L’apnea come un vero stile di vita

Leo Sanna, nato nel 2002 a Bolzano, è un giovane atleta che sta conquistando la scena dell’apnea, una disciplina che richiede forza mentale oltre che fisica. Con il suo impegno e la sua passione, sta ottenendo ottimi risultati, sia in competizione che nel suo percorso personale. In questa intervista, ci racconta la sua passione per lo sport, il percorso che lo ha portato a scoprire l’apnea e i suoi traguardi più importanti.

Ciao Leo, raccontaci un po’ di te. Da dove nasce la tua passione per lo sport?

La mia passione per lo sport è nata quando ero bambino. Ho iniziato con il nuoto a soli sei anni e nel corso degli anni ho praticato basket, atletica leggera, calcio, arti marziali e palestra. Ma è stato a 14 anni che ho scoperto l’apnea, una disciplina che mi ha affascinato da subito. La connessione con l’acqua è sempre stata parte della mia vita, grazie alle origini sarde di mio padre e alle estati passate in Sardegna. Mio padre, infatti, è sempre stato un appassionato di pesca, e da piccolo lo osservavo entrare in acqua. Con il tempo ho cominciato a seguirlo, e alla fine ho deciso di intraprendere il percorso per ottenere il brevetto di apnea.

Hai iniziato con il brevetto di primo grado con la società Bolzano Sub. Com’è stato quel momento per te?

Esatto, per motivi di sicurezza ho deciso di intraprendere quel percorso. Dopo il primo brevetto, sono arrivato al terzo, e da circa un anno partecipo alle competizioni. Quella sensazione di entrare in un mondo così affascinante e impegnativo è stata incredibile. Mi ha permesso di unire la passione per l’acqua con la sfida mentale che questa disciplina richiede.

Cosa ti piace di più dell’apnea e quali sfide comporta?

L’aspetto che più mi affascina dell’apnea è l’autocontrollo. Questo sport richiede una grande forza mentale, più che fisica. A mio avviso l’80% della performance dipende dalla testa. Devi essere in grado di ascoltare il tuo corpo, percepire ogni singola sensazione e reagire di conseguenza. Durante le gare, a volte si avverte una sensazione di pericolo, ma è fondamentale mantenere la calma e la lucidità per prendere le decisioni corrette.

Raccontaci un po’ del tuo allenamento.

Mi alleno due sere a settimana nella piscina coperta Karl Dibiasi per l’apnea, e altre due volte alla settimana alla A.S.D. Atenas per la preparazione atletica. Cerco di non spingere troppo durante l’allenamento per evitare lo stress, ma in gara provo sempre a testare i miei limiti. A volte, però, questo può portare a qualche squalifica. È una parte del gioco, e ogni esperienza è utile per crescere.

Hai ottenuto importanti risultati nelle competizioni. Qual è il tuo traguardo più significativo fino a oggi?

Ogni volta che partecipo a una competizione, cerco di raggiungere la vetta della classifica. Fino ad ora, sono riuscito a portare a casa diverse medaglie, ma la più importante per me è quella conquistata all’ultimo Campionato Italiano di Apnea Outdoor a Riva del Garda, dove ho ottenuto il terzo posto nella categoria “Promotion”. Quella medaglia rappresenta davvero un grande risultato per me.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è quello di crescere ulteriormente e ottenere titoli sempre più importanti. Voglio continuare a sfidare me stesso, superare nuovi limiti e raggiungere traguardi ancora più grandi. L’apnea per me è molto più di uno sport: è un vero e proprio stile di vita.

Hai altri hobby “fuori dall’acqua”? 

Sì, nei weekend cerco di dedicarmi al trekking e alle vie ferrate. Mi piace essere all’aria aperta, esplorare nuovi luoghi e godermi la montagna. È un modo per rimanere in contatto con la natura, un po’ come quando pratico l’apnea. Entrambe le attività mi permettono di sentirmi più in sintonia con l’ambiente che mi circonda.

In che modo l’apnea ti ha cambiato, sia come atleta che come persona?

L’apnea mi ha insegnato tantissimo, soprattutto la forza mentale e la resilienza. Ogni giorno mi permette di crescere, sia come atleta che come persona. Ogni competizione è una sfida non solo fisica, ma anche mentale. Voglio continuare questo viaggio e superare sempre nuovi limiti.

Autore: Niccolò Dametto

Tutti gli scout uniti nel nome della convivenza


“Allzeit bereit! Sii preparato!”: non importa in quale lingua venga pronunciato, il motto rimane lo stesso. Sabato 22 febbraio, scout di tre diverse associazioni – la Südtiroler Pfadfinderschaft (Sp), l’Agesci ed il Cngei – hanno celebrato assieme la “Giornata del Pensiero”. Si è trattata di un’occasione di scoperta reciproca in un Alto Adige dove la convivenza tra gruppi linguistici è ancora un sentiero scosceso che si perde tra montagne, timori e parole che si fermano prima di diventare dialogo.

Bolzano, 22 febbraio. 

Durante la Giornata del Pensiero, gli scout di tutto il mondo ricordano la nascita del fondatore dello scoutismo, Robert Baden-Powell e di sua moglie Olave. 

Ma le coincidenze non finiscono qui: è anche la data di nascita di Alex Langer, fautore dell’”arte del vivere insieme”. 

A Monaco, lo stesso giorno del 1943, i giovani attivisti della Rosa Bianca Sophie e Hans Scholl e Christoph Probst, pagavano con la vita la coraggiosa resistenza all’orrore nazista. 

Si tratta di una giornata, quindi, che richiama in maniera evidente la responsabilità di non restare spettatori di fronte alle sfide della società.

SI PARTE DAI GRUPPI

“Non è sufficiente vivere l’uno accanto all’altro per parlare di convivenza. Bisogna avere il desiderio di conoscere e di conoscersi. Purtroppo siamo impigriti e troppo spesso preferiamo vivere nella nostra bolla” racconta Emma (20 anni) del gruppo Agesci Bolzano 4. “La giornata di oggi è un buon input per mostrare che è possibile fare cose insieme, partendo dai gruppi scout” – continua Corinna (19 anni) del gruppo SP di Bressanone – “tra noi ci sono sicuramente usi differenti, ma ciò che ci unisce è un codice comune’ che non ha bisogno di traduzioni, la strada, la promessa pronunciata con lo stesso intento…”

Per Ilaria (17 anni) del gruppo Cngei Bolzano 3 l’esperienza è stata utile ma anche una conferma: “Utile perché ci ha dimostrato che tutti partiamo con gli stessi timori, che però si sgretolano nel momento in cui si condividono. Una conferma perché è stato bello ascoltare pensieri diversi dai miei, una costante nello scoutismo in cui il rispetto verso le opinioni altrui è un valore.”

Sulla stessa linea si esprime Gaia (17 anni) del gruppo Agesci Merano 1: “Nella vita di tutti i giorni è più raro e difficile realizzare incontri come quello di oggi. Un modo per andare oltre la ‘convivenza’ e passare a una ‘conoscenza’. Auguro alle tre associazioni di continuare, nei prossimi anni, a organizzare momenti e incontri simili perché ritengo che possano essere un primo passo verso uno scoutismo e – perché no? – verso una società più unita e consapevole.”

L’EDUCAZIONE ALLA DIFFERENZA

Un incontro che non è stato solo un evento, ma una ‘semina’, ritengono gli organizzatori: “Se crediamo che sia importante conoscersi, collaborare, condividere e non solo co-esistere, dobbiamo essere noi i primi a sperimentarlo, proporlo e testimoniarlo” suggerisce Giulia Salvi dell’Agesci, ideatrice di questa iniziativa. “Conoscersi meglio, facendo cose insieme, è il modo più efficace per superare le distanze, perché alla fine ci accorgiamo che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono” – sottolinea Maximilian Maniacco del Cngei, che già rilancia per altri incontri di confronto tra educatori ed educatrici.

Un augurio condiviso anche da Sara Schena, del gruppo Agesci Merano 1: “Che le associazioni possano continuare a lavorare in questa direzione. È stato molto bello vedere giovani lavorare insieme, cercando di superare le barriere linguistiche e culturali, per immaginarsi un futuro in cui i muri della diffidenza possano essere abbattuti e le diversità possano essere finalmente considerate una ricchezza.”

Felix Irsara, responsabile provinciale della Südtiroler Pfadfinderschaft, invece, pone l’accento sulla ricchezza della diversità: “Se tutti fossimo uguali, il mondo sarebbe monotono. Questi eventi sono occasioni di crescita. Ci sperimentiamo come compagni di strada.”

E chissà, forse non basta un giorno per cambiare tutto. Ma se basta una promessa per unire, allora la strada è quella giusta.

Autore: Marco Valente

Bolzano: futuro degli sport a rischio per mancanza di strutture

Bolzano ha una forte tradizione sportiva, ma soffre la carenza di impianti adeguati. Questo limita allenamenti e competizioni, costringendo molte associazioni a usare soluzioni temporanee. Ne parliamo con Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

Bolzano, capoluogo dell’Alto Adige, è una città con una lunga tradizione sportiva e una popolazione appassionata di attività fisica. Ma in realtà il capoluogo della provincia sta affrontando una grande difficoltà: la mancanza di impianti sportivi adeguati. Questo problema non riguarda solo le discipline più praticate, come il calcio, ma anche sport che necessitano di strutture specifiche per garantire allenamenti e competizioni a livello regionale, nazionale e internazionale. La carenza di impianti moderni e funzionali rappresenta un ostacolo alla crescita e alla diffusione dello sport nella città, e ha costretto molte associazioni a utilizzare da anni soluzioni temporanee e spesso inadeguate, come le palestre scolastiche. Abbiamo pensato di parlarne assieme a Alexander Tabarelli, presidente provinciale del CONI.

E’ NECESSARIO UN CAMBIO DI PASSO

Molte associazioni sportive bolzanine si vedono costrette a ricorrere a strutture non pensate per l’attività sportiva, come le palestre scolastiche. Questo comporta numerosi problemi: orari limitati, spazi condivisi con altre attività e attrezzature non sempre adeguate. “Le palestre scolastiche sono un palliativo”, afferma Tabarelli, “Non sono impianti pensati per ospitare sportivi, ma in molte realtà questi spazi sono diventati l’unica soluzione per le associazioni, con tutte le problematiche che questo comporta”. 

La scarsità di spazi adeguati influisce direttamente sulla qualità degli allenamenti e sulla possibilità per gli atleti di competere a livelli superiori. E a complicare ulteriormente la situazione è la lentezza con cui vengono realizzati i progetti di nuovi impianti e la scarsità di fondi per migliorare quelli esistenti. Nonostante le necessità evidenti, i progetti di ampliamento e costruzione di strutture sportive si scontrano con la difficoltà di reperire risorse economiche sufficienti. “La tempistica dei progetti è troppo lenta, e i fondi messi a disposizione dalla provincia e dal comune non sono mai sufficienti a rispondere davvero alle esigenze delle associazioni sportive”, continua Tabarelli. “L’impegno delle amministrazioni pubbliche è fondamentale, ma bisogna passare dalle parole ai fatti. Solo così riusciremo a risolvere i problemi legati alle strutture sportive”. Sebbene Bolzano abbia un grande potenziale, la mancanza di infrastrutture moderne continua a essere un ostacolo per gli sportivi, in particolare per quelli che praticano discipline che richiedono impianti specializzati.

Ci sono, tuttavia, segnali di cambiamento. Tabarelli ha annunciato che sono in programma nuove costruzioni che potrebbero migliorare la situazione delle strutture sportive. “È in programma la costruzione di un palazzetto per il basket dietro il polo scolastico Max Valier e Ada Negri, all’incrocio tra viale Druso e Via Sorrento”. Questo nuovo impianto rappresenterebbe una risposta importante per il basket, che ha visto crescere notevolmente il numero di praticanti a Bolzano, ma fatica a trovare una struttura adeguata.

Per quanto riguarda la pallamano, l’area destinata alla realizzazione di un nuovo impianto sarebbe quella dietro al palasport, attualmente utilizzata come parcheggio per camper. “Questa area potrebbe diventare una risorsa fondamentale per la pallamano, che al momento soffre della mancanza di un palazzetto dedicato. Avere un impianto moderno permetterebbe a questa disciplina di crescere e attirare nuovi praticanti, senza dover dipendere da strutture che non rispondono alle sue necessità”, continua Tabarelli.

Un altro progetto rilevante riguarda l’atletica indoor. “Il primo impianto di atletica indoor provinciale dovrebbe nascere in Via Cadorna”, afferma il presidente altoatesino del CONI. Questo impianto sarebbe una risorsa fondamentale per gli sportivi che praticano l’atletica leggera, che attualmente sono costretti a spostarsi in altre città per allenarsi durante i mesi invernali. Con la creazione di una struttura indoor, Bolzano potrebbe diventare un punto di riferimento per questa disciplina.

Inoltre, è previsto il risanamento della pista da bmx nel Parco Europa, che attualmente si trova in cattive condizioni. “La pista da bmx è molto utilizzata, ma ormai è obsoleta e necessita di un ammodernamento urgente”, afferma Tabarelli. “La crescita dei praticanti e l’alta domanda impongono di intervenire per rendere la pista sicura e funzionale”. Questo intervento è cruciale per rispondere alle necessità degli atleti di box e per supportare il movimento sportivo in espansione.

Nonostante questi progetti, è fondamentale che le amministrazioni comunali e provinciali intensifichino gli sforzi per garantire che queste iniziative diventino realtà nel più breve tempo possibile. Investire nello sport significa investire nella salute dei cittadini, nel benessere collettivo e nella possibilità di far crescere talenti locali. Le nuove strutture non solo permetterebbero una maggiore partecipazione alle attività sportive, ma potrebbero anche attrarre eventi sportivi di rilevanza nazionale e internazionale, aumentando la visibilità e l’economia della città.

“Lo sport è una risorsa fondamentale per la comunità di Bolzano, ma senza infrastrutture adeguate per qualsiasi disciplina è difficile crescere”, sottolinea Tabarelli. 

“Quello che manca è un piano strategico a lungo termine che veda lo sport come un settore prioritario per la città, e che supporti concretamente le associazioni e gli atleti. Senza un impegno serio, rischiamo di perdere opportunità importanti per il futuro”.

La carenza di impianti sportivi a Bolzano è una problematica che non può più essere ignorata. Sebbene siano in programma alcuni interventi di costruzione e ristrutturazione, è fondamentale che le istituzioni locali si impegnino concretamente per accelerare questi processi e rispondere alle reali esigenze delle società sportive. Solo con strutture moderne e accessibili, Bolzano potrà continuare a crescere come città sportiva, offrendo opportunità concrete a tutti i cittadini e ai giovani atleti che aspirano a eccellere. Come conclude Tabarelli: “Lo sport è un motore per la nostra città, ma per farlo crescere, dobbiamo fornire le giuste infrastrutture”.

Autore: Niccolò Dametto

Per Tea Ducato la vita… non è sempre una teiera

Tea Ducato, operatrice culturale a MusicaBlu e insegnante di canto, è diplomata in Conservatorio in didattica della musica con specializzazione in canto moderno e ha da poco pubblicato un libro di filastrocche per bambini con la casa editrice bolzanina Edgar Libri.

Come s’intitola il tuo libro? Se dovessi descriverlo con tre parole quali sarebbero e perchè?

Il mio libro si chiama “La vita non è sempre una teiera. Storie per bambini diventati grandi”. Le parole che sceglierei sono: tenerezza perché la ricercavo e la ricerco nelle persone e nel raccontare delle storie che parlano di diversi aspetti della vita; crescita, perché nelle stesse storie, tranne in una, si trova sempre un percorso in cui ogni personaggio si evolve; e dolcezza, perché ho ricercato questa sensazione dell’infanzia e un’educazione gentile per affrontare determinate tematiche.

Da dov’è nata l’ispirazione?

Come tantissime cose che faccio è nata per caso: ho iniziato a scrivere filastrocche per prendere in giro i miei amici o me stessa e per raccontare determinate situazioni. Mi sono accorta che mi riusciva e quando un mio amico, Jacopo Schiesaro, mi ha detto che quello che stavo creando aveva un valore, e allora ho creduto nelle sue parole. Durante il periodo di Covid mia mamma mi ha detto di non guardare le cose sempre dal mio punto di vista e io ho scritto su un foglio “la vita non è sempre una teiera” perché un mio amico mi chiamava così e ho pensato che sarebbe stato bellissimo come titolo di un libro e il caso ha fatto il resto. Avevo inoltre conosciuto quest’illustratrice bravissima, Giorgia Grasso, alla quale, per gioco, ho chiesto di creare una copertina; mi è piaciuta così tanto la connessione tra le mie parole e le sue immagini che ho pensato che se mai avessi fatto un libro l’avrei fatto con lei. 

Quale ruolo hanno le illustrazioni nel veicolare il tuo messaggio?

Io sono dislessica e quindi ragionando per immagini e colori e non riuscivo a immaginarmi questo libro senza. Ciò che mi ha colpito subito di Giorgia è stata proprio la scelta dei colori perché rispecchiavano le mie sensazioni. Volevo che nella sua semplicità fosse molto immersivo. 

C’è qualcosa della tua scrittura che ti ha sorpreso a posteriori?

Mi sono resa conto che ogni storia ha una soluzione e un concetto di bellezza ed estrema leggerezza, tranne una, quella sull’invidia, che invece è l’unica in cui si percepisce un po’ di rabbia. Riflettendo, visto che siamo tutti persone in crescita, penso che sia stato frutto di una rabbia o di emozioni derivate da relazioni che in quel momento non avevo ancora elaborato, ma ho trovato questo aspetto interessante.

È la tua prima pubblicazione?

Per quanto riguarda i libri, sì. Avevo invece pubblicato un EP quindi musica e se ci si pensa la filastrocca richiama una certa musicalità. Riconoscevo che le mie filastrocche fossero simpatiche, ma non pensavo che fossero qualcosa che qualcuno avrebbe pubblicato quindi mi sono fidata del giudizio di Jacopo e quando ho parlato con la casa editrice il progetto è stato subito approvato. All’inizio non ho realizzato bene la cosa, dovevo metabolizzare ancora la mia laurea, ma quando ho visto il libro per la prima volta sono rimasta positivamente sorpresa; sono fiera di me per essere riuscita a realizzare un sogno di cui mi ero persino scordata. Voglio sicuramente ringraziare la casa editrice e Jacopo senza i quali non avrei mai pensato di pubblicare un libro e la mia famiglia e il mio compagno che mi sostengono sempre nei miei progetti grandi o piccoli che siano.

Autrice: Anna Michelazzi

7000 passi al giorno contro la depressione

Il neuroscienziato Sir John Eccles ha colto nel segno quando ha detto: ci sono due vie per raggiungere l’intelligenza, ovvero il linguaggio e il movimento. Per curare i disturbi mentali, da più di 100 anni si segue con molta determinazione la prima strada; Sigmund Freud ha diffuso in tutto il mondo la terapia della parola, la psicoterapia. Ma è noto da molto più tempo che il movimento favorisce il pensiero e che camminare facilita la ricerca di soluzioni e idee.

Gli antichi filosofi greci utilizzavano la stoa, la sala ombreggiata dei passeggi, per trovare soluzioni nella calura, e la scuola dei pensatori che ne derivò fu chiamata stoica. Questi filosofi, da Epitteto a Seneca a Marco Aurelio, influenzarono l’Impero Romano come pensatori sul trono e successivamente il Medioevo cristiano come nessun’altra comunità di pensatori.

Le tecniche di meditazione orientale hanno scoperto modelli di movimento o posture che favoriscono il rilassamento, l’assorbimento di energia, la concentrazione e la fusione con il mondo da migliaia di anni. Per noi, come membri della società delle prestazioni e dell’informazione, sono nate nicchie che possiamo utilizzare per uscire dal trambusto della vita quotidiana e dallo stress sociale, almeno temporaneamente, attraverso lo yoga, il Qi Gong o la respirazione olotropica.

Nella psicologia moderna, il movimento è una forma di comunicazione che penetra più profondamente nell’uomo rispetto al linguaggio, poiché quest’ultimo si forma attraverso il movimento della lingua, della cavità orale e della laringe. Il linguaggio del corpo di una persona è un indicatore molto preciso del suo stato d’animo, e gli esercizi fisici influenzano direttamente la psiche. Negli sport di resistenza, questa interazione reciproca viene sfruttata per ordinare i pensieri e gli obiettivi delle persone, e le idee orientate agli obiettivi aumentano la resistenza fisica. I maratoneti sviluppano una routine che possono sostenere a lungo e trasferiscono questa tenacia all’obiettivo di percorrere 42 km senza pausa. Anche gli sport di resistenza utilizzano movimenti non tipici per raggiungere obiettivi straordinari, come il sollevamento pesi, il salto in lungo o le corse automobilistiche.

Che il movimento possa cambiare il mondo, lo sanno gli artisti del palcoscenico: attori, ballerini, clown fanno meravigliare, piangere e ridere la gente, perché le emozioni sono facilmente suscitate osservando i movimenti degli altri. Questo è anche il grande fascino del cinema e della televisione.

La psichiatria moderna lavora con i più piccoli movimenti – i nostri passi quotidiani – e indaga su come possiamo affrontare il maggiore flagello dell’umanità, la depressione. Uno studio appena pubblicato su JAMA Network Open dall’Università di Castilla-La Mancha in Spagna, primo autore Bruno Bizzozero-Peroni, ha esaminato quasi 100.000 persone, scoprendo incredibili risultati: almeno 7.000 passi al giorno riducono significativamente il rischio di sviluppare la depressione, e più passi si fanno, maggiore è la protezione. Gli smartphone hanno contapassi integrati, così chiunque può facilmente monitorarsi e allenarsi, aggiungendo se necessario alcuni passi per raggiungere l’obiettivo. Questo numero di passi favorisce il rilascio di dopamina, serotonina e noradrenalina nel cervello, migliorando l’umore. Tuttavia, i pazienti depressi soffrono di carenza energetica e difficilmente si impegnano in molta attività fisica. Anche in questo caso, lo studio fornisce informazioni: già a partire da 5.000 passi al giorno si possono riscontrare effetti positivi. Piccoli passi, quindi, per grandi risultati.

Autori: Roger Pycha, Coordinatore italiano dell’Alleanza Europea contro la Depressione,  e Francesca March, Servizio Psichiatrico di Bressanone

Alessandra Tiddia, fra arte e volontariato

Alessandra Tiddia è nata a Bolzano e si è laureata nel 1989 presso l’Università degli Studi di Padova in Storia dell’arte contemporanea con una tesi dedicata alla cultura figurativa della Mitteleuropa nelle ex provincie asburgiche, tema che ha avuto modo di approfondire in occasione del Dottorato in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Venezia (1997). Attualmente segue progetti espositivi e di ricerca legati ai temi della Modernità fra 800 e 900, come ad esempio la mostra Giotto e il 900 o Etruschi del Novecento, presso il Mart di Rovereto o l’esposizione Capolavori del 900, dal Futurismo all’Informale (Mag di Riva del Garda 2024; Ancona Mole Vanvitelliana 2024) o Eterno Femminino, Trieste Museo Sartorio 2024)

Quali furono i ruoli che Lei ha ricoperto al MART?

Qui ho curato ad esempio la programmazione espositiva di questa sede con mostre dedicate alla cultura figurativa di fine secolo (Max Klinger. Sogni e segreti di un simbolista, Franz von Stuck. Lucifero moderno, Il Secolo dell’Impero. Principi, artisti e borghesi nell’Ottocento, Sulle tracce di Maurice Denis. Simbolismi ai confini dell’impero asburgico. Landesausstellung 2007) . Nel 2010 ho co-curato l’edizione del catalogo generale di Gastone Novelli e nel 2015 ho redatto il Catalogo ragionato dedicato a Piero Marussig. 

Nell’ambito della sua professione di storica dell’arte quali sono state le Sue più grandi soddisfazioni?

La mia più grande soddisfazione è quella di avere l’opportunità, attraverso il mio lavoro, di creare emozioni positive nelle persone che visitano le mostre e che si avvicinano, qualche volta per la prima volta, a opere e autori che suscitano in loro una conoscenza emotiva e che arricchiscono il loro mondo, Sono infatti profondamente convinta del ruolo sociale dei musei e dell’arte in particolare come catalizzatrice di energie positive e salutari, come del resto confermano anche recenti studi scientifici in ambito medico.

Inoltre grande soddisfazione è stato anche dedicarmi alla formazione nei dieci anni in cui mi sono occupata di percorsi formativi per stages universitari presso il Mart, per il grande potenziale di entusiasmo che mi hanno trasmesso la maggior parte dei tirocinanti, alcuni dei quali oggi sono affermati professionisti museali.

Oltre al grande impegno in ambito lavorativo Lei si è spesa anche in seno al Rotary, nel quale ha già ricoperto la carica di Presidente. Cosa L’ha spinta ad aderire a questo Service Club?

L’opportunità di mettere al servizio della comunità la mia presenza e anche l’operatività quando possibile, in un contesto di relazioni che amplia i nostri orizzonti personali in un’azione congiunta volta al bene. In alcuni casi anche la semplice presenza assume un valore in questo senso. 

Lei vive da molti anni fuori Bolzano ma ora ha avuto l’occasione di un importante ritorno e operare per il futuro del Museo civico sedendo nel CdA dello stesso. 

Non ho mai smesso di sentirmi bolzanina, pur vivendo attualmente in un altro luogo e mi rende felice e orgogliosa partecipare alla vita culturale della città, sia in seno al Museo Civico che nella Consulta culturale dell’Assessorato provinciale alla cultura italiana. Il Museo Civico sta affrontando una fase epocale in quanto siamo nel mezzo di una ristrutturazione importante che porterà a una riapertura speriamo in un futuro vicinissimo. Nel frattempo è importante riflettere sul ruolo civico di una istituzione museale di così lunga tradizione, sulle nuove sfide e sui tipi di pubblico che vorrà intercettare.  La partecipazione alla Consulta cultura della Provincia è anche molto interessante perché all’interno della consulta si affrontano temi legati alla fruizione culturale a 360 gradi, in senso molto ampio, dalla musica al teatro, alle biblioteche, ai musei e alle mostre, e al sostegno degli artisti alto atesini, con la finalità di accogliere le diverse identità della cultura e di aprirle a una fruizione pubblica il più possibile ampia.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Gruppi di acquisto solidali, un altro modo di fare la spesa

Con Elda Dalla Bona oggi parliamo dei GAS (Gruppi di acquisto solidali). Si tratta di un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà.

“Ti offro un tè o un caffè?” È così che comincia, quasi sempre, una conversazione con Elda Dalla Bona. Non te lo dirà, ma lei ha una missione precisa: rendere il mondo un posto più bello. Non a parole – che volano, si sa – ma con i fatti, che invece restano. Più di vent’anni fa ha fondato il primo Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) in Alto Adige, quando ancora pochi sapevano cosa fosse. Oggi è presidente di “Ginko per il Bene Comune”, ma il suo curriculum vitae non si ferma di certo qui. 

L’INTERVISTA

Quando si dice GAS, non tutti pensano immediatamente ai Gruppo d’Acquisto Solidale… ci spieghi cosa sono?

Molto brevemente, un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) è un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà. In Alto Adige i GAS nascono più di vent’anni fa, tra l’altro, proprio a Merano con il GASlein. Poi si sono sviluppati velocemente in provincia.

E Ginko? Perché è legata al mondo dei GAS?

“Ginko per il Bene Comune” nasce come cooperativa di comunità nel 2022, però già qualche anno prima alcune persone si erano messe assieme per delineare un progetto comune. Avevamo in mente di sviluppare l’idea del GAS in qualcosa di parzialmente diverso, cioè, accessibile a più persone.  Perché accedere a un GAS è un impegno non da poco e… non è per tutti (persone anziane, persone sole ecc.). Un progetto non privo di insidie, perché è difficile da trasmettere come idea: giusto prezzo al produttore, senza mediazione, giusto prezzo al “usufruitore”.

I primi passi?

Con l’aiuto di alcune persone ispirate, abbiamo individuato un locale presso il Rione Maria Assunta di Merano e abbiamo scoperto che è di proprietà dell’IPES. Ci siamo messi in contatto e… una lungaggine dietro l’altra. Per fortuna abbiamo trovato anche chi si prendesse a cuore la nostra causa.
E poi, parlando in giro del nostro progetto, altre persone si sono aggiunte. È stato un periodo di confronti, abbiamo individuato lo scopo primario, cioè animare il territorio e creare luoghi di comunità, e abbiamo scelto il nome.

Ecco, il nome: perché “Ginko”?

Il ginko è un albero antichissimo, risale a oltre 250 milioni di anni fa. Ha radici profonde ben ancorate al terreno, come la solidarietà, la giustizia sociale che guidano la nostra cooperativa; le sue foglie sono leggere, delicate, come la flessibilità e l’apertura al cambiamento; e poi è una parola “plurilingue”, adatta al nostro contesto.

Le persone socie della prima ora? Quanti eravate?

Dodici. Quasi tutte donne. Di fatto una start-up femminile. E praticamente tutte maestre (o maestri). Non penso sia un caso. Infatti la funzione educativa è alla base del nostro agire e anche del nostro pensare. Un negozio di questo tipo dà la possibilità di capire il perché io debba acquistare una cosa al posto di un’altra. Tenendo conto dell’ambiente, del rione, costituito da persone anziane, extracomunitari, famiglie ecc. Attualmente le persone socie sono 124, ma aumenteranno! Sarà prevista una piccola zona di incontro, tipo bar, dove si potrà leggere il giornale, incontrarsi, chiacchierare. Sarà uno spazio per offrire occasioni di apprendimento: come si produce il cibo, come fare le pulizie in maniera “ecologica” ecc. Ci immaginiamo momenti di formazione come: “Sai cosa metti nel cestino?” Qualcosa di simile è già stato offerto nel 2024: cinque eventi nella sala del comitato di quartiere. A gennaio è cominciata speditamente la ristrutturazione. Questo ci induce ai prossimi passi, acquisto di mobili, frigoriferi, organizzazione degli spazi. Il lavoro è veramente notevole, ma grazie alle competenze messe a disposizione da amici e amici degli amici (architetti, ingegneri ecc.) sta uscendo veramente qualcosa di bello.

Come vi finanziate?

Le persone socie pagano una quota sociale di 25 euro, abbiamo vinto bandi, organizzato crowdfunding. Ma abbiamo sempre bisogno di fondi perché organizzare un negozio costa molto. Nella nostra scelta del partner bancario abbiamo scelto Banca Etica, di cui sono una fedelissima cliente e socia, perché riteniamo che l’utilizzo giusto del denaro sia parte integrante di questo progetto.

Anno della speranza, cosa sperate per il vostro progetto?

Abbiamo l’ambizione di essere qualcosa di significativo per la nostra città (e non solo), perché vogliamo incidere sulle abitudini delle persone, che sono mosse più dalla pubblicità che dal buon senso. È sotto gli occhi di tutti. Compriamo cose che non ci servono, convinti che ci servano, e che ci fanno addirittura male. Questo progetto ha la concretezza di fornire le cose giuste, ma anche idee, pensieri, cambiamenti, conversione di intenti, nell’acquisto, nel relazionarci con l’ambiente e con le altre persone. È un luogo (e non un non-luogo come il supermercato!) di incontro e di scambi di parole. Crediamo che fornire semplicemente delle merci non sia fondamento del nostro cambiamento.

A proposito di cambiamento: un consiglio per chi vuole cambiare?

“Cambiare” significa in primo luogo prendere coscienza della situazione di oggi, però con attitudine positiva. Ci troviamo in una situazione ambientale, sociale e politica veramente gravissima. Rendersene conto è importante. Il secondo passaggio è “e allora cosa faccio?”, non pensare di cambiare radicalmente, radicalizzarci ci brucia.

In Alto Adige buttiamo via 27,5 kg di cibo all’anno… a persona! Se ci rendiamo conto che nel frigorifero c’è troppa roba e che ci tocca gettarne via una parte, compriamone di meno! Ho bisogno davvero di tutti questi vestiti? Quintali di cose mai usate. Ed esempi analoghi potrei farne anche per altri settori.
Quindi: guardarsi intorno e vedere cosa c’è che mi assomiglia, associarmi, confrontarmi con persone che hanno l’esperienza. Ci vuole la volontà di cambiare con calma, senza farsi prendere dalle nevrosi, per esempio, delle diete. Se evitassimo i cibi troppo processati e altre abitudini, sarebbe già tanto.
Poi si diventa contenti di vivere in modo più semplice. Infine: informarsi, formarsi, approfondire, perché non è mai finito il tempo dell’apprendimento. Ma soprattutto: essere grati per quello che si ha.

“Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio…” dice Franco Arminio, perché, in fondo, il mondo non si cambia chiacchierando. Si cambia facendo. Come fa Elda.

Autore: Marco Valente

Le piante a scuola, per stare bene

Beate Weyland è professoressa associata di Didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Da anni si occupa dell’interazione tra pedagogia, architettura e design per innovare la didattica e creare ambienti di apprendimento più accoglienti e sostenibili. Questa ricerca l’ha portata a sviluppare il concetto di Eden, un laboratorio interdisciplinare che esplora il ruolo delle piante nella progettazione degli spazi educativi.

Professoressa, Lei ha iniziato la sua carriera come designer degli spazi di insegnamento e ha successivamente scoperto il potenziale del verde. Può raccontarci come è nata questa evoluzione?

Il mio lavoro consiste nell’accompagnare le comunità scolastiche – dai nidi alle scuole dell’infanzia, dalla scuola primaria alla secondaria, fino all’università – in un processo di ripensamento degli spazi educativi. L’obiettivo è trasformarli in luoghi accoglienti, che promuovano benessere, resilienza e gioia. Durante questo percorso, ho scoperto un mediatore straordinario: le piante. La loro presenza negli spazi interni, ma anche in quelli esterni come cortili, giardini e boschi, ha un impatto profondo sull’ambiente educativo. Questo approccio si è concretizzato nella creazione di un laboratorio interdisciplinare, dove esploro il rapporto tra pedagogia, architettura e design. L’obiettivo è sviluppare paesaggi educativi di nuova generazione, luoghi in cui si riflette su come costruire un nuovo rapporto con la natura, integrando le esigenze della didattica con quelle della progettazione degli spazi.

Può spiegarci meglio cosa succede in questo processo?

Si tratta di creare una sinergia più forte tra lo spazio interno e quello esterno, e soprattutto di farci sentire parte integrante della natura, in grado di portarla dentro i nostri ambienti e di incontrare il mondo naturale in modo significativo. Tutto parte da un gesto apparentemente semplice: portare una pianta in vaso in classe. Questo piccolo atto, in realtà, è rivoluzionario. Se, ad esempio, invitiamo i bambini a portare ciascuno la propria pianta a scuola, iniziamo a porci e a porre loro delle domande: “Perché hai scelto proprio questa pianta? Dove la posizioneremo? Come ce ne prenderemo cura?”. Da queste domande emergono questioni legate allo spazio e alla sua interazione con chi lo vive. In un certo senso, ci trasformiamo in “interior designer” della scuola: ci accorgiamo che i banchi tradizionali forse non sono ideali per un lavoro cooperativo ed esplorativo, che mancano librerie o supporti adatti per le piante, e così via. Queste riflessioni ci portano a immaginare nuove soluzioni per rendere questi luoghi veramente piacevoli e belli.
Stiamo entrando in una nuova era. In passato, agli insegnanti è sempre stato detto che la scuola era un luogo in cui svolgere attività specifiche, quasi come operai in una “fabbrica dell’istruzione”: entri, fai il tuo lavoro e te ne vai. Oggi, invece, l’idea è diversa: gli insegnanti e gli educatori sono coloro che accolgono gli allievi nei luoghi della cultura e della conoscenza, creando un ambiente il più possibile accogliente e significativo. Questo avviene anche portando dentro la scuola elementi personali, come le piante, che diventano strumenti di appropriazione dello spazio. Questo gesto, apparentemente innocuo, è in realtà potente: è un atto di liberazione e di vitalità per una scuola che oggi fatica a connettersi con il mondo. Le piante possono essere il primo elemento a innescare questo cambiamento, favorendo un approccio più autentico e coinvolgente per tutti.

C’è un messaggio finale che vorrebbe lasciare ai nostri lettori, magari anche a chi è curioso di avvicinarsi a questo progetto ma non sa da dove iniziare?

Certo, il messaggio che vorrei lasciare è che le piante non sono solo un elemento decorativo, ma un vero e proprio strumento di cambiamento. Questo approccio non solo rende gli spazi più belli e accoglienti, ma trasforma la didattica in un’esperienza viva, esplorativa e coinvolgente. Per i bambini, le piante diventano un compagno di gioco e di scoperta. Attraverso il gioco, i bambini imparano a conoscere il mondo, e le piante possono essere un mediatore straordinario per farli entrare in contatto con la natura. Giocare a dare un nome alla pianta, a descriverla con un aggettivo, a osservarne le caratteristiche, sono tutte pratiche che costruiscono un rapporto emotivo e affettivo. E questo non vale solo per i bambini: anche gli insegnanti, i genitori e chiunque si avvicini a questo progetto può riscoprire il piacere di guardare il mondo con occhi curiosi. Questo approccio sta già ispirando realtà educative in tutta Italia: abbiamo avviato collaborazioni con scuole e istituzioni in diverse regioni e stiamo lavorando a una piattaforma online per raccogliere esperienze e creare una rete di scambio. Inoltre, stiamo progettando un master dedicato a questi temi, che finalmente sta prendendo forma.
Il mio invito è a provare, senza paura di sbagliare. Non serve essere esperti di botanica o di design: basta iniziare con un gesto semplice e lasciarsi guidare dalla curiosità. Se volete approfondire, nel libro “Eden. Educare (ne)gli spazi con le piante” trovate molte riflessioni e spunti pratici. Inoltre, il nostro laboratorio, l’Eden Lab, è sempre aperto a nuove collaborazioni.
Siamo a Bressanone, nella Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano, e chiunque sia interessato può visitare il sito https://edenlab.unibz.it/  o scrivermi (beate.weyland@unibz.it).

Autore: Till Antonio Mola

La dislessia, vista con gli occhi di una studentessa universitaria

La dislessia è un disturbo dell’apprendimento molto diffuso e Alice, studentessa di Sociologia dell’Università di Trento, ci racconta la sua esperienza e il perchè questo disturvo non sia un ostacolo e di quanto sia importante sapere che cos’è. 

Alice, che cos’è la dislessia?

Per dislessia si intende un disturbo specifico dell’apprendimento che comprende la decodifica delle parole, la difficoltà nella lettura e nella comprensione del testo che porta a essere un po’ più lenti in queste attività.

Quando hai scoperto di essere dislessica? Hai avuto difficoltà?

Ero in terza elementare, quindi avevo otto anni. In generale le mie più grandi difficoltà a scuola sono state il tempo per svolgere i compiti in classe, che risultava essere troppo poco per le mie necessità e sicuramente tutto ciò che riguarda l’italiano, come materia: scrivere i testi, la loro comprensione… Alle elementari i dettati mi mettevano in difficoltà in quanto la dislessia porta a invertire determinate lettere come la D e la B. Sono stata fortunata, perchè ho sempre avuto dei professori molto bravi che comprendevano e conoscevano il disturbo.

Ritieni gli insegnanti preparati in questo ambito?

In generale mi sentirei di dire che la maggior parte dei professori che ho avuto io erano preparati e qualificati, anche se alcuni, soprattutto i professori più avanti con l’età, anche se sapevano cos’era la dislessia non erano preparati al massimo o in generale non erano abituati o si rifiutavano di usare le misure di potenziamento di cui avevo diritto. Conosco persone che hanno avuto una brutta esperienza con gli insegnanti che non calcolavano questo disturbo dell’apprendimento e non davano ai ragazzi le misure di cui avevano bisogno. Queste misure comprendono maggiore tempo per le verifiche, l’utilizzo di mappe concettuali, qualcuno che legga il testo al posto dello studente, non calcolare gli errori ortografici nel tema. Anche nella mia esperienza tutte queste misure non sono sempre state attuate completamente, alcuni errori nei temi venivano sempre calcolati e alcuni professori mi negavano l’uso del computer o il tempo in più.

Perché è importante sapere che cos’è questo disturbo e di averlo? 

È importante saperlo perchè ci sono davvero tante persone che ce l’hanno, negli ultimo anni ho conosciuto moltissime persone dislessiche. Molte persone ancora non sanno cos’è, anche all’università me lo chiedono spesso. È importante per essere più inclusivi: mi succedeva, soprattutto alle elementari, che le persone non sapevano cosa fosse, non veniva spiegato neanche ai miei compagni che quindi pensavano che fossi la “cocca” dei maestri perchè mi davano agevolazioni. Mi è capitato che dei compagni si arrabbiassero con me. Questo problema è importante conoscerlo per aiutarsi a vicenda. È importante sapere di essere dislessici anche perchè così si possono avere gli aiuti compensativi e capire che non è un problema di intelligenza se non si riesce a essere veloce come gli altri, ma semplicemente si ha bisogno di un aiuto in più. Se lo si scopre da piccoli, come me, si possono anche fare dei corsi ed essere aiutati nel capire qual sia il metodo migliore per ognuno e si può migliorare anno per anno. Io sono migliorata tantissimo, ho capito qual è il mio metodo di studio ed è diventato più facile approcciarmi allo studio e tutto questo grazie ai corsi che ho frequentato a Canale Scuola che aveva un programma apposta per i ragazzi dislessici e prevedeva l’insegnamento del metodo di studio e tecniche per l’apprendimento.

Secondo te è un ostacolo? O è solo un pregiudizio?

Secondo me non è un ostacolo, si può fare tutto. Non ho mai avuto problemi con nulla, sono solo un po’ più lenta, ma ho sempre fatto tutto: sono andata all’estero, frequento l’università. L’importante è esserne consapevoli e farlo presente in modo da affrontare ogni esperienza al meglio.

Autrice: Anna Michelazzi

Archeologia e scambi culturali: Alto Adige da sempre crocevia di civiltà

Viviamo in una terra che è da sempre una terra di incontri, scambi e influenze culturali, come dimostrano le testimonianze archeologiche che emergono dal suo sottosuolo. A guidarci in questo viaggio nel passato è il professor Umberto Tecchiati, bolzanino, archeologo e docente presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. 

Dalle tracce di contatti con il mondo etrusco ai reperti che raccontano l’evoluzione delle comunità locali, Tecchiati ci offre uno sguardo approfondito su un territorio che, ben prima dell’epoca romana, era già parte di una fitta rete di scambi. Un racconto che ci permette di riscoprire le radici più antiche del nostri territorio e di comprendere come la sua storia sia sempre stata segnata dalla multiculturalità e dall’innovazione.

L’INTERVISTA

Tecchiati, si possono individuare influenze e connessioni tra le comunità protostoriche locali, pensiamo ai Reti, e le popolazioni italiche?

Oltre a una serie di oggetti di artigianato riconducibili alla manifattura italica, emergono anche evidenze archeologiche meno appariscenti ma altrettanto significative. Un esempio in tal senso proviene dall’insediamento dell’Età del Ferro di Bressanone, attivo tra il VI e il I secolo a.C., dove sono stati rinvenuti resti di animali non appartenenti alla tradizione locale, come l’asino e il pollo. Questi ritrovamenti indicano chiaramente importazioni da aree esterne. Per quanto riguarda l’asino, possiamo ipotizzare un collegamento con insediamenti etruschi come Adria o Spina. Il caso del pollo è più complesso, poiché la sua presenza è attestata in quell’epoca anche a nord delle Alpi, rendendo difficile stabilire con certezza la sua provenienza. Tuttavia, l’insieme delle testimonianze archeologiche suggerisce un forte legame con il mondo etrusco, in particolare con l’area padana, lasciando intendere che tali introduzioni abbiano influito sull’economia e sulla gestione delle risorse animali della regione.

Quali sono i siti archeologici più significativi in provincia per ricostruire la storia e l’identità di questa terra?

La domanda è un po’ complessa, poiché l’archeologia dell’Alto Adige è molto ricca e copre un ampio arco temporale. Si può partire dai cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, che sono ben documentati, soprattutto nelle zone alpine, dove si trovano importanti stazioni di caccia estiva, come quelle dell’Alpe di Siusi. Sono numerosi anche i siti neolitici legati ai primi agricoltori e allevatori. L’Alto Adige è stato abitato intensamente fin dall’antichità, anche durante l’Età del Rame e quella del Bronzo.
Fino a buona parte dell’Età del Bronzo, la nostra terra partecipava a culture più ampiamente estese, condividendo aspetti diffusi sia nell’arco alpino che nella Pianura Padana. In questo periodo, il territorio era dunque inserito in un contesto culturale più vasto. Tuttavia, a partire dalla fine dell’Età del Bronzo, intorno al 1200 a.C., si sviluppa una cultura locale autonoma: la cultura di Luco (dalla località presso Bressanone).
Pur mantenendo contatti con altri territori, questa cultura si distingue per la sua originalità e indipendenza. È la base degli sviluppi successivi dell’Età del Ferro, con la cultura retica. Possiamo quindi dire che, almeno dal 1200 a.C., la presenza umana nel nostro territorio è caratterizzata da espressioni culturali proprie, documentate attraverso gli scavi archeologici. Si tratta di una cultura autonoma, ma al tempo stesso inserita in vaste reti di contatti e scambi, capace di esprimere un’identità ben definita rispetto alle aree circostanti.
Nel 15 a.C., i popoli alpini vengono assoggettati dai Romani, anche se già dalla seconda metà del II secolo a.C. sono attestati scambi che si intensificano nel corso del I secolo a.C. Questi incontri segnano l’inizio di una commistione di lingue e culture che diventerà una caratteristica distintiva del nostro territorio, visibile anche nell’epoca medievale, moderna e fino ai giorni nostri.
Quindi, sebbene non esista un sito archeologico specifico che possa ricostruire un’identità unica e consolidata nell’Alto Adige, ciò che emerge chiaramente dai vari siti è la presenza di una multiculturalità che è una delle caratteristiche fondamentali della nostra terra anche oggi.

Ci può raccontare la storia delle botti di legno, risalenti al V secolo a.C. e scoperte a Bressanone?

Sì, è stata una scoperta affascinante che ho avuto modo di fare quando lavoravo come archeologo presso l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, molti anni fa. A Bressanone, in una casa incendiata risalente all’inizio del V secolo a.C., intorno al 450 a.C. ca., abbiamo trovato tutti gli arredi lignei carbonizzati in un violento incendio. Tra questi, c’erano anche botti in legno di larice, con le doghe e le cinghie ancora perfettamente distinguibili.
Oltre alle botti, c’era un tino e una serie di recipienti ceramici che probabilmente contenevano vino. È molto probabile che almeno una parte di questo vino fosse prodotta localmente, considerato che il clima del V secolo a.C. era particolarmente favorevole agli insediamenti umani e alle attività agricole anche in area alpina.
Tuttavia, è plausibile che in parte il vino provenisse dall’area egea: il vino greco arrivava in Pianura Padana e da lì risaliva l’Adige e arrivava poi, grazie ai commerci, fino ai prìncipi celtici dell’Età del Ferro a nord delle Alpi, molto interessati alle materie prime, ai prodotti alimentari e alle manifatture del mondo greco e mediterraneo.

Tornando alle botti, come possiamo essere certi che fossero una produzione alpina?

Abbiamo un’importante attestazione nell’enciclopedista latino Plinio il Vecchio, dai cui scritti sappiamo che i popoli alpini producevano vasi di legno tenuti insieme con cinghie, che non potevano essere altro che botti.
Questa testimonianza è posteriore rispetto alle botti di Bressanone, ma rappresenta un riferimento essenziale. Inoltre, le botti di Bressanone sono le più antiche mai scoperte: non esistono ritrovamenti simili della stessa epoca in altre zone. Gli studiosi di recipienti antichi ritengono che siano stati proprio i Reti gli inventori di questo tipo di contenitore, destinato a un successo straordinario nei secoli successivi.

Autore: Till Antonio Mola