Dal Lago Veneri… raccontando storie

Nei giorni scorsi Brunamaria Dal Lago Veneri ha compiuto novant’anni. Ne abbiamo approfittato per incontrarla e farci raccontare il suo interessante percorso di vita, tra scrittura letteraria, antropologia, etnologia, poesia e traduzioni. Con una passione fortissima per le tradizioni popolari, le fiabe e leggende della nostra terra; ma non solo. 

Brunamaria Dal Lago Veneri ha vissuto, e probabilmente tuttora vive, molte vite. Nata e cresciuta a Bolzano, da settant’anni è antropologa, etnologa, scrittrice, traduttrice, poetessa, instancabile e appassionata studiosa. Raccoglie tradizioni popolari, fiabe, leggende. 

A volte le traduce, a volte le rielabora per inventarne di nuove, per non far spezzare quel filo di magia che da secoli lega le nostre terre, i nostri confini, le nostre storie.

Un mercoledì sera, osservate da migliaia di libri davanti a un caffè fumante e con le rocce altoatesine a spiarci curiose fuori dalla finestra, mi ha concesso l’onore di intervistarla e di scoprire alcuni frammenti di queste molte vite.

L’INTERVISTA

Partiamo dall’inizio. Come si è avvicinata al mondo della letteratura e della tradizione popolare?

Ho studiato alla Bocconi, che all’epoca aveva anche l’indirizzo di lingue. Pensa che all’inizio volevo studiare medicina, ma mio padre non voleva… Iniziai a cercare lavoretti sin da subito per mantenermi e trovai un piccolo impiego alla casa editrice Einaudi grazie a un’amica. Un giorno ebbi una fortuna molto grande, c’era un signore severo che stava lavorando, mi guardò e mi disse “Ah è lei la sudtirolese? Mi hanno detto che si interessa di tradizioni popolari. Interessanti anche le storie del suo paese. Ma lei ha intenzione di tradurre questi racconti che sta raccogliendo?”. Io gli risposi “Certo che li tradurrò, perché lei quando raccoglie i racconti siciliani non li traduce?”. Era il 1958 – 127 anni fa – e quel signore era Italo Calvino! Poi Calvino andò a Parigi e io non l’ho mai più visto, ma qualche cartolina me l’ha mandata, e le ho ancora da qualche parte.

Lei a quel tempo stava già lavorando sulle tradizioni popolari?

Sì, assolutamente. Avevo una nonna della Val di Fiemme, che però si considerava quasi ladina. Lei mi raccontava le storie in ladino e mia mamma che era austriaca (anche se figlia di trentini) me le raccontava in tedesco. La mamma di mio nonno era invece ungherese. Sono quindi cresciuta tra tante lingue e altrettante storie. Ho avuto sempre un enorme interesse per il racconto popolare, e ce l’ho ancora. Ho lavorato moltissimo su questo, sia studiando all’università, sia scrivendo e traducendo. Adesso invece, facendo un salto di settant’anni o quasi, sto scrivendo un libro che mi sembra molto interessante, sui colori delle leggende. Secondo me, ogni storia ha un suo colore. Le storie ladine, ad esempio, partono dal bianco delle Dolomiti e arrivano al rosa dell’enrosadira, hanno il colore della fantasia e del magico. Le storie trentine sono verdi, raccontano la vita rurale. Le storie tedesche, che sono intrise di quest’epica lontana, sono blu. Mi è sempre interessato quest’aspetto, perché veramente la lingua con cui ci si espone, ci si rappresenta, ci si presenta, ha una propria fisionomia, un colore. 

Quando ha iniziato a pubblicare?

Ho pubblicato il mio primo libro, Storie di magia, nel 1979, con una casa editrice che pubblicava racconti e opere musicali. Ebbe un bel successo! Dopodiché, fra le mille storie e vite di cui parlavamo, un giorno conobbi grazie a mio marito Silver Hesse, il pronipote di Hermann Hesse [N.d.r. premio Nobel per la letteratura nel 1946]. Avrei un bell’aneddoto da raccontarti su un vecchio cappotto di Hermann Hesse che Silver mi chiese di riparare… un giorno comunque andammo tutti insieme in Svizzera a trovare Hermann Hesse: ricordo che mi guardava con sguardo severo e aveva un iris blu davanti agli occhi. Dopo qualche chiacchiera mi chiese di tradurre le sue poesie. Che onore inimmaginabile! Gli dissi che ne avrei tradotta una e gliel’avrei mandata… È finita così: ho tradotto le poesie di Hesse e il libro è stato pubblicato.

Come lavorava alla scrittura? I racconti popolari implicano anche moltissima ricerca… come affrontava il lavoro?

Ecco, noi abbiamo da sempre una casa in Val di Fassa, e qui avevo tantissime amiche e amici, contadini del posto che mi raccontavano queste storie; nei miei libri li cito sempre. Ho imparato davvero molto da loro. Gli altri racconti li sapevo perché tramandati da mia nonna… e poi ho sempre letto molto di queste cose. Cercavo il filo conduttore che legava i racconti, forse alcuni me li inventavo anche… ogni scrittore si inventa, è la verità, non bisogna dire bugie. Si inventa nel senso che in-viene, cerca e ritrova nella Storia la sua storia.  

Lei crede nella verità in letteratura?

Quando la letteratura parla di realtà, la inventa. Perché, a meno che tu non prenda un libro autobiografico, generalmente è proprio un’invenzione. Si tratta sempre di una realtà inventata, in qualche modo. Come in fondo, secondo me, anche la realtà nostra è inventata. In qualsiasi forma tu lo voglia dire, c’è una grande parte di rielaborazione mentale. C’è un bellissimo libro di Claudio Risé, “La scoperta di sé. I sentieri dell’individuazione”, che parla della maschera che ognuno di noi indossa e che alla fine rischia di diventare il proprio io. 

Si sente più scrittrice, più traduttrice o più studiosa?

Non lo so. Scrivo anche poesie ogni tanto. Ho tradotto molto però, ad esempio le Fiabe dei fratelli Grimm, che sono ancora in circolazione nella mia traduzione, e che proprio la Mondadori mi spinse a tradurre… ed è stato un gran lavoro. Poi ho tradotto le poesie di Hesse, Thomas Mann, H. C. Artmann e altri ancora. Ora come ora ho un desiderio: mi piacerebbe tanto che i due veri poemi epici della terra ladina, Il Regno dei Fanes (il più antico) e il Re Laurino (il più recente) fossero più conosciuti. Il Fanes rappresenta la fine del matriarcato, che in questa terra, la terra delle montagne, è sempre stato molto importante: gli uomini emigravano per lavorare, le donne portavano avanti il maso, tenevano le redini di tutto (perché gli uomini non c’erano, mica perché lo volessero!). Questa vena matriarcale c’è sempre. Nella letteratura fantastica ladina continuano a rimanere grandi pezzi dei grandi personaggi immaginari. Le creature dell’acqua, del bosco, tutte queste figure che sono ancora molto vive nell’immaginario. L’acqua è la vita, e queste creature che vivono nei laghi, nei torrenti, sono portatrici di bene e anche di sciagure a seconda della situazione. Pensa che nella tradizione ladina sono donne bellissime, con lunghe vesti, con i capelli verdi, mentre nella letteratura nordica sono vestite di scuro, come la terra. 

Secondo lei la tradizione popolare è particolarmente marcata qui nel nostro territorio o è un po’ così in tutta Italia?

È marcata nel nostro territorio, forse perché c’è la necessità di stare dentro, all’ombra di queste rocce ed essere frutti delle rocce, e parlare come le rocce e raccontare delle rocce. 

Concludiamo con una poesia, che è forse l’unico mezzo capace di promettere a tutti un arrivederci.

IL MITO RINCHIUSO

Cavalli di nuvole
rincorrono il sole.
Tra i silenzi del cielo,
nell’azzurro arruffato.
Voglio gridare al mondo
le parole che il mito
tiene rinchiuse
nel cuore di tutti.

Autrice: Lidia Tecchiati

Il Ramadan a Bolzano

Una giovane bolzanina racconta come si vive il Ramadan a Bolzano, tra i giovani e nelle famiglie della comunità marocchina, ma anche nelle case e nelle diverse sale di preghiera presenti nel capoluogo altoatesino.

Ciao Salma, ci racconti qualcosa di te e delle tue radici?

Mi chiamo Salma Sammah, ho 19 anni e sono nata e cresciuta a Bolzano, ma ho origini marocchine. Ho appena terminato il Liceo Pascoli delle Scienze Umane e attualmente svolgo il servizio civile presso l’associazione La Strada – Der Weg. Fin da piccola ho vissuto tra due culture, quella italiana e quella marocchina, imparando a coniugare tradizioni diverse e a farne una ricchezza personale. Questo mi ha permesso di sviluppare un forte senso di identità e appartenenza, oltre a una profonda curiosità per il dialogo interculturale e la condivisione di esperienze. Sono musulmana e il Ramadan è una parte fondamentale della mia identità e del mio percorso spirituale.

Come si vive il Ramadan a Bolzano?

Nonostante il fatto che viviamo in un contesto in cui la maggioranza della popolazione non lo osserva, la comunità musulmana riesce comunque a mantenere vive le tradizioni del Ramadan. Le giornate di digiuno possono essere impegnative, soprattutto durante il periodo scolastico o lavorativo, ma ci si sostiene a vicenda. La comunità musulmana di Bolzano è molto unita e, grazie anche ai social e ai gruppi locali, riusciamo a organizzarci per condividere momenti di preghiera e di incontro, rafforzando il legame tra di noi. La sera, dopo il tramonto, molte famiglie si riuniscono per l’Iftar, il pasto che interrompe il digiuno, condividendo piatti tradizionali e tanto altro.

Come fa la comunità marocchina a Bolzano a riunirsi per la preghiera?

La nostra comunità si incontra giornalmente nelle diverse sale di preghiera situate a Bolzano (Via Alessandro Volta 1 / Piazza Fiera 1). Questi spazi diventano un punto di riferimento durante il Ramadan, specialmente per la preghiera del Tarawih che si tiene ogni sera dopo l’Iftar. Oltre alle preghiere, è anche un luogo di incontro, dove si condividono esperienze, si rafforzano i legami comunitari e si aiuta chi è in difficoltà, creando un ambiente di sostegno e solidarietà. È un momento di grande spiritualità e di condivisione, che aiuta a rafforzare il senso di appartenenza e la fede. Invece, durante l’Eid al-Fitr (festa che segna la fine del Ramadan), noi marocchini musulmani di Bolzano ci riuniamo per la preghiera, solitamente presso il Palasport, un momento importante di spiritualità e comunità. Per l’occasione, indossiamo i nostri abiti tradizionali, come la djellaba per gli uomini e i caftan eleganti per le donne, in segno di festa e rispetto. Dopo la preghiera del mattino, torniamo a casa per condividere una colazione speciale con le nostre famiglie. È un momento di gioia in cui la tavola si riempie di dolci tipici, datteri, latte, tè alla menta e tante altre prelibatezze, per celebrare insieme la fine del Ramadan in un clima di felicità e gratitudine.

Ma cos’è esattamente il Ramadan e come si celebra questo mese straordinario? 

Il mese di Ramadan è il periodo più sacro per noi musulmani, un mese di riflessione, di preghiera e di connessione profonda con Allah ed è appena giunto a termine. Da ragazza marocchina e musulmana, questa ricorrenza è una parte essenziale e costante della mia vita, un momento in cui l’anima trova pace e il corpo si purifica. Si tratta del nono mese del calendario lunare islamico e viene osservato da milioni di musulmani in tutto il mondo; mese speciale perché si crede che sia stato proprio in questo periodo che il Profeta Muhammad (pace su di lui) ha ricevuto la prima rivelazione del Corano. Durante il Ramadan, il digiuno dall’alba al tramonto è obbligatorio per tutti i musulmani adulti e sani. Questo significa astenersi da cibo, bevande, fumo e attività intime per diverse ore al giorno, con l’obiettivo di avvicinarsi maggiormente ad Allah e di esercitare la pazienza e la disciplina. L’avvistamento della luna crescente segna l’inizio del mese. Ogni giorno inizia con il Suhoor, il pasto pre-alba, seguito dal digiuno fino al Maghrib, la preghiera del tramonto, quando si può finalmente mangiare con il Iftar. La tradizione (Sunna) vuole che il digiuno venga interrotto con qualche dattero e un bicchiere d’acqua, seguendo l’esempio del Profeta. Dopo l’Iftar, le famiglie si riuniscono per cene abbondanti, con piatti tradizionali che variano da paese a paese. In Marocco, ad esempio, non mancano mai la harira (zuppa tradizionale del Marocco), le chebakia (dolce tradizionale marocchino) e i datteri. La notte, poi, si prosegue con le preghiere straordinarie chiamate Tarawih, che vengono recitate in moschea o a casa. Queste preghiere rafforzano la fede e aiutano a riflettere sulle proprie azioni e sul proprio rapporto con Allah. Oltre all’aspetto spirituale, il digiuno ha incredibili benefici per la salute. Studi scientifici dimostrano che il Ramadan aiuta a disintossicare il corpo da tossine, migliorare il metabolismo e rafforzare il sistema immunitario. Il digiuno intermittente, infatti, permette all’organismo di riposarsi e rigenerarsi. Molti musulmani raccontano di sentirsi più leggeri, energici e mentalmente lucidi durante questo mese. A livello psicologico, il Ramadan aiuta a sviluppare una maggiore empatia per chi soffre, spingendoci a essere più generosi e solidali. La zakat, ovvero l’elemosina obbligatoria, è un pilastro fondamentale dell’Islam e in questo periodo si intensificano gli atti di carità. Il digiuno può essere una sfida, soprattutto nei primi giorni, ma con il tempo il corpo si abitua e la mente diventa più forte; questo insegna la pazienza, il controllo di sé e la gratitudine. Ci fa capire che possiamo vivere con meno, che possiamo controllare le nostre abitudini e che la vera ricchezza non sta nel possedere, ma nel condividere. Inoltre, è un’occasione che riunisce le famiglie, ci ricorda l’importanza di rallentare e di dedicare tempo alle persone che amiamo. Abbiamo, inoltre, l’opportunità per staccarsi dalle distrazioni della vita quotidiana e concentrarsi su ciò che conta davvero. In questo periodo ci si allontana dal superfluo, dalle abitudini negative e si cerca di essere la versione migliore di noi stessi. La riflessione e la preghiera aiutano a rafforzare la nostra connessione con Allah e con la nostra comunità. È un’occasione per perdonare e per ricostruire legami interrotti, per chiedere scusa e per riavvicinarsi a chi si ama. Alla fine del Ramadan, celebriamo l’Eid al-Fitr, la festa della rottura del digiuno. Dopo un mese di sacrifici, questa giornata è un’esplosione di gioia. Ci si veste con abiti nuovi, si partecipa alla preghiera collettiva, si scambiano regali e si festeggia con amici e familiari. Ma la vera bellezza dell’Eid è il senso di gratitudine che porta con sé: la consapevolezza di aver vissuto un mese di crescita, di aver affinato il proprio spirito e di aver rafforzato la propria fede. Il Ramadan non è solo una pratica religiosa, è un mese di purificazione, di riflessione, di amore e di solidarietà. È un dono che ci viene consegnato ogni anno per riscoprire il valore delle piccole cose, per allenare la nostra volontà e per avvicinarci ad Allah. È un momento che ci permette di riscoprire noi stessi, di ritrovare un senso di equilibrio interiore e di affrontare la vita con uno spirito più forte e determinato. Per me, e per milioni di musulmani nel mondo, il Ramadan è una parte insostituibile della nostra identità. E anche se ogni anno passa velocemente, le lezioni che ci lascia durano per tutta la vita.

Di Giulia Scippacercola e Salma Sammah

E se i bambini potessero votare?

Immaginate una domenica di maggio. Seggi aperti, file ordinate, tessere elettorali in mano. Solo che questa volta, in fila tra chi vota, ci sono anche loro: bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Troppo surreale? Forse. Ma anche una provocazione che ci riguarda da vicino. E’ una domanda che farà sorridere… ma anche riflettere. In un tempo in cui le giovani generazioni hanno un’idea sempre più incerta di futuro, diventa ancora più imprudente escluderle dal dibattito. Dunque: e se dessimo diritto di voto anche ai bambini?

A lanciare l’idea, in modo provocatorio ma serio, è stato il politologo inglese David Runciman. Secondo lui, l’età per votare dovrebbe iniziare a sei anni. Non per fare un reality della democrazia, ma per restituire un minimo di equilibrio generazionale a sistemi politici sempre più governati dagli over 60 (e oltre).

La domanda non è solo teorica. O meglio: non lo è più. In diversi paesi europei l’età del voto è già stata abbassata sotto i 18 anni. In Austria e Malta si vota a 16 anni per tutte le elezioni, in Grecia a 17, e in Germania dal 2024 i 16enni votano anche per il Parlamento Europeo, dopo aver già partecipato in alcuni Länder a livello locale.

E del resto, stiamo parlando di un’enorme fetta della popolazione: quasi un terzo del mondo ha meno di 18 anni. In Italia, i minorenni sono circa il 16% (fonte: Istat).
A dirlo, con più forza ancora, è un report europeo realizzato nel 2024, frutto di un sondaggio e di decine di focus group con oltre 2000 bambini e adolescenti tra i 9 e i 17 anni. Il risultato? La voglia di partecipare c’è.

Sono interessanti le risposte dei bambini alle domande cruciali, in questo contesto. Ovvero: cosa cambieresti nel tuo Comune? E pensi che i bambini dovrebbero votare?

“Mi piacerebbe che le persone andassero meno in macchina – immagina Davide, 10 anni – così ci sarebbe meno inquinamento. Potremmo andare a piedi o con i bus elettrici. E poi secondo me i bambini dovrebbero votare, un po’ come nel 1946 hanno fatto le donne per la prima volta. In un futuro lontano, forse toccherà anche a noi.”

A Mattia, anche lui 10 anni, “piacerebbe che venissero create delle palestre e spazi di gioco accessibili ai bambini con difficoltà motorie”. E sul voto non ha dubbi: “Sì, i bambini dovrebbero avere diritto di votare perché sono cittadini e possono esprimere la loro opinione su alcuni aspetti che li riguardano.”

Leo, 13 anni, voterebbe “per avere meno rifiuti, perché le cose più pulite e meno inquinate sono più belle.” Ma sul voto ai bambini è scettico “non siamo abbastanza informati!”

I minori parlano di disuguaglianze, ambiente, diritti civili. Discutono, si informano, si indignano. Ma spesso non sanno come far sentire la propria voce. E quando la fanno sentire, non sanno se qualcuno li ha ascoltati davvero.

“Ci piacerebbe far parte del presente, non solo del futuro” ha detto una ragazza intervistata nel report. Come darle torto?

Qualcosa, però, si muove anche più vicino a noi. In Alto Adige, tra cui a Merano e nei comuni limitrofi, a maggio torneranno le “elezioni ombra”, per permettere a ragazze e ragazzi tra i 16 e i 17 anni di votare parallelamente alle elezioni vere e proprie. Non un gioco, ma una simulazione civica concreta, con tanto di cabine, schede e urne. Il loro voto non vale legalmente, ma vale simbolicamente.

Si tratta di un passo importante, certo. Ma anche di un compromesso. Perché la partecipazione giovanile, se relegata a momenti “in ombra”, rischia di restare decorativa. E allora torna la domanda: che succederebbe se quella voce diventasse strutturale, continua, visibile?

L’INTERVISTA

Di questa cosa abbiamo pensato di parlarne con Alberto Emiletti, giornalista di Internazionale Kids, mensile che porta l’informazione ai lettori dai 7 ai 14 anni. Chi meglio di lui può raccontarci come vedono il mondo i più piccoli?

Da giornalista che ogni mese racconta il mondo a bambine e bambini, quanto percepisce il loro desiderio di contare, di partecipare davvero alle decisioni che li riguardano, anche quelle politiche?

Dal nostro osservatorio – leggendo le lettere che riceviamo in redazione, incontrando bambine e bambini nelle scuole o durante il Festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia – direi che il desiderio di capire cosa succede nel mondo e di essere ascoltati quando esprimono il loro punto di vista è fortissimo. Ma in fondo è un desiderio che appartiene a tutte le persone, a qualsiasi età. La differenza è che bambine e bambini non possono votare: sanno che le decisioni prese dagli adulti hanno degli effetti diretti sulle loro vite, ma che su queste decisioni loro non hanno voce in capitolo. E sanno anche che chi è eletto non deve rendere conto a loro.

Secondo lei, cosa cambierebbe nel nostro modo di fare informazione, e nella politica stessa, se i bambini avessero diritto di voto? La stampa per ragazzi sarebbe più presa sul serio?

Cambierebbe moltissimo! È un cambiamento facile da capire per qualsiasi adulto, con un esercizio semplicissimo: immaginate di dover raccontare un fatto di attualità a un bambino. Immediatamente si attiva un senso di responsabilità: si scelgono con più cura le parole, si cerca un linguaggio chiaro, si ha l’esigenza di essere davvero sicuri di ciò che si sta dicendo. Magari ci si prende anche il tempo per approfondire, per verificare meglio, per raccontare punti di vista diversi, anche lontani dal proprio. Il risultato? Un racconto più preciso, più comprensibile e più onesto di quello che si farebbe parlando con un adulto. E alla fine quella stessa notizia, raccontata in modo da essere chiara a un bambino, risulta spesso più efficace anche per un adulto. Quindi se i bambini avessero il diritto di voto, a guadagnarci sarebbe non solo l’informazione, ma anche la comunicazione politica. E ne trarremmo beneficio tutti. Sarebbe presa più sul serio anche la stampa per adulti, non solo quella per ragazzi.

OLTRE LA PROVOCAZIONE

Lo abbiamo detto, dire che i bambini dovrebbero votare è una provocazione. Ma a suon di provocazioni, si costruiscono spazi. Spazi dove i bambini non sono solo “il nostro futuro”, ma cittadini del presente. È il messaggio che da anni porta avanti Francesco Tonucci, pedagogista e fondatore del progetto “La città dei bambini”: ascoltarli non è una gentile concessione, ma un investimento collettivo. “Una città a misura di bambino è una città migliore per tutti”, dice. Come dargli torto?

E allora forse non serve davvero abbassare il diritto di voto a 6 anni. Ma alzare il livello della nostra attenzione sì. Creare canali veri, non simbolici, per farli partecipare, cioè farli “sentire parte”. Dare loro le parole, i contesti, gli strumenti.

Perché se è vero che i bambini “non sono pronti”, possiamo sempre chiederci: ma noi adulti, quando lo siamo stati davvero?

Autore: Marco Valente

Laura: dalle Dolomiti ai Tropici

Laura è nata e cresciuta a Bolzano e mentre completava gli studi in ambito sportivo ha iniziato a insegnare educazione fisica nelle scuole tedesche, soprattutto nelle valli intorno a Bolzano. La montagna rifletteva perfettamente il suo amore per la natura e il movimento. Il viaggio ha sempre fatto parte della sua vita ed è sempre stato una sua grande passione, la quale, unita alla curiosità, l’ha portata ad approdare in Australia per poi restarci. 

Come sei finita in Australia?

Sentivo il bisogno di un cambiamento. Dopo due anni in Val di Fassa, ho capito che era il momento di mettermi alla prova e ampliare i miei orizzonti. L’Australia, un sogno che mi accompagnava dal liceo, mi ha sempre affascinata. Così, sono partita come ragazza alla pari, sono finita ai tropici e sono ancora qui. Ho deciso di restare perché, forse per la prima volta, sento di essere nel posto giusto. Qui ho trovato una pace che non pensavo fosse possibile e, lontana da casa, ho imparato a fidarmi di me stessa come mai prima. Ogni giorno è un’opportunità per reinventarmi e crescere. In Australia, mi sento più vicina a me stessa che mai.

Te la immaginavi così?

Sì: vasta, ricca di natura e paesaggi mozzafiato, con spiagge infinite e infinite opportunità. Ma è anche molto di più. Ogni angolo ti sorprende e invita a scoprire qualcosa di nuovo, la vita scorre a un ritmo diverso, facendoti sentire libero. È una terra che ti offre spazio per crescere e che ti insegna a valorizzare le piccole cose, come un tramonto o un incontro improvviso con un animale selvatico (giuro che non ci sono solo ragni enormi!). È un luogo che ti accoglie con mentalità aperta e che celebra la diversità, facendoti sentire parte di qualcosa di più grande.

Cos’è stato più difficile e bello nel cambiare vita?

La burocrazia è la parte più difficile: visti, sistema medico, assicurazione e voli! Ogni passo sembra una nuova montagna da scalare. Poi c’è la distanza da casa che, a volte, si fa sentire più di quanto vorrei ammettere. Non è facile avere la famiglia e gli amici lontani, soprattutto nei momenti più difficili, ma le cose più belle del cambiare vita sono tantissime. Prima di tutto, mettersi alla prova, uscire dalla propria comfort zone e scoprire di cosa si è veramente capaci. È incredibile vedere dove si può arrivare quando si può contare solo sulle proprie forze. Inoltre conoscere culture e idee diverse è un’esperienza che arricchisce profondamente.

E le differenze più grandi con casa?

Alto Adige vs Tropici… le differenze sono enormi! Sono passata dalla neve ai cicloni, dallo snowboard allo snorkeling, dall’italiano all’inglese, dalla guida a destra a quella a sinistra, dai pini alla foresta tropicale. Sono una persona che si adatta, ma la cosa più difficile è stata comprendere l’umorismo e il comportamento degli australiani. La loro cultura, più diretta e spensierata, è diversa da ciò a cui ero abituata. Come per il concetto di “tutto a posto”: qui la gente è più rilassata e non si preoccupa troppo per ciò che in Italia sarebbe urgente. All’inizio mi spiazzava, ma ho imparato ad apprezzarlo.

L’Australia è diventata la tua casa a lungo termine?

Questa è una domanda difficilissima e che mi emoziona sempre. Ho imparato che nulla è certo e che ci si può reinventare sempre, chiudendo capitoli e aprendone nuovi. L’Italia, le Dolomiti, la mia famiglia, sono sempre nel mio cuore e un giorno la nostalgia potrebbe diventare più forte della voglia di mettermi in gioco. Il mondo è grande, la vita lunga e io evolvo con essa. Per ora, sono dove dovrei essere. Una cosa è certa: mi sento in sintonia con il mio cammino, anche se il futuro è incerto. Ogni passo che compio mi fa sentire che sono nel posto giusto, anche se non so ancora cosa mi riserverà la vita. In fondo, mi fa anche un po’ paura, ma è ciò che mi motiva e mi spinge a non fermarmi. Come diceva Frida Kahlo “Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta…Io vedo orizzonti dove tu disegni confini.”

Autrice: Anna Michelazzi

Il sesso nella terza età? Uno spettacolo per sfatare il tabù

C’è un tema di cui si parla poco, eppure riguarda tutti: il desiderio, l’affettività e la sessualità nella terza età. A portarlo in scena con ironia e delicatezza è il gruppo teatrale “Überholspur”  con lo spettacolo trilingue – in tedesco, italiano e ladino – “Inaudito: sesso e terza età – un Tabù?”, un progetto a cura del “Südtiroler Theaterverband”.

Attraverso storie personali, aneddoti e momenti di vita, gli attori – tutti anziani – affrontano senza filtri un argomento spesso considerato imbarazzante, dimostrando che il bisogno di amore e intimità non ha età. Dalle paure legate alla gioventù alla solitudine delle case di riposo, fino alla voglia di vivere emozioni intense, lo spettacolo mescola commedia e riflessione, ottenendo un successo inaspettato in tutta la provincia. QuiBolzano ha intervistato Annamaria Schenk, una delle attrici (n.d.r. che nella foto è la prima da destra), per scoprire come è nata questa idea coraggiosa e perché sta conquistando un pubblico sempre più ampio, dai giovani agli anziani.

Come è nato questo progetto così particolare?

Tutto è iniziato con una proposta dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Bolzano. Ci hanno chiesto di creare uno spettacolo che affrontasse il tema della sessualità nella terza età. All’inizio eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo accettato la sfida. Per un anno intero ci siamo incontrati ogni settimana a Bressanone, raccontandoci le nostre esperienze, dai primi amori alle paure legate alla sessualità quando eravamo giovani.

Com’è stato lavorare su un tema così delicato?

Non è stato facile! All’inizio c’era imbarazzo, ma grazie alla nostra regista Maria Thaler Neuwirth e al fatto che siamo un gruppo affiatato da nove anni, siamo riusciti a superare le resistenze. Ci siamo aperti, abbiamo condiviso storie personali, anche intime. L’importante era trattare tutto con eleganza, senza cadere nella volgarità.

Ci può fare qualche esempio di quello che il pubblico vedrà nello spettacolo?

Ci sono diverse scene che attingono da storie personali. Come quando da giovani credevamo che un semplice bacio potesse far rimanere incinta, per la totale mancanza di educazione sessuale. Ma ci sono scene in cui rappresentiamo la solitudine nelle case di riposo, con un anziano che cerca affetto toccando l’operatrice che lo assiste.

Oppure una scena in cui rappresentiamo la tentazione di mordere la mela, in cui vorrei essere Eva. Il messaggio che vorremmo portare è che non è mai troppo tardi per esprimere i propri sentimenti. A questo proposito nello spettacolo portiamo anche il messaggio  della compianta conduttrice televisiva Nadia Toffa (delle Iene): non rimandate, fate tutto quello che vi sentite, datevi tutti i baci che vi sentite di dare, fatelo prima che sia troppo tardi, perché alle volte la vita ci stravolge i piani.

Com’è stata l’esperienza di portare in giro questo spettacolo? 

Straordinaria! Pensavamo di parlare solo ad altri anziani, invece abbiamo scoperto che interessa a tutti. A Bressanone abbiamo avuto 190 spettatori a spettacolo. Notiamo che sempre più giovani vengono a vederci. Molti ci dicono: “finalmente qualcuno che parla senza tabù!”. L’ultima volta a Laives in un centro anziani, c’erano 70 persone commosse e divertite.

Quali sono i prossimi appuntamenti?

L’11 aprile saremo a Corvara, poi abbiamo tre date in Austria, il 27 aprile siamo a Trodena  e l’8 maggio nella mia Santa Cristina. Il 30 maggio ci troverete a Vipiteno.

Per finire, può raccontarci la storia del gruppo teatrale?

È iniziato tutto dieci anni fa, con un workshop teatrale per anziani tenuto da Maria Thaler Neuwirth. All’inizio eravamo in 25, partecipammo a questo laboratorio alla Lichtenburg di Nalles per cinque fine settimana, e alla fine siamo rimasti in sette. Veniamo un po’ da tutta la provincia: dalla Val Pusteria, dalla Val Gardena, dall’Altipiano dello Sciliar e dalla Val Passiria. Ci troviamo tutti i lunedì a Bressanone per le prove.

Autore: Till Antonio Mola

Sul ghiaccio tra passione e determinazione

Matteo Remotti Marnini, 25 anni, è un giovane talento del para hockey. Cresciuto a Cornaiano, frazione di Appiano, e ora residente a Bolzano, ha iniziato a giocare a para hockey all’età di 13 anni. Da 4 anni lavora alla Biblioteca Civica di Bolzano, dove unisce la sua carriera culturale con la passione per lo sport. Il ghiaccio è il suo ambiente naturale, un posto dove si sente libero e realizzato. Oggi andremo a conoscere meglio la sua passione su ghiaccio.

Ciao Matteo, quando ti sei avvicinato al para hockey?

Nel 2012, a soli 13 anni, ho visto le Paralimpiadi e ho capito che quel mondo sarebbe stato il mio. È stato un colpo di fulmine, e ho deciso di unirmi a una squadra giovanile che mi ha dato la possibilità di vivere una nuova esperienza, di mettermi in gioco in uno sport che non conoscevo ma che subito mi ha conquistato.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo sport?

Mi ha spinto in particolare Christoph Depaoli, un compagno di squadra che aveva la mia stessa patologia, la spina bifida. Con lui ho capito che il para hockey non è solo un’attività fisica, ma un’opportunità per far parte di una comunità che condivide sfide e passioni. Inoltre, la fondazione della squadra giovanile da parte di Werner Winkler e Rupert Kanestrin ha creato un ambiente perfetto per entrare in questo sport.

Qual è il significato dello sport nella tua vita?

Lo sport è sempre stato un pilastro della mia vita. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato a praticarlo, e grazie a questo ho imparato a non arrendermi, a superare i limiti. Mi ha permesso di mantenere una buona forma fisica, essenziale per gestire la mia condizione, e di affrontare le difficoltà con una mentalità positiva. Lo sport mi ha anche dato la possibilità di crescere come persona, di incontrare amici e di vivere esperienze che mi hanno arricchito.

Cosa ti piace di più di questo sport?

Il para hockey è uno sport di squadra, dove il legame tra compagni è molto forte. Mi piace il fatto che non si tratti solo di un gioco, ma di un’esperienza di vita. Abbiamo la possibilità di confrontarci con atleti di tutto il mondo, conoscere persone con disabilità diverse e imparare tanto da ognuno. Ogni partita è un’opportunità di crescita, non solo sportiva, ma anche personale.

Cosa diresti a chi vuole provare il para hockey, visto che non è molto diffuso in Italia?

In Italia il para hockey è ancora una disciplina di nicchia, praticata principalmente al nord, ma il movimento sta crescendo. A chi vuole provarlo, dico che è uno sport che richiede impegno e sacrificio, ma che dà tantissime soddisfazioni. È una disciplina che ti insegna a non mollare mai e ti aiuta a sviluppare una mentalità positiva. Inoltre, fa parte di una comunità che sa davvero cosa significa lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Quali differenze ci sono tra il para hockey e l’hockey tradizionale?

La principale differenza è che nel para hockey si gioca seduti su uno slittino, con due stecche, una per spingersi e una per colpire il puck. Anche la durata della partita è più breve: 15 minuti per periodo invece dei 20 dell’hockey tradizionale. Nonostante le differenze, il gioco rimane simile, con una grande intensità e un contatto fisico che rende ogni partita emozionante.

Hai partecipato a competizioni internazionali con la maglia azzurra. Come ti senti pensando alle Paralimpiadi 2026 in Italia?

Indossare la maglia della nazionale è sempre un onore. Ma sapere che nel 2026 le Paralimpiadi saranno in Italia dà una motivazione in più. La possibilità di competere davanti al pubblico di casa è un sogno che ogni atleta spera di vivere. Per me, rappresentare l’Italia alle Paralimpiadi di Milano-Cortina sarebbe la realizzazione di un obiettivo che ho da sempre.

Hai altri hobby oltre allo sport?

Oltre ad essere un tifoso dell’Inter, mi piace andare al cinema, fare passeggiate in montagna e viaggiare. D’estate adoro visitare posti al mare, soprattutto con amici e famiglia. Ma la cosa che mi piace di più è stare con le persone che amo, godermi il tempo insieme e fare nuove esperienze.

Autore: Niccolò Dametto

La solidarietà in un emporio

Era il luglio 2020 quando apriva i battenti il primo emporio solidale di Merano, che oggi accoglie e accompagna circa 300 famiglie. “Passate a trovarci: le nostre porte sono sempre aperte, anche per chi vuole dare una mano”: è con questo invito che si conclude la bella chiacchierata con Donatella Balzarini, Anna Steinkeller, Sara Schena e Gioele Salvaterra, l’equipe che coordina l’emporio solidale “Tenda di Abramo – Abrahams Zelt”.

20 marzo, Giornata Internazionale della Felicità. Si potrebbe pensare che la felicità sia una meta, la bandiera piantata con fierezza sulla cima di una montagna altissima. Insomma, un punto di arrivo. O forse invece, più che cercarla, la felicità si costruisce, così come si costruisce una casa, con pazienza, con cura? In realtà il volontariato rende felici, sì, soprattutto se fatto con pazienza e con cura. Quando nasce senza aspettarsi nulla in cambio. Nessun premio. Nessun applauso.

Un’esperienza come quella della Tenda di Abramo si regge su questo principio: dono il mio tempo perché qualcun altro possa vivere più dignitosamente.

Qualcuno diceva: “Fai del bene e dimenticalo!” Una frase che è uno scossone in un mondo dalla generosità ostentata. Ma il vero volontariato è altro, non ha bisogno di telecamere. Lo conferma anche l’European Values Study (EVS) del 2017, che ha rilevato come l’impegno sociale sia direttamente legato a un maggior benessere e senso di appartenenza.

Se ci voltiamo indietro, il 2020 è senza dubbio un anno che molti di noi vorrebbero dimenticare. Ma è anche vero che durante quei mesi, quegli anni, a Merano ci fu chi non rimase con le mani in mano e cercò di dare una risposta concreta alla complessità della crisi, che non fu solo sanitaria ma anche sociale.

Le famiglie in difficoltà economica aumentavano velocemente e le distribuzioni viveri presenti sul territorio, nonostante l’imponenza del loro impegno, non erano più in grado di rispondere alla domanda crescente.

L’intuizione venne a un manipolo di volontari nei caldi pomeriggi di quell’estate che stava per cominciare. Il lancio ufficiale dell’emporio solidale avvenne in luglio e ora come allora il servizio apre due volte a settimana (martedì e venerdì) seguendo un meccanismo semplice e chiaro: prima c’è un colloquio per comprendere i bisogni reali, poi, in base alla composizione familiare, vengono assegnati un certo numero di punti da spendere nel corso del mese. In questo modo ognuno può scegliere gli alimenti di cui ha effettivamente bisogno, evitando così lo spreco e incentivando una pianificazione intelligente. Le risposte delle persone protagoniste alla chiacchierata verranno ora riportate come un’unica voce.

L’INTERVISTA

Cosa vi ricordate di quei primi momenti?

I primi incontri in cortile, tutti a debita distanza l’uno dall’altro. Poi la collaborazione con le parrocchie e con gli altri tavoli di distribuzione viveri, un po’ per unire le nostre forze ma anche per ottimizzare la distribuzione evitando doppioni, cioè famiglie (o singoli) che ritiravano pacchi da più distribuzioni. Eravamo sicuri di fare la cosa giusta ma anche titubanti, non era una cosa rilassante, ci si interrogava sul senso e sull’opportunità. Di fatto, aprivamo proprio mentre tutto il resto era chiuso. E poi l’idea di non preparare “semplici” pacchi ma permettere la scelta dei prodotti era davvero qualcosa di nuovo.
Il negozio ha permesso fin dall’inizio l’incontro e l’ascolto, tra noi volontari, tra noi e le famiglie e tra le persone in fila. Certo, non tutto è andato liscio, diciamo che la disciplina non era proprio il loro forte, e molte delle nostre energie le consumavamo a far mantenere le distanze.

Perché questo nome? Perché Tenda di Abramo?

Abramo è una figura di accoglienza per le tre religioni monoteiste, colui che accoglieva e donava gratuitamente. La Tenda di Abramo vuole essere infatti un luogo aperto a tutte e tutti dove fare esperienza di vera accoglienza.

Voi siete in quattro qui, ma non siete gli unici: quanti siete e quali sono le vostre mansioni?

Siamo circa una ventina. Volontari di diverse età, religioni e lingue. Un bel calderone di diversità. C’è chi va a recuperare il cibo una volta al mese al Banco Alimentare di Bolzano, ci sono i ragazzi di del laboratorio integrativo Work Up, c’è un’equipe (cioè noi) che coordina, ci sono i ragazzi del progetto Tic Tac Talent e del gruppo scout, e altri che all’occorrenza mettono a disposizione le proprie competenze.

Cosa vedete all’orizzonte? Siete ottimisti?

Essere ottimisti non è facile. Le storie delle famiglie che incontriamo ci rendono più realisti che pessimisti. Gli affitti, per esempio. Con una famiglia di 4 persone costretta a vivere in 34 mq per 1000 euro al mese, perché “o accetti queste condizioni o sei per strada”. Ci vorrebbe una visione più ampia, a livello politico, ma questo esce dalle nostre possibilità. Quando vediamo che una famiglia sta meglio, la invitiamo a camminare con le proprie gambe.
Una ventina di famiglie all’anno riescono a riprendere in mano la propria vita, ma è ancora poco. E poi anche noi incontriamo difficoltà molto pratiche: dopo due anni senza, è arrivato finalmente l’olio di oliva. Noi neanche ce lo riusciamo a immaginare di non trovare più l’olio al supermercato.

Senza parlare di ottimismo, secondo voi, perché ne vale la pena?

C’è chi ritiene tutto questo scontato, è vero, ma ci sono soprattutto persone molto grate, in particolare ciò che ci colpisce è la gratitudine dei bambini. Con molte di queste persone si è creato un legame, anche di fiducia. Entrano in negozio e ti piazzano il figlio neonato in braccio così da avere le mani libere per fare la spesa. Ti raccontano del colloquio di lavoro, delle avventure scolastiche dei figli. Sicuramente ci vuole anche un po’ di pazzia, della serie “ma chi ve lo fa fare”. La consapevolezza di fare qualcosa per persone che sono in una situazione di bisogno, beh, è questo ciò che conta.
E poi non credete, qua ci facciamo tante, sane e grasse risate, quindi: passate a vedere, le nostre porte sono sempre aperte, anche per chi vuole dare una mano!

Autore: Marco Valente

La figlia di Dostoevskij riposa a Bolzano

Nel cuore di Bolzano si cela una storia affascinante e poco conosciuta: quella di Ljubov’ Dostoevskaja, figlia del celebre scrittore russo Fëdor Dostoevskij. Giunta in città negli anni venti per motivi di salute, visse gli ultimi mesi della sua vita quasi dimenticata. Ma chi era realmente? Non solo la custode della memoria paterna, ma anche una scrittrice con una voce propria, autrice di romanzi e racconti che meritano di essere riscoperti. Ne abbiamo parlato con Marina Mascher, vicepresidente dell’Associazione Rus’, che da anni si dedica alla ricerca e alla valorizzazione della sua figura.

Marina Mascher, oggi parliamo di Ljubov’ Dostoevskaja, la figlia di Dostoevskij sepolta a Bolzano. Che storia è la sua?

È una storia affascinante. Parliamo della figlia di uno dei più grandi scrittori non solo della Russia, ma della letteratura mondiale. Ma come è arrivata a Bolzano? Come il padre, soffriva di diverse malattie e nel 1926 venne qui per farsi curare per problemi agli occhi. Si fece visitare alla clinica del dottor Rössler, che si trovava nell’attuale Grieserhof, poi si trasferì a Merano, dove aveva già soggiornato l’inverno precedente. Passò un periodo ad Arco, ma alla fine tornò a Bolzano, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita. Morì quasi dimenticata e venne sepolta nel nuovo cimitero di Gries, appena annesso a Bolzano (prima era un comune autonomo). Questa tomba rischiava di essere dimenticata per sempre, ma nel 1931, in occasione del cinquantenario della morte di Dostoevskij, un quotidiano di Vienna, la Neue Presse, promosse una raccolta fondi per erigere un monumento in sua memoria. Tuttavia, l’Italia si oppose: non dimentichiamo il contesto storico del tempo. Fu allora un giornale locale a organizzare una colletta per darle una sepoltura degna. L’incarico fu affidato a Franz Ehrenhöfer, lo stesso artista che realizzò le due statue ai lati dell’ingresso della stazione di Bolzano.

Dal punto di vista letterario, quanto è importante la figura di Ljubov’ Dostoevskaja?

È una figura interessante, perché non fu solo la figlia di Dostoevskij, ma anche una scrittrice e biografa. Per il centenario della nascita del padre, nel 1921, scrisse una biografia basata sui suoi ricordi personali. Certo, era solo una bambina di undici anni quando lui morì, ma aveva un’intelligenza acuta ed era molto legata a lui. Lo stesso Dostoevskij diceva di aver capito, fin dalla nascita, che Ljubov’ gli somigliava profondamente.

Oltre alla biografia, scrisse tre libri: una raccolta di racconti intitolata Fanciulle malate e due romanzi, L’emigrante e L’avvocata. L’emigrante, ambientato in Italia, nacque da un suo soggiorno romano, mentre L’avvocata è ambientato a Parigi. Come Associazione Rus’, con la presidente Bianca Marabini Zoeggeler e Michail Talalay ci siamo impegnati a recuperare e valorizzare la sua opera, pubblicando proprio la prima edizione in italiano de L’emigrante, con testo originale a fronte.

 oltre a una nuova traduzione della biografia paterna.

La sua vita fu segnata da eventi drammatici. Durante la Prima guerra mondiale si trovava in Europa occidentale, poi la Rivoluzione russa e la guerra civile le impedirono di tornare in patria. I suoi beni vennero confiscati e lei si ritrovò a vivere anni difficili tra Francia, Svizzera e Germania, prima di stabilirsi nella nostra regione.

Un aspetto curioso è il nome. In Europa, spesso si faceva chiamare Aimée, la traduzione francese di Ljubov’, che significa “amata”. Un nome che forse rifletteva un desiderio di affetto e riconoscimento, che però non sempre trovò nella sua vita.

La sua tomba oggi si può visitare?

Sì, ma non si trova più nel cimitero originale di Gries, che nel frattempo è stato smantellato. Molte tombe, compresa la sua, sono state trasferite al cimitero di Oltrisarco.

Trovarla non è difficile: entrando, basta seguire il porticato  a destra della cappella funeraria. A metà percorso c’è un’apertura: attraversandola e proseguendo verso la montagna, si arriva alla sua tomba. È una grande anfora, un segno discreto ma significativo della sua presenza qui. Sulla tomba c’è ancora una vecchia targa con iscrizioni pompose, tipiche dell’epoca, ma un suo lontano parente volle aggiungerne un’altra, più semplice, solo il  nome e la parola “scrittrice”. Perché questo era ciò che sentiva di essere: non solo la figlia di Dostoevskij, ma una voce autonoma.

Autore: Till Antonio Mola

I gioielli del FAI 2025 sono a San Giacomo e Lagundo

Sabato 22 e domenica 23 marzo si rinnova l’appuntamento con le Giornate FAI di Primavera, il più importante evento di piazza dedicato al patrimonio culturale e paesaggistico in Italia. Giunte alla loro trentatreesima edizione, le giornate sono la manifestazione di punta del FAI (Fondo per l’Ambiente italiano) che intende raccontare e far riscoprire, insieme alle volontarie e ai volontari della fondazione, tesori di arte, storia e natura spesso poco conosciuti o inaccessibili al pubblico. Abbiamo incontrato Mirko Frainer, il capo delegazione della sezione bolzanina del FAI, per farci raccontare le specificità di questa edizione.

Mirko Frainer, quali sono le proposte del FAI in provincia di Bolzano?

La delegazione FAI di Bolzano aprirà al pubblico la chiesa di San Giacomo, situata a sud del paese e che si vede proprio sul dosso della montagna direttamente sopra la valle. È un’apertura unica anche perché la chiesa solitamente è chiusa, e negli ultimi anni è stata interessata da alcuni restauri, soprattutto  della pala d’altare gotica. 
Si tratta di un’occasione, più unica che rara, per vedere questo luogo fantastico che probabilmente molti vedono passando nel fondovalle, ma che pochi conoscono direttamente. Un’altra apertura molto importante sarà tenuta dagli apprendisti ciceroni, quindi dal FAI Scuola, che mostrerà al pubblico il cimitero militare di San Giacomo. Un’esperienza veramente importante, toccante, perché lì riuniti ci sono i caduti sulle guerre di vari fronti, dalle guerre risorgimentali italiane fino alla seconda guerra mondiale. Infine il gruppo FAI di Merano aprirà la bellissima e moderna chiesa di Lagundo con un campanile spettacolare, alto 70 metri, che si staglia sul fondovalle. Quindi veramente tre aperture davvero interessanti che ci racconteranno la storia del nostro territorio da un punto di vista completamente nuovo.

Chi sono i giovani ciceroni?

Gli Apprendisti Ciceroni sono studenti che partecipano a un progetto di formazione promosso dal FAI, avviato o adottato dall’organizzazione nel 1996 e cresciuto negli anni. Il loro impegno viene riconosciuto con un attestato di partecipazione, che gli studenti possono utilizzare per l’acquisizione di crediti scolastici.
Per questa apertura speciale, la referente FAI Scuola, professoressa Alessandra Braccili del Liceo Classico Linguistico Carducci, insieme alla delegata alla cultura Marina Mascher, ha formato gli studenti del liceo, preparandoli a raccontare la storia del sito. Il loro intervento sarà arricchito anche dal supporto del professor Carlo Romeo, storico di grande fama a livello locale. Durante l’evento, i ragazzi guideranno i visitatori attraverso le vicende belliche legate al cimitero, offrendo una prospettiva inedita sulla storia dell’Alto Adige.

Quindi, oltre agli Apprendisti Ciceroni che guideranno i visitatori al cimitero militare di San Giacomo, chi si occuperà delle visite alla chiesa di San Giacomo e a quella di Lagundo?

L’apertura della chiesa di San Giacomo è a cura del gruppo FAI di Bolzano, quindi della delegazione principale che abbiamo qui in Alto Adige. Saremo tutti i volontari attivi con il gruppo FAI giovani che ci supporterà. L’apertura di Lagundo sarà invece a cura del FAI di Merano e di tutti i volontari che sostengono questo gruppo.

Come partecipare e visitare questi luoghi normalmente difficili da accedere?

Le Giornate FAI di Primavera sono un grande evento diffuso in tutta Italia, con oltre 700 aperture in tutto il Paese. La partecipazione è libera e non richiede iscrizione. Sabato 22 e domenica 23 marzo sarà possibile visitare il cimitero militare di San Giacomo e la chiesa di San Giacomo dalle ore 10 alle ore 17, mentre la chiesa di Lagundo sarà aperta con gli stessi orari, ma solo nella giornata di sabato.
Le Giornate FAI di Primavera rientrano tra le iniziative di raccolta fondi occasionale: chi sceglie di partecipare contribuisce direttamente a sostenere la missione del FAI nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Autore: Till Antono Mola

L’apnea come un vero stile di vita

Leo Sanna, nato nel 2002 a Bolzano, è un giovane atleta che sta conquistando la scena dell’apnea, una disciplina che richiede forza mentale oltre che fisica. Con il suo impegno e la sua passione, sta ottenendo ottimi risultati, sia in competizione che nel suo percorso personale. In questa intervista, ci racconta la sua passione per lo sport, il percorso che lo ha portato a scoprire l’apnea e i suoi traguardi più importanti.

Ciao Leo, raccontaci un po’ di te. Da dove nasce la tua passione per lo sport?

La mia passione per lo sport è nata quando ero bambino. Ho iniziato con il nuoto a soli sei anni e nel corso degli anni ho praticato basket, atletica leggera, calcio, arti marziali e palestra. Ma è stato a 14 anni che ho scoperto l’apnea, una disciplina che mi ha affascinato da subito. La connessione con l’acqua è sempre stata parte della mia vita, grazie alle origini sarde di mio padre e alle estati passate in Sardegna. Mio padre, infatti, è sempre stato un appassionato di pesca, e da piccolo lo osservavo entrare in acqua. Con il tempo ho cominciato a seguirlo, e alla fine ho deciso di intraprendere il percorso per ottenere il brevetto di apnea.

Hai iniziato con il brevetto di primo grado con la società Bolzano Sub. Com’è stato quel momento per te?

Esatto, per motivi di sicurezza ho deciso di intraprendere quel percorso. Dopo il primo brevetto, sono arrivato al terzo, e da circa un anno partecipo alle competizioni. Quella sensazione di entrare in un mondo così affascinante e impegnativo è stata incredibile. Mi ha permesso di unire la passione per l’acqua con la sfida mentale che questa disciplina richiede.

Cosa ti piace di più dell’apnea e quali sfide comporta?

L’aspetto che più mi affascina dell’apnea è l’autocontrollo. Questo sport richiede una grande forza mentale, più che fisica. A mio avviso l’80% della performance dipende dalla testa. Devi essere in grado di ascoltare il tuo corpo, percepire ogni singola sensazione e reagire di conseguenza. Durante le gare, a volte si avverte una sensazione di pericolo, ma è fondamentale mantenere la calma e la lucidità per prendere le decisioni corrette.

Raccontaci un po’ del tuo allenamento.

Mi alleno due sere a settimana nella piscina coperta Karl Dibiasi per l’apnea, e altre due volte alla settimana alla A.S.D. Atenas per la preparazione atletica. Cerco di non spingere troppo durante l’allenamento per evitare lo stress, ma in gara provo sempre a testare i miei limiti. A volte, però, questo può portare a qualche squalifica. È una parte del gioco, e ogni esperienza è utile per crescere.

Hai ottenuto importanti risultati nelle competizioni. Qual è il tuo traguardo più significativo fino a oggi?

Ogni volta che partecipo a una competizione, cerco di raggiungere la vetta della classifica. Fino ad ora, sono riuscito a portare a casa diverse medaglie, ma la più importante per me è quella conquistata all’ultimo Campionato Italiano di Apnea Outdoor a Riva del Garda, dove ho ottenuto il terzo posto nella categoria “Promotion”. Quella medaglia rappresenta davvero un grande risultato per me.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio obiettivo principale è quello di crescere ulteriormente e ottenere titoli sempre più importanti. Voglio continuare a sfidare me stesso, superare nuovi limiti e raggiungere traguardi ancora più grandi. L’apnea per me è molto più di uno sport: è un vero e proprio stile di vita.

Hai altri hobby “fuori dall’acqua”? 

Sì, nei weekend cerco di dedicarmi al trekking e alle vie ferrate. Mi piace essere all’aria aperta, esplorare nuovi luoghi e godermi la montagna. È un modo per rimanere in contatto con la natura, un po’ come quando pratico l’apnea. Entrambe le attività mi permettono di sentirmi più in sintonia con l’ambiente che mi circonda.

In che modo l’apnea ti ha cambiato, sia come atleta che come persona?

L’apnea mi ha insegnato tantissimo, soprattutto la forza mentale e la resilienza. Ogni giorno mi permette di crescere, sia come atleta che come persona. Ogni competizione è una sfida non solo fisica, ma anche mentale. Voglio continuare questo viaggio e superare sempre nuovi limiti.

Autore: Niccolò Dametto