La contesa tra le preture di Egna e Caldaro

Già nel medioevo, il territorio della Bassa Atesina venne suddiviso in due distretti giudiziari: quello di Caldaro-Laimburg e quello di Egna-Caldiff. Ovviamente nel corso dei secoli le varie località della valle dell’Adige fecero parte ora di uno, ora dell’altro distretto. In linea di massima, i paesi della riva sinistra dell’Adige da Bolzano a Salorno sottostavano a Egna, quelli della riva destra – con l’Oltradige – a Caldaro. Egna ebbe a lungo giurisdizione anche su parte della Val di Fiemme, cui in origine era legata, Caldaro su paesi del Burgraviato.

In epoca asburgica, il distretto di Caldaro fu ufficialmente istituito nel 1849 da un’apposita commissione e comprendeva otto comuni: Appiano, Caldaro, Cortaccia, Cortina all’Adige, Magrè. Vadena, Termeno e Favogna di Sotto. All’epoca, l’intero distretto comprendeva 14362 abitanti, di cui il 93,3% si dichiararono di madrelingua tedesca, gli altri di madrelingua italiana e ladina. Solo a Vadena, grazie alla forte immigrazione dal Trentino, il 55% della popolazione apparteneva al gruppo linguistico italiano. Laives faceva parte del Bezirksgericht di Bolzano.
Anche il distretto di Egna comprendeva otto comuni: Aldino, Ora, Bronzolo, Cauria, Laghetti, Montagna, Egna e Salorno. Quando nel 1868 il potere giudiziari fu separato da quello politico, il distretto contava su 7747 abitanti, di cui l’83% si dichiarò di lingua tedesca. Solo Bronzolo e Salorno potevano vantare un numero consistente di abitanti di lingua italiana.
La situazione così descritta rimase ferma fino al 1913, quando nel Bollettino delle Leggi e Ordinanze per la Contea principesca del Tirolo fu pubblicata un’ordinanza del Ministero della giustizia del 31 agosto “relativa all’aggregazione dei comuni di Cortaccia, Cortina, Magrè e Favogna di sotto al raggio di giudizio distrettuale di Egna nel Tirolo.” L’ordinanza entrò in vigore il 1 gennaio 1914.
Se a Egna la soddisfazione era grande, a Caldaro montò una – peraltro inutile – ribellione contro i provvedimenti. Venne convocato il consiglio comunale il 27 settembre 1908 dal sindaco Florian Andergassen con un solo punto all’ordine del giorno: “ordine del giorno del conigliere provinciale Monsignore Sebastian Glaz contro la separazione dei comuni di Cortaccia, Magrè, Cortina e Favogna si Sotto dal distretto di Caldaro”. Il consigliere Barone Ludwig von Biegeleben prese la parola per motivare la protesta contro il provvedimento del Ministero della giustizia. Il barone sottolineò l’importanza dell’innovazione, dato che proprio in quel periodo dovevano essere introdotti i libri fondiari. Il motivo principale per cui gli elencati paesi venivano attribuiti alla Pretura di Egna dera la distanza chilometrica da percorrere per raggiungere la sede dell’ufficio giudiziario. All’epoca, ci volevano due ore e mezza per raggiungere Caldaro da Cortaccia, tre ore e mezza da Magrè, sei ore da Favogna e 4 ore da Cortina. “Non sono certo distanze abissali”, commentò il barone, che sottolineò anche come fosse assai scarsa la frequenza della Pretura da parte degli abitanti dei comuni interessati. Inoltre, una volta al mese il Pretore di Caldaro teneva udienza a Cortaccia, consentendo ai contadini del circondario di risolvere le loro vertenze senza ulteriori perdite di tempo. Inoltre, argomentò il barone, storicamente gli abitanti della destra Adige avevano i loro terreni in tutti i comuni della Bassa Atesina mentre quelli della sinistra Adige si concentravano nei comuni pedemontani. Separare i comuni da Caldaro equivaleva a creare una situazione di confusione amministrativa, dato che molti caldaresi avevano i loro campi proprio in uno dei comuni destinati a passare sotto Egna. La parte più povera della Bassa Atesina sarebbe stata doppiamente penalizzata anche dal fatto che il commercio di vino e di altri beni era concentrato a Caldaro, mentre a Egna non si trovava neppure uno studio legale. Anche dal punto di vista linguistico sarebbero nati dei problemi: Salorno, Egna e Bronzolo erano in prevalenza italiani mentre i comuni della destra Adige erano prevalentemente tedeschi.
A nulla valse la protesta di Caldaro. Vienna non modificò il provvedimento e successivamente anche con il passaggio al Regno d’Italia nulla cambiò e le Preture rimasero praticamente quelle disposte sotto l’impero asburgico.

Autore: Reinhard Christanell

Tutto pronto per la grande festa

La data è stata resa nota, domenica 12 febbraio. E se per molti il carnevale sembra ancora lontano, per chi sta lavorando all’allestimento della kermesse questo giorno è alle soglie. “Dopo due anni di stop, quest’anno faremo le cose in grande”, promette Cesare Zenorini, presidente del Gruppo Carnevalesco Pineta.

Quella che andrà in scena domenica 12 febbraio sarà la 44esima edizione di un evento capace di coinvolgere tutta la provincia, una grande festa che grazie ad un ricco programma di eventi si protrarrà addirittura fino a dopo il martedì grasso. “È dura, ma ce la faremo”, conferma il presidente del comitato organizzatore.

Presidente Zenorini, da quanto tempo state preparando la festa del 12 febbraio?

Con la mente dall’ultimo giorno dello scorso carnevale, con il cuore dal primo lockdown, con le braccia almeno da agosto. Vista da fuori non sembra, ma organizzare una kermesse simile richiede davvero tanto tempo ed energia.

In quanti vi lavorate?

Siamo circa dodici persone, ci troviamo nel nostro capannone in zona Vurza per allestire i carri. Alla fine di ogni edizione ci rechiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti della Penisola. Qui abbiamo la possibilità di scambiare i nostri carri con altri, per avere sempre a disposizione figure nuove e divertenti. Ma l’allestimento dei carri è forse la parte più rilassante del tutto: dietro c’è un lavoro organizzativo piuttosto difficile: bisogna trovare i trattori, chi li guida, trovare gli impianti stereo, i generatori di energia, e non è poco.

Però le soddisfazioni ripagano di tutto il duro lavoro…

Esatto. La nostra è la festa di carnevale più grande della zona; diversi anni fa siamo stati inseriti dal Forum nazionale dei giovani tra le “Mille meraviglie italiane”. 

Questa edizione segna un grande ritorno, dopo la pandemia. Come avete gestito gli ultimi due anni?

L’ultima edizione è stata quella del 2020: la settimana successiva alla nostra sfilata è arrivato il primo lockdown. Abbiamo tentato di organizzare qualcosa nel 2021, ma è stato letteralmente  impossibile. Poi l’anno scorso abbiamo cercato un escamotage, perché sentivamo che le persone avevano bisogno di svago. Così abbiamo organizzato un concorso con le mascherine nella scuola dell’infanzia, una mostra all’esterno del municipio, e una piccola festa senza grosse pretese allo stadio, all’aperto, con solo due o tre carri. Beh, la risposta del pubblico è stata incredibile, non ci aspettavamo un successo simile. 

Cosa bisogna aspettarsi da questa 44 esima edizione? 

Tanto divertimento. Sfileremo con 11 carri, ci sarà un grande programma di contorno che protrarrà la festa fino a fine febbraio, la premiazione della maschera più bella e la consueta lotteria. Quest’anno in premio ci sono una bicicletta elettrica, un televisore e otto buoni acquisto da 100 euro. 
Coinvolgeremo i bambini dell’asilo, a cui forniamo le mascherine dei gattini del cartone animato “44 gatti”, e tante altre sorprese. 

Quante associazioni verranno coinvolte?

Dalle ore 10 i carri saranno in via Kennedy, poi alle 13 si parte verso Pineta, con la banda di Lizzana e le majorettes. 
Ad aprire il corteo ci sarà il carro con Franz e Bepi, poi “le belle dame veneziane”, il gruppo “Avanti nar” con “scuola di polizia”, il coro Monti Pallidi con “Alice nel paese dei monti pallidi”, il gruppo “Semper quei” con “Avem perse l fil”, il carro degli organizzatori della Sbigolada, il gruppo culturale e ricreativo don Bosco di Bressanone con “Minnie e Topolino”; poi ancora il gruppo folkoristico “Bolivia Bz Solidaria” e quello peruviano dell’associazione “Somos Perù”, i “44 gatti”, “Pirati e corsari” del gruppo “la Perla nera, i nostri “Siam felici e siam contenti” e “l’isola… c’è!” e infine il “Popolo degli abbracci”.

Autore: Luca Masiello

Ilario Dalvit: l’artigiano – artista

Reinventarsi, trovare la passione della vita e dedicarsene a tempo pieno: è la storia di Ilario Dalvit, artigiano di Salorno che dopo aver raggiunto la pensione ha iniziato, con successo, la sua attività artistica.

“Con la scusa della pietra ollare, che ho lavorato per moltissimo tempo, avevo l’attrezzatura anche per fare le serigrafie su pietra. E allora mi sono detto: ma se potevo farle su pietra, perché non posso farle sulla carta? Mi sono appassionato, ho convertito l’attrezzatura e adesso mi dedico a fare incisioni in chiave moderna”. 

Stiamo parlando di quasi cinquant’anni d’esperienza e di tanto in tanto ancora molta voglia di fare. Di decine e decine di serate passate davanti al tecnigrafo nella bottega di via Trento a Salorno, per realizzare i propri progetti. E poi tutta la parte della messa in opera, un mattone dopo l’altro. è una storia che sottolinea il potere di reinventarsi partendo dal cosiddetto “lavoro dei sogni” quella che – oltre l’aver portato Ilario Dalvit a realizzare 1.400 stufe ad olle sparse fra Alto Adige, Trentino, buona parte del nord Italia e pure del centro nord – dopo la pensione lo ha spinto a rivedersi come artista amatoriale. 

In questo modo Dalvita ha quindi rimosso la sottile linea di confine che separa il mondo dell’arte dall’artigianato creativo di un tempo. Un vero punto di partenza, tecnicamente, e in parte creativamente, davvero fondamentale.

 “Anziché incidere una lastra di zinco o di rame, incido un materiale vinilico. È a monotipo, perché faccio una sola stampa e poi devo rifare la matrice”, racconta con molto entusiasmo e un pizzico d’orgoglio, per un’attività che gli sta portandogli parecchie soddisfazioni. “Tra non molto esporrò a Castelfranco Veneto – rivela -. Però ho già fatto diverse mostre fra Bolzano, Laives, Salorno, Roverè della Luna”.

Della sua professione di artigiano e restauratore di stufe ad olle, che ricordi conserva? 

Era il 1978 quando con un signore della Val di Non che conoscevo ci siamo messi in società. A quel tempo avevamo un negozio di pavimenti e rivestimenti. Dopo mi è scattata una molla ed ho iniziato ad interessarmi e coltivare la passione per le stufe. Sono andato a fare dei corsi con dei maestri tedeschi e poi, assieme a mia moglie, sono andato avanti su quella via fino alla pensione nel 2015. 

Ha sempre lavorato da solo?

Dal novanta al duemila con mio fratello, che era artigiano, poi sì… sempre da solo.

E riusciva a stare dietro a tutto?

Tutto! Le famose 35 – 36 ore settimanali, il mercoledì a mezzogiorno erano già fatte. Partivo alle 6.30 del mattino con il furgone carico e tornavo la sera verso le 19. Il tempo di fare la doccia, cenare e poi giù in laboratorio a creare.

Lei è sposato ed ha due figli. Qualcuno di loro ha mai seguito le sue orme?

Mia figlia durante le vacanze mi seguiva volentieri. A lei piaceva tagliare, fare la malta, si metteva una tuta da lavoro e via. Ma per una ragazza, oggi una donna, è un lavoro pesante, altrimenti le sarebbe ben piaciuto.

Cosa le piaceva maggiormente della sua professione?

Fare la stufa, dsbizzarrendomi a disegnarla, partendo da un triangolo per arrivare ad un tondo e poi via a giocare con le forme.

Quale la richiesta più particolare che ha ricevuto? 

Una stufa barocca in Val di Non e una stufa modello nuovo a Sfruz, tutta dipinta con motivi floreali e vegetali.

E se un giovane volesse intraprendere questo mestiere?

Sarebbe bellissimo! Costruire con le proprie mani un manufatto che riscalda è il massimo che si può dare in fatto di creatività. Però, oggigiorno, c’è troppa burocrazia, carte, quando i primi anni bastava una stretta di mano, si combinava e via. Poi è anche un lavoro molto delicato e costoso, che richiede molta manualità, creatività e una bella responsabilità.

Si tratta di un mercato ancora aperto?

C’è stato un periodo di calo anni fa, ma adesso vedo che con il caro energia c’è un boom interessante. Molte famiglie preferiscono scaldare a legna, investendo su questi manufatti. È senz’altro più conveniente.

Autore: Daniele Bebber

Beppo Noldin e i suoi aguzzini

L’archivio del Novecento Trentino dedica un ampio database agli “Oppositori al fascismo” attivi in regione. Si tratta, per ora, di 3498 schede di “gente comune”. Tra i “sovversivi” del ventennio compare anche “Noldin Giuseppe” di Salorno. La sua scheda contiene i dati relativi al fascicolo presso il Casellario Politico Centrale. Alla voce “colore politico” viene qualificato come “antifascista”. Annotato anche il confino di polizia subito nel 1927 “per essersi battuto per i diritti degli altoatesini di lingua tedesca”. Durata: cinque anni, poi ridotti a due.

Josef “Beppo” Noldin era uno dei più noti e attivi oppositori al fascismo in Alto Adige. Era nato a Salorno nel 1888 da madre nordtirolese e padre originario della Val di Non. Studiò a Bolzano, Trento, Feldkirch e Rovereto e nel 1907 assolse il suo anno di servizio militare nei Kaiserjäger. Dal 1907 al 1912 studiò giurisprudenza a Innsbruck. Intraprese la carriera di avvocato svolgendo la pratica a Mezzolombardo presso lo studio dell’avvocato Ossanna fino al 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruolò nei Kaiserjäger a Rovereto e fu mandato in Galizia. Ferito l’11 novembre a Lemberg / Leopoli, fu ricoverato all’ospedale di Trento. Tornò al fronte nel 1915 e fu fatto prigioniero dai Russi che lo trasferirono in Siberia, dove rimase fino al 1920.

Nel frattempo, l’impero austro-ungarico si era frantumato e il Tirolo meridionale era stato aggregato all’Italia. Noldin, prigioniero di guerra, divenne italiano a sua insaputa tanto che rifiutò di dichiararsi tale davanti alla commissione italiana che voleva imbarcarlo su una nave di prigionieri diretta in Italia. Tornò comunque a casa il 13 aprile 1920 e aprì il suo studio di avvocato a Salorno.

Difese con successo un gruppo di giovanotti del paese che secondo le autorità avevano oltraggiato il corpo dei carabinieri il giorno di carnevale. Da quel momento, il suo nome entrò a far parte dei “nemici dello stato”. Fu arrestato una prima volta il 10 dicembre 1925 e trattenuto in carcere fino al 7 gennaio 1926. Il processo ebbe luogo a Trento e Noldin scoprì soltanto allora di essere accusato di aver pronunciato “parole oltraggiose” nei confronti del regime e dell’arma dei carabinieri. Secondo il pubblico ministero, avrebbe rivolto la parola “aguzzini” ai carabinieri che lo stavano interrogando per una raccolta di fondi per una festa di Natale dei bambini del paese. Noldin negò l’imputazione affermando che neppure conosceva quel termine poco usuale a Salorno e il giudice stesso ritenne infondata l’accusa. Venne comunque condannato a cinque giorni di arresto (dopo averne scontati venticinque!) e 500 Lire di ammenda per aver raccolto fondi per una festa di Natale non autorizzata. 

Come da un copione già scritto e identico a quello di altri protagonisti dell’antifascismo, fu nuovamente arrestato il 23 gennaio 1927 e incarcerato a Trento. Questa volta l’accusa fu quella di aver organizzato, insieme al canonico Gamper e al maestro Rudolf Riedl di Termeno, lezioni private di lingua tedesca per i bambini della Bassa Atesina. La condanna fu pesante: confino a Lipari per cinque anni. A Lipari, dove conobbe molti antifascisti italiani, si ammalò di febbre malarica. Gli fu consigliato di chiedere la grazia ma rifiutò: non voleva la grazia, ma i suoi diritti. La madre inoltrò la domanda a sua insaputa e alla successiva amnistia la sua pena fu ridotta a due anni. 

Tornò a Salorno nell’inverno 1928. Sperava di potersi dedicare alla famiglia e alla sua professione ma nel frattempo le autorità lo avevano cancellato dall’albo degli avvocati. Gli venne negata anche la possibilità di recarsi a Karlsbad per curare la malattia contratta a Lipari. Fu operato due volte a Bolzano ma le sue condizioni di salute peggiorarono di giorno in giorno. Morì il 14 dicembre 1929 all’età di 41 anni lasciando la mogie e quattro figli. Migliaia di persone accorsero da tutta la Bassa Atesina e assistettero ai suoi funerali. In tutta Europa si commemorò quest’eroe dell’antifascismo. Sulla sua lapide il regime permise di scrivere solo le sue iniziali.

Negli anni ‘70 del secolo scorso, la casa di Noldin fu acquistata da un ente pubblico e trasformata in ostello per la gioventù. Divenne un luogo d’incontro tra uomini e culture diverse e il fatto che si trovasse proprio a Salorno, confine tra due grandi aree linguistiche e culturali, la trasformò in un luogo simbolico per la rinascita dell’Europa unita.

Autore: Reinhard Christanell

Anterivo, un paese all’incrocio di più culture

La provincia è quella di Bolzano, ma la lingua di terra su cui sorge l’abitato di Anterivo è incastonata nella valle di Fiemme. Quindi nel Trentino, con cui il sindaco Gustav Mattivi ha spesso sottolineato la presenza di buoni rapporti di collaborazione. 

“Per noi la Valle di Fiemme è un punto strategico per molte attività, anche quotidiane – rivela il primo cittadino -. Dal 1939 al 1946 siamo stati frazione di Capriana, paese con cui abbiamo lo scambio più intenso: siamo in due provincie diverse, nonostante il fatto che siamo separati da soli quattro chilometri. È stretta anche la collaborazione con Castello – Molina”, spiega il primo cittadino.

Una propria identità nonostante le influenze

Certo, la storia insegna che non occorre per forza essere terre compenetranti per influenzarsi con scambi linguistici, culturali, sociali, anche se rimane comunque un fattore di agevolazione. Ma in questo contesto, Anterivo, a differenza di altri abitati basso atesini divisi da una sottile e storica linea di confine, ha sviluppato una propria identità pur mantenendo, appunto, ottimi scambi con i vicini comuni fiemmesi. E la prima conferma giunge dal comune di Castello-Molina, dove gli alti vertici locali parlano di una collaborazione ancora più attiva dopo la tempesta Vaia, e in generale di una popolazione molto tranquilla ed unita. 

“Io la sto riscoprendo in questi anni, anche con le iniziative fatte dal punto di vista culturale e storico”, spiega mattivi

Nello studio della storia  la chiave per comprendere 

E storicamente? Per saperne di più abbiamo fatto due chiacchiere con Italo Giordani, esperto che ha studiato questa “forse singolare” situazione, per lo meno in regione. Ripercorrendo il suo ragionamento, prima della fondazione di Anterivo, in quell’angolo di regione c’erano già la pieve e la comunità di Fiemme, estese da Moena a Trodena (paese che fino al 1200 contava molti cognomi latini). 

Quando venne fondato Anterivo, come pure Capriana e i paesi della Valfloriana, non poterono entrare a far parte della magnifica comunità ma solo nel territorio della pieve. Quindi, da un punto di vista amministrativo entravano in campo il Principato Vescovile e Contea Tirolese, con le varie giurisdizioni. Quest’ultima, un tempo, comprendeva pure Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana. Fra il 1777 e il 1779 c’è stato un cambiamento. Tramite un accordo a tavolino, il principe vescovo di Trento ottenne da Maria Teresa d’Austria la giurisdizione tirolese di Fiemme. E qui emerge il perché Anterivo è geograficamente in val di Fiemme, ma con un’identità per lo più germanica: solo Castello-Molina, Capriana e la Val Floriana vennero staccate dalla contea Tirolese. 

Una frazione che un tempo era un maso

“Come tutte le popolazioni confinanti ci sono stati anche degli attriti documentati nel passato, per motivi di sopravvivenza: un metro in più di terra, voleva dire più cibo”, afferma Italo Giordani. A questa storia si collegano anche i possedimenti odierni della comunità di Rover – Carbonare (frazione di Capriana) di molte terre (boschi) nel comune di Anterivo. E riassumendo alcune considerazioni di Robert Brugger (presidente delle Amministrazioni Separate di Uso Civico trentine), quella che oggi è una frazione, un tempo era un maso della comunità della Val di Fiemme.

Autore: Daniele Bebber

A Pietralba con la famiglia del Cai

è un appuntamento che rappresenta ormai una tradizione consolidata: nella domenica d’oro, l’ultima prima di Natale, la grande famiglia del Cai della Bassa Atesina si riunisce per una passeggiata fino al santuario di Pietralba. Un momento di spiritualità e di amore per il prossimo: nel corso della giornata sono stati raccolti fondi da destinare all’associazione”Cuore di Bimbo”.

È la ventiquattresima volta che quella gioiosa comitiva varca assieme i sentieri che da Laives portano al santuario della Madonna di Pietralba, quella basilica che si erge maestosa sulla Val d’Ega, nei pressi di Monte San Pietro, già meta prediletta di Pontefici e pellegrini da tutto il mondo. Non si tratta di una delle tante gite del Cai e non è certo una normale escursione. La “Camminata d’oro” è un momento di raccoglimento, una giornata in cui tutti i partecipanti decidono di allontanarsi dal luccichìo delle insegne natalizie urbane, dai mercatini e dai Babbi Natale della pubblicità, per affrontare assieme un cammino spirituale, una passeggiata in cui negli zaini c’è soprattutto amore, voglia di celebrare assieme la ricorrenza in maniera pura,”una giornata da trascorrere in amicizia per costruire lo spirito invece che consumarlo”, come amano definirla gli organizzatori. E per “costruirla”, oltre ad approfittare del momento per stare con gli amici, anche per questa edizione è stata avviata una raccolta fondi per chi soffre; per quest’anno le donazioni sono andate a favore dell’associazione bolzanina che si occupa di aiutare le famiglie dei bambini con cardiopatie congenite. A tracciare una sorta di bilancio di quest’ultima edizione è il presidente della sezione di Laives del Cai, Gianfranco Idini, che si dice soddisfatto dell’esito della passeggiata.

Presidente Idini, che cos’è la”Camminata d’oro”?

Non è altro che un modo di incontrarsi sotto le feste e fare quello che ci piace maggiormente, camminare e stare fra amici. Ma questa è una passeggiata del tutto particolare: si svolge nella domenica d’oro, quel giorno in cui – banalizzando – i negozi sono tradizionalmente aperti per permettere ai ritardatari di acquistare gli ultimi regali. Ecco, noi vogliamo porci come un’alternativa al consumismo; ciò non significa che vogliamo frenare la corsa agli acquisti, vogliamo solo suggerire ai nostri soci e amici di”consumare” una giornata in maniera diversa, per ritrovarci e celebrare lo spirito natalizio in maniera davvero spirituale, nel nome dell’amore.

Amore nei confronti degli amici, ma anche del prossimo, giusto?

Esattamente: da ventiquattro anni ormai è tradizione organizzare una raccolta fondi da destinare ad un’associazione umanitaria. Quest’anno la scelta è caduta su”Cuore di bimbo”, ed è andata bene: abbiamo raccolto oltre 700 euro.

Chi organizza questa gita e chi è il motore dell’evento?

Sono le cinque sezioni del Cai a sud di Bolzano. In primis noi di Laives, e poi Appiano, Bronzolo, la sezione Bassa Atesina, che poi sarebbe Egna e quella di Salorno. A darci una mano nel gestire il tutto c’è poi la sezione centrale del Cai Alto Adige. Ognuna delle cinque sezioni ha un compito, ed ognuno di noi lo esegue in vista della domenica d’oro.

Qual è il percorso?

Partiamo al mattino verso le 8 a Laives in Via Pietralba e in 3 ore e mezza si arriva al Santuario. C’è anche quella che chiamiamo”variante dolce”: si parte dal paese di Aldino, ci si impiega comunque del tempo, ma il dislivello è minore. 

E una volta arrivati?

Intorno a mezzogiorno nel Santuario di Pietralba c’è la santa Messa, che  quest’anno è stata officiata da don Raffaele Tessari ed allietata dal “Coro Ana Alto Adige – Gruppo Piani di Bolzano”. Poi si rientra e, a tre quarti di strada, presso la Casa Emmaus in Vallarsa, c’è il consueto punto di ristoro con bevande calde, the e brulé e dolci a cura del Gruppo Grotte Cai Bronzolo – Soccorso Speleo Alto Adige.

C’è stata molta partecipazione?

Quest’anno c’era meno gente rispetto alle altre edizioni, quando abbiamo avuto punte di 700 partecipanti; credo un po’ per l’influenza che ha colpito tutti e un po’ anche perché sul sentiero c’erano circa 10 centimetri di neve, probabilmente qualcuno si è spaventato. Ma c’erano comunque moltissime persone, sono  arrivati addirittura sei o sette pullman dal Trentino. Con la Sat c’è da sempre un’ottima collaborazione, soprattutto per la Camminata d’oro. è bello che ci sia questa amicizia fra alpinisti altoatesini e trentini.

L’appuntamento per il prossimo anno, dunque, è con l’edizione numero 25, un evento speciale…

Già, anche se in realtà questa sarebbe dovuta essere la venticinquesima: nel 2020  era saltata causa Covid. C’è ancora tempo per organizzare la prossima Camminata, ma sono sicuro che ci inventeremo qualcosa di particolare: il quarto di secolo è un traguardo importante.

Autore: Luca Masiello

Gli universitari protagonisti

Sono quasi settant’anni che l’associazione degli studenti universitari altoatesini sh.asus fornisce supporto ai giovani che dalla provincia di Bolzano si muovono per completare il loro ciclo di studi negli atenei di mezzo mondo. Da qualche tempo sh.asus si occupa anche degli studenti della Libera Università di Bolzano. Di questo e altro ne abbiamo parlato con la nuova presidente dell’associazione Ariane Benedikter.

// Di Luca Sticcotti

Com’è noto la provincia di Bolzano solo di recente si è dotata di un’università, ma in realtà per diversi decenni la storia degli universitari altoatesini è stata esclusivamente una vita da “fuori sede”. Per sostenerli e rappresentarli fin dal 1955 è attiva la sh.asus, un’associazione  dotata anche di alcune sedi nelle mete universitarie più gettonate, nel passato e nel presente, come Bologna, Innsbruck, Trento, Vienna… 
Negli ultimi anni sh.asus si spesa molto anche per rilanciare il ruolo dei giovani, universitari e non solo, mettendosi in luce con una serie di prese di posizione significative che hanno fornito stimoli importanti alla nostra politica, a volte un po’ ingessata e poco coraggiosa. 

L’INTERVISTA

Appena eletta presidente di sh.asus hai detto che le idee progressiste e la partecipazione hanno un ruolo fondamentale nella rappresentanza studentesca. Ci spieghi meglio cosa vuol dire?

Gli studenti e le studentesse hanno il desiderio di impegnarsi per il benessere della società. Vogliamo dare il nostro contributo per creare un futuro migliore. Dobbiamo pensare l’università e i suoi studenti attraverso l’immagine ideale di percorsi educativi individuali che poi come risultato sono anche in grado di restituire qualcosa alla società. Ad esempio fornendo idee innovative per il mondo della ricerca, ma anche dando spunti per le scelte politiche. In questo periodo abbiamo avuto un susseguirsi di crisi, da quella climatica al coronavirus. Oggi gli studenti hanno la possibilità di impegnarsi – in università ma anche fuori – portando le loro opinioni, le loro idee, i loro valori. Per anti, infatti, questo è un elemento importante del loro essere studenti universitari. Possiamo mettere a frutto gli scambi di idee tra di noi e con i nostri professori, ma anche sviluppare nuove idee. Tanti di noi hanno il desiderio di investire non solo in sé stessi, ma anche in un futuro comune. In quest’ottica oggi siamo anche rafforzati dal fatto che da qualche tempo siamo impegnati anche nella rappresentanza degli studenti dell’Università di Bolzano, mentre prima ci occupavamo solo degli altoatesini studenti fuori sede.

Se sentite il bisogno di affermare il ruolo propulsore dello studente universitario nella società, questo vuol dire che ritenete tale dimensione non ancora sufficientemente percepita e valorizzata. E’ così?

Penso che questo nostro compito sia in realtà già riconosciuto e integrato abbastanza bene nella società. Anche se l’immagine dello studente si può sempre migliorare, spiegando meglio il nostro status. A Bolzano poi la cultura universitaria c’è ma potrebbe essere sviluppata di più; gli studenti devono essere inclusi maggiormente nella vita del capoluogo altoatesino, così come avviene in altre città universitarie. 

Secondo voi cosa si deve fare affinché lo studio universitario sia davvero accessibile a tutti?

Per la nostra rappresentanza studentesca questo è un tema davvero fondamentale. Bisogna fare in modo che coloro che vogliono studiare abbiano davvero la possibilità di farlo. Ma purtroppo questo oggi ancora non è così automatico, soprattutto a causa degli alti costi di vita e dello studio. Non si tratta solo delle  tasse universitarie che in alcuni luoghi come l’Austria in realtà sono quasi nulle; a costare molto è soprattutto la vita nelle città universitarie. Mi riferisco agli alloggi, ma non solo. Nel 2022 per fortuna su nostra sollecitazione c’è stato un aumento del 20% degli importi delle borse di studio rispetto agli anni precedenti. Ma poi subito dopo con la crisi energetica e l’inflazione i prezzi sono saliti ancora, non solo in Alto Adige ma anche nel resto d’Italia e in Austria, ad esempio. Oggi purtroppo non tutte le famiglie possono permettersi di mandare un figlio all’università. Per questo bisogna monitorare la situazione e valutare se non serva un ulteriore aumento delle borse di studio o anche un aumento della percentuale di studenti altoatesini che può godere di una borsa di studio. Sono oggi circa il 30% gli studenti altoatesini che ricevono una borsa di studio.

Oggi il costo degli alloggi è davvero uno degli ostacoli più grandi al diritto allo studio…

Sì, ma non solo a Bolzano. Molti studenti faticano a trovare un alloggio a un prezzo accessibile, anche perché alcuni proprietari di appartamenti preferiscono affittare a persone che lavorano già. In città più grandi come Bologna o Monaco di Baviera, dove le università ci sono da più tempo, gli alloggi ci sono ma in realtà i prezzi sono comunque alti. Ed è un problema che si aggrava…

In provincia di Bolzano il sostegno allo studio si focalizza soprattutto sugli atenei italiani o quelli presenti nei paesi di lingua tedesca. Questo rappresenta un problema per gli studenti che hanno invece in mente altre destinazioni per il loro percorso universitario?

Sono sempre di più gli studenti che vogliono andare altrove rispetto al resto d’Italia e ai paesi di lingua tedesca, è una cosa che osserviamo nella provenienza degli studenti dell’Università di Bolzano e anche rispetto alla nazionalità degli attuali associati a sh.asus. Le cose cambiano e in futuro cambieranno ancora di più. Queste dinamiche hanno una stretta relazione con il  riconoscimento dei titoli di studio tra i vari paesi. L’Europa dovrebbe essere una zona educativa integrata che hanno provato a realizzare coon il cosiddetto “sistema Bologna”, ma in realtà da quest’ottica siamo ancora molto lontani purtroppo. C’è poi la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero alla dinamica che porta gli studenti altoatesini o del resto d’Italia che studiano fuori sede a stabilirsi poi altrove, dopo aver completato gli studi, perché ricevono proposte di lavoro più attraenti. Occorre creare le condizioni affinché gli studenti, dopo aver fatto esperienze da altre parti, possano poi anche tornare in Alto Adige. 

Il mondo dei giovani e anche degli universitari è oggi in prima linea per quanto riguarda la lotta contro i cambiamenti climatici, la sostenibilità e la tutela ambientale. Si tratta di tematiche fondamentali anche per sh.asus?

La promozione di un futuro sostenibile è nell’interesse non solo dei giovani e degli universitari, ma anche di tutti coloro che abitano sul nostro pianeta. Per noi giovani questa questione è importante perché la vediamo come una delle tematiche più urgenti. Oltre ai nostri nonni e ai nostri genitori, saremo infatti noi ad affrontare le conseguenze più importanti dei cambiamenti climatici. Negli ultimi anni gli studenti hanno fatto una grande pressione in questo senso, spingendo la politica ad occuparsene di più. 

In che misura sh.asus è oggi in rapporto con l’Università di Bolzano?

Si tratta di un rapporto essenziale e molto stretto. Nel 2021 abbiamo anche inaugurato una sezione di Bolzano, Bressanone e Brunico (BBB), che rappresenta gli studenti che studiano in Alto Adige. Nel nostro nuovo direttivo abbiamo due studenti dell’Università di Bolzano. E la nostra sezione bolzanina è oggi la sede con più membri (più di 600), quindi anche le nostre dinamiche interne sono diverse rispetto al passato. A Bolzano abbiamo realizzato tanti eventi e iniziative per i giovani soci, ma anche e soprattutto per sviluppare una vera cultura universitaria nel capoluogo. 

Un altro squilibrio storico è quello di genere. Le donne nel mondo del lavoro purtroppo hanno ancora un peso minore, ma in realtà negli studi universitari sono già da un po’ loro a primeggiare…

Voglio sottolineare che già nell’anno accademico 2019/2020 in una ricerca dell’istituto di statistica provinciale si è registrata una prevalenza femminile nel numero degli studenti universitari altoatesini. L’obiettivo delle pari opportunità in Alto Adige non è ancora una realtà e questo non riguarda solo la questione di genere maschile-femminile. Anche noi di sh.asus – e io personalmente in quanto prima donna presidente dell’associazione dal lontano 2014 – ci sentiamo responsabili in questo senso. Come studenti e studentesse dobbiamo dare il nostro contributo nell’ambito universitario, anche attraverso specifici percorsi di ricerca e confronto innovativo tra le idee, che poi vanno trasmesse anche all’esterno dell’ambiente universitario. Si tratta di un processo in corso, che va sostenuto e incoraggiato in maniera attenta e concreta. Anche noi dell’associazione sh.asus prossimamente proporremo dei progetti e delle iniziative in questo senso. 

LA STORIA DI SH.ASUS

Sh.asus è la più importante rappresentanza studentesca dell’Alto Adige. A differenza di altre rappresentanze studentesche, sh.asus non è legata a un luogo specifico e, oltre alla sede centrale di Bolzano, ha sei filiali nelle principali città universitarie, di cui quattro in Austria e due in Italia. È stata fondata nel 1955 come associazione senza scopo di lucro. Il suo obiettivo principale è quello di fornire consulenza agli studenti e ai maturandi e di rappresentare gli interessi degli studenti altoatesini in patria e all’estero e degli studenti in Alto Adige attraverso i sindacati. Il nuovo consiglio direttivo di sh.asus è stato eletto lo scorso 22 dicembre 2022. La precedente vicepresidente Ariane Benedikter, che rappresenta la sezione di Salisburgo e ha appena conseguito la laurea in “Philosophy, Politics and Economics” (PPE), è stata eletta come nuova presidente.
Ariane Benedikter (22 anni) è conosciuta da molti in Alto Adige per il suo impegno pluriennale nella tutela dell’ambiente e del clima. Grazie al suo background, vuole svolgere un ruolo più incisivo nell’impegno socio-politico e sfruttare l’ampia piattaforma di cui dispone ora la sh.asus

Autore: Luca Sticcotti

Angela Nikoletti, la maestra di Cortaccia

Insieme all’avvocato Josef Noldin di Salorno, la maestra Angela Nikoletti “incarnò” la resistenza più tenace e irremovibile al regime fascista in Bassa Atesina. Una resistenza personale, quasi fisica, distante da quella prettamente politica. Il suo caparbio “no”, fedele ad un ideale in quel momento storico irrealizzabile, le costò la vita. Innamorata del vecchio Tirolo unito, uscito irrimediabilmente sconfitto e dilaniato dalla prima guerra mondiale, Angela Nikoletti condusse una strenua battaglia per l’insegnamento nella propria madrelingua fino alla morte, che sopravvenne la sera del 30 ottobre 1930. 

Aveva 25 anni, essendo nata il 31 maggio 1905 a Magrè. Il padre, bracciante, a stento riusciva a mantenere la propria famiglia. Angela finì per trasferirsi nella casa dell’anziano nonno a Cortaccia, che divenne il “suo” paese. Nel 1921 si trasferì per breve tempo a Terlano per sostenere nel lavoro domestico una zia. Poi nel 1922 superò l’esame di ammissione alla scuola magistrale di Zams in Tirolo. Il primo anno trascorse serenamente, poi, dopo la vacanza “più bella della mia vita” a Favogna di Sopra, iniziarono i problemi. Le fu ritirato il passaporto, e Zams divenne una meta irraggiungibile. Scrive nel suo diario: “Nessuno può oltrepassare il confine del Brennero per motivi di studio; devo rimanere a casa e la mia disperazione è grande”.

Dopo un anno di attesa, riuscì a completare gli studi a Zams e nel 1926 ottenne il diploma di maturità. Le fu offerto un posto di educatrice in una famiglia benestante ma, annota nel diario, “con gioia mi sono impegnata ad impartire lezioni di tedesco ai bambini poveri del paese”. Per quasi un anno proseguì in questa attività clandestina e certi giorni anche 30 bambini si ritrovarono nella cucina di casa sua.

L’11 maggio 1927 le fu ordinato di presentarsi al podestà che senza giri di parole le intimò di interrompere immediatamente le sue lezioni private. Chiese il motivo del divieto e le fu risposto che la sua attività era considerata una manifestazione sediziosa che comportava la pena dell’arresto.  Angela era fuori di se, anche perché il podestà Ernesto De Varda era stato un ufficiale dei Kaiserjäger passato ai fascisti dopo la guerra. De Varda non era neppure il suo vero cognome, in realtà la famiglia si chiamava Varda von Warthof. Sua sorella Roma de Varda era insegnante di italiano a Bolzano e amava farsi chiamare “madre dei fascisti”. La discussione tra i due fu virulenta e il podestà la concluse con le parole “con lei bisogna farla finita”. E così fu.

Angela non si lasciò intimidire dal “traditore a cui non porto nessun rispetto” e continuò a impartire le sue lezioni private fino al 14 maggio. Una sera stava accompagnando a casa un gruppetto di bambini quado sopraggiunse una carrozza. Alcuni carabinieri la scaraventarono a terra e quindi la costrinsero a seguirli. Il podestà osservò divertito la cattura della sua “nemica”. La portarono a Termeno dove trascorse la prima notte in guardina. Aveva 22 anni. Il giorno seguente la trasferirono a Egna, dove rimase dal 15 al 19 maggio. Pane e acqua erano il suo cibo. Il 19 maggio Angela Nikoletti fu condannata a 30 giorni di arresto, 5 anni di sorveglianza e allontanamento forzato dal comune di Cortaccia.

Iniziò una vita semiclandestina, spostandosi da un paese all’altro. Il podestà continuò a seguirla e perseguitarla e in breve tempo la giovane maestra si ammalò gravemente ai polmoni. Rientrò a Cortaccia di nascosto e spesso si rifugiava nei boschi sopra il paese. Il podestà la trovò e la ricondusse in paese intimandole di allontanarsi immediatamente dal territorio comunale. Solo grazie all’intervento del maresciallo dei carabinieri, che da quel momento entrò in conflitto con il podestà, le fu permesso di soggiornare presso una zia fino alla guarigione. In realtà le sue condizioni di salute peggiorarono repentinamente e nell’ottobre 1927 fu ricoverata all’ospedale di Bolzano. Vi rimase fino al 14 febbraio 1928. La sua convalescenza durò fino al 1930 quando il 30 ottobre non sopportò più le pene della malattia e si lasciò morire. “Piano piano la rassegnazione si è impadronita di me”, scrive nel suo diario pochi giorni prima di morire. “Aspetto e aspetto – ma non la salute e la felicità: la morte”.

Autore: Reinhard Christanell

Un anno di notizie

Anche quest’anno abbiamo interpellato un giornalista di lungo corso, esperto del territorio, per ripercorrere gli avvenimenti più importanti dell’anno che si sta chiudendo. Si tratta di Toni Visentini, a lungo responsabile dell’Ansa di Trento e Bolzano.

Il 2022 era iniziato sulla scia di una grande aspettativa: vivere una ripresa dopo il biennio segnato a livello mondiale dall’emergenza Covid. L’illusione è durata neanche due mesi: in febbraio infatti l’improvviso precipitare della crisi in  Ucraina e la conseguente guerra ha gettato il mondo intero e anche la nostra realtà locale in una nuova cappa di incertezza. A seguire i vari eventi di cronaca e le prime elezioni nazionali celebrate alla fine di un’estate segnata dagli evidenti e preoccupanti cambiamenti climatici, ci hanno traghettato verso un autunno di incertezze incombenti. 

Dei vari eventi dell’anno che si va chiudendo ne abbiamo parlato con Toni Visentini, da anni editorialista su uno dei quotidiani locali e profondo esperto della realtà altoatesina, sulla quale ha scritto anche alcuni libri. Ecco cosa ci ha detto.

L’INTERVISTA

Qual è l’avvenimento più significativo e sorprendente in questo 2022?

Per me è il successo dell’FC Südtirol. Prima del calcio seguivo solo le grandi partite internazionali e gli scontri tra le squadre italiane più importanti. Ora invece guardo sempre e con grande piacere anche le partite del Südtirol. Ricordiamocelo: l’Italia è il paese in cui i grandi documentaristi quando parlano di Hitler lo chiamano fiurer. Quando Letta era presidente del consiglio venne a Bolzano chiamò l’ex Landeshauptmann Dürnwalder e la  stessa sorte è capitata a Lilli Gruber per anni è stata chiamata Lilli Grüber. Insomma: di solito gli italiani non sanno mai pronunciare la dieresi ovvero l’umlaut. Invece hanno tutti imparato a dire Südtirol, è davvero incredibile. Ci voleva davvero proprio il calcio per insegnare finalmente agli italiani le nostre giuste pronunce. 

In realtà poi se si passa ai nomi dei giocatori il problema persiste, basta sentire i telecronisti…

Beh, quella è un’altra cosa. Almeno il nome Südtirol finalmente è passato. In ogni caso la squadra sta facendo grandi cose con questo allenatore e io spero che continui così. 

Stanno andando così bene, che addirittura c’è la prospettiva – anche se remota – di una promozione in serie A, con conseguente problema di uno stadio di nuovo inadeguato…

Una cosa alla volta! Godiamoci il momento e poi si vedrà…

Il 2022 è stato anche l’anno della grande crisi interna alla SVP.

Sì e qui siamo davvero di fronte ad una crisi seria. C’è lotta interna molto forte che non credo si sia placata, quella attuale è solo una leggera tregua. Di sicuro si ricandiderà Kompatscher e questo credo sia un bene per tutti, per la provincia di Bolzano, per la stessa Volkspartei e per tutti gli equilibri, sia a livello nazionale che internazionale. Kompatscher è una persona seria e capace. Ha alcuni difetti di carattere, d’altronde nessuno è perfetto, da nessuna parte, men che meno in politica. Nella SVP c’è una guerra di corporazioni, fortissima, e che si combatte fino all’ultimo sangue. Forse si andrà avanti così fino alle elezioni, io spero di no, ma temo che sarà così. Un’altra questione fondamentale sarà poi chi andrà in giunta dopo le prossime elezioni provinciali. Naturalmente dipenderà da come andranno le elezioni. Spesso ci si dimentica che le elezioni provinciali non sono come quelle nazionali. Qui si vota con il sistema proporzionale puro, non ci sono alleanze di partito. Dopo il voto le giunte si fanno poi mettendo insieme tedeschi, italiani e ladini. I tedeschi ci sono, ma gli italiani chi li porterà e quanti saranno? Sulla base dei numeri la Volkspartei anche questa volta deciderà come fare la prossima giunta. 

Nella Volkspartei le tensioni interne ci sono sempre state, ma per quale motivo ora si è rotto il meccanismo che li portava sempre a ricompattarsi?

Secondo me in alcuni ruoli le persone ora non sono quelle giuste, ad esempio il segretario del partito non si è rivelato all’altezza del compito. Dal canto suo anche Kompatscher non fa parte di nessuna corporazione. Durnwalder invece veniva dal Bauernbund e aveva ottimi legami con il mondo dell’economia, cosa che Kompatscher ha solo in parte. Lui viene dai comuni, ma lì in realtà da sempre si riproducono le stesse dinamiche che ci sono nel partito.

Come giudica i rapporti intercorsi tra provincia di Bolzano prima con il governo Draghi e ora con la presidente Meloni?

La SVP in linea di principio ha sempre avuto una certa diffidenza per i governi tecnici come appunto quello di Draghi. I tecnici fanno le scelte seguendo logiche loro, mentre i politici invece agiscono molto di più sulla base delle opportunità. Con il governo Draghi la SVP non aveva la possibilità di far pesare i suoi voti, ottenendo in cambio competenze. Draghi aveva un gran nome ovunque e questo è stato un bene anche da noi. Ma con lui la SVP non aveva un feeling particolare. 
Con il governo Meloni c’era un pregiudizio in origine, che per il momento non è stato confermato. Finora dal governo Meloni sono state dette, non fatte, cose che alla Volskspartei non hanno dato fastidio. Per il futuro vedrà. Fratelli d’Italia è un partito italiano di destra e la base ha un suo peso. Per quanto la Meloni sembri simpatica, nel suo partito ci sono i nazionalisti, quelli delle bandiere tricolori dappertutto e che dicevano tornatevene in Austria. Vedremo…

Il 2022 è stato anche l’anno della guerra in Ucraina…

In Alto Adige le reazioni non sono state diverse rispetto al resto d’Italia e d’Europa. C’è stata molta preoccupazione e dolore per l’ingiustizia causata la guerra. Poi ci sono state le reazioni di tipo politico, a livello nazionale. A me ha colpito molto la posizione dell’Anpi, critica verso i rifornimenti di armi agli ucraini. Se gli inglesi e gli americani avessero detto ai partigiani “basta, non vi diamo più armi”, loro come avrebbere reagito?

Poi ci sono gli effetti economici della guerra…

Quelli si sentono dappertutto, anche se da noi forse un po’ meno perché abbiamo un sistema economico un po’ più forte, per fortuna. 

Poi c’è la crisi climatica che in estate si è fatta sentire e sta iniziando anche a provocare un ripensamento della crescita senza limiti del turismo. 

Hanno incominciato a lavorarci, ma il problema è come intervenire perché questi sono problemi che non possiamo risolvere da soli. Occorre un accordo a livello globale. Per quanto riguarda il turismo una crescita all’infinito non ci può essere, bisogna spostarsi su una crescita di qualità. Occorre specializzarsi e abbandonare man mano il turismo di massa. è chiaro: ci sono quelli che frenano. Ma la scelta non potrà che essere questa, non ci sono altre opzioni. 

C’è poi il caso del Twenty a Bolzano. Come andrà a finire? Il centro commerciale rischia di chiudere…

Spero che la questione venga risolta con il buon senso. C’è stato un grande pasticcio dal punto di vista legale con una serie di errori che è giusto vengono pagati. Ma a pagare non può essere il personale così come non è giusto che paghi chi è stato danneggiato a suo tempo da scelte sbagliate. Anche in questo caso un equilibrio sarà l’impresa della politica e anche della giustizia. 

Un altro tema dell’anno è stato il peggioramento ulteriore della crisi della mobilità nel capoluogo.

Mah. Secondo me non siamo messi poi molto peggio di altri. Forse è meglio che ci rendiamo anche di questo.

Poi c’è il problema del costo degli alloggi, che sta mettendo sempre più in crisi la società altoatesina. Anche in questo caso soprattutto a Bolzano. 

è uno dei problemi più gravi. Senza case a prezzi civili la società non va avanti. Non solo: così mettiamo un ostacolo in partenza alla nuova forza lavoro di cui abbiamo tanto bisogno, e anche quella che c’è rischia di andarsene. Questo problema va affrontato e dovranno rendersene conto anche i proprietari terrieri. Il suolo è scarso ma occorre per forza trovare spazio da qualche parte. è senz’altro vero che ci sono regole forse troppo severe su dove si può edificare. Io preferisco avere le case anche sopra le aziende e a fianco di essere. Anche perché, va detto, la zona industriale di Bolzano non è più quella di una volta, è davvero un altro mondo con servizi, collegamenti, negozi e tutto. Si può vivere bene anche lì. E poi dobbiamo ristrutturare facendolo bene. Ci vogliono piani, idee e coraggio di agire. Il timone della situazione ce l’ha sempre la Provincia che su Bolzano non ha mai avuto un occhio di riguardo, bensì un’attenzione davvero modesta. Con Kompatscher e Caramaschi va un po’ meglio rispetto al passato ma bisogna senz’altro fare di più.

Autore: Luca Sticcotti

A Bressanone brillano le stelle dello Yoseikan 

Quasi duecento atleti per un totale di venti associazioni provenienti da tutta la regione, da Arco ai confini più a nord della Val Pusteria: sono i numeri del torneo di San Nicolò (individuale) e della Südtirol Medaillen Cup (a squadre) di Yoseikan Budo, organizzato a Bressanone dalla squadra di casa, l’Ssv Brixen. Un’occasione per vedere il meglio dei giovani sportivi, e per le squadre del meranese di tornare nel dojo con un buon bottino di medaglie.

È stato l’Asv Lana ad aggiudicarsi il trofeo di San Nicolò 2022 grazie alla massiccia partecipazione dei suoi atleti; ma al di là dei riconoscimenti in coppe e medaglie, quella andata in scena nella palestra ex Coni del capoluogo della Valle Isarco è stata una grande festa dello sport. Gli incontri dei più grandi, gli under 18 ha lasciato gli appassionati con il fiato sospeso, ma quando sul tatami sono saliti gli under 8, impacciati nei budoji ma a loro agio sul tatami, il folto pubblico accorso per l’occasione non è riuscito a trattenere l’emozione. 

Ed è anche fra i più piccoli che il Lana ha portato a casa una medaglia d’oro nella  categoria -26 M con Manuel Paulmichl e nella stessa categoria femminile con Viktoria Kofler; fra gli under 8 ha brillato anche Peter Haller dell’Sc Merano nella categoria -34.

Da segnalare anche l’ottima prestazione di Bastian Tratter del Lana (categoria -63 M), Ilvy Flarer e Elisabeth Erb (oro e argento nella categoria U14 -55 F) del Merano, che hanno brillato anche nella categoria Multidisciplin. Le discipline previste per questo torneo erano Kumiuchi serie B per gli under 8 e 10, e per gli altri Kumiuchi serie A. Gli under 18 e 16 si sono confrontati nella disciplina atemi (Kick boxing a punti), e per ogni categoria una squadra per associazione poteva cimentarsi con la prova di kombo, la prova tecnica ed infine il kata.

I VINCITORI

U18. Open M: Robin Palma (Ssv Bruneck). U16. Open M: Leart Raci (Asv Niederdorf). – 63 kg M: Bastian Tratter (Asv Lana). – 52 kg F: Rrezarta Peci (Ssv Taufers). Team. U16 Multidisciplin (Emono , Randori, Kata): Paul Patzleiner, Leart Raci (Asv Niederdorf). Open M: Tobias Hartl (Asv Nals). – 60 kg M: John Simon Burger (Ritten). – 55 kg M: Laurin Röd (Ssv Taufers). -44 kg M: Benjamin Seiwald (Ssv Pfalzen). -55 kg F: Ilvy Flarer (Sc Meran). U14 Multidisciplin: Elisabeth Erb, Ylvie (Sc Meran). U12 Open F: Emely Dicone (Asd Arco). -50 kg F: Elisabeth Erb (Sc Meran). -42 kg F: Laura Mohana Tscholl (Asc Schlanders). -40 kg F: Anna Rofner (Asv Terenten). -36 kg F: Lea Rofner (Asv Terenten). Open M: Zeno Innerhofer (Asv Lana). -60 kg M: Michael Sitzmann (Asv Lana). -50 kg M: Julian Mairegger (Ssv Taufers). -40 kg M: Armin Kohajda (Ssv Heide Auer). -35 kg M: Tilo Stepperger (Ssv Bruneck). U12 Multidisciplin: Katharina Ranzi, Christopher Ranzi (Ssv Pfalzen). U10 Open M: Timoty Gobbi (Asd Arco). -50 Kg M: Jakob Winkler (Ssv Brixen). -44 kg M: Paul Wallnöfer (Asv Lana). -38 kg M: Nilay Thanai (Asv Lana). -35 kg M: Leonardo Vicari (Asd Arco). -33 kg M: Luis Girardi (Ssv Taufers).-31 kg M: Daniel Lerchner (Ssv Pfalzen).

-27 kg M: Arthur Masiello (Ssv Brixen). Open F: Nathalie Oberhofer (Asv Terenten). -38 kg F: Katharina Winkler (Ssv Pfalzen).

50 kg F: Mathilda Niederbacher (Ssv Pfalzen). -35 Kg F: Heidi Gamper (Ssv Brixen). -32 kg F: Saphira Gietl (Asv Niederdorf).U8 Open M: Raul Mihai Sandor (Asd Arco). -40 Kg M: Benjamin Oberhofer (Ssv Pfalzen). -34 Kg M: Haller Peter (Sc Meran). -32 Kg M: Renè Schmid (Asv Terenten) -30 Kg M: Pietro Faitelli (Asd Arco). -28 Kg M: Albin Porcile (Ssv Pfalzen). -26 Kg M: Manuel Paulmichl (Asv Lana). -24 Kg M: Darian Gietl (Asv Niederdorf). -22 Kg M: Aaron Tscholl (Asc Schlanders). Open F: Neda Constanzo (Asv Niederdorf).-38 Kg F: Emma Mair (Ssv Pfalzen). -30 Kg F: Beatrice Vicari (Asd Arco). -26 Kg F: Viktoria Kofler (Asv Lana). -24 Kg F:Anja Hofer (Ssv Pfalzen). U8 Emono: Ssv Pfalzen. 

Classifica associazioni: 1. Pfalzen; 2.  Lana; 3.Niederdorf. 

Autore: Luca Masiello