Autore e traduttore di lungo corso, originario di Bolzano e oggi residente a Rovereto, Stefano Zangrando ha recentemente pubblicato con l’editore nazionale Arcadia (Cagliari) il romanzo “I padri si saltano”: una storia che intreccia memoria, identità e territori interiori. Lo abbiamo incontrato per parlare di scrittura, traduzione e delle affinità silenziose tra l’Alto Adige e la Sardegna.
// Di Till Antonio Mola
Nel suo nuovo romanzo I padri si saltano (Arkadia Editore), lo scrittore e traduttore Stefano Zangrando propone un racconto che si muove con delicatezza tra piani temporali diversi. Il romanzo esplora in modo stratificato il rapporto tra presente e passato, soffermandosi sui temi dell’identità, dei legami familiari e delle eredità invisibili che si trasmettono di generazione in generazione.
Il racconto si sviluppa tra memorie e indagini personali, in un intreccio che abbraccia oltre un secolo di storia – dalla Prima guerra mondiale ai giorni nostri – e che prende forma durante i mesi sospesi del primo lockdown. Sullo sfondo del romanzo emerge anche la tensione che attraversa la relazione di coppia del protagonista, acuita dalla convivenza forzata. Eppure, nonostante i conflitti e le distanze emotive, resta saldo lo sforzo comune – talvolta silenzioso, ma costante – di offrire alla figlia, in età preadolescenziale, una crescita serena e il più possibile protetta dal clima di incertezza. Zangrando restituisce con grande precisione l’atmosfera surreale di quel periodo, ma la mantiene sempre sullo sfondo, come una cornice discreta che non ruba mai la scena alla narrazione.
Il secondo protagonista è un ex dj berlinese – si scoprirà che anche lui ha legami familiari in provincia di Bolzano – che vive da tempo ritirato su una barca nel porto di Cagliari. Sarà lui a contattare l’insegnante via internet, ricordandogli un fugace incontro a Berlino avvenuto anni prima, quando il professore lavorava come ghostwriter di biografie. Ora, gravemente malato, l’ex dj desidera affidargli il compito di scrivere la propria autobiografia, prima del suo “dissolvimento” (cit.).
L’accordo tra i due si concretizza a distanza: l’insegnante raccoglierà la voce del dj tramite chat e messaggi vocali su WhatsApp. Ma presto la stesura dell’autobiografia si trasforma in un’indagine più profonda. Il professore comincia a interrogarsi sul vero motivo per cui proprio lui sia stato scelto per questo incarico, dando avvio a una vera e propria ricerca a ritroso nel tempo, tra documenti, ricordi e connessioni che si rivelano sempre più sorprendenti.
Il romanzo, che si sviluppa in poco meno di 200 pagine, trova il suo ritmo dopo le prime sezioni introduttive e diventa via via sempre più coinvolgente. L’intreccio familiare è complesso e richiede attenzione, soprattutto nella comprensione dei legami parentali, ma Zangrando è abile nel gestire la trama, ricompensando il lettore con una seconda parte del libro ricca di rivelazioni. Le ultime ottanta pagine scorrono con ritmo serrato, chiudendo sapientemente i cerchi narrativi aperti all’inizio. E il finale – o, meglio, i finali – arrivano inaspettati, lasciando il segno con tutta la tensione emotiva della vita vera.
I padri si saltano è un romanzo che riflette sulle eredità, visibili e invisibili, che ci formano e ci condizionano, ma anche sulle fratture, le assenze e le domande lasciate in sospeso. Un’opera che interroga in profondità i legami familiari, spingendo a confrontarsi con ciò che ci è stato trasmesso, scelto o negato.
L’INTERVISTA
Che ruolo ha la traduzione nel suo percorso di scrittore?
La traduzione, per me, è un atto di servizio. Al servizio dell’opera, certo, ma anche di chi la leggerà in un’altra lingua. Tradurre significa mettere a disposizione la propria sensibilità, il proprio stile, il proprio orecchio. Occorre saper calibrare registri, toni, ritmi. In questo senso, credo che un buon traduttore debba essere anche un po’ scrittore.
Detto questo, tradurre parte da qualcosa che esiste già. Scrivere, invece, è un gesto di invenzione. Non solo immaginazione linguistica – che pure è centrale in ogni buona traduzione – ma anche creazione di un mondo, di personaggi, di motivazioni. È un processo più ampio, che coinvolge anche la dimensione profonda dell’identità.
Il suo ultimo romanzo è pubblicato da un editore sardo. Come nasce questa collaborazione?
È una storia curiosa. Il mio libro precedente, uscito nel 2018, fu pubblicato proprio da Arcadia, il principale editore sardo di narrativa. Da lì è nata una collaborazione che ho deciso di proseguire anche per I padri si saltano.
Anche la storia, del resto, ha un legame con la Sardegna: uno dei protagonisti è un uomo di origini altoatesine che vive nel porto di Cagliari. In questo senso, mi è sembrato coerente restare con un editore radicato in quel territorio. E poi tra Sardegna e Alto Adige esistono affinità profonde: sono entrambe regioni autonome, con lingue e culture forti, fiere, attraversate da forme di bilinguismo. Forse tutto questo non è esplicito nel romanzo, ma è certamente presente in filigrana.
Il titolo colpisce: I padri si saltano…
È un riferimento a una dinamica generazionale molto diffusa. Crescendo, in particolare nell’adolescenza, ci si definisce spesso per opposizione ai genitori, e ai padri in modo particolare.
Nel mio romanzo, il protagonista cerca di ricostruire le proprie origini. Parla molto dei nonni, degli antenati, ma il padre è un’assenza. Un’assenza pesante: lo ha rinnegato. Quel silenzio diventa un vuoto centrale, attorno al quale si costruisce la narrazione. È un vuoto che, pagina dopo pagina, si carica di significati e porta alla luce un segreto che non posso svelare qui.
Il libro è uscito da poco. Come sta venendo accolto?
Le prime reazioni sono molto incoraggianti. Il quotidiano Il Messaggero, ad esempio, lo ha inserito tra i “gialli italiani” da regalare, accanto a nomi importanti del genere. Anche se I padri si saltano non è solo un giallo: è un thriller letterario, un romanzo che parla anche di musica, di Storia, di identità. È un libro che cerca di tenere insieme tensione narrativa e profondità di sguardo.
Autore: Till Antonio Mola