A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente

Il Bolzano Film Festival si apre alla città

La trentanovesima edizione del Bolzano Film Festival Bozen ha preso il via il 10 aprile e proseguirà fino al 19. Quando questo numero del giornale arriva ai lettori, il festival è dunque già cominciato, riportando il cinema al centro della vita culturale cittadina. Promosso dal Filmclub di Bolzano, il festival si conferma non soltanto come una rassegna di proiezioni, ma come un luogo di incontro e confronto tra culture, linguaggi e sensibilità diverse. Non a caso, il Filmclub si rivolge da sempre sia al pubblico di lingua tedesca sia a quello di lingua italiana. Ne abbiamo parlato con Luigi Loddi, presidente del Filmclub.

Che cosa rappresenta oggi il Bolzano Film Festival Bozen nel panorama culturale cittadino?

Direi che un festival è qualcosa di più di un cinema e di più di una rassegna di film. C’è un’atmosfera particolare, ed è proprio questa dimensione che cerchiamo di offrire al pubblico. Non solo la visione dei film, quindi, ma un’esperienza culturale più ampia, fatta di incontri, curiosità e scoperte. In questo senso c’è anche un investimento concreto che il Filmclub ha scelto di fare: rendere i film stranieri più facilmente fruibili attraverso una sottotitolazione apposita durante le proiezioni. Non si tratta di sottotitoli già inseriti nel film, ma di testi proiettati separatamente sotto lo schermo, pensati appositamente per accompagnare la visione.

Quanto contano lingua e identità culturale nella vitalità di una cinematografia?

Contano molto. Lo vediamo bene, per esempio, in Catalogna, dove c’è una lingua diversa da quella spagnola e dove esistono grandi temi di identità politica e culturale. Questa situazione genera anche creatività. Non a caso, anche in questa edizione del festival abbiamo voluto guardare a quella realtà. A Barcellona c’è un’incredibile varietà di scuole di cinema molto apprezzate, e l’offerta di registi e registe è eccezionale. È proprio un fatto della loro cultura.

Questa relazione tra cinema, lingua e identità culturale vale anche per un territorio come l’Alto Adige?

Io credo di sì. In territori dove convivono lingue, culture e sensibilità diverse, il cinema può diventare uno strumento molto forte di espressione e di racconto. Anche per questo un festival come il nostro ha un significato che va oltre la semplice programmazione dei film.

Una delle novità di questa edizione è il coinvolgimento del Teatro Cristallo. Che significato ha questa scelta?

Io non lo percepisco come una sala in più, ma come un altro luogo. La collaborazione con la direzione del Cristallo è stata ottima e affrontiamo con molta gioia questo progetto. Se andrà bene, intendiamo allargarlo nei prossimi anni. Abbiamo pensato di poter portare l’atmosfera del festival, che è sempre molto particolare, in un’altra parte della città.

Questa collaborazione ha anche un valore simbolico?

Sì, perché il Filmclub è storicamente radicato nel cuore di Bolzano, con le sue tre sale di via Dr. Streiter, mentre il Teatro Cristallo ci permette di portare il festival anche in un’altra parte della città, oltre il Talvera. È un modo per allargare la presenza del festival e incontrare anche altri pubblici.

In chiusura, qualche informazione pratica per chi volesse seguire il festival?

La mole delle informazioni è grandissima: il programma, gli aspetti organizzativi, gli abbonamenti. Per questo inviterei tutti ad andare sul sito del Bolzano Film Festival Bozen, dove si trovano in dettaglio tutte le informazioni.

Il festival si è aperto con il film inaugurale del regista sudtirolese Andreas Pichler e prosegue fino al 19 aprile, con la premiazione prevista nel fine settimana finale e una giornata conclusiva dedicata ai film vincitori.

Per maggiori informazioni:
www.filmfestival.bz.it

Autore: Till Antonio Mola

Altan al Cristallo, un incontro prezioso

Alcune centinaia di bolzanini venerdì scorso 10 aprile non hanno voluto perdere l’occasione, unica, per incontrare uno dei maestri del fumetto e della satira italiana, Francesco Tullio-Altan.

Nessuno è uscito deluso dall’oretta di chiacchiere in cui Altan è stato sollecitato da Paolo Mazzucato. 

Si è parlato naturalmente dei personaggi più famosi creati da Altan, su tutti la Pimpa protagonista il giorno dopo di uno spettacolo nel medesimo teatro. 

L’autore – classe 1942 – ha ricordato la genesi della sua professione di disegnatore, avvenuta come spesso accade quasi per caso quando risiedeva per lavoro in Brasile. 

Altan ha regalato una serie di ricordi personali e qualche chicca sul suo modo di lavorare, esprimendosi con un’elegante ironia disincantata, perfettamente sincronizzata con lo spirito dei suoi personaggi. 

Molto interessanti sono state le domande e le risposte dedicate al suo approccio personale alla vignetta satirica, legata sì all’attualità ma volta soprattutto a offrire uno sguardo alternativo, riflessivo e sincero sul carattere non solo dei potenti, ma anche e soprattutto degli italiani in generale. 

Durante l’intervista, quando ad Altan è stato chiesto se gli capita mai di essere criticato per il presunto cinismo delle sue vignette, il suo diniego è stato immediato. L’autore ha piuttosto fatto riferimento alla natura consolatoria che possono avere oggi li suoi disegni, in grado di suscitare nei lettori non risa ma piuttosto sorrisi, volti a promuovere la necessaria autocritica, che risulta oggi sempre meno diffusa tra gli italiani. 

Dolcissimi sono risultati i ricordi legati al mondo della Pimpa, al suo essere libera, alla frequenza delle storie di mare della cagnolina (“soprattutto quando arriva la bella stagione”). 

Interrogato sul suo rapporto con il computer, Altan candidamente ha raccontato di averci a che fare il meno possibile e di non frequentare i social. D’altronde lui è il padre della Pimpa, che in alcune storie dialoga con un computer che sa tutto sui nomi, le forme e i colori dei fiori, senza sapere però nulla sul loro profumo. Ed è per questo che la Pimpa alla fine… lo accompagna in un prato. Insomma: grazie Altan, per questo e per molto altro.

Autore: Luca Sticcotti

Martina a EPCOT: una bolzanina che porta l’Italia a Disney, Florida

Martina de Federizzi, dopo una laurea triennale e una magistrale in lingue, ha deciso di cambiare vita: oggi lavora per Disney come rappresentante culturale per l’Italia.

Quando e perché hai deciso di lavorare per Disney, e cosa significa per te il tuo ruolo?

Visitando EPCOT (n.d.r. il secondo dei parchi ematici della Disney in Florida), ho visto i cast member italiani e ho capito che volevo farne parte. Dopo sei anni di preparazione, nel 2025 ho ricevuto il contratto, e la gioia che ho provato è stata enorme. Oggi lavoro nel merchandising; può sembrare semplice, ma la vera magia sta nelle interazioni: i guest condividono storie legate alle loro origini italiane e il negozio diventa un punto d’incontro tra due mondi, l’Italia di oggi e quella della diaspora italiana. Poi c’è la consapevolezza che i parchi Disney sono il mio cortile: dopo un turno posso passeggiare tra le attrazioni e guardare i fuochi d’artificio, realizzando con orgoglio quanto ho costruito. Per me, lavorare a Disney significa restituire la magia che ho vissuto da bambina e mettermi alla prova ogni giorno.

Ci sono incontri che ti sono rimasti impressi?

Il primo è con una famiglia di origini emiliane. Si sono avvicinati al tavolino del Kidcot per farsi firmare i passaporti, ma dopo pochi minuti stavamo parlando di cappelletti. Mi hanno raccontato del Natale in cui si riuniscono tutti — figli, nipoti, cugini — e li preparano a mano, come facevano i loro nonni in Italia. Mi hanno mostrato le foto: un tavolo coperto di sfoglia, mani di generazioni diverse che lavorano la pasta, bambini americani che imparano un gesto italiano. Quelle foto mi hanno trasmesso un senso di casa e di tradizione. Il secondo è un signore di 84 anni. Si è avvicinato con l’aria di chi ha qualcosa di importante da mostrare e ha tirato fuori il telefono per farmi vedere i suoi passi della giornata: 41 chilometri. Stavo ancora cercando le parole giuste quando ha tirato fuori dei ritagli di giornale ingialliti, piegati e ripiegati mille volte, in cui si raccontavano le gare di corsa di sua figlia di cinquant’anni fa. Li portava sempre con sé. Noi cast members possiamo creare spille celebrative e allora gli ho fatto una spilla per i suoi 41 km. Quando gliel’ho consegnata si è illuminato. La cosa più preziosa è il quotidiano: bambini che si entusiasmano e adulti che parlano un italiano tramandato come se stessero condividendo qualcosa di intimo.

Cosa significa vivere questa esperienza?

Vivere come cast member significa avere supporto anche fuori dal lavoro, nei villaggi appositamente creati. So quanto la mia posizione sia privilegiata e quanto sia stata importante la fiducia della mia famiglia. Mi aspetta un anno pieno di magia, viaggi e amicizie e come dice lo spettacolo finale di Magic Kingdom: ognuno di noi ha un sogno che lo chiama, e quando abbiamo il coraggio di ascoltarlo e inseguirlo, quel sogno ci guida verso chi siamo destinati a essere. Io quel sogno l’ho ascoltato, e ora lo sto vivendo.

Autrice: Anna Michelazzi

Il transito di Michel de Montaigne attraverso le valli altoatesine

Da Vipiteno a Salorno, Michel de Montaigne, celebre autore del Rinascimento francese, racconta nel suo Journal de voyage en Italie il suo viaggio attraverso i luoghi, gli usi e i costumi dei popoli, e le cose che lo affascinano. È il 1580, e il suo cammino in Italia è ancora agli inizi.

Michel de Montaigne (1533-1592), autore francese noto per le sue opere filosofiche, il 22 giugno 1580 parte per intraprendere un lungo viaggio verso Roma, passando attraverso la Svizzera e la Germania. Durante il percorso, ogni cosa desta il suo interesse e gli ispira varie riflessioni, che annota nel suo diario. 

Arriva a Vipiteno nella notte del 25 ottobre 1580. Lungo il cammino ammira i vestiti della gente, i campi di grano e le floride valli sulle quali svettano i campanili di tanti piccoli villaggi, suscitando nel lettore l’impressione di starsi inoltrando in una terra incantata e misteriosa. La sera seguente giunge a Bressanone, che definisce “bellissima cittadina”. “Il signor de Montaigne soleva dire che aveva sempre diffidato dei giudizi altrui sulla bellezza dei paesi stranieri”, ma in questo caso si stupisce particolarmente di come le notizie che correvano sull’inospitalità del luogo e sulla stranezza delle persone che vi vivevano fossero infondate. Infatti, in queste terre “aveva sempre alloggiato in belle città abbondanti di viveri e di vini, e più a buon mercato che altrove”. Passando per Chiusa, il 27 arriva a Collalbo, dove scorge le prime vigne. Il paesaggio cambia drasticamente: ora la natura e la conformazione montuosa iniziano a inasprirsi. Il giorno stesso giunge a Bolzano, che descrive come “sgradevole” a causa dei suoi vicoli stretti e dell’assenza di una piazza principale e “assai scadente al confronto delle altre [città] tedesche”, tanto da esclamare “che si rendeva ben conto d’aver cominciato a lasciare la Germania”. Tuttavia, ne elogia il vino e il pane e ne visita il bel Duomo. La mattina seguente si ferma a Bronzolo per ristorarsi. Da qui, lasciandosi alle spalle l’Isarco, inizia a seguire il “largo e placido” Adige. I monti si abbassano, la valle si allarga e qualche palude inizia a presentarsi sul suo percorso. La Bassa Atesina lo accoglie dolcemente e il suo animo pare rabbonirsi. Passa per Egna, trovandosi coinvolto in una fiera di paese, e arriva infine a Salorno, dove nota il castello Haderburg “sito in curiosa posizione al sommo d’una rupe”. Infine, mette piede in territorio di lingua italiana, giungendo a Trento, città che descrive come “non molto attraente, e che ha perso in tutto il garbo delle città tedesche”. La trasformazione delle città tirolesi in città italiane, già iniziata con Bolzano, è finalmente – e, ai suoi occhi, drammaticamente – compiuta. Da qui, arriverà a Venezia e scenderà verso Roma, dove soggiornerà per poco, per poi ritornare verso le sue terre.

Il Diario di viaggio di Montaigne, seppur brevemente, non solo ci racconta la storia delle nostre valli attraverso lo sguardo attento e sempre curioso di uno dei più grandi pensatori della nostra storia, ma ci trasmette anche le medesime sensazioni che i forestieri d’oggi, in viaggio verso l’Italia, vivono nell’attraversare i nostri confini. Montaigne ci racconta una valle di divergenze e incontri, florida e aspra al contempo, a cavallo tra due culture, due lingue, e una storia di attraversamenti, che trascendono i confini geografici.

Autore: Tommaso Calamaro

Narrazione, fantasia e crescita

Il 2 aprile si celebra la Giornata internazionale del libro per bambini, istituita nel 1967 nel giorno del compleanno di Hans Christian Andersen. È una ricorrenza che ogni anno invita a riflettere su cosa significhi mettere in mano a un bambino o a una bambina una storia, e su cosa si muove dentro di loro quando quella storia prende forma.

Valentina Stecchi è un’illustratrice bolzanina che lavora con le immagini da anni, conducendo workshop per bambini, ragazzi e adulti. La sua prospettiva unisce la pratica del disegno a una riflessione profonda su narrazione, fantasia e crescita. L’abbiamo incontrata per parlare di fiabe, di ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di stupirci, e di perché leggere ad alta voce è ancora un atto rivoluzionario.

L’INTERVISTA

Come mai le fiabe ti hanno conquistata?

Penso che il motivo principale sia che me ne leggevano tantissime da piccola. Mi hanno sempre appassionata: erano momenti speciali, condivisi con i miei genitori. C’era il fascino della fiaba raccontata, ma anche inventata sul momento. Ho sempre amato le immagini. E poi c’era quella sensazione di non saper ancora leggere, di essere accoccolata nel letto mentre qualcuno ti legge. Questo, soprattutto questo.

Cosa succede, secondo te, quando un bambino o una bambina incontra per la prima volta una storia?

La cosa più bella è lo stupore, l’entusiasmo davanti a qualcosa di nuovo. Da bambina il momento più magico era vedere la storia formarsi nei pensieri, come un mondo fantastico che prende forma nella testa. Penso che succeda ancora così. Quello che spesso gli adulti sottovalutano è il livello di riflessione che ha un bambino: quando incontra una storia, inizia a pensarci, la chiede di nuovo, fa domande. Una storia accende la fantasia e la curiosità, due cose che si sono un po’ impoverite ultimamente…

Mi capita spesso, durante i laboratori, di accorgermi che alcuni bambini sentono una fiaba per la prima volta in assoluto. Siamo in un contesto scolastico e questo mi dispiace molto.

Le fiabe tradizionali hanno spesso personaggi stereotipati e valori forse un po’ datati. Quelle storie Hanno ancora senso nel 2026 o andrebbero riscritte?

La varietà narrativa è la ricchezza più grande che ci sia. Riscrivere storie, come ha fatto la Disney per renderle più accessibili, può essere interessante, ma è sempre qualcosa in più, non al posto di. Se diventa un’operazione sostitutiva, si impoverisce tutto. Le fiabe tradizionali hanno radici profondissime nella storia dell’umanità e affrontano temi cardine nell’evoluzione di una persona.

Detto questo, è giusto contestualizzare. Una bambina può capire che la sua unica aspirazione non è sposarsi e avere figli, che esistono tante possibilità. Le fiabe rappresentano simboli: vanno lette con attenzione e sensibilità. E poi non bisogna proteggere i bambini da tutto: temi come il male, il lutto, la cattiveria esistono nella realtà. Confrontarsi con una fiaba può essere costruttivo, persino una risposta a qualcosa che stanno già vivendo.

Genitori e nonni si chiedono: meglio un libro illustrato o un cartone animato?

Questo dualismo andrebbe eliminato. Perché o questo o quello? Entrambi sono validi, così come è valida una storia senza immagini. Anche il libro illustrato direziona l’immaginario del bambino, a modo suo. Quello che conta è la varietà dei contenuti: più è ampia, più la fantasia cresce. Più storie leggiamo e vediamo, più alimentiamo fantasia e creatività. E questo rende le persone più ricche, in generale, senza che debba avere per forza un’utilità misurabile.

C’è una differenza tra leggere una storia e sentirla raccontare ad alta voce?

Sì, secondo me sì. Quando raccontiamo una storia ad alta voce, anche chi racconta è dentro alla storia: le emozioni si sentono, si crea un rapporto tra chi narra e chi ascolta. È un’esperienza più ricca. Leggere insieme, invece, è più una lettura di comunità, anch’essa bellissima, con dentro tutto quello di cui abbiamo bisogno: fare cose insieme, lentamente, senza che abbiano per forza un’utilità economica. Le due esperienze sono diverse, ma l’importanza di una non esclude l’altra.

Hai lavorato con scuole e centri giovanili. Cosa vedi nei bambini quando disegnano o ascoltano storie: qualcosa che gli adulti hanno perso?

È un’opinione di parte, ma la mia risposta è: l’entusiasmo. La meraviglia. Non in tutti, certo, ci sono anche bambini molto “adultizzati”. Una volta ho chiesto a un gruppo se qualcuno leggesse loro le storie, e uno mi ha risposto: “sì, mio padre mi racconta sempre le storie del calcio, le partite”. Bambini molto ancorati alla realtà, che si annoiano facilmente davanti a una fiaba. Noi adulti facciamo fatica ad alimentare quell’entusiasmo. Quando insegno ad adulti, anche con materiali particolari, ci vuole tempo per coinvolgerli. Gli adulti hanno paura di sbagliare, del giudizio altrui. Dovremmo essere un po’ più spontanei. Ecco.

L’immaginazione si allena o è un dono?

Si allena, come ogni cosa. Più leggi, più ascolti, più ti guardi attorno, più incontri persone, più sei connessa con il mondo anche al di fuori di te: più alimenti l’immaginazione che è dentro di te.

Cosa ha un’illustrazione su carta che un video non avrà mai?

Un’illustrazione ti dà gli elementi per alimentare la fantasia, ma non ti racconta tutto. Un video, tendenzialmente, ti dice cosa vedere: sei abbastanza passivo. L’illustrazione ti dà un la, e poi sei tu a immaginare il resto. Ti offre un tempo diverso, riflessivo: puoi soffermarti sui dettagli. Il video è veloce. E poi c’è una differenza enorme tra il cinema e lo schermo frenetico di uno smartphone. Il fatto che l’illustrazione non sia un’esperienza compulsiva è una delle cose che apprezzo di più.

C’è una fiaba che ti ha formata davvero, che porti ancora con te?

Queste domande mi mettono sempre in crisi, mi sembra di fare un torto a qualcuno. Però se devo pensare a una fiaba a cui sono molto affezionata, direi Cappuccetto Rosso. L’ho tantissimo amata. Ci sono tanti libri e illustrazioni che hanno reso questa storia immortale, ognuno con la sua lettura.

Se potessi dire una cosa sola agli adulti sul valore di leggere insieme ai bambini, cosa diresti?

Dirò una cosa che ho fatto davvero, di recente. Questo inverno ho riletto tutti i miei libri di fiabe, e una delle cose che ho fatto è stata andare dai miei genitori a ringraziarli perché mi hanno letto tante storie da piccola. Oggi sono la persona che sono anche grazie a quei momenti. Mi ha dato una spinta valoriale e caratteriale. Agli adulti direi di leggere le fiabe: sono un momento costruttivo per i bambini, ma anche per loro. Quando rileggo una fiaba per un workshop, mi accorgo che in base al momento della vita in cui la leggi, ti dice qualcosa di diverso su di te. Un adulto, da solo, difficilmente si leggerebbe una fiaba. Avere un bambino davanti è una scusa perfetta per fare un tuffo nella propria infanzia. E ti fa crescere.

Autore: Marco Valente

Tra ingranaggi e meraviglia: il Museo dell’Orologeria

Nel cuore di Bolzano, nascosto tra i portici e il viavai quotidiano di piazza delle Erbe, al primo piano di un palazzo storico, si trova un piccolo museo capace di raccontare quattro secoli di storia attraverso un oggetto tanto comune quanto straordinario: l’orologio. È il Museo dell’Orologeria di Christian Clementi, nato dalla passione di una vita e dal desiderio di condividere un sapere antico.

“Mi sono detto: perché non allestire una mostra permanente con orologi antichi e divulgare un po’ la storia dell’orologeria”, racconta Clementi, proprietario e guida del percorso espositivo.

La mostra si sviluppa attraverso una serie di vetrine ordinate cronologicamente. Un percorso chiaro, che accompagna visitatrici e visitatori dal XVII secolo fino ai giorni nostri, permettendo di osservare da vicino non solo l’evoluzione tecnica degli strumenti, ma anche quella estetica delle casse e dei materiali. “Secolo dopo secolo l’orologeria ha introdotto migliorie significative, perfezionando sempre di più la precisione”, spiega Clementi.

Accanto agli orologi da tasca e da polso, trovano spazio anche meccanismi più complessi, come gli ingranaggi di un orologio da campanile, che testimoniano la dimensione monumentale di quest’arte. Ma il museo non è solo una raccolta di oggetti: è un racconto vivo, guidato direttamente dal suo fondatore. “Accompagno le persone da vetrina a vetrina, spiegando il lavoro e l’ingegno degli orologiai del passato, che cercavano non solo la precisione, ma anche la bellezza”, dice.

Tra i pezzi più curiosi spicca l’orologio a candela, una sorta di sveglia ante litteram: sulla candela sono segnate le ore e una pallina di ferro, inserita all’altezza desiderata, cade su un piatto metallico quando la cera si consuma fino a quel punto, segnalando il passare del tempo in modo tanto semplice quanto ingegnoso.

Il percorso racconta anche il passaggio all’epoca industriale. Intorno al 1900, infatti, la produzione in serie rende gli orologi più accessibili, senza però cancellare il valore della maestria artigiana. In quegli anni si diffondono i primi orologi da polso, destinati a sostituire quelli da tasca, mentre stili come l’Art Nouveau introducono forme eleganti e decorative. Parallelamente, gli strumenti degli orologiai diventano sempre più sofisticati: piccoli torni, macchine per fresare e utensili di precisione, spesso costruiti dagli stessi artigiani, segnano l’inizio di una nuova era tecnologica.

Nonostante la ricchezza della collezione, il museo mantiene un carattere intimo e accessibile. Le vetrine sono accompagnate da didascalie chiare, pensate per guidare anche chi non ha conoscenze specifiche, rendendo la visita comprensibile e coinvolgente.

L’ingresso è libero, ma la visita avviene su prenotazione. Per raggiungere il museo, arrivando da via Museo si svolta a destra e si prosegue lungo il marciapiede dietro le bancarelle di piazza delle Erbe: dietro la seconda si trova un portone con grata in metallo, con i campanelli dell’orologiaio e del museo.

Per informazioni e prenotazioni è possibile consultare il sito www.orologiaio-clementi.it oppure telefonare allo 0471 974482, dal lunedì al venerdì tra le 9 e le 12.

Un luogo raccolto, quasi nascosto, che offre però un’esperienza capace di dilatare il tempo, restituendo valore a ogni singolo ingranaggio.

Autore: Till Antonio Mola

Si parte: dobbiamo votare!

Salma Zouhair è una ragazza bolzanina che frequenta l’università di Cesena. Oltre a studiare, lavora part-time ed è una volontaria presso la Croce Bianca di Bolzano e la Croce Rossa Italiana di Cesena. Questo marzo è dovuta rientrare a Bolzano per votare al referendum in quanto il voto ai fuori-sede non è stato garantito.

Quanto tempo e denaro ha richiesto il viaggio per poter votare?

Tra andata e ritorno, considerando che ho preso un Intercity diretto e non il solito regionale, il tempo che ho passato in viaggio ha sfiorato le dieci ore. Ho deciso di utilizzare il trasporto pubblico e nel complesso ho speso intorno ai 35 euro.

Le agevolazioni di viaggio per gli elettori sono state sufficienti?

Sono state molto d’aiuto in questo caso. Di norma un viaggio in treno regionale mi viene a costare più di 70 euro. Con i treni ad alta velocità le cifre sono più alte. Le agevolazioni per elettori sono tra le offerte più convenienti per quanto riguarda i treni. Se considerassi solo i treni, le agevolazioni sarebbero sufficienti, ma considerando chi si trova più lontano rispetto a me e magari è costretto a spostarsi in macchina o in aereo non basterebbero più; spesso tornare a votare è una spesa non indifferente per uno studente fuori-sede.

Cos’hai dovuto mettere in pausa per venire a votare?

Un sacco di cose. Ho avuto la fortuna che questo referendum non fosse durante una sessione d’esame altrimenti avrei sicuramente avuto più difficoltà a presenziare. Ho però avuto la sfortuna di lavorare il pomeriggio di domenica quindi sono stata costretta a prendere il treno subito dopo aver votato. I seggi aprivano alle 7 e il mio treno era alle 7.30, garantisco che è stato uno stress non indifferente riuscire a fare entrambe le cose.

Per le Europee 2024 era stata introdotta una sperimentazione per il voto fuori-sede. Come ti fa sentire il fatto che si sia “tornati indietro”? 

Per me si tratta assolutamente di un passo indietro, sfavorevole per chi si deve spostare e intraprendere viaggi impegnativi per esercitare un proprio diritto e una perdita anche per lo Stato stesso che impedisce a una buona fetta di aventi diritto di partecipare alla vita politica nazionale. Sarebbe più corretto introdurre la possibilità di votare nel proprio comune di domicilio temporaneo sotto richiesta, come era stato permesso per il Referendum abrogativo di giugno 2025.

L’idea di garantire il voto a distanza o per corrispondenza potrebbe essere un’opzione?

Si, il voto a distanza dovrebbe essere preso in considerazione per i fuori-sede. Inoltre vivendo in un’era in cui la digitalizzazione regna sovrana, dovrebbe essere prioritario trovare il modo di garantire una votazione corretta e inclusiva anche per chi non ha la possibilità di votare nel proprio comune di residenza, quindi per i fuori-sede, ma anche per chi si trova in trasferta di lavoro, oppure chi segue una terapia in un ospedale specializzato e non ha la possibilità di spostarsi.

Con altri studenti fuoriesce avete discusso di questa problematica?

Sì, è un tema ricorrente. Ogni volta che si presenta la necessità di votare ne parliamo cercando di organizzarci al meglio, ma restano la consapevolezza e l’amarezza del doversi mobilitare per esercitare un nostro diritto come tutti gli altri. Votare dovrebbe essere un diritto e un dovere di tutti i cittadini italiani. In un momento di alto astensionismo elettorale, come quello che stiamo vivendo, trovare una soluzione a questo problema dovrebbe rappresentare una priorità per il nostro Paese.

Autrice: Anna Michelazzi

Pietre d’inciampo: incontriamo per strada la nostra memoria

Un progetto artistico e civile che attraversa l’Europa e che anche a Bolzano ha trovato spazio tra le vie della città. Le Pietre d’inciampo (dal tedesco Stolpersteine) sono piccoli segni nel tessuto urbano che ricordano le vittime della Shoah, riportando alla luce storie che si voleva cancellare. A Bolzano furono posate nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, anche grazie al lavoro dello storico Hannes Obermair, oggi senior researcher all’Eurac e all’epoca direttore dell’Archivio storico comunale. Lo abbiamo intervistato.

Cosa sono le Pietre d’inciampo?

Le pietre d’inciampo sono un progetto di un artista tedesco, Gunter Demnig. Consistono in cubetti di dieci per dieci centimetri in cemento, con sopra una lastra in ottone sulla quale è impresso il nome delle vittime della Shoah, con le date essenziali della loro vita, della deportazione e, quando si sa, della morte.

Qual è l’elemento più significativo di questo progetto?

Sono posizionate davanti all’ultima dimora liberamente scelta dalle vittime, prima che queste persone venissero sradicate da quella che fino ad allora era la loro vita normale. È questo forse l’elemento più toccante: non ricordano solo la morte, ma la vita quotidiana che le vittime conducevano, la loro dimensione civile, le relazioni, la casa. Tutto ciò che è stato poi annientato dalla persecuzione nazista.

Si tratta quindi di un percorso della memoria?

Assolutamente sì. È un percorso memoriale disseminato nella città, anzi nelle città: oggi in tutta Europa ce ne sono decine di migliaia. È un enorme museo a cielo aperto, tu cammini, sei in città, e puoi vedere queste pietre che luccicano.

Perché si parla di “inciampo”?

Non si inciampa fisicamente, ma con la mente. Ti fermi, ti abbassi, idealmente ti inchini. Questo è il senso: rendere onore a una biografia che si voleva finisse nell’oblio. È una forma di ricordo, una sorta di “resurrezione” di storie scomparse, spesso senza neanche una tomba.

Quali informazioni riportano le pietre?

Ci sono il nome, la data di deportazione, il luogo – per esempio Auschwitz o Mauthausen – e la data di morte, quando è nota. Sono dati essenziali, ma dietro c’è un grande lavoro di ricerca: bisogna incrociare diverse fonti, come gli archivi dei campi di concentramento o il database di Yad Vashem. Spesso i dati sono lacunosi, quindi serve grande attenzione.

Quando sono state posate a Bolzano?

Nel 2015, per il settantesimo anniversario della liberazione. In quell’occasione, quando ero direttore dell’Archivio storico, abbiamo posato quindici pietre insieme a Gunter Demnig. È stato un momento importante anche perché lui, quando può, partecipa personalmente.

Demnig realizza ancora le pietre?

Sì, è un progetto artistico e lui ne detiene il copyright. Quando possibile, accompagna la posa: è un artista molto “materiale”, interviene direttamente nello spazio urbano, con un gesto concreto.

Esiste un archivio delle Pietre d’inciampo?

Sì, oltre al suo archivio, c’è anche un grande lavoro collettivo, ad esempio su Wikipedia, dove sono raccolte le pietre con fotografie e biografie. Ci sono anche quelle dell’Alto Adige, da Bolzano a Merano, fino a Ora e Tires».

In definitiva si tratta Un museo diffuso, discreto ma capace di interrogare chiunque passi. Le Pietre d’inciampo non impongono la memoria: la fanno emergere, all’improvviso, sotto i piedi e nello sguardo di chi si ferma.

Autore: Till Antonio Mola

Da Bolzano all’Inghilterra, e poi Olanda, Parigi e… Taiwan

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo nuovo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo.

La prima espatriata che incontro — anche se solo virtualmente, purtroppo — è Duchessa Paulato: una ragazza energica, capace di unire un spiccato senso pratico a una genuina vena artistica. 

Duchessa ha lasciato Bolzano prima di finire il liceo: a sedici anni è partita per l’Inghilterra, dove si è diplomata dopo due anni di collegio. I cinque anni successivi li ha trascorsi ad Amsterdam tra studi e un tirocinio curricolare di sei mesi a Parigi. Quando la chiamo, è appena rientrata da un exchange di cinque mesi a Taiwan, di cui ero già al corrente grazie alle sue stories su Instagram. Non appena risponde, attacco senza troppi preamboli: “Ammazza, Taiwan! Com’è stato?”. Non il più elegante degli approcci, ma tant’è. 

Lei risponde con onestà, senza girarci intorno: “Tosta, se devo essere sincera. Ho forse sottovalutato l’effetto della distanza da casa, dalla mia cerchia sociale… Tosta”. 

Colgo subito la palla al balzo su quella parola chiave: casa. “Tu sei di Bolzano, Duchessa, sei cresciuta qui, anche se poi hai vissuto a lungo altrove. Bolzano è ancora casa?”. 

“Cogli proprio un punto” dice, con un sorriso che non posso vedere ma che percepisco dal tono. “Proprio pochi giorni fa ero a Bolzano a fare aperitivo con il mio ragazzo e lui mi ha detto: ‘Si vede che qui sei a casa dal modo in cui cammini e ti rapporti con le persone’. Mi ha stupito questa affermazione. Certo, a casa mia mi sento a casa; casa sono anche i canederli e le montagne. Ma Bolzano come città, soprattutto il centro… non lo so. Mi sento molto più osservata qui.” 

Mi interessa il tuo punto di vista su questo aspetto. Ti sembra cambiata la città da quando te ne sei andata?

Mah… da un certo punto di vista mi sembra che non cambi mai nulla. Poi però mi accorgo di sentirmi meno sicura a camminare per le strade rispetto ad anni fa, e anche rispetto all’Olanda. E sinceramente non so neanche dove andare a ballare la sera. 

Che Bolzano sia o meno una città per giovani è un tema ricorrente. Ma voglio capire cosa resta, cosa si sedimenta.

Cosa ti porti dietro da Bolzano nel tuo vivere altrove?

Sicuramente la natura, le montagne. È uno dei motivi per cui mi piace tornare. Poter prendere la macchina e in venti minuti essere su un sentiero non ha paragoni.» 

Invece cosa ti lasci indietro? C’è qualcosa di Bolzano in cui scegli di non riconoscerti?

Duchessa sta in silenzio un attimo, poi risponde. “Il pregiudizio verso le altre persone. Quando torno lo sento molto, le conversazioni ruotano spesso intorno ai conoscenti. Mi sono sforzata di abbandonare questo meccanismo. Vivendo all’estero ho imparato nuovi approcci alle relazioni umane e mi sono resa conto di quanto poco senso abbia giudicare così tanto le persone e il modo in cui vivono la loro vita. Oggi mi sento libera e lascio questa libertà anche a chi scelgo di avere accanto. E poi c’è l’autonomia. Andare via mi ha aiutato a costruirmi un’indipendenza che, restando a Bolzano, probabilmente non avrei mai scoperto, o avrei scoperto più tardi.” 

Sottoscrivo. Ultima domanda: cosa diresti oggi a chi vuole andare via? 

Spesso mi sento dire che ho avuto molto coraggio ad andarmene così giovane e a restare fuori dall’Italia così a lungo. Certamente il coraggio ha giocato una parte, ma oggi direi che l’ingrediente principale, quello da cui parte tutto, è la curiosità unita al sentire che il mondo non è tutto qua. Basta mettersi su un FlixBus e andare. Anche solo farsi due giorni in un ostello a Innsbruck, per esempio, può dare più di quanto ti aspetti. 

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour