“Il Teatro Cristallo: nutrimento per menti libere” – al via la stagione

INSERZIONE PUBBLICITARIA – La stagione 26/27 del Teatro Cristallo si presenta al pubblico con un ricco cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali all’insegna del nuovo claim “Il teatro: nutrimento per menti libere”, un progetto vivace sostenuto da Provincia Autonoma di Bolzano, Comune di Bolzano, Regione Trentino Alto Adige, Fondazione Cassa di Risparmio di Bolzano, Alperia Spa, Itas Mutua, Despar, Eurospar, Interspar e molti altri piccoli sponsor locali.

Grande successo ha già riscontrato la campagna abbonamenti primaverile per la rassegna “In scena”, che conta ad oggi 244 sottoscrizioni per i suoi 14 spettacoli realizzati in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano per la prosa e con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento per la danza. L’apertura del palinsesto avverrà il 16 ottobre con Alessandro Bergonzoni nel monologo “Arrivano i dunque”, incentrato sulla necessità della pace attraverso i suoi inconfondibili paradossi, seguito il 28 ottobre da Paolo Calabresi che proporrà i suoi migliori travestimenti in “Tutti gli uomini che non sono”. La danza debutterà il 3 e 4 novembre con la Compagnia Abbondanza Bertoni in “Epiphania. Mi rendo manifesta”, focalizzata sui corpi di tre danzatrici, per poi lasciare spazio il 13 novembre a “Eumenidi”, uno spettacolo collettivo al femminile diretto da Serena Sinigaglia, e il 22 novembre alla compagnia di Virgilio Sieni con “Sulla leggerezza”, coreografia per otto danzatori basata sulla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino. Il 9 dicembre Valerio Aprea proporrà il suo reading tratto dal libro di Sandro Bonvissuto “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta”, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, mentre il 19 gennaio Davide Enia presenterà “Autoritratto”, uno spettacolo sull’impatto di Cosa Nostra a 35 anni dalle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il 30 gennaio Maria Amelia Monti e Gigio Alberti interpreteranno una coppia di genitori nevrotici nella commedia “LUNGS/Polmoni”, seguiti il 12 febbraio da Stivalaccio Teatro con “Scaramuccia”, lavoro di commedia dell’arte ricco di equivoci, duelli e improvvisazione. Il 19 febbraio andrà in scena “White out. La conquista dell’inutile” di Piergiorgio Milano, creazione multidisciplinare tra circo, danza e alpinismo, seguita il 27 febbraio dal Teatro Nazionale di Genova con “Le Dieu du carnage” di Yasmina Reza. Il 9 marzo Marco Paolini sarà protagonista di “Bestiario idrico”, incentrato su uomo, acqua e sostenibilità, mentre il 6 aprile La Corte Ospitale proporrà “Amleto a pranzo e a cena” di Oscar de Summa, prima della chiusura stagionale del 21 aprile affidata a “Stella” della compagnia NaturalisLabor, che racconterà in danza la morte di Aldo Moro.

All’interno del cartellone trova spazio la riflessione su giustizia e fragilità grazie a “Corpi eretici”, rassegna curata da Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt, che si aprirà il 2 ottobre con “Kohlhaas” di e con Marco Baliani per la regia di Maria Maglietta. Il 16 e 17 dicembre andrà in scena “Cenerentola” di Paola Guerra e Antonio Viganò in coproduzione con il Metastasio di Prato, mentre martedì 12 gennaio si terrà l’incontro “Corpi eretici, corpi etici” con il regista Antonio Viganò, lo scrittore Alessandro Dehò e l’attrice Arianna Scommegna. Il 27 e 28 gennaio, per la Giornata della Memoria e in collaborazione con il Quartiere Europa-Novacella, andrà in scena lo spettacolo civile “Impronte dell’anima” di Giovanni De Martis e Antonio Viganò, coprodotto con il Teatro Stabile di Bolzano, incentrato sullo sterminio nazista dei disabili. Il 4 marzo Concita De Gregorio ed Erica Mou proporranno “La cura”, incentrato sulla malattia, e l’11 marzo si terrà il doppio evento speciale con l’incontro pomeridiano “Il bambino reale e quello immaginato” in collaborazione con Unicef, AIBI e ASSB per il percorso “Uniti per i bambini”, seguito in serata dallo spettacolo “Pinocchio nel ventre della balena” diretto da Paolo Grossi.

Per la musica, l’Associazione L’Obiettivo presenta cinque appuntamenti dei “Racconti di Musica” fino a gennaio, a partire da venerdì 9 ottobre con “Pin’é – Omaggio sinfonico a Pino Daniele” eseguito dalla Merano Pop Symphony Orchestra diretta da Roberto Federico con la voce di Domenico Laratta e gli arrangiamenti di Andrea Leopardi. Domenica 18 ottobre arriverà la cantautrice Giulia Mei in collaborazione con il Festival Ella, seguita venerdì 27 novembre da Ghemon in “Una cosetta così” e sabato 19 dicembre dal tradizionale appuntamento natalizio con la “Gospel Night” di David Gulley & The Cleveland Chorale, per poi concludere venerdì 29 gennaio con l’anteprima di “Figli così” dell’Andrea Maffei Spritz Band.

Per il pubblico più giovane, la compagnia teatroBlu cura la rassegna “Il teatro è dei bambini” che si aprirà sabato 24 ottobre con la compagnia Airone De Falco e lo spettacolo “Le rocambolesche avventure dell’orso Nicola, del ragnetto Eugenio e del moscerino che voleva vedere il mondo e che rese tutti felici”, seguito da “La bella addormentata” di Proscenio Teatro, “Il vestito nuovo dell’imperatopo”, “Nevicello e il segreto di Babbo Natale”, “Il pianeta dei bomboloni” a gennaio, “Il mago di Oz”, “Stella stellina” prodotto da teatroBlu e la chiusura con “Pollicino pop”.

Infine, il teatro amatoriale della UILT viene omaggiato con la rassegna “Buona domenica a teatro” curata dal compianto presidente Willy Coller, che debutterà l’11 ottobre con “Spazio ultima dentiera” di e con Mario Cagol nei panni di Nonna Nunzia. Il ciclo brillante proseguirà il 25 ottobre con “Guai in vista all’albergo Bellavista” del Teatro dell’Attorchio, l’8 novembre con “L’equivoco” della Filo di Tesero e il 15 novembre con “Gioco pericoloso” della Filodrammatica di Laives. Il 6 dicembre si terrà lo spettacolo “Verso le stelle” con la band AMMO e la Ginnastica Atesina, mentre il nuovo anno si aprirà il 10 gennaio con “Frida. Una bomba avvolta in nastri di seta” degli Orti Erranti, seguito il 24 gennaio da “Come due angeli sul cornicione” della Compagnia di Lizzana e il 7 febbraio da “Tuti mati per i schei” dello Strapaes. Completano la proposta i due eventi del sabato sera: il 20 febbraio il concerto solidale “Tributo a Cesare Cremonini e ai Lunapop” con i musicisti di Live Muse a favore di Cometa A.S.M.M.E. e l’8 maggio la danza di “Inside” con gli allievi della SSV Bozen AVS guidati da Laura Magro.

Tutto il programma e le attività del Teatro Cristallo si possono trovare online sul sito www.teatrocristallo.it

La cassa è aperta mercoledì, giovedì e venerdì dalle 16.30 alle 19, sabato dalle 10 alle 12 e un’ora prima di ogni spettacolo. Gli abbonamenti sono sottoscrivibili solo presso la cassa mentre i biglietti singoli si possono acquistare anche sul sito del teatro o tramite l’app del Teatro Cristallo scaricabile su tutti gli app store.

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Da 80 anni “artigiani di pace”

C’era un ragazzo che, ottant’anni fa, si metteva in cammino a piedi da Merano verso Avelengo. Non ricorda bene altro di quel primo campo, ma quell’immagine gli è rimasta addosso: la strada, il gruppo, la fatica condivisa. Oggi quel ragazzo si chiama Marco Quaresima, ha 94 anni, ed è stato tra i primi esploratori del gruppo scout di Merano.

Ufficialmente il primo gruppo scout meranese nasce l’8 dicembre 1946. Ma i primi passi risalgono già all’anno prima, all’immediato dopoguerra: nel maggio 1945 don Primo Michelotti, allora cappellano della parrocchia di Santo Spirito, ha l’intuizione di proporre ai ragazzi il cammino dello scautismo, ideato nel 1907 da Sir Robert Baden-Powell. Già quell’estate si svolge un campo sperimentale, primo segno concreto di un’avventura arrivata fino a oggi.

Di quegli anni Marco ricorda soprattutto cosa gli è stato insegnato, prima ancora di ogni tecnica scout: «Un valore che mi avevano insegnato allora, prima di tutto, in ogni momento, in ogni occasione è essere leali». E poi, con il sorriso di chi ha ormai visto passare una vita intera: «Adesso che sono anziano mi viene da ridere a dirla, però è valida tutta la vita: sorridere e cantare anche nelle difficoltà». Infine, forse il valore che più di tutti ha attraversato la sua storia personale, visto che da adulto sarà capo gruppo per moltissimi anni: «Servire, essere utili a chi è nella difficoltà».

Per organizzare la festa dell’ottantesimo, andata in scena sabato 12 settembre in piazza della Rena, si sono mossi tutti, dai più piccoli ai “giovani da più tempo”. L’evento, infatti, è stato organizzato da AGESCI Merano 1 insieme a MASCI, il movimento degli adulti scout, e ha ricevuto il sostegno della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, del Palais Mamming Museum e dello Jugenddienst Merano, che per l’occasione ha messo a disposizione la Chiesa dei giovani in Piazza Rena, sede della mostra fotografica sugli ottant’anni di storia del gruppo.

La giornata si è aperta la mattina con i primi preparativi, per proseguire alle 14 con l’alzabandiera in piazza. Durante la giornata hanno presenziato la sindaca Katharina Zeller, gli assessori alle politiche giovanili Antonella Costanzo e alla socialità Daniele Di Lucrezia, e i rappresentanti delle altre associazioni scout del territorio: Südtiroler Pfadfinderschaft e CNGEI. Ad attirare gli sguardi dei passanti per tutto il giorno è stata una sopraelevata (nel box-glossario nella pagina a destra, la spiegazione di sigle e termini del mondo scout, ndr) costruita proprio al centro della piazza, che è subito diventata un’attrazione per chi si trovava a passare di lì. Nel pomeriggio spazio al grande gioco per bambine e bambini, ragazzi e ragazze, prima dello spettacolo e del fuoco di bivacco della sera, decisamente il momento clou della giornata di festa.

A raccontare il presente del gruppo, durante la cerimonia, è stata Silvia Gretter, attuale capo gruppo di AGESCI Merano 1, che ha ricordato come «oggi siamo qua perché qualcuno prima di noi ha tracciato la strada» e come il compito di questa generazione sia portare avanti «una grande eredità che ha contribuito a far crescere la nostra comunità cittadina». Un’eredità fatta anche di spirito critico, «che ci impone di approfondire quanto vediamo, osserviamo e sentiamo per essere competenti e veri nelle scelte che compiremo», e della gioia di mettersi al servizio degli altri, «nella bellezza di crescere insieme per costruire un mondo migliore».

Un’eredità che, nelle sue parole, si traduce soprattutto in un impegno per la pace: «Vogliamo essere artigiani di pace. Quella pace che va costruita ogni giorno, che vuole comprendere e non giudicare. La pace che persegue la via della gentilezza come seme del cambiamento possibile». Non una pace astratta, ma qualcosa che si costruisce nel quotidiano, «quella pace disarmata e che disarma». Gretter lo ha detto guardando a Merano, «che sentiamo la nostra casa», ma anche alle tende e agli zaini che il gruppo porta con sé «quando usciamo da qui per incontrare l’altro e scoprire il mondo».

Un filo che lega, senza troppe cerimonie, la lealtà, il servizio al prossimo e la pace: parole diverse per dire, forse, la stessa cosa attraversata da ottant’anni di storia.

La sera è stata animata dalla Pattuglia Scout Music, una band di scout arrivata da tutta Italia, che ha richiamato attorno al fuoco tante persone, tra canti e danze, fino a tarda serata.

Poi, quando le luci si sono spente e la piazza si è svuotata, è rimasta la strada già percorsa, e quella ancora da fare.

Buona strada, Merano 1.

Heimat: Bolzano vista dai margini nel fumetto di Armin Barducci

La nuova graphic novel dell’autore bolzanino racconta la storia di un giovane di seconda generazione alle prese con carcere, solitudine e ricerca di appartenenza. A pubblicarla è Edgar Libri, giovane casa editrice che sta puntando con decisione sulla nona arte.

Da molti anni Armin Barducci lavora nel mondo del fumetto, con diverse pubblicazioni all’attivo e partecipazioni a Lucca Comics. Il suo nuovo lavoro, Heimat, affonda però le radici nella realtà bolzanina e in esperienze professionali che lo hanno portato a confrontarsi da vicino con temi come marginalità, identità e appartenenza.

A pubblicare la graphic novel è Edgar Libri, progetto editoriale nato da Paolo Izzo, già conosciuto nell’ambiente musicale per l’attività con Riff Records. La casa editrice comprende diverse collane, ma quella dedicata al fumetto è oggi una delle più attive. Un settore sul quale Edgar sta costruendo una parte importante della propria identità, dando spazio ad autori e progetti capaci di raccontare il presente attraverso immagini e parole.

In Heimat, Bolzano non è soltanto uno sfondo. È il luogo in cui si misura la distanza tra il vivere in una città e il sentirsi davvero parte di essa. Il titolo, con tutta la forza che la parola tedesca Heimat assume in Alto Adige, rimanda proprio alla ricerca di una casa e di uno spazio nel quale riconoscersi.

Abbiamo incontrato Barducci e Izzo a inizio giugno alla Nuova Libreria Cappelli di Bolzano, in occasione di “Tre anni di corsa”, l’iniziativa organizzata per festeggiare il terzo compleanno della libreria.

Paolo Izzo, molti ti conoscono soprattutto per la tua attività nel mondo musicale. Come nasce Edgar Libri?

Paolo Izzo – Per anni mi sono occupato soprattutto di musica, ma uno dei miei desideri era quello di avviare anche un progetto editoriale. Circa due anni fa si è presentata questa possibilità ed è nata Edgar Libri. All’interno ci sono diverse collane, ma in questo momento una delle più attive è proprio quella dedicata al fumetto.

Armin, il titolo Heimat è una parola molto carica di significati, soprattutto qui in Alto Adige. Come è nato il progetto?

Armin Barducci – La storia è nata più o meno dieci anni fa. Volevo mettere insieme alcune esperienze che ho fatto parallelamente al mio lavoro. Da una parte quella come educatore, lavorando con famiglie straniere e ragazzi di seconda generazione nati qui; dall’altra quella di insegnante nel carcere di Bolzano, dove ho lavorato per una decina d’anni. Ho unito questi due mondi e ne è nato il libro.

L’ho chiamato Heimat anche perché è un tema che mi riguarda personalmente. Io sono mezzo italiano e mezzo tedesco e quindi potrei chiedermi quale sia la mia Heimat, il posto al quale appartengo. Credo che ognuno abbia un luogo in cui si sente a casa. Il protagonista, invece, vive proprio l’assenza di questo sentimento.

Chi è Aladin?

Armin Barducci – È un ragazzo di circa vent’anni, di seconda generazione, nato in una famiglia di origine straniera. Nella mia testa immagino che la famiglia possa essere tunisina, ma nel libro non lo dico volutamente. Aladin si mette seriamente nei guai e finisce per la prima volta in carcere. In seguito passa agli arresti domiciliari. Ad accompagnarlo c’è soprattutto un forte senso di solitudine, il peso del sentirsi fuori posto e senza un posto che percepisca davvero come proprio. La sua vicenda però non finisce con questo volume. Heimat avrà un seguito, che porterà avanti il racconto e affronterà altri aspetti della sua vita. Ma senza fare spoiler.

Autore: Till Antonio Mola

Sabine Frei: curiosità e incontri tra le persone 

Oggi la nostra rubrica propone un ritratto di Sabine Frei, docente presso la Libera Università di Bolzano e presidente del Südtiroler Kinderdorf di Bressanone e Merano. Esperta di comunicazione interviene spesso anche come moderatrice nei dibattiti e come coaching.

Come è arrivata a costruire una professionalità così ampia e diversificata?

Il mio percorso è nato dall’incontro tra le mie curiosità, le persone che ho incontrato e le diverse esperienze di studio e professionali che ho potuto fare nella mia vita. C’è comunque un filo rosso che lega tutto ciò che faccio: cerco di co-creare contesti che permettano alle persone di comprendere che cosa significhi, per loro e per chi le circonda, vivere una vita “piena” e di agire di conseguenza.

Come è riuscita ad attraversare mondi e lingue così diversi del nostro territorio?

Non penso di aver trovato una ricetta. Sono cresciuta in una famiglia allargata, nell’albergo gestito dai miei nonni. Era un luogo di passaggio, ai confini con la Val di Fiemme, dove fin da piccola avevo la possibilità di entrare in contatto e confrontarmi con mondi linguistici e culturali diversi. Il piacere di ascoltare e di interagire con persone molto diverse tra loro è sicuramente nato lì ed è cresciuto con il tempo, diventando uno degli strumenti più importanti del mio lavoro.

Il lavoro all’Università è molto stimolante. Come lo affronta e cosa le restituisce?

Per me insegnare significa soprattutto confrontarsi. Le studentesse e gli studenti portano domande, esperienze e punti di vista che sono un invito a mettere in dubbio – nel senso pieno del termine – ciò che affrontiamo nelle lezioni. Questo confronto rende più accessibile e concreta la pluralità dei saperi e, allo stesso tempo, mi permette di continuare a imparare.

Il Suo impegno al Kinderdorf le pone davanti grandi sfide. Quali sono le più impegnative?

Vorrei precisare che il mio ruolo è oggi un ruolo onorario e non operativo: la gestione quotidiana è affidata al direttore e ai nostri team, composti da circa 80 persone con un’elevata professionalità e un grande impegno. Io cerco di contribuire soprattutto con la mia esperienza e, insieme al Consiglio di amministrazione, mi assumo la responsabilità di dare orientamento e direzione all’organizzazione nel suo insieme. Il Südtiroler Kinderdorf è cambiato molto rispetto alle sue origini e deve continuare a farlo insieme alla società. Oggi, accanto a una prospettiva orientata alla tutela delle persone, cerchiamo di rafforzarne le risorse, di coinvolgerle attivamente nel ripensare i propri progetti di vita e di adottare una prospettiva sistemica. 

Come spiegherebbe a una lettrice che non conosce bene il Kinderdorf quale sia il suo ruolo?

Direi che il Südtiroler Kinderdorf è un elemento all’interno di una rete di sostegno per bambine, bambini, ragazze e ragazzi e le loro famiglie che attraversano situazioni difficili ed è altresì impegnato a prevenire tali situazioni. Ci sono le comunità residenziali, ma anche il sostegno alle famiglie direttamente a casa, l’accompagnamento dei giovani verso l’autonomia, il lavoro con le madri sole e i progetti di prevenzione e promozione sociale. Il Kinderdorf non è semplicemente un luogo dove vivono bambine e bambini che, temporaneamente, non possono stare a casa. È un’organizzazione che cerca, insieme alle persone coinvolte e alla rete dei servizi, prospettive di sviluppo. Ogni persona, piccola o adulta che sia, porta con sé una storia diversa e ha bisogno di un progetto di sostegno e di sviluppo individualizzato.

Quale esperienza l’ha più addolorata e quale, invece, le ha regalato un sorriso?

Le situazioni che riguardano bambine e bambini che hanno subito violenza o che hanno dovuto vivere esperienze molto dolorose mi toccano naturalmente molto. Anche oggi, pur non essendo coinvolta nel lavoro operativo quotidiano, sento una grande responsabilità nei confronti delle persone che accompagniamo. Allo stesso tempo, come organizzazione dobbiamo assumerci anche la responsabilità per ciò che è accaduto in passato. Abbiamo saputo che anche nel Südtiroler Kinderdorf nel corso dei nostri 70 anni di storia, ci sono state esperienze di abuso e di violenza. Non possiamo cancellarle, ma possiamo affrontarle e fare tutto il possibile perché non si ripetano. Per questo abbiamo rafforzato il nostro concetto di protezione e abbiamo istituito anche una figura indipendente di riferimento, l’ombudsperson, alla quale le persone possono rivolgersi. Per me è di fondamentale importanza che la tutela non rimanga solo una dichiarazione di principio, ma che sia parte concreta della cultura dell’organizzazione. Certamente ci sono anche tantissimi momenti che danno speranza. Mi rincuora quando una persona riesce a riconoscere le proprie capacità, ritrova fiducia in se stessa e comincia a fare un passo verso una maggiore autonomia. Nel lavoro sociale guardiamo con cura a quello che per altri possono essere dei piccoli passi. Ma sono questi che possono cambiare molto nella vita di una persona.

Quale consiglio darebbe a una giovane donna che volesse prendere lei come modello?

Le direi, innanzitutto, di non avere modelli – tanto meno me – ma di cercare di capire che cosa la incuriosisce davvero e di avere il coraggio di seguire questa curiosità. Mai da sola, però: confrontandosi con altre persone e cercando un buon equilibrio tra chi sa spronare e chi sa sostenere.

Investirei nella formazione, ma non solo in quella accademica. Imparare ad ascoltare, a collaborare, a comunicare e anche a tollerare l’incertezza sono competenze fondamentali. E soprattutto le direi: non abbiate paura di cambiare strada. Il mio percorso mi ha insegnato che anche le deviazioni possono diventare molto importanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La legalità spiegata ai ragazzi nel libro “su misura” per loro

“Sposato, con due figli piccoli, che forse prima o poi potranno leggere questo libro…”. Si chiude così la classica, sintetica scheda dell’autore, nella quarta di copertina del libro scritto da Federico Fava, avvocato bolzanino, classe 1979, parte di avvocati “da generazioni” che hanno scritto importanti pagine della cronaca giudiziaria in Alto Adige. Il libro è uscito da pochi giorni e si intitola “Il diritto penale spiegato ai ragazzi”.

Come a dire che su certe cose è inutile lavorare di fantasia, è più utile andare dritti al punto, senza girarci intorno. Anche perché, e questo non lo scrive l’autore del libro ma l’autore di questo articolo, visti i tempi d’oggi è davvero il caso di iniziare a chiarire, anche attraverso nozioni di diritto penale appunto, ai giovani e giovanissimi l’importanza della legalità, del rispetto delle regole, delle leggi, del patrimonio, inteso come tutto quello che ci circonda e che non è – comunque – nostro.

Come è nata l’idea.

«L’idea di questo libro – sottolinea l’avvocato Federico Fava nell’“attacco” del primo capitolo dell’agile testo, edito da Albatros – è nata da una conversazione con mio nipote, allora di tredici anni, che condivideva in modo più o meno uguale la passione per la magia e per il diritto. Sì, per il diritto. Ma non per tutto il diritto: lui voleva capire il diritto penale. In effetti, si tratta di una parte di diritto che (…) esercita da sempre grande fascino (soprattutto) sui non addetti ai lavori». Ci aggiungiamo noi che certe serie televisive, senza bisogno di tornare indietro a Perry Mason ‘chè i ragazzi di oggi manco sanno chi era, ci mettono del loro nel suscitare quanto meno curiosità per il diritto penale.

 Tant’è. «Ragionando con mio nipote – prosegue Federico Fava – mi sono accorto che non esisteva un testo-base che potessi consigliare a un adolescente: una sorta di introduzione al sistema penale breve e comprensibile a chi frequenti la scuola media o, al limite, i primi anni delle superiori».

Semplicità e concretezza.

Quindi la riflessione ha portato… al libro. Nel quale l’autore spiega il diritto penale in modo semplice, chiaro ma senza sacrificare il valore dei concetti. E lo fa anche attraverso esempi concreti, riferimenti alla Costituzione ma anche alla vita quotidiana di tutti, allo sport, accompagnando alla scoperta delle regole del diritto penale come se fossero quelle di una partita, con norme precise, fondamentali e uguali per tutti.

Le leggi e la realtà d’oggi.

Nella prefazione, l’avvocato Peter Agstner, docente all’Università di Bolzano, parte da una frase storica che è già una prima lezione e spalanca le porte alla comprensione del valore del libro di Fava. «“Siamo servi delle leggi per poter essere liberi” (Marco Tullio Cicerone). Sembra un paradosso, vero? – comincia la prefeazione – Eppure, questo avvocato e filosofo dell’antica Roma aveva capito un segreto fondamentale: senza regole, vince solo il più forte e nessuno è davvero libero di manifestare le proprie opinioni, di vivere serenamente secondo le proprie ambizioni e inclinazioni. Il diritto penale esplica una essenziale funzione giuridico-istituzionale, assicurando, tramite adeguate misure di prevenzione e repressione, la tutela di beni giuridici essenziali come la vita, il patrimonio e l’ordine pubblico. Più di ogni altra branca del diritto, esso però non viene praticato nelle sole aule del Tribunale, entrando invece come oggetto di dibattito quasi quotidianamente nelle case delle famiglie, nei salotti e talk-show televisivi». E poi Agstner evidenzia come «non si può, quindi, che invitare tutti i ragazzi, ma non solo, a prendere in mano questo libro per toccare dal vivo una materia dalla cui conoscenza non si può oggigiorno rifuggire. Lo dice benissimo lo stesso avvocato Fava proprio al termine del suo viaggio nel diritto penale: “Prima di giudicare, cerchiamo di conoscere. E, se possibile, di capire”».

Le due curiosità.

Due particolarità, in conclusione. La prima: il disegno sulla copertina del libro riproduce un bambino, di schiena, in piazza Tribunale a Bolzano, con davanti… le naiadi senza fontana e il Palazzo di Giustizia che oggi, colonnato a parte (anzi visivamente nemmeno lui, visto che è coperto dalle impalcature), non c’è più. La seconda è la dedica: “Ai ragazzi di oggi e a quelli di domani. E a tutti quelli che resteranno per sempre ragazzi”.

Perchè la conoscenza degli elementi fondamentali del diritto, della legalità, non dipende dalla data di nascita o da come l’età ce la portiamo sul groppone…

Autore: Alessio Pompanin

Mirko Frainer, la voce che racconta Bolzano

Capo delegazione FAI, divulgatore televisivo e radiofonico, da questa estate anche guida turistica abilitata. Mirko Frainer ha fatto della passione per la storia e il patrimonio culturale una seconda pelle.

Per molti bolzanini Mirko Frainer è innanzitutto il volto del FAI di Bolzano, delegazione che guida dal 2019. Ma negli ultimi anni si è fatto conoscere sempre più anche come divulgatore, tra televisione, radio e visite guidate, con uno stile diretto e accessibile.

La sua capacità di raccontare il territorio è arrivata anche al pubblico nazionale. Il 5 settembre 2026 Frainer è stato ospite di “A Sua immagine”, su Rai 1, dove ha accompagnato i telespettatori alla scoperta del Duomo di Bolzano.

«È stata un’esperienza molto emozionante. Ormai parlare in televisione mi è diventato quasi abituale, ma pensare di essere visto dalla Sicilia fino alla Valle d’Aosta mi ha fatto una certa impressione». Il tono della trasmissione lo ha aiutato: «Si è creata una vera chiacchierata e questo mi ha permesso di trasmettere l’entusiasmo che provo quando racconto la storia della nostra città».

La puntata è disponibile su RaiPlay, la piattaforma digitale della Rai per seguire e rivedere i programmi, alla pagina dedicata ad A Sua immagine:

www.raiplay.it/programmi/asuaimmagine

L’esperienza televisiva, per Frainer, era iniziata quasi per caso, con un documentario dedicato alle tracce del Romanico in Alto Adige, realizzato con Roberto Condotta e la sua troupe.

«Quello è stato il mio battesimo del fuoco. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata e oggi mi diverto moltissimo. È un’attività che mi permette di trasmettere la passione che provo per questi temi».

Frainer è anche uno dei volti di Peer TV, il canale dedicato a vacanze e tempo libero in Alto Adige, per il quale racconta in italiano e in tedesco siti e monumenti del territorio.

E la divulgazione non passa soltanto dalle immagini. C’è anche la radio.

«Dal 7 giugno 2025 sono ospite di Valentina Cibin sulle frequenze locali di RAI Radio 1 per raccontare la storia del Tirolo, dalle origini a oggi, in maniera fresca e accessibile a tutti. A breve inizieremo a registrare la terza stagione».

Le venti puntate già realizzate si possono riascoltare su RaiPlay Sound:

www.raiplaysound.it/playlist/sudtirolhistory

Alla base di questo percorso c’è però il FAI, che per Frainer è stato anche una palestra: «Mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco, di imparare a parlare in pubblico e a organizzare eventi». Fu Simona Kettmeir a introdurlo nella delegazione bolzanina, dando così avvio a un percorso che avrebbe avuto un peso importante nella sua attività di divulgatore.

«Si dice “impara l’arte e mettila da parte”. Tutto quello che ho imparato mi sta tornando utile: dalla televisione alla radio, fino all’attività di guida turistica».

Da questa estate, infatti, Frainer è anche guida turistica abilitata. Il 13 luglio 2026 ha superato l’esame, arrivando a un traguardo atteso da tempo. Proprio il suo ruolo nel FAI gli aveva fatto sentire l’esigenza di affiancare alla passione e all’esperienza anche un riconoscimento professionale.

Oggi i diversi fili del suo percorso si ricongiungono: FAI, televisione, radio e attività di guida. Esperienze diverse, ma con un denominatore comune: raccontare il territorio e la sua storia in modo accessibile, trasformando monumenti e vicende storiche in un racconto capace di incuriosire anche chi non è uno specialista.

Autore: Till Antonio Mola

Castelli, patrimoni da rendere accessibili

Musei, castelli e istituzioni culturali si interrogano sempre più su come aprire il proprio patrimonio a pubblici diversi. Non si tratta soltanto di abbattere le barriere architettoniche: rendere la cultura più accessibile significa anche trovare nuovi modi per raccontarla e permettere a più persone di partecipare alla vita culturale. Tra le iniziative che si muovono in questa direzione, merita attenzione quella proposta il 12 settembre a Castel Roncolo: due visite accompagnate in lingua dei segni, una in Österreichische Gebärdensprache (ÖGS), la lingua dei segni austriaca, e una in Lingua dei segni italiana (LIS).

La scelta assume un significato particolare proprio per il luogo in cui prende forma. Arroccato su uno sperone di roccia all’imbocco della Val Sarentino, Castel Roncolo presenta, per la sua posizione e la sua architettura, barriere fisiche difficili da superare. Se non tutto può essere reso accessibile, si può però intervenire su altre barriere, a partire da quelle della comunicazione, favorendo così una maggiore inclusione.

Costruito nel XIII secolo, Castel Roncolo è uno dei più importanti manieri medievali dell’arco alpino ed è conosciuto soprattutto per il suo patrimonio di affreschi profani. Dame e cavalieri, tornei, scene di caccia e vicende tratte dalla letteratura cavalleresca trasformano le sue pareti in un grande racconto per immagini del mondo cortese medievale. Un patrimonio che la Fondazione Castelli di Bolzano vuole rendere fruibile a un pubblico sempre più ampio.

L’appuntamento di sabato 12 settembre è organizzato in collaborazione con l’ENS, Ente Nazionale Sordi. Le guide del castello saranno affiancate da interpreti in lingua dei segni.

Ne abbiamo parlato con Anna Bernardo e Florian Hofer della Fondazione Castelli di Bolzano, la società partecipata dal Comune che gestisce Castel Roncolo e Castel Mareccio.

L’INIZIATIVA

Castel Roncolo è un monumento che, per le sue caratteristiche, presenta un serio problema di accessibilità. Quanto pesa questo aspetto?

Anna Bernardo e Florian Hofer – È un problema reale. Castel Roncolo sorge su uno sperone di roccia all’ingresso della Val Sarentino e già la sua posizione costituisce una barriera. A questo si aggiunge l’architettura stessa del maniero, con scale, dislivelli e spazi propri di un edificio medievale. Per queste caratteristiche, Castel Roncolo non è accessibile alle persone con disabilità motoria.

Se sul piano dell’accessibilità fisica i limiti sono difficilmente superabili, è però possibile intervenire su altre barriere?

È proprio quello che stiamo cercando di fare. Vogliamo rendere Castel Roncolo più inclusivo da altri punti di vista. Le visite in lingua dei segni rappresentano un primo passo per aprirci a esigenze nuove e a pubblici che finora potevano incontrare difficoltà nell’accedere pienamente ai contenuti del castello.

Quindi accessibilità non significa soltanto poter entrare fisicamente in un luogo.

Esatto. Inclusione e accessibilità sono strettamente collegate. Ci sono barriere architettoniche sulle quali, in un edificio storico come questo, non sempre è possibile intervenire. Ma possono esserci anche barriere nella comunicazione e nella possibilità di comprendere ciò che viene raccontato. Su queste possiamo e vogliamo lavorare.

E Castel Roncolo ha molto da raccontare. Che cosa lo rende così particolare?

La sua caratteristica più conosciuta sono sicuramente i cicli di affreschi profani. È un patrimonio eccezionale e costituisce uno degli elementi che rendono Castel Roncolo un luogo così particolare. Proprio per questo è importante cercare nuovi modi per permettere a un pubblico sempre più ampio di conoscerlo.

Le visite del 12 settembre diventano così anche un esperimento concreto su un tema che riguarda l’intero mondo della cultura: un monumento storico non può sempre essere modificato materialmente, ma può cambiare il modo nel quale racconta se stesso. E quindi ampliare, almeno dove è possibile, la platea delle persone alle quali quel patrimonio appartiene.

Le prenotazioni per entrambe le visite sono aperte fino al 6 settembre, al numero 0471 329808 o all’indirizzo runkelstein@runkelstein.info

LE DUE LINGUE DEI SEGNI

Due visite, ma anche due lingue diverse. L’appuntamento del 12 settembre a Castel Roncolo prevede infatti alle 10.30 una visita accompagnata in Österreichische Gebärdensprache (ÖGS), la lingua dei segni austriaca, e alle 11.30 una in Lingua dei segni italiana (LIS).

Per chi non conosce da vicino il mondo delle persone sorde, la scelta può suscitare una domanda: perché in una provincia italiana bilingue si utilizzano la lingua dei segni italiana e quella austriaca, anziché una lingua dei segni tedesca? Lo abbiamo chiesto a Sarah Boscolo, referente bolzanina dell’ENS, Ente Nazionale Sordi.

Partiamo da un equivoco piuttosto diffuso: esiste una lingua dei segni universale?

No. Le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti e, proprio come quelle parlate, sono differenti tra loro. Esistono quindi la LIS, la Lingua dei segni italiana, l’ÖGS austriaca e altre lingue dei segni utilizzate nei diversi Paesi.

A Castel Roncolo avete scelto LIS e Österreichische Gebärdensprache. Perché proprio la lingua dei segni austriaca per il pubblico di madrelingua tedesca?

La spiegazione è legata anche alla storia della comunità sorda dell’Alto Adige. Per diverse persone sorde sudtirolesi di madrelingua tedesca il percorso scolastico e formativo si svolgeva oltre il Brennero, in Tirolo. Il principale punto di riferimento era Mils, vicino a Innsbruck. Si sono quindi creati rapporti molto forti con l’ambiente linguistico austriaco e con l’Österreichische Gebärdensprache.

A Mils si trova ancora oggi il Zentrum für Hören und Sehen, che in passato portava il nome di Taubstummenanstalt, letteralmente “istituto per sordomuti”. Una denominazione oggi superata: anche il cambiamento del nome racconta l’evoluzione nell’approccio alla sordità e all’educazione delle persone sorde.

Quindi non esiste una generica “lingua dei segni tedesca” valida per tutto il mondo germanofono?

No. L’Austria ha la propria lingua dei segni, così come la Germania ha la Deutsche Gebärdensprache, la DGS. Sono lingue diverse. Naturalmente possono esserci somiglianze e contatti, ma non bisogna pensare che una persona sorda che utilizza una lingua dei segni comprenda automaticamente tutte le altre.

Il riconoscimento delle lingue dei segni, però, è il risultato di un percorso relativamente recente.

Sì. Per molto tempo nelle scuole l’uso dei segni è stato vietato e si privilegiava esclusivamente l’apprendimento della lingua parlata. I bambini sordi arrivavano a segnare di nascosto per comunicare tra loro e potevano essere puniti se venivano scoperti. In alcuni casi gli insegnanti li facevano addirittura sedere sulle proprie mani per impedire loro di segnare. La lingua dei segni non era considerata una vera lingua, con conseguenze anche molto pesanti sull’accesso dei bambini sordi all’istruzione.

Parliamo di una realtà ormai molto lontana?

Non del tutto. Molte cose sono cambiate, ma il riconoscimento ufficiale è molto recente: in Italia la LIS è stata riconosciuta soltanto nel 2021. Anche oggi rimangono questioni aperte, a partire dall’accesso dei bambini sordi alla lingua dei segni e dalla piena partecipazione delle persone sorde alla vita sociale e culturale. C’è ancora molto lavoro da fare.

Autore: Till Antonio Mola

Da mercoledì a domenica i fuoriclasse nella stagione dello Stabile di Bolzano

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Al Comunale di Bolzano gli spettacoli saranno in scena per cinque giorni, da mercoledì a domenica. Una novità che assicura più posti e più occasioni per vivere il grande teatro. Gli abbonamenti sono in vendita fino al 25 ottobre. Lunetta Savino, Luca Zingaretti, Milvia Marigliano, Luca Marinelli, Rocco Papaleo, Serena Sinigaglia, Natalino Balasso e Tullio Solenghi tra i protagonisti dei 12 spettacoli in cartellone.

“Quando il gioco si fa puro” è lo slogan della stagione 2026/2027: una frase che rimanda all’essenza del teatro, un gioco serio che coinvolge artisti e spettatori in un’esperienza che permette di guardare la realtà da angolazioni sempre nuove.

Grazie a 12 spettacoli la nuova stagione porta sul palcoscenico bolzanino le personalità più significative del panorama nazionale a dare voce e corpo a testi inediti e nuove riletture dei capolavori teatrali e letterari. È il caso di Lunetta Savino, protagonista di “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht, diretto da Leo Muscato. La produzione dello Stabile aprirà in prima nazionale la stagione mercoledì 21 ottobre. Ad affiancare Savino in scena troviamo Gloria Carovana, Salvatore Cutrì, Gianluca Ferrato, Lorenzo Grilli, Simone Luglio, Valentina Martiniello e Mauro Parrinello. Le musiche di Paul Dessau sono arrangiate e interpretate dal vivo da Giua. Rocco Papaleo rinnova la sua collaborazione con lo Stabile come protagonista di “Scheda bianca”, spettacolo tratto dal romanzo Saggio sulla lucidità del premio Nobel José Saramago. La regista Serena Sinigaglia, autrice dell’adattamento teatrale assieme a Emanuele Aldovrandi, ha scelto Papaleo per interpretare il ruolo del commissario affiancandolo a Salvatore Alfano, Bruna Rossi e Umberto Terruso. In stagione, due riletture d’eccezione delle opere di Italo Calvino: Luca Zingaretti dà vita a “Marco Polo e le città invisibili”, coproduzione dello Stabile diretta da Giuseppe Dipasquale. Il testo adattato per il teatro da Edoardo Erba è interpretato, inoltre, da Gianluigi Fogacci, Massimo Reale, Arianna Primavera, Camilla Diana. Luca Marinelli dirige e interpreta “La Cosmicomica vita di Q”, spettacolo tratto da “Tutte le Cosmicomiche”. Al suo fianco troviamo Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Fabian Jung, Gabriele Portoghese e Gaia Rinaldi. Anche le commedie di Carlo Goldoni rivivono attraverso le sensibilità e gli sguardi differenti di tre artisti di alto profilo: Valerio Binasco porta in scena l’atmosfera crepuscolare di “Una delle ultime sere di Carnovale” dando eco all’acuta sensibilità goldoniana di ritrarre la fragilità e la comicità umana; in scena un cast d’eccezione composto, tra gli altri, da Natalino Balasso, Milvia Marigliano, Michele Di Mauro, Orietta Notari e Nicola Pannelli. Tullio Solenghi sceglie “I due gemelli veneziani” per dialogare idealmente con la giocosa e indimenticabile messa in scena di Luigi Squarzina; Giorgio Sangati, infine, rilegge con sguardo contemporaneo “Le smanie per la villeggiatura”. Alessandro Haber è il protagonista di “Le ultime lune” di Furio Bordon per la regia di Paolo Valerio. Considerato un vero classico, il testo venne portato per la prima volta in scena da Marcello Mastroianni nel 1995.

Potentissima e agghiacciante, la storia di Vladimir Putin è narrata nello spettacolo “Lo Zar”, con il quale Stefano Massini torna a occuparsi di Russia dopo il successo internazionale del suo testo su Anna Politkovskaja, messo in scena in tutto il mondo. Tra musica e teatro, tra parole e canzoni inedite, Simone Cristicchi indaga e racconta il “Santo di tutti” nello spettacolo “Franciscus”. La danza, proposta in collaborazione con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara, avrà come protagoniste la compagnia del coreografo Emanuel Gat con la nuova creazione “Five Days in the sun” sulle musiche della 5° Sinfonia di Mahler e la MM Contemporary Dance Company, impegnata in una rilettura di un grande classico come “Lo Schiaccianoci” curata da Mauro Bigonzetti.

novità:

un giorno in più di spettacolo e nuovi orari 

Più teatro, più giorni, più scelta! Gli spettacoli in stagione saranno in scena per cinque giorni, da mercoledì a domenica. 

Questi i nuovi orari di recita: mercoledì e giovedì: h. 20.00; venerdì e sabato: h. 19.00

Domenica: h. 16.00

PER GLI UNDER 35 L’ABBONAMENTO VALE DOPPIO 

Due abbonamenti al prezzo di uno! Gli Under35 che acquistano l’abbonamento alla Stagione dello Stabile ne ricevono un secondo in omaggio.

Assolutamente imbattibili i prezzi dedicati alle nuove generazioni: per gli Under20 l’abbonamento a 12 spettacoli in platea costa €60, in galleria €40. 

Per gli Under26 e i possessori della Carta Giovani Nazionale il prezzo dell’abbonamento in platea è di €80 mentre quello in galleria di €60.

UN ABBONAMENTO, 

TANTI BENEFIT

L’abbonamento alla nuova stagione del Teatro Stabile di Bolzano (TSB) comprende:

– 2 ingressi a €5 per qualsiasi spettacolo per la Stagione TSB a Bolzano

– 2 ingressi a €5 per qualsiasi spettacolo per la Stagione TSB a Merano, Bressanone, Brunico, Vipiteno e Bassa Atesina

– 2 ingressi omaggio per la rassegna Wordbox – Parole per il teatro

– 3 ingressi omaggio e 2 ingressi a €5  per la Stagione Regionale Contemporanea di Bolzano, Trento e Rovereto

– 2 ingressi a €5  per gli spettacoli di danza fuori abbonamento programmati a Bolzano nella Sala Grande del Teatro Comunale

– 2 ingressi a €5 per qualsiasi spettacolo della Stagione di Prosa del Centro Servizi Culturali Santa Chiara in visione a Trento

– 2 ingressi a €5 per la Stagione “In Scena” del Teatro Cristallo di Bolzano

– 2 ingressi a €7 per gli spettacoli della Stagione della Vereingte Bühnen Bozen a Bolzano

– 2 ingressi a  €12 per gli spettacoli della Stagione Sinfonica e Opera della Fondazione Haydn 

– 2 ingressi a €5 per la Stagione “La Musa Leggera” a Bolzano e provincia

– Riduzione sui biglietti singoli e sul Festival Pass del Bolzano Film Festival Bozen

– Riduzione sull’abbonamento al quotidiano Alto Adige: 6 mesi al prezzo di 3.

(inserzione pubblicitaria)

Arte Brutta contro i robot

Alex Pes è nato e cresciuto a Bolzano, città che gli ha dato molte opportunità per esprimersi e sperimentare nel mondo dell’arte. Nonostante questo ritiene che ci sia una grande lacuna nella proposta culturale della nostra provincia, ed è per questo che insieme a Spazio ha creato “Arte brutta contro i robot”.

Com’è nato il progetto e a quale necessità vuole rispondere?

Durante una chiacchierata tra amici in cui ci lamentavamo dell’utilizzo sempre più frequente dell’intelligenza artificiale generativa in campo artistico ho detto: “dovremmo creare uno spazio in cui poter fare dell’arte brutta, andare contro i robot”; il team di Spazio si è interessato alla mia proposta, e da lì abbiamo iniziato a programmare gli eventi. 

I corsi di disegno, di canto o di recitazione sono comuni. Noi volevamo dare a chiunque la possibilità di lanciarsi in una nuova forma d’arte, fare qualcosa di mai fatto prima e di farlo male, senza ripercussioni o giudizi, e a costo zero. In una società sempre più basata sull’apparire, è importante dare ai giovani uno spazio dove riscoprire l’arte come forma di gioco e di intrattenimento, in cui l’attenzione ricada sull’atto creativo e non sull’opera finita.

L’intelligenza artificiale è ormai accessibile a tutti, e in molti la utilizzano per generare canzoni, video e immagini. Ciò che spaventa è che ci siano adolescenti che non intraprenderanno una carriera artistica per paura di essere sostituiti dall’IA. Vogliamo ricordare a tutti che l’arte non è un oggetto, ma un bisogno, che fa parte della naturale creatività umana, e questo bisogno non potrà mai essere appagato da qualcosa di generato artificialmente.

Come saranno strutturati gli eventi?

Gli eventi saranno tre, ognuno incentrato su una forma d’arte: pittura, teatro, e musica.

Nel primo, il 24 settembre al parco dei Cappuccini, creeremo opere collettive, scambiando le tele e dipingendo su un’enorme tela comune. 

Nel secondo, il 24 ottobre al parco delle Semirurali, i partecipanti si divideranno in scrittori e attori, e tramite l’improvvisazione si creeranno delle scene, modificate in corso d’opera dal pubblico che potrà lanciare nuove proposte e cambi di trama. 

L’evento di musica si terrà a MusicaBlu il 14 Novembre e sarà strutturato in due parti: realizzeremo strumenti musicali “di fortuna” partendo da materiali di recupero e poi sarà allestito un open-mic al buio. L’anonimato permetterà a chiunque di cantare, stonare, e divertirsi senza sentirsi osservato. Infine terremo una mostra conclusiva a Spazio per presentare le opere, i copioni e gli strumenti realizzati agli eventi. 

Per partecipare basterà iscriversi tramite un form sulla nostra pagina Instagram @artebruttacontroirobot, o semplicemente passare di lì e aggregarsi!

Cosa sperate che i partecipanti si porteranno casa?

Sentirsi più legittimati a provare e sbagliare, a fare ciò che gli piace anche se gli viene male, e che si ricordino quanto è bello non essere dei robot, perché noi umani possiamo fare l’arte brutta.

Autrice: Anna Michelazzi

Dai roghi alla memoria: le vittime dell’intolleranza

Nel luglio del 2006, vent’anni fa, la comunità di Fiè allo Sciliar, in provincia di Bolzano, presso Castel Presule posava una targa commemorativa per ricordare le concittadine e i concittadini condannati e giustiziati cinque secoli prima con la terribile accusa di stregoneria. 

Il Tirolo storico, inteso come la regione che comprende l’odierno Land austriaco e le attuali province di Trento e Bolzano, fu uno dei territori europei in cui la repressione contro streghe e stregoni risultò più dura, sistematica e duratura. Qui il fenomeno si manifestò in anticipo e si esaurì più tardi rispetto ad altre zone, lasciandoci in eredità una vasta mole di documenti. Ma perché?

Questa era una terra di montagne, nelle cui valli isolate erano sopravvissute a lungo tracce di antichi culti e divinità precristiane. Al contempo, il territorio costituiva una cerniera tra l’Europa mediterranea e quella continentale, per cui, quando l’Europa fu spaccata dalla Riforma e insanguinata dalle guerre di religione, il Tirolo assunse un ruolo di filtro e barriera fra il mondo cattolico e quello protestante.

In quel clima di forti tensioni, acutizzate dalla Controriforma che prendeva avvio con il grande Concilio ospitato proprio a Trento, la già esistente azione repressiva contro le forze del male si inasprì, per raggiungere il suo apice tra il Cinquecento e il Seicento. La “caccia” divenne anche uno strumento della politica: gli Stati e i tribunali civili si occuparono sempre di più della gestione dei processi, rendendoli mezzi di affermazione e controllo. Nel 1532, l’imperatore Carlo V emanò una costituzione che prevedeva pene severe per la magia e i crimini contro la religione. Era un’ossessione che pervadeva l’intera cultura occidentale, alimentata da numerosi manuali di demonologia, come il famigerato Malleus Maleficarum, i quali trovarono ampia diffusione grazie alla nascente stampa. E se persino i grandi intellettuali dell’epoca credevano fermamente nel sovrannaturale e nell’azione del demonio, ben poco spazio poteva trovare lo scetticismo.

In questo clima di paura e sospetti, la macchina repressiva si accanì con dinamiche analoghe sia nelle valli di lingua tedesca sia in quelle italofone, come dimostrano alcuni fra gli esempi più noti e significativi, studiati nel tempo. Già all’inizio del Cinquecento, la Valle di Fiemme fu teatro di diversi processi, avviati con l’arresto di un ambulante che vendeva rimedi e previsioni. Negli anni immediatamente successivi, presso il già ricordato castello di Presule, si scatenò la persecuzione delle “streghe dello Sciliar”, in un contesto di malcontento popolare dovuto a un aumento della pressione fiscale da parte dell’imperatore. Nel Seicento, anche la Valle di Non fu interessata da un’ampia indagine, la quale trovò linfa in quel substrato di sospetto e timori generalizzati che essa stessa contribuì a esacerbare. Nello stesso secolo, presso il castello di Rodengo, all’imbocco della Val Pusteria, fu invece arso sul rogo un vagabondo impoverito, destinato a essere ricordato, fra storia e leggenda, come Lauterfresser, il più famoso mago-stregone della tradizione sudtirolese. In quel periodo, a Nogaredo, vicino a Rovereto, ebbero inizio i processi che, nei due decenni successivi, si estesero a tutto il territorio circostante, trovando terreno fertile nelle tensioni sociali ed economiche legate ai grandi mutamenti degli equilibri tradizionali, quando il vecchio mondo contadino stava cedendo il passo alle prime forme di manifattura per la produzione della seta.

Come osserva la studiosa Pinuccia Di Gesaro nel suo monumentale saggio Streghe, per molto tempo il fenomeno è stato trascurato dai libri di storia. Questa tardiva attenzione potrebbe essere il frutto del tentativo di rimuovere una colpa collettiva. Non dobbiamo infatti dimenticare che in Europa occidentale l’ossessione per il demoniaco si è tradotta nel massacro di decine di migliaia di persone, in grande maggioranza donne, tanto da poter essere definita “la prima grande strage della società moderna europea”. La responsabilità non può ricadere solo su inquisitori fanatici o giudici spietati: essa va attribuita a una società intera che, disorientata dai cambiamenti di un’epoca, fiaccata dalle carestie e terrorizzata dalle guerre, scelse di coalizzarsi contro i più deboli e i diversi.

Leggere oggi le storie di quei processi non deve solo suscitarci orrore per un passato oscuro, ma anche aiutarci ad affinare lo sguardo. La dinamica del “capro espiatorio”, la diffidenza e la discriminazione verso chi è percepito come diverso e l’intolleranza alimentata dalla paura sono meccanismi ancora drammaticamente attuali. Ricordare le vittime di ieri ha senso soprattutto se ci insegna a non accendere i roghi, ideologici e mediatici, di oggi e di domani.

Questo sforzo porta con sé un messaggio di stringente attualità: trasformare una tragedia storica in una lezione civica. La memoria si fa monito, insegnandoci a riconoscere e combattere i pregiudizi che ancora oggi si annidano nella nostra società. Proprio come ci invita a fare la targa presso Castel Presule.

Autore: Gabriele Zancanella