Mair e la biografia di Claudia de’ Medici

Sabina Mair, ex docente di tedesco, è oggi scrittrice e gestisce varie iniziative per la diffusione della cultura, tra cui l’associazione culturale Venusta Musica, un progetto che promuove la musica in Val Venosta. È molto legata a Silandro, paese in cui è cresciuta e vive, e all’Alto Adige, dedicando le sue ricerche ad aspetti della storia della regione. Con lo pseudonimo di Louise von Mini-Hansen ha pubblicato il suo secondo libro: “Claudia de’ Medici sul trono del Tirolo”. Dalla nostra conversazione è emerso il legame tra la sua storia personale e quella della famosa regnante. 

Ci racconti come è arrivata alla scrittura del suo libro, “Claudia de’ Medici sul trono del Tirolo”.

Tutto è iniziato nel 2020, durante il Covid, quando ancora insegnavo tedesco alle superiori. Giusto l’anno prima avevo presentato ai miei studenti la figura di Claudia de’ Medici; era piaciuta molto a tutti per il suo buongoverno e per la sua tenacia, quindi ho pensato di riproporre la sua storia come esempio per affrontare quel periodo così difficile. Ciò che volevo era che i ragazzi non si buttassero giù e che non si facessero influenzare dai media di massa; volevo incoraggiarli, insegnare loro a essere solidali nelle difficoltà, a tenersi saldi sui propri princìpi e a impegnarsi per gli obiettivi che si erano prefissati. Ho proposto loro di fare qualche ricerca nelle storie di famiglia e di trovare un parente che, in un periodo difficile, si fosse prodigato per il bene della famiglia: sono emersi soprattutto i nomi delle nonne e dei nonni; anch’io ho trovato nella mia storia familiare un esempio nei miei nonni ed è in loro onore che ho assunto il mio nome d’arte: Louise von Mini-Hansen. L’iniziativa è piaciuta molto alle mie colleghe e una mia amica, che è storica, mi ha persuasa a scrivere un libro sulla figura di Claudia de’ Medici. Anche Alessio Nalesini ha appoggiato l’idea: è andato in cerca di fonti per fare le illustrazioni e così ha contribuito alla riuscita del libro.

Il libro è una biografia romanzata che ripercorre la vita di Claudia de’ Medici, famosa e al contempo semidimenticata reggente del Tirolo. Chi è e qual è la sua storia?

Claudia de’ Medici (1604-1648), discendente dell’illustre famiglia fiorentina, era una donna molto istruita, interessata alla politica, affascinante e piena d’energia e di passione. Sposò Leopoldo V, conte del Tirolo, fratello dell’imperatore Ferdinando II d’Asburgo. Sin da subito si distinse per lungimiranza e modernità; quando il marito morì, essendo il primogenito ancora minorenne, divenne reggente del Tirolo, con buona pace dell’imperatore che la ostacolava perché era straniera e donna. Per più di dieci anni regnò in modo illuminato, amministrando le finanze e varando riforme all’avanguardia. Per esempio, introdusse l’itticoltura, istituì il tribunale commerciale bilingue di Bolzano e incentivò lo sviluppo economico; si impegnò per il bene del suo popolo, per i diritti degli animali e fu promotrice dell’emancipazione femminile nella regione.

Perché ha scelto di scrivere proprio di questa figura? Ha rivisto qualcosa in Claudia che forse apparteneva anche a Sabina?

Sì, sono sempre stata incuriosita dalle donne forti e lei mi affascinava particolarmente; io stessa sono molto intraprendente e un giorno vorrei andarmene da questa terra sapendo che ho fatto qualcosa anche per gli altri e non solo per me stessa. È per me di grandissima ispirazione e dovrebbe esserlo per tutti, donne e uomini, ma soprattutto per le donne; ritengo che al giorno d’oggi ci sia bisogno di persone come lei, che hanno un obiettivo ben chiaro in mente e si impegnano per realizzarlo dandosi da fare e non mollando alle prime difficoltà. L’ammiro anche perché è un perfetto simbolo di integrazione: pur essendo fiorentina, seppe farsi benvolere dal popolo tirolese e sin da subito capì che il bilinguismo è un enorme pregio e non un ostacolo; lo coltivò per tutta la vita: tanto in famiglia, con l’educazione dei figli, quanto nell’amministrazione del Tirolo. Come capì lei per prima, credo che la nostra realtà, con le sue tre lingue, possa essere un modello di riferimento per l’Europa e per tutte le terre di confine.

Autore: Tommaso Calamaro

Da Bolzano a Capo Nord

Mario Tambos ha affrontato una sfida incredibile: da Bolzano è partito con degli amici ciclisti per raggiungere Capo Nord. Dopo 21 giorni e tappe da 200 km al giorno di media hanno raggiunto la meta. In quest’intervista ripercorriamo il loro viaggio grazie al racconto di uno di loro.

L’INTERVISTA

Raccontaci: da dove siete partiti e dove siete arrivati, da chi era composto il gruppo, com’è nata l’idea… 

Siamo partiti da Bolzano il 13 luglio e siamo arrivati a Capo Nord il 2 agosto, fermandoci a dormire in 21 tappe. Abbiamo seguito l’esempio di un mio amico che l’aveva già fatto in solitaria con l’organizzatore NorthCape4000 di Rovereto. Ci sono tracce diverse, ma la destinazione è sempre quella. Eravamo cinque pedalatori, ma purtroppo uno di noi alla seconda tappa ha accusato dolori al ginocchio e si è dovuto fermare. Così siamo rimasti in quattro: io e i miei compagni di viaggio, Angelo Panatta, Roberto Squizzato e Herbert Strohmaier. A Herbert devo fare una menzione speciale: è una belva, a 72 anni affrontare un percorso del genere è da temerari. Siamo rimasti tutti e quattro in sintonia per tutto il percorso, il che non è scontato: siamo un gruppo perfettamente oliato.

Abbiamo attraversato Austria, Germania, un pezzetto della Repubblica Ceca, per poi passare nell’ex Germania dell’Est e abbiamo raggiunto Berlino. Da lì abbiamo proseguito verso la Polonia, dove abbiamo preso un traghetto notturno che ci ha portato in Svezia. E poi da lì… a suon di 200 km al giorno siamo arrivati da Babbo Natale in Finlandia, pian pianino fino alla Norvegia e infine abbiamo raggiunto Capo Nord. Il sesto componente del gruppo era un amico che voleva andare a Capo Nord, ma non da ciclista. Ci ha seguito con il camper che avevamo noleggiati. Abbiamo dormito in 21 campeggi in giro per l’Europa.

Che percorso avete seguito?

Abbiamo preso il percorso di quell’amico che era già andato, aveva già la traccia e quindi ci siamo appoggiati a lui. Il percorso è stato bellissimo: abbiamo seguito strade secondarie molto panoramiche e con poco traffico.

Come vi siete organizzati? 

A livello fisico siamo tutti autodidatti. Ci siamo dedicati sin da febbraio a pedalate lunghe, ad esempio da Bolzano fino a Verona e ritorno. Io avevo 8000 km, ma alcuni amici addirittura di più. Per quanto riguarda le questioni logistiche abbiamo fatto tutto strada facendo, durante il viaggio. I campeggi li pensavamo il giorno prima, man mano trovavamo i luoghi in traccia, cercavamo di non allontanarci troppo per evitare di aumentare i chilometri. Ci siamo allontanati al massimo di 20 km, il che significa che abbiamo dovuto aggiungerne 40 totali. Sembra poco, ma in bicicletta…

Quali sono state le più grandi difficoltà? E le emozioni più belle? 

La difficoltà fisica maggiore devo dire che l’ho provata per raggiungere la prima tappa. Abbiamo fatto quasi 3000m di dislivello, siamo arrivati a Holzkirchen dopo aver percorso 250 km. Dal lato psicologico, la difficoltà per me è stata la prima tappa in Svezia, dove ha piovuto intensamente, l’acqua era fredda e il vento da nord ti feriva la faccia. Lì ho iniziato ad avere qualche dubbio.

Le emozioni più grandi devo dire che sono stati i paesaggi, gli animali che ho visto, è stato indescrivibile. Ho visto per la prima volta due cicogne su un comignolo mentre facevano il nido; e renne a volontà: l’emozione di vedere la prima renna è stata fortissima, non mi aspettavo di vederle già in Svezia. Sono luoghi dove per me è impossibile immaginarmi a vivere, ma tolgono il fiato, bisogna andarci almeno una (o due o tre) volte nella vita.

A un certo punto si smette di pensare ai chilometri? 

In modalità automatica ci devi entrare, sennò non arrivi alla fine.

Com’è stato l’arrivo a Capo Nord? Te lo eri immaginato così?

È stato bello l’arrivo, è stata una tappa durissima anche quella. Mi aspettavo terra piatta e invece le montagne sono arrivate là, abbiamo affrontato un bel dislivello. Tuttavia per me arrivare a Capo Nord è stato come arrivare a una qualsiasi meta, è stato il viaggio a essere qualcosa di speciale.

E il ritorno?

Siamo tornati in camper con le bici stipate come sardine. Ci abbiamo messo 5 giorni, in quel momento mi sono reso conto di quanta strada avevamo fatto.

C’è stato un luogo o un momento in cui hai pensato: “Ecco, per questo valeva la pena partire”?

Ci sono posti che sono rimasti nel cuore. La Germania prima di Berlino, con i suoi campi di grano e luppolo, mi ha colpito; e la Norvegia, che è incredibile.

Perché scegliere questa sfida? 

Per il viaggio. Non è la meta che ti cambia, è il viaggio che ti dà qualcosa di incredibile: le tappe, l’arrivare sfiniti la sera, preparare il tavolino, mangiare tutti insieme.

Autrice: Anna Michelazzi

Merano-Boston in un… chip

Sono le otto di mattina qui a Merano, le due di notte a Boston. Sei ore di differenza che rendono la chiacchierata con Samuel Quaresima, amico d’infanzia, un piccolo esercizio di equilibrismo tra impegni e fusi orari. Boston, Massachusetts, poco più di 650mila abitanti in città. E non basta.

Parliamo di oltre quattro milioni di abitanti nell’area metropolitana, dista da New York circa 350 chilometri. È lì che Samuel vive ormai da tre anni.

Quanti anni hai?

Ventisette.

Cosa hai studiato?

Chimica a Ferrara, sia la triennale che la magistrale.

E da dove è partita, scusa il gioco di parole, la scelta di partire?

Un giorno ho trovato su Facebook l’annuncio pubblicato da un professore americano, che stava cercando tesisti in ingegneria elettronica.Non c’entravo granché con i requisiti, ma avevo esperienza di laboratorio e mi hanno preso. Come condizione mi hanno chiesto se fossi disponibile anche per il dottorato. Sono rimasto.

Come sei arrivato a Boston?

In aereo. Scherzi a parte, non ho cercato io l’università, ho trovato quell’annuncio e per vie traverse sono arrivato qui. Prima di partire non sapevo nemmeno che Harvard e il MIT fossero a Boston, l’ho scoperto dopo.

Che iter hai dovuto affrontare per ottenere l’autorizzazione a lavorare negli USA?

È un po’ particolare, perché io non sono considerato un lavoratore. Faccio un dottorato, quindi sono un ricercatore, ma qui sei visto più come uno studente universitario che però riceve uno stipendio. Ho un visto studentesco, che dura finché resto immatricolato all’università e continuo il dottorato.

Da quanto tempo sei lì ormai?

Tre anni. Sono arrivato nell’estate del 2023 per la tesi magistrale, l’ho finita alla fine di novembre. Il dottorato è iniziato ufficialmente l’8 gennaio 2024.

Di cosa ti occupi esattamente?

Disegno, fabbrico e testo componenti miniaturizzati su chip: antenne, sensori, componenti piezoelettriche, che si deformano fisicamente quando gli si applica una tensione. Sfrutto quell’effetto per creare sensori wireless di temperatura, campo magnetico, umidità. Ed essendo su chip sono piccolissimi.

Com’è una tua giornata tipo?

Mi sveglio, faccio colazione, vado all’università, che per fortuna è a dieci minuti a piedi da casa. Lavoro al computer o in laboratorio, dove costruiamo i microchip. La sera torno a casa, ceno e collasso sul divano, oppure esco, perché a Boston ci sono cose da fare, il cinema all’aperto d’estate per esempio.

C’è qualcosa del modo di lavorare lì che ti ha spiazzato all’inizio?

La cultura del lavoro qui è diversa: più lavori, meglio sei considerato. Se all’inizio ti prendi un po’ di spazio, esci prima o entri dopo, ricevi occhiate poco carine.

Il clima politico americano, di questi tempi, si sente anche dove lavori, o resta fuori dalla porta?

Vivo in Massachusetts, che è uno stato blu, democratico. Non ci sono i grandi rally o le parate a favore del presidente che si vedono in tv, né una grande presenza dell’ICE. Però il mio visto studentesco ha già subito delle riduzioni da quando c’è la nuova amministrazione, e mi aspetto altri impatti in futuro sul tempo che si può restare negli Stati Uniti mentre si studia. Sullo status un impatto c’è. Sulla vita di tutti i giorni si sente meno.

C’è un episodio che ti ha fatto dire “ok, sono proprio in America”?

Andare al supermercato, già di per sé. Da noi trovi scaffali pieni di pasta, riso, vino. Qui invece file e file di scaffali pieni solo di patatine.

Tu hai un passato nel basket. Vedersi una partita NBA dal vivo, che effetto fa?

È molto bello, ci sono andato un paio di volte, emozionante. Ma tra gli sport visti dal vivo, ho preferito il baseball. Molti non la pensano come me, però a me piace: sei più vicino al campo, perché nel basket il campo è piccolo e per stare vicino devi pagare migliaia di dollari. Nel baseball è più semplice, e giocano molte più partite.

In che occasioni ti capita di parlare italiano o tedesco, lì?

Vivo in una bolla strana: il mio ufficio è quasi per metà italiano, a partire dal professore che mi ha reclutato. Nel mio periodo sono stati presi molti studenti italiani, perché all’estero siamo considerati preparati. Quindi l’italiano non è mai uscito dalla mia vita. Il tedesco molto meno.

C’è qualcosa che dici o fai che ti tradisce subito come europeo, italiano o altoatesino?

L’accento, quello lo sappiamo tutti. Poi, se guardo i colleghi d’ufficio, le uniche persone che fumano sigarette sono gli europei. Qui, dopo le grandi cause contro il tabacco negli anni Novanta, il fumo è stato praticamente debellato. Se vedi qualcuno con una sigaretta, è palesemente europeo.

Quante volte hai mangiato canederli nell’ultimo anno?

Forse una volta, a Natale, quando sono tornato a casa. Ma non sono nemmeno sicuro. Mi hai fatto venire voglia, però: magari al prossimo Natale me ne ordino un piatto al ristorante.

Riesci a mantenere vive alcune abitudini gastronomiche?

Assolutamente. Qui, con tutti gli immigrati che ci sono, puoi assaggiare cucine di tutto il mondo. Ho mangiato per la prima volta in vita mia la cucina del Myanmar, ed è diventata una delle mie preferite, una cosa che in Italia non potrei fare. A Boston ce ne sono due. Cucinare a casa, comunque, fa sempre bene, alla salute e al portafoglio. Nel weekend, se c’è qualcuno con cui farle, mi capita di preparare Rostkartoffeln e Spiegeleier. Qualcosa di casa lo tengo sempre.

È vero che la Nutella americana ha un sapore diverso?

Confermo, ha un sapore diverso. Ci sono amici che se la portano dall’Italia anche se qui la trovano. Pare che quella canadese sia un buon compromesso tra le due, ma non sono un intenditore.

Cosa ti manca di più dell’Alto Adige, o dell’Italia in generale?

La vita più tranquilla, meno frenetica. Per fortuna a Boston posso girare in bici, è una grande città ma piccola, molto verde, non la classica America dove serve per forza la macchina. Io la macchina non ce l’ho, tra l’altro non troverei nemmeno parcheggio. Quello che manca davvero sono le montagne, qui è tutto piatto. Mi hanno sempre detto che tra le grandi città americane Boston è la più europea, ed è vero.

E cosa, invece, non ti manca?

Non lo so, in realtà. Più vivo fuori più mi rendo conto che in Italia, con tutti i suoi problemi, si sta bene.

Le montagne più vicine a Boston: mai andato a vederle?

Ci sono andato un paio di volte, non a sciare, anche se ho amici che ci vanno. Le chiamano montagne, ma sono alte ottocento metri: diciamo colline.

C’è un momento in cui ti sei sentito davvero parte di quel mondo, non più solo ospite?

Ogni volta che vai a vedere un evento sportivo qui suonano l’inno nazionale, prima della partita. E in quel momento un po’ ti rendi conto, dici: caspita, sono in un altro Paese. Sono ospite, però dopo tre anni è un po’ casa anche quello. Quando vado in Italia dico “che bello, torno a casa”. Quando torno qui è sempre un po’ triste lasciare l’Italia, ma appena atterro mi sento comunque arrivato a casa. Ormai è come se avessi due o tre case, a seconda dei posti in cui sono stato.

Un episodio divertente?

Un paio di mesi dopo essere arrivato a Boston, ero al supermercato e indossavo una maglietta con una scritta in spagnolo. Un signore la vede e mi attacca discorso in spagnolo. Gli dico che non lo parlo, mi chiede da dove vengo. Dall’Italia, dico. Da dove, dal nord, vicino al confine con l’Austria? Sì, dalle Dolomiti, rispondo, e a quanto pare qui le conoscono tutti, sono diventate una meta turistica famosa. E da dove esattamente? Provincia di Bolzano. Ah, Bolzano: Ötzi, la mummia! Non mi capacitavo. Avevo trovato, in un supermercato dall’altra parte del mondo, alle nove di sera, una persona che conosceva Ötzi.

Autore: Marco Valente

Coreografia e danza, nel cuore di Sabine Raffeiner

Il nostro focus sull’universo femminile questa volta interseca il mondo della danza e del teatro-danza incontrando un personaggio di riferimento in questo settore del nostro panorama locale. La danza e poi la coreografia sono state per Sabine Raffeiner un impegno costante, una dedizione inesausta, una passione che ancora le fa palpitare il cuore e illuminare lo sguardo.

Lei conta su una formazione in giurisprudenza, quindi un ambito assai complesso, eppure la danza e la coreografia hanno fatto parte integrante della sua quotidianità. 

Vero, ho studiato giurisprudenza a Bologna, città che mi offriva anche l’opportunità di approfondire e studiare diversi stili di danza, passione coltivata  fin da piccolina. Il rigore e la costanza richiesta nello studio universitario parallelamente sono necessari anche nello studio della danza. Sono riuscita a coniugare entrambi le mie specializzazioni trovando realizzazione sia nel lavoro amministrativo che nella danza come danzatrice, coreografa e insegnante ormai da oltre 40 anni.

Come e a che età è avvenuto il colpo di fulmine con la danza? 

Un colpo di fulmine veramente non c’è stato. Già mamma ha studiato danza  classica e a 6 anni ho seguito le sue orme presso la Scuola di Grete von Heimburg Kebat e l’insegnante Maria Pia Saltern. Successivamente alle scuole superiori ho avuto l’opportunità di  praticare la Jazz Dance, stile che mi ha veramente appassionato. A Bologna poi ho continuato con la danza moderna, contemporanea e afro. Negli anni ho svolto anche molteplici formazioni specifiche per l’insegnamento della danza. 

Nel tempo lei si è dedicata con passione alla coreografia, quando e come ha iniziato questo percorso creativo? 

Dal 1986 insegno danza modern jazz presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano, e fin da subito ho potuto creare coreografie per i saggi di fine anno. Grazie a  innumerevoli collaborazioni con diverse associazioni meranesi e non, ho poi avuto l’opportunità di creare coreografie per rassegne di danza, concerti, operette, opere, spettacoli di cabaret. A partire dal 2006, con lo spettacolo di teatro danza, “Il canto della terra”, partecipo al Festival Alps Move sia come ballerina che come coreografa. Dopo questa prima importante esperienza, con ben diverse rappresentazioni in Provincia, la voglia, anzi l’esigenza di creare opere mie personali è cresciuta esponenzialmente, e così, oltre alla mia attività didattica e di coreografa per la Scuola di danza, da ormai 20 anni produco spettacoli di teatro danza curandone sia la coreografia che la regia, potendo portare in scena diverse produzioni anche fuori provincia (Milano, Chiavenna). 

Come nasce una coreografia? Si occupa anche della creazione dei costumi di volta in volta adatti ad un determinato balletto? 

La  coreografia viene creata in base a una drammaturgia elaborata  con riferimento a un tema specifico,  dopo aver svolto delle ricerche e studiato approfondendo gli argomenti scelti, a volte anche procedendo a raccolte di materiale e ricevendo diverse interviste; ma può essere creata anche  interpretando i testi delle musiche scelte. La drammaturgia si traduce in una realizzazione coreografica attraverso sequenze di passi, assoli, duetti, ecc.; in particolare, vengono messe in evidenza le diverse atmosfere, e stati d’animo ed emozioni possono essere anche rappresentati attraverso  movimenti astratti. Inoltre anche la scelta delle musiche così come dei costumi o oggetti di scena è parte integrante del lavoro creativo. La regia sceglie se integrare la rappresentazione con proiezioni video o fotografie e collabora in modo stretto con i tecnici anche per la regia luci.

Lei ha collaborato per decenni con Arabesque ma ha anche un suo gruppo di danza, in cosa si differenzia? 

Come descritto sopra dal 1986 insegno presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano. Arabesque quest’anno festeggia il 40 anniversario sotto la direzione di Irmtraud Filippi. In questo anni di attività pedagogica della danza ho avuto il privilegio di insegnare, accompagnare e sostenere numerose allieve e numerosi allievi nel loro percorso artistico. La maggior parte di loro danza ancora oggi – alcuni a livello professionale, molti per pura gioia del movimento. Quasi tutti hanno sviluppato una passione profonda per la danza e il desiderio di esprimere emozioni attraverso il corpo. L’esperienza e la disciplina acquisite nella danza hanno inoltre fornito a molti di loro, nel corso del proprio cammino, sia nelle carriere professionali sia nella vita privata e personale, la forza, la perseveranza e l’orientamento necessari. Poter assistere a questo percorso rappresenta per me una grande soddisfazione e gioia. 

Le mie compagnie di danza invece nascono ad hoc per ogni singolo progetto di teatro danza. A volte coinvolgo danzatrici da me formate, recentemente invito a collaborare anche ballerine e ballerini professioniste/i. Il lavoro concettuale della creazione di una pièce di  teatro danza è simile a quello che svolgo per le coreografie montate per le mie classi. Si differenzia forse nella complessità del progetto, anche perché di regola la durata del pezzo cambia (20- 30 minuti o più). Inoltre mi piace collaborare con diverse realtà artistiche; oltre a  ballerine e ballerini,  collaboro con drammaturghe/i, artiste/i materiche/ci, scultrici/scultori, attrici e attori, musiciste/i, fotografe/i e videomaker. 

Entrambe le attività rappresentano per me un mezzo per trasmettere emozioni. 

La cosa più importante è riuscire, attraverso il mio lavoro, ad arrivare alle persone, suscitare qualcosa dentro di loro e creare una connessione con il pubblico. Quando questo accade, sento di aver raggiunto il mio obiettivo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un caro abbraccio alla nostra amata collega Barbara Sonetti

A fine luglio, all’improvviso, è mancata Barbara Sonetti, nostra collega responsabile del settore della pubblicità. Barbara stava coraggiosamente lottando contro una malattia importante, ma niente avrebbe fatto presagire l’accelerazione che purtroppo l’ha portata via prematuramente alla sua famiglia e anche a noi che abbiamo condiviso assieme anni di lavoro. La scomparsa di Sonetti ha lasciato nel dolore il marito, i figli, i genitori e anche un piccolo nipotino che negli ultimi tempi era arrivato portandole tanta gioia. Molti sono stati gli amici, i conoscenti e anche i clienti che in questi giorni l’hanno ricordata, esprimendo la loro vicinanza e il loro dolore. 

Non è facile per me esprimere il vuoto che lascia Barbara nei nostri giornali. Personalmente ho lavorato fianco a fianco con lei per 9 anni. Per tutto questo tempo abbiamo costruito insieme il profilo delle notizie, approfondimenti e consigli per gli acquisti (ma anche idee per vacanze e escursioni) che costituiscono il cuore dei nostri giornali gratuiti. Ognuno di noi ha agito nel suo ambito (io quello giornalistico e lei quello commerciale) ma poi abbiamo lavorato soprattutto insieme, delineando la delicata alchimia del freepress, in un dialogo costante che mano a mano, giorno per giorno, ridefiniva quello che doveva e poteva essere “venduto” da quello che invece viene “regalato”. Nel confronto tra noi c’erano i “paletti” che ponevamo vicendevolmente per difendere ognuno le necessità del proprio settore, ma anche delicate “invasioni di campo” volte a sostenere il lavoro dell’altro. Così in certi frangenti era Barbara a segnalarmi notizie e storie da raccontare, così come io mi prodigavo a segnalare potenziali interlocutori per la parte commerciale. 

Anche nei momenti più impegnativi mai è mancato da parte di Barbara il rispetto per il profilo giornalistico del nostro quindicinale e di questo gliene sarò sempre grato. Già dai primi giorni dopo la sua scomparsa mi è sembrato ancora più chiaro il grande contributo che il suo essere interlocutrice attenta e rigorosa rappresentava per la qualità di nostri giornali. La natura dei nostri periodici non ci ha mai impedito di considerarli grandi, grazie all’approccio professionale nella loro realizzazione, l’importante tiratura concessaci dall’editore e – soprattutto – le esigenze e le sollecitazioni costantemente segnalate da voi affezionati lettori. 

Ogni giorno quando arrivavo in redazione mi bastavano pochi secondi per capire se Barbara era nel suo ufficio oppure se invece era “in giro da clienti”. Guardavo nella direzione della sua porta di vetro e se vedevo i suoi piedi sapevo che era al telefono oppure al computer per preparare preventivi. Molto spesso invece stava conversando con i colleghi, spesso raccontando della famiglia oppure ridendo. Ecco: la sua risata gioiosa non la dimenticherò mai, era piena di vita e quasi sempre di entusiasmo. Ogni tanto si arrabbiava, ma succedeva perché Barbara Sonetti aveva il cuore in mano, sempre, ed era davvero una colonna portante sia per la sua grande e bella famiglia che per la nostra famiglia QuiMedia. 

Non la dimenticheremo mai.
Proprio mai.  

Autore: Luca Sticcotti

La Galizia, specchio dell’Alto Adige?

Patrizia Sette, di Bolzano, ha percorso insieme a un’amica gli ultimi 115 chilometri del Cammino francese verso Santiago de Compostela, da Sarria fino a Santiago. Un viaggio di sei giorni e un sogno a lungo atteso, realizzato quasi all’improvviso.

Quando ha ricevuto la proposta, Patrizia stava attraversando un periodo particolarmente frenetico e stressante. Poiché percorrere il Cammino era uno dei suoi sogni più grandi, ha deciso di partire per staccare dalla routine quotidiana. Così, dopo averne parlato con i genitori, le due amiche sono partite.

Hanno deciso di non prenotare alcun ostello in anticipo, per vivere pienamente il pellegrinaggio come era stato pensato in origine: un percorso da affrontare con calma e con un po’ di imprevedibilità, senza organizzare tutto nei minimi dettagli.

Oltre allo zaino, hanno portato con sé soltanto la mappa del Cammino e una piccola guida con le indicazioni dei luoghi in cui avrebbero potuto soggiornare. Oggi, volendo, esistono anche siti e applicazioni pensati per aiutare i pellegrini prima e durante il viaggio, con informazioni su ostelli, punti d’acqua e molto altro.

La mattina si svegliavano abbastanza presto, in modo da partire verso le 7, raggiungere la tappa prevista intorno alle 14 e avere il resto del tempo a disposizione per cercare un ostello libero.

Patrizia ricorda ancora le mitiche cene del pellegrino a soli 10 euro, sempre buone e abbondanti. Non erano mai semplici pasti, ma veri momenti di comunità e condivisione con gli altri viaggiatori.

Per prepararsi, sia materialmente sia fisicamente, hanno scelto di rinunciare alle cose superflue, così da avere il minor peso possibile sulle spalle. L’obiettivo era portare soltanto l’indispensabile e non superare i 5 kg di zaino.

È stata di grande aiuto la possibilità di lavare i vestiti ogni uno o due giorni con un po’ di sapone di Marsiglia, evitando così di portare troppi cambi.

Prima di partire si erano allenate, anche se ritengono che il percorso sia generalmente adatto a tutte le persone con un minimo di preparazione. Ogni giorno percorrevano circa 15-20 chilometri, con poco dislivello: nulla di estremo, ma comunque da non sottovalutare.

Durante il viaggio, Patrizia ha notato una somiglianza tra i paesaggi della Galizia e quelli dell’Alto Adige. Alcuni boschi e paesaggi verdi la facevano sentire a casa, cosa che non si aspettava da un territorio molto diverso e situato a un’altitudine più bassa rispetto a Bolzano.

Anche il meteo non era molto diverso da quello delle nostre montagne: soltanto il primo giorno ha fatto particolarmente caldo, mentre per il resto del viaggio il cielo è rimasto abbastanza nuvoloso.

Una somiglianza inaspettata, considerando che la Spagna viene spesso associata al caldo e alle spiagge, quando in realtà alcune sue regioni, per clima e paesaggi, non sono poi così diverse dall’Alto Adige.

Per Patrizia è stata un’esperienza indimenticabile, che rifarebbe appena possibile, magari da sola e percorrendo questa volta l’intero Cammino.

Autrice: Agnese Lo Iacono COOLtour

Nell’Alto Adige di Bernhard luoghi cupi e storie di famiglia

Thomas Bernhard (1931-1989) fu lo scrittore del perturbamento. Austriaco e più grande odiatore dell’Austria, si distinse già in vita per opere quali “Il nipote di Wittgenstein”, “Amras” o lo stesso “Perturbamento”. Il suo rapporto contrastato nei confronti dei paesaggi austriaci e della vita di provincia alimentò in lui un rapporto di odiamore anche per le montagne altoatesine e per le persone che le infestano con le proprie ossessioni.

Nelle storie di Bernhard il monologo è alla base del narrare anche quando vorrebbe vestirsi da dialogo. Il punto fermo è una rarità che va dosata con parsimonia, rendendo la prosa un enorme serpente che avviluppa il lettore con circonvoluzioni di pensieri ripetuti fino al parossismo, tutti apparentemente uguali, ma gradualmente diversi. L’ossessione si fa pensiero e il pensiero, spesso, si fa camminare. Camminare, pensare e ripetere. Camminare in campagna, nel bosco, in montagna, incontrando pazzi che costruiscono la propria vita di lucida razionalità. Parlare con questi pazzi e camminare con le parole, girando attorno al nocciolo dello stesso unico pensiero senza mai raggiungerlo completamente nonostante i tanti passi fatti.

Camminare è fondamentale, ma altrettanto importante è avere uno spazio che contenga il pensare. E anche quando tale posto è all’aperto, immerso nella natura, è fortemente claustrofobico. Le montagne – tirolesi e altoatesine – sono descritte come luoghi cupi, opprimenti, che isolano l’individuo e lo immergono nelle proprie paranoie solipsistiche. L’Alto Adige, con le sue piccole comunità insediate su cime altissime, diventa quindi il palcoscenico perfetto per i racconti asfissianti di Bernhard.

È soprattutto nella raccolta “Midland a Stilfs” (1971) che si possono trovare riferimenti all’Alto Adige. Nell’omonimo racconto, una famiglia che vive isolata sullo Stelvio si prepara a ricevere la visita di Midland, un signorotto inglese che annualmente trascorre qualche giorno nella loro fattoria. Per il visitatore occasionale Stilfs può sembrare un luogo ideale, ma per i suoi abitanti è solo “disgusto, apatia e disperazione”. L’ospite crede che nella quiete dello Stelvio i contadini abbiano elaborato scienze di altissimo valore, ma in realtà la solitudine isterilisce il pensiero e tutto ciò che possono fare è ammazzarsi di lavoro, perché ammazzarsi davvero non è contemplato: “Facciamo del pensiero del suicidio il nostro unico pensiero, ma il suicidio non lo commettiamo”. Nonostante il fraintendimento, non possono comunicare a Midland la reale natura del luogo, perché in tal caso smetterebbe di far loro visita e con lui verrebbe meno anche quell’elemento esterno di novità che li tiene ancora in vita.

In “Sull’Ortles. Notizie da Gomagoi”, due fratelli, un acrobata e un meteorologo, si incamminano verso la malga di famiglia. Durante l’ascesa, i due discutono della propria esistenza e di come avessero cercato di perfezionare le rispettive arti. La malga sull’Ortles diventa, come la fattoria di Stilfs, un luogo dove poter approfondire il proprio sapere, ma che in realtà lo opprime con la sua estrema solitudine. Nonostante la stanchezza, non vogliono fermarsi, anzi, bisogna accelerare, perché interrompere la marcia equivarrebbe a interrompere il pensiero. E se il pensare e il camminare sono due facce della stessa medaglia, Bernhard ci tiene a specificare che essi non sono totali: non è possibile pensare e camminare con la stessa intensità, ma, da come uno cammina si può capire come pensa, e viceversa. Paesaggio e mente si riversano l’uno nell’altra: “Quanto paesaggio! Quanta malattia mentale!”. La destinazione non importa più; è l’ascesa ciò che conta. Ma l’obiettivo diventa dubbio e, quando arrivano, trovano solo un ammasso di macerie, specchio della condizione mentale del fratello acrobata che, una volta tornato a valle, viene ricoverato in un istituto.

Le montagne altoatesine sembrano dunque paradiso terrestre e momento di raccoglimento a chi le visita, luogo di reclusione, follia e tragedie a chi le abita. La montagna diventa lo specchio della mente dell’osservatore. Con la sua solitudine esaspera le ossessioni, dando forma alle manie di chi vi si avventura: “Abbiamo paura del vuoto della nostra mente e del vuoto del paesaggio causato dal vuoto della nostra mente”, dicono i due fratelli sull’Ortles.

Insomma, i personaggi bernhardiani, nonostante il tanto camminare e ascendere, continuano a girare attorno al vuoto della propria mente, fino a ritrovarne il riflesso nel paesaggio stesso.

Autore: Tommaso Calamaro

I Compagni della Lancia

Alessio Fonte è un regista e sceneggiatore bolzanino di 24 anni che recentemente ha diretto il film I Compagni della Lancia. Si tratta di un docufilm tratto dal libro Italiani Kaputt di Luca Fregona. Racconta la nota vicenda avvenuta a Bolzano il 3 maggio 1945, quando i nazisti in ritirata fucilarono 18 operai civili davanti allo stabilimento della Lancia, in via Volta. Con la casa di produzione Eagle Service il regista si è posto l’obiettivo di rendere I Compagni della Lancia la scintilla che faccia partire il motore della scoperta nelle storie di Bolzano.

L’INTERVISTA

Quando è nata la tua passione per il cinema?

Quasi dieci anni fa ho capito che sarebbe stato il mio destino e da quel giorno non ho mai smesso di crederci.

Come è nata l’idea di realizzare I Compagni della Lancia?

È una storia che è sempre stata presente nella mia vita fin dall’infanzia. Mio nonno mi raccontava spesso dell’orologio a cipolla che salvò la vita a suo nonno Vittorio durante la guerra. Poi il 3 maggio 2025 è uscito il romanzo Italiani Kaputt di Luca Fregona e assieme alla mia responsabile Valentina Iagrossi di Eagle Service abbiamo deciso di dar vita a questo progetto.

Come ti sei rapportato al testo originale durante la scrittura e la regia?

Il romanzo Italiani Kaputt è stato fondamentale per me. Luca è riuscito a trasmettere ogni emozione provata dalle vittime dell’eccidio e questo ha facilitato molto la scrittura della sceneggiatura. Conoscere bene la storia è stato importante per creare un legame molto forte con i parenti dei protagonisti della vicenda, questo ha fatto si che sul set le interviste si trasformassero in un racconto più intimo in stile nonno-nipote e credo che sia il punto forte del film. Inoltre lavorare con Luca è stato stimolante e divertente, l’impegno e l’entusiasmo che ha messo per la produzione del film ci ha aiutato a realizzarlo al meglio.

Quale pensi possa essere il contributo del cinema alla valorizzazione della storia e della memoria locale?

Può dare un contributo enorme. Molte storie purtroppo sono ancora sconosciute o poco tramandate e credo che nella società moderna non esista strumento migliore per coinvolgere tante generazioni al ricordo e scoperta di vicende che hanno segnato la storia della nostra città.

Perché la vicenda di via Lancia è ancora oggi poco conosciuta o spesso passa inosservata?

è poco conosciuta per via di come è stata gestita nel Dopoguerra. L’inglobamento della memoria del 3 maggio all’interno della giornata del 25 aprile ha spostato la vicenda su un secondo piano. Il tempo ha fatto sì che la vicenda sprofondasse sempre di più nel dimenticatoio. Per fortuna persone come Marco Cavattoni, Luca Fregona e i parenti delle vittime hanno lottato per mantenere viva questa memoria.

Qual è il futuro che immagini per il tuo film e per la memoria di questo evento storico?

Fin dal primo giorno il mio obiettivo è sempre stato quello di far conoscere questa storia soprattutto alle nuove generazioni. È la storia del sacrificio dei nostri nonni e nonne per la nostra città e non può non essere celebrata. Per questo porteremo I Compagni della Lancia nelle scuole superiori, faremo scoprire la vicenda ai ragazzi con la speranza che magari qualcuno di loro contribuirà al ricordo del 3 maggio 1945.

IL FILM

Il progetto convince da subito: sia Rai Alto Adige sia il Centro Audiovisivi ne acquisiscono i diritti. Grazie al supporto di Fregona, Fonte entra in contatto con i familiari dei protagonisti della storia i quali accolgono il progetto con entusiasmo e disponibilità.

La sceneggiatura viene completata a febbraio 2026. Le riprese iniziano il 2 marzo e si concludono il 6, dopo cinque giorni intensi segnati anche da qualche imprevisto. Nonostante tutto il film riesce a prendere forma esattamente come il regista lo aveva immaginato.

A caratterizzare il progetto è una troupe giovane. Oltre a Fonte ne fanno parte Vettorato, aiuto regista, Fusaro alla direzione della fotografia, Ferrari come operatore di macchina, Tinebra al montaggio, Emil Da Soghe alla produzione e Iagrossi al coordinamento. Accanto a loro anche Bruno Da Soghe, producer assistant. Un gruppo di professionisti accomunati dalla voglia di lavorare con serietà senza rinunciare a un clima sereno e collaborativo, un equilibrio non scontato.

La realizzazione del docufilm viene segnata dalla morte di Marco Cavattoni, nipote di Andrea, uno dei sopravvissuti e maggiori testimoni impegnati nel mantenimento della memoria del 3 maggio. La sua scomparsa porta la produzione a dedicargli il film.

Il 5 maggio al Cineplexx di Bolzano si tiene la prima che registra il tutto esaurito. Il 15 maggio, il film viene riproposto al Centro Trevi davanti a circa duecento persone. Il 24 maggio arriva infine la messa in onda su Rai Alto Adige.

Tra i ricordi più vividi di Fonte c’è anche un episodio che riguarda l’oggetto simbolo dell’intera vicenda: l’orologio a cipolla del trisnonno Vittorio Luise, l’operaio sopravvissuto alla fucilazione del 3 maggio 1945 grazie a quel segnatempo che deviò il proiettile a lui destinato. Alessio aveva circa dodici anni quando il nonno Giuliano glielo mostrò per la prima volta. Gli sfuggì dalle mani e il vetro andò in frantumi. «Ricordo ancora quel rumore», racconta oggi. «Evidentemente non gli bastava essersi preso un proiettile».

Autrice: Anna Michelazzi

Ester, il suo sogno… e il suo pianoforte

Ester Ferrario è una giovanissima pianista, studentessa del Conservatorio di Bolzano, con un curriculum già molto importante e con all’attivo già numerosi riconoscimenti e premi. Il 12 ottobre 2025 Ester Ferrario ha vinto a Genova il Premio speciale dedicato a „Emilia Gubitosi” al XIV Concorso Nazionale Giovani Talenti della Musica” del Soroptimist International d’Italia. Ester attualmente è allieva di Cristiano Burato e Bruna Pulini presso il “Monteverdi” di Bolzano. 

A quanti anni hai iniziato a suonare?

Ho iniziato a suonare il violino a quattro anni, ma dopo un po’ ho capito che il pianoforte era lo strumento che mi piaceva davvero. Così, a cinque anni, ho cambiato strumento e ho scelto il pianoforte. 

Quale fu il tuo primo approccio allo strumento? Cosa ti affascinava?

Sono nata in una famiglia di musicisti, per questo la musica è sempre stata parte della mia vita e, in un certo senso, ho iniziato ad ascoltarla già nel grembo di mia madre. Una delle cose che mi ha sempre colpita del pianoforte era il suo suono. Mia madre suonava spesso brani molto difficili e, ogni volta che la ascoltavo, rimanevo affascinata. Quei pezzi creavano un’atmosfera speciale e il suono del pianoforte mi sembrava forte, intenso e capace di trasmettere tantissime emozioni. 

Qual è oggi il tuo compositore preferito? 

Il mio compositore preferito è Chopin. Mi piace, perché la sua musica è piena di emozioni e ogni volta che suono un suo brano riesco a provare e trasmettere qualcosa di diverso.

Il pianoforte compete con l’impegno a scuola e con il tempo libero: come suddividi questi tre aspetti della tua vita? 

Non è facile, ma cerco di organizzare le mie giornate in modo da riuscire a fare tutto. La scuola viene prima, poi dedico ogni giorno del tempo allo studio del pianoforte. Durante la settimana non riesco a uscire molto con i miei amici, per via dello studio. Nel fine settimana, invece, ho più tempo libero e cerco quasi sempre di organizzare qualcosa con loro.

Inseguendo i tuoi sogni, dove ti vedi fra cinque anni?

Tra cinque anni mi vedo a studiare in un’importante università di musica. Spero di continuare a crescere come pianista e di trasformare questa mia passione in una professione. Pur rimanendo aperta a nuove opportunità, il mio obiettivo è continuare a dedicarmi alla musica con impegno e determinazione.

Hai mai considerato la direzione d’orchestra? Potrebbe piacerti?

Sì, ci ho pensato e credo che mi piacerebbe. È un ruolo molto importante, con tante responsabilità e penso che potrebbe essere un’esperienza davvero interessante. Credo sia impegnativo, dato che il direttore d’orchestra deve preparare e guidare tanti strumentisti diversi, però l’idea di avere la visione generale di un pezzo orchestrale, mi affascina molto.

Cosa consigli a una bambina che inizia ora a suonare?

 Le consiglierei di cercare di trovare piacere nel suonare.All’inizio io ero incuriosita in quello che imparavo, però non mi sentivo tanto coinvolta mentre suonavo. Tuttavia dopo un po’, quando ho iniziato a imparare pezzi più difficili e accattivanti mi sono sentita più parte della musica e sono riuscita a esprimere le mie emozioni suonando.Con impegno, pazienza e voglia di imparare e di fare si possono raggiungere grandi risultati.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Ecco i consigli di lettura per l’estate

Con l’estate ormai alle porte, abbiamo chiesto ai bibliotecari e librai della provincia di dare ai nostri lettori qualche consiglio di lettura per affrontare l’afa estiva. Che siano libri da leggere all’ombra dell’ombrellone o nel chiarore della sera, questa agevole lista vi fornirà qualche spunto interessante. E non ci siamo dimenticati dei più giovani!

Sette volte bosco di Caterina Manfrini (Neri Pozza)

Alessia Piccolin – Biblioteca provinciale italiana ‘Claudia Augusta’

Caterina Manfrini in Sette volte bosco intreccia storia, natura e rinascita in una vicenda intensa e poetica. Attraverso gli occhi di Adalina ci fa scoprire il Trentino del primo dopoguerra, tra ferite, speranza e appartenenza con una scrittura evocativa, personaggi memorabili e paesaggi che restano nel cuore.

Il mio tavolo finisce qui di Andrea Rossi (Alphabeta)

Eleonora Busà – Biblioteca provinciale italiana ‘Claudia Augusta’

Una corsa senza sosta per le vie di Merano nel tentativo di procrastinare l’inevitabile: la morte del padre. Il mio tavolo finisce qui di Andrea Rossi è un intenso viaggio nella memoria familiare, che intreccia affetti, perdita e ricerca della propria identità.

E così per non morire di Paolo Roversi (SEM)

Luisella Raveane – Biblioteca Don Bosco di Laives

Il romanzo segna il ritorno della profiler Gaia Virgili, chiamata a indagare su una serie di omicidi nella Milano del febbraio 2020, dove delitti del presente sembrano riecheggiare un mistero irrisolto del passato. Con una trama avvincente e ricca di suspense, Roversi conferma ancora una volta la sua capacità di costruire gialli coinvolgenti e mai scontati. Se cercate una lettura per l’estate, questo è il libro giusto.

Ombre senza voce di Tokurō Nukui (Longanesi)

Alessia Curet – Libreria Athesia Merano

In Ombre senza voce ci viene raccontata la storia del sovraintendente della polizia Saeki, alle prese con un caso difficile, e di Matsumoto, una figura fragile che cerca disperatamente di colmare un vuoto interiore. Due vite destinate ad incrociarsi. Un romanzo in cui oscurità e silenzio si intrecciano.

La bugia dell’orchidea di Donato Carrisi (Longanesi)

Marika De Podestá – Libreria Athesia Twenty

Dal maestro del thriller un altro capolavoro che gioca sul confine tra verità, memoria e manipolazione. Una storia di cronaca nera, un massacro, un colpevole senza nessun dubbio. Ma Carrisi costruisce questa storia proprio per smontare ogni certezza del lettore con un senso di instabilità continuo. Una tensione costante, dettagli inquietanti e colpi di scena. I personaggi, soprattutto la protagonista, sono volutamente ambigui, il che rende la lettura molto coinvolgente. Un finale che sicuramente dividerà i lettori, tra verità e dubbi.

Ci sono anche i giorni di Primavera di Mélissa Da Costa (Rizzoli)

Donata Pricci – Libreria Athesia Brunico

Mélissa da Costa torna in libreria con un romanzo che non smentisce l’intensità emotiva delle sue storie e dei suoi personaggi. 

Ci sono anche i giorni di Primavera è una storia che parla di come la vita non rispetti i programmi che facciamo, di come talvolta gli eventi ci piombino addosso e stravolgano tutti i nostri piani. Ma ci racconta anche fin dove siamo disposti a spingerci per Amore. Una lettura consigliata a chi cerca una storia intensa, capace di scavare nei sentimenti.

Tygre di S.F. Said (Einaudi Ragazzi)

Mara Barbierato – Biblioteca Civica ‘C. Battisti’, sezione ragazzi

Alle ragazze e ai ragazzi che amano l’avventura in un futuro distopico, ricco di magia, coraggio e speranza, consiglio Tygre di S.F. Said, ambientato nella Londra di un futuro tragico, dove tutti sono prigionieri di un tiranno che priva ognuno della propria identità e libertà. Il ragazzo protagonista, Adam, trova qualcosa di incredibile in una discarica. Un animale misterioso, mitico, magico. Una Tygre. Una Tigre gigante in pericolo che, assieme all’amica Zadie, decide di curare, perché solo lei potrà aiutare i ragazzi a fermare le forze del male, che hanno stregato la città. Ci riusciranno soltanto con l’aiuto della bibliotecaria Judit, che custodisce nella biblioteca sotterranea le mappe antiche di Londra e i segreti dei maligni oppressori.

Real di Takehiko Inoue (Panini Comics)

Libreria Mardi Gras

Tantissimi sono i manga (ndr: i fumetti giapponesi) a tema sportivo in circolazione, ma uno in particolare occupa un posto speciale nei nostri cuori. Si tratta di storie drammatiche e potenti di ragazzi appassionati di basket, ma costretti a vivere su una sedia a rotelle. I due protagonisti, Kiyoharu e Hisanobu, non sono certo dei santi e tante volte vorrebbero arrendersi. Ma l’amore per la pallacanestro è più forte della rabbia e del dolore.

Autore: Tommaso Calamaro