Julius Perathoner: modernizzazione e identità tedesca

Julius Perathoner è ricordato come il sindaco modernizzatore di Bolzano: durante la sua lunga amministrazione — dal 1895 al 1922 — la città crebbe, cambiò volto e conobbe importanti innovazioni e opere pubbliche. Tra queste il tram, il Ponte Talvera, la Wassermauerpromenade, le funivie intorno a Bolzano, le scuole Goethe e l’edificio dell’odierna Scuola Dante. Ma anche il Municipio, il Museo Civico e il Teatro Civico. La sua vicenda politica si concluse bruscamente nel 1922, con l’assalto fascista al municipio. Ne abbiamo parlato con Hannes Obermair, storico, senior researcher di Eurac Research ed ex direttore dell’Archivio storico della Città di Bolzano.

Julius Perathoner è stato una figura chiave della Bolzano di allora, ma le sue tracce restano anche della città di oggi. In che modo ha lasciato il segno?

Julius Perathoner è una figura fondamentale per capire la Bolzano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Ha lasciato il segno soprattutto nell’urbanizzazione, nell’arredo urbano e nella modernizzazione complessiva della città.

Durante i suoi oltre vent’anni da sindaco, Bolzano conobbe anche un forte aumento della popolazione.

Sì, possiamo parlare di una vera evoluzione demografica durante quella che potremmo chiamare “l’età Perathoner”. Tra il 1870 e il 1910 la popolazione cittadina raddoppiò, ancora prima dell’inglobamento di Dodiciville.

È un dato importante, perché indica il decollo di Bolzano rispetto al periodo precedente, quando la città era sostanzialmente ferma sulle proprie posizioni. Con Perathoner tutto questo cambiò.

Con Perathoner arrivarono anche l’elettricità e il tram, che collegava il centro con Gries e verso sud, fino alla zona Vurza/Pineta di Laives. Chi abitava quelle zone?

A San Giacomo, a Oltrisarco e nelle zone al di là dell’Isarco abitavano proprietari terrieri, contadini, manodopera e anche una parte importante di popolazione di lingua italiana, soprattutto di origine trentina. Prima della Prima guerra mondiale si stimava che questa componente arrivasse a più del 10 per cento della popolazione bolzanina.

Una fetta importante, quindi.

Sì, ed è osservando questa popolazione che si può misurare l’azione ideologico-politica di Perathoner. Erano persone che magari non si sentivano italiane in senso nazionale, ma piuttosto trentine. Erano comunque italofone e non godevano di una vera parità. Non avevano scuole in lingua italiana e – per esempio – davanti al tribunale di Bolzano l’italiano non veniva usato: i processi si svolgevano esclusivamente in tedesco. Qui si capisce quanto fosse forte la lotta simbolica sulla lingua. Perathoner incarnava questa fase storica, nella quale Bolzano diventò una sorta di laboratorio del nazionale.

La sua posizione era anche una risposta ai movimenti irredentisti di Trento e Trieste? Una difesa della patria tedesca?

Certo. Dal punto di vista di Perathoner e dell’élite che lo circondava, Bolzano era una città tedesca e tale doveva rimanere. Questo avveniva in contrasto con la Trento italiana e con il nuovo Stato italiano nato con il Risorgimento, percepito come un pericolo per l’integrità nazionale dei territori a sud del Brennero. Perathoner fu sindaco dal 1895 al 1922: la sua figura è quindi una chiave di lettura molto utile per comprendere le contraddizioni della storia cittadina e regionale.

Parliamo allora della modernizzazione e della spinta innovatrice della sua amministrazione.

L’elettricità fu uno degli elementi chiave della modernizzazione di Bolzano. Perathoner agì in sintonia con il sindaco di Merano e insieme fondarono l’azienda elettrica dell’epoca, la Etschwerke, oggi confluita in Alperia. L’obiettivo era sostituire l’illuminazione a gas con l’uso sistematico dell’energia idroelettrica. Per farlo vennero costruite centrali elettriche che diventarono la base concreta del progetto. Già nel discorso inaugurale di Perathoner del 1895 si trovavano gli elementi principali della sua futura azione politica: l’elettricità aveva una funzione chiave nel suo programma e negli anni successivi venne messa in pratica.

Lei parla di questa sua progettualità. Perathoner doveva sentirsi anche molto forte politicamente: fu eletto più volte sindaco di Bolzano.

Sì, venne eletto più volte, ma il sistema elettorale era molto diverso da quello attuale. Il diritto di voto era ristretto a un gruppo limitato di cittadini abbienti, i cui interessi erano rappresentati dall’élite cittadina del tempo. Attorno a Perathoner agiva un gruppo dirigente composto solo da uomini: il vicesindaco, il segretario generale e altre figure dell’amministrazione. Era un’élite che faceva dell’azione quotidiana il proprio progetto: case, scuole, linee di comunicazione, tram e funivie. Erano fieri della loro professionalità. Perathoner, per esempio, si faceva sempre chiamare “dottor Julius Perathoner”: era avvocato e apparteneva a una sorta di nobiltà borghese, legittimata dal sapere, dalla progettualità e dall’azione politica.

Non possiamo non parlare del Teatro Civico, quello successivamente distrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Il Teatro Civico di Bolzano fu uno dei simboli più importanti dell’azione di Perathoner. I lavori iniziarono nel 1913, appena un anno prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. L’edificio venne affidato a Max Littmann, architetto di Monaco di Baviera, città che rappresentava un punto di riferimento culturale per Perathoner e per l’élite bolzanina dell’epoca. Il teatro, costruito in stile neorinascimentale e oggi non più esistente, recava la scritta “Der deutschen Kunst”, cioè “All’arte tedesca”. Anche in questo caso l’opera pubblica aveva un forte significato identitario. Il teatro venne inaugurato nel 1917, in piena guerra. Dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia e con l’avvento del fascismo, fu progressivamente italianizzato e divenne uno dei luoghi in cui si riflettevano le tensioni nazionali della città. La storia del teatro si concluse con la distruzione durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Anche per questo il Teatro Civico resta un simbolo della Bolzano del primo Novecento: moderna e ambiziosa, ma attraversata da profondi conflitti politici, culturali e nazionali.

Autore: Till Antonio Mola

Un ponte tra due mondi

Julè e Namastè è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune. Di questa associazione che mette in contatto Bolzano e l’Himalaya, parliamo con Luciano Guariento, che ne è uno degli ispiratori e coordinatori. 

Il 23 marzo 2026 l’associazione di volontariato “Julè e Namastè” ha inaugurato presso la sala espositiva di “Casa Goethe” a Bolzano (Via Goethe 42) una mostra dedicata al concorso fotografico “Infinito Rosso, il colore della civiltà”. Visitandola mi hanno subito colpito la presenza del colore rosso in ogni fotografia e i fiori galleggianti nelle ciotole di vetro che davano un sapore orientale all’allestimento. Luciano Guariento ha spiegato che il rosso, nella cultura orientale è simbolicamente molto importante. Rappresenta la spiritualità, l’energia e la trasformazione. Dopo aver votato la fotografia che più mi piaceva, Guariento ci ha raccontato come è nata l’associazione.

Come siete partiti?

La nostra associazione è nata nel dicembre del 2018 dopo l’incontro tra me e Luciano Casagrande: portavamo avanti entrambi da diversi anni due filoni di progetto sull’Himalaya. Luciano ha dato inizio a tutto nell’anno 2000 dopo un viaggio nella valle dello Spiti, a nord di Delhi nell’Himachal Paradesh nel paese di Tabo. Lì ha incontrato un gruppo di monaci e ha raccolto da loro l’invito arrivato direttamente dal Dalai Lama, il quale voleva fondare in questo piccolo villaggio una scuola per sostenere e garantire la cultura e le tradizioni del popolo tibetano.

Nel 2018 Luciano aveva bisogno di definire la sua attività di volontariato all’interno di una associazione. E noi dell’altro filone dell’associazione, la parte Namastè, avevamo le stesse necessità. Dal 1988 per ragioni alpinistiche di viaggio per trekking, ci era capitato di frequentare moltissimo la zona himalayana del Nepal.  Il 25 aprile del 2015 c’è stata poi proprio in quelle zone la terza più grande frana mai documentata al mondo. Dopo il grande terremoto noi sei alpinisti, in seguito soci dell’associazione, ci siamo incontrati con la volontà di costruire una casa o un piccolo rifugio per i pastori. Dieci anni dopo è stato proprio questo gruppo a mettere in piedi la prima mostra fotografica a Bolzano in Piazza Domenicani nella Galleria Civica. Come detto alla fine del 2018 anche noi avevamo bisogno di un contesto giuridico che normalizzasse il flusso delle donazioni e quindi insieme a Luciano abbiamo fondato Julè Namastè.

Qual è la missione principale dell’associazione?

La nostra missione principale, come è scritto nello statuto, è quella creare ponti. Cioè promuovere opportunità e occasioni di incontro tra persone di diverse culture tra l’Alto Adige, il nord dell’India ed il Nepal. Il fine ultimo concreto è quello di sostenere la cultura e la vita delle popolazioni tibetane nell’Himalaya.

Qual è l’obiettivo della mostra di quest’anno? È una raccolta fondi o ha un intento puramente divulgativo e culturale?

Lo scopo è principalmente divulgativo e culturale. L’obiettivo è appunto quello di far conoscere il più possibile la nostra attività alla cittadinanza di Bolzano. Il fine ultimo è di sostenere il nostro ultimo progetto fatto nel nord del Nepal vicino alla valle del Langtang, attraverso delle offerte che le persone possono lasciarci. L’idea è quella di realizzare una cucina, una mensa e assumere un cuoco in questo piccolo villaggio rurale agricolo che si chiama Gatlang Gatlang. Questo paese è la capitale dell’etnia Tamang: in Nepal ci sono 112 etnie diverse. Lì hanno il problema della dispersione scolastica dei ragazzi. I genitori agricoltori la mattina partono e fanno anche ore a piedi per andare nei campi. Il problema è che quando i bimbi a mezzogiorno o all’una terminano le lezioni, restano senza pasto e persone di riferimento. Con il nostro contributo la scuola potrebbe diventare maggiormente un centro culturale di insegnamento, di svago e di attività pomeridiane legate sempre alla scuola.

Le immagini esposte in questa mostra fotografica sono frutto dell’esperienza diretta dei volontari?

No, le immagini, da regolamento, non possono essere di noi soci volontari. Noi proponiamo il bando il primo di settembre e lo divulghiamo in tutta Italia e anche oltre. Chiediamo un genere di immagini o un tema ogni anno, ma lasciamo libera creatività al fotografo. Il concorso non è indirizzato solo a fotografi professionisti, anzi, si tratta  per lo più di normalissimi viaggiatori, appassionati. Noi diamo loro l’opportunità di mostrare pubblicamente i loro scatti più belli realizzati durante i loro viaggi. Segue quindi una votazione fatta dai visitatori della mostra. Anche questo è un modo per creare ponti e legami con persone esterne.

Come si può sostenere l’associazione? Avete programmi di viaggi solidali o altre forme di partecipazione attiva come delle bancarelle?

I nostri finanziamenti al 99% li raccogliamo o con donazioni dirette o e soprattutto attraverso le bancarelle. Ogni volta che andiamo o a Kathmandu o a Delhi o al villaggio di Tabo acquistiamo artigianato locale, lo portiamo qui e lo vendiamo. Quest’anno per il quinto anno siamo stati presenti in Piazza del Grano al mercatino solidale di Natale.

C’è una storia di successo che vorrebbe raccontarci?

Sì! Cinque medici dentisti e un odontoiatra – perciò una piccola equipe di dentisti, soci dell’associazione – ogni anno si recano alla scuola di Tabo. Nel 2023 siamo riusciti a raccogliere i fondi per uno studio dentistico all’interno della scuola. Tutti gli anni i dentisti si recano lì e lavorano gratuitamente per 10 giorni, 10 ore al giorno perché devono controllare i denti di 320 bambini. I materiali con la raccolta fondi li compriamo noi e loro prendono le ferie e vanno.

I dentisti si erano conosciuti più di dieci anni fa ad un corso specialistico di medicina di emergenza. Dovevano quindi operare a livello di sanità e igiene dentale in zone disagiate o di guerra o di emergenze alluvionali. Hanno messo in piedi questa bella iniziativa e questa è di sicuro una cosa rilevante fatta lo scorso anno.

Autrice: Nilufar Yasmin COOLtour

Nicolai Leimer: imprigionare gli angeli. La nuova idea di serialità sui social

Nicolai Leimer, giovane creatore di contenuti altoatesino conosciuto come Unearthly Hub, è uno dei precursori della mini-serialità verticale sulle reti sociali. Si tratta di episodi brevi, da 1-2 minuti l’uno, a cadenza settimanale, da seguire comodamente dal cellulare, su Instagram o TikTok. È autore di Angel Engine, una storia che racconta con toni horror-postapocalittici la nostra attualità.

Nicolai Leimer è un nome che sicuramente sentiremo negli anni a venire. Ha 23 anni e abita a Postal, ma il suo pubblico è internazionale, cosa che gli ha permesso di raggiungere numeri astronomici: oltre 2 milioni di seguaci e 500 milioni di visualizzazioni complessive. Nonostante la giovane età, può già vantare importanti collaborazioni e ha iniziato a dialogare con i colossi del settore dell’animazione. Durante una chiacchierata a quattr’occhi, si è raccontato.

Nicolai, sei diventato famoso sui social in breve tempo e hai già avviato vari progetti. Ci potresti parlare del tuo percorso?

Certo. Da bambino facevo video a tema videogiochi su YouTube, poi ho avuto una pagina sulla Marvel e infine ho aperto un profilo dedicato alla creazione di arte con l’intelligenza artificiale. Quindi è da tempo che creo contenuti su internet, ma è da soli tre anni che lo faccio a livello professionale. Da circa un anno sta andando molto bene grazie ad Angel Engine, la mia mini-serie su Instagram e TikTok. Avevo anche iniziato a studiare letteratura, ma poi ho interrotto gli studi quando la serie ha avuto successo.

Giustamente ti sarai dedicato anima e corpo alla sua realizzazione. In cosa consiste il tuo lavoro?

Infatti. Tante persone non capiscono quanto tempo ci voglia per creare questi video. Nonostante io realizzi i miei video con l’intelligenza artificiale, il procedimento è lungo e devo usare vari programmi: Midjourney, Photoshop e After Effects. Un solo video necessita di 40 ore di lavoro. Solitamente, per un video ci metto una settimana. È un lavoro a tempo pieno. Senza contare tutto l’aspetto burocratico: accordi commerciali, e-mail, chiamate, contratti, etc. Per fortuna posso contare sull’aiuto delle mie sorelle. Inoltre, partendo dalla serie animata, ho anche sviluppato e pubblicato un videogioco su Steam, e ciò ha ovviamente comportato ulteriore lavoro.

Passiamo ad Angel Engine, la tua opera che sta spopolando su internet. Parte dalla premessa che gli esseri umani, se solo potessero, sfrutterebbero persino gli angeli per i propri scopi. Spiegaci che piega prende la storia.

La storia inizia nel 2033. Gli esseri umani sono sull’orlo dell’estinzione perché hanno drenato le risorse del pianeta, quindi pregano Dio per salvarli e lui manda loro un angelo di nome Uriel. L’umanità, però, lo cattura e lo imprigiona in un macchinario chiamato ‘Angel Engine’, che funge da generatore di energia, ma non solo. Infatti, compie anche miracoli grazie ai poteri angelici; per esempio, può rigenerare il pianeta. La storia segue due piani temporali: la premessa che ho raccontato è nel passato, ma poi c’è anche il suo sviluppo nel futuro.

Uno dei personaggi principali, il dr. Ernstmann, è nato a Bolzano. C’è un motivo specifico dietro a questa scelta? Dicci di più sul suo conto.

Non ho scelto di farlo nascere qui per un motivo preciso. Ho solo pensato che fosse un dettaglio simpatico e volevo lasciare un indizio su di me. 

Il dr. Ernstmann è il personaggio più popolare della serie, ma non posso dire troppo su di lui perché il suo passato non è ancora stato rivelato completamente. Si tratta dell’uomo più intelligente del pianeta: è lui, infatti, che costruisce l’‘Angel Engine’ e che imprigiona l’angelo. In seguito, viene assassinato, ma risorge grazie alla sua macchina miracolosa. Però, di ritorno dal mondo dei morti, qualcosa in lui è cambiato. 

Pensi di sviluppare questa storia ulteriormente dopo la conclusione della serie su Instagram o stai lavorando ad altri progetti?

Attualmente sono in trattativa con alcune grandi case di produzione per rendere Angel Engine una vera e propria serie, probabilmente animata. Mi piacerebbe anche ampliare la storia e sviluppare un antefatto riguardante la guerra tra gli angeli. Oltre a ciò, ho altre due storie che vorrei proporre sulle mie pagine, ma c’è tempo, dato che Angel Engine è ancora in corso.

Autore: Tommaso Calamaro

L’impegno per un mondo migliore è ancora possibile

I 30 anni di esperienza della bottega Le Formiche – Die Ameisen, oggi Bottega del mondo Mandacarù. Monica Gamper coordinatrice della Bottega del mondo Mandacarù racconta l’impegno nel commercio equo in occasione dei trent’anni di attività nel quartiere Don Bosco.

Com’è nata la bottega e qual era la sua sfida 30 anni fa?

Tutto è nato da un gruppo di amici uniti da un ideale: non c’è pace senza giustizia sociale. Hanno iniziato con dei semplici mercatini insieme ad Altromercato, sperimentando un’economia che mettesse al centro persone e ambiente. Nel 1996 sono stati pionieri a Don Bosco aprendo la prima bottega: in quel periodo nel quartiere nessuno conosceva il commercio equo e la sfida era vendere per autosostenersi e, soprattutto, raccontare. Io sono subentrata nel 1998 come coordinatrice per gestire un progetto nato interamente dal volontariato: un’esperienza straordinaria fatta di ideali e profonda generosità.

Qual è il simbolo di questo trentennio?

Le produttrici del Bangladesh che, quando hanno cominciato a collaborare con noi, vivevano in condizioni di sfruttamento e sottomissione. Grazie al commercio equo, queste artigiane sono riuscite progressivamente a cambiare le cose senza stravolgerle. I primi guadagni e il primo reddito hanno cambiato la loro immagine agli occhi degli uomini, della famiglia e della comunità. Hanno iniziato a lavorare insieme, a parlare e a incontrarsi. Sono arrivati l’istruzione, i corsi di formazione del commercio equo e la capacità di ragionare sui propri diritti. Per i progetti nati negli anni ’80, dopo quarant’anni, la scena è questa: una donna anziana, tra le prime ad aderire, viene accompagnata dalla figlia laureata che ora aiuta nella gestione della cooperativa. Sono trasformazioni sociali che prima erano inesistenti: nel tempo sono diventate lavoratrici con diritti, socialmente accettate, grazie alle quali le figlie e i figli possono studiare e diventare rappresentati delle cooperative anche grazie alle borse di studio del commercio equo. È una rivoluzione silenziosa che avanza pacifica e permette in pratica a migliaia di persone di trasformare le proprie vite e intere comunità.

Commercio equo: è più dura oggi la sfida culturale? 

È molto più difficile. Viviamo il paradosso di chi lavora con trasparenza da trent’anni, ma deve difendersi dalla disinformazione. Spesso siamo oscurati dal marketing delle grandi aziende, ma la nostra forza resta il racconto. Invitiamo le persone a non fermarsi agli slogan e ad approfondire – ad esempio sul sito di Altromercato – perché solo entrando nello specifico si può smontare il pregiudizio e capire il valore reale del nostro lavoro.

Che messaggio vuole lasciare alla comunità?

Festeggiamo 30 anni di lavoro e passione, un traguardo possibile solo grazie ai nostri volontari e clienti. È una meraviglia vedere quanto sia sentito questo servizio e quanta devozione ci sia. La nostra festa è dedicata ai nostri produttori palestinesi, che da 30 anni lavorano per la pace. È un’occasione per raccontarci e dire grazie. L’esperienza di Don Bosco è un bell’esempio di come l’impegno di persone che si riuniscono per fare qualcosa di significativo sia un modello da proporre ancora. C’è bisogno di ritrovare queste dinamiche, di sentirsi chiamati in causa personalmente per migliorare le cose.

Autrice: Anna Michelazzi

In fuga dalla guerra

Negli ultimi anni le conseguenze delle guerre in paesi non molto lontani da noi, hanno iniziato a condizionare anche le nostre vite. Ma non è niente in confronto a quello che hanno vissuto e vivono coloro che queste guerre le hanno vissute dall’interno, dovendo ad un certo punto fuggire, insieme alle loro famiglie. Questo è quello che è accaduto a Diana, una studentessa del Liceo Linguistico in lingua tedesca Gymme di Merano, che abbiamo intervistato. 

Quando sei arrivata a Merano? 

Sono arrivata il 3 marzo 2022.

Dove sei nata e quando? 

Sono nata a Mariupol, nella regione di Donetsk, in Ucraina, il 15 novembre 2005.

Come mai ti trovi a Merano?  

Dopo il primo conflitto del 2014 nel Donbass, la guerra è arrivata per la seconda volta alle porte di casa mia, quindi la mia famiglia è stata costretta a fuggire. Per fortuna mio padre lavorava a San Martino in Passiria e il titolare dell’azienda per cui lavora tuttora ha permesso ai propri dipendenti di portare le loro famiglie da loro, promettendo il proprio sostegno. 

Cosa hai lasciato alle tue spalle? 

Nel 2022 ho lasciato in Ucraina molto più di quanto avessi fatto la prima volta nel 2014, quando per la prima volta ero fuggita dalla guerra. Ho lasciato gli amici, la scuola, la casa che i miei genitori avevano costruito e nella quale in realtà non siamo mai riusciti a trasferirci. Ho lasciato lì anche i miei progetti per il futuro: frequentavo il penultimo anno delle superiori, pensavo di iscrivermi all’università a Kiev o a Leopoli e sognavo di andare a vivere in una città con una mia amica per affittare un appartamento insieme e continuare la nostra amicizia. In un primo momento tutti i miei parenti sono rimasti in Ucraina. Le mie nonne infatti vivevano nella città dove sono nata, che nei mesi successivi è stata occupata e abbiamo perso i contatti con loro. Solo grazie ai vicini alla fine siamo riusciti a metterci in contatto con le nonne e a organizzare il loro trasferimento in Italia. 

Che tipo di città era la tua? E la regione? 

La mia città natale contava 45.000 abitanti. Vi erano due acciaierie, che rappresentavano la principale fonte di reddito della città. I miei genitori e i parenti di mia madre lavoravano in una di esse. Mariupol era una città in costante sviluppo. Quattro anni prima dello scoppio della guerra, venne costruita una grande fontana colorata. Il vicino enorme centro culturale ospitava spesso famosi cantanti ucraini e russi, musicisti e spettacoli di vario genere. L’evento più atteso per me era l’“albero di Natale”, quando i bambini si riunivano, partecipavano a concorsi con Did Moroz (Babbo Natale) e Snigurognc a(la Neve, la sua nipote), e alla fine ricevevano dolci regali. Come dicevo la mia regione era bella e sviluppata e portava grandi entrate al paese grazie alle sue fabbriche, la prima delle quali fu costruita e poi fondata nella città regionale di Donetsk dall’imprenditore inglese John Hughes. L’unica cosa che preoccupava il resto del paese era che nella mia regione si parlasse la lingua russa, a causa del dominio russo sulle nostre terre avveniva in passato. Questo anche se la nostra gente parlava ucraino. 

Nel 2014, a causa dell’invasione russa, mi ero trasferita in una città che si chiama Radomyshl e si trova nella regione di Zhytomyr. Considero questa città la mia casa tanto quanto la città in cui sono nata, dato che ho vissuto esattamente otto anni in ciascuna di esse. Radomyshl è una piccola cittadina di 15.000 abitanti, dove tra i luoghi di svago ci sono un enorme bosco, un fiume e un “isola” artificiale, dove si tenevano tutte le feste dei giovani. Radomyshl ha una storia particolare, poiché è stata prima una città ucraina, poi polacca, poi di nuovo ucraina, e infine occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. La prima menzione della città risale al 1150. Questa storia variegata ha lasciato tracce sotto forma di diversi monumenti. Ad esempio, la Cartiera (mulino della carta) di Radomyshl, fondata dalla Lavra di Kiev-Pechersk, che iniziò la sua attività all’inizio del XVII secolo. Questa carta veniva prodotta per il monastero della Lavra ed era nota per la sua alta qualità. Purtroppo la cartiera è stata demolita e al suo posto è stato costruito un castello, e della sua esistenza si sa solo grazie ai documenti trovati al suo interno. A Radomyshl c’è anche un’enorme rete di cunicoli sotto la città, la cui origine rimane ancora un mistero, ma gli archeologi sottolineano che una struttura del genere è tipica del Medioevo. Un altro luogo di interesse è la Cattedrale di San Nicola a Radomyshl, costruita negli anni ‘80 del XIX secolo. In generale, la regione di Zhytomyr è conosciuta come un “cuore verde”, poiché è la zona con le maggiori risorse forestali dell’Ucraina. È anche la patria della famosa scrittrice ucraina, il cui volto è raffigurato sulla banconota da 200 grivna, ed è proprio qui che è nato l’illustre ingegnere Sergei Korolev responsabile del volo di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Korolev progettò il razzo vettore e la navicella spaziale Vostok-1, grazie ai quali Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio. In ogni caso Ma la prima cosa che viene in mente quando si parla di Zhytomyr sono i calzini di Zhytomyr. Si tratta dei calzini di migliore qualità di tutta l’Ucraina, noti anche per il loro prezzo accessibile. 

Come è composta la tua famiglia? Ora siete tutti qui a Merano? 

I miei genitori, le mie sorelle, mio fratello e la madre di mio padre sono qui con me. La madre di mia madre è arrivata insieme alla seconda nonna, ma non è riuscita a restare a lungo in un ambiente estraneo ed è tornata a casa, in territorio occupato. Una parte dei parenti è ancora in Ucraina, nei territori occupati. Alcuni parenti, tra cui fratello e il cugino di mio padre, vivono invece in Russia da più di 20 anni. 

Quale pensi possa essere il tuo futuro? Tornare in Ucraina o proseguire la tua vita qui in Alto Adige? 

Desidero con tutto il cuore tornare in patria, ma non ho la forza di vivere in un luogo dove il rumore degli elicotteri porta con sé paura e morte. La realtà è che la società si è divisa tra chi è rimasto e chi se n’è andato. E chi se n’è andato è cambiato a causa delle circostanze e non è più la persona che era prima di partire. Non vedo il mio futuro in Ucraina finché dura la guerra, quindi ho intenzione di studiare e lavorare in Europa. E non sono sicura di come costruirò la mia vita in seguito. Pertanto, sono pronta sia a vivere in Europa per la maggior parte della mia vita, sia a tornare a casa prima o poi.  

Come hai trovato l’accoglienza della scuola e dei compagni al tuo arrivo? 

Sono stato accolta molto calorosamente. La scuola mi ha assegnato una collaboratrice che lavora ancora oggi con me e che mi ha aiutato moltissimo nell’apprendimento del tedesco. Mi ha sempre spiegato con competenza ciò che non capivo, mi chiedeva se andasse tutto bene e mi aiutava in caso di qualsiasi dubbio. Il benvenuto da parte dei miei compagni di classe mi ha piacevolmente colpito, perché hanno preparato un regalo composto da articoli di cancelleria indispensabili e dolciumi. Tutti i compagni di classe si sono interessati a me e alla mia vita, il che, sebbene insolito, è stato molto piacevole. Ognuno era pronto ad aiutarmi ed è sempre stato gentile con me.  

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare? 

La cosa più difficile per me è stata la mancanza di conoscenza della lingua straniera. La mia intelligenza e la mia cultura sono sempre state i miei punti di forza, ma una volta arrivata in Italia non riuscivo a esprimere appieno le mie opinioni e sembravo quasi una bambina. Per fortuna, tutti sono stati molto pazienti con me. La difficoltà successiva è stata l’integrazione in classe. Da un lato c’erano altri ucraini con cui non avevo difficoltà a parlare, dall’altro c’erano compagni di classe con cui volevo trovare un linguaggio comune. E stare con entrambi si è rivelato impossibile. Queste difficoltà sono ormai alle spalle, ma il divario più grande rimane ancora: la cultura. Anche se l’Ucraina non è lontana, abbiamo culture, usanze e tradizioni completamente diverse. E questo a volte mi confonde, perché è proprio la cultura a plasmare il nostro modello di comportamento e il nostro modo di pensare, quindi a volte mi è difficile capire i miei compagni di classe e le loro azioni. 

In classe avete mai tematizzato la guerra in Ucraina e la tua storia? 

La guerra in Ucraina è stata menzionata diverse volte dagli insegnanti durante le lezioni di tedesco, filosofia e storia. Ma come argomento di discussione è stata affrontata solo una volta, durante l’educazione civica, dove il tema principale era la guerra. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Stefano e il suo Bubble Learning: un gioco per imparare le lingue

Stefano Ninno, 35enne bolzanino, spinto dalla passione per tutto ciò che riguarda il costruire, inventare e trasformare un’idea in qualcosa di concreto e utile, ha creato un’applicazione per imparare le lingue. 

L’idea come ti è venuta?

È nata da un’esigenza personale. Quando volevo imparare una nuova lingua, ho provato diverse app e metodi, ma ho notato che erano molto concentrati sulla grammatica. Per me, invece, la difficoltà principale era un’altra: spesso non riuscivo a farmi venire in mente i vocaboli.

Come hai pensato Bubble Learning?

L’ho creata per aiutare le persone a imparare una lingua attraverso i vocaboli in modo semplice, progressivo e coinvolgente. Un aspetto per me importante è che può essere usata gratuitamente, senza obbligare l’utente a spendere.

Che tipo di app è?

È un’app-gioco. Permette di imparare fino a 5000 parole per lingua e include sei lingue: italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo e russo. Il funzionamento è semplice: si sceglie la lingua madre e quella da imparare, poi si procede per lezioni e livelli organizzati per categorie di vocaboli.

Il gioco come funziona?

Durante la partita cadono bolle con parole da tradurre prima che lo schermo si riempia. Se lo spazio si esaurisce, la lezione termina; se si traducono abbastanza vocaboli, il livello è superato. Alla fine si può vedere un riepilogo con errori e traduzioni per migliorare.

Com’è nata l’idea delle bolle?

All’inizio avevo pensato a qualcosa di simile a Tetris, con elementi che cadevano. Poi, provando, ho capito che le bolle rendevano tutto più naturale, soprattutto per il gesto dello “scoppio”, e anche più gradevole graficamente.

E l’approccio game?

Volevo eliminare la noia dello studio a memoria e degli esercizi ripetitivi, rendendo l’apprendimento più leggero e coinvolgente.

Quanto tempo ci hai messo a realizzarla?

Circa un anno e mezzo. L’ho sviluppata interamente da solo, lavorandoci nel tempo libero e durante le ferie.

Qual è stato l’aspetto più difficile?

Soprattutto il lavoro sui vocaboli: selezione, organizzazione, traduzione e controllo delle liste.

Hai ricevuto feedback?

Sì, durante la fase di test prima della pubblicazione. Ho raccolto osservazioni da diversi utenti e mi ha colpito ricevere riscontri positivi fin da subito sul gioco e sul metodo.

Pensi che possa esserci un futuro per quest’app?

Le possibilità di sviluppo sono molte. Preferisco però attendere di capire prima le necessità degli utenti che la utilizzeranno, così da orientare gli eventuali miglioramenti nella direzione più utile e concreta possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

Karl von Müller, il benefattore ricordato sulle passeggiate di Sant’Osvaldo

Karl von Müller era un facoltoso cittadino di Monaco di Baviera che si trasferì a Bolzano, più precisamente a Gries, alla fine dell’Ottocento. Faceva parte di quell’élite germanofona che in quegli anni scelse Bolzano come luogo di soggiorno e di investimento, contribuendo anche con capitali privati allo sviluppo della città. La sua importanza sta soprattutto nel fatto che, alla sua morte, lasciò un patrimonio molto consistente destinato a sostenere la crescita turistica di Bolzano e Gries. Di questa figura e del suo rapporto con Bolzano parliamo con lo storico Hannes Obermair, senior researcher di Eurac Research ed ex direttore dell’Archivio storico della Città di Bolzano.

Chi era Karl von Müller e perché è stato così importante per Bolzano?
Karl von Müller era un facoltoso cittadino di Monaco di Baviera che si trasferì a Bolzano, più precisamente a Gries, alla fine dell’Ottocento. Faceva parte di quell’élite germanofona che in quegli anni scelse Bolzano come luogo di soggiorno e di investimento, contribuendo anche con capitali privati allo sviluppo della città. La sua importanza sta soprattutto nel fatto che, alla sua morte, lasciò un patrimonio molto consistente destinato a sostenere la crescita turistica di Bolzano e Gries.

Il suo nome è legato in particolare alle passeggiate di Sant’Osvaldo. In che modo?
Alla morte di Müller, le passeggiate di Sant’Osvaldo erano state completate solo in parte. Mancava soprattutto il tratto più complesso, quello che richiedeva interventi impegnativi lungo la zona rocciosa per proseguire il percorso. Il suo lascito contribuì in modo importante a portare avanti quest’opera, che oggi è uno dei luoghi panoramici più apprezzati della città.

Quindi il monumento che si incontra lungo la passeggiata è un vero gesto di riconoscenza pubblica.
Esattamente. Non si tratta soltanto di una targa che ricorda un nome, ma di un ringraziamento esplicito alla sua generosità e a questa forma di mecenatismo. Il cippo commemorativo fu collocato nel 1969 dalla Kurverwaltung cittadina proprio per sottolineare il ruolo che Müller ebbe nello sviluppo turistico di Bolzano. È un segno di memoria urbana molto interessante, perché testimonia quanto il suo contributo fosse ancora sentito a distanza di decenni.

A Bolzano il suo lascito ebbe effetti che andarono oltre le passeggiate.
Il patrimonio lasciato al Curverein Bozen-Gries poté essere utilizzato solo nel 1937, a causa delle complesse clausole testamentarie. Con quel denaro si sostennero sia il prolungamento della passeggiata di Sant’Osvaldo sia, in parte, la realizzazione del Lido cittadino. È un esempio molto chiaro di come un’eredità privata abbia inciso concretamente sulla costruzione dell’immagine turistica di Bolzano nel Novecento.

Karl von Müller è dunque una figura che merita di essere riscoperta.
Senza dubbio. Appartiene a quella schiera di personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella storia della città, pur essendo oggi meno noti al grande pubblico. Il monumento lungo Sant’Osvaldo ci invita proprio a questo: a fermarci e a ricordare da dove arrivano certi luoghi che oggi consideriamo naturali nel paesaggio urbano di Bolzano.

Autore: Till Antonio Mola

West Side History, la memoria del rione Novacella in mostra

Tra i vigneti di via Novacella, la mostra “West Side History” racconta la trasformazione della parte ovest di Bolzano. Allestita al centro comunitario Maria Heim, l’iniziativa è organizzata dalla Fondazione Castelli di Bolzano in collaborazione con il centro e riunisce cartoline storiche, fotografie e testimonianze per ripercorrere il passaggio del rione Novacella da area agricola e paludosa a quartiere densamente abitato. La mostra è a ingresso gratuito. Ne abbiamo parlato con le curatrici Anna Bernardo e Tanja Cassitti.

Come nasce la mostra “West Side History”? 

Anna Bernardo – Il progetto nasce dalla collezione di cartoline storiche conservata dalla Fondazione Castelli di Bolzano, grazie alla quale abbiamo testimonianza dei cambiamenti della città dalla fine dell’Ottocento al Novecento. Dopo aver catalogato questo materiale, abbiamo deciso di costruire mostre dedicate ai diversi quartieri. Con “West Side History” ci siamo concentrate sul rione Novacella, un’area che fino ai primi del Novecento era quasi interamente occupata da vigneti e che oggi è uno dei quartieri più popolati della città. La mostra segue proprio questa trasformazione.

Nella mostra i masi rappresentano un punto di partenza fondamentale. Perché?

Tanja Cassitti – Per secoli questo territorio è rimasto marginale. Nel Medioevo era in gran parte una zona paludosa e sabbiosa, poco adatta agli insediamenti. Solo dopo le bonifiche, a partire dal Seicento, si è cominciato a costruire e a coltivare. Tra Seicento e Ottocento sono sorti diversi masi, quasi sempre circondati da vigneti. Un luogo importante era Maria Heim, con il vigneto ancora oggi di proprietà del monastero di Novacella di Bressanone, che in quest’area coltivava il Lagrein. Questa è la prima tappa del percorso espositivo.

La mostra però non si ferma alla dimensione agricola. Qual è il passaggio successivo?

Tanja Cassitti – Dopo la parte dedicata ai masi, il racconto entra nel Novecento e nella stagione della grande trasformazione urbanistica. Un momento decisivo è la costruzione del rione Littorio, nell’area dell’attuale piazza Matteotti, avviata a metà degli anni Trenta e collegata allo sviluppo della zona industriale. Da lì cambia radicalmente il volto di quest’area della città.

Quali aspetti di quel cambiamento avete voluto mettere in evidenza?

Anna Bernardo – Ci interessava raccontare non solo l’espansione edilizia, ma anche la vita quotidiana delle persone arrivate qui per lavorare nelle fabbriche. Con il rione Littorio si insediano molte famiglie operaie e, attraverso fotografie e documenti, emerge un cambiamento che riguarda insieme il paesaggio urbano e quello sociale.

Il percorso arriva poi al dopoguerra. Che cosa succede in quegli anni?

Anna Bernardo – Nel dopoguerra Bolzano conosce un forte boom demografico e il quartiere cresce rapidamente. Nascono scuole e servizi, anche per rispondere ai danni lasciati dai bombardamenti: tra i nuovi poli ci sono le scuole medie Ugo Foscolo e la primaria Manzoni. Si sviluppano anche i luoghi della comunità, come il Teatro Cristallo, le sale cinematografiche e lo stesso Maria Heim, che diventa un importante punto di ritrovo. La mostra segue così il passaggio da periferia agricola a quartiere vissuto e riconoscibile.

Autore: Till Antonio Mola

Ando’s Barzoletti: raccontare barzellette su internet

Abbiamo dialogato con Andreas Lercher, noto su internet come Ando’s Barzoletti, creatore di contenuti altoatesino molto amato tra i giovani per i suoi video comici. La sua specialità sono i ‘barzoletti’ o ‘barzellotte’, barzellette e freddure di tutti i tipi che racconta sempre con un sorriso contagioso. 

Parlaci di te e della tua attività su internet.

Ho più di quarant’anni e lavoro in fabbrica. Sono appassionato di barzellette. Nel 2018 ho deciso di aprire un canale YouTube, perché un mio amico mi aveva parlato della possibilità di guadagnare qualcosa con i video. Ho pensato a quali contenuti fare e poi, un giorno, mentre raccontavo una barzelletta, ho visto che tutti si divertivano molto e mi sono detto: “Perché no?”. Così ho pubblicato il mio primo video comico e da allora ho continuato a far divertire la gente su internet.

Pur essendo di madrelingua tedesca, racconti barzellette in italiano. Spiegaci questa scelta.

Inizialmente facevo video solo in tedesco, ma un giorno un mio amico italiano mi ha detto che non riusciva a capire niente. Così ho cominciato a pubblicare video in italiano, che hanno avuto un successo immediato. 

Ed è così che è cominciata la tua carriera su internet?

Sì. Ho iniziato con YouTube, ma il vero momento di popolarità ce l’ho avuto grazie a una pagina Facebook che ha ripubblicato un mio video, facendomi raggiungere un milione di visualizzazioni; in un primo periodo mi ha anche aiutato a gestire gli altri profili social, soprattutto Instagram. Oggi mi occupo da solo di tutte le mie pagine. Dopo un primo momento di grande popolarità, ora la situazione si è stabilizzata.

Sei contento della situazione attuale o vorresti rendere la tua attività su internet un impiego a tempo pieno?

All’inizio volevo guadagnare soldi con i social, ma ora ho cambiato idea e preferisco mantenerlo come passatempo. Mi sono reso conto che avere successo su internet è molto impegnativo e ho capito che non voglio diventare più famoso di così. Per esempio, all’inizio non riuscivo a rispondere a tutti i messaggi e i commenti che ricevevo perché erano troppi, mentre ora sì e preferisco così. Poi, se fosse a tempo pieno, dovrei reimparare a fare le cose, ripartire da capo con una nuova attività e magari avrei successo solo per qualche anno. Ciò non mi garantirebbe una stabilità economica come il mio attuale lavoro, nel quale mi trovo bene.

Hai mai pensato di impiegare le tue doti comiche al di fuori dei social? Magari dal vivo o in televisione?

In passato ho ricevuto qualche invito per raccontare barzellette nei locali, ma non ho mai pensato di organizzare spettacoli dal vivo o di prendere parte a fiere. L’evento più importante a cui ho partecipato è stato Tú sí que vales, dove ho potuto raccontare le mie barzellette. È stata una bella esperienza, e se mi dovessero ricontattare ci tornerei, ma non penso che in futuro mi dedicherò attivamente a questo mondo.

Qual è il tuo tipo di umorismo preferito e quello più apprezzato da chi ti segue?

Mi piacciono le barzellette, soprattutto quelle sporche. Devo stare attento, però, perché alcune cose non si possono dire su internet. Al pubblico piacciono molto le parolacce, ma io preferisco evitare di dirle, perché non voglio che qualcuno possa sentirsi offeso. A volte quest’autocensura mi ha danneggiato in termini di visibilità, ma a me va bene lo stesso. Voglio che i miei video piacciano a tutti e divertano senza offendere.

Ci vuoi salutare con uno dei tuoi ‘barzoletti’?

Certo! Un boscaiolo entra in un negozio per comprare una camicia. La commessa gli chiede: “Che taglia?”. E lui risponde: “La legna!”.

Autore: Tommaso Calamaro

Daniel, una vita in campagna a comporre musica e…

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo. Oggi il protagonista delle nostre storie è Daniel, che da Bolzano si è trasferito nella campagna umbra.

Daniel, classe 2000, è l’antieroe di cui abbiamo tutti bisogno, l’anti-FOMO (paura di essere tagliati fuori) per antonomasia, il rifuggitore di like e dell’iperconnessione, il vero rivoluzionario — sebbene sono certa che lui non si definirebbe così — dei nostri tempi.

Daniel quattro anni fa ha preso in mano quel set di carte da giocare che gli hanno messo in mano a scuola a Bolzano — università, tirocinio, stage, lavoro (forse), casa (ancora più in forse) — le ha guardate di sbieco, se le è messe in tasca e se n’è andato. A fare tutt’altro, si capisce.

Daniel adesso vive nell’entroterra umbro, in una casa in mezzo alla campagna, a pochi chilometri da un paese di 7.000 abitanti. 

Fermi tutti però: questo non è il classico articolo della serie “Uomo di 25 anni lascia il lavoro e va a ristrutturare un casolare nel bosco, ora è felice”. Daniel non ha scelto questa strada per un nostalgico anelito per i bei tempi andati in cui si zappava la terra e si stava meglio perché si stava peggio. È molto schietto su questo punto: “Io a scuola ero una pippa. Bocciato due volte, cambiato scuola quattro. 

Ci ho provato all’inizio a fare l’università, ma semplicemente non funzionava per me”.

A questo punto Daniel si è confrontato con sé stesso in una seduta di onestà radicale e si è chiesto: ma io cosa so fare? A me cosa piace veramente? 

La risposta era chiarissima: la musica. Farla, comporla, costruire l’architettura sonora dietro alle scene dei film, essere l’alchimista che con la tecnica e con l’immaginazione distilla ciò che fa scaturire nello spettatore l’emozione, il pianto, la paura, il pathos.

“Il mio idolo? Miyazaki. Io sono partito con l’idea di fare quella cosa lì. Facevo già musica per conto mio, dovevo solo acquisire il set di skill giusto: imparare a usare i DAW (software per produrre musica), lavorare con le librerie orchestrali, capire il sound design, il mixing, il mastering”. 

E allora Daniel è partito alla volta di Roma, città eterna del cinema e della cacio e pepe, alla ricerca di compagni, di collaboratori, del network per realizzare il suo sogno. Roma però è pur sempre la capitale del nostro Paese, e come tale non può che esserne capofila nelle sue logiche e nelle sue contraddizioni: le produzioni passano sempre dalle stesse quattro scrivanie, il lavoro va all’amico dell’amico che è anche suo cugino, la commissione al figlio di, al nipote di, al figlio del nipote di. Non avendo trovato ciò che cercava, il Nostro, dopo un primo inevitabile momento di sconforto, si è rimboccato le maniche e si è addentrato nel mondo dell’online — annunci di lavoro, commissioni da remoto, e forse l’ultimo avamposto rimasto della meritocrazia (per chi non ha la fortuna di essere “figlio di”, si capisce).

“Alla fine ho capito che non c’era solo il cinema — beninteso, quello rimane sempre il grande sogno-. Tutto ciò che ci circonda, da Instagram alla radio, dalle pubblicità alla televisione, è fatto in gran parte di musica. E allora dovevo partire da lì”.

Il cerchio si chiude: Daniel adesso vive della sua passione, compone musica per documentari, per video YouTube, per pubblicità e per cortometraggi, e lo fa dalla sua casa in campagna, dove vive con la sua ragazza in una quotidianità fatta di “caffè, passeggiate, mercati di paese e composizione”.

“Ho iniziato solo tre anni fa, mi considero ancora agli inizi. So che sono stato fortunato, ma so anche che il mio percorso è stato ed è frutto di una scelta fondamentale: quella di essere stato onesto con me stesso fin dall’inizio”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba