Il Venezuela dovrebbe insegnarci a essere più umani

Mariham Aveledo è nata a Maracay, in Venezuela e vive in Italia da quando aveva 18 anni. Dieci anni fa, a causa del peggioramento della situazione venezuelana, è arrivata in Italia in cerca di un futuro migliore. Ha dovuto ricostruire la sua vita da zero lontana dai suoi cari, senza però  smettere mai di sentirsi profondamente legata al suo Paese.

Cosa significa essere venezuelana all’estero?

Da una parte c’è la quotidianità. Dall’altra c’è il Venezuela. Ogni giorno succede qualcosa che mi preoccupa, c’è un ricordo, una notizia o una nostalgia che porto dentro senza parlarne troppo, perché è difficile far capire cosa significa. Mi manca condividere i momenti con le persone che amo. Ho perso matrimoni, compleanni, nascite, addii. Ho visto i miei amici sposarsi e diventare genitori attraverso uno schermo. La mia famiglia oggi è divisa in diversi Paesi. La persona che è stata il mio punto di riferimento qui in Italia è una delle mie sorelle. I miei nonni sono morti senza che potessi salutarli. Questo è uno dei dolori più grandi per ogni emigrato: sapere che il tempo passa anche per i tuoi cari e non poter esserci quando hanno più bisogno di te.

Come descriveresti la situazione attuale del tuo paese?

Molti conoscono il Venezuela per il petrolio o per la crisi economica, ma oggi si tratta soprattutto di una crisi umanitaria. Da oltre 20 anni milioni di persone convivono con difficoltà enormi. Non si tratta più di una questione politica: quando un popolo soffre da così tanto tempo, non esistono più destra o sinistra, esistono persone. Si racconta poco il costo umano. Mia nonna è morta in ospedale dove i medici hanno dovuto scegliere a chi dare la priorità, hanno fatto quello che potevano: il problema è un sistema che costringe a gerarchizzare i pazienti. Questa è la parte della crisi che raramente arriva fino a qui. Oggi si parla del terremoto che è un evento naturale inevitabile, ma le conseguenze dipendono anche dalla capacità di un Paese di proteggere i propri cittadini. Noi venezuelani all’estero stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto: ci aiutiamo. Stiamo organizzando raccolte fondi e beni di prima necessità senza la sicurezza di riuscire a raggiungere chi ne ha bisogno, ma continuiamo a provarci.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai lettori?

Vorrei chiedere una cosa molto semplice: informatevi. Spesso scegliamo da che parte stare invece di scegliere le persone. Quando degli esseri umani vengono privati della loro dignità, della libertà o della possibilità di ricevere cure mediche, non dovrebbe più esistere una parte politica da difendere, dovrebbe esistere soltanto l’umanità. Come emigrata convivo ogni giorno con un senso di colpa difficile da spiegare. Mi chiedo se partire sia stato davvero l’unico modo per sopravvivere. Razionalmente so che è così, ma il cuore continua a sentirsi in debito con la terra in cui è nato. Per questo il mio appello è: non dimenticate il Venezuela. Non dimenticate nessun popolo che sta soffrendo. L’indifferenza è la peggior cosa. Anche solo informandoci abbiamo già iniziato a fare la differenza. Prima di qualsiasi confine, bandiera o idea politica, siamo tutti esseri umani. Spesso ci sentiamo impotenti, ma la solidarietà non ha un’unica forma. Si può donare del denaro, ma anche medicinali, vestiti, alimenti, coperte, tempo, competenze o dare visibilità a ciò che sta accadendo. Dietro ogni azione c’è una famiglia che può mangiare, un bambino che può ricevere cure, una persona che può sentirsi meno sola. Non serve essere ricchi per aiutare qualcuno: serve decidere di non voltarsi dall’altra parte. Il Venezuela oggi ha bisogno del mondo. Non aspettiamo che una tragedia diventi una notizia per interessarcene.

Autrice: Anna Michelazzi

Ecco il nuovo murale sulla gentilezza

Dalla formazione nel design alla scoperta della street art, fino alla realizzazione di un murales dedicato al tema della gentilzza. Rosi Costanza racconta il suo percorso e il significato dell’opera realizzata a Bolzano nell’ambito di un bando pubblico “Bz Gentle Community”, promosso dal Comune di Bolzano. 

«Vengo dal mondo del design», spiega l’artista. «Dopo la laurea in Design degli Interni al Politecnico di Milano, ho proseguito gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze». Ed è proprio durante questo percorso che ha compreso come la sua vera vocazione fosse orientata verso l’arte figurativa e la grafica.

L’esperienza nel campo dei murales è iniziata nel 2022. «All’inizio lavoravo soprattutto su commissioni private, poi ho iniziato a partecipare a festival di street art». Negli ultimi anni ha realizzato opere in diverse città italiane.

La partecipazione al progetto bolzanino dedicato alla gentilezza è nata quasi per caso, cercando concorsi e opportunità pubbliche dedicate all’arte urbana. «Mi ha colpito subito il tema. Proprio quel giorno avevo partecipato a un webinar per artisti durante il quale ci era stato chiesto di descrivere noi stessi con tre parole e una di quelle che avevo scelto era proprio “gentile”. Quando, un’ora dopo, ho letto il bando, mi sono sentita immediatamente ispirata e ho deciso di partecipare». 

L’opera affronta il concetto di gentilezza su più livelli. Il primo riguarda i piccoli gesti quotidiani: «C’è una scena che mostra una mano mentre rimette in posizione una lumaca trovata capovolta. Mi piace perché rappresenta un gesto quasi invisibile, che molti nemmeno noterebbero. Se vogliamo intendere la gentilezza anche come rispetto verso le altre specie, allora quella piccola lumaca rappresenta perfettamente questo concetto». Un secondo livello è legato allo sport: il murale sorge infatti nelle vicinanze di campi di atletica e di calcio e richiama il valore del fair play, interpretato come una forma di gentilezza applicata all’attività sportiva.

Il murale è articolato in diverse scene distribuite sulle varie pareti, alcune ispirate al mito di Filemone e Bauci: qui, Zeus e Apollo, travestiti da mendicanti, chiesero ospitalità agli abitanti di un villaggio. Solo una coppia di anziani, pur avendo pochissimo, condivisero con loro il cibo disponibile. Come ricompensa, gli Dei decisero di onorarli dopo la morte trasformandoli in alberi e consacrando un tempio alla loro memoria. «La morale del mito è semplice ma potente: essere gentili in modo sincero e autentico». Altre scene mostrano simboli dell’accoglienza e della condivisione come il cesto di frutta offerto agli Dei, interpretato dall’artista come il primo gesto di aiuto che si può offrire a qualcuno. 

Per l’intero progetto l’artista è stata affiancata da Federico Niccolai, artista visivo specializzato in realtà virtuale e realtà aumentata. 

Niccolai insegna inoltre all’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Ravenna. Il suo contributo ha accompagnato la realizzazione dell’opera, aggiungendo ulteriori competenze e sensibilità al progetto. 

Attraverso immagini simboliche e gesti quotidiani, il murale invita i cittadini a riflettere sul valore della gentilezza, non come concetto astratto, ma come pratica concreta da esercitare ogni giorno nei confronti delle persone, degli animali e della comunità.

Autrice: Dania Mosconi COOLtour

Al via la Stagione estiva del Teatro Sociale

Inserzione pubblicitaria – È arrivata l’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è giunto il momento di pensare alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale, che si svolgerà nei mesi di luglio e agosto.

Giovedì 2 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam dedicato alla memoria di David Wilkinson, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della grande comicità e, soprattutto, del sano divertimento.

Un’offerta di appuntamenti come sempre articolata, distribuita su ben cinquanta serate, che per il settimo anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Si tratta di una veste oramai definitivamente entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo. Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno esibirsi a Trento artisti di grande rilievo come Frida Bollani Magoni, Claudio “Greg” Gregori (del duo Lillo & Greg) e il suo rock’n’roll anni ‘50, Frankie hi-nrg mc con il nuovo tour “Voce e batteria”, e lo storico chitarrista e fondatore dei CCCP-Fedeli alla linea e dei CSI, Massimo Zamboni, con un reading-concerto ispirato a Pier Paolo Pasolini. 

E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, il Corpo Musicale Città di Trento, l’Associazione MusicaRiva, l’Orchestra giovanile di fiati dell’Euregio, oltre a ensemble internazionali impegnati tra la world music e il jazz come EuroBalkan e Nubras Ensemble, e realtà del territorio come il Coro Calicantus di Pergine e gli Apocrifi, band tributo trentina di Fabrizio De André. 

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta in collaborazione con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, sotto la direzione artistica di Donatella Zampiero e Paolo Golser (Club La Fourmie), e non poteva mancare un’attenzione particolare al teatro, con spettacoli all’insegna della comicità e del divertimento, che vedranno esibirsi sul palco di Piazza Cesare Battisti volti noti al grande pubblico come Natalino Balasso e Alessandro Fullin, e stand up comedian di assoluto valore come Annagaia Marchioro, Daniele Gattano e Alessandro Ciacci, oltre al monologo tutto da ridere di Lucio Gardin, e lo spettacolo autobiografico di Pietro Cerchiello, giovane attore e autore, direttore artistico dell’Associazione Teatrale Dimore Creative.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati a tutti gli appassionati della settima arte. Immancabile, torna il “Cinema Capovolto”, al via con un calendario di ben sedici appuntamenti (dal 7 luglio al 16 agosto) che porteranno in piazza Battisti alcuni tra i migliori film italiani ed europei usciti di recente in sala e non solo, grazie alla rinnovata collaborazione con Cineworld Trento. E tra le novità di quest’anno, a completare l’offerta dedicata al cinema è inoltre prevista una programmazione interamente dedicata ai documentari, proposta in collaborazione con Cinema Mezzanotte (CSDC – Cooperativa Spettatrici e Distributrici Cinematografiche).

Infine, ad arricchire la programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e il premio intitolato a David Wilkinson (poeta, letterato e docente scomparso prematuramente nel 2021) – giunto quest’anno alla quinta edizione – e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’estate avrà il piacere di ospitare un appuntamento dedicato al teatro del compianto scrittore e drammaturgo Vitaliano Trevisan e alla diffusione della sua scrittura teatrale, oltre ad uno spettacolo che proverà a confrontare le guerre del passato con quelle del presente, grazie alle voci dell’inviata di guerra Francesca Mannocchi e del violinista e compositore Rodrigo D’Erasmo. 

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2026 – Che bella libertà!”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Una ricca offerta da non lasciarsi sfuggire per vivere l’estate all’insegna del divertimento.

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

“L’orsa che mangiava le ciliegie”: quando la natura torna a farsi spazio

Mauro Balboni è nato a Bolzano nel 1958 e vive oggi in Svizzera, dopo esperienze di vita e lavoro anche in Austria e in Inghilterra. Laureato in Scienze Agrarie all’Università di Bologna, è stato dirigente internazionale nell’agroindustria, occupandosi di ricerca e sviluppo e di affari governativi. Un percorso che lo ha portato a interrogarsi sul rapporto tra produzione del cibo, ambiente e trasformazione del paesaggio. Dopo Il pianeta mangiato e Il pianeta dei frigoriferi, torna in libreria per Scienza Express con L’orsa che mangiava le ciliegie. La natura ritorna, un libro che sposta lo sguardo: non più soltanto su ciò che l’uomo ha consumato o trasformato, ma su ciò che, in Europa, sta lentamente tornando.

Abbiamo raggiunto Mauro Balboni al telefono mentre si trovava nella sua piccola casa nei boschi del Monte Baldo, sul versante orientale del lago di Garda: un luogo isolato, lontano dai comfort abituali, che restituisce bene il rapporto diretto con la natura al centro del libro.

L’INTERVISTA

Mauro Balboni, dopo due libri dedicati al cibo e al suo impatto sul pianeta, con L’orsa che mangiava le ciliegie cambia prospettiva?

Sì, in un certo senso è un’evoluzione. Nei primi due libri mi sono occupato della parte del mondo che ci siamo letteralmente mangiata, soprattutto per fare spazio a colture e pascoli. Nessun’altra attività umana – né le miniere, né il petrolio, né il nucleare – ha trasformato così profondamente gli ecosistemi terrestri quanto la produzione del cibo. Questa volta sono andato a guardare un’altra metà del mondo: quella che non solo è ancora lì, ma che in Europa, negli ultimi decenni, sta dando segnali di ritorno.

Che cosa rappresenta l’orsa che mangiava le ciliegie?

Il libro è una serie di incontri. Alcuni sono stati fortuiti, altri li ho cercati: sono andato a visitare luoghi e persone che si occupano del ritorno o del ripristino della natura in varie parti d’Europa. Sono storie che spesso non si conoscono. In Italia, dall’ultimo dopoguerra a oggi, la superficie forestale è addirittura raddoppiata. In Europa, negli ultimi cento anni, la foresta è tornata su circa 400 mila chilometri quadrati, una superficie grande più o meno come la Svezia o la Spagna.

E l’orso che ruolo ha?

Il ritorno dell’orso sulle montagne della Provincia autonoma di Trento è stata una delle grandi storie di ripristino ambientale degli ultimi anni. Conosco personalmente alcune delle persone coinvolte in questo progetto, quindi era una vicenda che non poteva mancare. Però non è un libro sugli orsi: c’è un capitolo dedicato a loro, ma il tema più ampio è il ritorno della natura.

L’orsa del titolo è un animale reale?

Sì. Chi ha seguito le cronache forse la ricorderà: era un’orsa identificata con la sigla KJ1, rimossa nel 2024 dopo un incontro violento con un escursionista. Scendeva dalla zona del Brenta verso i monti della Valle dei Laghi e dell’Alto Garda. In primavera era stata filmata mentre portava i suoi cuccioli sugli alberi di ciliegio. Per me è diventata un simbolo potente: racconta insieme la bellezza del ritorno della fauna selvatica e la difficoltà della convivenza con l’uomo.

Lei però la montagna la vive anche in prima persona.

Sì, vivo vari periodi in una casa isolata, in una zona impervia, senza alcuni dei comfort a cui siamo abituati. Nella zona, e perfino molto vicino alla casa, ogni tanto transitano lupi, cinghiali e altri animali. Non è una cosa che vivo con paura, ma con rispetto. La natura non è un parco giochi: è uno spazio vivo, abitato anche da altri esseri viventi.

Ha mai avuto incontri ravvicinati con l’orso?

Sì, in Finlandia l’ho visto da molto vicino. Un essere meraviglioso, che incute rispetto per la forza della natura. Anche in Trentino ho frequentato zone in cui la presenza dell’orso è concreta e ne ho visto le tracce. Ho visto, assieme agli esperti, gli effetti dell’irruzione di un orso “problematico”, M49, in una piccola baita isolata, così come delle sue predazioni. Episodi che fanno impressione, ma che ricordano quanto sia importante entrare in certi ambienti con consapevolezza.

Che cosa significa, concretamente?

Significa prima di tutto non comportarsi come se il bosco fosse vuoto. Quando ero ragazzo, a Bolzano, ero abituato ad andare per funghi nelle primissime ore del mattino, muovendomi in gran silenzio. In un territorio dove vivono grandi carnivori, questo può diventare pericoloso. Se entri senza farti sentire in una zona dove c’è un’orsa con i piccoli, possono nascere situazioni rischiose. Il rispetto della natura passa anche da cose semplici: sapere dove si è, fare attenzione, non sorprendere gli animali.

Il tema, soprattutto in Trentino-Alto Adige, è molto sentito e spesso divisivo.

Proprio per questo è importante raccontarlo in modo più ampio. Quando la natura ritorna, non torna mai in astratto: torna in territori abitati, attraversati, coltivati, frequentati. Questo genera meraviglia, ma anche conflitti. Il punto non è idealizzare la natura, né ignorare i problemi. È capire che il paesaggio europeo sta cambiando e che dobbiamo imparare a leggerlo.


Con L’orsa che mangiava le ciliegie, Balboni costruisce un viaggio attraverso storie di ritorno della natura che raramente trovano spazio nel racconto pubblico. L’orso è una di queste storie, forse la più visibile e discussa dalle nostre parti, ma non l’unica. Il libro allarga lo sguardo ai boschi che ricrescono, agli ambienti che si trasformano, alle persone che osservano o accompagnano questi cambiamenti in diverse parti d’Europa. Ne esce un racconto non ingenuo: la natura che ritorna porta meraviglia, ma anche domande, conflitti e nuove responsabilità.

Autore: Till Antonio Mola

L’autore della foto dell’articolo è Alessandro de Guelmi

Studiare materie umanistiche: vicolo cieco o bussola? 

Le discipline umanistiche sono un binario morto o hanno ancora un intrinseco valore? A Bolzano, la lacuna nell’offerta formativa di Unibz solleva dubbi non solo sulla strategia accademica, ma sulla percezione politica del valore delle lettere e della storia. È una questione di utilità, prima ancora che di cultura. Per capire cosa significhi studiare “controcorrente”, Federica, studentessa magistrale in Scienze Storiche che, per inseguire la sua strada, fa la pendolare verso Trento, ci racconta la sua esperienza.

Perché vale ancora la pena studiare materie umanistiche nel 2026?

È inevitabile non continuare a studiare materie umanistiche. In quanto esseri umani viviamo in una società e la società crea cultura. La cultura fa parte del bagaglio personale di ognuno di noi, sia in modo consapevole che inconsapevole. Scegliere un percorso di studi umanistico, significa essere più attenti alle dinamiche sociali, voler indagare gli aspetti umani, sociali, politici che riguardano le popolazioni. Proprio perchè siamo animali sociali, vale ancora la pena prendere questa strada.

Quali sono le tue prospettive e i tuoi obiettivi?

L’obiettivo è quella di continuare a lavorare in ambito culturale. Attualmente lavoro in biblioteca, ma la prospettiva è quella di entrare nel mondo dell’insegnamento.

Quali sono i vantaggi che secondo te una laurea umanistica dà a chi la sceglie? 

Il vantaggio principale è quello di fare propri gli strumenti per comprendere meglio il mondo e la società. In quanto studentessa di scienze storiche non posso non pensare che la storia renda consapevoli, ed è uno dei motivi per il quale è così importante studiarla. La consapevolezza può essere vista come uno strumento per comprendere meglio la realtà che ci circonda oltre a darci l’opportunità di dare avvio un cambiamento che verta al miglioramento della situazione sociale, per tutti.  

E la parte più difficile e complicata?

Studiare storia significa studiare anche argomenti che non sono particolarmente stimolanti o interessanti per me, ma è un “problema” comune a tutti i percorsi universitari.  Inoltre, essendo studentessa lavoratrice e devo ammettere che ci sono alcuni periodi dell’anno in cui faccio particolarmente fatica a conciliare il mondo dello studio con quello del lavoro. 

Quale pensi sia il futuro delle lauree umanistiche? 

Onestamente non so quale possa essere. Spero, però, che continuino a essere scelti. Abbiamo bisogno di persone che intraprendano questo tipo di percorso. La società ha bisogno di storici, di letterati, di archivisti, di curatori museali, di insegnanti: insomma di persone che si occupino di cultura. 

Quale vorresti fosse l’approccio nei confronti di queste discipline e di chi le sceglie? 

Mi piacerebbe che le materie umanistiche non venissero più vissute con noia. Il primo incontro con queste materie è alla scuola dell’obbligo e probabilmente molti studenti si sentono costretti ad imparare nozioni e concetti che ritengono inutili. Il fatto è che un approccio nozionistico non riflette la complessità della materia, dei processi e delle evoluzioni sia storiche, che artistiche, che letterarie. Scegliendo un percorso universitario umanistico si impara che queste materie non sono costituite da mere e aride nozioni, ma sono processi ricchi e complessi, che portano a quello che è oggi il mondo. Parlando specificatamente della storia: essa è ovunque e le scienze storiche hanno un grandissimo campo d’indagine. Credo che l’approccio nei loro confronti debba essere quello dell’apertura alla complessità.

Autrice: Anna Michelazzi

Strike Up, la realtà giovanile è cresciuta insieme a lui

Cosa fanno un prete, un professore e sei giovani? Danno vita a un centro giovanile. E lo fanno nel 1984, in una casa che, in origine, era stata costruita per tutt’altro scopo. Quella casa, in via Roma 1 a Merano, era infatti la ex Casa del fascio, edificata nel 1940, ovvero in pieno regime.

Dopo la guerra era diventata Casa del popolo, poi era passata allo Stato, poi alla parrocchia di Santo Spirito. E il 1° dicembre 1984, attorno a un tavolo in quei locali, nasceva formalmente il Centro giovani Santo Spirito. Quarantadue anni dopo («quarant’anni e un po’…») il centro si chiama Strike Up e l’11 giugno scorso ha festeggiato il suo anniversario.

A raccontarlo è Giorgio Balzarini, presidente del Centro giovani da due mandati non consecutivi (ovvero nel periodo 2000 – 2010 e poi dal 2020 a oggi), ma anche ex assessore alle politiche giovanili e vicesindaco del Comune di Merano. Uno, insomma, che il centro lo conosce da dentro e da fuori.

 La prima domanda, ovviamente, è relativa alla nascita del nome. «Prima si chiamava Centro giovani Santo Spirito, un nome che non era particolarmente attraente per i ragazzi – ricorda Balzarini -. È nata così l’esigenza di trovare qualcosa di nuovo». Una serie di brainstorming con i giovani, e si è arrivati all’immagine della palla da bowling: “strike”, abbattere i birilli. Un termine che ha però una connotazione quasi negativa, ma che cambia completamente se ci aggiungi “up”: cominciare, attaccare a suonare. «Volevamo un nome che non fosse né italiano né tedesco, ma inclusivo. Allora la presenza di ragazzi con background migratorio era al minimo. Oggi la tendenza si è invertita, quel nome si è rivelato più lungimirante di quanto pensassimo», aggiunge Balzarini.

Insieme al nome arrivano anche i murales, per dare un’identità visiva al centro. E la musica, che non era un punto di partenza, ma una conseguenza naturale.

«Gli operatori erano musicisti, quindi si è partiti dalle competenze di chi lavorava lì. La musica è accogliente, non ha una collocazione etnica o linguistica. Volentieri siamo andati su quel filone».

Corsi, sale prove, attrezzature: attorno alla musica lo Strike Up costruisce buona parte della sua offerta, e poi, nel tempo, cresce anche l’attenzione al sociale.

Balzarini ha guidato lo Strike Up in due fasi molto diverse.

«Nei primi anni Duemila c’era da costruire un’identità, trovare risorse, convincere le persone che valesse la pena. C’era anche più energia, da parte mia».

Poi, ci ritornerà nel 2020, in piena pandemia. «Post Covid, ci siamo presi una pausa e ne abbiamo approfittato per ristrutturare gli spazi, coinvolgendo anche i ragazzi, un po’ a distanza, un po’ in presenza. Il risultato è molto bello».

Ma il cambiamento più profondo non è nelle stanze: «I ragazzi sono cambiati. Il rapporto tra loro, con gli educatori, con il Centro stesso. Nuove sfide, ogni volta».

Qual è il senso di un centro giovani oggi? «Rimanere un punto di riferimento in città. Porte aperte, disponibilità ad accogliere ragazzi in ricerca di un luogo, anche solo per svago. Un posto sicuro, dove i genitori possono sapere che i loro figli stanno bene».

Una definizione che dice molto, in un tempo in cui i dati sul benessere psicosociale dei giovani non sono incoraggianti.

Infine, le feste. L’11 giugno la festa del 40°, il 12-14 giugno la Tagliatella Fest: tre giorni in cui parrocchia di Santo Spirito, Strike Up, gruppo scout Agesci e le varie anime intorno al centro si sono ritrovate nella 17a edizione della festa della tagliatella, dove si è confermato il senso del “fare comunità.

Autore: Marco Valente

Le donne contro la violenza

Nel 1989 un gruppo di donne decide che non basta indignarsi: bisogna fare. Nasce così l’associazione Donne contro la violenza–Frauen gegen Gewalt, che dal 1993 gestisce il centro antiviolenza di Merano e dal 1997 la Casa delle donne, che accoglie donne che subiscono violenza maschile.

Dunque più di trent’anni di porte aperte, di ascolto, di accompagnamento. Abbiamo incontrato Sigrid Pisanu, operatrice d’accoglienza, per capire cosa succede davvero quando qualcuno bussa alla loro porta, facendo anche il punto su una realtà che richiama tutti all’attenzione.

Nel 2025 avete seguito 239 donne, di cui 19 hanno vissuto nella casa rifugio. Le altre 220 hanno fatto percorsi diversi. Come mai questo dato sorprende ancora molte persone?

Perché c’è un’idea diffusa che noi siamo solo un luogo di emergenza, il posto dove si va quando il pericolo è immediato. Ed è vero, quella possibilità c’è ed è fondamentale. Ma i numeri dicono altro: la maggior parte delle donne che vengono da noi non ha bisogno di un tetto per quella notte. Ha bisogno di essere ascoltata, creduta, orientata. L’ospitalità è uno dei bisogni che le donne possono avere, una delle strade che possono intraprendere. Non l’unica.

E chi sono queste donne?

Sono me. Parto sempre da questo. Poi ci metto la mia professionalità, però veramente le donne che incontriamo siamo noi. Hanno una cultura, magari un lavoro, oppure non hanno potuto studiare, vengono da altri paesi.

Eppure l’immagine della “vittima tipo” resiste.

Sì, e fa danni. Tutti noi abbiamo in testa un’idea di come dovrebbe essere una vittima di violenza. Dimessa, disperata. Ma non è questo che mi fa diventare vittima di violenza. Di base è l’essere donna, che è il primo scalino.

Il giudizio. Torna spesso.

Torna sempre. Le donne fanno fatica a raccontare perché sanno che rischiano di non essere credute, o di essere colpevolizzate. E questo accade anche con chi si aspetterebbe di trovare aiuto: la famiglia, le amicizie, chi sta intorno. Quindi già lì c’è questo ostacolo per cui poi le donne fanno tanta fatica a raccontare.

Ha parlato di violenza “sessualizzata”. Può spiegare cosa intende, per chi non conosce il termine?

Non immaginiamoci solo lo stupro, quell’atto finale che avviene al parco da parte di uno sconosciuto. È molto più radicato, ha radici più profonde, e soprattutto avviene molto spesso da chi conosciamo. Già le ragazze di 13 o 14 anni ce l’hanno chiaro: quando subiscono il catcalling si attiva un timore, una paura, e il pensiero va subito al loro corpo. I ragazzi della stessa età, se sono fuori di sera, hanno paura anche loro, ma è la paura di essere rapinati o picchiati. Non hanno la paura che il loro corpo venga violato.

E che effetti ha tutto questo sulla salute mentale?

Tocca tanti aspetti della vita della donna. La socialità, il benessere fisico. E poi una mancanza di autostima, la fatica di viversi la vita in quel momento, di non credere più di farcela, pensieri autodistruttivi in alcune situazioni. E poi, ancora, è tutto collegato a un malessere fisico che spesso tocca anche parti del corpo: l’intestino, lo stomaco, mal di testa. Non possiamo pensare “hai solo ricevuto un pugno”. Spesso quello è solo un punto di una complessità di agiti violenti.

Cosa offre la Casa delle Donne che altri servizi non possono garantire?

Garantiamo l’anonimato, al centro antiviolenza. E il fatto che noi crediamo sempre. Noi non abbiamo bisogno della prova, non siamo un tribunale. Quando le donne vengono, noi crediamo a quello che ci dicono. E questo fa la differenza.

Ci sono anche dei miti, sulla Casa delle Donne, che vorrebbe sfatare?

Tanti. Che obblighiamo a denunciare: non è così. La denuncia è una parte di quello che una donna può fare, non l’unica. E poi che siamo accessibili solo nel momento dell’emergenza e del pericolo. Invece noi ci occupiamo a 360 gradi di quello che è la violenza sulla donna. In quasi trent’anni di lavoro non c’è limite a ciò che abbiamo visto.

Lavorate anche con le scuole?

Sì, proponiamo e veniamo invitate. Negli anni abbiamo capito che il “chi siamo noi” da solo non basta: bisogna nominare la violenza, parlarne concretamente. Lavoriamo molto sulle relazioni rispettose, sui limiti. Con le ragazze in spazi dedicati, perché uno spazio solo loro permette un’immersione nelle emozioni diversa. Con i ragazzi è sempre una sfida: spesso non si sentono coinvolti, fanno fatica a esprimersi. Cerchiamo da anni uomini che vogliano fare un pezzo di strada con questi giovani, ma non è facile.

Una continuità strutturale manca?

Manca. Dipende molto dalle singole scuole, dai singoli dirigenti. Ci sono istituti molto attenti, come il Gandhi, e altri dove è più difficile. E poi c’è la divisione linguistica, che in Alto Adige non è solo questione di lingua, ma di cultura e di struttura.

Cosa consiglia a chi riconosce una situazione di violenza, su di sé o vicino a sé?

Il primo passo è ascoltare. Non dare ricette, non dire “io me ne sarei andata al primo schiaffo”. Quello è il nostro pensiero: lo teniamo per noi, deglutiamo e ascoltiamo. Ascoltare chi subisce violenza è difficile, può fare rabbia, perché non si vede agire. Ma siamo sicuri che noi, al loro posto, faremmo subito? Se chi agisce violenza è qualcuno che conosco, con cui ho una relazione, con cui ho investito parte della mia vita, con cui ho dei figli?

E se non ce la si fa ad ascoltare da soli?

Bisogna essere onesti. Dire: non ce la faccio, questo per me è troppo, ma so che esiste un luogo. Possiamo andare insieme? Non promettere ciò che non si riesce a mantenere è già un atto di rispetto.

C’è un’ultima cosa che vuole dire a chi legge?

Prendiamo posizione. Se vediamo qualcosa, se un amico dice o fa cose umilianti verso una donna, troviamo un po’ di coraggio civile e diciamo: questa cosa non mi va bene. Non solo sui social, vis-à-vis. Tante persone parlano, ma poi non hanno mai il coraggio di prendere posizione. Questo ancora manca. E poi in conclusione, mi sembra giusto evidenziare e ricordare gli elementi informativi fondamentali del servizio: la Casa delle Donne di Merano si trova in Corso Libertà 184A; il numero telefonico verde, gratuito e attivo 24 ore su 24, è l’800 014 008; ci si può rivolgere di persona, per telefono, o anche per conto di qualcuno che si conosce.

Autore: Marco Valente

In Africa sulle orme di Baba Camillo

Da oltre 40 anni Claudio Maccagnan sostiene progetti educativi e sociali a Kipengere, in Tanzania. Dalle scuole all’assistenza sanitaria, il suo impegno coinvolge oggi circa 600 giovani, nel segno dell’eredità del missionario trentino (Baba) Camillo Calliari.

Per Claudio, l’Africa non è mai stata un’esperienza “da volontario di passaggio”, ma una scelta di vita. Oggi ha quasi ottant’anni e da oltre quarant’anni porta avanti progetti educativi e sociali nella missione di Kipengere, nella parte montuosa della Tanzania, ai piedi della catena del Livingstone, a oltre 2200 metri di altitudine.

Tutto è iniziato grazie agli alpini, di cui faceva parte. «Chi va in Africa spesso cambia continuamente posto, perché vuole vedere realtà nuove. Io invece ho sempre pensato che l’impegno lì fosse una cosa seria, non turistica. Quando trovi una comunità che ha bisogno, è giusto restare».

L’incontro decisivo fu quello con padre Camillo Calliari, missionario trentino della Val di Non, conosciuto da tutti come “Baba Camillo”, dove “Baba”, in swahili, significa “padre”. Claudio lo incontrò durante una festa degli alpini a Ruffrè. «Quando l’ho conosciuto mi ha colpito subito. Era un uomo con le mani piene di calli, un lavoratore vero. Ma soprattutto mi colpì il suo modo di parlare dell’Africa: non raccontava la fame o la miseria per fare compassione. Diceva sempre che c’era bisogno di lavorare, di istruire i giovani e dare loro la possibilità di restare nella propria terra». Da quel momento Claudio decise di partire. Doveva essere solo un periodo di ferie. Invece, dopo 42 anni, va ancora lì. 

Negli anni il lavoro si è concentrato soprattutto sui giovani e sulla scuola. Prima una scuola di economia domestica per ragazze, ristrutturata da una situazione di estrema precarietà, poi una grande scuola di falegnameria composta da 16 fabbricati.

Non tutti i progetti però sono andati come sperato. «A un certo punto alcuni ragazzi tentarono di rubare i macchinari della falegnameria, fu una grande delusione. In Africa bisogna capire che non sempre le cose vanno subito bene». Nonostante le difficoltà, il lavoro non si è mai fermato. Nel tempo sono state ristrutturate 17 scuole elementari della missione, è stato creato un orfanotrofio e un centro per la cura dell’AIDS con dispensario medico e servizi sanitari.Alla morte di Baba Camillo, molti gruppi di volontari smisero di frequentare la missione. Claudio, invece, ha scelto di continuare. «Mi sono sentito ancora più responsabile. Ho lasciato anche gli alpini per dedicarmi completamente a questo progetto».

Oggi, insieme al nuovo parroco locale, porta avanti uno dei progetti più importanti: una grande scuola primaria dedicata proprio a Baba Camillo. Due anni fa gli studenti erano 48; oggi sono 272 e il centro potrà arrivare a ospitarne fino a 500. Accanto alla scuola si sta costruendo anche un’aula magna, che servirà sia per gli esami scolastici sia come spazio polifunzionale per tutta la comunità: incontri agricoli, riunioni delle associazioni locali e attività sociali.

Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sull’informatica. Sono nate due aule computer: una all’interno di una scuola secondaria con 16 postazioni e una più piccola nella scuola di economia domestica per ragazze. «Se vogliono continuare gli studi devono avere almeno una preparazione di base. Oggi anche lì il mondo sta cambiando».

Coordinare tutto dall’Italia non è semplice. Claudio però può contare sulla propria famiglia, la figlia è la vicepresidente dell’associazione, il genero segue la parte amministrativa e i nipoti partecipano attivamente ai progetti in Tanzania. L’associazione si sostiene soprattutto grazie alle offerte e ai mercatini dell’usato organizzati a Bolzano. «Abbiamo un magazzino dove raccogliamo gli oggetti donati dalla gente. Li sistemiamo e li rivendiamo a prezzi simbolici. Così riusciamo almeno a coprire le spese vive».

Negli anni, Claudio ha imparato anche un altro aspetto fondamentale della cooperazione. All’inizio regalava vestiti, penne e quaderni a tutti. Fu proprio Baba Camillo a fermarlo. «Una sera mi disse: “Tu pensi di fare del bene, ma così rischi solo di creare dipendenza”. Mi spiegò che una camicia lì vale quasi una settimana di lavoro. Da allora ho capito che aiutare non significa regalare tutto, ma creare opportunità».

Secondo Claudio, i cambiamenti nella zona di Kipengere oggi sono evidenti. «Quando arrivai la prima volta vedevo donne lavorare nei campi tutto il giorno mentre molti uomini passavano il tempo a bere, Oggi lavorano famiglie intere. Molti hanno terreni propri, mandano i figli a scuola e quasi tutte le case hanno il tetto in lamiera. Non c’è ricchezza, ma c’è dignità». 

Uno dei temi che Claudio vorrebbe affrontare in futuro è quello delle persone disabili e aiuto agli anziani. «Sono rispettati dalle famiglie, ma spesso vivono in condizioni molto difficili, senza strutture adeguate».

Tra i nuovi progetti c’è anche una mostra dedicata ai giocattoli africani costruiti dai bambini con materiali di recupero: lattine, filo di ferro, pezzi raccolti nelle discariche. Claudio negli anni ne ha raccolti tantissimi e ha appena terminato l’allestimento della mostra. «Vorremmo presentarla nel mese di giugno con il Comune, poi portarla anche a Bronzolo, ad Ala e qui a Bolzano». L’obiettivo è coinvolgere soprattutto le scuole, invitando le classi delle elementari e delle medie a visitare l’esposizione. 

La mostra ha un doppio scopo: raccontare l’Africa, ma anche sensibilizzare sul riciclo. «I bambini riescono a creare giochi incredibili con nulla». Alcuni carretti, costruiti a mano, vengono utilizzati anche per il lavoro quotidiano: possono trasportare fino a 500 o 600 chili di patate o mais.

Nonostante l’età e i problemi alle gambe, Claudio continua a partire almeno una volta all’anno per la Tanzania. Nei viaggi lo accompagna sempre, fin dall’inizio, sua moglie Nora. Uno dei suoi più collaboratori più stretti a Bolzano, è il figlio Marco, che lo aiuta sempre in tutta la parte di preparazione dei mercatini e di montaggi vari. «Muovermi negli aeroporti ormai è un peso per me, ma finché riesco continuo. Oggi, tra le scuole che abbiamo costruito o ristrutturato, gravitano attorno ai nostri progetti circa 600 ragazzi. È questo che mi dà la forza di andare avanti»

Progetto Africa 19-84 è una realtà che aderisce al progetto comunale Bolzano Mondo Comune.

Autrice: Dania Mosconi COOLtour

Le strade raccontano anche le donne?

Quante donne sono ricordate nelle vie, nelle piazze e nei parchi di Bolzano? L’odonomastica — cioè l’insieme dei nomi delle strade — è una forma concreta di memoria pubblica: racconta chi una città sceglie di ricordare e chi, invece, resta ai margini. Ne parliamo con Marina Mascher, appassionata conoscitrice di storia bolzanina, guida turistica e componente del direttivo della Società Dante Alighieri, Comitato di Bolzano. Qualche tempo fa ha dedicato al tema una conferenza dal titolo eloquente: “Chi era costei?”.

Marina Mascher, che cosa ci raccontano i nomi delle strade? 

Molto più di quanto immaginiamo. Non sono solo indicazioni pratiche, ma una forma di memoria pubblica: dicono quali persone, eventi e valori una comunità ha scelto di ricordare. Per questo mi ha incuriosito capire quante donne fossero presenti nella toponomastica di Bolzano e, soprattutto, chi fossero.

Quante sono le intitolazioni femminili? 

Escludendo le sante e le intitolazioni religiose – Santa Giustina, Santa Maddalena, le Marcelline – ho individuato 26 donne. Possono sembrare poche, e lo sono. Eppure nel confronto nazionale Bolzano non se la cava male: sfiora il 13%, contro una media italiana che, secondo una ricerca del 2021 sui capoluoghi, si fermava attorno al 6,5%. In molte città, tolte sante e figure simboliche, i nomi femminili si contano sulle dita di una mano.

Chi sono le prime donne ricordate? 

La prima è Claudia de’ Medici, scelta comprensibile: a lei si lega la creazione del Magistrato mercantile, fondamentale per lo sviluppo economico della città. Poi bisogna aspettare il 1977, con Marie Curie – grande scienziata e prima donna a ricevere il Nobel, anzi due: quello per la fisica nel 1903 e quello per la chimica nel 1911. C’è anche un dettaglio che amo ricordare: noi la conosciamo con il cognome del marito, ma lei era Maria Skłodowska, nata a Varsavia.

Le altre intitolazioni sono più recenti?  

Sì, molte arrivano dal 2000 in poi. Spesso però non sono grandi vie centrali, ma passaggi, piazzette, parchi o strade nei quartieri nuovi, talvolta in zona industriale. Non conta solo il nome scelto: conta anche il luogo a cui viene dato.

Quali figure troviamo nella Bolzano di oggi?  

Scienziate, donne della politica locale, insegnanti, partigiane. E poi ci sono le figure legate al Lager nazista di Bolzano, in via Resia: un campo di concentramento e transito dal quale molte persone furono deportate verso i campi di sterminio. È giusto che alcune di quelle storie abbiano trovato un nome su una targa. Tra loro viene ricordata Ada Buffulini. C’è poi Olimpia Carpi, bambina vittima delle persecuzioni razziali, alla quale è dedicato un parco. Un altro nome che mi colpisce è Marcella Casagrande, uccisa nel 1985 dal serial killer Marco Bergamo, passato alla cronaca come il mostro di Bolzano. La sua piazzetta è attraversata ogni giorno da centinaia di persone, spesso senza sapere chi fosse.

C’è una scoperta che l’ha sorpresa di più, in questa ricognizione?  

Forse proprio questo: quante storie restano invisibili anche quando il nome è lì, sul muro. Le targhe stradali sono piccole lezioni di storia all’aperto, ma funzionano solo se qualcuno si ferma a leggerle. Intitolare una strada a una donna non cambia la storia, ma cambia il modo in cui la raccontiamo. Riconosce che anche le donne hanno contribuito alla vita della città, alla scienza, alla scuola, alla politica, alla resistenza civile. E invita chi passa a farsi una domanda semplice: chi era costei?

Autore: Till Antonio Mola

Ma chi sono questi, sui cartelli delle strade?

Vi siete mai chiesti, passeggiando per una città, chi fossero le persone a cui sono intitolate le strade? E quella scuola lì? E quell’edificio? In alcuni casi si trova un qualche riferimento su cartelli o targhe, ma nella maggior parte dei casi quei nomi sono lasciati a se stessi, come ombre di persone senza tempo che riaffiorano nella memoria condivisa o che affondano nell’oblio della dimenticanza generale.

La toponomastica la si collega spesso, qui da noi, all’italianizzazione o alla questione linguistica, ma il nome effettivo che viene assegnato a un luogo pubblico spesso non fa porre quesiti: è qualcosa che è lì da sempre, o di qualcuno di importante di cui abbiamo una vaga idea grazie ai racconti scolastici o di famiglia. Ma se provassimo a conoscere davvero chi sta dietro a quelle lettere stampate? Ci si potrebbe porre la domanda del perché intitolare a quella persona quel determinato luogo. Lo merita? È giusto? È sbagliato? È ancora un tributo valido per il nostro presente? Sarebbe giusto cambiarlo, oppure no?

Non voglio dare una risposta, ma riflettere su quanto conosciamo i luoghi che ci circondano e quanto, a volte, quei luoghi rappresentino una volontà interpretativa del passato – non (o non del tutto) conosciuto – che non è detto sia ancora rappresentativa dei valori del nostro presente.

Prendo d’esempio la figura di Eusebio Francesco Chini. Missionario vissuto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, ha operato sotto gli Spagnoli nell’allora definita “scoperta” o “conquista” della Mesoamerica, al confine tra l’attuale Messico e l’attuale Arizona. Chini è ricordato come gesuita, missionario, geografo nonché esploratore, cartografo e astronomo della Val di Non. Gli sono state intitolate strade, statue e scuole per la sua opera e in quanto uno dei “padri fondatori dello Stato dell’Arizona” ed evangelizzatore. A Bolzano è presente una scuola in Via Dolomiti, ai Piani a lui intitolata. È interessante tuttavia notare come nella trasmissione di questa figura, che sfugge alla storia e diventa un mito nella nostra memoria, importanti parti della sua vita siano state omesse o trasfigurate.

Chini non fu solo un gesuita ed esploratore, ma faceva parte del sistema colonialista spagnolo all’interno del quale ebbe un ruolo di primo piano nella colonizzazione delle terre e nella conversione e nella guerra alle popolazioni native. Il missionario ebbe un ruolo attivo nell’evangelizzazione della nazione Pima e nella loro militarizzazione contro le nazioni dalla forte cultura militare, raggruppate sotto la denominazione di Apache. Invocò lui stesso la “guerra giusta” (contro le popolazioni che rifiutavano la cristianizzazione e la sottomissione agli spagnoli) e la “guerra preventiva” (non prevista dalle regole della Chiesa e del diritto spagnolo) in funzione deterrente verso le popolazioni indigene che impedivano l’avanzamento delle missioni e della forza militare spagnola.

La figura del missionario benevolo – quella cristallizzata nella memoria collettiva che spesso giustifica l’intitolazione di spazi pubblici – collide con la realtà storica, fatta non solo di esplorazione, ma anche di partecipazione attiva al colonialismo e all’azione militare. Tale scollamento impone una riflessione necessaria: è etico onorare una figura storica basandosi solo su un frammento della sua biografia? E quanto è corretto omettere la complessità di tali azioni, senza consegnare alla comunità gli strumenti necessari per comprendere il valore, o il peso, di una dedica?

Autrice: Anna Michelazzi