La “rinascita” di Tamara Lunger

Poter toccare il cielo dalla cima (o quasi) del K2 non è cosa per tutti. Davvero in pochi sarebbero inoltre in grado di trovare la forza di spirito e la volontà d’animo per continuare ad inseguire una passione dopo un fatto tragico. Lei è fra quei pochi, perché “lei” è Tamara Lunger, un’atleta che non ha certo bisogno di presentazioni.

L’auditorium Alma Bertotti di Egna era affollato, quando Tamara Lunger, ospite della sezione locale del Cai si è aperta al pubblico raccontando la sua vita, le sue imprese e le sue aspirazioni. “Di solito proponiamo due serate all’anno a tema montagna, e negli ultimi sette anni sono state una trentina le personalità che sono intervenute – spiega il presidente del Cai Luca Dondero, aggiungendo che si tratta d “ospiti preziosi perché hanno contribuito a divulgare la cultura e dell’alpinismo”. 

E davanti ad un pubblico attento, Tamara Lunger si è concentrata sul racconto delle sue due ultime grandi imprese, ma soprattutto sull’ultima l’ascesa al K2, una spedizione cominciata con tanto entusiasmo e finita in tragedia, con cinque alpinisti morti. 

Tamara, perché ha scelto di raccontare proprio quell’episodio? 

Perché da lì in avanti ho cambiato vita. Ho passato un anno chiusa in casa nella mia tristezza. Poi ho deciso di fare un passo avanti e prendere in mano la mia vita cercando di capire meglio la mia attuale personalità e scegliendo un altro rapporto con la montagna. Mi sono trovata costretta a farlo e questo mi ha salvato la vita. 

Come sta andando? 

Ci sto riuscendo piano piano; è un percorso lungo, perché finora ho vissuto in simbiosi con lo sport e la montagna, fattori che adesso non vedo più nello stesso modo di prima. Ho dovuto mollare ed è stato difficilissimo da accettare. Adesso sono diventata allenatrice di rigenerazione, ho ritrovato un equilibrio ed ho lavorato molto su di me.

Da dove arriva questa sua passione per la montagna? 

Fin da bambina ero sempre in giro con il mio papà, che partecipava a gare di mountain bike. È stato lì che ho capito che sarei diventata un’atleta professionista, anche se non sapevo ancora in quale specialità. Ero appassionata di atletica leggera, ma ho fatto tanti sport. Scalavo, ma lo sci alpinismo è stato il primo amore e mi ha permesso di fare le gare, entrando anche in nazionale. 

Questo fino all’incidente sul K2… Se potesse, tornerebbe indietro? Farebbe un’altra vita? 

Mai: sceglierei sempre lo sport! La montagna per me è la maestra più grande dopo la mia famiglia: una maestra silenziosa ma molto forte.

Che cosa porta dentro di sé dopo la serata pubblica ad Egna?

Erano anni che non facevo più nulla in Alto Adige, e ne sono uscita soddisfatta. È stato bello il feedback che ho ricevuto dal pubblico, mi piace pensare che io possa ispirare qualcuno, e vorrei davvero andare avanti a lavorare sul discorso motivazionale.

Vuole lanciare un messaggio motivazionale ai nostri lettori? 

Certo, e non solo a chi sceglie di andare in montagna: restiamo umani. La tecnologia ci aiuta, ma allo stesso tempo può essere anche una trappola. Noi tutti siamo speciali e unici: teniamo d’occhio le emozioni, usiamo le nostre intuizioni per decidere, e non facciamoci comandare da un computer. E poi: non seguiamo la massa: prendiamoci tempo e spazio per seguire e capire meglio noi stessi.

Autore: Daniele Bebber

BOclassic 2024, una grande festa di sport

La BOclassic è senza dubbio uno degli eventi sportivi più attesi e prestigiosi del capoluogo. Ogni 31 dicembre, la città altoatesina si trasforma in un palcoscenico per corridori provenienti da ogni angolo del mondo, che si sfidano in una gara che ha ormai un posto di rilievo nel panorama internazionale delle corse su strada. Con il passare degli anni, la BOclassic ha consolidato la sua reputazione come evento di grande rilevanza, grazie alla sua organizzazione impeccabile, alla partecipazione di atleti di altissimo livello e alla suggestiva cornice naturale che offre Bolzano, con le montagne che la circondano. 

La manifestazione nasce nel 1977, quando un gruppo di appassionati di atletica decide di creare una gara podistica di fine anno che coniughi la passione per la corsa con lo spirito festivo del periodo natalizio. Fin dal suo inizio, l’obiettivo era quello di inserirsi tra le grandi manifestazioni internazionali di atletica, mantenendo però un forte legame con la comunità bolzanina.

Nel corso degli anni la BOclassic ha visto crescere la partecipazione e il prestigio, attirando atleti di fama mondiale. Il percorso tecnico, con un’altimetria mista e il passaggio nel cuore della città, ha fatto della gara un vero test per i professionisti, ma anche una festa per tutti i partecipanti. La competizione ha visto il trionfo di leggende come Kenenisa Bekele, Eliud Kipchoge e Zersenay Tadese, che hanno contribuito a elevarne il profilo, facendo della BOclassic una delle gare più seguite a livello mondiale.

L’edizione 2024 ha confermato la sua fama, con oltre 2.000 atleti al via e un campo di partecipanti che includeva alcuni dei migliori mezzofondisti internazionali. Nel settore maschile, la vittoria è andata al keniano Bekele Telahun, che ha dominato la gara con un tempo di 27’59”, vincendo per la prima volta a Bolzano. Il trentino Yeman Crippa si è piazzato secondo, avvicinando il record della manifestazione e migliorando il suo tempo personale a Bolzano.

Nel settore femminile, la vittoria è stata di Nadia Battocletti, che ha chiuso con il tempo di 15’31”. Già medagliata ai Mondiali e alle Olimpiadi, Nadia ha corso con intelligenza tattica, mantenendo un passo regolare e staccando la concorrenza negli ultimi chilometri, regalando al pubblico bolzanino una prestazione memorabile.

La BOclassic non è solo una gara per professionisti, ma un evento che coinvolge l’intera città. Migliaia di spettatori si accalcano lungo il percorso per incitare i corridori, creando un’atmosfera unica. L’evento si inserisce in un periodo di grande fermento per Bolzano, che attrae ogni anno numerosi turisti non solo per la corsa, ma anche per il mercatino di Natale, i concerti e le altre iniziative festive che animano la città.

La gara continua quindi a crescere, consolidandosi come una manifestazione imperdibile, capace di unire sport e tradizione in un evento che ogni anno cattura l’entusiasmo di corridori e spettatori, rafforzando in questo modo il legame tra Bolzano e il mondo dell’atletica internazionale.

Autore: Niccolò Dametto

Un anno di notizie, giorno per giorno

Con l’aiuto del direttore del quotidiano Alto Adige ripercorriamo insieme i fatti più importanti del 2024, gettando uno sguardo anche sulle più importanti aspettative per l’anno nuovo che si avvicina.


Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la retrospettiva che vi proponiamo ripercorrendo i fatti più importanti di questo 2024. Come sapete i periodici QuiMedia non si occupano direttamente di politica nonché di cronaca nera e giudiziaria, ma tali fatti riaffiorano per forza di cose assieme alle altre notizie salienti quando nel corso del mese di dicembre ci sediamo a un tavolo assieme a un collega giornalista per tracciare una sorta di bilancio dell’anno che si sta per chiudere. Quest’anno abbiamo deciso di farci accompagnare da Mirco Marchiodi, il nuovo direttore del quotidiano Alto Adige subentrato ad Alberto Faustini nello scorso mese di maggio. Con lui abbiamo cercato di identificare i momenti più significativi di questo 2024, quelli che a nostro avviso sono riusciti in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, a lasciare il segno.

L’INTERVISTA

Iniziamo dalla stretta attualità. Lo scandalo Benko-Hager sta davvero  scuotendo questi ultimi giorni del 2024…

Sì, rischia di essere il fatto dell’anno, anche se nel 2024 di cose ne sono successe tante, in realtà. Ad esempio l’accordo di governo in provincia tra SVP e Fratelli d’Italia è stato un passaggio davvero epocale per l’Alto Adige. La scoperta del ”sistema” Hager è altrettanto epocale perché rischia di avere conseguenze enormi, ma in realtà di scandali nel nostro territorio ne abbiamo già avuti, ad esempio con SEL e prima con Tangentopoli, quindi la cosa è meno inedita. A livello internazionale la rielezione di Trump è un altro fatto importante che finirà per avere conseguenze ovunque, anche in Alto Adige. Lo stesso vale per la crisi che si è profilata in Europa. Ci sono state le elezioni europee, ma a pesare di più sono le crisi politiche in Francia, Germania e Austria, tutti paesi vicini a noi. Le loro crisi indeboliscono di molto il continente in cui viviamo e quindi anche noi. Rispetto agli Stati Uniti di Trump, la Cina e la Russia, rischiamo anche noi di essere l’anello debole in quanto parte dell’Italia e dell’Europa. Basti guardare la crisi dell’auto in Germania e l’effetto a catena che si sta producendo in questo periodo in Italia e anche da noi. In Alto Adige abbiamo un indotto legato all’automotive che impiega tra i 10 e i 15 mila addetti e ci sono aziende importanti che rischiano di andare in crisi per mancanza di commesse, con la conseguenti cassa integrazione e licenziamenti. Significa perdita di ricchezza per il territorio; attualmente abbiamo un bilancio record della provincia di 8 miliardi ma se l’economia inizia ad andare male, le risorse pubbliche per forza di cose sono destinate a diminuire.  

In Alto Adige però il turismo tira ancora tantissimo, lo abbiamo visto anche in questi ultimi giorni con gli arrivi in massa per i mercatini di Natale.

Premetto che il turismo come tutti gli altri settori economici naturalmente è fondamentale per lo sviluppo del nostro territorio. Ma va ricordato che il turismo conta solo per un 10-12 % del prodotto interno lordo altoatesino. Insomma: è una parte importante ma non è in nessun modo maggioritaria. Le industrie e il manifatturiero, con le tante ditte artigiane che spesso hanno sede nella tanto bistrattata zona di Bolzano Sud, contano da soli per un 25%. Poi c’è il commercio con il suo 10-12 %, e così via… La nostra fortuna, in Alto Adige, è di avere un’economia equilibrata che non dipende da un unico settore e questo anche in passato è stato un grande vantaggio. Lo si vede anche dai numeri dell’occupazione. 

Questo è un altro tema delicato, noi soffriamo sempre di più del problema opposto rispetto a quello della disoccupazione. 

La piena occupazione naturalmente è un bene, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Come quotidiano ce ne siamo occupati tanto quest’anno. Mancano occupati in tutti i settori e a tutti i livelli. Fino a poco tempo fa mancava solo la manodopera qualificata, ma ora manca tutto, persino nel turismo, nelle pulizie e naturalmente nei nostri ospedali. E con il cambiamento demografico nei prossimi anni sarà sempre peggio. 

Ci vorrebbe un approccio politico ad hoc, per riuscire ad affrontare questo grande problema e trovare delle soluzioni per risolverlo. 

C’è un numero che dice tutto. Negli anni ’50 e ’60 le nuove nascite in Alto Adige raggiungevano quota 8.000 ogni anno, mentre ora siamo a meno di 5.000. Gli 8.000 degli anni ’50 e ’60 ora stanno per andare in pensione e al loro posto subentrano i 5.000 che però sono pochi. Quindi nel giro di 10 anni ci mancheranno 25/30mila persone nel mercato del lavoro. Ci vuole un approccio nuovo, potremmo portarli da fuori ma…

Appunto: portare qui lavoratori da fuori deve essere sostenibile sotto diversi punti di vista, primi fra tutti i salari, il costo della vita e i prezzi degli alloggi. Per non parlare del consenso politico per alcuni partiti che si oppongono all’immigrazione.

Esatto. Ci sono diversi piani sui quali occorre lavorare. Una cosa è certa: abbiamo bisogno fin da subito di forza lavoro che venga da fuori, a prescindere dalla sua provenienza. E la politica non riuscirà a bloccare questo meccanismo. Ci sono degli aspetti sociali da affrontare, questo è certo. E l’integrazione che necessita e necessiterà in futuro non è solo linguistica, ma appunto anche sociale. è un compito che spetta a tutta la società, non solo alla politica. Poi c’è la questione abitativa, che è davvero un grosso problema.

Lì siamo arrivati ad una saturazione completa, in particolare a Bolzano. E le difficoltà non riguardano solo i lavoratori qualificati che vengono da fuori e le loro famiglie, ma anche i giovani altoatesini che lavorano qui e vogliono rendersi indipendenti, magari costruendosi una famiglia. E sappiamo quanto questo è importante per il futuro di tutti noi. 

La situazione è insostenibile e come abbiamo visto sul nostro giornale ormai tutti segnalano questa cosa. Lo dice l’università, lo dicono le imprese, lo dicono i sindacati, lo dicono le associazioni di volontariato, lo dice la stessa politica. Sul fatto che i costi degli alloggi siano diventati insostenibili siamo tutti d’accordo. Adesso però bisogna trovare un modo per uscirne. Ci vuole un approccio nuovo. Ci vogliono nuovi terreni ma anche un modo diverso di costruire che tenga in considerazione il fatto che le esigenze delle famiglie sono diverse oggi rispetto a quelle dei decenni scorsi. 

Parliamo di overtourism, fino a qualche anno fa non sapevamo neanche cosa volesse dire… 

Il fenomeno è stato massiccio anche in passato, ma la cosa nuova di quest’anno è la percezione negativa della popolazione locale verso il turismo. In determinate zone della provincia siamo arrivati oggettivamente a dei livelli difficilmente sostenibili. I numeri di per sé sono impressionanti. Se noi pensiamo ai più di 36 milioni di pernottamenti all’anno, questo vuol dire che noi ospitiamo ogni giorno in Alto Adige come media 100.000 turisti. è lo stesso numero degli abitanti di Bolzano. 

Anche qui: uno può fare i calcoli e dire che in realtà abbiamo tantissimi alberghi per ospitarli, ma questo ad esempio non vale per il capoluogo dove i turisti sempre di più occupano gli alloggi che appunto vengono a mancare nel mercato per i residenti.

Proprio così.

Poi c’è il tema della nuova povertà. Oggi ci sono tantissime persone, nella nostra provincia benestante, che in realtà pur lavorando fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. C’è uno squilibrio sempre maggiore?

Le diseguaglianze in Alto Adige non sono così marcate come in altri territori, però si registra un aumento delle persone che fanno fatica. Spesso il problema è causato dal caro casa che si riflette sui mille ambiti della nostra vita, perché ad avere prezzi esorbitanti non sono solo gli alloggi ma anche i luoghi dove hanno sede le imprese, anche quelle più piccole come i bar che poi appunto aumentano il prezzo del caffè, ad esempio.

La sanità in Alto Adige continua ad avere una serie di problemi. Molte speranze erano state riposte nel nuovo assessore provinciale competente, per una volta almeno davvero competente in materia. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga.

Qualche segnale di buona volontà c’è stato, ma come per tutte le cose cambiare è difficile. Il nuovo assessore Messner è arrivato con tante idee ma si sta scontrando con la difficoltà di ottimizzare un sistema che ha una lunga storia. La buona volontà c’è ma in concreto facciamo molta fatica a vedere oggettivi miglioramenti.

Ci sono poi i temi della sicurezza, percepita e reale, e dell’ordine pubblico. Ma anche della sicurezza sul lavoro.   

Dalle lettere che arrivano al giornale vedo che il tema della sicurezza tocca davvero molte persone. La situazione è diversa tra i grandi centri, come Bolzano e Merano, e il resto della provincia. Nelle città i cittadini hanno percepito un aumento della microcriminalità, ma andando a vedere i dati non è vero che l’Alto Adige si sta trasformando nel Bronx. Le forze dell’ordine in ogni caso quest’anno hanno fatto sentire molto di più la loro presenza nel territorio, anche per favorire la collaborazione da parte dei cittadini e farli sentire ascoltati. 
Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il grave incidente di giugno all’Aluminium di Bolzano è stato uno degli avvenimenti più tragici in questo senso. Bisogna fare di tutto perché questi incidenti non si verifichino, investendo su formazione e sicurezza. L’attenzione è alta ma non è mai abbastanza, così come non è mai abbastanza anche la prudenza che prestiamo sulle strade. 

Nei mesi scorsi si è parlato anche del modello scolastico, che ha un po’ scricchiolato sulla scia della proposta di creare una classe composta da soli bambini con una non sufficiente padronanza della lingua tedesca in una scuola elementare del capoluogo. Sono stati segnali nuovi nell’ottica che bisogna cominciare a pensare di mettere mano al nostro sistema scolastico?

La società sta cambiando e quindi ha esigenze diverse. Tanti ambiti sono ancora legati al passato e la scuola è da sempre uno di quelli che si toccano di meno, quindi facciamo fatica ad adeguarci ai cambiamenti che obiettivamente noi non potremo fermare. Le nostre scuole saranno sempre più “colorate” e si tratta di uno sviluppo inevitabile che senz’altro non potremo fermare erigendo muri, anche perché i cambiamenti poi i muri li abbattono, come sappiamo bene. La cosa positiva del tentativo di forzatura è che è partita una discussione in merito.

Poi ci sono state le elezioni comunali a Laives…

Le elezioni lì sono state un segnale di rottura rispetto al passato, su due fronti in particolare. Innanzitutto la comunità di lingua italiana ha perso il sindaco e questo è stato causa delle divisioni nel gruppo italiano. C’è stata una frammentazione incredibile sia nel centrodestra che nel centrosinistra italiani e questo ha portato all’elezione di un sindaco dell’SVP, anche se sappiamo che la comunità di lingua tedesca di Laives è assolutamente di minoranza rispetto a quella italiana. Non penso che la stessa cosa possa accadere anche a Bolzano, perché i rapporti di forza tra i gruppi sono abbastanza definiti. A Merano invece la composizione linguistica è molto più equilibrata e il prossimo anno potrà succedere di tutto. A Laives di fatto si è replicata a livello comunale l’alleanza tra SVP e Fratelli d’Italia varata l’anno scorso in Provincia. è un’alleanza che si sta muovendo anche ai massimi livelli, basti vedere i rapporti tra il presidente Kompatscher e la premier Meloni sulla riforma dello statuto di autonomia. 

C’è poi la natura che bussa, con i cambiamenti climatici. E poi nel 2024 si è parlato molto ancora del tema della gestione dei grandi carnivori.

Ne abbiamo scritto molto: gli eventi atmosferici sono sempre più violenti anche da noi. Si tratta di un tema che non scalda molto i lettori, però bisogna farci i conti, a tutti i livelli e in tutte le stagioni. In futuro ci saranno ulteriori cambiamenti, non solo climatici ma anche economici e sociali. Il tema dei grandi carnivori ha invece toccato più il Trentino, con tre orsi abbattuti. Da noi gli orsi quest’anno sono stati meno presenti ma è invece molto presente la tematica del lupo, che stanno cercando di affrontare a livello europeo. 

La città di Bolzano dal canto suo resta ferma anche se ci sono tanti lavori in corso. La viabilità resta incastrata, per non parlare delle grandi opere ferme al palo e l’espansione edilizia quasi impossibile…

Anche su queste cose se n’è discusso molto, ma si è risolto molto poco. Bisogna anche considerare che i bolzanini hanno la lamentela facile. Quando anche solo piccole cose vengono decise, poi fioccano subito le lettere contrarie che arrivano al nostro giornale. Non si accontenta mai nessuno: basti pensare a quello che avviene per le nuove ciclabili o per il Park Vittoria. Resta il fatto che non è giusto che il capoluogo abbia gli attuali problemi di alloggi, viabilità e infrastrutture. E le elezioni alle porte non aiutano: l’amministrazione resterà bloccata nei prossimi mesi e tutti saranno concentrati sulla campagna elettorale. 

Poi c’è lo sport. Sopra tutti calcio, hockey e… Sinner.  

Sinner è stata forse la notizia dell’anno, o per lo meno una delle più importanti. Questo ragazzo di poco più di 20 anni quasi ogni giorno ci ha dato da scrivere, e mai per notizie di poco conto. Ci sono stati record su record. Siamo partiti dalla fine del 2023 con la prima vittoria in coppa Davis, ma poi non si è più fermato ed è diventato il numero uno. La provincia di Bolzano ha avuto tanti sportivi al primo posto del mondo, ma mai in uno sport di primo livello mondiale come il tennis. Sinner è comunque rimasto un ragazzo molto semplice nel senso buono del termine. 

Possiamo dire che Sinner sia diventato uno dei simboli mondiali del fair play?

Assolutamente sì. C’è stato anche il caso doping, che non è chiuso,  e anche lì Sinner si è dimostrato molto maturo e trasparente. Per il calcio abbiamo vissuto le montagne russe e quelle attuali sono le settimane più difficili per la salvezza in serie B. Va detto che nessuno ad inizio stagione si sarebbe aspettato queste difficoltà. Nell’hockey quella dei Foxes invece è una situazione opposta: anche in questa stagione la nostra squadra di hockey si sta dimostrando in grado di poter lottare per i primissimi posti. 

Com’è stato fare un quotidiano in questi mesi? Quali le principali motivazioni, ma anche gioie e dolori?

Prima di rispondere voglio ricordare i fatti di cronaca nera più importanti di questo 2024. Entrambi hanno toccato la val Pusteria, tra l’altro in simultanea. Sto parlando del doppio omicidio di San Candido e il giallo della motosega a Terento. Hanno toccato molto i lettori, non solo quelli della Pusteria. 
La quotidianità che viviamo in Alto Adige, che va dai trionfi di Sinner agli scandali politici degli ultimi giorni, ti fa svegliare la mattina pensando che ci sarà senz’altro qualcosa da raccontare ai lettori. Questo va fatto nel modo migliore e più corretto possibile ed è davvero una sfida per noi come giornale. L’altra faccia della medaglia è che questa quotidianità non ti abbandona mai e non ti dà modo di respirare: mandato in stampa un giornale bisogna infatti subito pensare al giorno dopo. La nostra fortuna è quella di vivere, nonostante tutte le difficoltà, in un territorio che sta ancora meglio rispetto a molti altri intorni a noi. Questa è una cosa a cui tengo molto: fanno sempre più notizia i fatti negativi ma – senza nascondere i problemi, le difficoltà e il malaffare che in qualche caso affiorano – bisogna anche raccontare l’Alto Adige che funziona. 

Ogni giorno per noi si ripresenta anche la sfida di rilanciare il nostro ruolo di giornalisti, offrendo un’informazione di qualità che sappia imporsi rispetto alle voci, alle approssimazioni e – soprattutto alle fake news. D’altronde è anche compito dei cittadini scegliere di informarsi come si deve, privilegiando l’autorevolezza, laddove questa venga identificata.

Sono perfettamente d’accordo. Colgo l’occasione per ricordare che il quotidiano Alto Adige il 24 maggio del 2025 compirà 80 anni. Con il suo impegno di qualità e affidabilità l’Alto Adige accompagna gli altoatesini fin dal 1945 e questa storia già di per sé è segno di autorevolezza.

Autore: Luca Sticcotti

Trasformare l’invenduto in solidarietà 

Nato nel 2013 da un’intuizione di Christian Bacci e sostenuto da Confesercenti Alto Adige, il progetto “Cacciatori di briciole” ha saputo trasformare un problema quotidiano – lo spreco alimentare – in una risorsa preziosa per chi è in difficoltà. Grazie a una rete di volontari e partner locali, il cibo invenduto viene raccolto e distribuito a chi ne ha bisogno. L’entusiasmo degli imprenditori coinvolti e l’azione di volontariato che coinvolge oltre 160 persone a Bolzano, Merano e Brunico, raccontano una storia di collaborazione e impegno civile. QuiBolzano ha incontrato l’ideatore del progetto Christian Bacci e il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello.

Quando è nato il vostro progetto?

Christian Bacci – Il progetto Cacciatore di briciole di Volontarius è nato nel 2013 grazie alla collaborazione con il direttore di Confesercenti Alto Adige Mirco Benetello, che mi ha aiutato ad andare nei negozi, nei bar e nei panifici del centro città e mi ha presentato ai suoi associati parlandogli del progetto, di quello che noi volevamo fare, cioè recuperare tutto l’invenduto, quello che sarebbe stato buttato via: panini e brioche per poi donarlo a persone in stato di bisogno e senzatetto.

Molti sanno chi siete perché hanno in testa le vostre biciclette, che sono particolarissime.

Le abbiamo chiamate “brici”. Sono delle bici cargo, adatte al trasporto di merci. Sono molto contenitive e ci aiutano a recuperare i grandi quantitativi di merce che anche i supermercati ci donano.

Possiamo dire che siete diventati grandi…

Sìamo partiti dal piccolo commerciante, dal bar e dal panificio, e adesso recuperiamo sia dai supermercati ma anche dall’industria alimentare. Il progetto “Cacciatori di briciole” adesso viene portato avanti, oltre che a Bolzano, anche a Merano e a Brunico, e coinvolge oltre 160 volontari che  giornalmente ritirano l’invenduto.

E il ruolo di Confesercenti in tutto questo cosa è stato?

Mirco Benetello – Per Confesercenti questo coinvolgimento è stata una fortuna perché non capita spesso di avere l’occasione di poter fare del bene e certe occasioni bisogna coglierle al volo. Christian ha chiesto una cosa semplicissima, cioè quella di poter essere presentato ai nostri imprenditori. Quello che nessuno dei due si aspettava era che da parte dei commercianti, in questo caso dei baristi e dei ristoratori, ci fosse una partecipazione così entusiasta. La raccolta degli avanzi alimentari ha risolto un problema importante per molte attività, in particolare bar e negozi di alimentari, dove spesso il cibo invenduto a fine giornata veniva inevitabilmente gettato. Buttare il cibo è un gesto contro natura, che nessuno compie a cuor leggero. Il progetto dei “Cacciatori di briciole” non solo ha permesso di recuperare alimenti utili per chi ne ha bisogno, ma ha anche dato ai donatori l’opportunità di compiere un gesto significativo verso se stessi: evitare lo spreco di qualcosa di fondamentale come il cibo.

A chi vengono distribuiti gli alimenti raccolti?

Christian Bacci – Inizialmente li destinavamo solo al progetto di Volontarius del camper della stazione, che sostiene persone senza fissa dimora. Poi il progetto si è ampliato e ora sosteniamo le famiglie anche degli empori solidali, non solo quello di Volontarius di piazza Mazzini, ma anche per esempio l’Emporio di Santo Stefano a Oltrisarco o la San Vincenzo in centro a Bolzano. Siamo parte di una rete ampia di associazioni di volontariato che si occupano di aiuto alimentare.

Autore: Till Antonio Mola

Federico racconta il diabete nei giovani

Federico Travagli, studente di infermieristica presso il polo universitario Claudiana, ci racconta com’è la vita di un giovane con il diabete di tipo uno e quali iniziative ci sono per chi, giovane e non, ha questa malattia autoimmune.

Quando hai scoperto di avere il diabete?

Avevo 7 anni, la mia pediatra è stata molto brava: ha subito colto i sintomi, mi ha prescritto i test e fatto ricoverare immediatamente. Per me è stato poco traumatico, ero piccolo, quindi non ho ricordi della vita prima. è stato di certo più traumatico per i miei genitori che hanno dovuto cambiare stile di vita e imparare tutto. Per quanto riguarda somministrazione di farmaci, misurazioni e insulina io ho imparato con gli anni;  all’inizio dovevano infatti gestire tutto i miei genitori. 

Crescendo la cosa è stata difficile da gestire?

Per me era la normalità. Ho avuto la fortuna di avere un bravo diabetologo: non era rigido, mi ha sempre lasciato la libertà di gestire le cose come più mi sentivo e i miei genitori sono stati molto bravi a delegarmi ogni anno compiti maggiori finché a 12/13 anni sono arrivato a una completa autonomia. Una volta che si impara a gestirsi non c’è nulla che non si possa fare.

I giovani come vivono il diabete?

Per quanto mi riguarda non ho mai vissuto episodi di bullismo o di esclusione a causa del diabete, ma ho amici che invece hanno vissuto un forte bullismo. Se ne parla sempre di più, questa cosa ancora non si conosce bene. Se non si ha un diabetico in famiglia o tra gli amici stretti spesso non si sa nulla; so di partner di persone diabetiche che anche dopo anni di matrimonio non conoscono ancora quasi per nulla la patologia. Spesso si arriva a conoscere il diabetico quando ormai è autonomo e quindi non si impara a conoscere ciò che serve, ma sarebbe importantissimo educare le persone più vicine.  

Quali sono gli strumenti per vivere meglio? Sono accessibili?

Alla base ci sono il glucometro e le penne dell’insulina; questa è la terapia base che viene sempre insegnata. Si fa un periodo iniziale con questo kit, ma, nei giovani, si opta per passare a sensori e microinfusori il prima possibile. La Provincia copre i costi di tutte le forniture. Per i microinfusori, che sono degli strumenti che con i sensori misurano automaticamente la glicemia e forniscono direttamente la dose necessaria di insulina, c’è una lista d’attesa che per i giovani è abbastanza rapida in quanto il fattore dell’età è un criterio importante.

Ci sono iniziative dedicate ai giovani?

La Diabetes Union ne organizza moltissime accessibili a tutti. Le principali a cui io ho partecipato sono i Summer Camp che sono dedicati ai bambini dai 9 ai 14 anni e i Camp 14+. In entrambi i camp è presente personale sanitario fisso e l’ultimo giorno dei medici vengono a fare un Q&A per rispondere a dubbi e quesiti anonimi dei partecipanti, i quali hanno poi spazio per discutere e scambiarsi opinioni. È un’occasione per conoscere persone diabetiche che normalmente non hai occasione di incontrare. Le attività sono moltissime, ovvero giochi, passeggiate in montagna, visite a laghi… E i momenti educativi sono davvero utili. Nel camp 14+ si ampliano per affrontare temi di cui magari non si parla col proprio medico o coi genitori come sesso e diabete e alcol e diabete. Io ho partecipato a entrambi e ora sono parte dello staff. Una nuova iniziativa che sta per partire è quella dedicata alle coppie in cui si passa un weekend con altre coppie e la psicologa, e in cui si fanno attività e si hanno dei momenti di discussione. In generale sono dei momenti da passare in compagnia in montagna, in cui si uniscono educazione e attività con animatori e personale sanitario, che aiutano a diventare autonomi, sentendosi capiti e divertendosi.

Autrice: Anna Michelazzi

L’avventura di Michela Piazzolla nel tiro con l’arco

Il tiro con l’arco è uno sport molto complesso che richiede precisione, concentrazione e controllo mentale. Oggi andremo a scoprire questa disciplina assieme a Michela Piazzolla, una giovane tiratrice con l’arco di ventitré anni, originaria di Bolzano. 

Dopo il diploma Michela ha scelto di entrare nel mondo del lavoro, ma la sua vera passione è il tiro con l’arco, che pratica nel suo tempo libero con grande dedizione. Questo sport ha rapito Michela fin da bambina; lei oggi continua a coltivarlo con impegno, partecipando a diverse competizioni. Michela ci racconterà la sua storia, i suoi successi e le sfide che affronta ogni giorno nel mondo del tiro con l’arco.

Ciao Michela, raccontaci un po’ di te e come hai iniziato a praticare il tiro con l’arco.

La mia avventura con il tiro con l’arco è iniziata da bambina. Ricordo che durante una festa di Carnevale mi ero vestita da indiana e giocavo con un arco di plastica. Quel giorno, però, ho avuto l’opportunità di provare un arco vero con frecce reali, ed è stato amore a prima vista. Qualche mese dopo, i miei genitori mi hanno regalato il mio primo arco in legno, e da lì ho deciso di iscrivermi all’Arco Club Laives per imparare seriamente.

Hai iniziato da giovanissima, ma poi hai preso una pausa per dedicarti ad altri sport. Come mai questa interruzione e come è stato il ritorno al tiro con l’arco?

Sì, dopo circa quattro anni di pratica con l’arco, mi sono allontanata dalla disciplina per dedicarmi alla pallavolo, un altro sport che mi piaceva molto. Ho smesso di pensare al tiro con l’arco per un po’, ma poi durante una vacanza in campeggio ho trovato un’area dedicata al tiro con l’arco. Quella piccola esperienza ha risvegliato in me l’entusiasmo, e così, una volta tornata a casa, ho deciso di riprendere. Mi sono iscritta di nuovo nel 2021 e da allora non ho più smesso.

Cosa ti affascina di più di questo sport?

Il tiro con l’arco è un mix di tecnica e concentrazione mentale. In particolare, adoro le competizioni 3D, in cui si tirano frecce verso sagome di animali in un ambiente naturale, e il tiro di campagna, dove i bersagli sono circolari e i punteggi vanno dal sei al mancato (M), con distanze che variano dai cinque ai sessanta metri, metà conosciute e metà sconosciute. Ogni tipo di gara ha il suo fascino, ma il vero segreto del tiro con l’arco è la mente: è fondamentale riuscire a mantenere calma e concentrazione. Ogni distrazione, anche la più piccola, può influire sul risultato.

Com’è organizzato il tuo allenamento e quanto tempo riesci a dedicare alla pratica?

Non è sempre facile, visto che lavoro come impiegata. D’estate, però, grazie alla disponibilità di un campo all’aperto, riesco a essere più flessibile negli allenamenti. In inverno, invece, gli orari sono più rigidi e devo adattarmi. Cerco comunque di allenarmi almeno due/tre volte a settimana, anche se so di avere ancora margini di miglioramento, soprattutto nella concentrazione. In gara, a volte mi trovo a distrarmi facilmente, influenzata dall’ambiente intorno a me.

I risultati, però, sono già arrivati. Quali sono i tuoi successi più importanti?

Quest’anno sono diventata campionessa provinciale in tre discipline: tiro alla targa (70 metri), tiro indoor (18 metri) e tiro di campagna. Inoltre, mi sono qualificata per i campionati italiani indoor e di tiro di campagna, e spero di fare ancora meglio il prossimo anno. Ogni vittoria è una piccola soddisfazione, ma l’obiettivo principale è migliorare sempre. 

Consiglieresti a qualcuno di iniziare a praticare il tiro con l’arco? 

Lo consiglio vivamente! È uno sport accessibile a tutti, indipendentemente dall’età o dalla preparazione fisica. Non richiede una grande forza, perché l’intensità del tiro si adatta alle capacità individuali. Inoltre, le competizioni sono suddivise per categorie di età e tipo di arco, il che rende il tiro con l’arco un’attività inclusiva e stimolante. La precisione, la concentrazione e la disciplina sono fondamentali, e credo che chiunque possa trarne beneficio.

Un’ultima domanda: qual è il tuo obiettivo futuro nel tiro con l’arco?

Il mio obiettivo principale è continuare a migliorare, perfezionare il mio tiro e cercare di vincere il più possibile. Ma, soprattutto, voglio continuare a divertirmi e a sentire quella sensazione di concentrazione assoluta che il tiro con l’arco sa offrire.

Autore: Niccolò Dametto

Che spettacolo il Natale a teatro!

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Ormai manca davvero poco, il Natale è alle porte. Ancora qualche giorno e poi sarà nuovamente tempo di tornare a respirare la magica atmosfera natalizia. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta anche quest’anno a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le Festività, in compagnia di una ricca programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, musical, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio sarà nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 3 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Do(n)ne, storico spettacolo che l’ha vista debuttare come ‘one woman show’ nell’ormai lontano 2000, portando in scena le vicende di tre donne diverse tra loro. Si tratta di un’occasione per festeggiare i prossimi 25 anni di uno tra i lavori di maggior successo dell’attrice e autrice trentina.

Sabato 21 dicembre, invece, all’Auditorium S. Chiara sarà la volta di Walt Disney – Un sogno lungo una vita: un viaggio attraverso le tappe fondamentali della vita di Walt Disney, tra affascinanti narrazioni video e le più famose colonne sonore che hanno reso grande il suo nome; le melodie saranno eseguite dal vivo dalle splendide voci soliste di Giulia Galletti e Mattia Inverni, accompagnate dall’Orchestra delle Alpi e rock band, dirette dal M° Giancarlo Guarino.

Per tutti gli appassionati di danza, invece, dal 21 al 23 dicembre è in programma un trittico di appuntamenti all’insegna dei grandi e intramontabili classici. Si comincia il 21 al Teatro Sociale nel segno dell’irriverenza e del divertimento in danza dei Chicos Mambo con Tutu, spettacolo in cui i danzatori, travestiti da ballerine, rivisiteranno tutti i tipi di danza, prendendosi gioco senza alcun tabù dei codici della coreografia. Il giorno dopo, domenica 22 dicembre, tutti al Teatro Comunale di Pergine per assistere a Lo Schiaccianoci, una favola moderna sulle musiche di Čajkovskij, portata sul palco dal Balletto di Siena, con la regia e il riallestimento coreografico firmato dal M° Marco Batti. Una rilettura fresca, spontanea e giocosa, che riesce a comunicare anche ai più piccoli. (Lo spettacolo verrà replicato anche lunedì 23 dicembre al Teatro Cristallo di Bolzano). Il compito di chiudere questo meraviglioso trittico dedicato al balletto spetterà al Balletto di Mosca, che il 23 dicembre sarà all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) con un’icona dei balletti classici ottocenteschi come Il Lago dei Cigni, storia d’amore, tradimento e trionfo del bene sul male, pronta a deliziare nuovamente il pubblico, tra romanticismo e bellezza.

E arrivati oramai alle porte del Natale, dal 24 al 27 dicembre non perdetevi l’occasione di trascorrere le Feste al Teatro Sociale di Trento in compagnia del grande cabarettista, performer e trasformista Ennio Marchetto e del suo The Living Paper Cartoon, spettacolo nel quale, attraverso costumi di carta, darà vita ad una vera Babilonia di musica, teatro e creatività, portando in scena grandi cantanti e grandi personaggi italiani e stranieri. Si andrà da Tina Turner a Marylin Monroe, da Vasco Rossi a Pavarotti, passando per Lady Gaga, Maria Callas e Edward mani di forbice. Uno spettacolo esilarante, unico nel suo genere.

Ma non finisce qui, visto che sabato 28 e domenica 29 dicembre all’Auditorium S. Chiara ci sarà spazio per Sherlock Holmes – Il musical, con Neri Marcorè nei panni del più celebre detective di tutti i tempi, a capitanare un cast di oltre venti eccezionali performer. La Londra vittoriana fa da sfondo a questo avvincente scontro tra bene e male. Tra amicizia, amori e costanti pericoli, al 221b di Baker Street si decideranno le sorti dell’intera Inghilterra. Un musical ricco di colpi di scena, misteri ed enigmi, capace di combinare tensione, umorismo e azione.

Nell’offerta natalizia ci sarà spazio anche per il pubblico dei più piccoli, che il 29 dicembre potranno trascorre il pomeriggio al Teatro Sociale con Spezie e aromi: ispirato ai contest fra chef dagli esiti imprevedibili. La Compagnia EgriBiancoDanza propone uno spettacolo esilarante, capace di coniugare danza, prosa e musica dal vivo.

La conclusione dell’anno al Teatro Sociale (martedì 31 dicembre e mercoledì 1 gennaio) verrà affidata all’irresistibile duo formato da Tullio Solenghi e Massimo Lopez con Dove eravamo rimasti, il loro nuovo, divertente e imperdibile show tra numeri, sketch, brani musicali, e grande comicità. Ci sarà spazio per una lectio magistralis di Sgarbi/Lopez, un affettuoso omaggio all’avanspettacolo, ed un confronto Mattarella/Papa Bergoglio. Uno spettacolo irresistibile, che vuole stupire ed emozionare. Con la Jazz Company diretta dal M° Gabriele Comeglio.

L’ultimo appuntamento delle Feste sarà il 5 gennaio al Teatro Sociale con Cenerentola – Rossini all’opera, lavoro dedicato al pubblico dei più giovani, portato sul palco dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani.

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In crescita la domanda di mediazione

Il Centro di Mediazione Familiare ASDI di Bolzano, attivo da quasi quarant’anni, è un punto di riferimento fondamentale per le famiglie che affrontano momenti di crisi. In un periodo segnato da cambiamenti sociali, economici e psicologici, il centro ha visto un aumento significativo delle richieste di supporto, sia per la mediazione familiare che per le consulenze psicologiche. Abbiamo intervistato Roberta Cirimbelli, coordinatrice del centro, per comprendere meglio le dinamiche che stanno plasmando il lavoro dell’ASDI e il crescente bisogno di soluzioni pacifiche per le difficoltà familiari.

Come sta evolvendo il lavoro del Centro negli ultimi anni?

Negli ultimi due anni, abbiamo registrato un significativo aumento delle richieste di supporto, con un incremento particolare per la mediazione familiare e le terapie psicologiche. Le richieste di mediazione familiare sono salite del 10% rispetto agli anni precedenti, mentre le consulenze familiari e le psicoterapie hanno visto un aumento ancora più marcato. Sebbene questo fenomeno si sia accelerato dopo la pandemia, la domanda di supporto psicologico era già in crescita prima di quel periodo.

Quali sono i motivi principali che spingono le coppie a rivolgersi a voi?

Le motivazioni per cui le coppie decidono di separarsi o di richiedere un intervento di mediazione possono essere molteplici. Tra le cause principali troviamo il cambiamento nei ruoli di genere, le difficoltà economiche, le aspettative troppo alte nei rapporti, o una trasformazione delle priorità di vita. In molti casi, le coppie non riescono più a trovare un punto di incontro, e la mediazione familiare offre loro uno spazio protetto dove esplorare insieme soluzioni pacifiche, evitando il conflitto.

Ci può dare qualche dato sulle richieste di mediazione familiare negli ultimi mesi?

Nel 2024 abbiamo visto un aumento delle richieste di Mediazione Familiare. A settembre, per esempio, abbiamo registrato 178 richieste, rispetto alle 130 dello stesso periodo nel 2023. Questo dato è significativo e riflette un crescente interesse per le soluzioni di mediazione, soprattutto in un contesto dove il conflitto tra separandi può generare non solo stress emotivo, ma anche implicazioni legali e finanziarie.

Inoltre, si è registrato un forte aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare. Qual è il motivo di questa crescita?

L’aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare è un fenomeno che stiamo osservando da qualche anno. Dopo la pandemia, la domanda è aumentata notevolmente, con un incremento del 70,7% rispetto al 2021. Sebbene questo dato possa sembrare allarmante, in realtà è molto positivo, perché mostra che le persone stanno iniziando a riconoscere l’importanza di affrontare le proprie difficoltà psicologiche e relazionali. A ottobre 2024, ad esempio, abbiamo registrato quasi 500 ore di terapia, il che è un segno che le persone si stanno rivolgendo ai professionisti per migliorare il loro benessere psicologico.

Cosa vorrebbe dire a chi sta pensando di rivolgersi a voi?

A chiunque si trovi ad affrontare un momento di crisi familiare, psicologica o relazionale, vorrei dire di non avere paura di chiedere aiuto. La mediazione familiare, le consulenze psicologiche e le terapie familiari possono davvero fare la differenza, offrendo soluzioni più pacifiche e consapevoli. Non è mai troppo tardi per migliorare la propria vita e quella della propria famiglia. Siamo qui per ascoltare, supportare e guidare chi ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio.

Autore: Niccolò Dametto

Elderspeak: cos’è e perché è importante riconoscerlo

Sanaa El Abidi, laureata in Scienze Infermieristiche presso il Polo Universitario Claudiana a Bolzano, ha dedicato il suo elaborato di tesi alla rielaborazione della letteratura incentrata studio dello stile comunicativo denominato elderspeak. è una sorta di lingua semplificata che usiamo spesso con gli anziani e assomiglia a quella che utilizziamo con i bambini piccoli. Questo approccio linguistico nei confronti degli anziani spesso non è la soluzione ideale e averne consapevolezza è davvero importante.

Cos’è l’elderspeak? 

È uno stile comunicativo utilizzato con gli anziani che nasce da stereotipi della terza età e ha come fine l’espressione di cura, controllo e/o facilitazione della comprensione. Come sinonimo viene spesso utilizzato baby talk in quanto nella maggior parte dei casi risulta indistinguibile da quello diretto ai bambini.

Quali sono le sue caratteristiche?

L’utilizzo di un vocabolario semplice, un tono di voce acuto, un discorso lento, uso di imperativi e domande, ripetizioni, l’uso di diminutivi, termini affettuosi e soprannomi, la sovra-articolazione e l’utilizzo di frasi brevi e semplici. È caratterizzato anche dalla sostituzione del pronome “tu” con “noi”, ad esempio: “è importante che (noi) mangiamo, cara”, che può trasmettere il messaggio di dipendenza dell’anziano. Vengono inoltre utilizzate le tag questions che limitano la scelta dell’interlocutore, suggerendo implicitamente la risposta.

Perché è importante parlarne? 

Perché può essere una manifestazione del cosiddetto “ageismo”, ovvero stereotipi, pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli altri o di sé sulla base dell’età. Con l’aumento dell’aspettativa di vita diventa sempre più importante avere una comprensione approfondita della comunicazione con gli anziani. L’elderspeak riflette stereotipi che vedono gli anziani come incompetenti e dipendenti. Contrastarli aiuta a evidenziare e rispettare le preferenze individuali degli anziani in modo da comunicare in risposta ai bisogni personali ed ottenere un indebolimento degli stereotipi sociali. Questo tipo di interazioni nel tempo possono portare gli anziani a credere di meritare quel tipo di comunicazione e ad agire in modo concorde allo stereotipo. Una comunicazione rispettosa favorisce le interazioni significative, migliora i legami, il benessere e l’autostima degli anziani.

Quali sono le conseguenze negative di questo fenomeno?

Anche se in alcuni casi il suo utilizzo può avere effetti benefici come un miglioramento oggettivo della comprensione e della memoria, i destinatari riportano ugualmente problemi nella comunicazione, negativa stima di sé e, in alcuni casi, resistenza alle cure. L’elderspeak viene spesso giudicato come irrispettoso e può suscitare sentimenti di angoscia, frustrazione e rabbia e impattare sull’immagine di sé. Affrontare e prevenire questo fenomeno è essenziale per garantire dignità e rispetto agli anziani.

In che contesti si verifica maggiormente?  

L’elderspeak è diffuso soprattutto in ambito sanitario e nei contesti in cui gli anziani interagiscono con caregiver o operatori più giovani. La sua frequenza e percezione possono variare a seconda del contesto e delle persone. Non è utilizzato solo dagli operatori sanitari, ma anche al di fuori dei contesti di cura, talvolta da familiari ed amici. In questo caso è più tollerato poiché può essere percepito come più caloroso rispetto a quando proviene da operatori sconosciuti. Nei contesti di assistenza sanitaria, secondo gli studi, può rappresentare tra il 22% e il 58% delle interazioni con gli anziani.

Come si può riconoscere e diventare consapevoli?

È necessaria una combinazione di osservazione critica, formazione e sensibilizzazione. Diversi interventi educativi, attuati in contesti ospedalieri perlopiù americani, hanno dimostrato che, focalizzando l’attenzione dei caregiver sulle pratiche comunicative, è possibile ridurre l’uso dell’elderspeak. In generale, riconoscere il fenomeno e le sue caratteristiche è un primo passo per portare l’attenzione verso i propri modelli di comunicazione e ridurne quindi l’utilizzo. Favorire interazioni regolari tra generazioni diverse, sin dalle elementari, si è dimostrato efficace nel ridurre l’ageismo e promuovere empatia e rispetto verso gli anziani.

Autrice: Anna Michelazzi

“Bolzano può essere un riferimento per tecnologia e ricerca”


Inserzione pubblicitaria – Con la nuova Facoltà di Ingegneria, unibz è sempre più vicina al mondo delle aziende e delle start-up e diventa il principale attore del NOI Techpark. Tra i focus della Facoltà: automazione, robotica e intelligenza artificiale. 850 giovani studieranno, faranno ricerca e si formeranno a un passo dall’ecosistema dell‘innovazione.

Una facoltà universitaria che è nata con l’obiettivo di trasformare l’Alto Adige – territorio che è delizia dei milioni di turisti che lo visitano ogni anno per le sue bellezze paesaggistiche e naturalistiche – in una sorta di Silicon Valley della tecnologia, bilingue e a cavallo tra mondo culturale e produttivo mediterraneo e dell’Europa centrale. “Vogliamo che l’Alto Adige sia riconosciuto come un punto di riferimento a livello nazionale non solo per qualità della vita e dei servizi turistici ma anche per l’innovazione tecnologica e la ricerca al servizio di questo valori. La nuova collocazione della Facoltà nel Parco Tecnologico è la premessa ideale”, afferma il preside della Facoltà di Ingegneria, prof. Andrea Gasparella. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio le ambizioni della comunità scientifica che da poche settimane ha iniziato a lavorare nella nuova struttura didattica e di ricerca a Bolzano Sud. 

Preside Gasparella, la Facoltà di Ingegneria ora avrà sede in un nuovo campus a Bolzano Sud. Cosa rappresenta questo passo per la Facoltà stessa, per l’università di Bolzano e anche per il territorio?

La Facoltà, che già era un interlocutore per il territorio sia dal punto di vista dell’offerta formativa, sia dal punto di vista delle attività di ricerca e di terza missione (le attività di trasferimento del sapere accademico alla popolazione e al tessuto economico del territorio di riferimento, ndr.), ora è immediatamente e fisicamente associabile a un luogo e a un edificio “iconico”, se così possiamo definire l’avveniristica costruzione che ci ha accolto. Ci aspettiamo che adesso l’interazione con i portatori di interesse sia più facile perché il campus aiuterà la percezione che ci sia un interlocutore in grado di occuparsi di tutte le tematiche in ambito ingegneristico. 

I vostri portatori di interesse sono solo le aziende o anche l’amministrazione pubblica?

Abbiamo percepito una grande attenzione da parte dell’amministrazione pubblica che ha voluto e  stimolato l’istituzione di questa Facoltà. Lo si comprende anche dalla dotazione infrastrutturale e di risorse economiche messe a disposizione. Ovviamente le aziende, in primis quelle del territorio che chiedono di essere accompagnate e avviare progetti per restare competitive, così come tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nello sviluppo tecnologico, rappresentano il partner naturale per una Facoltà di Ingegneria. 

Ci può fornire alcuni esempi?

Ce ne sarebbero tanti ma sicuramente le collaborazioni con il Covision Lab – che si occupa di computer vision e machine learning – o quelle con la rete di imprese associate nella Automotive Excellence Südtirol o, ancora, con Alperia o con l’Azienda Sanitaria per restare in ambito pubblico, sono emblematiche della natura delle interazioni che stiamo ricercando. Infatti queste ed altre forme di collaborazione hanno reso possibile l’istituzione e il finanziamento di alcune cattedre straordinarie, oppure hanno il potenziale per sviluppare iniziative di ricerca di lungo termine a servizio del territorio. Assoimprenditori e le associazioni di categoria (Artigiani) o delle professioni (Ingegneri, ma anche architetti, periti e geometri) sono partner importanti che hanno seguito e sostenuto le nostre iniziative e ai quali vorremmo poter restituire ancora molto. 

Nell’Euregio, esistevano già la Facoltà di Scienze tecniche a Innsbruck e quella di Ingegneria a Trento che garantivano un’ottima formazione. Perché i figli delle famiglie altoatesine interessati alle materie tecniche dovrebbero iscriversi alla locale Facoltà di Ingegneria?

Siamo fortemente convinti che la formazione trilingue sia un valore aggiunto per ogni laureato e lo renda, assieme alle competenze tecniche accumulate, assolutamente competitivo su un mercato del lavoro che si estende, praticamente, dal confine con la Danimarca al Mediterraneo. Molti dei docenti di unibz vengono da altre università e quindi hanno portato qui anche l’esperienza maturata altrove, ma esiste anche una generazione di ricercatori e docenti cresciuti accademicamente qui, che in parte ci faranno conoscere altrove, in parte continueranno a rafforzarci. Ci stiamo sviluppando in direzioni diverse dalle università vicine specializzandoci in settori che ci caratterizzano andando a coprire ambiti di competenza che non sono rappresentati vicino a noi. Ma stiamo anche investendo su formati didattici esperienziali, anche grazie a infrastrutture di laboratorio uniche per dotazioni e varietà, che prepareranno in maniera molto più efficace e versatile i nostri laureati alle sfide che li aspettano. Siamo certi che saranno i protagonisti del futuro della regione e non solo. 

Quali sono le “anime” della nuova Facoltà?

Sono quella informatica, con un focus significativo sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale, quella dell’ingegneria elettronica e dell’informazione, con un focus sulle tecnologie digitali e le applicazioni dell’AI, e quella dell’ingegneria industriale ed energetica, con un focus sui processi industriali e sull’efficienza nell’uso delle risorse e sulle rinnovabili, e quindi sulla sostenibilità. In queste aree cerchiamo di definire una nostra connotazione, perché siamo convinti che ciò che possiamo offrire sia diverso da quello che si trova nelle università vicine.

Il nuovo edificio quali opportunità in più offrirà agli studenti?

Il campus riunisce tanti laboratori sotto uno stesso tetto e ciò facilità le collaborazioni tra discipline diverse oltre al fatto che questi laboratori non vengono usati solo per la ricerca ma anche dagli studenti. Contiamo di proseguire nello sviluppo di un’offerta didattica sempre più orientata alla formazione di tipo esperienziale, organizzando l’attività educativa in maniera tale che la parte di apprendimento teorico e quella di applicazione pratica convivano e confluiscano in un percorso coerente e ciclico fatto non solo di “sapere”, ma anche di “saper fare”.

Che spinta può dare l’integrazione del campus nel parco tecnologico agli studenti e ai laureati?

Per una Facoltà come la nostra, la collocazione nel NOI è un’opportunità davvero unica perché avvicina le attività di ricerca e le attività didattiche con gli studenti alle aziende. Credo che poi costituisca un impulso anche allo sviluppo del parco tecnologico stesso perché gli studenti possono collaborare con le startup e, una volta terminati gli studi, diventare loro stessi fondatori di nuove iniziative e, così, essere protagonisti del futuro imprenditoriale del territorio. La sinergia farà bene ad entrambe le comunità: quella di unibz e quella del NOI Techpark. 

Ci sarà spazio anche per iniziative di formazione continua e di diffusione della cultura scientifica tra la popolazione?

Sì, ci sono alcune iniziative che ci vedono già attivi. Sul versante della formazione, i master universitari orientati ai professionisti, come quello in Fire Safety Engineering, che riscuotono un ottimo successo. Riteniamo che la Facoltà possa diventare un riferimento non solo per chi inizia l’università ma anche per chi, una volta laureato, ha bisogno di aggiornare e perfezionare le proprie competenze e quindi può ritornare all’università portando già un certo bagaglio di esperienze e, al tempo stesso, acquisirne di nuove, più specialistiche. Sabato 11 gennaio, infine, prevediamo una mattinata di porte aperte per la cittadinanza per scoprire il nuovo edificio e le aree di ricerca della Facoltà.

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