Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

Dal mercatino all’alta moda: la storia di Carlos

Dalla scuola alberghiera all’accademia di alta sartoria Fashion. Oggi incontriamo un giovane bolzanino di origine peruviana che ha appena iniziato il suo personale percorso creativo nel mondo della moda, intrecciando con coraggio il suo passato e il suo futuro.

Ha iniziato con un ricamo, un gesto semplice, affettuoso che non aveva l’ambizione di essere altro: il nome di sua madre, Rosa, cucito a mano e circondato da piccoli fiori. 

Per Carlos Benny Girón Levano tutto comincia lì, in quel filo che attraversava la stoffa per disegnare lettere e petali, era già nascosta una direzione.

Carlos, prima che si rendesse conto che la moda sarebbe diventata il suo linguaggio, frequentava la scuola alberghiera e alternava gli studi alle stagioni di lavoro lontano da casa.  Un mondo fatto di disciplina, turni, organizzazione impeccabile; ma anche di sprechi. Nei grandi alberghi Carlos vede quantità di cibo buttato, oggetti utilizzati una volta sola, risorse consumate con leggerezza. È un’immagine che lo colpisce e che, col tempo, si trasforma in domanda: che senso ha creare se tutto è destinato a essere scartato?

Il ricamo diventa, allora, un punto di svolta. Inizia a personalizzare capi per amici, aggiunge dettagli, interviene sulle superfici; ma presto capisce che non basta decorare: vuole comprendere la struttura, l’ossatura dell’abito. Decide così di iscriversi alla Alta Sartoria Fashion School di Verona, una scuola fortemente pratica, dove si impara creando. Qui scopre che un pantalone non è solo una forma, ma un equilibrio di misure; che ogni corpo ha asimmetrie, curve, inclinazioni da rispettare. Realizzare un capo su misura significa leggere quelle differenze e trasformarle in armonia. È un lavoro tecnico e quasi scientifico, ma per lui ha qualcosa di profondamente umano: “è come diventare ingegnere dell’abito”, dice.

Il primo anno è fatto di basi solide: punti a mano, studio del cartamodello, attenzione maniacale al dettaglio. Il secondo si intreccia con il lavoro e richiede autonomia. Ed è proprio in quel periodo che un viaggio in Perù lo riporta alle radici familiari. Lì riscopre la cultura andina e il concetto di Pachamama, la madre terra che diventa, per Carlos, una chiave di lettura. La natura non è sfondo, ma organismo vivo, presenza da rispettare. L’esperienza personale si fonde con la consapevolezza maturata negli anni e capisce che la sua moda dovrà parlare di questo.

Nasce così la sua prima opera compiuta: una piccola capsule collection accompagnata da un libro interamente cucito a mano. Non un catalogo tradizionale, ma un oggetto tessile narrativo. Con i tessuti avanzati realizza pagine di stoffa ricamate, sulle quali compaiono parole come “Pazzo”, “Armonioso”, “Elegante”. Sfogliandolo, una guida audio racconta il significato di ogni pezzo. Un albero della vita che lascia bacche nel tempo, cicatrici che definiscono l’identità, animali mutanti che alludono all’iperconsumo e alle fabbriche intensive. Il caos apparente diventa ordine naturale, proprio come accade in un ecosistema.

Parallelamente, per assicurarsi che il suo elaborato fosse composto in gran parte da materiali riciclati, Carlos ha trascorso i sabati tra i banchi dei mercatini dell’usato, alla ricerca di tessuti dimenticati e capi da trasformare. 

All’inizio accumula tutto; poi impara a scegliere. Cerca lino di qualità, bottoni dimenticati, jeans bianchi da tingere e ritingere finché non trovano una nuova sfumatura. La sua stanza si riempie di tessuti salvati dall’oblio: per lui il recupero non è tendenza, ma responsabilità. 

Ridare vita a ciò che è stato scartato significa opporsi alla logica del consumo veloce.

Questa visione prende forma nella collezione “Natura Viva”, presentata il 6 ottobre 2025 al Glasshouse del Parkhotel Laurin. Quindici abiti, realizzati per il 70/80% con materiali riciclati, cuciti con lentezza e cura artigianale. La sfilata è concepita come una cerimonia dedicata alla madre natura.

Ogni abito diventa un personaggio: c’è la madre resiliente, forte e indipendente; la principessa e la sua gemella punk, speculari ma diverse; il figlio maschio gravato dalle aspettative familiari, con occhiali scuri a proteggere una fragilità interiore; la sorella solare che tiene unita la famiglia; le candidate simboliche alla successione spirituale, protette da figure che incarnano montagna, spine, barriera corallina. Una giacca con fili di ferro cuciti a mano mantiene la forma come un tronco resistente; un completo nato da jeans bianchi tinti più volte conserva sfumature irregolari, memoria visibile del processo. La tecnica non è mai fine a sé stessa, ma diventa linguaggio.

La forza del progetto è anche collettiva, la sfilata nasce da una rete di relazioni autentiche. Modelle e modelli, fotografi, videomaker sono amici conosciuti negli anni tra lavoro e vita in città. Guardandosi indietro, Carlos riconosce che ogni esperienza (il pendolarismo tra Bolzano e Verona, le stagioni all’estero, le connessioni costruite con pazienza) lo ha condotto a quel momento.

Oggi la ricerca, per Carlos, continua. Il suo prossimo obiettivo è la Royal Academy of Fine Arts di Anversa, istituzione storica che ha formato generazioni di designer capaci di ridefinire i codici della moda contemporanea. Sta preparando il portfolio, lavorando sull’equilibrio tra immagini e narrazione. Sa che non basta mostrare abiti; occorre raccontare un pensiero coerente.

Il pensiero di Carlos Benny Girón Levano è chiaro: l’alta moda può nascere dal vecchio, la lentezza è un atto politico, la sostenibilità non è slogan ma pratica quotidiana. Ogni capo è memoria cucita, identità stratificata, gesto di resistenza. A Bolzano, il talento di Carlos è già una realtà e il suo percorso sembra solo all’inizio.

CHI E’


Carlos Benny Girón Levano nasce in Perù e da bambino si trasferisce in Italia, a Bolzano, insieme alla madre e alla sua famiglia. Bolzano è stata la città dove è cresciuto e ha costruito il suo percorso. Qui frequenta la scuola, condividendo l’esperienza con le sue due sorelle maggiori, anche loro studentesse negli istituti della città. È proprio a Bolzano che prende forma il contesto in cui Carlos cresce e sviluppa le sue prime passioni assieme a numerosi amici.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

La vita in Pronto Soccorso

E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro. 

// Di Till Antonio Mola

Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.

Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.

Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.

Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.

Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.

Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.

L’INTERVISTA

Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?

I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.

Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.

In una situazione del genere quanto conta l’empatia?

Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.

L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.

Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?

Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.

A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.

Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?

In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.

Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.

È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.

Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?

Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.

Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.

In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.

Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.

Autore: Till Antonio Mola

Un “nodo” che resta da risolvere

Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro. 

La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro. 

L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.

Autore: Luca Sticcotti

Perché il problema potrebbe essere altrove

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

Immersioni nell’oceano maldiviano

Manta Freediving è una società bolzanina di apnea che a febbraio è partita, con i propri allievi, soci e tesserati, alla volta delle Maldive per vivere le isole da un punto di vista subacqueo. Il viaggio è stato organizzato in funzione dell’apnea, della sostenibilità e della scoperta della cultura locale, così influenzata dal mare.

Perché avete organizzato questo viaggio?

La nostra idea è fare dei viaggi legati alla nostra attività apneistica per conoscere nuove acque attraverso le culture locali che basano le proprie tradizioni sul mondo marino. Volevamo offrire ai partecipanti tante attività in acqua con il fine di conoscere il mondo marino tropicale attraverso un’esperienza a contatto con i locali.

Come cambia l’apnea in un ambiente così?

È più ricreativa che sportiva. Poter usufruire di tutte le conoscenze apneistiche imparate nei corsi a livello ricreativo divertendosi sulle barriere coralline ha reso tutti felici. Inoltre le Maldive sono un ambiente con molta corrente quindi l’apnea sportiva su cavo risulta più complicata e tecnica, ciò ci ha permesso di allenare competenze diverse. 

Cosa vi portate a casa?

Maggiore consapevolezza tecnica e ambientale. Abbiamo conosciuto un ambiente marino molto delicato e la cultura locale grazie all’interazione con i maldiviani che vivono il mare quotidianamente e in maniera diversa dalla nostra. 

Quali sono state le esperienze subacquee più memorabili?

Ogni barriera visitata ci ha offerto qualcosa di diverso, ma sicuramente l’esperienza fatta di notte è stata memorabile, qualcosa di fantascientifico. Tutti gli incontri con la fauna marina — tartarughe, delfini, aquile di mare… — sono stati incredibili.

In che modo siete entrati in contatto con la cultura e le tradizioni maldiviane?

Abbiamo scelto un’isola vissuta veramente dai maldiviani. Abbiamo voluto passare una settimana intera tra le loro tradizioni sociali, culturali e culinarie. La visita dell’isola con una guida maldiviana ci ha fatto capire come viveva e come vive attualmente questo straordinario popolo. La guida ci ha raccontato delle tradizioni religiose, del vivere quotidiano — dalla sanità al sostentamento energetico autonomo. Abbiamo anche ballato musica tradizionale con dei ballerini locali con i quali è nata pure una sfida di calcio Italia-Maldive. 

Come avete affrontato il tema della tutela dell’ambiente marino?

Tutta la vacanza è stata improntata alla massima sostenibilità ambientale a partire dalla scelta della guesthouse, all’ottimizzazione dei tour e alle azioni concrete, come la pulizia giornaliera delle spiagge e delle barriere coralline. L’obiettivo era istruire e sensibilizzare i partecipanti: non toccare le barriere coralline, usare prodotti reef safe etc. Stare in un ambiente così particolare e aver potuto vedere direttamente le problematiche del clima e dell’inquinamento che stanno trasformando, rovinando e sporcando i nostri oceani hanno donato molta più consapevolezza a noi e ai nostri ragazzi. 

Avete in programma nuove esperienze simili in futuro?

Assolutamente sì, il nostro scopo è quello di insegnare e trasmettere l’apnea per poi visitare il mondo sott’acqua. Il progetto sarebbe andare in Messico sempre con le stesse modalità per fare apnea nei cenote. 

Autrice: Anna Michelazzi

Nasce “un fiume di libri” per la lettura

La Biblioteca A. Vivaldi di Bronzolo offre ai lettori della Bassa Atesina uno spazio per incontrarsi e parlare di libri. Ogni mese, dopo aver letto un romanzo prestabilito, i partecipanti possono condividere le proprie impressioni, suggestioni e giudizi in piena libertà. L’iniziativa dà nuovo vigore a una realtà che negli ultimi anni stava iniziando a passare in secondo piano e che può ora sperare di diventare uno dei principali punti di ritrovo e di coesione sociale del paese.

“Sarà un momento fertile, di confronto e di scoperta. Ovviamente, sempre nel rispetto dell’opinione dell’altro”, dice Daisy Fellin, la bibliotecaria volontaria che ha organizzato e dirige l’iniziativa. Le regole: “Leggere ciò che si può nel tempo che si ha; presentarsi all’incontro anche se non si è finito di leggere o se il libro non è piaciuto affatto: in questo caso, il gruppo di lettura è il posto giusto per discuterne assieme”.

Si parlerà di libri, sì, ma i protagonisti sono i lettori: “Dopo varie esperienze dirette, mi sono resa conto che i gruppi di lettura non riguardano solo i libri, ma soprattutto le persone che li leggono: leggere insieme e parlare delle proprie letture crea forti connessioni, un sentimento di coesione tra i partecipanti, quasi di familiarità. I libri, da soli, prendono polvere. Sono le persone che li rendono vivi”.

L’impegno di ritrovarsi una volta al mese per confrontarsi su un interesse in comune consente di avvicinare persone molto lontane tra loro, che solitamente non avrebbero né il motivo né l’occasione di entrare in contatto: “Ritagliarsi un momento per discutere di un argomento condiviso permette ai giovani di aprirsi alla realtà fuori dalla propria bolla social e agli anziani di uscire dal grande isolamento che vivono nel quotidiano. Ciò che volevo era creare un gruppo intergenerazionale per mettere in connessione età diverse. Il libro è il punto di partenza che favorisce l’incontro e il confronto tra mondi spesso lontani. E poi, chi lo sa, potrebbero nascere delle belle amicizie”.

Durante l’incontro preliminare, una ventina di persone si sono ritrovate nelle sale della biblioteca per scegliere tra gli otto titoli proposti da Daisy. Si tratta di letture veloci e adatte a tutti i gusti: “Ho scelto libri che non fossero solo consolatori, la classica lettura da spiaggia, per intenderci. Ci sono anche titoli che possono stimolare riflessioni critiche, addirittura negative, com’è giusto che sia quando si legge”, afferma la bibliotecaria. La scelta dei lettori è infine ricaduta su quattro libri. Di seguito, l’elenco con i rispettivi appuntamenti: lunedì 23 marzo, “La luna e i falò” di C. Pavese; lunedì 20 aprile, “L’Avversario” di E. Carrère; lunedì 18 maggio, “I miei stupidi intenti” di B. Zannoni. Tutti gli incontri avverranno dalle 20 alle 21.

Per l’occasione, è stato creato un gruppo WhatsApp e ogni comunicazione avverrà tramite la pagina Instagram della biblioteca: @bibliotecavivaldibronzolo. 

Per ulteriori informazioni, ci si può rivolgere all’indirizzo e-mail: bibliotecavivaldi@tiscali.it

Autore: Tommaso Calamaro

Gries e Bolzano, cento anni dopo: la fusione che cambiò la città

Giusto 100 anni fa la città di Bolzano assunse la forma territoriale che la caratterizza ancora oggi. Questo avvenne grazie all’unificazione con il comune di Gries, che fece seguito a quella di poco precedente con il comune di Dodiciville. Ne abbiamo parlato con lo storico Hannes Obermair.

Nel novembre 2025 è ricorso il centenario dell’inclusione di Gries — allora comune rurale con una forte vocazione agricola e meta di soggiorno climatico per la cura delle malattie polmonari — nel Comune di Bolzano. 
Si trattò di un passaggio amministrativo che segnò una svolta decisiva per lo sviluppo urbanistico e demografico del capoluogo altoatesino. 
Quella fusione, sancita in pieno periodo fascista, non fu soltanto un atto formale: aprì la strada al progetto della “Grande Bolzano”, ridisegnando equilibri, spazi e simboli della città. 
Per comprendere meglio quel momento storico e le sue conseguenze, abbiamo intervistato Hannes Obermair, senior researcher dell’Accademia Europea di Bolzano ed esperto di storia cittadina.

L’INTERVISTA

Professor Obermair, cosa accadde un secolo fa?

Proprio cento anni fa, tra il 1925 e il 1926, Gries veniva fusa con Bolzano con un atto del governo fascista. I tentativi di inglobamento erano però più antichi: risalgono già al periodo del sindaco Perathoner, molto conosciuto per la sua attività modernizzatrice. Allora non andarono a buon fine. Nel 1911 venne inglobata Dodiciville, ma Gries rimase fuori, anche per una sua resistenza a mantenere il proprio stato di comune rurale agricolo e di importante luogo di cura dell’ultimo impero austro-ungarico.

Quali erano i collegamenti tra le due realtà?

Il tram che allora esisteva collegava la stazione centrale di Bolzano — inserita nella rete ferroviaria dell’Impero austro-ungarico e collegata direttamente alla capitale Vienna — con il cuore di Gries, fino a piazza Gries e oltre. La stazione si chiamava peraltro Bozen-Gries, e già questo nome è quasi una spia della volontà di unire queste due realtà sociali ed economiche. Il tram rappresentava una sorta di spina dorsale del turismo di allora.

Come si arrivò formalmente alla fusione?

Ci fu un regio decreto del novembre 1925, controfirmato da Federzoni e Rocco, cioè dai grandi gerarchi fascisti, ed emanato da Vittorio Emanuele III. Decretava la fusione di Gries a Bolzano. Venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e seguì l’autoscioglimento del Consiglio comunale di Gries, che aveva sede nella casa Altmann in piazza Gries.

Cosa rappresentò politicamente questa decisione?

La logica profonda della fusione, decretata dall’alto e non voluta dalla Gries di allora, era creare lo spazio di espansione di cui la città di Bolzano aveva bisogno per arrivare all’estensione che vediamo oggi. Nella pianificazione del regime fascista, Bolzano doveva diventare una sorta di fiore all’occhiello della nuova provincia e doveva raddoppiare i suoi abitanti, cosa che fece nel volgere di pochi decenni.

È qui che nasce il progetto della “Grande Bolzano”?

Sì. Ogni centralità di quello che oggi è il centro storico doveva passare al di là del Talvera, attorno al Monumento alla Vittoria, che fungeva da volano di nuovi boulevard e assi magistrali: corso Italia, allora viale Giulio Cesare. L’architetto Marcello Piacentini fu la mente urbanistica e architettonica di questo disegno, mentre la mente politica era Mussolini. Ancora oggi questo impianto è leggibile negli edifici e nella disposizione urbanistica.

Che cosa ci insegna oggi questa vicenda?

Fa capire come in una storia regionale vi siano tracce di qualcosa di molto più grande. La storia della fusione tra Gries e Bolzano è il riflesso di decisioni e di un contesto molto più ampio, che è giusto ricostruire per comprendere in profondità ciò che è accaduto.

Autore: Till Antonio Mola

Coerenza – Competenza – Collaborazione

“A un certo momento della nostra esistenza, perdiamo il controllo della nostra vita, che comincia così ad essere regolata dal destino. Questa è la più grande menzogna della vita.” Con questa citazione di Paolo Coelho tratta da “L’alchimista”, “mamazone – Donne e ricerca contro il tumore al seno” in Alto Adige ha dato il via a una delle sue prime campagne nel 2007 e da allora continua a distinguersi con progetti poco convenzionali.

Gli inizi 

Grazie alla collaborazione tra Ursula Goldmann Posch, Martina Ladurner ed Erika Laner, nell’estate del 2007 mamazone è stata fondata anche in Alto Adige. Nel 1999 Ursula Goldmann Posch, giornalista originaria di Bolzano, sulla base della sua esperienza personale come paziente con tumore al seno, ha fondato in Germania l’iniziativa delle pazienti con tumore al seno, che oggi conta oltre 2000 membri. La sua visione: le donne affette da carcinoma mammario, medici, ricercatrici e ricercatori scientifici devono unirsi con l’obiettivo di migliorare in modo decisivo le prospettive di vita e di sopravvivenza delle donne con cancro della mammella. Come sostenitrici di una migliore diagnosi e cura anche in Alto Adige, Erika Laner, lei stessa affetta da un tumore al seno diagnosticato per caso, Martina Ladurner, all’epoca deputata del Consiglio provinciale particolarmente impegnata nella salute delle donne, e Ursula Goldmann Posch, hanno avviato il progetto “transfrontaliero”.

Prendere in mano il proprio destino

Il via di “mamazone” (acronimo che sta per mammella e amazzone) è stato dato con una conferenza stampa il 1° ottobre 2007, accompagnata da una campagna pubblicitaria molto discussa, con la quale l’associazione ha lanciato un messaggio chiaro: il tumore al seno non fa distinzioni! 

Da allora, mamazone interviene con competenza e coerenza, con le più svariate iniziative, informando l’opinione pubblica sul tema attraverso diverse campagne di sensibilizzazione e incoraggiando le donne a prendere in mano il proprio destino. 

Una donna su otto 

Il tumore al seno è il tumore più frequente nelle donne; una donna su otto ne è affetta. In Italia, all’anno, sono 55.000 le donne (ma ci sono anche ca. 500 uomini) che ricevono la diagnosi di tumore al seno, mentre in Alto Adige sono circa in 400. 

A livello mondiale il numero dei casi è in costante aumento. Allo stesso tempo, però, si è riusciti a ridurre la mortalità per cancro al seno. Ciò è possibile grazie a una diagnosi precoce dagli elevati standard qualitativi e al trattamento con farmaci antitumorali all’avanguardia, di nuovissima generazione. 

Mamazone Alto Adige rinnova quindi la richiesta di uno screening mammografico a livello provinciale per le donne a partire dai 40 anni in centri senologici certificati. Il fatto che sempre più donne giovani si trovino ad affrontare una diagnosi di cancro al seno sottolinea l’importanza di questa richiesta.

Mamazone pone inoltre l’accento su trattamenti e terapie conformi alle linee guida e su un’assistenza post-terapeutica individualizzata delle pazienti. L’associazione sostiene le donne con tumore al seno e promuove un approccio attivo, informato e autonomo da parte delle pazienti, e promuove l’approccio interdisciplinare garantito in centri senologici certificati. Inoltre, mamazone – Donne e ricerca contro il tumore al seno si impegna affinché venga estesa la fascia di età dello screening mammografico fino a 75 anni.

Campagne di sensibilizzazione 

Mamazone lancia regolarmente campagne di sensibilizzazione per richiamare l’attenzione sull’importanza di una corretta gestione della propria salute mammaria e invita tutte le donne ad avvalersi dell’offerta di screening, perché è l’unico modo per individuare e curare il tumore al seno in fase precoce. 

Queste campagne di sensibilizzazione vengono promosse mediante volantini, opuscoli, interventi radiofonici, televisivi e social media, nonché con iniziative come “Insieme contro il tumore al seno”, e la recente campagna di informazione “Check yourself – la diagnosi precoce ti salva la vita”, promossa su facebook e Instagram.

Diventare esperte

Con la conferenza sul tumore al seno DIPLOMPATIENTIN/PAZIENTE DIPLOMATA, fiore all’occhiello di mamazone, donne sane e malate ricevono una grande quantità di informazioni sul cancro al seno in forma compatta e comprensibile. Relatori di alto livello provenienti dall’Italia e dall’estero si danno appuntamento presso l’Eurac di Bolzano e riferiscono in un linguaggio alla portata delle pazienti sulle ultime scoperte scientifiche e sulle possibilità di trattamento, nonché sugli ultimi sviluppi e risultati nella diagnostica e nella terapia del carcinoma mammario. L’obiettivo di questa campagna di sensibilizzazione è quello di trasformare le donne da pazienti in cura a donne che si prendono cura del proprio seno, non trincerandosi dietro al tabu, diventando attive senza temere il camice bianco e non facendosi prendere dall’ansia, perché oggigiorno del tumore al seno non si deve più avere paura. Grazie a terapie individualizzate il tumore al seno infatti non è più una condanna di morte. 

Quest’anno siamo alla 19esima edizione della conferenza sul tumore al seno PAZIENTE DIPLOMATA che è in programma sabato 17 ottobre 2026 sempre all’Eurac di Bolzano. Alla conferenza è possibile parteciparvi sia in presenza che online. Per informazioni e il programma consultate il sito www.mamazone.it 

L’appello di mamazone – Donne e ricerca contro il tumore al seno è di non trincerarsi dietro al tabu e di prendere in mano il proprio destino perché la salute è nelle “TUE mani”! Se preso per tempo, in fase iniziale, il tumore al seno non deve fare paura perché oltre il 90% sopravvive alla diagnosi. “La diagnosi precoce è l’arma più efficace nella lotta contro il tumore al seno”, sostengono Erika Laner e Martina Ladurner, responsabili di mamazone in Alto Adige.

(inserzione pubblicitaria)

I centri giovani di Bolzano lavorano insieme

Facciamo insieme il punto sulla rete dei centri giovani attiva nella città di Bolzano. 

“La creazione di una rete di centri giovani nella Città di Bolzano è essenziale perché permette di unire energie, competenze e risorse per rispondere in modo concreto ai bisogni dei ragazzi”, afferma Manuel Mattion, referente per le Politiche Giovanili del Comune di Bolzano.

A Bolzano ci sono 17 centri giovani distribuiti nei diversi quartieri, per un totale di una quarantina di operatori distribuiti sull’intera città, ed era importante creare un legame tra tutte le realtà, per valorizzare la ricchezza di energie, risorse, personale, idee per il bene dei giovani. Per raggiungere l’obiettivo, l’Ufficio Giovani ha voluto incontrare direttamente gli operatori per coinvolgerli attivamente nel progetto.

Guardando con interesse a modelli già consolidati di Rete tra centri, e con strumenti validati dal master in previsione sociale della facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, è stata definita la struttura di questo progetto: il senso era quello di coinvolgere tutte le realtà giovanili per fare in modo che fossero gli stessi operatori a far emergere le caratteristiche della rete.

Il primo passo, quindi, è stato quello di organizzare dei tavoli di lavoro in cui far emergere tutti gli elementi importanti per gli operatori, che potessero poi convogliare nella creazione di una visione comune.

Dalla visione d’insieme si è poi passati alla definizione di una mission condivisa, prefissando obiettivi concreti utili alla formalizzazione del progetto. Il percorso è durato circa due anni e tutti gli operatori si sono spesi per portare il loro contributo nella realizzazione della prima rete dei centri giovani della Città di Bolzano. 

Il 3 dicembre 2025 la rete è stata ufficializzata alla presenza dell’assessore comunale Claudio Della Ratta, dei presidenti e degli operatori dei centri giovani, attraverso la sottoscrizione di un protocollo d’intesa. Subito dopo sono stati nominati due portavoce, ad affiancare l’Ufficio Giovani nel coordinamento della Rete, testimoniando così la volontà già espressa di favorire un lavoro caratterizzato da collaborazione e trasversalità tra associazionismo e istituzioni.

Il programma della Rete prevede quattro incontri annuali fissi, declinati in base a diversi obiettivi: un incontro dedicato alla formazione condivisa, un incontro dedicato all’analisi dei bisogni del mondo giovanile, un incontro dedicato alla presentazione del programma annuale delle realtà giovanili e uno per monitorare lo stato dell’arte. A questi si aggiungono altri appuntamenti in base a specifiche tematiche da trattare.

“La Rete dei Centri Giovani è una grandissima opportunità per la città di Bolzano, perché permette di unire forze, competenze, conoscenze e riflessioni sul mondo giovanile, per rimanere aderenti ai reali bisogni e desideri dei giovani”, conclude Manuel.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour

Kevin, il campione italiano U23 e il suo amore per le prove multiple

Kevin Lubello è un giovane atleta di successo, appena laureato campione italiano in prove multiple U23. Nei suoi progetti futuri figurano i campionati Europei e vestire la maglia azzurra con uno sguardo fisso sull’obiettivo ultimo: le Olimpiadi. In quest’intervista il giovane bolzanino racconta se stesso e la sua disciplina.

Com’è nata la tua passione per l’atletica?

Dopo aver provato moltissimi sport senza trovarmi, i miei genitori mi hanno portato al campo a provare. Lì ho conosciuto un amico con cui ancora oggi faccio prove multiple. Ci siamo stimolati a vicenda e da lì è nato un amore puro per l’atletica. Mi ha colpito molto il rapporto sacrificio–risultati: più ti alleni e più vedi risultati, e questo è davvero stimolante. L’ambiente è bellissimo, soprattutto durante le gare, ci aiutiamo tutti a vicenda.

Come si sceglie di diventare atleta di prove multiple?

Io ho iniziato un po’ a caso, non le conoscevo. Abbiamo fatto una gara regionale e ci siamo qualificati ai Campionati Italiani di società. Da lì è nata la passione: mi trovavo bene e riuscivo a raggiungere buoni risultati. Ho fatto subito il minimo per gli Italiani U18 e da quel momento abbiamo iniziato ad allenarci per le multiple in maniera più seria.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’allenarsi per tutte le discipline?

La diversità: è tutto molto tecnico, soprattutto nei lanci e nei salti. Serve trovare il giusto compromesso tra velocità e resistenza e avere tanta pazienza e testa, perché non sempre gli allenamenti vanno bene.

C’è una disciplina in cui senti di esprimere davvero chi sei?

Sento di dare il massimo negli ostacoli e in generale nei salti: lungo, alto e asta. Bisogna essere un po’ portati, ma a me piacciono tantissimo e quindi è più facile migliorare quando una disciplina ti è “amica”.

Hai percepito il sostegno della comunità locale nel tuo percorso?

Sicuramente sì. L’Associazione Sporthilfe è una realtà che aiuta gli atleti di alto livello di tutti gli sport e negli ultimi anni sono entrato a farne parte. Le strutture a Bolzano sono ottime. Manca un campo indoor per allenarsi d’inverno, ma per fortuna ce n’è uno a Trento.

Sei appena diventato campione italiano U23: quali sono stati i passi più importanti per arrivarci? E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nella mia testa: ho deciso di dare tutto me stesso a questo sport, allenarmi di più e meglio. Gli allenatori mi sono stati molto vicini. L’anno scorso è stato fantastico: per la prima volta ho conquistato i titoli italiani di categoria U20, ma a fine anno c’è stata una grande delusione: non sono riuscito a raggiungere, per pochissimo, il minimo per gli Europei. Questo mi ha fatto crescere molto e mi ha stimolato ancora di più. Ora l’obiettivo sono Campionati Italiani Assoluti: vorrei replicarmi, fare bene e arrivare il più preparato possibile per la stagione outdoor. Quest’anno non ci sono competizioni internazionali, mentre per l’anno prossimo vorrei arrivare agli Europei di categoria.

Come ti immagini tra cinque anni?

Sicuramente mi vorrei vedere alle Olimpiadi , e magari vincerle! O almeno vestire la maglia azzurra più di una volta. Mi immagino ancora a dare il massimo per questo sport.

Autrice: Anna Michelazzi