Unirsi per un futuro più sostenibile? Yes, we can! Con Climate Action South Tyrol

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, si dice. E cosa accade quando pure l’albero che cade non fa più rumore? O il fatto che cade diventa quasi ‘normale’? Qualche giorno fa ilpost.it titolava “in Brasile nel 2024 è bruciata una superficie più grande dell’Italia”.

E noi? Stiamo a guardare? Rimaniamo indifferenti? Lo stentiamo questo ‘rumore’?

L’ecologia è la disciplina che si interessa della relazione tra esseri viventi e il loro ambiente: da ‘oikos’ e ‘logos’, cioè, molto liberamente (non ne vogliano i classicisti!): ‘pensare alla casa’.

Ma se fior fiore di esperti descrivono il disastro ecologico in corso come ‘un’automobile lanciata a folle velocità’ (e generalmente le misure per contrastarlo come dei ‘freni da bicicletta’), esattamente, noi, società civile, come stiamo ‘pensando alla casa’?

“La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune – scrive Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ – comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare.”

Sì, ‘possono cambiare’, perché per fortuna c’è chi alla casa comune ci pensa e si rimbocca le maniche. Climate Action South Tyrol nasce proprio con l’obiettivo di unire persone e organizzazioni che si impegnano a costruire un futuro più giusto e… più eco-logico.

“Siamo una grande alleanza” dice Theresa Kurz, in prima linea con Climate Action, con cui l’anno passato, assieme ad altri partner sul territorio, ha realizzato il ‘Clima Show’, uno spettacolo in cui vengono presentati fatti e dati sul cambiamento climatico, e soluzioni specifiche per il Trentino-Alto Adige. “Siamo arrivati a venti repliche e a oltre duemila persone raggiunte – aggiunge – e l’anno scorso lo show è stato insignito del Premio Ambiente & Clima 2023.”

Altra iniziativa è il ‘Climate Action Cafè’, con cui sono arrivati all’Otro Mundo Festival di Chiusa, al Zugluft di Bressanone e ad A Place to B(z) di Bolzano, con l’obiettivo di promuovere il dialogo tra persone attraverso uno spazio di discussione e scambio di visioni sulla trasformazione socio-ecologica che anche il nostro Sudtirolo sta vivendo.

“Il rischio di scoraggiarsi è dietro l’angolo. A me personalmente aiuta molto il contatto con gli altri attivisti. Mi dà speranza e mi motiva – confida Kurz – la passione e l’impegno profuso dalle tante persone volontarie.”

Il paradosso è che in un mondo che va a mille all’ora, è proprio la bradipica lentezza della pubblica amministrazione e la riluttanza al cambiamento ad essere d’intralcio. E con la crisi climatica che bussa alla porta (o forse l’ha già sfondata?!) non è proprio un buon segnale. “Per questo è necessario agire rapidamente in molti settori. Facendo però attenzione a non cadere nel tranello dell’ambientalismo di facciata (greenwashing). Poi, da che mondo è mondo, il cambiamento dà fastidio: le abitudini, le comodità… “Questa inerzia però è ormai fuori luogo. L’Alto Adige potrebbe veramente essere ancora più bello e vivibile, e ci sono molti giovani con ottime idee, e penso che sia più che doveroso ascoltarli e dare loro fiducia, anche per scardinare questa superficiale diffidenza verso la novità. Il ‘Clima Show’ è la prova che la collaborazione inter-generazionale è possibile, ognuno impara qualcosa dall’altro, arricchendo così anche il proprio punto di vista, verso un orizzonte comune”.

L’Alto Adige, si sa, è terreno fertile per l’associazionismo, anche quello ‘ecologico’. L’immenso lavoro portato avanti dai Fridays for Future, ma anche da altri gruppi di iniziativa popolare come Nosc Cunfin – che si batte da decenni per istituire una zona protetta ai Piani di Cunfin-, oppure la Plattform pro Pustertal, che assieme alla Federazione Ambientalisti dell’Alto Adige, il Heimatpflegeverband e Climate Action puntano i riflettori sulle opere problematiche legate alle Olimpiadi invernali del 2026. E la lista potrebbe continuare.

“Però un unico individuo è come una goccia nell’oceano, è il sistema che deve essere cambiato”, si dice ancora. Argomento più che valido, certo: “Per un Alto Adige climaticamente neutrale – continua Kurz – bisogna in primo luogo intervenire nel settore dei trasporti e del riscaldamento. I trasporti rappresentano oltre il 46% delle emissioni nel 2022, e il riscaldamento quasi il 25%. Dotandosi di infrastrutture adatte, il miglioramento potrebbe essere significativo. Bisogna però dire che questi dati fanno riferimento alle emissioni prodotte sul nostro territorio, ovviamente siamo co-responsabili anche delle emissioni che importiamo da altri paesi: per esempio, importiamo il 99% della carne, che ha un impatto enorme sul clima.”

La domanda decisiva è allora: “come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?”, come si chiedeva già a suo tempo Alex Langer. “A questo punto, credo davvero che la maggior parte della popolazione abbia capito che stiamo affrontando una crisi climatica, come dimostra anche un sondaggio condotto da EURAC e ASTAT. Tuttavia, ci sono molti ambiti in cui una singola persona ha poco potere d’azione, e questo porta a una sorta di senso di impotenza. Diventa desiderabile perché molte misure hanno effetti positivi anche in altri ambiti, per esempio, il traffico urbano. Una mobilità con meno auto significa: città più sicure, meno rumore, aria più pulita, con effetti positivi sulla salute pubblica, ci sarebbe più spazio per far giocare i bambini e così via.”

Esistono città pionieristiche, quasi profetiche, in questo campo: Barcellona, Copenaghen, Friburgo, solo per fare alcuni esempi. Parigi ha una delle reti di trasporto pubblico più dense ed efficienti al mondo e ha esteso la sua rete di piste ciclabili da 200 km (nel 2001) a più di 1000 km. David Hofmann, volontario di Climate Action, suggerisce anche la best practice spagnola di Pontevedra: “Una città della grandezza di Bolzano, che già da vent’anni ha eliminato il 90% della mobilità motorizzata individuale, aumentando la qualità di vita al punto da avere la crescita percentuale più alta di under 14 in Spagna. Faranno qualcosa di giusto, no?”

“Le maggiori resistenze si trovano a livello politico ed economico – dice Kurz senza mezzi termini – Sarebbe auspicabile che l’Alto Adige desse il buon esempio invece di rimanere indietro per l’avidità di pochi. Il piano climatico provinciale è privo di vincoli, per cui serve una legge sul clima a livello provinciale, come già è stato fatto in Catalogna e in alcuni stati tedeschi.”

“Cosa fare a partire da domani? Attivarsi e soprattutto ‘fare rumore’, unirsi, aderire a iniziative, avviare progetti, fare richieste alla politica o agire direttamente, discutere e confrontarsi e… Reduce, Reuse, Recycle, cioè ridurre i nostri consumi, riutilizzare e dare una nuova vita agli oggetti (per esempio, ragalandoli!) e riciclare i materiali scartati” conclude Kurz.

Il vero cambiamento deve avvenire a livello sistemico, chiaro, ma – come canterebbe Alessandro Mannarino – “… il mondo non cambia spesso, allora la tua vera rivoluzione sarà cambiare te stesso”.

Autore: Marco Valente

Bolzano-Trento: una vita universitaria in treno

Federica Santachiara – studentessa dell’ultimo anno di un corso di laurea magistrale in Management e imprese ibride e sostenibili presso l’Università di Trento – ci racconta il perché abbia scelto di essere pendolare e di non risiedere a Trento. 

Perché hai scelto di frequentare l’università a Trento?

In primis perché e considerata una delle università migliori in Italia per economia; inoltre ho iniziato l’università con il covid e se fossi andata in un’altra città mi sarei dovuta trasferire per poi non uscire di casa e senza la possibilità di frequentare le lezioni mentre a Trento, quando davano la possibilità, mi era possibile. Essendomi trovata bene in triennale ho deciso di continuare, anche perché il corso che alla fine ho scelto mi interessava e perché conoscevo già l’ambiente. 

La decisione di fare la pendolare a cosa è dovuta?

Ho deciso di fare la pendolare perché ho sempre avuto poche lezioni a settimana, la maggior parte delle volte avevo solo una lezione al giorno e nemmeno tutti i giorni quindi trasferirmi a Trento sarebbe stato un costo inutile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta? 

Per quanto riguarda gli svantaggi: innanzitutto fa perdere davvero molto tempo; infatti, oltre all’ora di treno vanno considerati anche gli altri spostamenti. Poi c’è la vita sociale, infatti non rimanendo molto a Trento dopo le lezioni non ho la possibilità di vivere a pieno la vita universitaria e stringere molti rapporti, anche se sono riuscita a fare nuove amicizie. In più non avendo un appartamento,  per uscire la sera a Trento devo sempre trovare qualcuno che mi ospiti. I vantaggi, invece, sono sicuramente il risparmio sull’affitto e l’organizzazione dei tempi, soprattutto in sessione, per attività come pulire la casa o fare la spesa. Inoltre, fare la pendolare mi ha permesso di conoscere nuovi amici pendolari come me e di Bolzano. Ci si adatta a tutto, infatti molte volte sfrutto il tempo del viaggio per portarmi avanti con lo studio. Sicuramente uno dei migliori pro è riuscire a passare il tempo con i miei amici bolzanini.

L’università tiene conto della presenza degli studenti pendolari?

Non saprei valutare se l’università tenga effettivamente conto dei pendolari. Fortunatamente io non ho quasi mai avuto problemi con gli orari, perché le mie lezioni iniziano quasi tutte in tarda mattinata o comunque a orari ragionevoli, e finiscono tutte abbastanza presto. Tuttavia, so che in alcuni casi, per quanto riguarda altre facoltà, le lezioni vengono fissate molto presto la mattina e finiscono molto tardi la sera, non tenendo conto quindi delle difficoltà di chi non vive a Trento. 

Tre cose che cambieresti? 

Se dovessi scegliere tre cose per migliorare la mia vita da pendolare innanzitutto vorrei venissero aggiunti anche altri treni la mattina, perché a causa del “buco” tra le 9 e le 11 molto spesso sono costretta  a prendere il treno molto prima dell’inizio della lezione per poi dover aspettare a Trento, oppure sono costretta a rimanere a Trento dopo le lezioni perché non ci sono treni di ritorno.
Poi se non ci fossero tutte le problematiche ricorrenti di cancellazioni e ritardi, la vita da pendolare sarebbe molto più leggera e meno stressante. Infine, vorrei un po’ più di compagnia visto che nei miei spostamenti in treno alla fine sono quasi sempre da sola.

Autrice: Anna Michelazzi

Elisa Morra e il mestiere della cardiologa, vissuto con grande passione

Elisa Morra è stata sostituto del direttore e responsabile della struttura prove funzionali dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale di Merano. Nell’ambito del club Soroptimist si è già spesa molto per porre l’accento sulle malattie cardiovascolari nel sesso femminile sottolineando come esse siano la prima causa di morte e ne ha evidenziato le differenze sia sul piano clinico che anatomopatologico rispetto al sesso maschile.

Dottoressa Morra lei è una cardiologa, qual è il corso di studi che conduce a questa difficile professione?

Dopo la maturità classica conseguita a Mantova dove abitavo, ho effettuato il successivo percorso di studi presso la università di Padova, scelta motivata dalla vicinanza alla residenza e dal prestigio dell’ateneo.  Il corso di laurea è della durata di 6 anni cui è conseguito un periodo di tirocinio postlaurea e poi il corso di specializzazione in cardiologia della durata di 4 anni. Allora non esisteva ancora il numero chiuso per l’accesso alla facoltà, eravamo 3000 matricole, la selezione è stata molto dura con un numero elevato di abbandono, tanto che alla fine del corso ci conoscevamo tutti. Comunque nella nostra professione non si finisce mai di studiare e di imparare, l’aggiornamento deve essere continuo perché la medicina fa enormi passi sia in campo diagnostico che terapeutico.

Lei è emiliana, cosa la condusse a Bolzano e quando?

Potrei rispondere con il titolo di un libro, ovvero “va dove ti porta il cuore “. Ho conosciuto mio marito a Padova, frequentavamo lo stesso corso di studi, lui è di Bolzano, di madrelingua tedesca, aveva già conseguito il patentino di bilinguismo e vinto un concorso presso l’ospedale di Bolzano, per cui nel 1983 ci siamo sposati e da allora vivo a Bolzano.

Per la sua professione dovette studiare il tedesco? Fu dura? Quali strategie di studio le consentirono in breve tempo di ottenere il patentino? 

Ho studiato il tedesco partendo dalle basi, ho fatto un corso a Padova presso il Goethe-Institut durante la specializzazione in cardiologia, poi a Bolzano i corsi organizzati dalla provincia e anche lezioni private. Non la ho trovata una lingua così difficile come dicono, forse perché avendo studiato latino per 7 anni sono stata facilitata per le regole grammaticali. Indipendentemente dal risultato che avrei conseguito, ho sempre ritenuto che   l’apprendimento di una lingua straniera sia un arricchimento culturale oltre che una grande opportunità.

Da donna e da italiana come fu accolta dai colleghi in reparto? 

Sono stata sempre ben accolta dai colleghi nonostante fossi donna e di madrelingua italiana.

Quali ostacoli riuscì ad infrangere a quali invece le impedirono di evolvere nella sua carriera? 

Pur essendo donna in un ambiente di lavoro a quel tempo prevalentemente maschile, sono riuscita a rapportarmi positivamente con tutti i colleghi/e di ambedue i gruppi linguistici e con i pazienti. Un ostacolo che mi rallentò nella progressione della carriera è stata la rigida attuazione a quei tempi della proporzionale etnica.

Lei è anche madre e oggi nonna felice, cosa significò la sua maternità in ambito lavorativo? Rientrata al lavoro dopo il consueto periodo di maternità dovette cambiare qualcosa nel ritmo e nell’impegno? 

Io ho avuto un solo figlio quando svolgevo libera professione facendo guardie mediche in val di Fiemme e supplenze dei medici di base per cui il mio periodo di assenza dal lavoro è stato molto breve. Nel 1989 sono stata assunta all’ospedale di Merano quando mio figlio aveva 4 anni e frequentava già la scuola materna. Conciliare lavoro e famiglia è stato molto difficile anche perché mio marito aveva lo stesso impegno nell’ospedale di Bolzano. Ho avuto la fortuna di avere suoceri ancora giovani e in buona salute che ci hanno aiutato molto.

Questo la penalizzò sul piano della carriera? 

Nel mio caso la maternità non ha influito sulla carriera ma mi ha imposto di conciliare al meglio, direi quasi al minuto, la vita familiare e lavorativa 

Come medico e come donna cosa vorrebbe raccomandare alle ragazze e alle giovani donne? 

Considerando che 1/3 del nostro tempo lo trascorriamo al lavoro, consiglio alle giovani di scegliere una professione che piaccia, non basata esclusivamente su prospettive di carriera e guadagno. Se le persone sono motivate – e le giovani di oggi lo sono spesso, si possono raggiungere comunque, pur con mille difficoltà gli obiettivi, che si sono proposti.
A loro posso dire di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e non demordere. La vita non è sempre facile e le difficoltà aiutano anche a crescere.

Se dovesse ricominciare da zero cosa cambierebbe? 

Non cambierei nulla, ho amato il mio lavoro e penso di averlo svolto con impegno e dedizione. Per me che lo ho scelto resta un lavoro meraviglioso. Quello del lavoro è stato un periodo  anche molto faticoso, sia fisicamente che psicologicamente, ma sono stata ricompensata dalla fiducia e dalla gratitudine dei pazienti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Tra Benin e Togo nel nome della pace

“Bonne arrivée! Accomodatevi, arrivo subito con dell’acqua così poi possiamo cominciare a parlare…”. Con un sorso d’acqua, ovvero un piccolo gesto di ospitalità. È così che sono cominciati molti degli incontri che alcuni soci dell’associazione Pozzo di Giacobbe Jakobsbrunnen e i giovani scout di Merano – sette persone in tutto – hanno vissuto nel loro recentissimo viaggio tra Benin e Togo.

Siamo partiti con qualche domanda, ma siamo tornati con il doppio degli interrogativi, se non il triplo. In un certo senso, quindi, ci siamo arricchiti – riconosce Sofia Rizzi, la più giovane della delegazione – “Alle persone che abbiamo incontrato abbiamo chiesto ‘cos’è per te la pace concreta?’, proprio perché prima di partire, anche con gli altri ragazzi scout, ci siamo detti che spesso tra pace e guerra c’è una ‘zona grigia’, fatta di paci effimere, di dialoghi mancati e di indifferenza. Quindi quale occasione migliore per approfondire il tema della pace raccogliendo i punti di vista addirittura da un altro continente”.

La pace ha bisogno di incontro, di scambio; ha bisogno di “saltatori di muri”, come direbbe Alex Langer, e di andare oltre se stessi. E “andare oltre” qualche volta significa anche viaggiare.
Il rischio è, però, quello di viaggiare con superficialità, e la sfida, quindi, è viaggiare “con stile”, cioè senza pregiudizi o, comunque, consapevoli di averne, e quindi nella libertà di mettersi continuamente in discussione.

Natitingou

“I primi giorni siamo stati alla casa-famiglia di Christine e Andrè a Natitingou, in Benin. Ciò che mi ha veramente colpito – racconta Matteo Ghione – è stata la loro filosofia di tenere le porte aperte a chiunque, offrendo calore familiare o anche solo un pasto a chi ne ha bisogno”.
Christine e Andrè hanno vissuto per diverso tempo in Italia, però poi hanno deciso di tornare, di spendersi completamente per la propria comunità e in particolar modo per i più vulnerabili. Oltre alla casa-famiglia, gestiscono un eco-centro: per puntare sulla raccolta e il riciclaggio di rifiuti, ma anche sulla formazione e la sensibilizzazione su temi ambientali. Una sfida urgente e quanto mai attuale.

La pace, l’ambiente, sono concetti dal sapore quotidiano per chi ha la promessa scout nel cuore. “Paradossalmente è grazie all’incontro con altri scout, dall’altra parte del mondo, che ci rendiamo conto di quanto sia importante questa proposta: i valori che l’accompagnano e che danno un orizzonte a questi bambini e ragazzi, educandoli alla cura della comunità, degli altri, dei più deboli. – spiega Nicola Balzarini – È qui che ci si misura, che si può fare la differenza: allenandosi all’attenzione verso i più piccoli e coloro che stanno ai margini. Ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri, come se fossimo parte di un’unica famiglia, rinvigoriti da un senso di fraternità, per esempio, durante la marcia della pace del primo dell’anno”.

Djougou

Dopo l’ospitalità di Christine e Andrè e lo scambio di visioni con gli scout, il viaggio è proseguito verso Djougou, sempre in Benin, per incontrare vecchi e nuovi amici, e visitare il pozzo realizzato in memoria di Lia Marzoli.

“Siamo arrivati al calar del sole – ricorda Ester Orso, nipote di Lia – in motocicletta, perché la strada è un sentiero che attraversa la savana. Abbiamo visto come la condivisione di un bene primario come l’acqua possa essere lo strumento ideale per favorire la coesione sociale. Ma è stato anche toccante vedere con i propri occhi come la nostra comunità, riunita intorno alla morte della nonna, abbia potuto realizzare una trasformazione concreta a favore di un’altra comunità in un altro angolo del mondo”.

Aniè

Sono ore e ore di strada, un confine e parecchie peripezie – per utilizzare un eufemismo – ciò che separa Djougou da Aniè, città nel centro del Togo dove è direttore scolastico don Emmanuel, prete e insegnante per vocazione.

Don Emmanuel parla cinque lingue molto bene, sei con il francese, l’italiano, si fa capire in inglese, e sa pure qualche frase in tedesco… In più riesce a comunicare ancora in un paio di altre lingue locali. “È davvero importante che i giovani sappiano le lingue, per riuscire a trasmettere il proprio messaggio. Come puoi farlo se non conosci le lingue? Imparare le lingue è necessario per entrare in sintonia”, bacchetta don Emmanuel, mosso dalla sua indole pedagogica. Si tratta senz’altro di un’affermazione che dà da pensare a un gruppo di sette meranesi-sudtirolesi, che si interrogano sulla pace e sul dialogo.

Pensieri

“Il mio primo pensiero? Atterrata in Africa, la sensazione è stata quella di essere tornati in un posto del mondo che puoi inspiegabilmente considerare ‘casa’. I colori, gli odori e la natura ti catapultano in una nuova e diversa realtà. – confida Ester, al suo secondo viaggio assieme al Pozzo di Giacobbe – Poi mi colpisce quel bisogno di ritornare a una dimensione comunitaria, ricca di solidarietà”, aggiunge.

Sofia è, invece, in difficoltà “perché il primo pensiero che ho avuto è stato: ma come racconto questo? Come faccio a raccontare quello che vedo, quello che sto vivendo? Ho paura di perdermi qualcosa o di semplificare troppo”.

“Forse abbiamo due percezioni del tempo diverse, – ammette Adele Aderenti – si dice che in Europa abbiamo l’orologio, mentre in Africa hanno il tempo. Questo inno alla lentezza è incarnato da molti, e a volte si scontra con la nostra frenesia. Appena si esce dalle metropoli, come Lomé e Cotonou, il tempo è ancora scandito dalla natura: il giorno e la luce, la notte e il buio, le piogge, la semina dell’igname e la raccolta dei manghi. Noi ci siamo scordati del ritmo della natura”.

Viaggiare “con stile” permette sempre di aggiornare la propria visione del mondo, affinché rimanga malleabile, “perché dobbiamo abbandonare quella presunzione di riuscire a capire il mondo in un batter d’occhio, soltanto guardandolo di sfuggita o leggendo un post scritto male”.

Tirando le somme: “belli i tramonti, i maestosi baobab, gli sparvieri che solcano i cieli annebbiati dalla polvere del Sahara, ma poi c’è dell’altro, in un’ottica di scambio, di relazione. Il rischio è di riempirsi gli occhi di un’Africa da romanzo, oppure di atteggiarsi da piccoli Babbi Natale, riducendo il “fare del bene” a un “mi fa sentire meglio”. Il desiderio, invece, è quello di incontrare, di instaurare relazioni autentiche con le persone, con cui realizzare uno scambio vero, allontanando quella tossica convinzione che “noi” abbiamo solo da dare e solo da insegnare”.

Autore: Marco Valente

Prefigurando l’ordine del caos

In un’epoca complessa e all’insegna di grandi cambiamenti come quella che stiamo vivendo, è fondamentale poter disporre di un’informazione puntuale e approfondita che aiuti a leggere le vicende del presente, vicende che inevitabilmente coniugano il globale con il locale. Per questo è stato davvero di grande interesse l’incontro avvenuto lo scorso 15 gennaio presso la libreria Nuova Cappelli di Corso Libertà 2 e dedicato alla rivista di geopolitica Limes, che da più di 30 anni si sforza di fornire chiavi di lettura su ciò che avviene nell’intreccio tra politica, economia e cultura, traducendosi ahinoi molto spesso in conflitti, anche sanguinosi. 

Protagonisti dell’incontro, dicevamo, sono stati la geografa Laura Canali – che in ogni numero del mensile traccia le mappe politiche a corredo degli articoli giornalistici -, e il direttore Lucio Caracciolo, volto televisivo noto per i suoi frequenti interventi soprattutto nel programma Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber su LA7.

La serata ha messo al centro dell’attenzione soprattutto il numero di Limes del novembre scorso, un volume denso di saggi volti a proporre un approccio maturo e realistico alla questione climatica; non per sminuirla, ma per smettere di farne un totem e affrontarla fattivamente. Il volume, significativamente intitolato “A qualcuno piace caldo”, è partito dal presupposto che le “narrazioni” correnti sul tema hanno fatto il loro tempo e dalla presa di consapevolezza che l’approccio allarmistico alla lunga provoca rigetto e assuefazione. Qual è allora l’atteggiamento proposto da Limes per leggere questi cambiamenti in prospettiva?

Si parte inevitabilmente dalla peculiarità dei contesti, ovvero osservando l’impatto dei cambiamenti in base a latitudine, ubicazione geografica, caratteristiche orografiche e socioeconomiche, quantità e qualità di risorse a disposizione per contrastarlo. Il cambiamento climatico si declina in modi diversi, a seconda dei territori, e ce ne sono alcuni che addirittura possono beneficiarne, dal punto di vista economico, a fronte dei disastri che si prospettano invece nella maggior parte del globo. La consapevolezza di ciò non può che essere la premessa necessaria per evidenziare gli impatti geostrategici e contribuire in questo modo alle possibili soluzioni. 

Durante l’incontro in libreria, affollatissimo, a Caracciolo è stato richiesto di riassumere in poche parole qual è la filosofia di fondo che ha portato alla nascita e al successo di Limes. La risposta del giornalista è stata semplice quanto significativa. La rivista è nata sulla scia dell’esigenza di offrire ai suoi lettori una visione del mondo reale, declinato nello specifico dei territori, che non rifugga ma anzi abitui alla complessità dei fenomeni geopolitici ed economici. In secondo luogo Caracciolo ha ribadito la necessità di non fornire solo visioni di parte dei fenomeni geopolitici. Sono la conoscenza delle opinioni degli “altri” può consentire infatti di comprendere le ragioni di fondo che alimentano il consenso dei vari gruppi di potere, al giorno d’oggi, siano essi politici, economici o mediatici. 

Questo approccio non ha potuto che divenire lo sfondo sul quale si è svolto il breve dibattito conclusivo con il pubblico, inevitabilmente dedicato al secondo mandato di Donald Trump negli Stati Uniti, protagonista del numero di dicembre di Limes, intitolato “Musk o Trump, America al bivio”, e prefigurante la successiva edizione della rivista, che si intitolerà “L’ordine del caos”. 

è in quest’ottica che dovranno muoversi, nel 2025, coloro che cercheranno di capire le dinamiche del grande e pericoloso gioco mondiale, rispetto al quale il nostro Sudtirolo non potrà sottrarsi in alcun modo.  

Autore: Luca Sticcotti

Da Bolzano a Praga con Erasmus+

George Ciprian-Lungu è uno studente di Scienze Storiche presso l’Università di Trento. Viene dalla Romania e ha sempre avuto la passione per la storia, che, durante la triennale, l’ha spinto a iscriversi al programma Erasmus+ con il quale è giunto fino a Praga. 

Come mai hai scelto di studiare scienze storiche?

Ho sempre avuto una grande passione per la storia quindi intraprendere questo percorso è stato abbastanza naturale; a Trento il corso si occupa di vari ambiti della materia e ciò mi ha dato un’ulteriore motivazione, sapendo di poter approfondire la “grande storia” molto più di come non avessi potuto fare alle superiori o individualmente.

Perché hai scelto di andare in Erasmus? Dove sei stato?

Sin dalle superiori ho avuto l’obiettivo di partire per un’esperienza universitaria all’estero. Sono stato in Repubblica Ceca a Praga, nonostante non fosse stata la mia prima scelta. Quest’ultima sarebbe stata un’università nella Federazione Russa, tuttavia, a causa dell’invasione dell’Ucraina del 2022, i bandi per questa destinazione sono stati cancellati. 

Quali sono i pro e i contro di questa esperienza?

Sicuramente l’offerta didattica diversa da quella italiana, i professori e i corsi. Uno dei corsi che ho frequentato, che a Trento purtroppo non è disponibile, è “Storia degli Stati Uniti tra gli anni ‘80 e ‘90” nel quale non si guardava solo alla storia politica, ma anche a quella economica e culturale utilizzando anche serie tv, musica e film prodotti in quel periodo come fonti per avere una percezione della realtà americana di quel periodo e di come veniva percepita o come voleva essere fatta percepire dal resto del mondo. Di contro non ce ne sono, per me. Tutto è andato bene, l’unico svantaggio è la burocrazia cartacea che, però, è un problema principalmente italiano.

Questa esperienza ti ha arricchito?

L’offerta formativa mi ha dato nuovi punti di vista grazie ai corsi che non avrei mai avuto occasione di frequentare su molti periodi storici e argomenti differenti. Per fare un esempio, un argomento su cui mi sono soffermato è stato la storiografia russa e l’interpretazione storiografica dei Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica e dell’Impero Russo. Chiaramente un ulteriore arricchimento risiede nelle persone che ho conosciuto nei diversi ambiti di studio, anche perché in Repubblica Ceca la storia non è parte della facoltà umanistica, perché viene considerata una scienza sociale con un apporto più scientifico-sociologico già dalla triennale e molto più aperto al dibattito. è una cosa che in Italia manca, vista la generale predilezione per le lezioni frontali.

Da storico, l’esperienza in Repubblica Ceca ti ha aperto nuovi orizzonti?

I metodi di studio mi hanno davvero arricchito. Oltre all’offerta formativa in sé anche l’esperienza universitaria in generale ha giocato un gran ruolo in questo. L’Università Carolina, essendo un ateneo molto più grande di quello di Trento, offre una qualità dello studio proporzionalmente più alta. Questo dal punto di vista dei miei studi sulla storiografia est-europea, della Russia sono stati un cambiamento di prospettiva non indifferente grazie anche all’approccio attuale, visto il conflitto in corso, e l’obiettivo di comprendere il perché si pensino determinate cose.

Consiglieresti anche ad altri di partire?

Sì. Non pensate di perdere tempo andando all’estero; è impegnativo, ma è un’esperienza formativa a 360 gradi. 

Autrice: Anna Michelazzi

Parliamo di intelligenza emotiva, per favore!

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità…” eccetera. Questa frase la si trova in rete e viene furbescamente attribuita a Socrate, ma poco importa in realtà che l’abbia detta lui o meno, si tratta infatti di un pensiero diffuso trasversalmente in tutte le epoche, cioè: i giovani sono problematici. Ma, in fondo, è davvero una questione generazionale? O forse è semplicemente il trito e ritrito conflitto tra il vecchio e il nuovo?

Ecco, se dovessi scrivere un articolo sull’intelligenza emotiva comincerei proprio così: citazione farlocca presa dal web e predicozzo sui conflitti intergenerazionali. Ma sotto-sotto io non so cosa sia l’intelligenza emotiva, posso intuirne i contenuti, ma rimango pur sempre un profano. E a quanto pare va bene così!

Va bene così, perché per capire che i “giovani” (categoria rigorosamente monolitica!) non si conformano, ma si ribellano e sperimentano, non ci vuole un esperto in psicologia.

Spesso li giudichiamo con leggerezza, senza considerare che – oggi più che mai – vivono in un mondo fatto di ignoto e di futuro incerto. E questo scenario rende l’intelligenza emotiva più rilevante che mai, perché non è solo una competenza individuale, ma anche un antidoto per affrontare le sfide che ci circondano.

Per convincervi che non serve essere esperti per prendere dimestichezza con l’intelligenza emotiva, mi faccio aiutare da… un’esperta: Francesca Alemanno, psicologa e psicoterapeuta.

“La vera sfida educativa è prendere per mano i giovani e accompagnarli in quello che decideranno essere il loro futuro. Ciò non significa preservarli da ogni rischio, come si fa con dei vasi di porcellana, ma accompagnarli e sostenerli ad affrontare il mondo in autonomia.”

Però il mondo è pieno di rischi, è un po’ come una “foresta”.

“Certo, di per sé la foresta nasconde in sé molti pericoli, però è anche un luogo ricco di opportunità (e di biodiversità). Maldestramente potremmo avere la tentazione di vietarne l’ingresso ai “giovani”… ma di poche cose si può essere certi a questo mondo, e una di queste è che, proibita o no, in quella foresta ci andranno, tanto vale – quindi – fornire loro gli strumenti per affrontarla.”

Del resto evitare loro ogni difficoltà significa privarli della possibilità di sviluppare resilienza e “antifragilità”. 

“Un concetto affascinante coniato da Nassim Taleb, che descrive l’attitudine di un oggetto o di un sistema di migliorarsi in seguito a un trauma. Jonathan Haidt, psicologo americano, lo applica al sistema immunitario psicologico. Imparare a gestire sofferenze, ingiustizie, tensioni ed emozioni negative trasformandole in risorse per crescere, e poi, saper riconoscere le proprie emozioni, gestirle in modo sano e – quindi – comprendere le emozioni altrui, sviluppando empatia, è essere emotivamente intelligenti.”

Eccoci arrivati all’intelligenza emotiva. Quelli bravi ora direbbero che “l’intelligenza scolastica è la più sopravvalutata di tutte le intelligenze”…

Sì, perché non basta saper fare calcoli complessi, scrivere testi, avere una cultura enciclopedica… in pratica essere ChatGPT. Bisogna essere capaci di costruire e gestire relazioni sane e significative.
Ricordandoci che la foresta è foresta, anche per noi. È sorpresa, è novità. E che per crescere giovani antifragili, c’è bisogno di educatori antifragili ed emotivamente intelligenti.”

Quindi, zaino in spalla, ché si va nella foresta.

Autore: Marco Valente

Il 6 gennaio è deceduto il famoso archeologo e etnografo Reimo Lunz

Archeologo, etnografo, autore di numerosi libri, direttore del Museo civico di Bolzano, collaboratore della Sovrintendenza ai beni culturali, collaboratore della rivista Der Schlern, importanti furono gli studi, gli scavi, gli scritti e le scoperte che Reimo Lunz compì nell’arco della sua carriera, consentendo di comprendere meglio il territorio altoatesino e per certi versi l’intero arco alpino ponendo spesso a confronto lo sviluppo delle popolazioni che lo percorsero e lo abitarono nelle varie epoche dalla protostoria all’antichità. 

Reimo Lunz studiò fra l’altro gli influssi culturali fra le diverse popolazioni che attraversarono e si stanziarono nelle zone alpine e riscontrabili nei reperti archeologici soprattutto nella produzione di alcuni oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione. 

Così Lunz scriveva ad esempio nel saggio intitolato “Considerazioni sull’età del bronzo finale e la prima età del ferro nel Trentino – Alto Adige” e pubblicato nel Vol. XLVII di Studi Trentini di Scienze Naturali del 1970. 

“Gli influssi culturali dell’area bavarese e danubiana che si rispecchiano soprattutto in una serie di oggetti metallici della prima e media età del bronzo rinvenuti nella nostra regione alpina, si vanno via via perdendo durante un orizzonte recente dell’età del bronzo dando luogo ad un intensificarsi dei rapporti con la zona prealpina tra Brenta e Mincio. Da un esame dei materiali della prima e media età del bronzo, ci sono parsi d’intravvedere, nelle vallate alpine, diversi centri locali, con uno specifico inventario di forme vascolari e di bronzi; anche per una fase recente dell’età del bronzo, notiamo un fenomeno analogo determinato più che altro dalla posizione geografica delle singole aree prese in considerazione. Nei bronzi ravvisiamo diversi punti di contatto con l’ambiente palafitticolo di Peschiera, mentre rimane circoscritta alla V al Pusteria l’infiltrazione di elementi irradianti dai bacini di Villach e Klagenfurt e dalla Stiria”. 

Reimo Lunz era nato a Innsbruck nel 1943, ma dopo la guerra la famiglia fece ritorno a Brunico dove Reimo frequentò le scuole elementari e medie. A Bressanone frequentò invece il liceo scientifico. Nel 1962 ebbe modo di partecipare agli scavi presso il cimitero di Windschnur vicino a Rasun e appartenente al periodo di Hallstatt. Da quel momento l’archeologia divenne la passione e la professione di una vita. Nel 1964 infatti iniziò a studiare preistoria e storia antica all’Università di Innsbruck, che completò nel 1971 dopo un periodo di studi anche all’Università di Marburgo. La sua tesi, supervisionata da Osmund Menghin, direttore del Dipartimento di Preistoria e Storia Antica della Regione Alpina dell’Università di Innsbruck, era intitolata “Studi sulla fine dell’età del bronzo e sull’età del ferro antica nella regione alpina meridionale”. Nel 1973 pubblicò con Athesia Preistoria e protostoria dell’Alto Adige. Nello stesso anno, sempre con Athesia, pubblicò La collezione archeologica del Museo civico di Bolzano. L’anno dopo con Sansoni pubblicò Studi sulla tarda età del bronzo e sull’età del ferro antico nella regione alpina meridionale.  Nel 1981 pubblicò Venosten und Raeter che resterà una pietra miliare negli studi sulla Val Venosta. 

Numerosissimi furono gli scavi archeologici cui prese parte e altrettanti che diresse sia nel Tirolo del Nord che in Trentino e ovviamente in Alto Adige. La sua attenzione scientifica si concentrò in particolare sull’età del ferro, ma i suoi numerosi scavi lo fecero progredire anche nella conoscenza di altre epoche. Egli scoprì ad esempio diversi luoghi di riposo di cacciatori mesolitici sui passi dell’Alto Adige. 

Dal 1971 al 1999 Reimo Lunz lavorò al Museo Civico di Bolzano. Qui la sua carriera iniziò dapprima come conservatore della sezione archeologica e, a partire dal 1986, divenne il direttore del museo. Nel 1977 fu premiato con l’ambito riconoscimento “Walther von der Vogelweide Preis” e nel 1982 la città di Brunico gli conferì la Medaglia d’onore per la cultura. Negli anni Novanta sotto la sua direzione ci fu la riorganizzazione, secondo schemi scientificamente più rigorosi, dell’esposizione archeologica del museo. Ai funerali, tenutisi a Brunico, Helmut Rizzolli ha ricordato con parole toccanti l’attività scientifica di questo studioso. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto

Una scala = una comunità

Mara Granitto è l’inquilina di una scala del quartiere Casanova in cui si è creata una comunità di vicinato. In questa intervista racconta il rapporto tra i vicini e la positività che ne scaturisce.

Secondo te perché è nata questa forte unione tra vicini di casa?

Sicuramente perché c’è necessità di avere supporto, amicizie che ti sostengono nelle cose belle e brutte di tutti giorni. Si tratta di condividere le piccole cose: un saluto, un sorriso, se si ha bisogno della spesa, condividere consigli riguardanti i figli… Siamo entrati in cooperativa nel 2009 più o meno con le stesse necessità, avendo in media la stessa età. Se si avevano e hanno pensieri e bisogni, si possono pure condividere e c’è sempre un grande scambio di idee. è mix fortunato perché siamo persone socievoli che hanno voglia di stare insieme e di darsi sostegno reciproco.

Quali sono le principali attività o tradizioni che legano voi vicini?

Le attività sono prevalentemente “pratiche”; abbiamo creato il gruppo whatsapp della scala per tenerci aggiornati sulle necessità del condominio che possono andare dalla gestione delle piante comuni alle lampadine da cambiare; se succede qualcosa ci si avvisa subito, si scambiano tutti i tipi di informazioni utili. Si è sempre attivi: se qualcuno si dimentica il garage aperto o le chiavi sulla porta, il problema viene subito risolto, c’è un controllo generale. I caposcala si attivano subito per le necessità. Abbiamo creato anche uno spazio in cui ognuno ha portato degli attrezzi per una specie di “palestra condominiale”. Abbiamo poi delle tradizioni come quella di incontrarci sotto Natale nell’atrio per almeno una mezz’ora in cui ognuno porta qualcosa da bere e da mangiare in cui ci scambiamo gli auguri e abbiamo l’occasione di passare del tempo insieme. Si è creata una bella situazione. Ci si fa la spesa o ci si aiuta con gli animali domestici quando c’è necessità e c’è davvero un “pronto intervento”  quando c’è bisogno di aiuto. Se manca qualcosa in casa sono tutti disponibili, c’è sempre qualcuno, tra i 17 condomini, che ti dà qualcosa per finire la preparazione della torta quando magari i negozi sono tutti chiusi. Chi ha l’orto lascia molte volte una cassetta in entrata con i prodotti da condividere, e la stessa cosa avviene con i punti e buoni del supermercato. All’inizio facevamo anche le pizzate, ma ora è più complicato organizzarsi. Essendo tutti più o meno della stessa età ci siamo accompagnati un po’ in tutte le fasi della vita degli ultimi 16 anni; siamo passati da darci consigli sui figli a darci dritte sui nonni e a sostenerci nelle difficoltà legate alle vari situazioni.

Come vi aiutate a vicenda nelle situazioni quotidiane?

Ritiriamo i pacchi gli uni per gli altri; se qualcuno sta male o ha degli imprevisti ci si organizza per fare la spesa o portare a spasso il cane. Se qualcuno è malato gli si porta da mangiare direttamente a casa. Un esempio significativo può essere raccontare di quando mia figlia è stata molto male e io e mio marito eravamo via e ho potuto chiamare varie vicine che si sono subito attivate per dare una mano e portarla al pronto soccorso e a prendersi cura di lei nei giorni successivi. Nel 2022 in occasione dello scoppio del conflitto in Ucraina io e mia figlia ci siamo attivate per la raccolta di beni di prima necessità da poter inviare ai rifugiati e tutti i condomini si sono attivati. Basta scrivere sul gruppo e tutti sono pronti ad aiutare. Si spegne la macchina? C’è chi arriva con la batteria. Si è rotta la lavatrice? C’è sempre chi ha la porta aperta. L’ascensore è diventato il primo luogo di incontro in cui c’è sempre sostegno e condivisione, sia nelle situazioni negative che positive.

Cosa ti piace di più di vivere in una comunità così unita?

Mi sento molto serena, so che se c’è bisogno non sono mai sola. Inoltre si cerca sempre di condividere momenti speciali. 

In che modo questa comunità ha influenzato la tua vita quotidiana?

Non ero contenta di andare via dalla vecchia casa perché era vicina a tutto ciò che conoscevo. Venire in un quartiere nuovo e sconosciuto e lontano dalle mia abitudini e familiari con le bambine piccole non è stato facile, ma la fortuna è stata proprio in questa scala in cui tutti ci siamo sostenuti e aiutati sin dall’inizio. Si torna a casa tranquilli, ci si sente al sicuro. C’è attenzione. Non ci si vede tanto, ma sappiamo che ci siamo. Quando arrivano nuovi inquilini vengono accolti bene e si inseriscono al meglio in questo gruppo affiatato. Alcune di queste persone sono diventate vere e proprie amiche e amici con cui si condivide la vita, dal festeggiare la fine dell’anno ad andare in vacanza e a concerti. Durante il covid è stato spettacolare: avendo il giroscale a ringhiera riuscivamo, sempre mantenendo le distanze, a chiacchierare, scambiare informazioni e a fare i brindisi di tutti i compleanni sui pianerottoli. E se qualcuno rimaneva in quarantena sapeva che aveva sostengo. In quel periodo questo rapporto si è esteso a tutto il condominio: organizzavamo appuntamenti alle finestre e balconi con musica, brindisi e chiacchiere.

Quale consiglio daresti ad altre persone che vivono in un condominio e vorrebbero creare un ambiente simile di collaborazione e amicizia?

Di essere propositivi e avere fiducia nelle persone. Tutti stanno bene a stare insieme, ma purtroppo c’è paura e diffidenza. Si tende a mettersi sulla difensiva per proteggersi ed è un peccato perché si perdono occasioni. Fare il primo passo spesso apre porte che poi si rivelano veramente belle. Riuscire a creare una comunità di scala aiuta a stare meglio e sentirsi al sicuro. 

Autrice: Anna Michelazzi