual è il titolo della tesi?

Il titolo della mia tesi è “Box Immersion”. “Box” è il nome del video sperimentale che ho trovato su YouTube e su cui ho deciso di lavorare per concludere il mio percorso triennale in Tecnico del Suono. Ho rimosso completamente l’audio originale e, partendo dal silenzio, ho costruito una nuova dimensione sonora, molto libera e personale. “Immersion” invece fa riferimento al tipo di ascolto che ho voluto creare, pensato per essere riprodotto su otto casse disposte attorno al pubblico, a formare un rettangolo, per un effetto immersivo e spazializzato. 

Se potesse scegliere fra gli artisti internazionali, con chi vorrebbe lavorare? 

Se potessi scegliere, direi sicuramente Future, Travis Scott e Young Thug, che sono in cima alla lista. Poi anche Gunna, Offset, Quavo, Lil Baby, Polo G… ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare. 

Dove possiamo ascoltare qualcosa di suo?

C’è una playlist su Spotify che raccoglie tutti i pezzi che ho prodotto fino ad ora, si chiama “Produced by B3”. Sul mio profilo Genius, B3 Productions, si trovano le tracce a cui ho lavorato, con più dettagli come collaboratori e crediti. E su Instagram (@1prodb3) pubblico spesso aggiornamenti, beats e i progetti a cui sto lavorando, è il modo più diretto per seguire quello che faccio.

Dove si vede Giuseppe Federico fra vent’anni?

Tra vent’anni mi immagino nella condizione di poter viaggiare e fare quello che mi piace, che sia produzione o magari anche altri interessi che nasceranno col tempo, ma sempre legati alla musica o all’intrattenimento. Al momento vivo a Milano e uno dei miei obiettivi è lavorare sempre di più a progetti musicali dal vivo qui in Italia. Allo stesso tempo, so che prima o poi vorrò passare un periodo negli Stati Uniti, anche solo per immergermi davvero in quella scena musicale da cui traggo tanta ispirazione.
E, ovviamente, spero che io, la mia famiglia, i miei amici e le persone che mi stanno accanto possiamo essere tutti in salute. è la cosa più importante. 

Autore: Luca Masiello

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

“Cervelli in fuga”: perché molti giovani decidono di lavorare all’estero?

Lo chiediamo a Jacopo Prescianotto, che si è laureato in triennale all’Università di Trento e ha frequentato un corso magistrale diviso tra Madrid e Rennes. Ora vive a Berlino dove lavora in una start-up nel mercato dell’energia.

Qual è la tua professione?

La start-up in cui lavoro produce un software per il mercato del gas naturale liquido. Io svolgo molti ruoli differenti: passo, quindi, dal settore business a quello più tecnico dello sviluppo del software in base alle necessità.

Come sei arrivato a Berlino e a questa posizione?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ero alla ricerca di un tirocinio, obbligatorio per il mio corso di laurea. L’obiettivo era trovarlo in Spagna oppure nella Svizzera tedesca, meta appetibile, dove avrei avuto il vantaggio del tedesco imparato a Bolzano e la vicinanza all’Alto Adige. La ricerca è stata molto complicata e mi ha sorpreso la quantità di porte chiuse che ho incontrato. L’opportunità nella capitale tedesca è arrivata per caso tramite un messaggio su LinkedIn: in una settimana ho firmato il contratto. Ho fatto i miei sei mesi di tirocinio e il giorno seguente alla sua conclusione ho potuto iniziare a lavorare per l’azienda come full time indeterminato. 

Pensi che avresti potuto trovare una posizione simile in Italia?

È difficile paragonare l’Italia all’estero. L’unico luogo forse paragonabile a livello di opportunità è Milano. Tuttavia il rapporto tra il costo della vita e il salario per posizioni simili, per come conosco io la situazione milanese, è peggiore rispetto a quello che si può trovare nel resto d’Europa. Questo è importante, soprattutto per un giovane a inizio carriera che non ha molti soldi messi da parte e cerca una stabilità. 

La tua idea era rimanere all’estero sin dall’inizio?

La mia idea era studiare e fare il tirocinio all’estero per un periodo limitato. Vivendo all’estero e iniziando a conoscere le opportunità offerte da altri paesi in relazione ai miei progetti mi sono reso conto che tornare in Italia nel breve periodo non conviene. Tornerei per la famiglia e i miei cari però dovrei rinunciare a grandi opportunità. Io amo l’Italia e cerco di tornare a casa spesso avendo anche la possibilità di lavorare in smart working. Mi mancano i miei parenti e i miei amici di sempre però il mio obiettivo è trovare un lavoro che mi piaccia e che mi faccia sentire realizzato cosa difficile da raggiungere in Italia. Ho trovato la mia strada all’estero, per ora. Al momento non vedo l’Italia come un luogo che mi possa dare le stesse possibilità nonostante la voglia di tornare e contribuire in maniera positiva alla crescita del mio Paese. Non è facile andare via, lo si fa perchè si cerca qualcosa che a casa purtroppo non si può trovare, vorrei poter avere le stesse possibilità in Italia per poter stare vicino alla mia famiglia e ai miei amici e vivere nel paese che amo nonostante i suoi difetti; la voglia di tornare e portare la mia esperienza c’è, ma si scontra con la probabilità di dover penalizzare altri aspetti della vita altrettanto importanti.

Com’è il trattamento riservato ai giovani appena laureati in Germania?

Appena arrivato in Germania ero insicuro e mi chiedevo se sarei stato all’altezza del lavoro però con la sicurezza delle mie capacità. Questa mia sicurezza di avere delle competenze e la capacità di apprenderne di nuove è sempre stata altamente ricompensata. Non sono mai stato penalizzato per il mio essere giovane e non ho mai ricevuto un trattamento diverso perché ero quello con meno esperienza. Con il tempo ognuno ha la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio senza partire con un debito iniziale. Qua mi sento valorizzato per ciò che so fare ora e le responsabilità proporzionate a questo mi vengono sempre date. Questo mi dà un incentivo a continuare a migliorare. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un libro dedicato ai “corridoi”, umanitari ma non solo

Nei giorni scorsi per la casa editrice EMI è uscito un libro intitolato “L’altra strada: i corridoi umanitari, universitari, lavorativi”. Il volume – a cura di Oliviero Forti e del vicedirettotore di Caritas Italiana Paolo Valente, meranese – è una bussola nel mare agitato della mobilità umana contemporanea. Raccoglie analisi, numeri, racconti e voci, tracciando con chiarezza la traiettoria di una “altra strada” percorribile: quella dei corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Del libro ne abbiamo parlato con Paolo Valente, collega giornalista e nostro collaboratore da anni per la rubrica “Senza Confini”. 

Come è nato questo libro e qual è il suo scopo?

Papa Benedetto disse che quelle della Caritas devono essere delle opere “parlanti”. Il libro vuole essere uno strumento in più per dare al progetto dei Corridoi la possibilità di trasmettere il suo messaggio.

Le cronache schizofreniche di questa epoca ci parlano di calo delle nascite in Europa e necessità di importante manodopera, a tutti i livelli, per mantenere livelli di produttività e stato sociale. Allo stesso tempo però molta parte della politica identifica lo straniero e l’immigrato in particolare come uno dei principali problemi sociali da cui difendersi. In che misura il libro “L’altra strada, i corridoi umanitari, universitari, lavorativi” può indicare una via per tornare ad una razionalità nell’approccio alle dinamiche dell’immigrazione, in grado di tenere conto anche della solidarietà, fino a prova contraria elemento costitutivo delle nostre democrazie?

Il libro racconta storie e racconta il loro contesto. Un contesto fatto di idee e di forti convinzioni, come quella di dover lavorare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi privilegiati. Papa Francesco ci ha chiesto di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone. I corridoi umanitari sono un’“opera-segno”, ovvero un progetto che da solo non risolve tutti i problemi, ma indica una strada. Nel nostro caso “l’altra strada”, come dice il titolo. Cioè non la strada della mercificazione e della morte delle persone, dei viaggi disperati attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma la strada della vita.

Come sono state raccolte le storie presenti nel libro?

Il libro racconta da un lato le vicende di persone che sono arrivate in Italia (a Ragusa, a Firenze e a Milano) attraverso i corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Sono anche le storie della comunità che ha accolto. E che si è lasciata interrogare e trasformare da questa esperienza. 

“Integrare” deriva da “integro”, cioè “intero”. Esprime la consapevolezza che le nostre società, le nostre comunità non sono mai intere, complete. Non bastano a se stesse. Manca sempre un pezzo. Questo pezzo sono i bambini che nascono, le persone in difficoltà che trovano il loro spazio, le persone migranti che bussano alla porta e, in buona parte, contribuiscono al benessere di tutti.

Qual è l’attuale contesto normativo e politico europeo che riguarda i “corridoi”? Nel libro viene spiegato?

L’Unione Europea riconosce la validità dello strumento del corridoio umanitario. In particolare, promuove percorsi per le persone bisognose di protezione legati allo studio o al lavoro attraverso il finanziamento di appositi progetti. Tuttavia, data la sensibilità (e le strumentalizzazioni) del tema, molto è demandato alla buona volontà dei singoli Stati membri e resta forte la spinta a difendere i confini piuttosto che a guardare oltre.

Qual è il meccanismo con cui Caritas Italiana si relaziona con le altre sedi nazionali nel mondo per portare promuovere la “strada dei corridoi”?   

Caritas Italiana opera all’interno della rete Caritas globale, composta da 162 membri nazionali, coordinati da Caritas Internationalis. Vuol dire che in quasi tutti i Paesi del mondo c’è una Caritas con la quale siamo in contatto diretto. Questo è essenziale per lo scambio di informazioni, per l’attuazione di progetti comuni, per gli interventi in caso di emergenze (purtroppo molte, ultimamente). Anche per i corridoi hanno grande valore queste relazioni. La prima parte del percorso avviene infatti nei Paesi di prima accoglienza. È lì che i nostri operatori incontrano le persone, verificano le situazioni più adatte al progetto e cercano di superare, con l’aiuto dei colleghi del luogo, le barriere burocratiche. Il corridoio umanitario presuppone l’esistenza di una solida rete sia all’estero che in Italia. Per questo quelle che raccontiamo non sono solo storie di singole persone, ma storie di comunità e società che si sono attivate.

Autore: Luca Sticcotti

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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